GPII 1980 Insegnamenti - Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La concupiscenza è il frutto della rottura dell'alleanza con Dio

1. Durante l'ultima nostra riflessione, abbiamo detto che le parole di Cristo nel Discorso della montagna sono in diretto riferimento al "desiderio" che nasce immediatamente nel cuore umano; indirettamente, invece, quelle parole ci orientano a comprendere una verità sull'uomo, che è di importanza universale.

Questa verità sull'uomo "storico", di importanza universale, verso la quale ci indirizzano le parole di Cristo tratte da Matteo 5,27-28, sembra essere espressa nella dottrina biblica sulla triplice concupiscenza. Ci riferiamo qui al conciso enunciato della prima Lettera di S. Giovanni: "Tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno" (1Jn 2,16-17). E' ovvio che per capire queste parole, bisogna tenere gran conto del contesto, in cui sono inserite, cioè il contesto di tutta la "teologia giovannea", su cui si è tanto scritto. Tuttavia, le stesse parole s'inseriscono, contemporaneamente, nel contesto di tutta la Bibbia: esse appartengono al complesso della verità rivelata sull'uomo, e sono importanti per la teologia del corpo. Non spiegano la concupiscenza stessa nella sua triplice forma, poiché sembrano presupporre che "la concupiscenza del corpo, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita", siano, in qualche modo, un concetto chiaro e conosciuto. Spiegano, invece, la genesi della triplice concupiscenza, indicando la sua provenienza non "dal Padre", ma "dal mondo".


2. La concupiscenza della carne e, insieme ad essa, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, è "nel mondo" e al tempo stesso "viene dal mondo", non come frutto del mistero della creazione, ma come frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male" (cfr. Gn 2,17) nel cuore dell'uomo. Ciò che fruttifica nella triplice concupiscenza non è il "mondo" creato da Dio per l'uomo, la cui "bontà" fondamentale abbiamo più volte letto in Genesi 1: "Dio vide che era cosa buona... era cosa molto buona". Nella triplice concupiscenza fruttifica invece la rottura della prima alleanza con il Creatore, con Dio-Elohim, con Dio-Jahvè. Questa alleanza fu rotta nel cuore dell'uomo. Bisognerebbe fare qui un'accurata analisi degli avvenimenti descritti in Genesi 3,1- 6. Tuttavia, ci riferiamo solo in generale al mistero del peccato, agli inizi della storia umana.

Infatti, solo come conseguenza del peccato, come frutto della rottura dell'alleanza con Dio nel cuore umano - nell'intimo dell'uomo - il "mondo" del Libro della Genesi è divenuto il "mondo" delle parole giovannee (1Jn 2,15-16): luogo e sorgente di concupiscenza.

Così, dunque, l'enunciato secondo cui la concupiscenza "non viene dal Padre, ma dal mondo", sembra indirizzarci, ancora una volta, verso il biblico "principio". La genesi della triplice concupiscenza, presentata da Giovanni, trova in questo principio la sua prima e fondamentale delucidazione, una spiegazione, che è essenziale per la teologia del corpo. Per intendere quella verità di importanza universale sull'uomo "storico", contenuta nella parole di Cristo durante il discorso della montagna (Mt 5,27-28), dobbiamo ancora una volta tornare al Libro della Genesi, ancora una volta soffermarci "alla soglia" della rivelazione dell'uomo "storico". Ciò è tanto più necessario, in quanto tale soglia della storia della salvezza si dimostra al tempo stesso soglia di autentiche esperienze umane, come costateremo nelle successive analisi. Vi rivivranno gli stessi significati fondamentali, che abbiamo ricavato dalle precedenti analisi, quali elementi costitutivi di una antropologia adeguata e profondo substrato della teologia del corpo.


