
1964-AUDIENZE - Mercoledì, 9 dicembre 1964
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Diletti Figli e Figlie!
Chi viene a questo incontro col Papa subisce di solito una duplice impressione : quella del tempo che corre, e quella di «qualche cosa» che resta. Quella del tempo che corre, cioè quella della storia passata, la prova chiunque pensa ai secoli che precedono questo momento, con una continuità, con una connessione interiore, che lascia intravedere un disegno singolare e meraviglioso, da cui le vicende umane acquistano un ordine, un significato, un valore pensabile e riferibile a Dio, che guida, nel loro libero e disordinato svolgimento, gli avvenimenti umani. Qui qualche cosa si capisce della logica della storia. Nello stesso tempo un momento come questo dà l’impressione di toccare qualche cosa di immobile, di fermo, di impassibile: si tocca la pietra che non invecchia, che non teme l’usura degli anni, che è sempre eguale a se stessa.
Sono vere, sono esatte queste impressioni? Sì che lo sono, perché ciascuna, a suo modo, ci fa sperimentare diversi aspetti della realtà della Chiesa, che vive nel tempo e che sfida il tempo; che misura a secoli la sua vita e che non invecchia; che aderisce alla fluida contingenza delle cose umane, ma sempre portando con sé certi elementi estratemporali, che sono il segreto della sua perennità e della sua attualità: la fede, la grazia, la promessa di Cristo.
In questo quadro, che assume l’aspetto d’un grande orologio, l’orologio della storia collegata con l’eternità, si possono meglio capire le feste che segnano i giorni del nostro calendario; feste, che si riferiscono ad avvenimenti passati, e che ne rinnovano la memoria, anzi ne rievocano, in certa forma, la realtà. Il passato diventa presente; anzi si fa preparazione del futuro; ritorna messianico, diviene escatologico.
Guardate il Natale, ch’è ormai prossimo. Che cosa è il Natale, se non la commemorazione della venuta del Verbo di Dio nel mondo, e precisamente della sua Incarnazione? Ma non è solo ricordo. È un riflesso di quella luce nello specchio delle anime credenti. Il Natale si riverbera e si ripete nel cuore dei fedeli, Questo fa la Chiesa: ricorda e attualizza. Rammenta il grande avvenimento storico, passato; e lo trasporta nei cuori; lo spiritualizza, lo universalizza. Trasferisce il Presepio negli spiriti dei suoi figli; lo conserva così e lo rinnova. Anzi già fin d’ora lo proietta nel futuro, non solo assicurandone la celebrazione agli anni avvenire, ma annunciandone il compimento in una scena finale. Ci insegna cioè che l’avvento di Cristo è triplice: nella realtà storica del Vangelo; nella realtà spirituale delle anime viventi nella storia attraversata dalla salvezza di Cristo; nella realtà escatologica, ossia finale, quando Egli ritornerà glorioso e dominatore del secolo eterno.
Queste visioni sono certamente note a tutti, e sono presenti, Noi pensiamo, alle vostre menti durante questo periodo di preparazione alla soave e sublime festa del Natale. Ma Noi pensiamo anche, e auguriamo, che vi siano più chiare e più impressionanti in questo luogo ed in questo momento, in cui le cose della nostra fede sembrano e sono irradiate dall’incontro con Colui che, per mandato e per misericordia di Cristo, non certo per Suo merito o per Sua elezione, ha l’ufficio supremo d’esserne testimonio e maestro. Vi diremo perciò, a conclusione, con le parole stesse dell’Apostolo Pietro che qui ha, sulla sua tomba, la sua cattedra: «Che la prova della vostra fede pili preziosa dell’oro... sia trovata degna di lode, di gloria e di onore nella manifestazione di Gesù Cristo, che voi amate senza averlo mai visto; nel quale anche ora credete, pur senza vederlo; e credendo esulterete d’una letizia ineffabile e beata, riportando a premio della vostra fede la salvezza delle anime» (1 Petr. 1, 7-9).
Con questo voto, carissimi, tutti vi salutiamo e vi benediciamo, a tutti augurando buono, santo e felice il prossimo Natale.
