1971-AUDIENZE





UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 13 gennaio 1971



Il nostro discorso, un discorso molto breve e molto semplice, si rivolge ora ai cristiani, a coloro cioè che non rifiutano questa qualifica, anzi la rivendicano come una nota essenziale della loro personalità e della loro cultura. Ma in questa moltitudine amorfa di cristiani possiamo notare, grosso modo, due grandi correnti che camminano in direzione contraria: una che tende a diluire il significato di questo nome; lo rende quanto meno aderente possibile alla propria vita personale, lo svuota (oggi si dice: lo demitizza) quanto può del suo contenuto originario, religioso e teologico, ne conserva soltanto alcuni aspetti, divenuti ormai elementi del costume civile, ne accoglie alcuni valori generali ed utili per la definizione, lo sviluppo, il vantaggio dell’uomo come tale, quali la dignità, la interiorità, la libertà, la socialità, la speranza, ecc.; cioè si contenta d’un cristianesimo nobile e umano, se volete, ma vago e disponibile ad ogni personale e occasionale interpretazione. È stato detto: tutti siamo cristiani; ma potremmo aggiungere: ciascuno a suo modo.


IMPEGNO FONDAMENTALE

L’altra corrente invece tende a riconoscere al nome cristiano un riferimento impegnativo a realtà assai importanti: una dottrina, una forma di vita, una religione, una appartenenza alla Chiesa, un mistero di comunione con Dio, e finalmente una relazione personale di fede, di speranza, di amore con Cristo, col Cristo storico dei Vangeli, col Cristo Salvatore, di cui la Chiesa custodisce e dispensa la parola e la grazia, col Cristo pasquale che associa ogni autentico fedele alla palingenesi della sua redenzione, col Cristo celeste, vivo, presente e invisibile, che pende sui destini d’ogni uomo e dell’umanità, e che un giorno, quello della conflagrazione finale della storia, verrà. Cioè oggi, come sempre del resto, i cristiani camminano sopra un piano inclinato: verso un cristianesimo in discesa, nominale ed evanescente, da un lato; e verso un cristianesimo che sale, dall’altro, verso il Cristo vivo, personale, reale.

Noi naturalmente vogliamo inserirci in questa seconda corrente, anche se più ardua, ma più vera: verso Gesù Cristo, Nostro Signore, vivente e vero, Colui ch’è necessario e sufficiente a dare pieno e genuino significato alla nostra esistenza, e Colui che tanto più si dimostra indispensabile e incombente per il nostro mondo moderno quanto più questo cerca di dimenticarlo, di escluderlo, di vanificarlo.

L’IMMAGINE DI CRISTO

E allora sorge in noi, seguaci in spirito di sincerità e di coerenza, un desiderio prepotente: quello di avvicinarlo questo Gesù, di conoscerlo, di vederlo. Vi è un episodio nel Vangelo, appena accennato, ma assai significativo; lo riporta l’evangelista Giovanni quando narra l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, in forma volutamente pubblica e popolare, circondato dalle festanti acclamazioni della folla, che finalmente riconosce in lui il figlio di Davide, il Messia; l’episodio è questo: «Tra quelli che erano saliti alla festa per adorare vi erano dei Gentili, i quali, accostatisi a Filippo (uno degli apostoli), che era di Betsaida di Galilea, lo pregavano dicendo: Signore, vogliamo vedere Gesù» (Jn 12,20-21). Vedere Gesù: questo è il desiderio costante degli uomini di buona volontà, ai quali sia giunta qualche rilevante notizia del misterioso Personaggio, intorno al quale si concentrano tante inquietanti curiosità, tanti presaghi amori.

