
1969-AUDIENZE - IL CENTRO GIOVANILE TURISTICO DI TORINO
Diletti Figli e Figlie!
Pare a noi di leggere nei vostri animi una domanda: ci dica qualche cosa del suo viaggio a Ginevra, del suo incontro con quella grande istituzione internazionale, che da cinquant’anni si occupa al più alto livello dei problemi del lavoro. È stato un viaggio, quello del Papa all’Organizzazione Internazionale del Lavoro, un atto molto singolare: com’è stato accolto? Quale significato gli si può riconoscere? Quali risultati può avere? Quali impegni ne derivano alla Chiesa e al mondo cattolico? eccetera. Carissimi Figli! Comprendiamo la vostra curiosità e Ci compiacciamo del vostro interesse circa questo recente Nostro viaggio, e apprezziamo soprattutto l’importanza che voi date a quell’ente che si qualifica dalla promozione al mondo del lavoro e al contatto che la Chiesa sente il dovere d’avere con esso. Ma non risponderemo alle vostre domande. Non siamo soliti a dare interviste. E poi si è già fatta sufficiente pubblicità su questo avvenimento; e Noi non amiamo farne di più. Lasciamo parlare le cose ed i fatti, che meritano d’essere ricordati e ripensati.
Vi diremo soltanto due cose. La prima: che siamo stati accolti con estrema cortesia; e come a Noi piace: con semplicità e con rispetto, non solo alla Nostra modesta persona, ma ancor più alla Nostra parola e alla Nostra missione, per tanti aspetti vicina e convergente con l’alta e provvida funzione dell’Organizzazione medesima. Sentiamo l’obbligo di rinnovare pubblicamente la Nostra riconoscenza per l’accoglienza fatta a Noi e alle personalità che Ci accompagnavano, come vogliamo ripetere le lodi e i voti espressi in quella circostanza per l’opera di quella medesima benemerita istituzione.
La seconda cosa: la Nostra impressione generale, che da quell’osservatorio, certo il più alto fra i tanti, Noi abbiamo avuto del mondo del lavoro. Voi tutti sapete quanto questo stesso mondo sia complesso, quanto caratterizzato dalle trasformazioni sociali? economiche, spirituali che ne derivano, e quanto ieri e oggi agitato da contrastanti ideologie, da divergenti interessi, da opposte concezioni sociali e politiche. Visto così dall’alto, nel suo panorama complessivo, quale è stata la Nostra impressione? È stata ottimista. Non che siano risolte tutte le questioni, che fanno ancora del mondo del lavoro un campo pieno di tumultuanti fenomeni e di enormi bisogni : è palese il fermento che il lavoro moderno produce nella nostra società, che ormai assume il titolo di tecnocratica; sono ancora scoperte situazioni stridenti di angosciose necessità umane; è sempre fonte di apprensione “inquieto risveglio della coscienza delle classi lavoratrici; cresce il timore d’un fallace orientamento della mentalità moderna verso la sufficienza del progresso economico a soddisfare tutti i bisogni, anche spirituali, dell’uomo; e così via.
SUPERAMENTI IDEOLOGICI
Ma nello stesso tempo dobbiamo prendere nota con soddisfazione che un ordinamento migliore si delinea nella storia dell’umanità, proprio in funzione del lavoro: sarebbe lungo e difficile darne adeguata notizia, specialmente in un breve e familiare colloquio come questo. Ci basti osservare uno dei più evidenti aspetti di questo promettente orientamento. È quello, che potremmo dire di certi superamenti ideologici, che sembravano impossibili, e che ora si manifestano non solo possibili, ma vantaggiosi, e già in via d’attuazione.
