
1971-AUDIENZE - «TROVARE CRISTO»
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
In queste settimanali e familiari conversazioni con i Nostri visitatori ci siamo prefissi, a seguito della celebrazione del Natale, di rivolgere qualche riflessione, quasi più per curiosità che non per studio, a Gesù, al suo aspetto esteriore, alla sua figura umana, al suo profilo morale. Tutto resterebbe da dire; ed è già molto se ce ne accorgiamo, e se avvertiamo il fascino di questo tema. Tanto che non sappiamo rinunciare a proporre ancora una duplice sintetica istanza, esortando ciascuno di voi a ripescare nella vostra coscienza cristiana, formata alla scuola della nostra fede cattolica, la duplice risposta: chi era Gesù? che cosa ha fatto Gesù? Personalità ed opera: temi immensi; e proprio questa loro dimensione, superiore ad ogni nostro metro, invece di sgomentarci, ci deve attrarre. Fermiamoci, per questa volta, alla prima suggestiva domanda: chi era veramente Gesù?
Osserviamo subito una cosa. Questa domanda ci pone nel cuore del Vangelo. Si può dire che la storia, di cui il Vangelo ci offre il racconto, è tutta tessuta intorno a questa questione: la identificazione della realtà di Gesù: chi è Gesù? «Non è il figlio del fabbro?» (Mt 13,55). Così l’anagrafe dell’opinione pubblica lo classifica. «Non è il figlio di Maria?» (Mc 6,3): i più informati sapevano qualche cosa delle sue relazioni domestiche. Appena Gesù appare sulla scena esteriore, Giovanni, il battezzatore, lo vede venire verso il Giordano ed esclama: «Ecco l’Agnello di Dio ...» (Jn 1,29): un titolo strano, che intravede in Gesù una vittima predestinata ad un sacrificio redentore. L’evangelista riporta il seguito della testimonianza del Precursore, la quale, fin da quei primordi, si conclude: «Questi è il Figlio di Dio» (Jn 1,34). Giovanni ripeterà, il giorno dopo, il suo grido: «Ecco l’Agnello di Dio» (Jn 1,36): e uno dei discepoli, Andrea, sarà il primo a decifrare l’annuncio traducendolo in un altro, nel dar notizia dell’accaduto al fratello Simone Pietro: «Abbiamo incontrato il Messia» (Jn 1,41). Ormai intorno a Gesù aleggia un segreto: insomma chi è questo giovane e misterioso profeta? Giovanni stesso, dal carcere, per erudire i propri discepoli, e forse per cederli al nuovo Maestro, li manda a Gesù stesso per fare un’inchiesta risolutiva: «Sei Tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3). La curiosità si allarga, si fa tesa ed inquieta, tanto che Gesù stesso la esplora. Ricordate il celebre colloquio di Gesù con i suoi discepoli, nella regione di Cesarea di Filippo? È Gesù stesso che li interroga, non certo per informarsi, ma per stimolarli a precisare il concetto che s’erano fatto di lui, e a pronunciarsi secondo la nuova scienza, la fede che Dio avrebbe dato loro sopra la sua misteriosa personalità: «Chi dicono che sia il Figlio dell’uomo?» (cioè Gesù stesso; così Egli si nominava) ; e poi, dopo le risposte disparate circa le voci correnti su di Lui, la grande domanda: «E voi, chi dite che Io sia?», subito seguita dalla risposta impetuosa di Pietro, ispirata da Dio Padre: «Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente» (Mt 16,13-16). La meravigliosa definizione, gioia dei credenti, problema per gli esegeti, tormento e bersaglio degli increduli, grandeggia per due successive conferme: l’una data da Gesù stesso, a suggello eterno della scoperta verità, con la sua risposta: «Beato te, Simone figlio di Giona (Giovanni), perché non te lo ha rivelato la carne e il sangue (cioè la via naturale della conoscenza), bensì il Padre mio che sta nei cieli, e Io dico a te che sei Pietro» (Mt 16,17-18). Com’è bello il commento che vi fa, da pari suo, S. Leone Magno mettendolo sulle labbra di Cristo: «Come il Padre mio ha manifestato a te la mia divinità, così anch’io faccio nota a te la tua eccellenza (Serm. 4, 2; PL 54, 150). L’altra conferma è data dal fatto della trasfigurazione notturna di Gesù, avvenuta sei giorni dopo, sul monte, mentre risuona una voce dalla nube luminosa: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale Io mi sono compiaciuto; ascoltatelo» (Mt 17,5 cfr. 2P 1,16 ss.).