3. può sorgere ancora la domanda se sia lecito trasporre i contenuti tipici della "teologia giovannea", racchiusi in tutta la prima lettera (1Jn 2,15-16), sul terreno del Discorso della montagna secondo Matteo, e precisamente dell'affermazione di Cristo tratta da Matteo 5,27-28: "Avete inteso che fu detto: Non commetterete adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore". Riprenderemo questo argomento più volte: ciò nonostante, facciamo riferimento fin d'ora al contesto biblico generale, all'insieme della verità sull'uomo, in essa rivelata ed espressa. Proprio nel nome di questa verità, cerchiamo di capire fino in fondo l'uomo, che Cristo indica nel testo di Matteo 5,27-28: cioè l'uomo che "guarda" la donna "per desiderarla". Un tale sguardo, in definitiva, non si spiega forse col fatto che quell'uomo è appunto un "uomo di desiderio", nel senso della prima Lettera di S. Giovanni, anzi che entrambi, cioè l'uomo che guarda per desiderare e la donna che è oggetto di tale sguardo, si trovano nella dimensione della triplice concupiscenza, che "non viene dal Padre, ma dal mondo"? Occorre, dunque, intendere che cosa sia quella concupiscenza o piuttosto chi sia quel biblico "uomo di desiderio", per scoprire la profondità delle parole di Cristo secondo Matteo 5,27-28, e per spiegare che cosa significhi il loro riferimento, tanto importante per la teologia del corpo, al "cuore" umano.


4. Torniamo di nuovo al racconto jahvista, in cui lo stesso uomo, maschio e femmina, appare all'inizio come uomo di innocenza originaria - prima del peccato originale - e poi come colui che ha perduto questa innocenza, infrangendo l'originaria alleanza col suo Creatore. Non intendiamo qui fare un'analisi completa della tentazione e del peccato, secondo lo stesso testo di Genesi 3,1-5, la relativa dottrina della Chiesa e la teologia. Conviene soltanto osservare che la stessa descrizione biblica sembra mettere particolarmente in evidenza il momento chiave, in cui nel cuore dell'uomo è posto in dubbio il Dono. L'uomo che coglie il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male" fa, al tempo stesso, una scelta fondamentale e la attua contro il volere del Creatore, Dio Jahvè, accettando la motivazione suggeritagli dal tentatore: "Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male"; secondo antiche traduzioni: "Sarete come dèi, conoscenti del bene e del male". In questa motivazione si racchiude chiaramente la messa in dubbio del Dono e dell'Amore, da cui trae origine la creazione come donazione. Per quanto riguarda l'uomo, egli riceve in dono il "mondo" ed al tempo stesso la "immagine di Dio", cioè l'umanità stessa in tutta la verità della sua duplicità maschile e femminile. E' sufficiente leggere accuratamente tutto il brano di Genesi 3,1-5, per individuarvi il mistero dell'uomo che volta le spalle al "Padre" (anche se nel racconto non troviamo tale appellativo di Dio). Mettendo in dubbio, nel suo cuore, il significato più profondo della donazione, cioè l'amore come motivo specifico della creazione e dell'Alleanza originaria (cfr. Gn 3,5), l'uomo volta le spalle al Dio-Amore, al "Padre".

In certo senso lo rigetta dal suo cuore. Contemporaneamente, quindi, distacca il suo cuore e quasi lo recide da ciò che "viene dal Padre": così, resta in lui ciò che "viene dal mondo".


5. "Allora si aprirono gli occhi di tutte e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture" (Gn 3,6). Questa è la prima frase del racconto jahvista, che si riferisce alla "situazione" dell'uomo dopo il peccato e mostra il nuovo stato della natura umana. Non suggerisce forse anche questa frase l'inizio della "concupiscenza" nel cuore dell'uomo? Per dare una risposta più approfondita a tale domanda, non possiamo soffermarci su quella prima frase, ma occorre rileggere il testo per intero. Tuttavia, qui vale la pena di ricordare ciò che nelle prime analisi è stato detto sul tema della vergogna come esperienza "del limite". Il Libro della Genesi fa riferimento a questa esperienza per dimostrare il "confine" esistente tra lo stato di innocenza originaria (cfr. in particolare Genesi 2,25, al quale abbiamo dedicato molta attenzione nelle precedenti analisi) e lo stato di peccaminosità dell'uomo al "principio" stesso.