È superata, almeno teoricamente (ed è già molto), la concezione che il mondo del lavoro sia quello di fatali e irriducibili egoismi. Che l’egoismo sia la tentazione perenne ed anche il peccato caratteristico del campo economico, derivante dal lavoro produttivo, dove sono beni temporali, ricchezze cioè da spartire, è comprensibile; il bisogno è naturale, la cupidigia è innata nell’uomo (cfr. 1 Tim 1Tm 6,10 Lc 12,15), il senso della giustizia distributiva è parimente radicato e ora reso potente e prepotente nel cuore del popolo; e perciò il contrasto di interessi è sempre presente ed esplosivo; gli egoismi di strutture economiche e gli egoismi di classe sono immanenti nella convivenza sociale, ma non insuperabili, ecco la novità, non indomabili da un senso più vivo del bene comune e della giustizia sociale, cioè da una razionalità superiore, che sta prendendo il sopravvento e va generando una civiltà più ordinata e pacifica. Questo primo superamento ne comporta un altro, quello che pone l’uomo, in quanto tale, al primo posto nella gerarchia dei valori del mondo del lavoro: l’operatore vale più dell’opera, anche se questa costituisce il fine specifico del lavoro. Nuovo superamento: il lavoro produce non solo ricchezze esterne all’uomo, ma anche interiori: prima fra queste la solidarietà, l’amicizia, la fratellanza; e così un duplice senso di personalità, quello d’essere qualcuno nella colleganza dell’attività comune, e quello di riconoscenza per chi ci ha procurato con la sua fatica gli agi della vita. Anche questa è idea che si fa strada nella tecnopoli di per sé priva di valori sentimentali e psicologici. Così si verifica il superamento del concetto pragmatico di progresso, come beneficio supremo e immediato di chi lo genera o ne gode, mentre il progresso viene configurandosi come servizio al bene comune, e sempre indirizzato all’incremento della dignità umana.
CRISTO PRENDE PER MANO IL LAVORATORE
E finalmente il superamento della visione materialista del lavoro: volere o no, esso diventa rivelatore delle leggi del cosmo, cioè delle intenzioni misteriose e rigorose che il Pensiero creatore di Dio vi ha infuso, e subito rivelatore altresì della inesauribile capacità pensante e operante dell’uomo, che sa leggere nelle cose, da lui non prodotte, ma da lui dominate. La mente di Dio s’incontra con la mente dell’uomo impegnato nel lavoro moderno, intelligente e potente. Una luce nuova; un bacio nuovo. L’incontro può essere meraviglioso, dapprima come un dialogo normale, poi come una nastente interrogazione, infine come un inno estatico. Il superamento dell’irreligiosità, propria del materialismo moderno, apre un nuovo orizzonte allo spirito anchilosato del Lavoratore e dell’operatore. Non è più vero che la religione sia morta a causa del trionfo della scienza e della tecnica; essa sale ad un piano superiore: di bisogno interiore incoercibile, di linguaggio, sempre balbettante e insufficiente, ma vivo, ma libero, ma ristoratore. 12 quello d’un’interiore libertà ritrovata, è quello d’un amore supremo possibile. L’operaio moderno specialmente ne ha tanto bisogno e tanto diritto. E se Cristo, il collega per eccellenza dell’umanità faticante e ricercante, lo prende per mano, il suo spirito si apre, la sua lingua si muove, la sua preghiera si scioglie: questo è 1’Uomo nascente nel secolo nuovo.
Il discorso si fa lungo; e qui lo fermiamo. Non senza esortare noi tutti ad amare questo mondo del lavoro, a capire quali ricchezze umane, spirituali, cristiane esso ancora nasconda e possa rivelare (cfr. Civ. Catt.: ALFARO, Tecnopolis e cristianesimo, giugno 1969). Noi ne eravamo già persuasi; ma la nostra visita all’Organizzazione Internazionale del Lavoro ce ne ha dato nuova e felice impressione. A voi la comunichiamo, con la Nostra benedizione apostolica.
Diletti Figli e Figlie!
In queste brevi conversazioni delle Udienze generali Ci sembra ancora doveroso ripensare al Concilio. E per ora lo facciamo senza risalire ai suoi vari e specifici insegnamenti, ma con alcune osservazioni d’indole molto sommaria. Questa, ad esempio, che tutti possono fare da sé: il Concilio ha prodotto nel popolo cristiano una mentalità, una sua mentalità. È chiaro che al fondo di questa mentalità si trova una convinzione molto buona, un postulato, un’idea di base che alcuni ammettono come già acquisita, altri, più avveduti, come da acquisire, da realizzare. E questa convinzione ci dice che il Concilio vuole una professione cristiana più seria, più autentica, più vera. Un approfondimento nella sincerità. E questa idea, dicevamo, è molto buona, Possiamo e dobbiamo farla nostra, perché da essa è partito il Concilio, come, del resto, da questa aspirazione ad una perfetta interpretazione della vita cristiana, sia nel pensiero che nella condotta, parte continuamente l’azione didattica, santificatrice e pastorale della Chiesa. Ma, dopo il Concilio, come si esprime questa rinnovata mentalità? Dove si dirige la sua ricerca d’un cristianesimo autentico, vivo e adatto per i nostri tempi? Si esprime in vari modi. Uno di questi modi è quello di ritenere ormai facile l’adesione al cristianesimo; e quindi di tendere a renderlo facile.