Se lo potessimo vedere! Se fossimo almeno capaci di averne un’immagine sensibile e fedele! Noi, immersi nella cosiddetta «civiltà dell’immagine», avremmo grande pretesa di riempire i nostri occhi dell’aspetto fisico del nostro Maestro, del nostro Salvatore. Pare talvolta a noi che se avessimo questa fortuna, questo incentivo almeno, saremmo più disposti a credergli, a seguirlo, come avvenne a coloro che furono spettatori della scena storica e sensibile del Vangelo. Ma proprio dal Vangelo ci viene una parola, che delude la nostra avidità, e ci segna la via, ormai unica e sicura, della fede: «Beati coloro che avranno creduto senza vedere» (Jn 20,29). Sì, bisognerà accontentarci di accostare Gesù mediante questo delicato e non sempre facile processo conoscitivo, che si chiama la fede, che non esclude, anzi reclama, lo studio razionale della rivelazione. Ma la psicologia stessa della fede ha bisogno di qualche immagine rappresentativa; la storia del cristianesimo ci dice che i fedeli, appena superato il divieto giudaico contrario ad ogni raffigurazione di esseri viventi, per timore della allora facile suggestione idolatrica, tentarono di delineare l’immagine di Cristo, prima come personaggio indistinto di qualche scena evangelica (il pastore, ad esempio), poi anche come volto umano (cfr., p. es., nelle catacombe di Commodilla), poi nelle sembianze ieratiche delle figure bizantine; e subito in seguito con la fantasia della pietà e dell’arte, che ancora oggi ci offre i lineamenti di Gesù, quali rispondono al concetto che di Lui la nostra mente si fa (Cfr. il culto all’effigie di Cristo detta della Veronica, DANTE, Par., XXXI, 103-108). Forse la singolare immagine della Santa Sindone meriterebbe studio speciale. Ma il fatto è che «dell’aspetto fisico di Gesù le fonti degne di fede non dicono assolutamente nulla» (G. RICCIOTTI, Vita di Gesù Cristo, 203, ss.). Siamo come ciechi davanti all’amico. Ci aiuti una buona iconografia religiosa dell’arte a supplire alla mancanza d’una rappresentazione sensibile di Lui.


BELLEZZA DELLA VERITÀ

Ma intanto il pensiero lavora: era bello Gesù? Era deforme? Le domande incalzano mentre interpretiamo parole bibliche, che a Lui si riferiscono, e che, enunciando ora l’uno, ora l’altro degli aspetti propri del Messia, ce lo dicono «bellissimo di aspetto fra i figli degli uomini», e poi ce lo presentano come «l’uomo del dolore», che «non ha alcuna bellezza, né splendore» (Ps 45,3). Ritorniamo al Vangelo, e lo vediamo trasfigurato: «Il suo viso risplendeva come sole» (Is 53,2-3); e poi sfigurato: «Uscì dunque Gesù (dal Pretorio), portando la corona di spine e mascherato di porpora. E Pilato disse loro: ecco l’uomo!» (Mt 17,2). Ma allora? Ci contenteremo di passare in rassegna le varie scene evangeliche, dal Presepio al Calvario, all’Uliveto dell’Ascensione, domandando ai maestri della figura di saziare la nostra fame amorosa delle sue sembianze? Questo si fa, e sta bene: la «Bibbia dei poveri», come dicevano una volta, non è forse quella delle immagini artistiche? Ma sia lode a chi ci aiuta mediante queste stesse immagini a fare un passo ulteriore.

Quale passo? Un passo verso il Cristo reale, ch’è quello della fede; il Cristo, che nella sua visibilità rispecchia l’Invisibile Divinità; ricordiamo il Prefazio natalizio: dum visibiliter Deum cognoscimus, per hunc in invisibilium amorem rapiamur; e ricordiamo la parola rivelatrice di Gesù stesso: «Chi vede me, vede anche il Padre mio» (Jn 19,5). Cioè: noi siamo autorizzati a scoprire Dio in Gesù! (Cfr. Jn 1,18) Avvertiamo noi ciò che questo significa? Noi siamo alle soglie della bellezza suprema (Cfr. S. AGOSTINO, Enarr. in Ps 44 PL Ps 36,239). Che cosa è la bellezza? (Cfr. S. TH. I-II 27,1 I-II 27,3) Oh! quale lungo discorso esigerebbe la risposta a questa elementare domanda! Quali voli dovremmo fare per superare i livelli, spesso fallaci della bellezza degradata, sensibile, puramente estetica, per arrivare a quello della verità risplendente; tale è la bellezza; dell’Essere sfolgorante, della forma diafana della vita piena e perfetta! Diciamo solamente: Cristo è Bellezza, bellezza umana e divina, bellezza della realtà, della verità, della vita, «la vita era la luce» (Jn 1,4). Non è un’enfasi mitica o mistica, che ci fa esclamare questa definizione di Lui: è la testimonianza che dobbiamo al Vangelo. Testimonianza che dobbiamo a voi, Fratelli e Figli, che spinti dall’istinto del nostro tempo andate cercando il «tipo», il modello, l’uomo perfetto. Cristo è il «tipo», l’archetipo, il prototipo, dell’umanità (Cfr. Rom. 8, 29).