Mentre Genesi 2,25 sottolinea che "erano nudi... ma non ne provavano vergogna", Genesi 3,6 parla esplicitamente della nascita della vergogna in connessione col peccato. Quella vergogna è quasi la prima sorgente del manifestarsi nell'uomo - in entrambi, uomo e donna - di ciò che "non viene dal Padre, ma dal mondo".

Data: 1980-04-30 Data estesa: Mercoledi 30 Aprile 1980.


Al termine dell'udienza generale - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La gioia per la liberazione degli ostaggi di Bogotà

Voglio rendere partecipi anche voi, carissimi fratelli e sorelle qui presenti, della profonda consolazione che ho provato nell'apprendere la liberazione di tutti gli ostaggi, che ormai da due mesi erano trattenuti nell'Ambasciata della Repubblica Dominicana, a Bogotà. Come sapete, tra gli altri Rappresentanti diplomatici di vari Paesi vi era pure il Nunzio Apostolico, Monsignor Angelo Acerbi, rappresentante della Santa Sede in Colombia; egli è giunto a Roma, ieri, ed ho avuto la gioia di riabbracciarlo.

Ringraziamo insieme il Signore per la conclusione, che da tanto tempo si auspicava, ed era attesa da tutti; e ringraziamoLo soprattutto perché essa è avvenuta senza che accadessero danni irreparabili sia alle persone singole, sia alle Nazioni nelle loro mutue relazioni di pace. E' una gioia per me, ed è una gioia per tutta l'umanità, perché è una affermazione dei veri grandi beni che devono essere garantiti ad ogni costo.

Questo aspetto umano è ciò che soprattutto merita di essere messo in luce in una circostanza così gravida di conseguenze, che poteva concludersi anche tragicamente, e ricca di risvolti umanitari commoventi, terminata invece felicemente.

Le lunghe sofferenze di chi è passato attraverso una esperienza tanto drammatica; le comprensibili privazioni degli interminabili giorni della reclusione; le ansie delle care famiglie e dei singoli Governi: tutto è ormai un brutto ricordo di fronte alla realtà consolante che ora si è avverata.

C'è effettivamente da rallegrarsi quando finalmente trionfa la ragione, la solidarietà, l'effettiva volontà di pace, il rispetto per la dignità umana, l'osservanza del diritto delle Genti, sancito da convenzioni che riguardano i rappresentanti di un popolo come persone sacre e inviolabili.

Nel ringraziare fervidamente il Signore per questo felice esito, preghiamo perché una soluzione egualmente positiva possa essere trovata sempre, anche altrove. Là si rivolge il mio pensiero, il mio augurio, la mia preghiera.

Data: 1980-04-30 Data estesa: Mercoledi 30 Aprile 1980.


Messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Atteggiamento attivo delle famiglie di fronte ai "mass-media"

Diletti fratelli e sorelle in Cristo.

La Chiesa cattolica celebrerà il 18 maggio prossimo la giornata mondiale delle comunicazioni sociali, in ossequio a quanto disposto dal Concilio ecumenico Vaticano II, il quale in uno dei suoi primi documenti ha stabilito che ogni anno, in tutte le diocesi, vi sia una giornata nella quale i fedeli preghino perché il Signore renda più efficace il lavoro della Chiesa in questo settore e perché ognuno rifletta sui propri doveri e contribuisca con l'offerta a mantenere e incrementare le istituzioni e le iniziative promosse dalla Chiesa nel campo delle comunicazioni sociali.

Nel corso di questi anni tale giornata è andata acquistando un'importanza crescente; in molti paesi, inoltre, i cattolici si sono associati ai membri di altre comunità cristiane nel celebrarla, offrendo così un opportuno esempio di solidarietà, conforme al principio ecumenico di "non compiere separatamente quanto può essere compiuto insieme". Di questo dobbiamo essere grati al Signore.