L’ESSENZA DEL MESSAGGIO EVANGELICO
Un cristianesimo facile: questa Ci sembra una delle aspirazioni più ovvie e più diffuse, dopo il Concilio. Facilità: la parola è seducente; ed è anche, in un certo senso, accettabile, ma può essere ambigua. Può costituire una bellissima apologia della vita cristiana, a intenderla come si deve; e potrebbe essere un travisamento, una concezione di comodo, un «minimismo» fatale. Bisogna fare attenzione.
Che il messaggio cristiano si presenti nella sua origine, nella sua essenza, nella intenzione salvatrice, nel disegno misericordioso che tutto lo pervade, come facile, felice, accettevole e comportabile, è fuori dubbio. È una delle più sicure e confortanti certezze della nostra religione; sì, ben compreso, il cristianesimo è facile. Bisogna pensarlo così, presentarlo così, viverlo così. Lo ha detto Gesù stesso: «Il mio giogo è soave ed il mio peso è leggero» (Mt 11,30). Lo ha ripetuto, rimproverando ai Farisei, meticolosi e intransigenti, del suo tempo: «Compongono pesanti e insopportabili fardelli e li impongono sulle spalle degli uomini» (Mt 23,4 cfr. Matth Mt 15,2, ss.). E una delle idee maestre di San Paolo non è stata quella di esonerare i nuovi cristiani dalla difficile, complicata e ormai superflua osservanza delle prescrizioni legali del Testamento anteriore a Cristo?
IL SOMMO PRECETTO DELL’AMOR DI DIO
Si vorrebbe qualche cosa di simile anche per il nostro tempo, che è orientato verso concezioni spirituali semplici e fondamentali. Sintetiche e a tutti accessibili: non ha il Signore condensato nel sommo precetto dell’amor di Dio e in quello, che lo segue e ne deriva, dell’amore del prossimo, «tutta la legge ed i profeti» (Mt 22,40)? Lo esige la spiritualità dell’uomo moderno, quella dei giovani specialmente; lo reclama un’esigenza pratica d’apostolato e di penetrazione missionaria. Semplificare e spiritualizzare, cioè rendere facile l’adesione al cristianesimo; questa è la mentalità che sembra scaturire dal Concilio: niente giuridismo, niente dogmatismo, niente ascetismo, niente autoritarismo, si dice con troppa disinvoltura: bisogna aprire le porte ad un cristianesimo facile. Si tende così ad emancipare la vita cristiana dalle così dette «strutture»; si tende a dare alle verità misteriose della fede una dimensione contenibile nel linguaggio corrente e comprensibile dalla forma mentale moderna, svincolandole dalle formulazioni scolastiche tradizionali e sancite dal magistero autorevole della Chiesa; si tende ad assimilare la nostra dottrina cattolica a quella delle altre concezioni religiose; si tende a sciogliere i vincoli della morale cristiana, qualificati volgarmente come «tabu», e delle sue pratiche esigenze di formazione pedagogica e di osservanza disciplinare, per concedere al cristiano, fosse pur egli un ministro dei «misteri di Dio» (1 Cor 1Co 4,1 2 Cor 2Co 6,4) o un seguace della perfezione evangelica (cfr. Matth Mt 19,21 Lc 14,33), una così detta integrazione con il modo di vivere della gente comune. Si vuole, ripetiamo, un cristianesimo facile, nella fede e nel costume.
Ma non si va oltre il confine di quell’autenticità, a cui tutti aspiriamo? Quel Gesù, che ci ha portato il suo vangelo di bontà, di gaudio e di pace, non ci ha forse anche esortati ad entrare «per la porta stretta» (Mt 7,13)? E non ha forse preteso una fede nella sua parola, che va oltre la capacità della nostra intelligenza? (cfr. Io. 6, 62-67). E non ha Egli detto che «chi è fedele nel poco, è fedele ,anche nel molto» (Lc 16,10)? Non ha fatto Egli consistere l’opera della sua redenzione nel mistero della Croce, stoltezza e scandalo (1 Cor 1Co 1,23) per questo mondo, mentre è condizione della nostra salvezza il parteciparvi?
