1964 Omelie di Paolo VI - Giovedì, 7 maggio 1964



FESTIVITÀ DI PENTECOSTE

Domenica, 17 maggio 1964

Venerati Fratelli e diletti Figli!

Per celebrare insieme la festa di Pentecoste, fonte di ogni altra festa cristiana, per rievocare insieme l’avvento in pienezza dello Spirito Santo e per dare a questa divina Persona un atto di culto (amore per Amore) quanto più alto e più vivo, per gustare con la presenza assorbente del divino invisibile Ospite, nel canto unanime e nel silenzio unanime, un momento di genuina ebbrezza spirituale, per afferrare con uno sguardo, un istante, come nel bagliore d’un lampo, l’effetto visibile, storico, umano della venuta del Paraclito nel mondo, la Chiesa cioè, noi, l’umanità assunta nel flusso autentico ed operante della redenzione, la Chiesa vivente e peregrinante, da quel giorno ad oggi e via lanciata verso i suoi escatologici destini, per sentirci e saperci avvolti dalla corrente di grazia, - luce, forza, dolcezza, profezia e speranza -, emanante da Cristo ed a Cristo trascinante, soprannaturale carisma e virile virtù, così da attualizzare in noi un inverosimile fenomeno di santità, e da trovare in noi la semplicità e l’audacia di farci testimoni, noi, di Cristo nella realtà formidabile del nostro secolo, per meditare, pregare, godere insieme un giorno, fra i tanti della nostra vita stanca e prosaica, pieno e benedetto, Noi vi abbiamo invitati a questo santissimo rito.

Sì, è a voi specialmente, dilettissimi fra i diletti, Figli e Fedeli, quali siete, Alunni e Ospiti dei nostri Seminari, dei nostri Convitti e Collegi ecclesiastici, Allievi dei nostri Istituti di Studi superiori, di educazione e di istruzione ecclesiastica, dei Noviziati religiosi e delle Case di formazione, voi Studiosi e Studenti ecclesiastici di questa nostra Roma cattolica, e perciò eterna e fatidica, è a voi che si è rivolto il Nostro invito, perché abbiamo a celebrare tutti insieme, come «un Cuor solo ed un’anima sola» (Act. 4, 32), la santa festività della Pentecoste; e se ben volentieri vediamo presenti in questa Basilica, cenacolo delle genti, tanti altri Fratelli e Figli, Pellegrini e Viaggiatori d’ogni parte del mondo, e tutti di cuore accogliamo, salutiamo e benediciamo, a voi specialmente, Candidati al sacerdozio di Cristo, o di tanta dignità e potestà già insigniti per l’ordinazione sacramentale, si rivolge ora la Nostra parola, semplice e breve, reticente, ahimè, sul punto focale del mistero che commemoriamo (troppo infatti richiederebbe di studio e di poesia), e parola impari a esprimere degnamente alcun che sulla luce che da quel punto si effonde, ma tutta pervasa, Figli carissimi, dall’ansia affettuosa di imprimersi nelle vostre anime, come vivo ed operante ricordo.

Vi vogliamo parlare, un istante, della Chiesa; sì, di quel Corpo mistico, che ebbe la sua gestazione nella storia evangelica, e nacque, vivo di Spirito Santo, appunto come oggi, nel Cenacolo, a Gerusalemme; appunto là dove Noi stessi, mesi or sono, Ci siamo inginocchiati, tremanti di commozione, quasi chinandoci sulla culla della Chiesa di Dio. Voi sapete tutto di essa, Noi pensiamo; e perciò, tutto lasciando alla vostra meditante pietà, vi proponiamo di dare ora uno sguardo a quella sua nativa proprietà, che sfolgora fin dal primo giorno come nota caratteristica meravigliosa, e che chiamiamo cattolicità, cioè universalità, cioè destinazione a tutte le genti, apertura a tutte le anime, offerta a tutte le lingue, invito a tutte le civiltà, presenza a tutta la terra, istanza a tutta la storia.

C’invita a questa considerazione, come sempre in questo giorno beato, il ricordo del primo prodigio compiutosi in virtù dell’avvenimento stesso della Pentecoste, ancor più che per intenzione e per potestà di coloro in cui tale avvenimento si produsse, il prodigio cioè delle lingue. Il racconto degli Atti degli Apostoli si fa preciso, con una prolissa enumerazione di popoli che Ci sembra intenzionalmente ecumenica: «Tra i Giudei residenti a Gerusalemme, vi erano uomini pii d’ogni nazione che si trova sotto il cielo; e quando fu udito quel tuono la moltitudine si radunò, e rimase confusa, perché ciascuno li udiva parlare nel proprio linguaggio. E si stupivano tutti, chiedendosi con meraviglia: oh, quelli che parlano non sono forse Galilei? e come mai noi li udiamo parlare ciascuno nel nostro idioma nativo? Noi Parti, Medi, Elamiti, della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto, delle parti della Libia Cirenaica, pellegrini Romani, sia Ebrei che Proseliti, Cretesi ed Arabi . . .» (Act. 2, 5-11). Cioè rappresentanti del mondo colà allora conosciuto. E quale magnifica consonanza a questo elenco di popoli avrebbe la lista delle nazionalità a cui voi, uditori, oggi appartenete. Il nome cattolico continua la sua affermazione, la sua celebrazione.

