1971-AUDIENZE - Mercoledì, 10 marzo 1971




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 17 marzo 1971

Rettificare il cammino della nostra vita. Questa è una delle sollecitudini principali della Chiesa in quanto maestra del nostro operare. E lo è specialmente nel periodo che precede la Pasqua, lo è con quella disciplina che sottopone le nostre coscienze ad una riflessione e ad una conseguente revisione della nostra condotta. La vita deve avere un suo orientamento, un suo polo direttivo, che in ultima analisi, anzi in prima intenzione, è Dio, al Quale Cristo ci guida e ci unisce. Deve avere un suo stile, una perfezione; la quale, quando noi abbiamo riconosciuto la definizione del nostro essere e del nostro destino, diventa al tempo stesso amata ed esigente, come per chi è stato educato alla musica e ne gusta il fascino non è tollerabile alcuna stonatura. «Tutti nella Chiesa, dice il Concilio, sono chiamati alla santità» (Lumen Gentium LG 39).

Deve essere questo comportamento una delle norme fondamentali della nostra personalità. L’uomo dev’essere così: retto, giusto, diritto, cioè onesto, cioè morale. Riflettendo, qui sorge uno dei più importanti problemi, che invade, si può dire, ogni coscienza, e domina il costume del mondo in cui viviamo; e cioè quello della nostra libertà personale. Oggi sarà ben raro trovare chi ne nega l’esistenza, in nome d’un determinismo psicologico, che vorrebbe fare dell’uomo un automa; è certamente assai progredita, anche se non sempre ammissibile, l’analisi degli impulsi istintivi e sugli stati psicologici, che influiscono sull’operare dell’uomo; ma nessuno nega ch’egli, in condizioni normali, sia interiormente arbitro di se stesso, cioè libero; anzi oggi l’esistenzialismo, quello letterario e artistico specialmente, giunge ad affermazioni estreme, come questa: «. . . io sono un uomo, e ogni uomo deve inventare il proprio cammino . . . L’uomo s’impegna nella sua vita, disegna la propria figura, e al di fuori di questa figura, non v’è nulla» (Cfr. J. M. AUBERT, citando Sartre, nella monografia: Pour une redécouverte du sens du péché). Noi possiamo essere d’accordo affermando, e rivendicando, se occorre, la libertà propria dell’uomo. Ma quale libertà? la libertà fisica, la libertà della volontà umana, considerata in se stessa; è questa una prerogativa che fa dell’uomo «causa sui», padrone delle proprie scelte, delle proprie azioni, e che riflette sul suo volto un riflesso dell’immagine divina. Ma la libertà, a bene osservare, ha interiormente dei vincoli, che sono quelli della verità: non siamo liberi di violare le leggi del pensiero, pena la deformazione della nostra stessa persona; è la volontà che è libera, non l’intelletto, il quale è di natura sua fatto per la verità. Ora avviene che, nel dinamismo interiore dell’operare umano, l’intelletto propone alla volontà una verità, la quale da speculativa si fa pratica, si fa «dovere»; il quale vincola moralmente, ma non fisicamente; non è coazione; e la volontà può accettare e può rifiutare di uniformare la sua scelta all’imperativo dell’intelletto: se essa accetta abbiamo l’ordine, la grandezza, la bellezza dell’organismo spirituale e vitale dell’uomo; se invece rifiuta, abbiamo il disordine, cioè un dissidio intrinseco all’uomo, che lo deturpa e poi lo disturba, lo affligge, lo disorienta, lo degrada, lo spinge o alla follia, o al disprezzo di sé. Fate attenzione: se la verità proposta al libero volere fosse, per caso (come avviene comunemente) derivata da un pensiero imperativo estraneo, e superiore al soggetto umano, fosse cioè una legge, il rifiuto volontario a questa verità produrrebbe un disordine che va al di là del soggetto umano stesso, avremmo una trasgressione, una colpa, che è diretta contro il legislatore. Se la legge è quella civile, avremo una colpa sociale, che l’autorità civile giudica e, se crede, punisce. E qui si ferma oggi, ordinariamente, il giudizio morale della sfera secolare.

Ma se quella legge fosse divina? L’offesa prodotta allora dalla sua inosservanza sarebbe rivolta all’Autore della legge divina; mostruosa cosa, se davvero l’inosservanza è avvertita e voluta, ed è relativa a cosa seria e importante; avremmo una colpa grave, avremmo un peccato.

Grande parola! Grande dramma! Grande rovina! La Chiesa non cessa mai di fare uso di questa terribile parola, che investe, come un’eredità infelice, la stessa natura umana, dichiarandola colpita da una disgrazia proveniente, senza colpa personale, ma come una sventura fatale; è il peccato originale. E che denuncia poi una responsabilità personale, quando il peccato è cosciente e deliberato. È dottrina da tutti saputa. Ma che oggi tutti, vittime d’una secolarizzazione limite a se stessa, tentano di dimenticare. Ne abbiamo parlato altra volta (Cfr. Insegnamenti, II, 1171; ecc.). Non si parla più di peccato, perché questa tristissima e realissima condizione dell’uomo peccatore, implica l’idea di Dio. Implica l’idea dell’offesa fatta a Dio. Implica l’avvertenza della rottura del rapporto vivificante e reale con Lui; implica la coscienza d’un intollerabile disordine nell’uomo delinquente; implica il terrore della sanzione collegata col peccato, la riprovazione eterna, l’inferno; implica il bisogno assoluto d’una salvezza, anzi di un Salvatore.