Saluti
Un saluto di particolarissimo affetto e di speciale attenzione è dovuto al gruppo dei sacerdoti del Seminario «Nostra Signora di Guadalupe», presenti a questa Udienza, i quali, avendo terminato il loro corso di preparazione, si accingono a partire per l’America Latina, per quelle diocesi ove li attendono gli ampi orizzonti di un nuovo, urgente, fecondo ministero. Li accompagnano i venerabili Fratelli Giuseppe Carraro, Vescovo di Verona, Presidente della Commissione Episcopale Italiana per l’America Latina, e Alberto Castelli, Segretario della Commissione Episcopale Italiana; e sono con loro i Superiori e i condiscepoli del Seminario Veronese, ove questi si preparano a seguirli un giorno su le vie dell’apostolato in mezzo ai fratelli lontani, i quali attendono le loro mani sacerdotali, che un giorno dovranno levarsi a benedire, a consacrare, ad amministrare i Sacramenti della salvezza.
Figli dilettissimi. Il pensiero del lavoro che tutti vi aspetta, vi ha condotti a Roma per ritemprare le vostre anime a contatto con le sacre memorie del Principe degli Apostoli, e con la realtà viva della Chiesa cattolica, che qui ha il suo centro e la sua spinta evangelizzatrice; siete venuti a videre Petrum, che vi incoraggia e vi benedice per il tramite del suo umile, ma autentico Successore.
E per Noi è fonte di commossa gioia potervi rivolgere il Nostro saluto, e dirvi che il Nostro cuore è vicino al vostro, perché avete scelto una più ardua e generosa «pars hereditatis et calicis» (Ps 15,5), e dilatato le sollecitudini della vostra vocazione verso gli ampi orizzonti di regioni sterminate, già albeggianti per il raccolto, ove purtroppo si fa ancora sentire la mancanza di operai della messe. Siamo pertanto lieti di vedere la vostra schiera, già così numerosa, e di potervi ripetere di persona quell’augurio e quel compiacimento che affidammo alle onde invisibili dell’etere il giorno 8 dello scorso mese di novembre, quando si è inaugurato il vostro bel Seminario; augurio e compiacimento reso più intenso dalla consolazione di avervi qui, oggi, alla Nostra presenza. L’aver voi accolto con esemplare prontezza la voce del Signore che chiama, e aver corrisposto alle Nostre più trepide speranze, Ci dice che la Chiesa è sempre giovane, le sue energie si rinnovellano continuamente e l’avvenire le schiude il campo di sempre nuove conquiste, nella certezza della divina promessa del suo Fondatore: «Ecco io sono con voi fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
La Nostra preghiera vi accompagna, diletti sacerdoti, ora e nei vostri primi passi in terra lontana, come invoca per tutti voi, diletti seminaristi, l’abbondanza dei lumi celesti per la vostra degna, completa, solida formazione al sacerdozio; e non dimentica altresì i vostri Superiori e quanti vi sono al fianco per aiutarvi nell’ardito cammino, in primo luogo i vostri genitori carissimi, che hanno compiuto lietamente, per il Signore, il sacrificio che a loro più costa.
La Nostra Apostolica Benedizione scenda ad avvalorare i Nostri voti, e vi ottenga ogni più eletta grazia dell’Eterno Sacerdote delle nostre anime.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Diletti Figli e Figlie!
Siamo nell'imminenza del Natale. Ci disponiamo a celebrare, ancora una volta, la festa della venuta del Verbo di Dio nel mondo mediante quel fatto unico decisivo, che è stata l’Incarnazione.