L’uso abituale delle parole svigorisce spesso la forza e la meraviglia del loro significato. Noi usiamo con estrema facilità questo termine «cattolico», senza quasi avvertire la pienezza, a cui esso si riferisce, il dinamismo che da esso emana, la bellezza ch’esso prospetta, l’impegno ch’esso impone. Spesso diventa nel comune linguaggio un termine che definisce, e cioè tenta di circoscrivere e di limitare la Chiesa unica e vera, ch’è appunto quella cattolica, per distinguerla da altre frazioni, rispettabili e dotate ancora d’immensi tesori cristiani, ma tuttora separate dalla pienezza cattolica; e talora preferiamo al termine di cattolico quello di cristiano, quasi dimenticando che, nel concetto e nella realtà, il primo vuol contenere tutto il secondo, e non sempre viceversa.

Bisogna avere caro e chiaro questo nome cattolico, che dice la trascendenza di quel regno di Dio, che Cristo è venuto a inaugurare sulla terra, che la sua Chiesa va instaurando nel mondo, e che mentre penetra come fermento, come energia soprannaturale, in ogni anima, in ogni cultura che lo accolga, non si appropria nulla del regno terreno, e si libra sopra il piano temporale non per dominarlo, ma per illuminarlo e per comporlo in un panorama di rinascente e universale armonia. Bisogna ascoltare in esso l’eco mai spento della vocazione misteriosa e amorosa di Dio che chiama tutti, tutti gli uomini all’incontro con la sua misericordia e che con questa chiamata forma il popolo nuovo, il popolo suo, definito appunto il popolo convocato, la congregatio fidelium, la Chiesa. Togliere alla Chiesa la sua qualifica di cattolica significa alterare il suo volto, quale il Signore volle ed amò, significa offendere l’intenzione ineffabile di Dio che volle far della Chiesa l’espressione del suo amore senza confini per l’umanità.

E bisogna capire la novità psicologica e morale che un tal nome porta con sé: calato nel cuore degli uomini, il nome cattolico vi trova, sì, una naturale capacità d’espansione, un profondo ma vago istinto di dilatazione universale: «homo sum, et nil humani a me alienum puto». Ma vi trova soprattutto una terribile angustia, una ristrettezza che non lo lascia entrare; il cuore dell’uomo è piccolo, è egoista, non ha posto che per sé e per poche persone, quelle della propria famiglia e della propria casta; e quando, dopo nobili sforzi lunghi e faticosi, si allarga un po’, arriva a comprendere la propria patria e la propria classe sociale, ma sempre cerca barriere e confini, entro cui misurarsi e rifugiarsi. Ancor oggi il cuore dell’uomo moderno dura fatica a valicare questi interiori confini; e all’invito che il progresso civile gli rivolge di allargare le capacità dell’amore verso il mondo risponde con incertezza e a condizione, tuttora egoista, di avere in ciò il proprio vantaggio. L’utilità, il prestigio, quando ancora non sia la smania di dominare e di asservire gli altri a sé, governano il cuore dell’uomo. Ma se il nome di cattolico vi penetra davvero, ogni egoismo è superato, ogni classismo è elevato a piena solidarietà sociale, ogni nazionalismo è compaginato nel bene della comunità mondiale, ogni razzismo è condannato, come ogni totalitarismo è svelato nella sua inumanità; il cuore piccolo si spezza; o meglio, acquista una sconosciuta capacità di dilatazione. Parola di S. Agostino: «Dilatentur spatia caritatis». Cuore cattolico vuol dire cuore dalle dimensioni universali. Cuore che ha vinto l’egoismo, l’angustia radicale, che esclude l’uomo dalla vocazione dell’Amore supremo. Vuol dire cuore magnanimo, cuore ecumenico, cuore capace di accogliere il mondo intero dentro di sé. Non per questo sarà cuore indifferente alla verità delle cose e alla sincerità delle parole; non confonderà la debolezza con la bontà, non collocherà la pace nella viltà e nell’apatia. Ma saprà pulsare nella mirabile sintesi di S. Paolo: «Veritatem facientes in caritate» (Ep 4,15).

Figli carissimi, comprendete che cosa vuol dire essere cattolici? comprendete a quale pedagogia, a quale sforzo d’amore questo nome vi sottoponga? comprendete come nessuno meglio di voi può andare incontro alle aspirazioni universalistiche del mondo moderno, e nessuno meglio di voi può offrirgli l’esempio ed il segreto del sentimento dell’amore all’uomo perché uomo? perché figlio di Dio?

