OSSERVATORE ROMANO

GIOVEDÌ SANTO 2008

 

INTERVISTA A SUA ECCELLENZA

MONS. MAURO PIACENZA

ARCIVESCOVO TITOLARE DI VITTORIANA

SEGRETARIO DELLA CONGREGAZIONE PER IL CLERO

 

 

1. Il Giovedì Santo è il giorno nel quale la Chiesa celebra l’Istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio. Che cosa lega strettamente queste due realtà, affidate da Cristo alla Sua Chiesa?

 

Nel mistero del Sacrificio Eucaristico – dice il Concilio Vaticano II – i Sacerdoti svolgono la loro funzione principale (P.O. n. 13). Non si può capire il Sacerdote senza l’Eucaristia, né potrebbe esserci l’Eucaristia senza Sacerdote.

Ne consegue che il Sacerdote non può realizzarsi pienamente se l’Eucaristia non costituisce davvero il centro e la radice della sua vita. Tutta la fatica quotidiana del Sacerdote deve essere irraggiamento della celebrazione eucaristica.

Nell’Eucaristia, Gesù celebra la Sua Pasqua nel cuore del Suo Sacerdote, per plasmarlo “secondo il Cuore di Dio”: Il Signore non aliena né mortifica la personalità umana, ma la impregna si Se Stesso. I gusti, i desideri, i pensieri, la volontà, gli aneliti del Suo Cuore Divino – attraverso un processo di assimilazione, che ha i suoi ritmi – diventano i gusti, i desideri, i pensieri, la volontà, gli aneliti del cuore del Sacerdote.

 

 

2. Che cosa significa oggi, per il Sacerdote, fare memoria del gesto della “lavanda dei piedi”, in una parola, servire?

 

Il modo di dare verità al Sacrificio Liturgico, facendolo diventare il sacrificio della propria vita, per il Sacerdote, è “servire”. Il Sacerdote non si appartiene! È al servizio del Popolo di Dio senza limiti di orario e di calendario. Egli non è un funzionario, non è un impiegato, ma è “consacrato”, un “cristo” di Dio. Non è la gente per il Sacerdote, bensì il Sacerdote per la gente, nella sua globalità, senza mai restringere il proprio servizio a un piccolo gruppo. Il Sacerdote non può scegliersi il posto che gli piace, i metodi di lavoro che ritiene maggiormente congeniali, le persone ritenute più simpatiche, gli orari più comodi, le distrazioni – seppur legittime – quando sottraggono tempo ed energie alla propria specifica missione pastorale. La missione richiama l’identità e l’identità richiama la missione, esse si illuminano a vicenda.

 

 

 

3. Cosa “porta” un Sacerdote all’umanità?

 

Il Sacerdote - è commovente pensarlo – è sempre presente nella Chiesa; in tutti i tempi, per la forza dello Spirito Santo, egli è strumento essenziale della permanenza e della vita della Chiesa stessa.

Questo è il motivo per il quale il prete, in rapporto con la società, sarà, in un modo o nell’altro, segno di contraddizione. Uno dei primi servizi, che il Sacerdote rende al mondo, è quello di proclamare la verità. Egli deve rimanere sulla scia della tradizione profetica.

Come Cristo, il Sacerdote apporta all’umanità un beneficio preziosissimo: quello di inquietarla. L’inquietudine che egli deve seminare è il santo timore di Dio, questo tormento dell’Infinito, che ha spinto la ricerca di mistici e di eroi della carità di tutti i tempi.

 

 

4. Le circostanze attuali paiono particolarmente complesse. Come affrontarle?

 

Quando pensiamo alle circostanze attuali e al bisogno di prepararci ad affrontare tali circostanze, credo che il metodo migliore, per rispondere alle necessità umane, sia quello di essere Sacerdoti secondo il Cuore di Cristo. Gettando uno sguardo sulla storia, sono quanto mai numerosi i cambiamenti nel mondo, nella società, ma è sempre identica la sfida fondamentale: quella di essere sacerdoti radicalmente somiglianti a Cristo. Nella Lettera agli Ebrei non leggiamo che Cristo cambia per venire incontro ai tempi, bensì che Egli rimane lo stesso in ogni età: Gesù Cristo, lo stesso ieri, oggi e sempre (Cf. Eb 13,8). Il Sacerdote dovrebbe aggrapparsi senza paura, senza complessi innanzi al mondo, alla roccia che è Cristo, perché Egli gli infonda il coraggio di affrontare qualsiasi situazione si presenti nella quotidianità. La Chiesa – e lo dimostra la storia – è in grado di resistere a tutti gli attacchi, a tutti gli assalti che possono essere sferrati contro di essa dalle potenze politiche, economiche e culturali, ma non potrebbe mai resistere al pericolo che deriverebbe dalla dimenticanza delle parole di Cristo: “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo”. È Gesù stesso ad additarne la conseguenza: “Se il sale diventa insipido come si preserverà il mondo dalla corruzione” (Cf. Mt 5, 13-14).