Quest'anno, in sintonia col tema del prossimo sinodo dei Vescovi che considererà i problemi riguardanti la famiglia nelle mutate circostanze dei tempi moderni, siamo invitati a portare la nostra attenzione sui rapporti tra mass-media e famiglia. Un fenomeno che oggi investe tutte le famiglie anche nel loro intimo è proprio la vasta diffusione degli strumenti della comunicazione sociale: stampa, cinema, radio e televisione. E' ormai difficile trovare una casa in cui non sia entrato almeno uno di tali strumenti. Mentre fino a pochi anni fa la famiglia era formata da genitori, figli, e da qualche altra persona legata da vincoli di parentela o di lavoro domestico, oggi, in certo senso, il cerchio si è aperto alla "compagnia" più o meno consueta di annunciatori, attori, commentatori politici e sportivi ed anche alle visite di personaggi importanti e famosi, appartenenti a professioni, ideologie e nazionalità diverse.

E' questo un dato di fatto che offre straordinarie opportunità, ma che nasconde anche insidie e pericoli non trascurabili. La famiglia risente oggi delle forti tensioni e del crescente disorientamento, che caratterizzano la vita sociale nel suo insieme. Sono venuti meno alcuni fattori di stabilità che le assicuravano, nel passato, una salda coesione interna e le consentivano - grazie ad una completa comunanza di interessi e di bisogni e ad una convivenza spesso non interrotta neppure dal lavoro - di svolgere un ruolo decisamente prevalente nella funzione educativa e socializzante.

In questa situazione di difficoltà, e a volte, perfino di crisi, i mezzi di comunicazione sociale intervengono spesso come fattori di ulteriore disagio. I messaggi che essi recano presentano non raramente una visione deformata della natura della famiglia, della sua fisionomia, del suo ruolo educativo. Essi possono introdurre, inoltre, fra i suoi componenti abitudini negative di fruizione distratta e superficiale dei programmi offerti, di acritica passività di fronte ai loro contenuti, di rinuncia al confronto reciproco e al dialogo costruttivo. In particolare, mediante i modelli di vita che essi presentano, con la suggestiva efficacia dell'immagine, delle parole e dei suoni, tendono a sostituirsi alla famiglia nei compiti di avviamento alla percezione ed all'assimilazione dei valori esistenziali.

A tale riguardo, è necessario sottolineare l'influenza crescente che i mass-media, e tra questi specialmente la televisione, esercitano sul processo di socializzazione dei ragazzi, fornendo una visione dell'uomo, del mondo e dei rapporti con gli altri, che spesso differisce profondamente da quella che la famiglia intende trasmettere. I genitori in molti casi non se ne preoccupano abbastanza. Attenti in genere a vigilare sulle amicizie che i loro figli intrattengono, essi non lo sono altrettanto nei confronti dei messaggi che la radio, la televisione, i dischi, la stampa ed i "fumetti" recano nell'intimità "protetta" e "sicura" della loro casa. In tal modo i mass-media entrano spesso nella vita dei più giovani senza quella necessaria mediazione orientatrice da parte dei genitori e degli altri educatori, che potrebbe neutralizzare eventuali loro elementi negativi e valorizzare invece convenientemente i non piccoli apporti positivi, capaci di servire allo sviluppo armonioso del processo educativo.

E' indubbio, per altro, che gli strumenti della comunicazione sociale rappresentano anche una fonte preziosa di arricchimento culturale per il singolo e per l'intera famiglia. Dal punto di vista di quest'ultima, in particolare, non va dimenticato che essi possono contribuire a stimolare il dialogo e l'interscambio nella piccola comunità e ad ampliarne gli interessi, aprendola ai problemi della più grande famiglia umana; essi consentono, inoltre, una certa partecipazione ad avvenimenti religiosi lontani, che possono costituire un motivo di singolare conforto per gli ammalati e per gli impediti; il senso dell'universalità della Chiesa e della sua attiva presenza nell'impegno per la soluzione dei problemi dei popoli diviene più profondo. così gli strumenti della comunicazione sociale possono molto contribuire ad avvicinare i cuori degli uomini nella simpatia, nella comprensione e nella fraternità. La famiglia può aprirsi, col loro aiuto, a sentimenti più stretti e più profondi verso tutto il genere umano. Benefici questi che non devono essere sottovalutati.