PIENEZZA DI RISPETTO PER LA LEGGE DIVINA
Qui la lezione si fa lunga e difficile. Sorge la domanda: ma allora il cristianesimo non è facile? Allora non è accettabile da noi moderni, e non è più presentabile al mondo contemporaneo? Rinunciamo in questo momento a risolvere debitamente questa grave, ma non profonda difficoltà. Ricordiamo soltanto che il costo delle cose facili, se belle, se perfette, se rese tali superando ostacoli formidabili, è sempre alto. Pensiamo, per esempio, a questa legge, che presiede a tutto lo sforzo della coltura e del progresso, quando abbiamo occasione di viaggiare in aeroplano: volare, com’è facile! ma quanti studi, quante fatiche, quanti rischi, quanti sacrifici esso è costato!
E poi, per stare al nostro tema, ci domandiamo: il cristianesimo sarebbe fatto per i temperamenti deboli di forza umana e per i fiacchi di coscienza morale? Per gli uomini imbelli, tiepidi, conformisti, e non curanti delle austere esigenze del Regno di Dio? Ci domandiamo alle volte se non sia da cercare fra le cause della diminuzione delle vocazioni alla sequela generosa di Cristo, senza riserve e senza ritorni, quella della presentazione superficiale d’un cristianesimo edulcorato, senza eroismo e senza sacrificio, senza la Croce, privo perciò della grandezza morale d’un amore totale. E Ci chiediamo anche se fra i motivi delle obbiezioni, sollevate nei confronti dell’Enciclica «Humanae vitae», non vi sia anche quello d’un segreto pensiero: abolire una legge difficile per rendere la vita più facile. (Ma se è legge, che ha in Dio il suo fondamento, come si fa?).
Noi ripeteremo: sì, il cristianesimo è facile; ed è saggio, è doveroso appianare ogni sentiero che ad esso conduce, con ogni possibile agevolazione. Ed è ciò che la Chiesa, dopo il Concilio, cerca in ogni modo di fare, ma senza tradire la realtà del cristianesimo. Il quale è davvero facile a qualche condizione: per gli umili, che ricorrono all’aiuto della grazia, con la preghiera, con i sacramenti, con la fiducia in Dio, «che non permetterà, dice S. Paolo, che siate tentati sopra le vostre forze, ma con la tentazione vi offrirà modo . . . di superarla» (1 Cor 1Co 10,13); e per i coraggiosi, che sanno volere ed amare, amare soprattutto. Diciamo con S. Agostino: il giogo di Cristo è soave, per chi ama; duro per chi non ama: «amanti, suave est; non amanti, durum est» (Serm. 30; PL 38, 192).
Procurate, Figli carissimi, di fare questa felice esperienza: rendere facile mediante l’amore la vita cristiana! Con la Nostra Apostolica Benedizione.
Nunc autem vos alloquimur, dilecti Filii ex Ordine Fratrum Minorum Conventualium, qui ex omnibus orbis regionibus Romam convenistis ad Capitulum Generale speciale celebrandum. Paterna cum benevolentia vos coram excipimus ac plurimi aestimamus propositum, quod vos huc hodie adduxit, ut Beati Petri Successori fidem, caritatem et observantiam vestram obtestaremini.
Capitulum speciale, sicut ceterae religiosae familiae, indixistis, ut, Concilii Oecumenici Vaticani II normis obtemperantes; renovationi consuleretis disciplinae vestrae; atque hac de causa a Nobis verba quaedam certe exspectatis, quae vos in suscepto opere ducant, illuminent, conforment. Nihil aliud vobis aptius proponere putamus, quam ut in vestram memoriam revocemus monitum ipsius Concilii, vi cuius vitae religiosae renovatio complectitur «continuum reditum ad omnis vitae christianae fontes primigeniamque institutorum inspirationem et aptationem ipsorum ad mutatas temporum condiciones» (Decr. Perfectae caritatis PC 2). Quare operam dantes ut facies externa Vestri Ordinis ad nostrorum temporum rationem accommodetur, prorsus necesse est, ut ad Legiferum Patrem vestrum semper intueamini, novasque normas apparetis numquam contra, semper vero secundum eius spiritum, qui est spiritus orationis, austeritatis vitae, paupertatis, ac praesertim incensissimi amoris erga Iesum Christum et proximos. Qua in re, Iesu Christi gratiam ac Sancti Francisci deprecationem certe scitis vobis numquam fore defuturas.
