Catechismo Chiesa Catt. 391

II. La caduta degli angeli


391 Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c'è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, [Cf Gen 3,1-5 ] la quale, per invidia, li fa cadere nella morte [Cf Sap 2,24 ]. La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo [Cf Jn 8,44; 391 Ap 12,9 ]. La Chiesa insegna che all'inizio era un angelo buono, creato da Dio. "Diabolus enim et alii dImones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali - Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi" [Concilio Lateranense IV (1215): Denz. -Schönm., 800].


392 La Scrittura parla di un peccato di questi angeli [ Cf 2P 2,4 ]. Tale "caduta" consiste nell'avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: "Diventerete come Dio" (Gn 3,5). "Il diavolo è peccatore fin dal principio" (1Jn 3,8), "padre della menzogna" (Jn 8,44).


393 A far si che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell'infinita misericordia divina. "Non c'è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta come non c'è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte" [ San Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 2, 4: PG 94, 877C].


394 La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama "omicida fin dal principio" (Jn 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre [Cf Mt 4,1-11 ]. "Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo" (1Jn 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l'uomo a disobbedire a Dio.


395 La potenza di Satana pero non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l'edificazione del Regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo Regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni - di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica - per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina Provvidenza, la quale guida la storia dell'uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell'attività diabolica è un grande mistero, ma "noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio" (Rm 8,28).


III. Il peccato originale


La prova della libertà


396 Dio ha creato l'uomo a sua immagine e l'ha costituito nella sua amicizia. Creatura spirituale, l'uomo non può vivere questa amicizia che come libera sottomissione a Dio. Questo è il significato del divieto fatto all'uomo di mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male, "perché quando tu ne mangiassi, certamente moriresti" (Gn 2,17). "L'albero della conoscenza del bene e del male" (Gn 2,17) evoca simbolicamente il limite invalicabile che l'uomo, in quanto creatura, deve liberamente riconoscere e con fiducia rispettare. L'uomo dipende dal Creatore, è sottomesso alle leggi della creazione e alle norme morali che regolano l'uso della libertà.


Il primo peccato dell'uomo


397 L'uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore [Cf Gen 3,1-11 ] e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In cio è consistito il primo peccato dell'uomo [Cf Rm 5,19 ]. In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà.


398 Con questo peccato, l'uomo ha preferito se stesso a Dio, e, percio, ha disprezzato Dio: ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione di creatura e conseguentemente contro il suo proprio bene. Costituito in uno stato di santità, l'uomo era destinato ad essere pienamente "divinizzato" da Dio nella gloria. Sedotto dal diavolo, ha voluto diventare "come Dio", [Cf Gen 3,5 ] ma "senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio" [San Massimo il Confessore, Ambiguorum liber: PG 91, 1156C].


399 La Scrittura mostra le conseguenze drammatiche di questa prima disobbedienza. Adamo ed Eva perdono immediatamente la grazia della santità originale [Cf Rm 3,23 ]. Hanno paura di quel Dio [Cf Gen 3,9-10 ] di cui si son fatti una falsa immagine, quella cioè di un Dio geloso delle proprie prerogative [Cf Gen 3,5 ].


400 L'armonia nella quale essi erano posti, grazie alla giustizia originale, è distrutta; la padronanza delle facoltà spirituali dell'anima sul corpo è infranta; [Cf Gen 3,7 ] l'unione dell'uomo e della donna è sottoposta a tensioni; [Cf Gen 3,11-13 ] i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza all'asservimento [Cf Gen 3,16 ]. L'armonia con la creazione è spezzata: la creazione visibile è diventata aliena e ostile all'uomo [Cf Gen 3,17; Gen 3,19 ]. A causa dell'uomo, la creazione è "sottomessa alla caducità" (Rm 8,20). Infine, la conseguenza esplicitamente annunziata nell'ipotesi della disobbedienza [Cf Gen 2,17 ] si realizzerà: l'uomo tornerà in polvere, quella polvere dalla quale è stato tratto [Cf Gen 3,19 ]. La morte entra nella storia dell'umanità [Cf Rm 5,12 ].