Come ci disponiamo? In tanti modi, voi lo sapete, profani e religiosi. Uno li dovrebbe tutti sovrastare e comprendere, e cioè il desiderio di Dio. Ogni anno la Chiesa lo stimola e lo riaccende; come un fuoco, che ha bisogno di nuovo alimento, così il desiderio di Dio ha bisogno di riandare le ragioni profonde e vitali, che lo inseriscono nel cuore dell’uomo come un’esigenza inderogabile (chi non ricorda la celebre parola di S. Agostino: «Fecisti nos ad Te, et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in Te». Tu ci hai creati per Te, ed il nostro cuore è inquieto, finché non si riposi in Te? [Confess. 1, 1; P.L. 32, 661]). Ha bisogno di ricordare e di percorrere in qualche modo l’itinerario dell’attesa messianica: la lunga, lenta e crepuscolare vigilia messianica ha prodotto nell’Antico Testamento espressioni religiose di invocazione, di attesa, di desiderio, di speranza, le quali sono d’insuperata bellezza e nelle quali lo spirito umano, guidato dallo Spirito Santo, effonde le sue voci più profonde, più pie, più dolenti e più fiduciose. Il desiderio di Dio, che avrà il suo termine prossimo nel Cristo, riempie questo cammino spirituale e storico in modo meraviglioso; e la Chiesa, durante l’Avvento, lo fa suo per rinnovare nelle anime la tensione verso il Messia, che sarà l’Emanuele, cioè Dio con noi.
Ci si potrebbe chiedere se questo desiderio di Dio abbia ancora ragion d’essere, quando sappiamo d’aver già raggiunto in Cristo l’età messianica e d’aver già conseguito, per nostra immensa fortuna, l’incontro con Dio nella venuta di Gesù Cristo nel mondo e nelle tante grazie, che già ci mettono in comunione con Dio: sembra che noi dobbiamo piuttosto godere del suo possesso, che non aspirare al suo incontro.
Ecco: è vero che noi abbiamo la felice sorte d’essere già «figli del regno», cioè ricolmi delle benedizioni messianiche; coloro che vivono nella grazia sono già in qualche modo partecipi della divinità; ce lo insegna San Pietro: «La divina potenza di Cristo ci ha donato tutto quanto riguarda la vita e la pietà... dando a noi grandissime promesse, affinché per mezzo di queste diventiate partecipi della natura divina» (2 Petr. 1, 4). Ma bisogna ricordare che il possesso dei doni divini, a noi elargiti da Cristo, richiede un continuo sforzo di corrispondenza morale e spirituale, un continuo approfondimento, un continuo incremento verso la perfezione, «fino a tanto - dice San Paolo - che sia formato Cristo in noi» (Ga 4,19); ed ecco perché il desiderio di Dio, il desiderio di Cristo, dev’essere da noi alimentato e rinnovato continuamente, come appunto la Chiesa, con la sua pedagogia liturgica, ci obbliga e ci aiuta a fare. E dobbiamo altresì ricordare che l’avvento di Cristo nella storia e l’avvento di Cristo nelle anime preludono ad un altro suo avvento, quello finale, quello risolutivo della presente scena umana e cosmica; quello del Cristo glorioso. E anche verso questo avvento finale i nostri spiriti devono essere rivolti con un vigilante desiderio, verso quel «giorno del Signore», che sarà quello del premio, promesso, scriveva San Paolo a Timoteo, «a tutti quelli che amano la sua venuta» (2 Tim 2Tm 4,8).
È facile rilevare come questo ordine di pensieri sia tanto spesso assente dagli animi degli uomini del nostro tempo. Il desiderio di Dio non tiene il primo posto, il suo posto, nel cuore dei figli del secolo; il desiderio dei beni terrestri lo sostituisce; il desiderio di sé prevale sul desiderio di Dio. Ed è facile vedere come tutta la mentalità umana cambi di conseguenza; la psicologia, la moralità, l’attività umana vengono a mancare del loro superiore sostegno.
Ecco perché dobbiamo prepararci bene al Natale, riaccendendo nei nostri cuori il desiderio, la sete, l’ansia del Dio vivente, e la beata certezza di incontrare in Cristo il Dio fatto uomo.
È questa l’esortazione della Chiesa; è questa quella del Papa. Il quale la converte per voi in voto, in preghiera, in benedizione; e con questo cuore vi augura a tutti: buon Natale!
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Diletti Figli e Figlie!