Haec ut feliciter eveniant, preces Nostras pro vobis libenter ad Deum fundimus, et Apostolicam Benedictionem vobis impertimus.
Ed ora un particolarissimo saluto, pieno di affetto, ai circa quattrocento sacerdoti, che partecipano alla sesta Settimana di studio sulla Pastorale nel mondo del lavoro, promossa dalla benemerita O.N.A.R.M.O. Il tema, scelto quest’anno, esigerebbe ben più ampio svolgimento di quanto l’esiguità del tempo a Nostra disposizione purtroppo Ci permetta: di fatto, «la povertà evangelica e l’apostolato sacerdotale nell’attuale evoluzione del mondo del lavoro» è argomento importante, ampio, impegnativo, diremmo cruciale e tormentoso, ma pur esaltante e vitale, perché il suo approfondimento pone la vostra azione di ministero di fronte alle proprie esigenze di assoluta autenticità, secondo lo spirito del Vangelo, e l’aiuta a conseguire pienamente la propria validità ed efficacia. Ci compiacciamo di cuore per tale scelta, che in,dica nella Direzione e in tutta la vasta compagine dell’O.N.A.R.M.O. una viva sensibilità dei problemi dell’ora.
Lo spirito di povertà, che il Concilio ha definito «gloria e segno della Chiesa di Cristo» (Gaudium et spes GS 88), è la consegna del momento, è l’impegno che tutti vi chiama, è la testimonianza che quanti oggi faticano, lavorano, soffrono, e quanti patiscono nella disuguaglianza e nella sfiducia, hanno il diritto di attendersi dai cristiani, in modo particolare dai sacerdoti. Lo spirito di povertà è l’annuncio del Vangelo per il mondo di oggi, che non vuole parole ma fatti, che non si accontenta di dichiarazioni ma penetra perspicacemente nelle intenzioni e sa leggervi quanto siano rette e sincere. Ne abbiamo parlato esplicitamente già fin dalla Nostra prima Enciclica Ecclesiam suam, quando abbiamo chiesto a Pastori e fedeli di educare alla povertà il linguaggio e la condotta, avendo in sé lo stesso sentire di Cristo (cfr. Phil Ph 2,5), e ricordato «quei criteri direttivi che devono fondare la nostra fiducia più su l’aiuto di Dio e sui beni dello spirito, che non sui mezzi temporali», ribadendo che di questi tanto dobbiamo «limitare e subordinare il possesso e l’uso quanto è utile al conveniente esercizio della nostra missione apostolica» (A.A.S. 56 [1964] p. 634). Dal canto suo, il Decreto conciliare sul ministero e la vita sacerdotale ha chiaramente esortato i sacerdoti allo spirito e alla pratica della povertà, perché così «possono conformarsi a Cristo in modo più evidente, ed essere in grado di svolgere con maggiore prontezza il sacro ministero» (Presbyterorum ordinis PO 17).
Voi, carissimi sacerdoti, Cappellani del lavoro, avete la responsabilità assillante e l’onore impareggiabile di rappresentare Cristo fra i vostri operai, fra i vostri artigiani e lavoratori, della cui salvezza dovrete un giorno rendere conto davanti a Dio: fate che, attraverso il diaframma della vostra povertà, della vostra dolcezza, della vostra comprensione, della vostra disponibilità, di tutto quanto fa della vita dei sacerdoti una vita di uomini crocifissi, essi vedano il Cristo in mezzo a loro, scoprano il suo volto e il suo amore, per potersi aprire a Lui, accoglierlo nelle loro anime come nelle loro famiglie, e far-Gli onore con la propria condotta di vita. A tanto e sì grave compito vi incoraggia il Papa, e vi conforta con la Sua paterna Apostolica Benedizione.
Chers Messieurs,
C’est pour Nous une grande joie de vous accueillir ce matin dans notre demeure, vous qui êtes les délégués de l’association des journalistes catholiques de Belgique, et avez à coeur de venir fidèlement Nous remettre le produit des étrennes pontificales pour l’année 1969.
Nous aimons, Mesdames et Messieurs, voir dans votre présence auprès de Nous aujourd’hui un émouvant témoignage de la fidélité de la Belgique catholique au siège de Pierre, un éloquent symbole de sa foi et de sa générosité inébranlables.
