
1964-AUDIENZE - Mercoledì, 12 agosto 1964
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Diletti Figli e Figlie!
Una delle impressioni caratteristiche della visita al Papa è quella che obbliga a voltarsi indietro e a dare uno sguardo al passato, alla storia, alla tradizione. Non è che questa impressione sia l’unica in chi viene all’Udienza pontificia, perché altre impressioni invitano a prendere visione e coscienza del presente, e altre a guardare avanti, al futuro, ai destini estremi della vita umana, sia individuale, che universale. Ma sta il fatto che il visitatore, sia egli un pellegrino, un fedele, ovvero un osservatore estraneo, venendo dal Papa trova cento stimoli, che gli fanno rivolgere il pensiero a cose antiche, a costumi passati, a ricordi di tempi trascorsi; tanto che, spesso, chi non ha una conoscenza esatta della Chiesa è tentato di sospettare che la Chiesa sia un’istituzione d’altri tempi, antiquata, forse sorpassata, interessante per gli studiosi di storia, per gli archeologi e per gli antiquari, ma non più per gli uomini del nostro tempo. Qui la lingua, gli abiti, le cerimonie, gli stemmi, ecc., sembrano cose sopravvissute, che difficilmente si capiscono, molto curiose e molto belle forse, ma strane e superflue per la vita moderna.
Noi non possiamo, naturalmente, condividere tale opinione, che Ci pare talora di leggere in viso a molti Nostri visitatori, anche se saremmo disposti a discutere sull’opportunità di certe forme particolari, che rivestono l’aspetto esteriore della Chiesa, e che un tempo avevano per chiunque le osservava un senso ben chiaro, di cui ora è più difficile spiegare la ragione e gustare la visione. Ma siamo, invece, molto contenti. che i Nostri visitatori, entrando nella Nostra dimora e respirando la Nostra atmosfera, siano indotti ad uno sguardo retrospettivo, sia pure rapido e sommario, perché questo sguardo all’indietro, Noi pensiamo, è uno dei benefici dell’udienza pontificia. Esso è un lampo luminoso sui secoli passati, che suscita in chi lo avverte una vibrazione spirituale, che potremmo chiamare «senso storico». E voi sapete quanto la cultura moderna abbia magnificato questo senso storico, come una delle più alte espressioni dello spirito; e sapete forse anche quanto bisogno vi sia, nel nostro Paese specialmente, di senso storico vero e popolare, mentre l’opinione pubblica è tutta protesa verso l’avvenire, dimenticando il passato e spesso rinnegandolo con la smania delle riforme inconsulte e delle rivoluzioni.
Ma questa vibrazione spirituale, che richiama alla memoria il cammino lento, faticoso, drammatico dell’umanità, percorso prima del nostro presente, la si può avere anche visitando musei, monumenti, biblioteche, dove sono custoditi i tesori della storia che fu. Visitando la casa del Papa un duplice elemento rende stupefacente l’osservazione; e cioè la continuità storica delle cose che qui si vedono con un’origine ben determinata, e la vivacità attuale dell’istituzione a cui tali cose si riferiscono: non è un museo, non è un cimitero, non è una collezione preziosa ed esotica di oggetti antichi, che qui si offre alla considerazione del visitatore attento: è una cosa viva; e che sia antichissima e viva è fenomeno meraviglioso. Che sia antichissima e sempre eguale a se stessa, sempre coerente, sempre fedele alle norme delle sue lontane origini, è, ripetiamo, meraviglioso; diciamo di più: misterioso.
Ecco allora che la visione del passato della Chiesa, qui documentata da tanti particolari curiosi e talora poco comprensibili, proietta una luce nuova sul presente, non solo della Chiesa, ma nostro: esiste nel nostro tempo, in mezzo a noi, una testimonianza poderosa, che deriva la sua voce e la sua forza dalla Pentecoste, e che dice: Cristo è qui; Cristo, il risorto, vive nella sua Chiesa, e vivrà.
Avete posto attenzione, leggendo il Vangelo di domenica scorsa, quello dei dieci lebbrosi, come l’intenzione centrale di quella pagina evangelica sia espressa dal fatto che uno dei lebbrosi guariti miracolosamente si volta indietro, e ritorna su i suoi passi per riconoscere in Cristo il suo salvatore e per ringraziarlo? (Lc 17,15).
Questo «voltarsi indietro» sembra a Noi atto molto significativo ed esemplare, e, purtroppo, come nell’episodio evangelico, piuttosto raro. Noi siamo restii a voltarci indietro per riconoscere la derivazione della nostra civiltà, e siamo distratti .dai nostri interessi presenti e non ci curiamo di riflettere che tutto il patrimonio della nostra cultura è un’eredità. E questa dimenticanza investe anche la nostra coscienza cristiana, che non si avvede che tutto ciò che le viene dalla Chiesa è un tesoro trasmesso, è un ricordo perenne, è una storia avventurosa ma in sé consistente, è una tradizione, è un dono.
A questo fatto, a questa fortuna dovrebbe farvi pensare la visita al Papa; essa dovrebbe ravvivare in voi la gratitudine a Cristo che ha fatto della Chiesa il canale della sua salvezza; dovrebbe farvi amare l’antichità e la giovinezza della Chiesa; dovrebbe svegliare in voi il senso di responsabilità verso la storia, verso la tradizione della Chiesa, e dovrebbe infondervi il desiderio di mantenerla viva in un perpetuo e moderno rinnovamento.