Comprendete anche un altro aspetto della formazione al senso cattolico, anche questo a voi ben noto, ma oggi degno d’essere qui proclamato. La nota di cattolicità è già in atto nella intrinseca struttura della Chiesa; è un suo diritto nativo; la Chiesa nasce cattolica, nasce regina della salvezza per tutti. Ma nella sua estrinseca realtà tale nota è ben lungi dal pareggiare in estensione i confini del mondo. Essa è sempre in fieri, essa è sempre nello sforzo del suo concreto e storico dispiegamento. Anzi nella realtà concreta la cattolicità della Chiesa è tuttora enormemente deficiente. Popoli innumerevoli, continenti interi sono ancora fuori dell’evangelizzazione cristiana. La cattolicità è insufficiente, e sofferente. La maggior parte dell’umanità non ha ancora ricevuto il messaggio di Pentecoste. Il mondo ancora non è cattolico. Quanti di voi, per non dire tutti voi, sperimentano lo strano dolore che tale condizione del nostro mondo infligge ad un cuore veramente cattolico! E non è forse vero che una delle più decisive spinte verso la direzione della vostra scelta di diventare apostoli di Cristo e sacerdoti della sua Chiesa è data da questa scoperta della necessità che il mondo ha di chi lo evangelizzi nel nome di Cristo? Il dinamismo missionario nasce dalla cattolicità potenziale e tuttora non effettiva della Chiesa, nasce dalla investitura di Pentecoste data alla piccola Chiesa di diventare universale. Dall’apostolicità della Chiesa sgorga la sua vocazione alla cattolicità. Il missionario riceve alle spalle il mandato di apostolo, che lo spinge in avanti sui sentieri che devono rendere cattolico il mondo.

Sentite voi, carissimi, Figli, questa spinta? guardate voi davanti ai vostri passi le vie interminabili che vi condurranno in tutte le parti del mondo per portare il messaggio che Roma cattolica vi consegna? Quale meraviglioso spettacolo, quale tremenda avventura, quale perenne Pentecoste!

Vi diremo che l’urgenza di rispondere a questo dovere di cattolicità soffia con impeto nelle vele della Chiesa. Guardate l’apostolato del Clero e dei Laici, oggi. Guardate le Missioni. Guardate il Concilio ecumenico. Guardate la sollecitudine che spinge la Chiesa a venire a leale e rispettoso dialogo con tutte le anime, con tutte le forme della vita moderna, con tutte le espressioni sociali e politiche che lo vogliono accogliere sopra un piano di assoluta sincerità e di vera umanità. Guardate lo studio che la Chiesa pone per riavvicinarsi ai fratelli cristiani ancora da noi separati. Guardate lo sforzo che la Chiesa fa per accostare, anche con semplici contatti umani, gli appartenenti ad altre religioni.

Vi daremo un annuncio a questo proposito, affinché esso abbia voce e valore di Pentecoste; ed è questo: come tempo fa annunciammo, Noi istituiremo, e proprio in questi giorni, qui a Roma il «Segretariato per i non-Cristiani», organo che avrà funzioni ben diverse, ma analoga struttura a quello per i Cristiani separati. Lo affideremo al Signor Cardinale Arciprete di questa Basilica, che alla saggezza e alla virtù, che lo fanno caro e venerato alla Chiesa romana, aggiunge una rara competenza dell’etnografia religiosa.

Nessun pellegrino, per lontano che sia, religiosamente e geograficamente, il Paese donde viene, sarà più del tutto forestiero in questa Roma, fedele ancor oggi al programma storico che la fede cattolica le conserva di «patria communis».

Donde due conclusioni, carissimi Figli, ci sarà facile e solenne derivare da questa nostra sacra celebrazione; due ovvie scoperte, che Noi trarremo in propositi degni di memoria e di fedeltà; e son queste: prima, non vi può essere vera cattolicità se non correlativa all’unità della Chiesa, all’unicità della Chiesa; e seconda, né vi può essere cattolicità operante ed edificante che non nasca dalla interiorità d’una vita spirituale alimentata dal silenzio, dalla preghiera, dall’amore, dalla grazia. Pensate e vedrete che così è.

Oh, venga allora lo Spirito Santo a istruirci su queste verità, a infonderci queste virtù, a darci il gaudio della sua vivificante presenza. A tanto aspira la S. Messa che ora celebriamo, e tanto vi ottenga alla fine la Nostra Benedizione Apostolica.



PRIMO ANNIVERSARIO DELLA ELEZIONE DI SUA SANTITÀ

Domenica, 21 giugno 1964

Dobbiamo oggi, fra tutti, salutare il grande Pellegrinaggio della Arcidiocesi di Milano, della Nostra sempre carissima, sempre ricordata Chiesa Ambrosiana.