Que le Seigneur vous bénisse, qu’il bénisse tous ceux qui vous sont chers, qu’il féconde votre apostolat de la presse si important. A une heure où l’on critique et conteste souvent abusivement, soyez les témoins vivants de la charité qui anime l’Eglise, l’écho de la vie de foi et d’espérance qui l’anime, et les porte-parole de l’amour paternel de l’humble successeur de Pierre pour tous vos frères et vos pasteurs.
A tous, notre affectueuse Bénédiction apostolique.
We are indeed honored by this visit, and We bid a cordial welcome to two very distinguished groups: one representing the United States Conference of Mayors, and the other a Mission of the Inter-American Communal Organization which links Mayors of North, Central and South America in collaboration between their cities and communes.
Chosen by the votes of your fellow-citizens, you strive to build up and improve, not only your own cities, but others in your native land or even in other countries. This praiseworthy endeavour contributes towards the high purpose of civic, national, and world peace, and We assure you of Our prayerful good wishes for the success of your important efforts.
Upon each of you and your families, upon your colleagues in the Conference and the Organization, and upon the peoples of your cities and communes, We invoke God’s richest blessing.
Diletti Figli e Figlie!
È nostro desiderio di accogliere le grandi parole del Concilio, quelle che ne definiscono lo spirito, e in sintesi dinamica formano la mentalità di quanti, dentro e fuori della Chiesa, al Concilio si riferiscono. Una di queste parole è quella di novità. È una parola semplice, usatissima, molto simpatica agli uomini del nostro tempo. Portata nel campo religioso è meravigliosamente feconda, ma, male intesa, può diventare esplosiva. Ma è parola che ci è stata data come un ordine, come un programma. Anzi ci è stata annunciata come una speranza. È una parola rimbalzata fino a noi dalle pagine della sacra Scrittura: «Ecco (dice il Signore). Io farò cose nuove»; è il Profeta Isaia che così parla; a lui fa eco S. Paolo (2 Cor 2Co 5,17), e poi l’Apocalisse: «Ecco ch’io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). E Gesù, il Maestro, non è Lui stesso un innovatore? «Voi avete udito ciò ch’è stato detto agli antichi . . . Ma io vi dico . .» (Mt 5), Egli ripete nel discorso della montagna. Il battesimo, cioè l’inizio della vita cristiana, non è anch’esso una rigenerazione? «Noi dobbiamo camminare in novità di vita» (Rm 6,4). E così tutta la tradizione del cristianesimo, teso verso la sua perfezione; essa riprende continuamente il concetto di novità, quando parla di conversione, di riforma, di ‘ascetica, di perfezione. Il cristianesimo è come un albero, sempre in primavera, in via di nuovi fiori, nuovi frutti; è una concezione dinamica, è una vitalità inesausta, è una bellezza.
E il Concilio ci si è presentato proprio così. Due termini lo hanno qualificato; rinnovamento (cfr.
Lumen Gentium LG 8 in fine; Optatam totius, introd.), e aggiornamento; termine questo, a cui Papa Giovanni ha dato libero corso, ed è entrato ormai nel linguaggio corrente, e non solo in Italia (cfr. A.A.S., 1963, p. 750); due termini che parlano di novità; l’uno riferendosi piuttosto al campo interiore, spirituale; l’altro a quello esteriore, canonico, istituzionale.
A noi preme moltissimo che questo «spirito di rinnovamento» (è così che si esprime il Concilio: Optatam totius, in fine) sia da tutti compreso e tenuto vivo. Esso risponde all’aspetto saliente del nostro tempo, ch’è tutto in rapida ed enorme trasformazione, cioè in via di produrre novità in ogni settore della vita moderna. Sorge infatti spontaneo nella mente il confronto: tutto il mondo si cambia e la religione no? non si produce fra la realtà della vita e il cristianesimo, quello cattolico specialmente, una difformità, un distacco, un’incomprensione reciproca, una mutua ostilità, l’una corre, l’altro sta fermo: come possono andare d’accordo? come può pretendere il cristianesimo d'influire oggi sulla vita? Ed ecco la ragione delle riforme intraprese dalla Chiesa, specialmente dopo il Concilio; ecco l’Episcopato intento a promuovere il rinnovamento corrispondente ai bisogni presenti (cfr. messaggio dell’Episcopato Trentino e Altoatesino al Clero, 1967); ecco gli Ordini Religiosi pronti a riformare i loro Statuti; ecco il Laicato cattolico qualificarsi e articolarsi agli ordinamenti ecclesiali; ecco la riforma liturgica, da cui tutti conoscono l’estensione e l’importanza; ecco l’educazione cristiana riesaminare i metodi della sua pedagogia; ecco tutta la legislazione canonica in via di revisione rinnovatrice. E quante altre consolanti e promettenti novità germogliano nella Chiesa per attestarne la vitalità nuova, che anche in questi anni tanto scabrosi per la religione dimostra l’animazione continua dello Spirito Santo! Lo sviluppo dell’ecumenismo, guidato dalla fede e dalla carità, basta da solo a segnare un progresso quasi imprevedibile nella via e nella vita della Chiesa. La speranza, ch’è lo sguardo della Chiesa verso l’avvenire, riempie il suo cuore, e dice com’esso palpiti in nuova ed amorosa attesa. La Chiesa non è vecchia, è antica; il tempo non la piega, e, se essa è fedele ai principi intrinseci ed estrinseci della sua misteriosa esistenza, la ringiovanisce. Essa non teme il nuovo; ne vive. Come un albero dalla sicura e feconda radice, essa trae da sé ad ogni ciclo storico la sua primavera.