401 Dopo questo primo peccato, il mondo è inondato da una vera "invasione" del peccato: il fratricidio commesso da Caino contro Abele; [Cf Gen 4,3-15 ] la corruzione universale quale conseguenza del peccato; [Cf Gen 6,5; Gen 6,12; Rm 1,18-32 ] nella storia d'Israele, il peccato si manifesta frequentemente soprattutto come infedeltà al Dio dell'Alleanza e come trasgressione della Legge di Mosè; anche dopo la Redenzione di Cristo, fra i cristiani, il peccato si manifesta in svariati modi [Cf 1Co 1-6; Ap 2-3 ]. La Scrittura e la Tradizione della Chiesa richiamano continuamente la presenza e l'universalità del peccato nella storia dell'uomo:


Quel che ci viene manifestato dalla Rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti, se l'uomo guarda dentro al suo cuore, si scopre anche inclinato al male e immerso in tante miserie che non possono certo derivare dal Creatore che è buono. Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo ultimo fine, e al tempo stesso tutto il suo orientamento sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e verso tutte le cose create [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 13].


Conseguenze del peccato di Adamo per l'umanità


402 Tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo. San Paolo lo afferma: "Per la disobbedienza di uno solo, tutti sono stati costituiti peccatori" (Rm 5,19); "Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, cosi anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato. . . " (Rm 5,12). All'universalità del peccato e della morte l'Apostolo contrappone l'universalità della salvezza in Cristo: "Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, cosi anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita" (Rm 5,18).


403 Sulle orme di san Paolo la Chiesa ha sempre insegnato che l'immensa miseria che opprime gli uomini e la loro inclinazione al male e alla morte non si possono comprendere senza il loro legame con la colpa di Adamo e prescindendo dal fatto che egli ci ha trasmesso un peccato dal quale tutti nasciamo contaminati e che è "morte dell'anima" [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1512]. Per questa certezza di fede, la Chiesa amministra il Battesimo per la remissione dei peccati anche ai bambini che non hanno commesso peccati personali [Cf ibid., 1514].


404 In che modo il peccato di Adamo è diventato il peccato di tutti i suoi discendenti? Tutto il genere umano è in Adamo "sicut unum corpus unius hominis - come un unico corpo di un unico uomo" [San Tommaso d'Aquino, Quaestiones disputatae de malo, 4, 1]. Per questa "unità del genere umano" tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo, cosi come tutti sono coinvolti nella giustizia di Cristo. Tuttavia, la trasmissione del peccato originale è un mistero che non possiamo comprendere appieno. Sappiamo pero dalla Rivelazione che Adamo aveva ricevuto la santità e la giustizia originali non soltanto per sé, ma per tutta la natura umana: cedendo al tentatore, Adamo ed Eva commettono un peccato personale, ma questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in una condizione decaduta [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1511-1512]. Si tratta di un peccato che sarà trasmesso per propagazione a tutta l'umanità, cioè con la trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali. Per questo il peccato originale è chiamato "peccato" in modo analogico: è un peccato "contratto" e non "commesso", uno stato e non un atto.


405 Il peccato originale, sebbene proprio a ciascuno, [Cf ibid., 1513] in nessun discendente di Adamo ha un carattere di colpa personale. Consiste nella privazione della santità e della giustizia originali, ma la natura umana non è interamente corrotta: è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza e al potere della morte, e inclinata al peccato (questa inclinazione al male è chiamata "concupiscenza"). Il Battesimo, donando la vita della grazia di Cristo, cancella il peccato originale e volge di nuovo l'uomo verso Dio; le conseguenze di tale peccato sulla natura indebolita e incline al male rimangono nell'uomo e lo provocano al combattimento spirituale.


406 La dottrina della Chiesa sulla trasmissione del peccato originale è andata precisandosi soprattutto nel V secolo, in particolare sotto la spinta della riflessione di sant'Agostino contro il pelagianesimo, e nel XVI secolo, in opposizione alla Riforma protestante. Pelagio riteneva che l'uomo, con la forza naturale della sua libera volontà, senza l'aiuto necessario della grazia di Dio, potesse condurre una vita moralmente buona; in tal modo riduceva l'influenza della colpa di Adamo a quella di un cattivo esempio. Al contrario, i primi riformatori protestanti insegnavano che l'uomo era radicalmente pervertito e la sua libertà annullata dal peccato delle origini; identificavano il peccato ereditato da ogni uomo con l'inclinazione al male (concupiscentia"), che sarebbe invincibile. La Chiesa si è pronunciata sul senso del dato rivelato concernente il peccato originale soprattutto nel II Concilio di Orange nel 529 [Cf Concilio di Orange II: Denz.-Schönm., 371-372] e nel Concilio di Trento nel 1546 [Cf Concilio di Trento: Denz.-Schönm., 1510-1516].