Seguire questo filo evangelico ci porta nell’area evangelica di Giovanni, l’evangelista, storico non meno degli altri, ma con intento dottrinale e spirituale, dove la questione circa l’identità sia personale che operativa di Gesù occupa tutta la trama del racconto. Sarebbe interessantissimo, a questo punto, fare l’elenco dei titoli, con cui è designato Gesù nei Vangeli; ciascun titolo potrebbe essere soggetto di studio e, ancor più, di estatica meditazione. Gesù, il Maestro, il Figlio di David, è detto l’acqua che sola disseta (Jn 4,10), il Pane del cielo (Jn 6,41), la luce del mondo (Jn 8,12), la porta della salvezza (Jn 10,9), il Pastore buono (Jn 10,11), la risurrezione e la vita (Jn 11,25), la via, la verità e la vita (Jn 14,6), ecc. (Cfr. L. DE GRAND MAISON, Gesù Cristo, IV, La Persona di Gesù; L. SABOURIN, Les noms et les titres de Jésus, Desclée de B.; O. CULLMANN, Christologie du N. T., 1955).
E ci porta all’epilogo della vita temporale di Gesù, e precisamente all’istante decisivo del suo processo religioso: Gesù è dichiarato «reo di morte» (Mt 26,66), perché alla domanda risolutiva del principe dei sacerdoti giudaici, che lo scongiura nel nome del Dio vivente di dire «se tu sei il Cristo Figlio di Dio» (Mt 26,63), Gesù risponde affermativamente: «Tu l’hai detto».
E quante altre affermazioni (Cfr. Matth Mt 11,27 Io Mt 8,52-58 Mt 17,1-6) e testimonianze dovremmo raccogliere (Cfr. Matth Mt 27,43 Mt 27,54 Io Mt 20,28) se una, un fatto dominante, la risurrezione, non le condensasse tutte e le certificasse, dando alla Chiesa nascente e alla successiva tradizione la fede nella divinità di Cristo. La fede, nell’aderenza rigorosa al dato storico, ma animata dalla chiaroveggenza dello Spirito e dal coraggio dell’amore, riuscirà finalmente a dare la definitiva risposta alla implacabile domanda: chi è Gesù? Ascoltiamo ancora una delle più alte voci, che troviamo nel Nuovo Testamento, quella di Giovanni: «In principio era il Verbo, . . . e il Verbo era Dio, . . . e il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi» (Jn 1,1COL 1,15Jn 14, 28). Non incontriamo continuamente nel Vangelo Gesù che prega? (Cfr. Luc Lc 6,42) Non ascoltiamo angosciati il suo gemito sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). E non lo vediamo morto, sì, morto come ogni altro mortale? Cioè: non vediamo in Lui un Essere, che congiunge in sé la divinità e l’umanità? Sì, proprio così. La definizione di Cristo, raggiunta dai primi Concili della Chiesa primitiva, Nicea, Efeso e Calcedonia, ci darà la formula dogmatica infallibile: una sola persona, un solo Io, vivente ed operante in una duplice natura: divina e umana (Cfr. DENZ.-SCH., 290 ss). Difficile formulazione? Sì; diciamo piuttosto ineffabile; diciamo adatta alla nostra capacità di raccogliere in umili parole e in concetti analogici, cioè esatti ma sempre inferiori alla realtà che esprimono, il mistero inebriante della Incarnazione.
Qui ci fermiamo, felici, forti, attaccati alla Verità, di cui la Chiesa e questa Cattedra su cui Noi stessi indegni sediamo, godono l’infallibile carisma. Ci fermiamo, impegnandoci a vivere in noi il mistero dell’incarnazione, nel quale il battesimo e la fede già ci hanno innestati; a viverlo: credendo, pregando, operando, sperando, amando, ed esclamando: «Per me vivere è Cristo» (Ph 1,21), pronti ad esplorare e, con la grazia di Dio, a sperimentare l’altro mistero di Cristo, che pure ci riguarda totalmente: la Redenzione.