Così augurando, di cuore vi benediciamo.
Saluti
Nous voulons adresser maintenant un salut particulièrement cordial aux étudiants de quarante nations venus participer aus «tours d’été de langue et de culture italienne» qu’organise à Rome l’Université Catholique du Sacré Coeur de Milan.
Ce «regard vers le passé», auquel Nous invitions tout à l’heure les pèlerins présents à tette audience, Nous semble, en effet, concerner tout spécialement ceux qui, camme vous, séjournent dans un pays avec le but précis d’en étudier la langue et la culture. Que de trésors vous aura révélés déjà ce contact avec les maitres de la langue et de la littérature italiennes! Vous aurez remarqué, sans doute, la piace qu’y tient la religion catholique, avec ses dogmes. son culte, ses saints, ses artistes; et vous aurez pu réfléchir au merveilleux enrichissement que la culture d’un pays peut tirer de l’inspiration religieuse. Rien, en effet, ne peut susciter au cceur de l’homme des sentiments plus profonds et plus vivaces. Nous vous souhaitons donc de tirer de votre studieux séjour à Rome le plus grand profit intellectuel et spirituel, et de tout cceur Nous vous bénissons.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Diletti Figli e Figlie!
La vostra presenza, così numerosa, così varia, così cordiale e filiale, Ci apre quest’oggi il cuore all’espressione confidente non già del consueto colloquio familiare e spirituale delle Nostre udienze generali d’ogni settimana, ma ad alcuni gravi pensieri, che tengono il Nostro animo in profonda meditazione, e che sono suscitati da due stimolanti motivi: la ricorrenza del cinquantesimo anniversario della prima guerra mondiale e del venticinquesimo della seconda, entrambe scoppiate in questo periodo dell’anno, l’una all’inizio di agosto, l’altra all’inizio di settembre, primo motivo; e secondo motivo, i dissidi acuti fra vari Paesi, oggi esistenti già tinteggiati di sangue e balenanti di minacciosi presagi.
All’approssimarsi del XXV anniversario dello scoppio della seconda guerra mondiale risorge nel Nostro animo il commosso ricordo della sera del 24 agosto 1939, quando, per ragione del Nostro servizio alle dipendenze del Papa Pio XII, di venerata memoria, Noi avemmo la ventura di assistere all’atto della radiodiffusione di quel suo messaggio, vibrante di forza e di angoscia, nel quale la voce sua fu grave e solenne, come quella di Profeta di Dio e di Padre del mondo. Risuonano ancora dentro di Noi le lampeggianti parole: «Oggi che . . . la tensione degli spiriti sembra giunta a tal segno da far giudicare imminente lo scatenarsi del tremendo turbine della guerra, rivolgiamo con animo paterno un nuovo e più caldo appello ai Governanti e ai Popoli . . . È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la Giustizia si fa strada. E gl’imperi non fondati sulla Giustizia non sono benedetti da Dio. La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono. Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare . . .» (A.A.S., 1939, p. 334).
Quelle parole rimasero inascoltate da chi sognava la guerra rapida e decisiva, apportatrice di potenza e di gloria. E la guerra, una settimana dopo, scoppiò. Era la seconda guerra mondiale. La prima, della quale in questi giorni è stato ricordato il cinquantesimo anniversario, non aveva dunque insegnato nulla, con i suoi milioni di morti, di mutilati, di feriti, di orfani e con le sue immani rovine? Per verità, anche dopo la prima guerra mondiale nobili e poderosi tentativi di organizzare le nazioni in società di pace furono compiuti, ma senza quella sufficiente evoluzione degli animi e degli atti internazionali verso la fiducia nella verità e nell’amore che devono rendere fratelli gli uomini e farli intenti a costruire un mondo di reciproco rispetto e di comune benessere.
Anche il dramma di furore e di sangue della prima guerra mondiale ebbe dai Nostri Predecessori ammonimenti sapienti e pressanti, guida di deplorazione e di dolore. È errato, è assolutamente antistorico accusare un Papa mite ed umano come S. Pio X - e si è pur osato scriverlo - di corresponsabilità nello scoppio della guerra del 1914. Ed è poi ancora echeggiante, come terribilmente vera, nel cuore di quanti quella guerra hanno sofferta, la celebre parola di Benedetto XV di «inutile strage», riferita alla guerra stessa. Anche allora la voce del Vicario di Cristo, se ebbe echi profondi nei cuori dei popoli e tardi riconoscimenti nelle menti dei pensatori e degli storici, non ebbe che scarsa ed inefficace accoglienza da parte dei Governanti delle Nazioni e dei Dirigenti della pubblica opinione.