Siamo lieti e commossi di vederla qui presente, in questo anniversario della Nostra elezione alla Cattedra di S. Pietro, in grande forma: ecco S. E. Mons. Giovanni Colombo, già Rettore dei Seminari milanesi e perciò Nostro grande collaboratore e sostegno nel governo pastorale dell’Arcidiocesi, e Nostro degnissimo successore in quella sede gloriosa e benedetta; eccolo alla testa del Pellegrinaggio, venuto a salutarCi con intenzione e solennità ufficiale; ecco S. E. Mons. Giuseppe Schiavini, Vicario Generale e Vescovo Ausiliare, allora e tuttora; ecco Mons. Guido Augustoni, Presidente del Collegio dei Parroci Urbani con una bella corona di Prevosti e di Parroci e di Sacerdoti; ecco la rappresentanza del Capitolo metropolitano e della veneranda Curia e della Fabbrica del Duomo; ed ecco le Autorità civili, che con tanta deferenza hanno voluto associarsi al Pellegrinaggio per recarci il saluto della Città, rappresentata da S. E. l’on. Avv. Luigi Meda, Vice-Sindaco di Milano, accompagnato da cinque Assessori, da Noi, per il nome che egli porta e per la carica che esercita, tanto apprezzato; e per recarci il saluto della Provincia di Milano, qui presente nella illustre e cara persona del Presidente del Consiglio provinciale Avv. Adrio Casati, con tre Assessori, dalla quale persona tante prove avemmo di rispettosa e affettuosa adesione e alla quale dobbiamo particolare riconoscente ricordo; partecipa altresì a quest’udienza il Dott. Ossola, Sindaco di Varese col Sig. Vice-Sindaco; così un Assessore di quella Amministrazione provinciale; così cospicue rappresentanze dei Seminari diocesani e di quello Lombardo a Roma, dell’Università Cattolica, della valorosa Azione Cattolica, del giornale cattolico «L’Italia», della Caritas Ambrosiana; poi quella cospicua dell’Ospedale Maggiore; e Prevosti e Parroci, e Gruppi Parrocchiali in grande numero.

Cari Milanesi! Tutti cordialmente vi salutiamo e vi ringraziamo di questa visita, tanto religiosa nel suo significato, tanto fedele nei suoi sentimenti, tanto consolante in quanto Ci lascia scorgere del vostro fervore e dei vostri propositi. Voi Ci portate, per rendere ancor più espressivi i vostri sentimenti, una prima pietra da benedire d’una chiesa nuova, che, dedicata ai Santi Giovanni e Paolo, vuol associare al culto di questi Santi la memoria di Papa Giovanni, Nostro compianto e venerato Predecessore e del Papa, che ora vi parla, e che fu per otto anni e mezzo vostro Pastore. Quale prova di bontà e di generosità!, quale nuovo titolo alla Nostra affezione e alla Nostra gratitudine!, e quale stimolo per Noi a ricordarvi tutti, a conservarvi nel Nostro cuore e nella Nostra preghiera!

La vostra presenza, così documentata, ravviva in Noi una domanda, che spesso sorge nel Nostro spirito, e che non Ci stanchiamo di soddisfare con lunghe interiori risposte. La domanda è questa: quali vincoli Ci uniscono ancora a Milano?

Voi comprendete come la domanda stessa dica la Nostra non sopita sensibilità d’un distacco, che Ci colse all’improvviso e che produsse uno strappo fra i più forti che l’esperienza della Nostra vita, piuttosto varia e discontinua, Ci abbia riservati. Quando infatti il 16 giugno dello scorso anno partimmo dall’aeroporto di Milano non Ci parve affatto saluto di commiato, quello che la cortesia di non poche persone ed autorità presenti Ci suggeriva, ma piuttosto di più vivo desiderio di prossimo incontro. Dobbiamo assicurarvi, cari Milanesi, che Noi avevamo fra voi posto le radici di ogni Nostro affetto. Il proposito enunciato al Nostro ingresso nella Arcidiocesi Ambrosiana, solennemente ripetuto all’inizio della Nostra Visita pastorale, e in ogni occasione poi manifestato e confermato, era quello di consacrare a Milano tutti i giorni, tutte le forze, tutti gli interessi e gli affetti della vita che ancora la Provvidenza Ci avesse concesso di chiamare nostri. Come S. Paolo, Ci sembrava di poter dire: «Voi siete nel Nostro cuore per la vita e per la morte» (2 Cor. 2Co 7,3). Perciò la Nostra elezione al Pontificato romano è stata per Noi un distacco molto sentito; e se tante ragioni Ci obbligano a considerare consiglio della divina Provvidenza questa Nostra destinazione al tremendo e sublime ufficio apostolico, e perciò a goderne, sia pure nella confusione e nella oppressione della loro formidabile responsabilità, le misteriose e misericordiose divine intenzioni, ciò non ostante non possiamo non sentirci mancare quanto oramai occupava tutto il Nostro cuore: voi, figli carissimi; voi, venerati fratelli della dilettissima terra ambrosiana!