Un duro combattimento


407 La dottrina sul peccato originale - connessa strettamente con quella della Redenzione operata da Cristo - offre uno sguardo di lucido discernimento sulla situazione dell'uomo e del suo agire nel mondo. In conseguenza del peccato dei progenitori, il diavolo ha acquisito un certo dominio sull'uomo, benché questi rimanga libero. Il peccato originale comporta "la schiavitù sotto il dominio di colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo" [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1510-1516]. Ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 25] e dei costumi.


408 Le conseguenze del peccato originale e di tutti i peccati personali degli uomini conferiscono al mondo nel suo insieme una condizione peccaminosa, che può essere definita con l'espressione di san Giovanni: "il peccato del mondo" (Jn 1,29). Con questa espressione viene anche significata l'influenza negativa esercitata sulle persone dalle situazioni comunitarie e dalle strutture sociali che sono frutto dei peccati degli uomini [Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio et paenitentia, 16].


409 La drammatica condizione del mondo che "giace" tutto "sotto il potere del maligno" (1Jn 5,19), [Cf 1P 5,8 ] fa della vita dell'uomo una lotta:


Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta incominciata fin dall'origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l'uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 37].


IV. "Tu non l'hai abbandonato in potere della morte"


410 Dopo la caduta, l'uomo non è stato abbandonato da Dio. Al contrario, Dio lo chiama, [Cf Gen 3,9 ] e gli predice in modo misterioso che il male sarà vinto e che l'uomo sarà sollevato dalla caduta [Cf Gen 3,15 ]. Questo passo della Genesi è stato chiamato "Protovangelo", poiché è il primo annunzio del Messia redentore, di una lotta tra il serpente e la Donna e della vittoria finale di un discendente di lei.


411 La Tradizione cristiana vede in questo passo un annunzio del "nuovo Adamo", [Cf 1Co 15,21-22; 411 1Co 15,45 ] che, con la sua obbedienza "fino alla morte di croce" (Ph 2,8) ripara sovrabbondantemente la disobbedienza di Adamo [Cf Rm 5,19-20 ]. Inoltre, numerosi Padri e dottori della Chiesa vedono nella Donna annunziata nel "protovangelo" la Madre di Cristo, Maria, come "nuova Eva". Ella è stata colei che, per prima e in una maniera unica, ha beneficiato della vittoria sul peccato riportata da Cristo: è stata preservata da ogni macchia del peccato originale [Cf Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus: Denz. -Schönm., 2803] e, durante tutta la sua vita terrena, per una speciale grazia di Dio, non ha commesso alcun peccato [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1573].


412 Ma perché Dio non ha impedito al primo uomo di peccare? San Leone Magno risponde: "L'ineffabile grazia di Cristo ci ha dato beni migliori di quelli di cui l'invidia del demonio ci aveva privati" [San Leone Magno, Sermones, 73, 4: PL 54, 396]. E san Tommaso d'Aquino: "Nulla si oppone al fatto che la natura umana sia stata destinata ad un fine più alto dopo il peccato. Dio permette, infatti, che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande. Da qui il detto di san Paolo: "Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Rm 5,20). E il canto dell'Exultet: "O felice colpa, che ha meritato un tale e cosi grande Redentore!"" [San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, III, 1, 3, ad 3].


In sintesi


413 "Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. . . La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo" (Sg 1,13 Sg 2,24).


414 Satana o il diavolo e gli altri demoni sono angeli decaduti per avere liberamente rifiutato di servire Dio e il suo disegno. La loro scelta contro Dio è definitiva. Essi tentano di associare l'uomo alla loro ribellione contro Dio.


415 "Costituito da Dio in uno stato di giustizia, l'uomo pero, tentato dal Maligno, fin dagli inizi della storia abuso della sua libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio" [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 13].


416 Per il suo peccato, Adamo, in quanto primo uomo, ha perso la santità e la giustizia originali che aveva ricevute da Dio non soltanto per sé, ma per tutti gli esseri umani.


417 Adamo ed Eva alla loro discendenza hanno trasmesso la natura umana ferita dal loro primo peccato, privata, quindi, della santità e della giustizia originali. Questa privazione è chiamata "peccato originale".