Qui ci fermiamo. E impavidi lasciamo che la bufera delle avverse cristologie, del secolo scorso specialmente, e di oggi, del nostro secolo tutto luce e tutto tenebre, si scateni contro la nostra fede cattolica. Ammireremo lo sforzo estremamente erudito della cultura moderna su Cristo e su quanto riguarda la sua Persona, la sua storia, la sua documentazione; impareremo anzi anche noi a studiare di più. Ma saremo vigilanti, anzi diffidenti, osservando scuole succedere a scuole, e rilevando che nell’enorme erudizione di tanti maestri di solito s’insinua una loro ipotesi, un loro pregiudizio, una loro discutibile filosofia, che venendo in combinazione col tesoro scientifico da loro accumulato conduce spesso le conclusioni al naufragio nel dubbio invincibile o nella negazione radicale e irrazionale (Cfr. M. J. LAGRANGE, Le sens du christianisme . . . .; G. RICCIOTTI, Vita di Gesù Cristo par. 194-224; L. de GRAND MAISON, Gesù Cristo; S. ZEDDA, I Vangeli e la critica oggi, Treviso 1965; e per le recenti teorie negative: G. DE Rosa, La secolarizzazione del Cristianesimo, Civ. Catt. 1970, 2877, 2878).
Vigilanti e fidenti: «Chi ci potrà separare dalla carità di Cristo?» (Rom. 8, 35). Cantiamo il nostro Credo! Con la Nostra Apostolica Benedizione.
Direttori di Esercizi Spirituali
Con particolare compiacimento salutiamo stamane il gruppo dei Direttori di Esercizi Spirituali presenti a Roma per i lavori del loro III Convegno Internazionale.
Abbiamo saputo, figli carissimi, che l’argomento del vostro incontro è la formazione dei Direttori di Esercizi Spirituali per rendere sempre più efficace e più adatto agli attuali bisogni delle anime un lavoro apostolico tra i più fruttuosi nella Chiesa. Ce ne rallegriamo e ci congratuliamo di tutto cuore con voi. Vi guidi il Signore in questo encomiabile impegno, da cui Noi ci attendiamo preziosi risultati, e vi ispiri le misure più idonee a conservare e far rifiorire dovunque una pratica che la Chiesa tanto raccomanda ad ogni ceto di fedeli, onde ritemprare nel raccoglimento e nella preghiera le energie spirituali ed alimentare sempre più l’anelito alla santità e la fiamma della carità apostolica. A questo scopo, come segno della Nostra affettuosa stima e pegno delle più elette grazie celesti, impartiamo a voi tutti la propiziatrice Apostolica Benedizione.
La scuola pontificia «Pio IX»
Porgiamo ora il Nostro particolare saluto al numeroso gruppo - sono circa milleduecento! - della Pontificia Scuola «Pio IX», di Roma: superiori, insegnanti, alunni e loro familiari. La vostra presenza, come già il 29 gennaio 1969, ci procura la gioia di vedere attorno a Noi la grande famiglia del «Pio IX», di quell’istituzione che, fondata da quel grande e non dimenticato Pontefice come prova della sua sollecitudine per la formazione intellettuale della gioventù romana, prospera da 112 anni sotto la guida esperta, prudente, illuminata dei Fratelli di Nostra Signora della Misericordia. Da allora, la Scuola ha preparato numerose generazioni della gioventù, in maggior parte dei quartieri più vicini alla Sede Apostolica, ma anche di altre zone dell’Urbe, con la serietà dell’impostazione didattica, con Ia bontà del metodo pedagogico, con l’impronta familiare dell’ambiente scolastico, col sano agonismo dell’esercizio sportivo. Con quale spirito essa abbia adempito e adempia alla sua missione, ce lo dice la vostra venuta qui, oggi: un vero pellegrinaggio alla Sede di Pietro, per portare al Papa l’omaggio della pietà e dell’affetto, in cui si esprime la vostra fede cristiana.
Ve ne ringraziamo di cuore, ed esortiamo voi, carissimi giovani, a profittare dei tesori di luce e di grazia, che la Scuola «Pio IX» offre alla vostra intelligenza e al vostro cuore, per andare incontro alla vita con la quadratura necessaria ai nostri tempi. Voi sapete qual conto faccia la Chiesa delle scuole cattoliche: ne ha parlato in termini assai alti il Concilio Vaticano II, quando ne ha delineato i compiti nell’aiuto che esse devono dare agli adolescenti perché sviluppino la propria personalità in pienezza di vita cristiana, e nel dovere di «coordinare l’insieme della cultura umana col messaggio della salvezza, sicché la conoscenza del mondo, della vita, dell’uomo, che gli alunni via via acquistano, sia illuminata dalla fede» (Gravissimum educationis ).