Affinché, tuttavia, la famiglia possa trarre tali benefici dall'uso dei mass-media, senza subirne i condizionamenti mortificanti, è necessario che i suoi componenti, ed in primo luogo i genitori, si pongano in un atteggiamento attivo di fronte ad essi, impegnandosi nell'affinamento delle facoltà critiche e non assumendo passivamente ogni messaggio trasmesso, ma cercando di comprenderne e di giudicarne il contenuto. Sarà necessario, altresi, decidere in modo autonomo lo spazio da assegnare alla loro utilizzazione, in rapporto anche alle attività ed agli impegni che la famiglia come tale ed i vari suoi membri devono affrontare.

In sintesi: è compito dei genitori educare se stessi, e con sé i figli, a capire il valore della comunicazione, a saper scegliere tra i vari messaggi da essa veicolati, a recepire i messaggi scelti non lasciandosene sopraffare, ma reagendo in forma responsabile ed autonoma. Laddove tale compito sia convenientemente adempiuto, i mezzi della comunicazione sociale cessano di interferire nella vita della famiglia come pericolosi concorrenti che ne insidiano le funzioni fondamentali e si offrono invece come occasioni preziose di confronto ragionato con la realtà e come utili componenti di quel processo di graduale maturazione umana, che l'introduzione dei ragazzi nella vita sociale richiede.

E' ovvio che in questo impegno delicato le famiglie devono poter contare in non piccola misura sulla buona volontà, sulla rettitudine e sul senso di responsabilità dei professionisti dei "media" - editori, scrittori, produttori, direttori, drammaturghi, informatori, commentatori e attori, categorie tutte, nelle quali è prevalente la presenza dei laici -. A tutti questi, uomini e donne, voglio ripetere quanto ho detto lo scorso anno durante uno dei miei viaggi: "Le grandi forze che modellano il mondo - politica "mass-media", scienza, tecnologia, cultura, educazione, industria e lavoro - sono campi nei quali i laici sono particolarmente competenti per esercitare la loro missione specifica" (Ioannis Pauli PP. II "Homilia in urbe "Limerick" habita", die 1 oct. 1979: "Insegnamenti di Giovanni Paolo II", II,2[1979] 497).

Non c'è dubbio che i "mass-media" costituiscano oggi una delle grandi forze che modellano il mondo, e che in questo campo un numero crescente di persone, ben dotate e altamente preparate, è chiamato a trovare il proprio lavoro e la possibilità di esercitare la propria vocazione. La Chiesa pensa a loro con affetto sollecito e rispettoso e prega per essi. Poche professioni richiedono tanta energia, dedizione, integrità e responsabilità come questa, ma, nello stesso tempo, sono poche le professioni che abbiano un'uguale incidenza sui destini dell'umanità.

Invito, pertanto, vivamente tutti coloro che sono impegnati nelle attività connesse con gli strumenti della comunicazione sociale ad associarsi alla Chiesa in questa giornata di riflessione e di preghiera. Preghiamo insieme Dio perché questi nostri fratelli crescano nella coscienza delle loro grandi possibilità nel servire l'umanità e nell'indirizzare il mondo verso il bene; preghiamo perché il Signore doni loro la comprensione, la saggezza ed il coraggio di cui hanno bisogno per poter rispondere alle loro gravi responsabilità; preghiamo perché siano sempre attenti ai bisogni dei recettori, che in gran parte sono componenti di famiglie come le loro, con genitori spesso troppo stanchi dopo una giornata di lavoro per poter essere sufficientemente vigilanti e con fanciulli pieni di fiducia, impressionabili e facilmente vulnerabili. Ricordando tutto questo, essi avranno anche presenti le enormi risonanze che il loro lavoro può avere sia nel bene che nel male, ed eviteranno di essere incoerenti con se stessi ed infedeli alla loro particolare vocazione.

La mia speciale benedizione apostolica va oggi a tutti coloro che lavorano nel campo delle comunicazioni sociali, a tutte le famiglie e a quanti, mediante la preghiera, la riflessione e la discussione, cercano di mettere tali importanti strumenti al servizio dell'uomo e della gloria di Dio.

Dal Vaticano, 1° maggio 1980.