Ricordatelo, con la Nostra Apostolica Benedizione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 20 gennaio 1971

Oggi dobbiamo ricordarci che in questi giorni stiamo celebrando la «Settimana dell’unità», cioè quel momento convenzionale nel quale siamo tutti esortati a meditare il mistero profondo d’una proprietà essenziale e d’una nota esterna della Chiesa di Cristo, cioè dell’umanità vivente della fede e della grazia di Cristo, quella proprietà e quella nota caratteristica della Chiesa cattolica d’essere intimamente fusa in un solo corpo (Cfr. 1 Cor 1Co 10,17), di formare una cosa sola, d’essere animati da un solo spirito (2 Cor 2Co 13,13), d’essere tutti-uno (Cfr. Jn 17,21-22), oggi, nel tempo, mediante l’unione visibile e sociale nella Chiesa una e cattolica, cioè unica ed universale, domani, nell’eternità, nella mistica compagine del Cristo glorioso, sempre coscienti della nostra singola personalità, ma partecipi della totalità dell’unico Uomo- Dio, nostro Salvatore, il Christus-totus di S. Agostino, capo e corpo insieme (In Ep. Io. 1, PL 3, 1979).


COMUNIONE PARZIALE MA NON ANCORA PERFETTA

È una visione sublime, che comprende tutto il panorama dell’umanità e della sua storia, che tocca essenzialmente il destino di ciascuno di noi, e di noi tutti insieme, e che ci obbliga a definire il rapporto vitale fra Cristo e la Chiesa, un rapporto che non può essere né incerto, né equivoco, né molteplice, ma unico, quale Cristo lo ha iniziato e voluto, e che comporta una esigenza, resa drammatica da tremendi avvenimenti storici, un’esigenza insopprimibile di unione fra quanti compongono la sequela di Cristo, cioè la Chiesa. Ci accorgiamo, noi Cristiani, noi credenti in Cristo, noi battezzati, noi componenti comunità insignite del nome cristiano, noi egualmente minacciati dalla irreligiosità moderna, noi in attesa d’un medesimo destino escatologico, ci accorgiamo di trovarci in una condizione strana, potremmo dire assurda: siamo ancora separati, siamo disuniti, siamo spesso tra noi diffidenti e rivali, intenti fino a ieri a fiere polemiche fra di noi, oggi desiderosi forse d’intenderci, di perdonarci scambievolmente, di comprenderci, di operare insieme, ma ancora distanti, ancora privi di alcuni principi essenziali alla perfetta unione, come l’accordo completo nella medesima professione di fede, e nella medesima coesione di carità; cioè siamo in comunione parziale, già profonda, e, se pensiamo alle venerabili Chiese ortodosse orientali, quasi piena, ma non ancora in comunione perfetta. È questo uno dei problemi più gravi della cristianità, e possiamo dire dell’umanità; e noi fortunati, noi responsabili, che finalmente oggi ce ne rendiamo conto. Ed è problema assai difficile; guai a quelli che credono potervi dare soluzioni facili e rapide, trascurando i dati che lo costituiscono, cioè la verità, alla cui adesione siamo obbligati, e la unità ecclesiastica, a cui Cristo ci vuole partecipanti.

Che cosa fare? Il discorso sarebbe molto lungo; ed è già in corso mediante appunto questo annuale richiamo alla considerazione del problema stesso, e mediante l’attività che in seno alle comunità cristiane si sta facendo per risolverlo. Da parte Nostra dobbiamo esprimere la Nostra compiacenza e la Nostra fiducia per il Nostro valoroso Segretariato per l’unione dei cristiani; il Direttorio, ad esempio, che esso ha pubblicato in ordine all’ecumenismo, meriterebbe d’essere conosciuto da tutti, e da tutti i cattolici fedelmente osservato.

LA TENTAZIONE DELL’IRENISMO

Limitiamoci ora ad una parola ai cattolici. Essi si trovano in una strana posizione: essi devono, innanzi tutto, conservarsi fedeli e sicuri; non devono dubitare della loro Chiesa, la Chiesa cattolica, anche se essa presenta nella sua storia e anche nella sua attualità non pochi aspetti censurabili; ma il suo credo, il suo rapporto con Cristo, il suo culto, il suo tesoro sacramentale e morale, la sua struttura istituzionale, la sua definizione dottrinale e pratica, in una parola, non devono essere messi in causa. Non ne abbiamo il diritto. Sarebbe venir meno ad una nostra irrinunciabile responsabilità verso Cristo, verso gli stessi Fratelli separati, se per trovare un terreno d’intesa noi mettessimo in dubbio la nostra autentica professione cattolica, o rinunciassimo alle sue esigenze impegnative. L’irenismo, l’intesa puramente pragmatica e superficiale, le semplificazioni dottrinali e disciplinari, l’adesione ai criteri da cui furono causate le separazioni che ora lamentiamo non produrrebbero che illusioni e confusioni; resterebbe nelle nostre mani una parvenza del nostro cattolicesimo, non la sua vita, non il Cristo vivo, che porta con sé.