Forse voi ricorderete ciò che il Card. Suhard, Arcivescovo di Parigi, scriveva nel 1947 in una sua lettera pastorale, rimasta famosa «Esser ou déclin de l’Eglise»: «La guerra non è un intermezzo, ma un epilogo . . . L’era che s’inaugura dopo di essa prende figura d’un prologo . .». Non diversamente possiamo dire del Concilio. Il Concilio ha segnato l’apertura d’un prossimo ciclo. Ora nessuno può negare che questo ciclo manchi di caratteri nuovi, come dicevamo. Ma qui l’esame delle novità ci obbliga a domandarci se tutti i fenomeni nuovi post-conciliari sono buoni.
Noi potremmo limitarci ad invitare il nostro buon giudizio a tentare questo esame. V’è chi ha osservato che la novità non sempre tende al meglio. Per sé la novità significa cambiamento. Il cambiamento dev’essere giudicato non tanto per sé, quanto per il suo contenuto, per la sua finalità. Il nuovo oggi ci porta ad un cristianesimo davvero migliore? quali criteri possono aiutarci a giudicare della bontà di ciò ch’è nuovo nella vita della Chiesa? v’è chi osserva fenomeni non di progresso nuovo, ma di decadenza nuova; v’è chi parla non di evoluzione, ma di rivoluzione, non di incremento, ma di decomposizione.
La questione del «nuovo» nella vita cattolica è estremamente complessa. Limitiamoci ad un solo rilievo, che è questo: il nuovo non può essere nella Chiesa prodotto da una rottura con la tradizione. La mentalità rivoluzionaria è parecchio entrata anche nella mentalità di tanti cristiani, di buoni cristiani. La rottura a noi concessa è quella della conversione, la rottura col peccato, non col patrimonio di fede e di vita, di cui siamo eredi responsabili e fortunati. Le innovazioni necessarie ed opportune, alle quali dobbiamo aspirare, non possono venire da un distacco arbitrario dalla viva radice, che ci ha trasmesso Cristo dal momento in cui è apparso nel mondo ed ha fatto della Chiesa «segno e strumento» della validità della nostra unione con Dio (Lumen Gentium LG 1). Anzi la novità per noi consiste essenzialmente, di solito, proprio in un ritorno alla tradizione genuina e alla sua sorgente, ch’è il Vangelo. «Il rinnovamento della vita religiosa . . . comporta . . . il continuo ritorno alle fonti, insegna il Concilio (Perf. carit., n. 2); e ciò che esso insegna per i Religiosi vale in genere per tutto il Popolo di Dio. Chi sostituisce la propria esperienza spirituale, il proprio sentimento di fede soggettiva, la propria personale interpretazione della Parola di Dio produce certamente una novità, ma è una rovina. Così chi disprezza la storia della Chiesa, in ciò che ha di ministero carismatico per la tutela e la trasmissione della dottrina e del costume cristiano, può creare novità attraenti, ma che difettano di virtù vitale e salvifica: la nostra religione, che è la verità, che è la realtà divina nella storia dell’uomo, non si inventa, e nemmeno, propriamente parlando, si scopre; la si riceve, e per antica che sia è sempre viva, sempre nuova; perenne cioè, e sempre atta a fiorire in nuove e genuine espressioni. «È chiaro, dice il Concilio, che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non potere indipendentemente sussistere» (Dei Verbum DV 10).