Questa udienza è l’ultima dell’anno ormai giunto al suo termine; e questa circostanza pone anche a Noi l’obbligo d’una riflessione sopra questo tema: il tempo, il tempo che passa, il tempo che genera e divora i suoi figli; riflessione su tema, come vedete, tanto comune da sembrare banale farne menzione, e tanto difficile, da sembrare disadatto alle parole familiari di questo incontro. Ma il passaggio da un anno all’altro impone questa meditazione sull’inafferrabile natura del tempo, che altro non è per noi se non la successione dei vari momenti della nostra esistenza, tanto da coincidere col suo svolgimento, e da imprimerle l’inesorabile carattere della fugacità, della precarietà, della caducità, della brevità, ponendola fra due misteri: quello del nulla, che la precede, e quello dell’eternità successiva alla nostra morte.
Figliuoli carissimi! Ci basti dire su argomento di tanta gravità essere per noi benefico e necessario dedicarvi qualche seria riflessione, illuminata però di luce cristiana, per non fare della meditazione sul tempo un incentivo al pessimismo e alla disperazione, e uno stimolo a più ansioso e raffinato godimento dell’ora che passa. Noi ricordiamo l’impressione paurosa che Ci faceva, nei lontani anni scolastici, la nota esclamazione del fine, gaudente e angosciato poeta latino Orazio, al suo amico Postumo, tale da raggelare il cuore: «Postume, Postume, labuntur anni!» gli anni se ne vanno! Guardando il nastro del tempo che fugge, trascinando con sé la nostra vita presente, con la lucerna della sapienza cristiana, impareremo due lezioni fondamentali: a svalutare le cose che passano, e a valutare le cose che restano; lezioni queste, su cui i santi e i maestri di spirito hanno lasciato insegnamenti preziosi, molto diffusi, e sempre meritevoli di buona memoria; insegnamenti, ai quali i nostri teologi moderni, ragionando delle realtà temporali, aggiungono utili considerazioni, che ci esortano ad apprezzare, come si deve, anche le cose fuggevoli di questo mondo, purché sempre in ordine al fine ultimo della vita.
A Noi piace ricordarvi ora la parola pontificale di S. Pietro, che nella sua prima lettera, tutta imbevuta del senso effimero di questo mondo, scrive ai primi cristiani: «La fine di tutte le cose si avvicina; siate dunque prudenti e vegliate nelle preghiere» (4, 7). V’è quanto basta perché Noi vi esortiamo, carissimi figli, ad avere coscienza della realtà nobile e contingente, in cui si svolge la nostra vita, per decifrare «i segni dei tempi», come li chiama Gesù (Mt 16,3), e sapere quali siano i disegni di Dio nella nostra storia e quali i nostri conseguenti doveri; e soprattutto a usare bene di questo tesoro, ch’è il tempo, seminandolo, come il solco della nostra messe futura, di opere buone.
Termineremo bene l’anno che muore pensando a queste cose, e impiegando le ultime ore dell’annata a chiudere bene i nostri conti spirituali: perdoniamo le offese e dimentichiamole, chiediamo piuttosto noi stessi perdono a Dio dei nostri peccati e del tempo sciupato, e ringraziamolo degli innumerevoli benefici ch’Egli ci ha elargiti, promettendo di farne miglior conto nel tempo che ancora ci sarà concesso di trascorrere quaggiù.
E valga la Nostra Benedizione a confermare per voi ogni Nostro voto migliore.
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(Alla Federazione degli Istituti dipendenti dall’Autorità ecclesiastica)
Accogliamo con grande considerazione i partecipanti alla XVIII Assemblea generale della carissima Federazione degli Istituti dipendenti dall’Autorità ecclesiastica.
Ben conosciamo la storia ed i meriti di questa FIDAE, conosciamo le egregie persone che la compongono e che la dirigono, conosciamo le finalità ch’essa si propone di conseguire, provvide ed urgenti tutte, conosciamo i problemi e le difficoltà, in cui versa e che oggi interessano non solo la Federazione stessa, ma la vita scolastica italiana e la Chiesa non meno, la quale non può disinteressarsi della Scuola cattolica in Italia, ché anzi ben sa quale sia la sua importanza e la sua funzione, tanto nel campo scolastico e culturale, quanto in quello dell’educazione cattolica della gioventù.