Data: 1980-05-01Data estesa: Giovedi 1Maggio 1980.


Messaggi al Congresso Nazionale Pastorale di Liverpool

IL SALUTO PER LA SESSIONE INAUGURALE


E' con grande gioia che vi invio questo messaggio di saluto in occasione del vostro incontro nella Cattedrale di Cristo Re per l'apertura del vostro Congresso Nazionale Pastorale.

I vostri duemila delegati - arrivati da ogni parte dell'Inghilterra e del Galles, comprendenti sacerdoti, diaconi, religiosi e laici - si sono riuniti su invito dei vostri Vescovi e sotto la loro guida. Come membri della Chiesa Pellegrina vi siete riuniti per condividere le vostre idee e per esaminare ciò che è stato fatto finora, in fedeltà al Vangelo, per approfondire i decreti del Concilio Vaticano II. In questo, seguite la mia intenzione che espressi quando fui eletto Papa: essere fedele al Concilio e sforzarmi di farlo fruttificare. Che Dio vi benedica e vi guidi in questo importante proposito.

Sono stato informato di come abbiate attentamente preparato nelle vostre diocesi e nelle vostre congregazioni religiose questa occasione speciale. Il vostro desiderio è di raggiungere un profondo rinnovamento spirituale delle vostre vite. Desiderate rinvigorire il vostro comune impegno nella missione che nostro Signore Gesù Cristo affido alla Chiesa, una missione condivisa da tutto il Popolo di Dio attraverso il Battesimo e la Cresima. Prego affinché il vostro lavoro di questi giorni dia grandi frutti. E vi invito a riporre tutta la vostra fiducia in Dio "colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare" (Ep 3,20).

Invio i miei saluti anche agli osservatori di altre comunità cristiane che sono venuti per prendere parte con i loro Fratelli Cattolici a questa significativa celebrazione religiosa. Come i Padri del Concilio Vaticano II ci hanno ricordato: "Si ricordino tutti i fedeli, che tanto meglio promuoveranno, anzi vivranno in pratica l'unione dei cristiani, quanto più si studieranno di condurre una vita più conforme al Vangelo" (UR 7) Saluto anche le autorità civili e i rappresentanti ufficiali presenti, ed esprimo il mio rispetto e la mia amicizia a tutta la città di Liverpool nella celebrazione del suo centenario.

Quando queste parole vi giungeranno, io staro visitando le popolazioni africane. Ricordando l'universalità della Chiesa e l'unità in Cristo che tutti condividiamo, vi chiedo di pregare perché il mio pellegrinaggio di fede contribuisca a costruire il Regno di Dio, e dia coraggio alla Chiesa in Africa.

Nei prossimi giorni, la candela del Congresso brucierà nella vostra Cattedrale per ricordarvi della nostra vita risorta in Cristo e del suo invito a condividere quella vita. Possa essere anche un segno della vostra fede, che brucia ardentemente come segno di speranza per il mondo. E possa simboleggiare la vostra fiducia in Cristo che è via, verità e vita.

Siano la grazia e la pace del nostro Salvatore Gesù Cristo con tutti voi.

OGNUNO E' CHIAMATO A PARTECIPARE ALLA MISSIONE DELLA CHIESA Venerabili fratelli, Cari fratelli e sorelle in Cristo, Sono molto felice di avere questa opportunità di parlare a voi, delegati al Congresso Nazionale Pastorale, all'inizio delle vostre discussioni su temi importanti che riguardano la vita della Chiesa Cattolica in Inghilterra e Galles.

Vi siete riuniti nel nome di Gesù Cristo, con speranza ed attesa, confidando nella promessa del Salvatore: "Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20). In queste giornate, volete valutare la vita e le opere della Chiesa, approfondire la vostra preghiera, aprire ancor più i vostri cuori all'appello costante alla conversione, suggerire il cammino per il futuro.