A cosa servirebbe, infatti, un Sacerdote così assimilato al mondo da diventare mimetizzato e non più fermento trasformante? Di fronte ad un mondo anemico di preghiera e di adorazione, di verità e di giustizia, il Sacerdote è anzitutto l’uomo della preghiera, dell’adorazione, del culto, della celebrazione dei santi Misteri “Davanti agli uomini, in nome di Cristo” (P.O. n. 2). Il miglior contributo che il Sacerdote possa dare alle doverose cause della giustizia e della pace è mantenersi sempre uomo di Dio.

 

 

 

5. In questo giorno si rinnovano le promesse sacerdotali. Quali sono gli impegni più urgenti e attuali, che un prete dovrebbe rinnovare dinanzi a Dio e ai fratelli?

 

Credo, innanzitutto, l’impegno della testimonianza, intesa etimologicamente come martirio: un motivato impegno missionario, nella consapevolezza rinnovata che Cristo, ordinariamente, viene a noi soltanto “nella” e “dalla” Chiesa, che prolunga la Sua Presenza nel tempo. Missione tipica della Chiesa è erpicare il terreno del mondo in profondità e in estensione, fino agli estremi confini, in modo tale da non lasciare alcun angolo e alcun ambito sottratto alla grazia.

Ma questo immane ed esaltante lavoro di “instaurare omnia in Christo”, richiede che la Chiesa, in questa Sua dinamica intrinsecamente missionaria, custodisca incessantemente e con ogni cura il senso di Dio; che non riduca se stessa nel tentativo di “valorizzare” le realtà profane: solo non rinunciando alla propria identità soprannaturale, la Chiesa potrà autenticamente evangelizzare le realtà “naturali”. Costi qual che costi, Essa deve rimanere ciò che è: trascendente e mistero.

È difficile, ma è stimolante. La Chiesa ha il compito “negativo” di liberare il mondo dall’ateismo e quello “positivo” di soddisfare il bisogno insopprimibile che l’uomo, consciamente o inconsciamente, ha di realizzarsi, ovvero della santità.

È quì che appare il Sacerdote. È quì che egli interviene, come un emissario di Dio per rispondere alla sete bruciante di una umanità sempre alla ricerca.

 

 

6. Il Sacerdote celebra l’Eucaristia in Persona Christi. Come può un prete riuscire a essere degno di una simile responsabilità?

 

Solo Dio, nella Sua misericordia, può “rendere degni” gli uomini di un così straordinario, perfino inaudito, compito.

Il Sacerdote è tale a immagine del Salvatore: deve sforzarsi di assomigliare il più possibile a Lui, pronto a dare se stesso, a offrirsi interamente, anima e corpo, volontà e cuore, a servizio di Cristo e perciò stesso, dei fratelli. È la totalità dell’oblazione a Dio che garantisce la totalità del servizio ai fratelli, che garantisce la dinamica missionaria. Così come la castità garantisce la sponsalità e la grande paternità. In tutto ciò non ci sono dei “no”, ma un grande, liberante “sì”.

È questa la chiave di lettura delle promesse di obbedienza, di castità vissuta nel celibato, nell’impegno di un cammino nel distacco dalle cose, dalle situazioni, da se stessi; nel clima di un’intensa, sacramentale fraternità sacerdotale. Tutto ciò è inscritto in un amore più grande e nella logica gioiosa del dono. Il Sacerdote non entrerà mai in crisi né di identità, né di solitudine, né di frustrazione culturale se, resistendo alla tentazione di disperdersi nella folla anonima, non scenderà mai – quanto ad intenzione, dirittura morale e stile – dalla predella dell’altare del sacrificio del Corpo e del Sangue di Cristo. Quanto più, ogni giorno, il Sacerdote si sforzerà di tenere alto il tono di vita, orientando al Signore il pensiero e l’azione, l’orazione e l’attività, tanto più potrà vivere ogni giorno il dono di se stesso al Padre. Il ministero dovrà essere la logica conseguenza dell’intimità divina. Spesso di parla di “creatività” pastorale, ma si deve ricordare che tale “creatività”, se sanamente intesa, può nascere solo da un cuore traboccante di santo e divino amore, come il Cuore Immacolato di Maria.

 

 

7. Quale deve essere il giusto rapporto tra fedeli laici e Sacerdoti?

 

Fratelli tra fratelli, con compiti anche essenzialmente diversi, quindi alcuni sono chiamati a essere Padri e altri no, ma tutti sono certamente chiamati alla santità in Cristo. Il Signore consacra i Suoi Sacerdoti non per farne una “casta”, ma per farne dei profeti; non per conferire loro privilegi, ma per farli partecipi della Sua Croce; non perché esercitino un dominio, ma perché si dedichino al servizio, ricordando che lo stesso compito di guidare è servizio; non perché si agitino in un ministero logorante e dispersivo, ma perché, come Gesù, continuino nel mondo a dare il loro corpo e a versare il loro sangue per tutti i fratelli.