Camminate in questa luce, carissimi alunni, mettendo a profitto gli insegnamenti dei vostri professori, che integrano la formazione ricevuta dai genitori, ai quali esprimiamo il Nostro compiacimento per l’appoggio che essi danno, con sacrificio, alla buona causa. Su tutti discendano copiose le grazie divine di letizia, di pace e di amore, di cui vuol essere pegno la Nostra Apostolica Benedizione.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Nella scia delle feste natalizie (alla quale succede tra poco il ciclo quaresimale e pasquale), ci siamo interrogati sulla nostra conoscenza di Cristo, contentandoci di soffermarci fugacemente su alcuni aspetti appariscenti della sua singolarissima figura; ed ora, a conclusione di questa elementare indagine, vogliamo tentare di rispondere, pur servendoci delle nozioni che supponiamo alla portata di tutti ad una domanda importante: qual è stato lo scopo della vita di Gesù? ha avuto essa un’intenzione, un disegno, un fine? che cosa ha fatto Gesù, Figlio di Dio e di Maria, entrando e operando in questo mondo? La questione assume proporzioni immense e misteriose se noi già abbiamo notizia dell’Essere di Gesù, se sappiamo cioè chi Egli era; la domanda sorge spontanea ed esigente: perché?
Osservando la storia del Signore intuitivamente, con uno sguardo d’insieme, possiamo rispondere: il perché della vita di Cristo, il primo, il più evidente, è l’annuncio della sua Parola. Egli è venuto per predicare il Vangelo. La presenza di Cristo nel mondo è caratterizzata dalla Verità, ch’Egli proclama. La sua vita è la Parola di Dio all’umanità. Questa Parola trova conferma nei miracoli compiuti da Cristo, e trova strumento alla sua diffusione e alla sua permanenza nel tempo mediante la scelta e la investitura degli Apostoli, incaricati di guidare e d’istruire i seguaci di Cristo, di formare la Chiesa, complemento umano e storico, il nuovo Popolo di Dio.
Questo è tutto? abbiamo osservato bene? abbiamo ascoltato bene? Vediamo: non si può trascurare, innanzi tutto, la fine tragica della vita terrestre di Cristo, il dramma della sua morte sulla croce. E non possiamo tralasciare un fatto straordinario, che dà a questo dramma un significato eccezionale: Gesù sapeva che sarebbe morto così. Nessun eroe conosce la sorte che lo attende. Nessun mortale può misurare il tempo che gli rimane da vivere, né sapere quante e quali sofferenze dovrà sopportare.
Invece Gesù sapeva. Possiamo farci un’idea della psicologia d’un uomo che prevede nettamente un martirio morale e fisico, quale Gesù sopportò? Egli predisse più volte, in momenti di traboccante coscienza, la sua passione ai suoi discepoli; la narrazione evangelica è piena di queste confidenze profetiche, che dimostrano la straziante prescienza di Gesù circa il destino che lo attendeva (Cfr. Mc 8,31 Mc 9,31 Mc 10,33 ss. ). Egli conosceva l’«ora sua»; questa dell’«ora sua» sarebbe una meditazione interessantissima per penetrare un po’ nell’animo di Cristo; l’evangelista Giovanni vi dedica indicazioni frequenti e preziose (Cfr. Jn 2,4 Jn 7,30 Jn 12,23 Jn 13,1 Jn 17,1); Cristo, si direbbe, ha continuamente davanti a sé l’orologio del tempo futuro, e di quello presente riferito ai cicli misteriosi degli avvenimenti visti da Dio; le profezie del passato e quelle del futuro sono un libro aperto davanti al suo occhio divino (Cfr. Vangelo di S. Matteo; Jn 13,18 Jn 15,25 Lc 24,25 ecc.).
Gesù voleva. Il carattere volontario della Passione di Cristo risulta da tante sue testimonianze evangeliche. Quando, ad esempio, Egli predice ai suoi discepoli che occorreva andare a Gerusalemme, per ivi soffrire assai e per esservi ucciso, Pietro protesta e vuole distogliere Gesù da tale sorte, Gesù rimprovera Pietro aspramente (Mt 16,21-23); e ripeterà il rimprovero quando Pietro, nel Getsemani, vorrà difenderlo con la spada: «Metti la tua spada nel fodero, gli dirà; non berrò il calice che il Padre mio mi ha dato?» (Jn 18,11 He 9,14). Ricordiamo ancora ciò che l’evangelista Marco riferisce: «. . . il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita in redenzione per molti» (Mc 10,45 Is 53,10, ss.).
Se riflettiamo a questa vocazione di Gesù, una vocazione di dolore e di sacrificio, possiamo immaginare qualche tratto del volto di Cristo. Un apocrifo forse indovinò: Gesù non rise mai (Cfr. Lettera di Lentulo); pianse talvolta (Cfr. Jn 11,35LC 19,4MC 9,36 MC 10,16LC 22,43Jn 12, 27-28).