E' per tutti voi una grande opportunità e una grande responsabilità. Che voi possiate svolgere il vostro compito con coraggio ed umiltà, cercando la luce e la forza dello Spirito Santo per essere fedeli al Vangelo. I Cattolici dei vostri paesi hanno una lunga tradizione di fedeltà a Cristo e al Seggio di Pietro, come testimoniano le vite di molti vostri martiri. Fate che questa tradizione che avete ereditato continui ad essere il segno distintivo delle vostre vite.

All'inizio del Congresso, voglio farvi le mie congratulazioni per l'iniziativa che avete preso in comune responsabilità. E' un'iniziativa che testimonia la varietà di doni nel Corpo di Cristo, e la vitale missione di tutti i battezzati nella Chiesa che, in unisono con la gerarchia e sotto la sua guida, costruiscono il Regno di Dio.

La condivisione delle responsabilità nella Chiesa si basa sulla convinzione che è un unico Spirito di verità che conduce i cuori dei fedeli e che garantisce il Magistero dei pastori del gregge. A questo proposito, vorrei ricordare quello che dissi ad un gruppo di Vescovi a Roma in occasione della loro visita "ad limina": "Nella comunità dei fedeli - che deve sempre mantenere l'unità cattolica con i vescovi e la Santa Sede - ci sono grandi momenti di fede. Lo Spirito Santo illumina le anime dei fedeli con la sua verità, ed infiamma d'amore i loro cuori. Ma questo sensus fidelium non è indipendente dal Magistero della Chiesa, strumento dello stesso Spirito Santo e da lui assistito. Solo quando i fedeli sono nutriti dalla Parola di Dio, fedelmente ed integralmente trasmessa nella sua purezza, il loro carisma diventa operativo e fertile. Quando la Parola di Dio è fedelmente proclamata ed accettata dalla comunità, essa porta frutti di giustizia e santità in abbondanza" (Ioannis Pauli PP. II Allocutio ad quosdam Indiae sacros Praesules, occasione oblata eorum visitationis "ad limina", die 3 maii 1979: , II [1979] 1356-1357).

Sin dal momento della mia elezione al Seggio di Pietro, ho considerato mio dovere continuare il lavoro del concilio Vaticano II. Per compiere questo dovere, ho sentito il bisogno di richiamare l'attenzione sulla comprensione da parte della Chiesa della sua stessa natura e della sua missione, come stabilito nella Magna Charta del Concilio, la Costituzione Dogmatica della Chiesa "Lumen Gentium". Dobbiamo continuamente riflettere sul mistero della Chiesa, sforzandoci di apprezzare questa visibile comunione di fede, speranza e carità attraverso la quale Cristo comunica la verità e la grazia a tutti gli uomini e a tutte le donne (cfr. LG 8).

In questa occasione chiedo ad ognuno di voi di meditare sul mistero della Chiesa e di riflettere sulle meravigliose vie attraverso cui il potere salvifico di Dio opera tramite essa. Considerate il vostro ruolo nella missione della Chiesa, come sacerdoti, diaconi, religiosi o laici. Perché ogni battezzato è chiamato a prendere parte attivamente alla missione della Chiesa in modo che essa possa far sentire la sua presenza con l'azione. E' soprattutto nella preghiera che Gesù ci unisce a lui, nella sua opera di salvezza e servizio.

Fratelli e sorelle in Cristo: "Corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della nostra fede" (He 12,2). Non perdiamo di vista le sue parole guida. Non perdiamo di vista il suo Spirito che vive nei nostri cuori. Confidate in Gesù per ogni cosa. Confidate nella sua grazia che lavora dentro di voi e che vi invita al sacrificio e alla santità. Confidate nella sua presenza nell'Eucarestia e in tutta la Chiesa.

Confidate nel potere del suo Vangelo come la luce che vi guiderà nell'avvenire.

"La parola di Dio dimori tra voi abbondantemente" (Col 3,16); perché sono la sua giustizia, la sua misericordia ed il suo amore che portate nel mondo.

Chiedo ancora all'Onnipotente di benedirvi e guidarvi, di tenervi per sempre vicini a Cristo che è via verità e vita. Aspettiamo insieme il giorno in cui - forse nella vostra cara terra - gioendo nell'eredità di Maria, potremo cantare insieme l'inno composto per il vostro congresso: "La verità sulla mia bocca, il suo cammino a guidare i miei passi - Ed io vivro, non io ma il Cristo in me".