Ma la domanda, che insiste nel darci coscienza dei legami spirituali, che tuttora Ci tengono a voi uniti, si consola con molte buone risposte, di cui la prima stiamo già esponendo, anzi celebrando; ed è la memoria. Sì, carissimi figli, la memoria Nostra per voi è non meno costante e cordiale della vostra per Noi. Vogliamo Noi profittare di questa occasione per annodare in reciproca promessa di scambievole memoria gli animi nostri? Anche a questo proposito S. Paolo, per quanto Ci riguarda, Ci soccorre con la sua parola: «Noi rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, facendone menzione nelle Nostre preghiere, e non cessando mai di ricordare nel cospetto di Dio e Padre Nostro l’operosa e la costante speranza che voi avete in Gesù Cristo Nostro Signore» (1 Tess. 1, 2). Così sarà da parte Nostra, e così sia dalla vostra.

La memoria non è tuttavia il solo vincolo che a voi tuttora Ci tiene legati, anche perché essa, vi dicevamo, si esprime in riconoscenza. Noi Ci sentiamo a voi obbligati da grande riconoscenza, per la bontà con cui ci avete accolto, aiutato, sopportato, incoraggiato. Non è che il Nostro soggiorno fra voi sia stato esente da grandissima pena; la fatica pastorale è di natura sua pazienza, sofferenza, sacrificio; per le Nostre deboli spalle il peso della cura pastorale d’una Diocesi come quella Ambrosiana, per le sue dimensioni, per i suoi problemi sembrava a Noi essere ben grave e sensibile. Ma una volta di più quel peso, che Ci veniva da Cristo, fu, al tempo stesso, soave e leggero, e in gran parte per merito vostro. Ve ne ringraziamo di cuore e sempre ringrazieremo coloro che hanno aiutato l’umile Arcivescovo a portare l’immane sua croce. E perciò abbiamo ricavato da tale esercizio della cura pastorale non solo l’esperienza del cuore milanese e della virtù del Clero e del popolo ambrosiano. ma altresì quella diretta dei problemi religiosi, morali e sociali della vita moderna. Grande esperienza, grande scuola, grande fortuna è stata per Noi la permanenza fra voi; e a questo proposito una sola conclusione Noi qui vi confideremo: essere cioè codesta Chiesa, dove non invano hanno seminato insegnamenti ed esempi i due Santi Vescovi, giganti di sapienza e di santità, Ambrogio e Carlo, particolarmente benedetta e privilegiata, erede d’una tradizione spirituale d’incomparabile valore, tuttora padrona d’un magnifico patrimonio religioso e morale; e questo diciamo non tanto perché di ciò siate fieri e ambiziosi (che del resto è pur dovere esserlo, quando di tanti benefici si riconosce nella bontà di Dio la sorgente e nella sua gloria lo scopo), ma per un duplice altro motivo: che vi sentiate cioè, dapprima, responsabili di così copiosa dovizia di talenti, e li sappiate con zelo conservare e trafficare; e che poi possiate in ciò scorgere una vocazione all’esempio e alla carità verso la regione lombarda, verso la Nazione italiana, verso la Chiesa intera.

Ed ecco allora venire in evidenza altri vincoli che Ci uniscono tuttora, e più che mai, all’Arcidiocesi di Milano; e sono quelli della sua appartenenza alla Chiesa cattolica, che ha a Roma il centro della sua unità. Se prima eravamo per voi Pastore e Maestro per l’ufficio dell’Episcopato, ora lo siamo ancora, a diverso livello e con diverso esercizio, per l’ufficio del sommo Pontificato, il quale Ci obbliga ad amarvi, a servirvi con cuore e con impegno non minore di prima. Qui sarebbe da ricordare la lunga storia dei rapporti ecclesiastici fra Milano e Roma, rapporti che voi, Noi lo sappiamo, conoscete benissimo, e con mirabile fedeltà, a vostro vanto, a Nostra consolazione, voi alimentate ancor oggi; questo incontro ne è prova. La parola di Sant’Ambrogio è diventata legge per voi, la quale mentre consente e promuove l’espressione caratteristica della vostra tradizione rituale, culturale e religiosa, unisce la Chiesa ambrosiana a quella di S. Pietro in una magnifica comunione spirituale e disciplinare: «In omnibus cupio sequi Ecclesiam Romanam, . . . cuius typum in omnibus sequimur et formam»; in ogni cosa io desidero, diceva quel Santo vostro Vescovo, seguire la Chiesa Romana,... noi ne seguiamo sempre il modello e la forma (De Sacram. III, 5). Ed ecco che allora il legame non è unilaterale, a filo semplice, tra il Nostro ministero e la vostra Chiesa, ma è bilaterale, a filo doppio, tra la vostra, Ambrosiana altresì, e questa Chiesa Romana.