E possiamo rilevare qualche tratto distintivo della sua figura morale, del suo cuore: Gesù era buono d’una bontà divina (Cfr. Marc Mc 10,17-19); aveva l’intelligenza del dolore e delle angustie altrui (Mt 11,28); sapeva comprendere, perdonare e riabilitare; sono noti i suoi incontri con i peccatori. Gesù è stato magnificamente capito e definito, nella discussione cristologica contemporanea, «l’uomo per gli altri». Sì. E San Paolo, cioè tutta la teologia del Nuovo Testamento e della Tradizione cattolica, vide in fondo il segreto della vita terrena di Gesù, il perché, lo scopo dell’Incarnazione, e dice fino a quale forma e a quale misura Gesù fu per gli altri: «Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture» (1 Cor 1Co 15,3). Gesù venne al mondo per noi e per la nostra salvezza. Gesù questo fece: ci salvò. Egli si chiamava appunto così, Gesù, che significa salvatore. E ci salvò facendosi vittima per la nostra redenzione, mistero questo di abbassamento dell’uomo-Gesù, che si fonde con quello di sublimazione dell’uomo-Gesù ch’è Incarnazione, e che entra nelle più importanti verità del sistema teologico cristiano, cioè, per accennare, nel disegno eterno, e solo pienamente svelato con Cristo, dell’amore di Dio per noi (Col 1,26), nel dogma tremendo e oscuro, ma indispensabile, diceva Pascal (Pensées. 434), perché senza di esso nulla potremmo sapere di noi stessi, e nel valore sacrificale della Passione del Signore, universale e sostitutivo dell’espiazione altrimenti da noi dovuta e a noi impossibile.
Ecco l’opera finale e totale di Cristo, la Redenzione. La quale entra così nei destini umani da stabilire un possibile, libero e auspicatissimo rapporto di ciascuno di noi, personalmente, con nostro Signore Gesù Cristo: «Egli ci ha amati, proclama S. Paolo, e si è immolato per me» (Ep 5,2 Ga 2,20). Per me: qui, Fratelli e Figli carissimi, comincia per ciascuno di noi la vita cristiana, vita d’amore, che a noi giunge: luce, fuoco, sangue di Cristo, nello Spirito: e amore, che da noi va, come può, con tutte le forze, verso Cristo e in cerca dei fratelli, sempre nello Spirito. Così sia.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Noi dobbiamo accettare l’esortazione, grave e salutare, che la Chiesa maestra ci rivolge all’inizio del periodo quaresimale, che a buon diritto possiamo considerare come l’itinerario classico verso la nostra salvezza, la quale sarà considerata nella celebrazione del mistero della Redenzione, operata da Cristo crocifisso e risorto. Qual è questa esortazione? È il «memento» che a ciascuno di noi è intimato con il rito impressionante della imposizione delle ceneri sul nostro capo di uomini vivi.
Memento : ricordati! L’esortazione, com’è chiaro, tende a richiamare la nostra attenzione, e a rivolgerla verso un giudizio sopra noi stessi. Siamo abbastanza abituati a compiere atti di riflessione, esami di coscienza, ripiegamenti sulla nostra vita interiore; la grande e perenne lezione della scuola ascetica della Chiesa riceve una certa conferma dallo sviluppo degli studi psicologici e delle analisi introspettive circa i fenomeni della consapevolezza istintiva o razionale, la quale ci rende consueto questo ritorno nella cella del nostro io, e ci sollecita a questo dialogo silenzioso con noi stessi. Ma è raro che questo dialogo, o meglio soliloquio prenda in considerazione complessiva tutta la nostra esistenza, e si avventuri nelle ambigue profondità amletiche dei nostri destini esistenziali.