418 In conseguenza del peccato originale, la natura umana è indebolita nelle sue forze, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza, al potere della morte, e inclinata al peccato (inclinazione che è chiamata "con cupiscenza").


419 "Noi dunque riteniamo, con il Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso insieme con la natura umana, "non per imitazione ma per propagazione", e che percio è "proprio a ciascuno"" [Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 16].


420 La vittoria sul peccato riportata da Cristo ci ha donato beni migliori di quelli che il peccato ci aveva tolto: "Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Rm 5,20).


421 Secondo la fede dei cristiani, questo mondo è stato "creato" ed è "conservato nell'esistenza dall'amore del Creatore"; questo mondo è "certamente posto sotto la schiavitù del peccato, ma liberato da Cristo crocifisso e risorto, con la sconfitta del Maligno..." [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 2].



PARTE PRIMA - LA PROFESSIONE DELLA FEDE


SEZIONE SECONDA - LA PROFESSIONE DELLA FEDE CRISTIANA


CAPITOLO SECONDO - CREDO IN GESU' CRISTO, IL FIGLIO UNIGENITO DI DIO


La Buona Novella: Dio ha mandato il suo Figlio


422 "Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mando il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli" (Ga 4,4-5). Ecco la Buona Novella riguardante "Gesù Cristo, Figlio di Dio" (Mc 1,1): Dio ha visitato il suo popolo, [Cf Lc 1,68 ] ha adempiuto le promesse fatte ad Abramo ed alla sua discendenza; [Cf Lc 1,55 ] ed è andato oltre ogni attesa: ha mandato il suo "Figlio prediletto" (Mc 1,11).


423 Noi crediamo e professiamo che Gesù di Nazaret, nato ebreo da una figlia d'Israele, a Betlemme, al tempo del re Erode il Grande e dell'imperatore Cesare Augusto, di mestiere carpentiere, morto crocifisso a Gerusalemme, sotto il procuratore Ponzio Pilato, mentre regnava l'imperatore Tiberio, è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, il quale è "venuto da Dio" (Jn 13,3), "disceso dal cielo" (Jn 3,13 Jn 6,331Jn 4,2Jn 1,14Jn 1,16).


424 Mossi dalla grazia dello Spirito Santo e attirati dal Padre, noi, riguardo a Gesù, crediamo e confessiamo: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16). Sulla roccia di questa fede, confessata da san Pietro, Cristo ha fondato la sua Chiesa [Cf Mt 16,18; San Leone Magno, Sermones, 4, 3: PL 54, 151; 51, 1: PL 54, 309B; 62, 2: PL 54, 350C-351A; 83, 3: PL 54, 432A].


"Annunziare... le imperscrutabili ricchezze di Cristo


425 La trasmissione della fede cristiana è innanzitutto l'annunzio di Gesù Cristo, allo scopo di condurre alla fede in lui. Fin dall'inizio, i primi discepoli sono stati presi dal desiderio ardente di annunziare Cristo: "Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato" (Ac 4,20). Essi invitano gli uomini di tutti i tempi ad entrare nella gioia della loro comunione con Cristo:


Cio che noi abbiamo udito, cio che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, cio che noi abbiamo contemplato e cio che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di cio rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta (1Jn 1,1-4).


Al centro della catechesi: Cristo


426 "Al centro della catechesi noi troviamo essenzialmente una persona: quella di Gesù di Nazaret, unigenito del Padre. . . , il quale ha sofferto ed è morto per noi e ora, risorto, vive per sempre con noi. . . Catechizzare. . . è, dunque, svelare nella persona di Cristo l'intero disegno di Dio. . . E' cercare di comprendere il significato dei gesti e delle parole di Cristo, dei segni da lui operati" [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 5]. Lo scopo della catechesi: "Mettere. . . in comunione. . . con Gesù Cristo: egli solo può condurre all'amore del Padre nello Spirito e può farci partecipare alla vita della Santa Trinità" [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 5].


427 "Nella catechesi è Cristo, Verbo incarnato e Figlio di Dio, che viene insegnato, e tutto il resto lo è in riferimento a lui;... solo Cristo insegna, mentre ogni altro lo fa nella misura in cui è il suo portavoce, consentendo a Cristo di insegnare per bocca sua... Ogni catechista dovrebbe poter applicare a se stesso la misteriosa parola di Gesù: "La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato" (Jn 7,16)" [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 5].