Noi vogliamo sperare che le gravi questioni riguardanti non soltanto il funzionamento, ma l’esistenza altresì delle Scuole cattoliche italiane avranno felice soluzione, per l’onore stesso di questo diletto Paese; per i vantaggi economici, pedagogici, culturali che possono derivare al Paese medesimo; per i buoni frutti risultanti dal pluralismo scolastico e da una bene intesa libertà effettiva d’insegnamento; per i rapporti di amichevole collaborazione alla causa comune dell’educazione giovanile, i quali devono esistere fra la Scuola di Stato e la Scuola cattolica dipendente dall’Autorità ecclesiastica: per la tranquillità spirituale della Nazione; e per tante altre belle ragioni, che voi conoscete e non mancate e non mancherete di illustrare per una esatta ed equa valutazione della pubblica opinione.
Ma, ad ogni modo, Noi vogliamo sostenere la vostra pesante e difficile attività con il Nostro incoraggiamento. Perseverate! Perseverate innanzi tutto cercando di fare d’ogni vostra scuola un istituto modello, non forse per le attrezzature esteriori a cui non bastano sempre i vostri mezzi, quanto per lo spirito che lo deve animare, coscienti, come siete, essere la scuola missione altissima, per la quale ogni dedizione, ogni studio, ogni amore è bene speso, e per la cura morale e spirituale, che in ciascuna delle vostre scuole deve circondare l’alunno e promuovere in lui uno sviluppo armonico e completo delle sue facoltà, in modo da favorire in lui, quanto meglio possibile, la formazione vigorosa dell’uomo e del cristiano.
Perseverate, procurando di perfezionare i rapporti spirituali fra l’educatore e l’alunno, in modo che questi sia lieto e fiero della sua scuola, e ripaghi d’amore filiale i sacrifici ch’essa prodiga per lui; procurando di perfezionare altresì i rapporti con le famiglie degli studenti, interessandole a collaborazione solidale con la vostra opera e ad integrarla con la bontà degli esempi, con la cordialità degli affetti, con la gioia comune per quanto fa buono, bravo, sano, forte il giovane, figlio ed alunno, non meno della casa che della scuola.
Perseverate onorando la Scuola italiana di ottimi risultati, sia nell’insegnamento che nella formazione morale della gioventù, dimostrando con i fatti che i vostri Istituti, anche se rappresentano quantitativamente una percentuale ormai ridotta nel loro numero e in quello dei loro allievi, meritano tuttavia stima ed appoggio per la serietà dei loro metodi e per la bontà dei loro risultati.
Perseverate parimente nello sforzo di rendere accessibili le vostre scuole anche ai figli delle famiglie meno abbienti, ai ragazzi del popolo, agli alunni dei Paesi in via di sviluppo; questa larghezza, è chiaro, vi è preclusa dalle difficoltà finanziarie, che paralizzano lo sviluppo, la libera competizione e l’allargamento democratico della Scuola cattolica. Ma la carità e lo spirito di sacrificio, che la caratterizzano, renderanno possibile anche questo prodigio, tanto conforme alle tradizioni, all’indole e alle finalità dei vostri Istituti.
Perseverate infine tenendovi uniti, studiando appassionatamente i vostri problemi, mantenendo relazioni leali e rispettose verso le Autorità scolastiche statali, interessando voi stessi e le vostre scuole ai grandi problemi spirituali e culturali del nostro tempo, amando e facendo sempre amare quella Chiesa, che dà all’opera vostra i suoi caratteri specifici e le sue esaltanti idealità.
Vi segue la Nostra riconoscenza, la Nostra fiducia, la Nostra Benedizione.
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(Al Movimento Studenti della Gioventù Femminile di Azione Cattolica)
Salutiamo con particolare interesse il Congresso Nazionale del Movimento Studenti della Gioventù Femminile di Azione Cattolica. Siamo lietissimi di accogliere una schiera così numerosa, così scelta, così promettente di anime giovanili, e di dire loro la Nostra paterna affezione, il Nostro cordiale incoraggiamento, la Nostra speciale benedizione.