 

 

8. Si fa un gran parlare oggi di celibato sacerdotale. Cosa dire in merito?

 

Con il sacro celibato ci troviamo di fronte ad un’icona particolarmente significativa del Buon Pastore, che nulla tiene per se stesso e che dona tutto per il bene del gregge. Da un’attenta riflessione cristologica emerge la strettissima convenienza di associare questa prassi di vita allo stato sacerdotale. D’altronde essa rifulge in Colui che è l’Unico, Sommo ed Eterno Sacerdote, al quale i Sacerdoti di ogni tempo, luogo e cultura, sono ontologicamente configurati, con tutte le conseguenze esistenziali e ministeriali.

Potremmo dire che dai tempi apostolici in poi, si snoda un filo aureo di continuità e una significativa coralità magisteriale fino ai nostri giorni. Certamente da questa ricchezza emerge un’esigenza di radicalismo evangelico che favorisce in modo speciale lo stile di vita “sponsale”. Essa scaturisce dalla configurazione del Sacerdote a Gesù Cristo, attraverso il Sacramento dell’Ordine.

Configurato a Cristo Capo e Pastore, Servo e Sposo della Chiesa, il Sacerdote è chiamato a vivere una vita di imitazione di Cristo che lo eleva al livello dei consigli evangelici; la continenza perfetta, sull’esempio della verginità di Cristo, gli permette di esercitare più pienamente la carità pastorale, al punto che si è in diritto di vedere in lui un alter Christus.

 

 

9. E la tanto vituperata solitudine del prete?

 

Il Giovedì Santo richiama anche la fraternità sacerdotale. Si tratta di una fraternità non sociologica ma sacramentale. Occorre che la formazione seminaristica e permanente – che devono essere assolutamente saldate insieme, in armonica continuità – aiuti a far sì che il dono della comunione maturi nel dono della comunità.

La Chiesa assiste oggi ad una frantumazione sempre più accentuata dei legami tra le persone, in ogni ambito sociale. Proprio le famiglie tendono a concepirsi come luoghi di passaggio o di relazioni pattuite, ma sempre revocabili. Non possiamo pensare che la figura del prete celibe non subisca il contraccolpo di queste innumerevoli solitudini. Com’è necessario “riposizionare”, al centro della vita cristiana, vere comunità familiari, capaci di dare speranza e di far brillare il dono della comunione e la sua fecondità, così abbiamo bisogno di Sacerdoti che sappiano mostrare la fecondità comunionale e comunitaria della loro “solitudine” verginale.

La stessa iniziativa della Congregazione per il Clero di una “cordata” di adorazione eucaristica mondiale per i Sacerdoti, deve essere interpretata in questa chiave essenzialmente comunionale e soprannaturale: essa servirà certamente ai Sacerdoti, come fonte inesauribile e divina di energie missionarie e, nel contempo, ai fedeli laici, per recuperare la verità sul Sacerdozio ministeriale cattolico, che non può, in alcun caso, essere ridotto a mero funzionalismo pastorale, accolto solo per l’eventuale rilevanza sociologica che riveste. Né è lecito generalizzare, a tutto il Clero, le responsabilità di pochi.

 

 

10. Come si spiega la crisi delle vocazioni nella società attuale?

 

Tutte le volte in cui si parla di “crisi delle vocazioni”, come quando si parla di “crisi del matrimonio”, si deve pensare piuttosto ad una crisi che sta a monte e che genera le altre: essa è la crisi di fede.

C’è un dato di fatto constatabile da tutti: laddove si aprono ai giovani, con fede nella grazia, i vasti orizzonti dell’integralità della sequela di Cristo, essi rispondono numerosi e con autentico entusiasmo, mentre laddove si operano tentativi riduzionisti dell’identità e del ministero pastorale, tutto languisce sulla via della progressiva desertificazione. Talvolta – e questo è un fatto tristissimo – si constata la decadenza e si cercano soluzioni che non sono altro, se non la premessa alla decadenza stessa. Occorre l’umiltà della verità: saper riconoscere i propri errori. Occorre coraggio, il coraggio di saper anche mettere in discussione le scelte che non hanno portato frutti o che hanno generato devastazione. Occorre quindi non autogiustificarsi dietro il paravento di “nuove strutture”. Le terapie possono essere formulate soltanto dopo che la diagnosi è spietatamente chiara. Occorre pregare, pregare, pregare affinché non si cada in quanto dice il Salmo 135: “Hanno occhi e non vedono… hanno piedi e non camminano”, nella certa consapevolezza che Dio non lascerà mai sola la Sua Chiesa e che non farà mai mancare pastori “secondo il Suo Cuore”.