La diffidenza, che ha circondato gli interventi ammonitori del magistero pontificio, non Ci scoraggia a rinnovare i Nostri paterni richiami alla pace, quando l’ora della storia, anzi il dovere del Nostro apostolico ufficio lo richieda. La solenne e suggestiva parola, che il Nostro immediato Predecessore Giovanni XXIII, di felice ricordo, rivolse al mondo con la sua Enciclica «Pacem in terris», non è risonata invano; il mondo sentì ch’essa aveva il duplice fascino della sapienza e della bontà. Sembra a Noi che la ricorrenza anniversaria, cinquantenaria l’una, venticinquesima l’altra, delle due guerre mondiali, che hanno insanguinato la prima metà del nostro secolo, offra occasione propizia per fare eco a quei messaggi di pace e per mantenerne vivo ed operante il tonificante ricordo e monito.
È la pace un bene supremo per l’umanità che vive nel tempo; ma è un bene fragile, risultante da fattori mobili e complessi, nei quali il libero e responsabile volere dell’uomo gioca continuamente. Perciò la pace non è mai del tutto stabile e sicura; deve essere ad ogni momento ripensata e ricostituita; presto si indebolisce e decade, se non è incessantemente richiamata a quei veri principii che soli la possono generare e conservare.
Ora Noi assistiamo a questo preoccupante fenomeno: il decadimento di alcuni basilari principii, su cui la pace deve fondarsi e di cui si credeva raggiunto, dopo le tragiche esperienze delle due guerre mondiali un fermo possesso. Nello stesso tempo vediamo rinascere alcuni pericolosi criteri, che di nuovo servono a guidare una miope ricerca dell’equilibrio, o meglio d’una instabile tregua nelle relazioni delle nazioni e delle ideologie dei popoli fra loro.
Di nuovo si oscura il concetto del carattere sacro e intangibile della vita umana, e si vanno nuovamente calcolando gli uomini in funzione del loro numero e della loro eventuale efficienza bellica, non in ragione della loro dignità, dei loro bisogni, della loro comune fratellanza.
Si avvertono nuovi sintomi d’una rinascita di divisioni e di opposizioni fra i popoli, fra le varie stirpi e fra le differenti culture: guidano questo spirito di divisione gli orgogli nazionalistici, le politiche di prestigio, la corsa agli armamenti, gli antagonismi sociali ed economici. Ritorna il concetto illusorio che la pace non possa fondarsi che su la terrificante potenza di armi estremamente micidiali, e mentre da un lato, nobilmente ma debolmente si discute e si lavora per limitare e per abolire gli armamenti, dall’altro, si continua a sviluppare e a perfezionare la capacità distruttiva degli apparati militari.
Di nuovo viene meno il terrore e l’esecuzione della guerra come mezzo vano per risolvere con la forza le questioni internazionali, mentre in diversi punti della terra esplodono in scintille paurose episodi bellici, estenuando la capacità mediatrice degli organi istituiti per mantenere sicurezza alla pace e per rivendicare al metodo delle libere e onorevoli trattative diplomatiche la prerogativa esclusiva delle procedure risolutive.
Risorge così l’egoismo politico o ideologico come espressiva direttiva della vita dei popoli; si attenta alla tranquillità di intere nazioni organizzandovi dal di fuori propagande sovversive e disordini rivoluzionari; si abusa perfino della declamazione pacifista per favorire contrasti sociali e politici
Risorgono l’egoismo, l’interesse esclusivista, la tensione passionale, l’odio fra i popoli; e viene meno il culto della lealtà, della fratellanza e della solidarietà; viene meno l’amore!
Se la sicurezza dei popoli riposa ancora sull’ipotesi d’un legittimo e collettivo impiego della forza armata, Noi dobbiamo ricordare che la sicurezza può riposare ancor più sullo sforzo della mutua comprensione, su la generosità d’una leale e vicendevole fiducia, sullo spirito di collaborazione programmatica, in comune vantaggio ed in aiuto specialmente ai Paesi in via di sviluppo.
Riposa cioè sull’amore!
Ed è ancora di quest’aurea parola che Noi faremo menzione ed elogio per distendere sulle memorie delle atroci guerre passate il candido manto della pace.
Lo vorremmo disteso sui cimiteri di guerra, affinché fossero in essi composte le salme dei caduti che ancora attendono il gesto dell’ultima umana pietà e aspettano che gli orfani parenti le possano visitare e onorare; ed affinché il tragico sonno di tante vittime tenesse sveglio nelle generazioni superstiti e successive l’ammonitrice memoria del terribile dramma che non deve ripetersi più!
Lo vorremmo innalzato, come vessillo d’amicizia e di speranza, sopra i padiglioni dei consessi internazionali, a gloria ed a conforto di quanti con sapienza e con rettitudine lavorano per rendere i popoli fratelli.
Lo vorremmo trasfigurato nell’orizzonte della storia presente e futura, quasi a lasciar trasparire che la sua luce ideale non può che venire dal sole del Dio vivente: senza la fede in Dio, come può essere la pace sincera, libera e sicura?
Uomini di buona volontà! ascoltate la Nostra umile voce, fraterna e paterna, che rievocando le memorie incancellabili dei due immani conflitti non proietta sulla scena presente del mondo fantasmi vuoti e paurosi, ma vuol far giungere nell’intimo dei cuori l’invito alla riflessione saggia e responsabile, l’esortazione a collocare sopra ogni interesse, sopra ogni valore quello dell’umana dignità e della fraterna concordia, il presagio della letizia e della prosperità, che non possono mai più nascere dalla guerra, ma. dalla pace nella sincerità e nella bontà.