Questo momento è troppo breve perché Noi diciamo quanto abbiamo in cuore per cotesto bellissimo Movimento; Ci basti confermare a chi lo promuove e lo dirige, ed alle brave figliuole che lo compongono, che Noi lo apprezziamo moltissimo. Per l’aspetto pedagogico ch’esso presenta: nessuna altra età quanto l’adolescenza - l’adolescenza specialmente d’oggi, così precocemente svegliata alla sensibilità, alla coscienza, alla scelta dei valori della vita - è altrettanto ricca di problemi; e perciò di novità, di difficoltà, di esperienze, di orientamenti, di timori e di speranze, di lacrime e di sorrisi.
Dare ad un’età come la vostra la possibilità di aprirsi in intensità e in purezza di impressioni, in sicurezza e in lucidità di giudizi, in serenità e in bontà di sentimenti, in capacità di espressioni semplici e liete, in volontà di dare alla vita un piano ideale e generoso, in spiritualità religiosa profonda e sicura, è tale compito da affascinare chiunque abbia dell’educazione il concetto dovuto, e da intimorirlo altresì, per la complessità e la delicatezza dei suoi aspetti e dei suoi processi. E il quadro che voi rappresentate si fa anche più interessante per la convergenza di due altri fattori importantissimi; e cioè, in primo luogo: cotesto aprirsi alla vita, ch’è proprio dell’adolescenza, avviene per voi nell’ambiente scolastico; circostanza questa d’incalcolabile valore, se pensiamo a quanto la formazione umana deve all’ambiente: tutto, staremmo per dire; tale è l’importanza di ciò che ci circonda per lo sviluppo della nostra personalità; e se pensiamo che la scuola è appunto l’ambiente preparato ed operante per influire direttamente, metodicamente, profondamente sugli animi di coloro che apposta lo frequentano per accogliere tale influsso e per trarne alimento ai loro spiriti, per «formarsi».
In secondo luogo, l’arte educativa, che distingue il vostro Movimento, mira a questo: che voi stesse siate collaboratrici dapprima del magistero che la famiglia, la scuola, l’associazione esercita intorno a voi; promotrici poi ed arbitre alla fine della vostra superiore e definitiva formazione, non più semplicemente recettive e passive rispetto all’azione ambientale, ma elettive ed attive rispetto agli elementi preferiti per la guida ed il nutrimento della vita personale e sociale.
Tutto ciò è estremamente bello e drammatico; e Ci piacerebbe seguire con qualche passo il vostro itinerario, per ammirare, nello specchio della vostra sempre nuova e sempre antica esperienza, quanto è bella la vita, questo capolavoro di Dio contemplato nella fase ancora limpida e fresca della sua prima fioritura; per misurare quanto l’amicizia e la conversazione sociale sia influente e spesso determinante nel dare ad un’anima la sua fisionomia, e quanto perciò le vostre associazioni siano importanti e provvidenziali; per ricordare inoltre come, ad una data ora della vita giovanile, una parola inattesa si pronunci interiormente con un misterioso richiamo rivelatore: «Se tu conoscessi il dono di Dio . . .» (Io.4, 10); e per vedere, alla fine, la maturazione della scelta che deve impegnare la vita e che non può essere se non l’amore vero, quale Cristo ha insegnato, educato, consacrato nel dono di sé, per il bene altrui, secondo la vocazione differenziata, ma sempre alta e buona, propria di ciascuna persona.
Itinerario splendido, figliuole carissime, se lo percorrete sulla traccia che il vostro Movimento vi offre. Sappiamo che avete sostato, in cotesto Congresso, alla tappa della vita comunitaria, dalla quale tanto potete ricevere e alla quale tanto potete dare, e nella quale la vostra fortuna d’appartenere alla Chiesa può darvi la gioia e l’onore di ineffabili esperienze spirituali.
Sappiamo che volete portare nella scuola la vostra serena affermazione di gioventù cosciente e credente, e che volete invitare alla fortuna e alla gioia della vostra amicizia tante vostre compagne, per dare alla vostra generazione l’animazione umana e cristiana di alte e sicure speranze. Molto bene!
1964-AUDIENZE - Mercoledì, 9 dicembre 1964