E poiché così è, tale legame non è soltanto storico e giuridico, ma vitale di mutua carità.

Ed è con questa carità, Fratelli e Figli carissimi, che Noi vi salutiamo specialmente quest’oggi; e comprendiamo nel Nostro beneaugurante saluto con la comunità diocesana anche quella civile, tutta la terra ambrosiana, tutte le Province che con essa in tutto o in parte coincidono: Milano, Varese, Como, Bergamo, Pavia; e al proferire il nome di queste Città, Capoluoghi di Provincia, altri illustri nomi di Città di cotesto vasto e fiorente territorio vengono alle Nostre labbra: Monza regale, e Lecco, e Rho, e Legnano, e Gallarate, e Busto Arsizio, e Magenta, e Melzo, e Abbiategrasso, e Desio, e Cantù, e Erba, e Treviglio, e Vimercate, e Saronno, e Sesto San Giovanni, e Tradate, ecc., e tant’altre vorremmo citare, come sempre abbiamo nella memoria.

Diremo terminando, ancora con S. Paolo, è giusto per Noi così pensare di tutti voi, perché vi abbiamo nel cuore! (cfr. Phil. Ph 1,7). Si, nel cuore; e dal cuore traiamo per voi tutti la Nostra Benedizione.



CONSACRAZIONE DI CINQUE NUOVI VESCOVI

Domenica, 28 giugno 1964

Signori Cardinali!

Venerati Confratelli! e diletti figli!

Sostiamo un momento. Come il viandante, arrivato con fatica sopra un’altura, si ferma, respira e contempla. Qui potremmo rimanere a lungo; e tale è l’ampiezza e la ricchezza di ciò che si offre al nostro sguardo, che potremmo far nostre le aspirazioni degli Apostoli sul Tabor: «Bonum est nos hic esse» (Mt 17,4); potremmo rimanere nella riflessione dell’avvenimento testé compiuto, senza provare sazietà e stanchezza, ma piuttosto gaudio e quasi ansia di più comprendere e di più godere.

Basti a noi ora un momento, per tradurre in pensiero l’esperienza spirituale unica e sublime di questo rito, per onorare con un atto di piena coscienza il Signore di cui abbiamo così intimamente celebrato i misteri, per scegliere fra tanta ricchezza di atti e di testi un dono di grazia e di verità, che ci sia di ricordo speciale, con tanti altri non meno preziosi, nei giorni venturi, per rendere sempre perseverante e attuale il beneficio di quest’ora benedetta.

Quale scegliamo? L’Episcopato, di cui ora questi Nostri Fratelli sono stati rivestiti, presenta alcuni aspetti di chiara evidenza, nei quali possiamo riassumere l’immensa dottrina che lo riguarda. Scegliamo il primo: la dignità del Vescovo. Sappiamo che di solito la considerazione circa l’Episcopato, specialmente oggi, e specialmente nella circostanza che ora Ci riguarda, quella del commento sul rito compiuto, preferisce rivolgersi ad altri aspetti dell’Episcopato: alla potestà, ad esempio, che è conferita con la consacrazione; alla inserzione del consacrato nel corpo episcopale; al ministero e al servizio, a cui il Vescovo è deputato, di Sacerdote, di maestro, di pastore; alla santità, di cui egli deve fare professione e dare esempio

Noi fermiamo un istante il pensiero sul primo aspetto che dicevamo essere quello della dignità episcopale. Ne possiamo avere qualche nozione cercando di rispondere ad una domanda molto ovvia: che cosa sono diventati questi nuovi eletti, questi nuovi consacrati? La domanda può essere formulata anche in modo più semplice: chi è un Vescovo? Chi è, innanzi tutto, di fronte a Dio, chi è in se stesso, prima ancora che noi pensiamo alla sua funzione in seno alla Chiesa, funzione che certamente ha ragione di fine nella consacrazione d’un Vescovo: l’Episcopato non è un onore che sta a sé; è il carattere d’un particolare ministero, cioè è una dignità che accompagna e sostiene un servizio a vantaggio altrui; sappiamo bene che non è una elevazione fine a se stessa, ma per il bene della Chiesa; l’Episcopato, dirà S. Agostino «nomen est operis, non honoris»; e Vescovo non è chi «praeesse dilexerit, sed prodesse», cioè non lo è chi ama l’onore più dell’onere, chi desidera precedere più ,che giovare (De civ. Dei, 19, 19; P.L. 41, 647); e S. Gregorio Magno, con S. Benedetto (Reg. 64, 8), ripeterà: «Oportet magis prodesse, quam praeesse» (Reg. Past. 11, 6).