Questa chiarezza, questa fermezza interrompono forse il dialogo ancora prima che cominci? No, per nulla; anzi lo rendono doveroso e possibile. Doveroso, perché solo il possesso d’una fede, che crediamo vera e indispensabile, ci rende idonei al dialogo, e costituisce la condizione ad un fruttuoso dialogo; possibile, perché questo zelo per la fede è sorgente di mille risorse per il dialogo, che ci interessa. Accenniamo appena. Primo, noi possiamo talvolta imparare dagli altri a capire e a vivere meglio certi aspetti della nostra fede, e così possiamo modificare una nostra antica mentalità chiusa e diffidente verso i Fratelli separati; e dobbiamo fare uno sforzo amoroso di comprensione verso di loro, sforzo che non sempre abbiamo fatto debitamente. Dobbiamo riconoscere quanto essi hanno di bene, e in non poche cose dobbiamo imparare da loro come perfezionare la nostra cultura religiosa ed umana, la nostra educazione alla giusta tolleranza, alla vera libertà, alla pronta generosità. E dobbiamo cercare di dissipare in loro i timori istintivi, che molti di essi nutrono verso la Chiesa cattolica; quello circa il nostro credo, ad esempio, mostrando loro, forse più con l’esempio e con la naturalezza della nostra psicologia di fedeli cattolici, come l’adesione oggettiva alle verità, che la Chiesa propone alla nostra fede, non sia ossequio supino a formulazioni arbitrarie e alterate della Parola di Dio, ma sia accettazione piuttosto di proposizioni autentiche e univoche di questa stessa Parola e della sua integrazione originaria, non che della sua irradiazione logica e ispirata dalla tradizione storicamente vigilata e vivente, con l’effetto soggettivo di quella pace, che la nostra fede ogni giorno ci diffonde nello spirito, e ci fa ancor più desiderosi che paghi nella ricerca di Dio e di Cristo. È quello, per citare un altro timore, caratteristico dei nostri Fratelli separati, dell’autorità vigente nella Chiesa cattolica, quasi che questa autorità, la quale si esercita nella grande e fraterna collaborazione con tutti i Vescovi stabiliti da Dio per pascere il suo popolo (Cfr. Act. 20, 28), non avesse coscienza, oggi più che mai, d’essere servizio e non dominio, e non solo consentisse, ma non proteggesse le varie e legittime espressioni spirituali sia delle singole anime, che delle diverse comunità ecclesiali; e quasi che un’autorità nella Chiesa non fosse d’istituzione divina e non fosse necessaria per mantenere in essa l’unità ed alimentare la carità nell’obbedienza ch’è amore.


UN CAMMINO GRADITO E DIFFICILE

Dicevamo difficile il cammino dell’ecumenismo, cioè verso la ricomposizione dell’unità fra i cristiani; ma non è forse anche molto bello? Non promuove forse nel cattolicesimo stesso un processo di premurosa purificazione, una verifica di identità, uno studio di approfondimento, un esercizio di umiltà, un amore più attivo e più largo? Non ci apre forse davanti speranze sorrette dalle promesse dello Spirito, più liete d’ogni sogno?

Due cose, per concludere: un rispettoso e cordiale saluto ai nostri Fratelli separati; abbiamo sulle labbra e nel cuore tanti nomi rappresentativi delle loro diverse e carissime schiere; e una preghiera al Signore, più viva e quasi impaziente; essa vorrebbe unirsi umilmente a quella stessa di Cristo nell’ultima sera della vita temporale: fa’, o Signore, che siamo tutti uno in Te, che meritiamo di esserlo; venga il tuo regno!

E con l’animo pieno di questi sentimenti, figli e fratelli, vicini e lontani, tutti vi benediciamo.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 27 gennaio 1971

Il cristiano, colui che vuole essere seguace di Cristo, colui che sente il bisogno di stringersi a Lui mediante i vincoli della sua autenticità e della propria certezza, avrà sempre, come uomo, come uomo specialmente del nostro tempo tanto nutrito dell’immagine visiva, il bisogno istintivo di vederlo, Lui, Gesù il Cristo, com’era nel volto, nell’aspetto, nel portamento, nella persona. L’abbiamo detto altra volta. Ma questo desiderio rimane, e ricorre quando sorgono questioni circa l’interpretazione genuina del suo messaggio, e circa il dovere d’uniformare la nostra condotta al suo insegnamento. Non è, del resto, questa aspirazione sempre presente nei personaggi del Vangelo? Prendiamo Zaccheo, nel racconto di S. Luca: «voleva vedere Gesù, chi fosse»; e, piccolo di statura come era, in mezzo alla folla non vi riusciva; salì allora sopra un albero di sicomoro; e di là vide, anzi fu visto dal Signore che lo chiamò e gli disse di discendere volendo Egli essere in quel giorno ospite suo (Lc 19,1 ss.).