È Dio che mette sulle Nostre labbra questo messaggio, e Noi al mondo fidenti lo trasmettiamo col Nostro saluto e con la Nostra Benedizione!
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Con le brevi parole, che rivolgiamo ai Nostri visitatori delle Udienze generali, Noi vorremmo aiutarli a comprendere e a mettere in valore certe impressioni imprecise, anche se spesso commoventi, che si agitano nei loro animi: allora l’udienza diventa una meditazione, diventa una lezione, diventa una luce, che il ricordo dell’udienza stessa dovrà proiettare sul sentiero futuro della vita; diventa benefica.
Ora Noi crediamo d’indovinare che una delle impressioni interiori, di chi viene a visitare il Papa, sia simile a quella di chi sale sopra un colle, sopra un osservatorio, e si accorge che la sua visione panoramica si è fatta più larga, più comprensiva d’un intero paesaggio. Visitare il Papa è come salire all’altezza dalla quale Egli vede e osserva il mondo. Cioè, avvicinando il Papa è facile pensare alla sua posizione e alla sua funzione nella Chiesa e nel mondo, ed è facile avvertire la vastità e la profondità di questioni che si concentrano intorno a Lui.
Anche tralasciando la considerazione dei rapporti religiosi del Papa col Signore e col mondo delle realtà soprannaturali, a cui il suo ministero lo lega, la considerazione dei rapporti ideali e concreti che intercorrono fra Lui, il Papa, e il mondo, sia cattolico che profano, appare grande e degna di riflessione.
Viene infatti in evidenza, da questo punto prospettico, la immensa organizzazione gerarchica della Chiesa, la moltitudine dei fedeli, le missioni lontane, la varietà ingente delle istituzioni che vivono nella Chiesa, le diocesi, le parrocchie, le famiglie religiose, le associazioni, le iniziative di preghiera, di carità, di apostolato. È la visione della cattolicità, della universalità della Chiesa, che da questo osservatorio diventa avvincente e impressionante.
E l’impressione si fa più viva e commovente se si pensa che in questa grande e complessa famiglia, che è la Chiesa, ciascuno di voi ha il suo posto. Nessuno è estraneo. Ciascuno, che sia figlio fedele della Chiesa, può dire: questa è la mia Chiesa, questa è la mia patria spirituale! Come quando, esaminando una carta geografica, ciascuno cerca il punto della propria città o del proprio paese, così, davanti al quadro della Chiesa universale, sollevato davanti allo sguardo dello spirito dall’udienza del Papa, ciascuno è invitato ad avvertire il fatto della propria inserzione nel Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, ed è pervaso da un singolare e inebriante senso di comunione, di solidarietà, di fratellanza. Diletti Figli e Figlie: badate che questo senso di partecipazione alla Chiesa, nella sua grandezza e nella sua complessità, è una delle esperienze spirituali più belle e più benefiche della visita al Papa: è l’esperienza di abitare nella «città di Dio», d’appartenere al popolo di Dio, d’essere una cosa sola con la «santa Chiesa sparsa su tutto il mondo».
È un momento di luce, che può illuminare molti aspetti della vita comune: per un cattolico anche la vita comune deve essere attraversata e sorretta da grandi pensieri: quelli che riguardano l’unione spirituale con tutti i fratelli di fede nel mondo; quelli che ci fanno sentire come interessi nostri i problemi delle missioni e delle condizioni religiose ed umane nelle varie nazioni della terra; quelli che ci fanno godere della prosperità spirituale e morale di questa o di quella regione, e che ci fanno soffrire delle sofferenze della Chiesa là dove è decaduta, ovvero oppressa o perseguitata. Si verifica la parola di San Paolo: «Non vi sia disunione nel corpo (di Cristo), ma le membra abbiano la medesima cura le une per le altre. E quindi se un membro soffre, soffrono con esso tutte le membra; e se un membro gode, godono insieme tutte le membra» (1 Cor 1Co 12,25-26).
Ecco allora che cosa avviene venendo a visitare il Papa: si intuiscono i suoi pensieri, le sue gioie ed i suoi dolori; sono i pensieri, le gioie, i dolori della Chiesa universale. L’adesione alla paternità, ch’è al centro della Chiesa, si risolleva in adesione alla fraternità di cui si compone la Chiesa; avvicinare il cuore, vuol dire sentire il palpito di tutta la circolazione del sangue; onorare l’unità della Chiesa vuol dire entrare in comunione con la cattolicità della Chiesa. È questo un esercizio spirituale caratteristico della Udienza pontificia.
Voi, carissimi Figli e Figlie, venite a leggere nel Nostro cuore le Nostre intenzioni, le Nostre pene, le Nostre speranze. Noi vi associamo volentieri a questi Nostri sentimenti, i quali non possono non essere, voi lo comprendete, che grandi e gravi e tesi sempre al colloquio con Cristo. Ed ecco che così voi partirete di qui quasi imbevuti di alti e stupendi pensieri, quelli della vita travagliata e prodigiosa della Chiesa intera, quelli della carità nelle sue dimensioni universali, quelli che sgombrano l’animo da pensieri meschini ed egoisti e vi fanno invece circolare l’amore di Dio per l’umanità.