Ma sta il fatto che il .Vescovo, ancor prima d’essere ministro del culto, pastore dei fedeli, maestro della comunità, è un uomo chiamato e assunto fra gli altri uomini (cfr. Hebr. 5, 1), un eletto, un preferito. La grande maggioranza dei teologi moderni ci assicura, e forse tra poco la voce del Concilio ecumenico lo confermerà, che, secondo la più ampia e antica tradizione, l’ordinazione episcopale ha valore di sacramento; è perciò una fonte di grazia, è un dono divino, è una ricchezza spirituale, è una santificazione superiore. Il rito ora compiuto non è, per quanto solennemente celebrato, una semplice trasmissione di poteri liturgici, didattici e giuridici; è una perfezione conferita all’anima d’ogni consacrato; il quale, prima d’essere un santificatore degli altri, è lui stesso un santificato. Anzi l’opera dello Spirito Santo, noi sappiamo, nel sacramento dell’ordine non consiste solamente nel conferimento della grazia a colui che lo riceve, ma nell’impressione altresì d’un carattere, che assimila l’anima del consacrato al sacerdozio di Cristo, in grado sommo, in vera pienezza per chi dell’Ordine sacro è assunto al grado episcopale. E se, per disavventura dell’umana fragilità, si può dare il caso che quella grazia si spenga, non si cancella invece il sigillo sacramentale, non viene meno la attitudine a fungere da strumento di Cristo, così che la validità del ministero sarà indipendente dalla santità del ministro, perché ormai Cristo ha così associato a sé il ministro stesso da sostituire in lui ogni effettiva causalità. Ricordiamo ancora S. Agostino: «Pietro battezza, ma è Cristo che battezza; Paolo battezza, ma è Cristo che battezza; Giuda battezza, ma è Cristo che battezza» (cfr. in Io. tract. 6, 1 - P.L. 35, 1428). Ma anche questa assoluta prevalenza dell’azione di Cristo nel ministro, che ha ricevuto il carattere sacramentale dell’Ordine sacro, non è senza splendore di dignità, di potenza, di mistero; nell’uomo consacrato si sovrappone una veste rappresentativa che non indarno lo tende alter Christus; egli agisce, come insegna S. Tommaso; «in persona Christi, cuius vicem . . . gerit per ordinis potestatem» (III, 82, 7, ad 3), egli opera cioè in persona di Cristo, di cui fa le veci mediante la potestà dell’Ordine.

Queste stesse verità annunciava, in questa medesima Basilica Vaticana, il Nostro venerato Predecessore di felice memoria, Giovanni XXIII, quando, nel maggio 1960, dopo aver consacrato quattordici nuovi Vescovi, diceva: «L’umile successore di Pietro, circondato dai seniori della Chiesa, ripete, sia pur con diversa formula, l’invocazione primitiva, ripete il gesto della trasmissione del carattere episcopale e della grazia» (A.A.S. 1960, 466).

Non dobbiamo noi fermare lo sguardo su questa trasfigurazione dell’uomo, e ammirare nell’uomo trasfigurato l’opera di Dio? Se il Sacerdozio cattolico non sostituisce Cristo, ma lo personifica; se non introduce una nuova mediazione fra Dio e l’umanità, ma mette in esercizio l’unica mediazione di Cristo; se non solo trasmette ad altri la santificazione, ma ne rende partecipe il veicolo che la distribuisce, non dobbiamo noi meditare e celebrare la dignità, l’eccellenza, la sublimità dell’uomo così invaso dallo Spirito Santo?, non chiedevamo Noi a Dio, un momento fa, all’atto preciso della consacrazione, di santificare questi eletti, forniti degli ornamenti di ogni glorificazione? (Pont. Rom.). Non si compiono forse davanti a noi, in questi nuovi Vescovi, le parole di S. Paolo, riferite appunto ai ministri del Vangelo: «Noi tutti... riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, ci trasformiamo nella stessa immagine, di gloria in gloria, come per opera dello Spirito del Signore»? (2 Cor. 2Co 3,18).

Ecco una parola che pronunciamo con fatica, noi moderni, la parola «gloria» riferita ad esseri umani. Ne abbiamo timore come d’un termine orgoglioso e vanitoso, attribuito a qualche eroe, a qualche sapiente, a qualche campione per stimolare e saziare il nostro inestinguibile bisogno di riferirci al concetto dell’uomo perfetto, al tipo reale dell’uomo ideale; perché subito dopo d’aver esaltato a gloria l’uomo eccezionale ne avvertiamo la misura limitata, la miseria, il vuoto, la maschera; non crediamo più all’uomo grande, all’uomo glorioso; perfino il santo noi abbassiamo spesso al livello della nostra mediocrità.