Ma la fortuna dei contemporanei di Gesù, che lo videro con i loro occhi (Cfr. 1 Io. 1, 1) non è la nostra. Come non è di tutta l’umanità venuta dopo di Lui. Già S. Ireneo, Vescovo di Lione (alla fine del II secolo) avverte che sono apocrife le immagini corporee che fin d’allora si tentava divulgare di Cristo (Adv. Haereses, 1, 25; PG 7, 685). S. Agostino è categorico: «Noi del tutto ignoriamo» quale fosse il volto corporeo di Gesù, come pure quello della Madonna (De Trinit. 8, 5; PL 42, 952). Dobbiamo formarci la figura partendo da elementi comuni alla natura umana e dai riflessi immaginativi che le notizie da noi possedute su di Lui, leggendo il Vangelo o credendo alla sua parola, provocano nel nostro spirito. Arte e pietà si aiutano in questa non facile elaborazione.

Essa non è vana fantasia; è uno sforzo meritevole, e in certo senso indispensabile, per chiunque voglia avere di Cristo un concetto concreto e fedele, che senza mitico artificio si presenta ideale.

Proviamo noi stessi a chiederci: come ci raffiguriamo Cristo Gesù? Cioè: qual è l’aspetto caratteristico di Lui, che risulta dal Vangelo? Come, a prima vista, si presenta Gesù? Una volta ancora le sue stesse parole ci aiutano: «Io sono mite ed umile di cuore» (Mt 11,29). Gesù vuol essere guardato così, veduto così. Se noi lo vedessimo, ci apparirebbe così, anche se la visione, che di Lui ci dà l’Apocalisse, riempie di forma e di luce la sua figura celeste (Ap 1,12 , ss.). Questo aspetto dolce, buono e soprattutto umile si impone come essenziale. Meditando si avverte che esso manifesta ed insieme nasconde un mistero fondamentale relativo a Cristo, quello dell’Incarnazione, quello del Dio umile, mistero che governa tutta la vita e tutta la missione di Cristo: «Il Christus humilis è il centro della cristologia» di S. Agostino (Cfr. POKTALIÉ, D. Th. C. 1, II, 2372); e che impronta tutto l’insegnamento evangelico a nostro riguardo: «Che cosa d’altro insegnò, se non questa umiltà? . . . in questa umiltà noi ci possiamo avvicinare a Dio», dice ancora il dottore d’Ippona (En. in Ps 31,18 PL Ps 36,14). Del resto, S. Paolo non ha un termine, che sa di assoluto, quando ci dice che Cristo si è «annientato»: semetipsum exinanivit? (Ph 2,7) Gesù è l’uomo buono per eccellenza; ed è per ciò ch’Egli è disceso al livello infimo anche della scala umana; si è fatto bambino, si è fatto povero, si è fatto paziente, si è fatto vittima, affinché nessuno dei suoi fratelli in umanità potesse sentirlo superiore e lontano; si è messo ai piedi di tutti. Egli è per tutti. Egli è di tutti; anzi di ciascuno di noi, al singolare; lo dice San Paolo: «Egli ha amato me e si è sacrificato per me» (Ga 2,20).

Non è da stupire se l’iconografia di Cristo abbia sempre cercato d’interpretare questa mansuetudine, questa estrema bontà. L’intelligenza mistica di Lui è arrivata a contemplarlo nel cuore, e a fare, per noi moderni, sentimentali e psicologi, sempre polarizzati verso la metafisica dell’amore, del culto al Sacro Cuore, il focolare ardente e simbolico della devozione e dell’attività cristiana.

Qui sorge, oggi specialmente, un’obiezione: questa immagine di Cristo, che realizza in se stesso la propria parola, cioè le beatitudini della povertà, della mitezza, della non resistenza (Cfr. Matth Mt 5, 38, ss.), è il Cristo vero? È il Cristo per noi? Dov’è il Cristo Pantocratore, il Cristo forte, il Re dei re, il Signore dei dominanti? (Cfr. Apoc Ap 19, 11, ss.) Il Cristo riformatore? («Ego autem dico vobis . . .», Mt 5) il Cristo polemico, con le sue contestazioni (P. es. Matth Mt 5,20) e con i suoi anatemi? (Cfr. Mt 23) Il Cristo liberatore, il Cristo della violenza? (Cfr. Matth Mt 11,12) Oggi non si parla del cristianesimo della violenza e della teologia della rivoluzione? Dopo tanto parlare di pace la tentazione della violenza, come suprema affermazione di libertà e di maturità, come unico mezzo di riforma e di redenzione, è così forte che si parla di teologia della violenza e della rivoluzione; e spesso alle eccitanti teorie i fatti, o almeno le tendenze della riscossa al «disordine costituito», corrispondono. Si cerca allora di avere Cristo per sé, e di giustificare certi atteggiamenti disordinati, demagogici e ribelli, con gli atteggiamenti e con le parole di Lui.