428 Colui che è chiamato a "insegnare Cristo", deve dunque cercare innanzi tutto quel guadagno che è la "sublimità della conoscenza di Cristo"; bisogna accettare di perdere tutto, "al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui", e di "conoscere lui, la potenza della sua Risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti" (Ph 3,8-11).


429 Da questa amorosa conoscenza di Cristo nasce irresistibile il desiderio di annunziare, di "evangelizzare", e di condurre altri al "si" della fede in Gesù Cristo. Nello stesso tempo si fa anche sentire il bisogno di conoscere sempre meglio questa fede. A tal fine, seguendo l'ordine del Simbolo della fede, saranno innanzi tutto presentati i principali titoli di Gesù: Cristo, Figlio di Dio, Signore (articolo 2). Il Simbolo successivamente confessa i principali misteri della vita di Cristo: quelli della sua Incarnazione (articolo 3), quelli della sua Pasqua (articoli 4 e 5), infine quelli della sua glorificazione (articoli 6 e 7).


Articolo 2




"E IN GESU' CRISTO, SUO UNICO FIGLIO, NOSTRO SIGNORE"


I. Gesù


430 Gesù in ebraico significa: "Dio salva". Al momento dell'Annunciazione, l'angelo Gabriele dice che il suo nome proprio sarà Gesù, nome che esprime ad un tempo la sua identità e la sua missione [Cf Lc 1,31 ]. Poiché Dio solo può rimettere i peccati, [Cf Mc 2,7 ] è lui che, in Gesù, il suo Figlio eterno fatto uomo, "salverà il suo popolo dai suoi peccati" (Mt 1,21). Cosi, in Gesù, Dio ricapitola tutta la sua storia di salvezza a vantaggio degli uomini.


431 Nella storia della salvezza, Dio non si è limitato a liberare Israele "dalla condizione servile" (Dt 5,6) facendolo uscire dall'Egitto; lo salva anche dal suo peccato. Poiché il peccato è sempre un'offesa fatta a Dio, [Cf Ps 51,6 ] solo Dio lo può cancellare [Cf Ps 51,11 ]. Per questo Israele, prendendo sempre più coscienza dell'universalità del peccato, non potrà più cercare la salvezza se non nell'invocazione del nome del Dio Redentore [Cf Ps 79,9 ].


432 Il nome di Gesù significa che il Nome stesso di Dio è presente nella persona del Figlio suo [Cf Ac 5,41; 3Jn 1,7 ] fatto uomo per l'universale e definitiva Redenzione dei peccati. E' il nome divino che solo reca la salvezza, [Cf Jn 3,18; Ac 2,21 ] e può ormai essere invocato da tutti perché, mediante l'Incarnazione, egli si è unito a tutti gli uomini [Cf Rm 10,6-13 ] in modo tale che "non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati" (Ac 4,12) [Cf Ac 9,14; Jc 2,7 ].


433 Il Nome del Dio Salvatore era invocato una sola volta all'anno, per l'espiazione dei peccati d'Israele, dal sommo sacerdote, dopo che questi aveva asperso col sangue del sacrificio il propiziatorio del Santo dei Santi [Cf Lv 16,15-16; Sir 50,20; He 9,7 ]. Il Il propiziatorio era il luogo della presenza di Dio [Cf Ex 25,22; Lv 16,2; Nm 7,89; He 9,5 ]. Quando san Paolo dice di Gesù che "Dio l'ha stabilito a servire come strumento di espiazione... nel suo sangue" (Rm 3,25), intende affermare che nella sua umanità "era Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo" (2Co 5,19).


434 La Risurrezione di Gesù glorifica il nome di Dio Salvatore [Cf Jn 12,28 ] perché ormai è il nome di Gesù che manifesta in pienezza la suprema potenza del "Nome che è al di sopra di ogni altro nome" (Ph 2,9-10). Gli spiriti malvagi temono il suo nome [Cf Ac 16,16-18; Ac 19,13-16 ] ed è nel suo nome che i discepoli di Gesù compiono miracoli; [Cf Mc 16,17 ] infatti tutto cio che essi chiedono al Padre nel suo nome, il Padre lo concede [Cf Jn 15,16 ].