Ed è nel nome di Cristo che vi benedico tutti: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Amen. [Traduzione dall'inglese]

Data: 1980-05-02Data estesa: Venerdi 2Maggio 1980.


Aeroporto di Fiumicino - Roma

Titolo: Lieto di partecipare intensamente alla gioia delle Chiese giovani

Nel momento in cui mi accingo ad iniziare il mio viaggio apostolico in Africa, desidero ringraziare con profonda stima e sincera cordialità i presenti: gli Eminentissimi Cardinali, i Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il Rappresentante del Governo Italiano, e tutti coloro i quali hanno voluto dirmi il loro affetto e il loro incoraggiamento per questo mio nuovo lungo cammino.

Il contesto storico di questa iniziativa è quello di partecipare alle celebrazioni del centenario dell'evangelizzazione nel Ghana e nello Zaire: mi reco nel cuore di un immenso Continente, l'Africa, che ha ricevuto la luce della fede cristiana dai missionari. Al tempo stesso sono lieto di poter partecipare intensamente, con la mia personale presenza, alla gioia di quelle Chiese giovani, nelle quali i Vescovi autoctoni hanno ormai preso la successione dei Vescovi missionari.

Ho voluto altresi estendere questa mia prima visita ad altre Nazioni del centro del Continente Africano, cioè alla Repubblica Popolare del Congo, al Kenya, all'Alto Volta e alla Costa d'Avorio.

Non è stato, purtroppo, possibile inserire anche tutti quei Paesi dell'Africa, dai quali mi sono giunti pressanti ed affettuosi inviti. Ringrazio per questo gesto cordiale, e confido di poter un giorno rispondere positivamente al loro desiderio.

Come i miei precedenti viaggi, anche questo vuole avere una finalità eminentemente religiosa e missionaria: il Vescovo di Roma, il Pastore della Chiesa universale va in Africa per confermare (cfr. Lc 22,32) i confratelli nell'Episcopato, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi, le religiose, i missionari e le missionarie, gli uomini e le donne, uniti tutti nella stessa fede in Cristo morto per i nostri peccati, e risorto per la nostra giustificazione (cfr. Rm 4,25); per pregare con loro e per esprimere a quelle Chiese locali, pulsanti di vita giovanile e di entusiastico dinamismo, l'ammirazione e il compiacimento di tutta la Chiesa nei loro riguardi; e per manifestare altresi a tutti gli abitanti dell'Africa sinceri sentimenti di stima e di rispetto per le loro tradizioni e la loro cultura, e per esternare ad essi un cordiale augurio di prosperità e di pace.

Mi reco nell'Africa dei Martiri dell'Uganda e pertanto non posso, fin da questo momento, non esprimere alle Nazioni che visitero, come pure a tutte le altre Nazioni di quel Continente, l'affetto e la speranza che il Papa e la Chiesa nutrono per esse. L'Africa contemporanea ha una indubbia importanza ed un ruolo originale nel contesto dell'odierna vita internazionale, a motivo dei suoi problemi di carattere politico, sociale, economico; del suo dinamismo, insito nelle forze piene di freschezza e di vitalità dei suoi abitanti. Quel grande Continente sta costruendo, pur in mezzo a tante tensioni, la propria storia. I cattolici africani, come pure tutti i credenti in Cristo, insieme con tutti i credenti in Dio, potranno certamente offrire un valido e prezioso contributo di idee e di opere per la costruzione di un'Africa che, nel rispetto degli antichi valori culturali, sappia vivere nella solidarietà, nell'ordine e nella giustizia.

Voglia il Signore, in questi giorni, dar forza ai miei passi, che annunziano la pace (cfr. Is 52,7).

La Vergine Maria, nel cui Cuore materno ho posto il raggiungimento delle finalità spirituali del mio viaggio, assista me, l'Africa e la Chiesa tutta.

Data: 1980-05-02Data estesa: Venerdi 2Maggio 1980.


GPII 1980 Insegnamenti - Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)