Il discorso è di molti. Noi stessi vi abbiamo altre volte accennato. Un solo consiglio per ora. Dinanzi a questa supposta contraddizione fra la figura del Cristo mite e soave, del Cristo buon Pastore, del Cristo crocifisso per amore e la figura del Cristo virile e severo, sdegnato e pugnace, occorrerà riflettere bene, e vedere come stanno le cose nei documenti originari, i Vangeli, il Nuovo Testamento, la Tradizione autentica e coerente, e nella loro genuina interpretazione. Ci sembra doveroso reclamare a tale riguardo onesta attenzione. Specialmente sulla complessità della figura di Cristo: Egli è certamente al tempo stesso mite e forte, com’è al tempo stesso uomo e Dio; e poi sulla vera reazione, non certo politica, non certo anarchica, che l’energia riformatrice di Cristo immette nel mondo decaduto e corrotto; cioè sulle vere speranze ch’Egli propone all’umanità.

Vedremo allora che la figura di Cristo presenta, sì, senza alterare l’incanto della sua misericordiosa dolcezza, anche un aspetto grave e forte, formidabile, se volete, contro la viltà, le ipocrisie, le ingiustizie, le crudeltà, ma non mai disgiunto da una sovrana irradiazione di amore.

Solo l’amore lo definisce Salvatore. E solo per le vie dell’amore lo potremo avvicinare, imitare, inserire nelle nostre anime e nella sempre drammatica vicenda della storia umana.

Sì, potremo vedere Lui, che ha abitato con noi, e ha condiviso la nostra sorte terrena, per infondere in questo il suo vangelo di salvezza, e per predisporci a questa piena salvezza; lo vedremo «pieno di grazia e di verità» (Jn 1,14).

Fede ed amore sono gli occhi che ora a noi servono per poterlo in qualche modo vedere; cioè antivedere.

Dolore per gli eventi nella Guinea

Non possiamo tacere - avendo occasione di prendere in pubblico la parola - la profonda amarezza che opprime il Nostro animo per tanti fatti dolorosi e delittuosi, che riempiono le cronache di questi giorni.

Fra questi fatti l’orribile e spietata conclusione del processo rivoluzionario di Conakry nella Guinea ci è causa di profondo dolore e di grave delusione, anche se la vita (non il suo onore, non la sua libertà) dell’Arcivescovo Monsignor Tchidimbo è stata risparmiata.

Non è nostra competenza pronunciarci circa questioni proprie d’uno Stato indipendente e sovrano; ma è aperto al giudizio della coscienza morale del mondo l’aspetto morale di questa sciagurata vicenda, in cui l’esercizio del potere giudiziario pare si sia tramutato in uno sfogo passionale di truce e cieca vendetta ed in una collettiva esplosione di odio e di crudeltà.

Per l’impegno che ci vincola alla causa della giustizia e della pace, e per la stima che sempre portiamo ai Popoli Africani, dobbiamo anche Noi deplorare l’offesa clamorosa e disonorante inflitta al sentimento umano, al costume civile, ai diritti dell’uomo.

E dobbiamo tanto di più rinnovare il Nostro amore all’Africa che sale verso la vera libertà e verso la civiltà moderna. Noi la vogliamo esortare vivamente a non cadere nella irresponsabilità della prepotenza e della barbarie, ma a ritrovare nella sua nativa umana bontà e nella sua urgente vocazione cristiana la nobiltà e la fortezza del suo ordinato e sicuro progresso.

Perciò oggi ancora noi pregheremo: per le vittime e per i responsabili. Avremo un particolare pensiero per l’Arcivescovo condannato e per la sua comunità spirituale. Allargheremo le nostre intenzioni anche alle tante altre sventure, e non solo africane, che in questi giorni affliggono il mondo, affinché la misericordia divina tutti ci assista e ci consoli.

Con la Nostra Benedizione Apostolica.

Messaggio alla televisione francese: «Ogni vita è sacra»

Alla fine dell’udienza generale il Santo Padre pronuncia ai microfoni della televisione francese un breve discorso sul rispetto della vita umana.

Et maintenant, c’est aux téléspectateurs de la deuxième chaîne de la télévision française que Nous Nous adressons, heureux de tette occasion de vous saluer, de vous dire toute notre affection, et de vous adresser quelques mots dans le cadre de l’émission sur le respect de la vie.

Frères et amis qui m’écoutez.