435 Il nome di Gesù è al centro della preghiera cristiana. Tutte le orazioni liturgiche terminano con la formula "per Dominum nostrum Jesum Christum... - per il nostro Signore Gesù Cristo...". L' "Ave, Maria" culmina in "e benedetto il frutto del tuo seno, Gesù". La preghiera del cuore, consueta presso gli orientali è chiamata "preghiera di Gesù", dice: "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore". Parecchi cristiani muoiono con la sola parola "Gesù" sulle labbra, come santa Giovanna d'Arco.


II. Cristo


436 Cristo viene dalla traduzione greca del termine ebraico "Messia" che significa "unto". Non diventa il nome proprio di Gesù se non perché egli compie perfettamente la missione divina da esso significata. Infatti in Israele erano unti nel Nome di Dio coloro che erano a lui consacrati per una mis sione che egli aveva loro affidato. Era il caso dei re, [Cf 1Sam 9,16; 1Sam 10,1; 1Sam 16,1; 1Sam 16,12-13; 436 1Re 1,39 ] dei sacerdoti [Cf Ex 29,7; Lv 8,12 ] e, in rari casi, dei profeti [Cf 1Re 19,16 ]. Tale doveva essere per eccellenza il caso del Messia che Dio avrebbe mandato per instaurare definitivamente il suo Regno [Cf Ps 2,2; Ac 4,26-27 ]. Il Messia doveva essere unto dallo Spirito del Signore, [Cf Is 11,2 ] ad un tempo come re e sacerdote [Cf Zc 4,14; Zc 6,13 ] ma anche come profeta [Cf Is 61,1; Lc 4,16-21 ]. Gesù ha realizzato la speranza messianica di Israele nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re.


437 L'angelo ha annunziato ai pastori la nascita di Gesù come quella del Messia promesso a Israele: "Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo Signore" (Lc 2,11). Fin da principio egli è "colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo" (Jn 10,36), concepito come "santo" (Lc 1,35) nel grembo verginale di Maria. Giuseppe è stato chiamato da Dio a "prendere" con sé "Maria" sua "sposa", incinta di "quel che è generato in lei. . . dallo Spirito Santo" (Mt 1,20), affinché Gesù, "chiamato Cristo", nasca dalla sposa di Giuseppe nella discendenza messianica di Davide (Mt 1,16) [Cf Rm 1,3; 2Tm 2,8; Ap 22,16 ].


438 La consacrazione messianica di Gesù rivela la sua missione divina. "E', d'altronde, cio che indica il suo stesso nome, perché nel nome di Cristo è sottinteso colui che ha unto, colui che è stato unto e l'unzione stessa di cui è stato unto: colui che ha unto è il Padre, colui che è stato unto è il Figlio, ed è stato unto nello Spirito che è l'unzione" [Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 18, 3]. La sua consacrazione messianica eterna si è rivelata nel tempo della sua vita terrena nel momento in cui fu battezzato da Giovanni, quando Dio lo "consacro in Spirito Santo e potenza" (Ac 10,38) "perché egli fosse fatto conoscere a Israele" (Jn 1,31) come suo Messia. Le sue opere e le sue parole lo riveleranno come "il Santo di Dio" (Mc 1,24 Jn 6,69 Ac Jn 3,14).


439 Numerosi giudei ed anche alcuni pagani che condividevano la loro speranza hanno riconosciuto in Gesù i tratti fondamentali del "figlio di Davide" messianico promesso da Dio a Israele [Cf Mt 2,2; Mt 9,27; Mt 12,23; Mt 15,22; Mt 20,30; 439 Mt 21,9; Mt 2,15 ]. Gesù ha accettato il titolo di Messia cui aveva diritto, [Cf Jn 4,25-26; Jn 11,27 ] ma non senza riserve, perché una parte dei suoi contemporanei lo intendevano secondo una concezione troppo umana, [Cf Mt 22,41-46 ] essenzialmente politica [Cf Jn 6,15; Lc 24,21 ].


440 Gesù ha accettato la professione di fede di Pietro che lo riconosceva quale Messia, annunziando la passione ormai vicina del Figlio dell'uomo [Cf Mt 16,16-23 ]. Egli ha cosi svelato il contenuto autentico della sua regalità messianica, nell'identità trascendente del Figlio dell'uomo "che è disceso dal cielo" (Jn 3,13), [Cf Jn 6,62; 440 Dn 7,13 ] come pure nella sua missione redentrice quale Servo sofferente: "Il Figlio dell'uomo. . . non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (Mt 20,28) [Cf Is 53,10-12 ]. Per questo il vero senso della sua regalità si manifesta soltanto dall'alto della croce [Cf Jn 19,19-22; Lc 23,39-43 ]. Solo dopo la Risurrezione, la sua regalità messianica potrà essere proclamata da Pietro davanti al popolo di Dio: "Sappia dunque con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!" (Ac 2,36).