Di solito noi rimaniamo ignoranti sulla nostra vera natura; non sappiamo esattamente chi siamo, se non per via di qualche avvertenza fenomenica, o di qualche indicazione anagrafica esteriore. E quando arditamente ci interroghiamo sopra il nostro essere, senza il lume di qualche sapienza superiore complementare, rimaniamo sconcertati. Noi sfogliamo mentalmente il libro dei nostri ricordi passati, e subito ci sorprende la vacuità, a cui il tempo, nel quale essi sono iscritti, li condanna: sono passati; che cosa resta della loro realtà? La memoria; osiamo perfino dire: la storia; ma quale entità ha per noi, per il nostro essere personale, una tale registrazione? quale valore? La vita umana avverte l’insufficienza di questi tesori della memoria; l’oblio li consuma, il rimpianto, se pur li fa dolci e istruttivi, denuncia la perdita di ciò che essi conservano, la nullità entitativa del loro contenuto. È un’esperienza amara il bilancio delle nostre rimembranze. E si fa più amara e disperata se questa indagine si rivolge a quanto di fuori ci circonda, persone e cose; perché essa avverte la glaciale solitudine del nostro Io; il rapporto che ci congiunge a ciò ch’è fuori di noi svela la sua inesorabile precarietà; è inutile e forse insipiente per avere sicurezza della nostra esistenza aggrapparsi a quanto possediamo, conosciamo, amiamo, e chiamiamo nostro (Cfr. Luc Lc 12,15). Che cosa ci resta? l’anima, cioè la nostra persona, la nostra intima vita? Sì. Ma anche a questo riguardo, quale oscurità! Che cosa siamo? che cosa rimane di noi stessi? e che cosa è la morte? il vuoto, l’oceano del nulla; o la misteriosa sopravvivenza del nucleo centrale del nostro essere, l’anima?
A questo punto ci sovvengono le parole del Signore: «Che cosa giova mai all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde l’anima propria? o che cosa darà l’uomo in cambio dell’anima sua?» (Mt 16,26). Esse ci fanno riflettere alla svalutazione di tutte le cose, nel giudizio cristiano sulla nostra vita; ed è riflessione che riempie le pagine del Vangelo, quelle delle prediche e dei trattati di spiritualità, quelle delle vite dei Santi, quelle degli esercizi spirituali, ecc., a tal punto che è possibile, da parte di chi guarda il cristianesimo solo in alcuni suoi aspetti particolari, accusare il cristianesimo stesso come nemico dei valori temporali e come incapace di apprezzare la vita presente. Il Concilio ha corretto questa visuale ristretta, ed ha riconosciuto gli aspetti che fanno degni di stima i beni della creazione, della natura, dell’opera umana, del secolo presente (Cfr. Ap. act. 7;
Gaudium et Spes GS 69
Lumen gentium
Lumen gentium ).
Il cristianesimo non è pessimista. L’opera di Dio e, a ben inferiore livello, l’opera dell’uomo sono oggetto di altissimo interesse nella valutazione cristiana; ma quando la vita dell’uomo è considerata nella sua duplice prospettiva finale e finalistica, cioè come misurata dal tempo e misurata dal criterio morale, allora, per un verso, è ridotta in cenere, cioè destinata a morire; e per un altro verso, è sopravvalutata nel suo essere spirituale e nella sua sorte immortale, cioè esposta a decidere nel tempo presente del suo avvenire oltretomba.
Questa concezione della vita umana non è certo di moda. Tutto oggi cospira a farcela dimenticare. Si vive con una mentalità tutta protesa nel momento attuale, come fosse permanente e non fosse fatalmente travolto dal momento successivo; e tanto spesso intenta a sottrarsi dalla responsabilità d’un criterio morale e d’un giudizio finale. Si vive così in una duplice illusione, come se fossimo noi i padroni del tempo, e potessimo vivere in un indifferentismo morale, senza doveri fondati sopra una norma estrinseca al nostro arbitrio e alla nostra libera coscienza. Noi conosciamo qualche cosa circa gli effetti pratici e sociali di questa maniera di vivere alla cieca, quasi fossimo esonerati dal disegno reale e morale, nel quale è inesorabilmente innestata la nostra vita.
E siccome siamo abitualmente inclini a dare importanza sovrana ai beni temporali in cui e di cui vive la nostra esistenza terrena, ecco la Chiesa che ci richiama alla realtà: memento! bada! sta’ attento! sii vigilante! verifica la direzione del tuo cammino! essa ci dice, e lo dice con questo rito delle ceneri, grave, lugubre fin che volete, ma salutare, e, in fondo, ottimista, perché ci apre gli occhi sopra la nostra misera situazione di esseri mortali, e situazione miserabile per essere noi peccatori, cioè in stato di morte rispetto alla vera vita, che sola ci viene dalla comunione con Dio, unico e sommo e misericordioso principio di vita. Ci avverte in tal modo la Chiesa che abbiamo bisogno di salvezza, per poi subito indicarci che in Cristo noi troveremo salvezza.