Vous le savez: il y a des valeurs qui sont comme la pierre de touche d’une civilisation; si l’on y porte atteinte, c’est l’homme lui-même qui est menacé. Ainsi, attenter à la vie humaine, sous quelque prétexte que ce soit et sous quelque forme qu’on l’envisage, c’est méconnaître l’une de ces valeurs essentielles à notre civilisation. Au plus profond de nos consciences - chacun de nous peut l’éprouver -, s’affirme comme un principe incontestable et sacré le respect de toute vie humaine, de celle qui s’éveille, de celle qui ne demande qu’à s’épanouir, de celle qui s’achemine vers son dénouement, de celle surtout qui est faible, démunie, sans défense, à la merci des autres.

Le Concile l’a récemment rappelé avec force: toute vie est sacrée. A l’exception de la légitime défense, rien n’autorise jamais un homme à disposer de la vie d’un autre, pas plus que de la sienne propre. A contrecourant, s’il le faut, de ce qu’on pense et de ce qu’on dit parfois autour de nous, répétons-le sans nous lasser: toute vie humaine doit être absolument respectée; de même que l’avortement, l’euthanasie est un homicide.

Frères et amis qui m’écoutez, cette vie qui est la vôtre, celle de vos parents, celle de vos enfants, celle de tous les hommes, cette vie fragile et si vite écoulée, demeure en dépit des épreuves qui la traversent, notre bien le plus précieux. C’est une conviction de foi pour ceux d’entre nous qui croient au Christ et auxquels l’Evangile enseigne que notre mort terrestre est un passage vers la vie éternelle.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 3 febbraio 1971

A noi Gesù Cristo, dicono molti uomini d’oggi, basterebbe vederlo, almeno vederlo, per farcene un concetto nostro, reale. Abituati come siamo a tutto conoscere, e a tutto riassumere in formule brevissime, pratiche, nominali e sensibili, vorremmo avere la soddisfazione di poterlo conoscere per via di uno sguardo diretto, immediato, con la segreta e temeraria fiducia di poterlo così giudicare, misurare, definire, e di potere finalmente decidere se sì, se no accettare, e determinare finalmente quale posizione assumere nei suoi confronti. Questa attitudine, dicevamo altra volta, è stata quella dei contemporanei di Gesù, questo uomo problematico, chi è?: uno come gli altri? (Cfr. Luc Lc 4,22) un profeta? (Mt 16,14 Mt 21,11) un seduttore? (Mt 27,63) il figlio di David? (Mt 21,9) e tutti volevano leggergli in viso la sua identità. Ricordate l’episodio accaduto nella Sinagoga di Nazareth, dopo che Gesù, al principio della sua vita pubblica, colà ritornato, lesse in pubblico la profezia di Isaia sul Messia? «Gli occhi di tutti, dice S. Luca, erano fissi sopra di Lui» (Lc 4,20), ammirati prima, sdegnati e adirati poi, quando Gesù ebbe a dire: «Questa scrittura si adempie davanti a voi».


L’ANNUNCIO DI GESÙ

Quanto a noi, vederlo non possiamo, ma da quanto sommariamente sappiamo di Lui, quali tratti, quali aspetti caratteristici ci consentono di figurarcelo vivo davanti al nostro pensiero? Chi era e com’era, ancora ci chiediamo? Cominciamo ad escludere le note, che di solito distinguono gli uomini singolari. Non era un ricco. Dice il Signore di se stesso: «Le volpi hanno le loro tane, e gli uccelli del cielo hanno dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20). Non era un uomo rinomato di cultura. I suoi compaesani si meravigliano ch’Egli sia tanto saggio ed eloquente: «non è costui il fabbro, figlio di Maria?» (Mc 6,3 Mc 1,27). Non era un uomo politico, un demagogo, un agitatore, Gesù respinge la tentazione del diavolo, che gli offre in cambio d’un atto di servile ossequio i regni del mondo e la loro gloria (Mt 4,8); e fugge, dopo la moltiplicazione dei pani, dalla folla entusiasta che lo voleva proclamare suo re (Jn 6,15). Non era un soldato, un condottiero, un uomo d’armi, come tanti si aspettavano che fosse il Messia, vindice e liberatore della nazione ebraica; non era nemmeno uno zelota, un rivoluzionario, un contestatore del dominio romano imperante nel Paese. Egli dirà a chi su questa scottante questione gli aveva teso l’insidiosa domanda se fosse lecito pagare il tributo a Cesare: «Date a Cesare ciò ch’è di Cesare, e a Dio ciò ch’è di Dio» (Mt 22,21 cfr. O. CULLMANN, Jésus et les révolutionnaìres de son temps, p. 47 ss.). Chi è dunque Gesù? o almeno: come appare Gesù? quale è il suo profilo, la sua figura? qual è l’attività che lo fa conoscere? A questa domanda, che ci trasporta nel quadro evangelico, pare che si possa rispondere: Gesù appariva come un profeta (Cfr. Mt 13,57 Mt 21,11 Lc 7,16 Lc 7,39 Jn 4,19 Jn 6,14 Jn 9,17 ecc ). Lo immaginate un profeta? È un uomo che annuncia oracoli sapienti e misteriosi; vaticinii sui destini nascosti e futuri; ma specialmente un uomo che ascolta e che annuncia messaggi divini. Egli ha la chiave dei segreti di Dio. È l’araldo d’una Parola più grande della sua misura umana (Cfr. Jn 7,16). Pensare Gesù uomo della Parola di Dio ci porta assai addentro al mistero della sua Persona: qui sarebbe da fermare la nostra esplorazione.