III. Figlio Unigenito di Dio


441 Figlio di Dio, nell'Antico Testamento, è un titolo dato agli angeli, [Cf Dt (LXX) 32, 8; Gb 1,6 ] al popolo dell'elezione, [Cf Ex 4,22; Os 11,1; 441 Ger 3,19; Sir 36,11; Sap 18,13 ] ai figli d'Israele [Cf Dt 14,1; Os 2,1 ] e ai loro re [Cf 2Sam 7,14; Ps 82,6 ]. In tali casi ha il significato di una filiazione adottiva che stabilisce tra Dio e la sua creatura relazioni di una particolare intimità. Quando il Re-Messia promesso è detto "figlio di Dio", [Cf 1Cr 17,13; Ps 2,7 ] cio non implica necessariamente, secondo il senso letterale di quei testi, che egli sia più che umano. Coloro che hanno designato cosi Gesù in quanto Messia d'Israele [Cf Mt 27,54 ] forse non hanno inteso dire di più [Cf Lc 23,47 ].


442 Non è la stessa cosa per Pietro quando confessa Gesù come "il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16), perché Gesù risponde con solennità: "Né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli" (Mt 16,17). Parallelamente Paolo, a proposito della sua conversione sulla strada di Damasco, dirà: "Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamo con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani.. . " (Ga 1,15-16). "Subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio" (Ac 9,20). Questo sarà fin dagli inizi [Cf 1Th 1,10 ] il centro della fede apostolica [Cf Jn 20,31 ] professata prima di tutti da Pietro quale fondamento della Chiesa [Cf Mt 16,18 ].


443 Se Pietro ha potuto riconoscere il carattere trascendente della filiazione divina di Gesù Messia, è perché egli l'ha lasciato chiaramente intendere. Davanti al sinedrio, alla domanda dei suoi accusatori: "Tu dunque sei il Figlio di Dio?", Gesù ha risposto: "Lo dite voi stessi: io lo sono" (Lc 22,70) [Cf Mt 26,64; Mc 14,61 ]. Già molto prima, egli si era designato come "il Figlio" che conosce il Padre, [Cf Mt 11,27; Mt 21,37-38 ] che è distinto dai "servi" che Dio in precedenza ha mandato al suo popolo, [ Cf Mt 21,34-36 ] superiore agli stessi angeli [ Cf Mt 24,36 ]. Egli ha differenziato la sua filiazione da quella dei suoi discepoli non dicendo mai "Padre nostro" [Cf Mt 5,48; Mt 6,8; Mt 7,21; 443 Lc 11,13 ] tranne che per comandar loro: " Voi dunque pregate cosi: Padre nostro" (Mt 6,9); e ha sottolineato tale distinzione: "Padre mio e Padre vostro" (Jn 20,17).


444 I Vangeli riferiscono in due momenti solenni, il Battesimo e la Trasfigurazione di Cristo, la voce del Padre che lo designa come il suo "Figlio prediletto" [Cf Mt 3,17; Mt 17,5 ]. Gesù presenta se stesso come "il Figlio unigenito di Dio" (Jn 3,16) e con tale titolo afferma la sua preesistenza eterna [Cf Jn 10,36 ]. Egli chiede la fede "nel Nome del Figlio unigenito di Dio" (Jn 3,18). Questa confessione cristiana appare già nell'esclamazione del centurione davanti a Gesù in croce: "Veramente quest'uomo era il Figlio di Dio" (Mc 15,39); infatti soltanto nel Mistero pasquale il credente può dare al titolo "Figlio di Dio" il suo pieno significato.


445 Dopo la Risurrezione la sua filiazione divina appare nella potenza della sua umanità glorificata: egli è stato costituito "Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la Risurrezione dai morti" (Rm 1,4) [Cf Ac 13,33 ]. Gli Apostoli potranno confessare: "Noi vedemmo la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità" (Jn 1,14).



Catechismo Chiesa Catt. 391