Ed ecco che allora questo tempo diventa molto prezioso; ed è proprio questo tempo che stiamo per iniziare; è il «tempus acceptabile», il tempo propizio (2 Cor 2Co 6,2). Per che cosa? Per la metanoia, cioè per il ripensamento, per il ravvedimento, per la penitenza. A questa c’invita la liturgia della Chiesa. A questa il rito austero delle ceneri. Com’è noto, esso è antichissimo; ha derivazioni bibliche ed evangeliche (Cfr. 1 Mac 1M 4,39 Mt 11,21), ed è inserito nella storia della liturgia fino dalle origini del cristianesimo (Cfr. DACL - 2, 2 Cabrol, 2134, ss.; e 3040, ss.). E dobbiamo credere che, compiuto con umile e sincero sentimento di uniformità alla veneranda tradizione ecclesiastica, questo rito avrà ancora per noi la medesima efficacia, ch’esso ebbe per tante generazioni di cristiani nei secoli andati, quella di fare sorgere dalle spente ceneri della penitenza, simbolo della nostra mortalità e della condanna dovuta ai nostri peccati, la nuova scintilla della speranza e della vita, quale Cristo pasquale rinnova nel mondo.
Possa la Nostra Benedizione Apostolica ottenere tanto favore.
Queremos hacer patente, de una manera especial, la intima alegría que colma nuestro corazón en este encuentro con vosotros, amadísimos Superiores y Alumnos del Pontificio Colegio Mexicano, que sois esperanza y gozo de la Iglesia con vuestro Sacerdocio joven, lleno de ilusiones apostólicas, de fidelidad a la vocación, de ansias de superación y de servicio.
Estos años fecundos de preparación seria y silenciosa junto a la Sede de Pedro os comprometen a responder sin reservas al llamamiento y a la predilección de Cristo, que os ha elegido para predicar su Palabra y para derramar por vuestro medio sus gracias entre los hijos de vuestra noble Nación, donde os esperan tantas almas sedientas del Mensaje de salvación.
En prenda de la constante asistencia del Sumo y Eterno Sacerdote, nuestro maestro y modelo, os bendecimos de corazón a vosotros, y en vosotros a todos los amadísimos sacerdotes mexicanos, así como a los fieles de vuestro querido País.
Con profunda gratitud recibimos vuestra visita, amadísimos sacerdotes, religiosos y seglares de diversas naciones, que habéis seguido el curso «Para vivir el Concilio», en un espíritu de renovación interior y de servicio a la Iglesia.
Nuestros votos más sinceros y nuestras plegarias os acompañan en este esfuerzo de fidelidad al Concilio, mediante el cual Cristo nos pide a cada uno, según su vocación específica, una sincera vivencia cristiana y un serio empeño apostólico, para ser verdaderamente luz y sal de la tierra.
En prenda de abundantes gracias divinas y en prueba de nuestro paternal afecto, impartimos de corazón a todos vosotros una especial Bendición Apostólica.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Per noi, - che guardiamo la scena umana con estremo interesse l’interesse del Pastore, l’interesse della guida, l’interesse dell’amore -, appare sempre fenomeno di somma importanza osservare dove vanno gli uomini, dove si dirigono, dove tendono e dove arrivano. Vediamo, nel mondo contemporaneo, che tutti corrono: cioè vediamo che l’attività umana ha assunto una accelerazione impressionante. Fra tutti i valori umani primeggia l’azione. Fare, fare, fare è quello che oggi importa. Muoversi, cambiare, produrre, godere è il programma comune. L’intensità dell’operare è il parametro per giudicare il merito di una persona, d’una società, ovvero d’uno strumento, d’un qualsiasi sistema organizzato. L’energia ha il primo posto fra le cose desiderabili. La potenza quindi, la velocità, la novità, la rivoluzione sono alla testa delle valutazioni correnti. La ridda degli avvenimenti alimenta l’attenzione comune; l’opinione pubblica ambisce l’eccitazione continua, traumatica dei fatti in continua successione; la psicologia della gente è tesa verso l’avvenire immediato; la speranza di cose grandiose e impreviste riempie i sogni d’una fantascienza che lascia intravedere forme immaginarie ed iperboliche della vita di domani; ma anche l’incertezza, la paura, l’angoscia dominano gli spiriti, perché, in realtà, non si sa dove l’umanità andrà a finire minacciata com’è dagli ordigni della sua capacità distruttiva, dalla segreta disperazione, che, riflettendo, porta nel cuore.