Affinché sia profonda, sia operante, sia lieta questa lezione di carità, che è l’udienza del Papa, vi daremo ora la Nostra Apostolica Benedizione.
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L'odierna udienza generale è rallegrata dalla presenza di oltre cinquecento seminaristi di tutta Italia, convenuti a Rocca di Papa per il X Corso di Studi Missionari, organizzato dalla Pontificia Unione Missionaria del Clero nel decennio di istituzione dei Corsi medesimi. Siamo pertanto lieti di porgere il Nostro saluto a loro, a queste trepide e gioiose speranze della Chiesa, che maturano la loro vocazione sacerdotale nella pensosa consapevolezza delle responsabilità, che il problema missionario pone alla formazione, prima, e al ministero, poi, di ogni sacerdote, veramente compreso della sua redentrice missione.
Figli dilettissimi, seminaristi d’Italia!
Ci rivolgiamo dunque a voi con l’effusione del Nostro affetto paterno: voi siete i germogli più cari della Chiesa; a voi essa guarda con fierezza e commozione per l’aiuto che da ciascuno essa si ripromette, per la continuità della sua azione nel mondo; su di voi si figge l’attesa delle anime, che aspettano i ministri di Cristo, i dispensatori dei misteri di Dio (1 Cor 1Co 4,1), destinati a colmare la loro sete di eterno.
Ci conforta profondamente il pensiero che, nell’ascesa verso l’altare del Sacrificio Eucaristico, mèta radiosa di tutti i vostri pensieri, delle vostre aspirazioni, dei vostri sacrifici, voi volete dilatare il cuore all’ampiezza immensa degli orizzonti missionari; che desiderate trarre dalla considerazione della immensa distesa delle messi biancheggianti (cfr. Io.4, 35) l’incoraggiamento a più strenua generosità, a più fervorosa dedizione al futuro ministero, in tutti i sacrifici che esso comporterà alla vostra giovane vita, votata al Signore; e amiamo supporre che in mezzo a voi, come nei Seminari di tutta Italia, sempre più numerosi siano coloro che, fedeli alla voce di Dio che chiama, si orientino verso l’appassionante avvio di una solida vocazione missionaria.
Voi ricordate in questi giorni il decennio di attività dei Corsi di Studi Missionari, che provvido intuito la benemerita Unione Missionaria del Clero volle iniziare, segnando con la sua stimolatrice presenza un più deciso passo in avanti nella formazione missionaria dei seminaristi d’Italia. Abbiamo appreso con grande compiacimento le notizie relative alla vitalità dei vostri Circoli Missionari, alla completezza dei temi considerati, all’interesse da essi suscitato nelle vostre intelligenze giovanilmente aperte e sensibili all’azione della Chiesa nel mondo: e questo Ci dà non piccola consolazione, soprattutto nella particolare temperie di questo momento storico, in cui il Concilio Ecumenico pone con nuova urgenza davanti alla coscienza della famiglia cattolica, e in primo luogo dei sacerdoti, il dovere di essere preparati, nella preghiera e con lo studio, a intrattenere con tutti i fratelli, specialmente con i più lontani, quel dialogo multiforme, paziente, fiducioso, di cui abbiamo fatto aperta menzione nella Nostra Enciclica Ecclesiam Suam.
Di questo impegno Ci rallegriamo col Direttore Nazionale dell’unione, il Venerabile Fratello Ugo Poletti, che è venuto a degnamente raccogliere l’eredità del compianto Mons. Silvio Beltrami, e con i suoi ottimi collaboratori; con gli zelanti Superiori dei vostri Seminari, che vi guidano con mano maestra nella vostra preparazione sacerdotale e missionaria; e con voi, carissimi Chierici e Seminaristi, che negli anni più belli della vostra giovinezza sapete dimostrare con tanta prontezza e rispondenza di voler «sentire cum Ecclesia», e sintonizzare il vostro spirito all’ansia apostolica che pervade tutto il Corpo Mistico di Cristo. Continuate a dedicarvi con passione allo studio dei problemi missionari, secondo i programmi culturali che di anno in anno vi vengono proposti; date un ampio respiro missionario agli anni preziosi della vostra formazione seminaristica; e ricordate che la fecondità del vostro futuro ministero, in qualunque direzione si svolga la vostra vita consacrata, dipenderà certamente anche dalla fiamma dell’ideale missionario, che terrete viva in voi, e che saprete alimentare nelle anime a voi affidate, con le risorse che lo zelo sacerdotale vi suggerirà, con l’aiuto del Signore.
Noi vi incoraggiamo di cuore, e vi siamo vicini con la preghiera e con l’affetto paterno, affinché «Dio, autore di ogni grazia, che vi ha chiamati all’eterna sua gloria in Cristo, vi conduca Egli medesimo a perfezione, vi renda stabili, forti, maturi. A Lui la gloria e la potenza per i secoli dei secoli» (cfr. 1 Petr. 5, 10-11).
La Nostra Benedizione Apostolica confermi questi voti fervidissimi, ottenendo alla Direzione Nazionale della Unione Missionaria del Clero, a ciascuno di voi, diletti seminaristi, ai vostri Superiori e Insegnanti, e ai diletti genitori lontani ogni desiderato dono del Cielo.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Diletti Figli e Figlie!