Questo, dirà forse qualche impaziente contestatore, è immobilismo; questa è la sclerosi che cristallizza il cristianesimo in formole rigide e superate; noi vogliamo un cristianesimo vivo. Sì, un cristianesimo vivo; e lo vogliamo noi pure, e più di tutti. E qui non vi faremo la lezione, sarebbe troppo lunga, circa i metodi, mediante i quali si può vivificare, e risuscitare se occorre, il nostro cristianesimo; indichiamo solo alcuni paragrafi di questa operazione, che può essere piccola ed umile, ovvero clamorosa e gigantesca. Ecco: il primo rinnovamento, ricordiamolo bene, è interiore, è personale (cfr. Lumen Gentium LG 7-15 Unit. redint. LG 4-7). «Rinnovatevi nello spirito della vostra mente», raccomanda San Paolo (Ep 4,23): questa è la vera, la prima, la nostra novità cristiana; tutti e ciascuno vi dobbiamo tendere. Poi, se vi piace riflettervi, la novità nella vita cristiana, e nella Chiesa, può avvenire per purificazione, operazione questa in corso, anzi sempre in corso; per approfondimento: chi può dire di aver tutto capito, tutto valorizzato nel tesoro di parola, di grazia, di mistero, che portiamo con noi? quanto può crescere ancora il cristianesimo per questa via! E poi per applicazione: non si tratta tanto di inventare un cristianesimo nuovo per i tempi nuovi, quanto di dare al cristianesimo autentico i riferimenti nuovi, di cui esso è capace e di cui noi abbiamo bisogno. Non vi pare? A voi la Nostra Benedizione Apostolica.
La nostra parola di paterno saluto si rivolge ora ad un folto L gruppo di associate alla Federazione Nazionale dei Collegi, delle Ostetriche, venute a Roma per celebrare, con fede e pietà, la Festa della Visitazione di Maria Santissima, loro celeste protettrice. Vogliamo in questo momento ricordarvi i gravi doveri affidati a voi da Dio, dalla società civile e, in modo particolare, dalle famiglie, doveri che promanano dai principi affermati solennemente dal Concilio Vaticano II, quando ha proclamato che «Dio, autore della vita, ha affidato agli uomini l’altissima missione di proteggere la vita: missione che deve essere adempiuta in modo umano; perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura» (Cost. Past.
Gaudium et spes GS 51). E quei principi sono stati, come sapete, da Noi ribaditi nella Enciclica Humanae Vitae, allo scopo di difendere la dignità della persona umana.
Siete quindi le custodi della vita umana, la quale si rinnova nel mondo, portandovi, col sorriso di un bimbo, la gioia (cfr. Io. 16, 21) e la speranza di un futuro migliore.
La Chiesa ha sempre seguito e segue con materno interessamento e trepidazione i problemi umani e morali implicati nella vostra attività professionale (cfr. PIO XII, Alloc. Conventui Unionis Italicae inter Obstetrices, A.A.S. 43 [1951] PP 835-854 PAOLO VI, Alloc. ad Conventum Societatis Italicae de Obstetricia, deque Gynecologia, A.A.S. 58 [1966] pp. PP 1166-1170); e Noi stessi Ci rivolgiamo anche a voi, quando trattando il problema della natalità, manifestiamo la Nostra altissima stima a tutti quei membri del personale sanitario, ai quali, nell’esercizio della loro professione, più di ogni interesse umano, stanno a cuore le superiori esigenze della vocazione cristiana (cfr. PAOLO VI, Lett. Enc. Humanae Vitae HV 27, A.A.S. 60 [1968] p. 500).
Questa vocazione cristiana comporta in voi, oltre che una seria competenza, profondo spirito di sacrificio, serena comprensione, costante pazienza, ferma fortezza, tenerezza materna, in breve, donazione e carità. Quelle virtù che l’Evangelista San Luca ha messo in risalto, con pochi tratti, nella Vergine Santissima, la quale, conoscendo la particolare situazione della parente Elisabetta, «si mise in viaggio, in tutta fretta, per la montagna, verso una città della Giudea» (cfr. Luc Lc 1,39). Mentre vi presentiamo Maria, come sicura protettrice, ma anche come incomparabile modello, invochiamo dal Signore i copiosi doni della sua benevolenza sulla vostra attività, e vi impartiamo la Nostra confortatrice Apostolica Benedizione.
1969-AUDIENZE - IL CENTRO GIOVANILE TURISTICO DI TORINO