L’uomo corre, ma come un gigante cieco. Non sa dove va, precisamente. L’attività è diventata fine a se stessa. Si organizza, sì, si perfeziona, s’incanta di se stessa; ma in realtà non sa alla fine dare ragione di se stessa. Crea una civiltà; ma poi contesta se stessa, e diventa inquieta e furiosa; vorrebbe tutto sovvertire e distruggersi. Manca qualche cosa di essenziale. L’azione si è francata da ogni catena; la legge esteriore è ridotta al minimo per conservare un ordine convenzionale e operativo; la libertà di agire e di operare come meglio piace è la norma preferita, perché è l’abolizione della norma estrinseca ed obbligante: è una perfezione, è una pienezza umana, è un antropocentrismo, un personalismo, che finalmente sembra giustificare tutto il raggiunto sistema operativo; la coscienza rimarrà l’unica cattedra di giudizio, l’unica responsabilità. Ma questa parola magica e terribile di «responsabilità» rompe l’incantesimo del sistema soggettivo: perché postula l’elemento mancante, postula il dovere, postula il fine, il fine trascendente l’azione, postula la molla della libera volontà, postula il concetto e l’esistenza del Bene (Cfr. S. TH. I-II 1,1). Che, in fin dei conti, è Dio.
Cioè: noi riscontriamo che l’attività umana, oggi così intensa, così complessa, così progredita, può generare in se stessa disfunzioni e disordini, perché difetta di qualche cosa di essenziale, che è il fine, il centro, il perché di tanto suo movimento; difetta dell’autentica nota che rende veramente umana l’azione ed è la moralità, la scienza del dovere, la scienza del Bene, la scienza del vero fine. Dire umano e dire morale è dire la stessa cosa (Cfr. S. TH. I-II 1,3). L’uomo moderno è enormemente progredito nella scienza dei mezzi; rimane invece incerto in quella dei fini; e siccome questa si connette essenzialmente con la religione, il processo di disintegrazione del pensiero religioso e della vita che ne deriva ha generato confusione nella coscienza e nell’attività umana.
Dio è l’asse della vita umana, della vita umana guidata dal senso morale, perché ha ragione di fine; e la causa finale, dice bene S. Tommaso, è fra tutte primaria (Cfr. S. TH. I-II 1,2). Perciò è sommamente importante che questo asse sia determinato nel campo della nostra attività, e determinato secondo la vera rettitudine che fa buona, perfetta e felice la vita dell’uomo.
Bisogna rettificare l’orientamento della nostra vita. È la raccomandazione, che forma il prologo della salvezza: «Raddrizzate la via del Signore» (Jn 1,23). E che torna opportuno, non solo per questa stagione liturgica che precede la Pasqua, ma per la pianificazione ideale di tutta la nostra vita operativa. È facile renderci conto di questa rettitudine, se l’abbiamo, ovvero se la direzione della nostra esistenza è aberrante, rivolgendo a noi stessi, nel segreto del cuore, queste semplici, ma significative domande: che cosa io desidero di più nella mia vita? Che cosa influisce di più sulle mie scelte? Che cosa considero più importante? Dov’è rivolto il mio amore primario? Qual è il criterio che più influisce sulla mia coscienza? Che cosa mi preme sopra ogni altra cosa? il primo precetto del mio vivere? Possiamo dire con una similitudine: quale direzione segna la bussola del mio viaggio nel tempo? E lo possiamo ripetere con un termine biblico, che la liturgia attualizza per questa stagione: «la metanoia», cioè la rettifica della propria mentalità in ordine alla vera e indispensabile interpretazione della vita, la salvezza, dove mi indirizza? Bisogna non lasciarsi travolgere dal turbine babelico del mondo circostante; bisogna dare a se stessi un punto di riferimento, un polo direttivo, un senso (cioè un significato e un indirizzo) per la vita, affinché sia veramente umana, sia cristiana.
Ed ecco Gesù, il Maestro, che ammonisce: «Amerai Dio con tutto il cuore, sopra ogni cosa; amerai il prossimo come te stesso» (Cfr. Matth Mt 22,37-39).
Questo, anche e soprattutto per il nostro tempo, è l’orientamento buono, anzi l’unico buono. Che ciascuno lo faccia proprio!
Con la Nostra Benedizione Apostolica.
Marinai degli Stati Uniti
It is a special pleasure for us today to see present such a large group of officers and men of the United States Marine Corps and the United States Marine Navy. In addition to the membres of the Armed Forces, We welcome also the group of officers’ wives who have come for this audience.
We know that your presence here has been facilitated by the United Service Organization (U.S.O.) which is completing thirty years of devoted service. We are happy to express on this occasion our admiration for all the good it has accomplished in this long period of time, in serving the religious, social and educational needs of thousands of men and women. The visit to Rome of many has been enriched by the assistance of the U.S.O. Upon all who cooperate in its worthy activities We invoke the special Blessing of the Lord.
1971-AUDIENZE - «TROVARE CRISTO»