La vostra visita Ci trova, alla vigilia della ripresa del Concilio ecumenico, assorbiti dai pensieri e dalle occupazioni, che il grande avvenimento reca con sé; e Noi non sapremmo oggi d’altro parlarvi che di questo tema, che interessa al sommo il Nostro ministero, ma che deve interessare altresì gli animi vostri e di quanti si sentono figli fedeli della Chiesa. Abbiamo già inviato al Cardinale Decano, che sta a capo del Consiglio cardinalizio di Presidenza del Concilio, una Lettera con un’esortazione da estendere a tutta la Chiesa per invitare tutti, Clero e fedeli, ad una preparazione ascetica, ad una partecipazione spirituale al Concilio stesso; abbiamo raccomandato, com’è ovvio per i grandi momenti della vita della Chiesa, di esprimere in qualche speciale atto di penitenza e di preghiera l’invocazione e l’attesa dello Spirito Santo, che assiste e guida il cammino dei seguaci di Cristo. Rinnoviamo a voi qui presenti, ottimi Figli e Figlie, la stessa raccomandazione: fate dono al Concilio della vostra adesione spirituale, rettificando le intenzioni interiori che sono al timone della vostra vita verso l’obbedienza a Dio e verso il suo amore, e facendo sorgere dalla profondità dei cuori qualche viva preghiera per il felice esito della straordinaria assemblea della Gerarchia ecclesiastica. Vi saremo gratissimi se avrete un ricordo nelle vostre orazioni anche per Noi, che sentiamo l’enorme peso delle Nostre responsabilità, e abbiamo più di tutti bisogno dell’aiuto di Dio.
L’ora del Concilio infatti è fra tutte, si può dire, l’ora di Dio. È l’ora nella quale la sua Provvidenza, che governa il mondo in modo a noi incomprensibile e talora identificabile dopo che gli eventi hanno lasciato intravedere un certo disegno superiore di sapienza e di bontà, deve in qualche modo lasciarci scoprire le sue intenzioni prima e durante lo svolgersi dei fatti conciliari, affinché sia sempre vera la sentenza, che precede le deliberazioni dell’assemblea ecumenica come lo fu nel primo Concilio apostolico di Gerusalemme, di cui gli Atti degli Apostoli ci danno interessantissima notizia: «Visum est enim Spiritui Sancto et nobis . . .» (Act. 15, 28). È parso infatti allo Spirito Santo ed a noi . . . L’azione divina si innesta in quella degli Apostoli, e le loro decisioni coincidono col pensiero di Dio, perchè sono suggerite e guidate dallo Spirito Santo.
Questo significa che un Concilio deve avere, da un lato, lo sguardo aperto e teso per scoprire i «segni dei tempi», come disse Gesù (Mt 16,4), gli avvenimenti umani, cioè, i bisogni degli uomini, i fenomeni della storia, il senso delle vicende della nostra vita, considerata al lume della parola di Dio, e dei carismi della Chiesa; e dall’altro, lo sguardo del Concilio deve cercare e scoprire «i segni di Dio», la sua volontà, la sua presenza operante nel mondo e nella Chiesa. Difficile l’una e l’altra scoperta; ma la seconda, quella dei segni di Dio, più della prima. L’indicazione del pensiero divino deve farsi, in un certo modo, conoscibile, sperimentale; e ciò è grazia, che bisogna, se non meritare, essere almeno in grado di accogliere. Ciò vi dice come il Concilio non è tanto un avvenimento esteriore e spettacolare, sebbene ciò abbia la sua ragion d’essere e la sua benefica efficacia; quanto un fatto interiore e spirituale, preparato, atteso, sofferto e goduto, dentro gli animi di quanti compongono il Concilio; esso diventa un fatto morale e spirituale d’incomparabile tensione e pienezza, che deve essere confortato dalla certezza d’essere animato dallo Spirito Santo. È l’ora di Dio che passa . . .
Voi comprendete perciò le Nostre apprensioni. Voi comprendete come, con l’invocazione della divina assistenza, e specialmente con la preghiera allo Spirito Santo, animatore della Chiesa, e con la supplica alla Madonna, Regina degli Apostoli e perciò dei Vescovi, voi potete. magnificamente collaborare alla buona riuscita del Concilio. Confidiamo tanto, Figli e Figlie in Cristo, in cotesto spirituale aiuto; e, con riconoscenza aggiunta alla benevolenza, di cuore tutti vi benediciamo. Ora una parola anche a voi, diletti fanciulli di Azione Cattolica, che punteggiate questa Udienza come fiori soavissimi di innocenza, di bontà e di grazia. Siete venuti da ogni parte d’Italia con un particolare titolo di onore, che vi deve far andare giustamente fieri: avete vinto infatti le gare diocesane per lo studio catechistico-liturgico, e per l’attività apostolica delle vostre Associazioni; e vi accompagnano le vostre ottime Delegate parrocchiali, liete di vedere nei risultati da voi conseguiti il meritato riconoscimento delle loro fatiche e sollecitudini.