Ed è invece la parola «gloria» un termine che la Sacra Scrittura ci fa continuamente pronunciare, e non solo riferita a Dio, ma all’uomo altresì. Ma non all’uomo per se stesso, sì bene all’uomo su cui splende la luce di Dio: «Signaturn est super nos lumen vultus tui, Domine; dedisti laetitiam in corde meo»; si è dispiegata su di noi la luce della tua faccia, o Signore!, hai riempito di gaudio il mio cuore» (Ps 4,7), diremo col Salmista.

Lo diremo per godere di questo avvenimento come d’uno dei più belli, dei più grandi, dei più benefici della nostra umana vicenda: avvenimento di grazia e di letizia è questo; benediciamo il Signore! «Haec est dies quam fecit Dominus!», questo è un giorno proprio fatto dal Signore!

Lo diremo per ravvivare in noi tutti il concetto del Sacerdozio di Cristo, concetto che non può non essere espresso che in termini di sublimità, di dignità e di letizia. Lo diremo infine per riferire a Cristo ogni senso del rito compiuto, ogni riflesso, che ne viene a chi nella Chiesa assume titolo e funzione episcopale, ogni speranza che alla Chiesa è concessa nella celebrazione vivente della successione apostolica; memori ancora una volta della sublime e sintetica parola di S. Paolo: Sono apostoli delle Chiese, sono gloria di Cristo!, «Apostoli ecclesiarum, gloria Christi!» (2 Cor. 2Co 8,23).

E questa acclamazione Noi rivolgiamo ora ai cinque nuovi Vescovi che abbiamo testè consacrati e che siamo lieti ed onorati di presentare alla comunità dei fedeli e di salutare Fratelli, nell’ordine episcopale.

Possano i nuovi Vescovi, che raccolgono con la successione apostolica la grande missione di essere i testimoni qualificati della fede, i maestri, i santificatori e i pastori del popolo di Dio, gli edificatori della santa Chiesa, possano essere la gloria di Cristo! È il Nostro incoraggiamento per voi, Fratelli nell’Episcopato, ad assumere con umiltà, con coraggio, con fiducia il peso formidabile della responsabilità episcopale: siete, Fratelli, nelle vostre persone consacrate, la gloria di Cristo; siate, Fratelli, anche nella missione che vi at-tende, la gloria di Cristo!: è il Nostro gaudio, è il Nostro voto, è la Nostra speranza; è il gaudio, è il voto, è la speranza delle persone venerate e care che fanno corona ai nuovi Consacrati; è il gaudio, è il voto, è la speranza della Chiesa di Dio: siate la gloria di Cristo!

Noi proferiamo questo grido di lode e d’augurio per te, diletto Fratello Nostro Angelo Palmas, destinato a rappresentare questa Sede Apostolica nell’estremo Oriente, nella remota Indocina, quale Nostro Delegato Apostolico: possa la tua missione recare pace, prosperità a quelle terre stupende e tribolate, lontane nello spazio, ma a Noi vicine nello spirito, e con tanta fecondità e tante promesse aperte alla gloria di Cristo!

Per te ripetiamo la biblica acclamazione, caro e venerato Fratello Ernesto Camagni, Cancelliere dei Brevi Apostolici, per lunghi anni Nostro fedele collaboratore, affinché il tuo servizio alla Sezione della Nostra Segreteria di Stato e le cure del tuo apostolato possano rendersi fruttuose, a gloria di Cristo, anche nel settore delle pie Confraternite romane.

Lo rivolgeremo a te, Giovanni Fallani, che, presiedendo agli organi tutori e promotori dell’arte sacra in Italia, nuova gloria a Cristo potrai procurare, a Lui dirigendo opere ed animi, che nel decoro della bellezza e delle virtù artistiche possono celebrarla.

Poi lo rivolgeremo a te, Giovanni Willebrands, caro Fratello in cerca di fratelli cristiani ancora da Noi separati, ma a Noi già uniti nella speranza, affinché sia gloria a Cristo e gioia per tutta la Chiesa, il tuo ministero, intento ad appianare le vie per l’auspicata riconciliazione.

E finalmente al venerato ed illustre Abate Pietro Salmon esprimeremo l’augurio Nostro che la dignità vescovile, a lui conferita; rifulga a gloria di Cristo nel cenacolo della sua comunità, nel laboratorio della revisione della Volgata, a cui da tanti anni ha dedicato assidue e sapienti fatiche, e nel più vasto cerchio di tutta la piissima famiglia monastica benedettina.

E con questi nuovi Fratelli nella dignità e nell’ufficio episcopale, con voi, Figli e Fedeli, che con loro e con Noi condividete il gaudio di quest’ora felice, ripeteremo con l’Apostolo: «A Dio, unico e sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, sia la gloria per i secoli dei secoli!». Così sia!


1964 Omelie di Paolo VI - Giovedì, 7 maggio 1964