«TROVARE CRISTO»

Ma un’altra domanda più facile sorge spontanea: qual era l’annuncio del profeta Gesù? Bisogna riportarsi al principio della sua predicazione, la quale si collega con quella del Precursore, Giovanni il Battista; l’uno e l’altro hanno un medesimo tema profetico. «Fate penitenza, esclama Giovanni, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 3,2). «Fate penitenza, predica subito dopo Gesù, perché il regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17). Qui dovremmo studiare questa coincidenza di parola e fare il confronto fra Giovanni e Gesù. Ma un altro tema ora ci attrae: il grande tema del regno dei cieli, o regno di Dio; tema che forma il nucleo primo e centrale della predicazione di Cristo. Forse non vi abbiamo ancora pensato abbastanza.

Non è certo nel giro di questi brevissimi accenni elementari che possiamo dare un’idea del «regno» annunciato da Gesù. Lo studio di questo tema ci condurrebbe a capire qualche cosa della storia d’Israele e della tensione che al tempo di Gesù s’era prodotta nel Popolo ebraico nell’attesa ardente e impaziente della instaurazione di questo regno, che doveva consistere, nella estimazione popolare, in una liberazione politica, potente e gloriosa, in virtù d’un personaggio prodigioso, l’«unto» di Dio, il Messia trionfatore. Regno e Messia sarebbero i due punti da studiare per entrare nel dramma del Vangelo. A voi il farlo. Per ora noi qui notiamo che Gesù accoglie la parola fatidica di Regno, e la fa propria (come Re dei Giudei infatti Egli sarà condannato alla croce): (Cfr. Jn 19,19) ma Egli vi cambia profondamente il significato. Regno dei cieli, che Gesù annuncia, inaugura e personifica, è il disegno stupendo di Dio, è il piano religioso nuovo, è il «mistero occultato ai secoli e alle generazioni, come dirà S. Paolo, e che ora è stato rivelato» (Col 1,26), è l’economia di misericordia e di grazia, che il Cristo apre agli uomini che credono in Lui, è la Chiesa segno e strumento del Regno in fieri, è l’inizio d’una promessa dinamica che guiderà il cammino dell’umanità redenta ed eletta per lo spiegamento finale in Dio della vita eterna. Oh! quanto vi sarebbe da meditare su questo termine, il Regno così semplice e polivalente, così acquisito alla mentalità umana e così fecondo e innovatore, così invadente la storia del mondo e d’ogni singola coscienza, e così concentrato nella parola e nella figura di Gesù. Sì, Gesù è il profeta dei Regno di Dio. Egli è venuto, e il Regno è vicino. Egli è il personaggio possessore, annunciatore, donatore della formula vera, universale, incomparabile per l’umanità. Egli è il Maestro. Egli è il Pastore. Egli è il Salvatore.

Non vi siete mai accorti come gli uomini più evoluti sono e più fanaticamente cerchino l’uomo che riassuma in sé l’ideale dell’umanità, e da sé diffonda la norma di vivere, la stima di tutti i valori, la speranza di nuovi destini? La nostra storia stessa ce lo prova; ahimé! con quali folli esaltazioni, con quali servili umiliazioni, con quali disperate e talora tragiche delusioni. L’antico sogno continua: io cerco l’uomo.

Ebbene: se noi sappiamo fissare lo sguardo dello spirito su Gesù, con onesto pensiero, con semplice fede, con incipiente amore, la sua figura si farà grave e luminosa; liberatrice e vincolante, davanti a noi; e ancora oggi, per noi, figli di questo secolo esaltante e deprimente, si ripeterà la scoperta decisiva, dei due primi discepoli: «Abbiamo trovato il Messia, che tradotto vuol dire il Cristo» (Jn 1,41).

È il voto che ripetiamo per ciascuno di noi: trovare Cristo.

Con la Nostra Benedizione Apostolica.


1971-AUDIENZE