Non è Nostra intenzione rivolgervi un discorso, perché la naturale vivacità dei vostri anni troverà forse già troppo lunga la durata di questa Udienza. Desideriamo dirvi soltanto: bravi! Vincere un concorso diocesano, ove si presentano altri fanciulli e fanciulle, certamente preparati, certamente in gamba nei riflessi mnemonici, nella prontezza delle risposte, nella completezza dello studio, vincere un simile concorso, diciamo, è segno che siete stati bravi per davvero. Ve lo diciamo dunque di cuore.
E con le Nostre parole ve lo dice Gesù, di cui tanto umilmente compiamo le veci qui in terra: Gesù che, come ai tempi della sua vita terrena, vi guarda con particolare predilezione, e, come allora, vuole accarezzarvi, abbracciarvi, stringervi al cuore, dicendo ai grandi: «Lasciate che i fanciulli vengano a me!» (Mc 10,14).
Per meglio conoscere Lui avete studiato così bene il catechismo; per vivere di Lui e in Lui siete incominciati a entrare nel regno suggestivo e ricchissimo della Liturgia e della vita della Chiesa; per portare a Lui i vostri compagni di scuola e di giuochi vi aprite alle prime conquiste entusiasmanti dell’apostolato.
Sia Gesù la vostra vita, il vostro cibo, la vostra luce, il vostro amico: oggi, negli anni preziosi e fuggevoli dell’infanzia, domani negli impegni della adolescenza, e poi sempre, sempre, per tutta la vita! È questo il Nostro augurio, la Nostra preghiera, la Nostra benedizione: nella quale vogliamo comprendere gli Assistenti e le Dirigenti Centrali e Diocesani, qui presenti, le Delegate Parrocchiali, il cui corso merita il più ampio incoraggiamento, i genitori lontani, e quanti nelle parrocchie si dedicano con generosità e fervore alla completa formazione cristiana di codeste belle speranze della Chiesa, germogli di giovinezza buona e pura, consolazione profonda del cuore del Papa.
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All'odierna Udienza Generale partecipa il cospicuo gruppo dei Sacerdoti Assistenti Provinciali e Diocesani delle ACLI, provenienti da Rocca di Papa, ove si svolge il loro XIII Convegno nazionale. Vogliamo perciò rivolgerci particolarmente a loro, che si preparano nella preghiera e nello studio allo svolgimento di un nuovo anno di attività e di iniziative, a favore degli interessi spirituali e anche materiali dei diletti lavoratori cristiani d’Italia.
Sacerdoti carissimi!
La vostra presenza procura viva consolazione al Nostro cuore, e ve ne ringraziamo sentitamente. Se è sempre grande la gioia che Ci procurano i numerosi gruppi di pellegrini, che continuamente si succedono, attestando con l’eloquenza dei fatti il vivente fervore della loro fede, più toccante è quella che Ci danno i Nostri sacerdoti. Il pensiero ritorna, in queste occasioni, agli incontri avuti nella Nostra vita pastorale con le schiere valorose di un sacerdozio umile e preparato, generoso e positivo: con le figure di pastori zelanti, che, talora in condizioni disagiate, spesso nell’isolamento e nella solitudine dei loro posti avanzati di sentinelle di Dio, portavano l’impronta viva del testimone di Cristo, del missionario, del custode vigile, che scruta i segni dell’alba nella notte incombente. I sacerdoti, tutti i sacerdoti, Ci sono particolarmente cari, li portiamo nel cuore con le loro ansie apostoliche, con le loro difficoltà, con le loro speranze: e Ci è cara questa occasione, che Ci permette di affermarlo ancora una volta pubblicamente, affinché la Nostra voce giunga a tutti i sacerdoti in cura d’anime, e sia loro di conforto e di sostegno.
Ma la caratteristica fisionomia della pastorale, alla quale dedicate le vostre migliori energie - l’assistenza spirituale ai lavoratori - dà a voi uno speciale titolo alla Nostra benevolenza, diletti Assistenti Provinciali e Diocesani delle ACLI. Non possiamo esimerci da una parola di sentito compiacimento per la dedizione, con cui vi preparate con sempre più cosciente senso di responsabilità, per la serietà, che dedicate all’approfondimento e all’aggiornamento dei problemi inerenti al vostro ministero, per la ricerca di una completa qualificazione di fronte agli imperativi indilazionabili dell’apostolato fra i lavoratori cristiani.
E vogliamo lasciarvi una parola di paterna esortazione, che vi accompagni nell’attività del nuovo anno di lavoro, e sia come il ricordo del vostro Congresso, e di questa significativa Udienza.
— Siate sacerdoti, anzitutto, e sacerdoti santificatori. È questa la vostra missione precipua, il vostro titolo d’onore, il motivo che giustifica la vostra presenza nel mondo del lavoro; questo desiderano essenzialmente da voi i lavoratori, adusi alle fatiche e alle usure della loro vita. E il sacerdote che, in qualunque forma, sotto qualunque pretesto, ponesse in secondo piano questo aspetto primordiale della sua vocazione, per dar luogo alle doti esteriori, alle risorse di natura e di carattere, o ai mezzi puramente naturali di un lavoro da organizzatore, da burocrate, da tecnico anche brillante e completo, quel sacerdote, diciamo, si esporrebbe forse all’insuccesso e al fallimento. Permetteteci il ricordo di alcune parole, rivolte ai Nostri dilettissimi sacerdoti di Milano, ma che vogliamo qui ricordare per meglio sottolineare il Nostro pensiero: «La conoscenza del nostro sacerdozio... ci riporti a Cristo, con umiltà piangente, con carità commossa, con abbandono generoso alla sua operante presenza.. . Questa ascetica sacerdotale, esteriore ed interiore, ci trova talvolta dimentichi: ci si concede alle abitudini profane; talvolta impazienti, ci si domanda a che cosa servono tante vecchie prescrizioni, e non ci si fa scrupolo di contravvenire a qualcuna di esse; ci si trova tal altra convinti che fare il contrario di ciò che la lettera prescrive è un conquistare lo spirito: la lettera sarebbe l’obbedienza, sarebbe la conformità di costume con i propri Confratelli, sarebbe la rinuncia all’occhio che si scandalizza: mentre lo spirito sarebbe l’esperienza della vita profana, specialmente sotto alcune forme seducenti: come, ad esempio, l’amore ai beni di questo mondo, al di là dei nostri doveri, l’acquiescenza a tendenze culturali e sociali che la Chiesa proscrive. Il mondo, nel quale dobbiamo vivere ed operare, esercita anche su di noi le sue seduzioni sottili: come avvicinarlo e come rimanere indenni dal suo fascino contagioso è problema assai importante e complesso per la vita del sacerdote» (G. B. Card. Montini, Discorsi al Clero, p. 128-129).
— Ancora: la vostra presenza al fianco dei lavoratori sia la testimonianza vivente, fatta persona che con essi soffre, spera ed ama, che la Chiesa è con loro, e fa proprie e incoraggia le loro giuste aspirazioni ad una condizione di vita e di lavoro, che sia consona alla dignità della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio, e redenta col Sangue Preziosissimo di Cristo. La Chiesa è vicina ai lavoratori con cuore di madre, e moltiplica le attestazioni, solenni o quotidiane, di questo suo interesse affettuoso e sollecito verso la loro condizione. Solo una mente accecata dalla prevenzione più ostile potrebbe oggi negare tale realtà: tante sono le prove e i documenti di queste materne premure, che si distribuiscono nei secoli come tante pietre miliari di un millenario cammino, che ha il suo punto di partenza nella lieta novella dell’umana fraternità in Cristo Signore e nel suo Mistico Corpo, per giungere fino alle splendenti affermazioni dei più recenti documenti pontifici. Sì, la Chiesa mette in guardia i lavoratori dal seguire teorie e pratiche ingannevoli, che essendo basate sulla negazione di Dio non possono che sfociare anche nella negazione dell’uomo, nonostante i loro effimeri successi, ma essa non ha mai cessato, né cesserà mai di sostenere i diritti dei più deboli, di proteggere gli oppressi e gli sfruttati, di predicare l’amore sincero, basato sul reciproco rispetto dei mutui diritti e doveri.
Questo ricordi la vostra presenza tra i lavoratori, diletti figli. procurando di far giungere a tutti, come primo obiettivo del vostro apostolato, i lineamenti precisi, accessibili, suasivi della dottrina evangelica e del Magistero della Chiesa.
— Infine: la vostra parola e la vostra azione siano spese per inculcare la netta preminenza degli interessi spirituali su ogni altro valore umano, anche il più sacrosanto. Come sacerdoti siete luce della terra, sale del mondo (Mt 5,13-14): siete i ministri di Cristo e i dispensatori dei misteri di Dio (1 Cor. 1Co 4,1); siete i buoni amministratori della multiforme grazia del Signore (1 Petr. 4, 10). Il vostro primo dovere è dunque quello di alimentare nei lavoratori cristiani il senso comunitario della vita ecclesiale, la stima e la frequenza dei Sacramenti, la fame e la sete della parola di Dio: nella certezza, prima vissuta e quindi luminosamente inculcata, che il primato di ogni ricerca e di ogni interesse spetta per il vero cristiano al regno di Dio e alla sua giustizia, perché il resto verrà dato in soprappiù (Mt 6,33).
Ciò non vuol dire che si debbano trascurare i valori materiali; tutt’altro, perché, secondo il Vangelo, questa è la prima condizione per possederli; ma è un paterno richiamo a voi, sacerdoti carissimi, perché siete i rappresentanti autorevoli della Chiesa, la quale - come abbiamo scritto nella recente Enciclica - «con candida fiducia si affaccia sulle vie della storia, e dice agli uomini: io ho ciò che voi cercate, ciò di cui voi mancate. Non promette così la felicità terrena, ma offre qualche cosa - la sua luce, la sua grazia - per poterla, come meglio possibile, conseguire; e poi parla agli uomini del loro trascendente destino» (L’Osservatore Romano, 10-11 agosto 1964, p. 8) .
Ecco, diletti figli, quanto abbiamo desiderato dirvi in questo lietissimo incontro. E affinché il vostro lavoro sia sempre fecondo di soprannaturale efficacia, avvalorata dalla grazia divina, Noi vi accompagniamo col Nostro affetto e con la Nostra preghiera, ed effondiamo su di voi e sulle benemerite Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani la confortatrice Benedizione Apostolica.
1964-AUDIENZE - Mercoledì, 12 agosto 1964