Se viene meno la fede, viene meno simultaneamente il senso del peccato con quello di tutte le sue disastrose conseguenze. Praticamente possiamo dire che si sfascia tutto il castello morale del cristianesimo. Ma la realtà resta. La mancanza di fede non distrugge il piano divino nel quale si svolge il nostro vivere; essa potrà alterare le ripercussioni che questo piano stabilisce per i nostri destini, aggravandole, se la fede è rifiutata o spenta per responsabilità voluta; rimettendole al mistero della bontà di Dio, se essa è ignorata senza colpa; ma, ripetiamo, il piano reale divino, che avvolge l’essere nostro, rimane; e costituisce un assoluto, un necessario, al quale non possiamo sfuggire. Non lo possiamo, in certa misura, anche come semplici uomini, perché la legge divina, in certe sue impreteribili esigenze, parla nel cuore d’ogni uomo cosciente, con la logica del diritto naturale, con l’imperativo dell’obbligazione morale. Non lo possiamo sfuggire noi cristiani, ai quali è data la luce della dottrina del Vangelo, dove peccato e redenzione formano una trama che non possiamo mai dimenticare.

Dobbiamo, fratelli e figli carissimi, pensare al significato profondo e riassuntivo della nostra esistenza nel tempo: è una prova, è un esame. Guai sbagliare, guai fallire. È in gioco una sorte eterna, beata o dannata. Ecco il perché dell’ordine morale, della rettitudine del nostro operare. Ecco la sapienza dell’esame di coscienza. Ecco il senso salutare del bene e del male, dell’onestà e del peccato. Ecco il bisogno impellente di Cristo Salvatore. Ecco la provvidenza della croce, strumento della nostra salvezza e segno d’un misericordioso amore infinito. Ecco la saggezza della penitenza che espia, corregge e riabilita. Ed ecco la fortuna del sacramento della penitenza, della confessione, vera celebrazione nelle anime umili e sincere del mistero pasquale, della nostra risurrezione. Oh! nessuno rimanga estraneo ed escluso da tanta grazia e da tanta beatitudine!

Con la Nostra Benedizione Apostolica.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Sabato, 20 marzo 1971

Siamo assai lieti di dare il Nostro benvenuto ai millecinquecento Maestri del Lavoro, e ai loro familiari, convenuti a Roma per partecipare all’annuale Convegno nazionale, promosso dalla omonima Federazione Italiana. Voi rappresentate davanti ai Nostri occhi tutti coloro che, come voi, sono stati insigniti della Stella al Merito del Lavoro per le particolari qualità professionali, umane e morali, di cui sono forniti, ed è perciò cosa assai gradita per Noi potervi attestare pubblicamente la Nostra stima e la Nostra benevolenza, per un riconoscimento così alto, che a buon diritto vi onora, coronando la vostra esistenza di buoni cittadini e di degni lavoratori. Ma la vostra presenza è altresì simbolica di un ben più vasto numero di persone: effettivamente, voi ci portate davanti l’immagine di tutto il mondo del lavoro, con la sua somma di attività, di fatiche, di aspirazioni, di benemerenze, di delusioni: mondo ampio e poliedrico, organizzato e volitivo, talora inquieto e tumultuoso, che non nasconde talora le sue diffidenze verso la Chiesa, ma che pure è fatto oggetto, da parte di essa, delle premure più vigili e attente. In questo giorno, che segue la festa liturgica di San Giuseppe, l’umile operaio di Nazareth, ci fa piacere, cogliendo questa occasione di riattestare la materna e continua sollecitudine della Chiesa per i lavoratori, per la difesa della loro dignità umana, e per la loro elevazione spirituale e morale; ne sono prova i più famosi documenti pontifici, ne fa fede l’impegno che essa ha attraverso apposite istituzioni internazionali e nazionali di seguirne e di favorirne lo sviluppo con ogni mezzo a sua disposizione.

Non è Nostra intenzione fare l’apologia di quanto ha compiuto e compie la Chiesa in questo settore; l’abbiamo fatto altre volte, sulla scia dei nostri Predecessori; del resto non ce n’è bisogno, perché tale posizione è chiara come la luce del sole, ed è ben sintetizzata da una frase del Concilio Vaticano II, che nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo ha solennemente affermato che «il lavoro umano . . . è di valore superiore agli altri elementi della vita economica, poiché questi hanno solo natura di mezzo. Tale lavoro, infatti, sia svolto indipendentemente che subordinatamente ad altri, procede immediatamente dalla persona, la quale imprime sulla natura quasi il suo sigillo e la sottomette alla sua volontà. Col suo lavoro, l’uomo abitualmente sostenta la vita propria e dei suoi familiari, si associa agli altri e rende servizio agli uomini suoi fratelli, può praticare una vera carità, e collaborare con la propria attività al completarsi della divina creazione» (Gaudium et Spes GS 67).

Grandi parole! Sintesi profonda, che getta un fascio di grande luce sulla dignità del lavoro umano!

Ed è appunto su questo valore pedagogico del lavoro sottolineato incessantemente dall’insegnamento e dalla pratica della Chiesa, che Noi vorremmo oggi insistere, per lasciare a voi, carissimi Maestri del Lavoro, un ricordo di questo Nostro incontro, a vostra consolazione, e a vostro incoraggiamento, per riprendere con rinnovato fervore, il corso monotono della vita di ogni giorno. Sì, il lavoro è pesante, è faticoso, è arduo; le moderne condizioni della vita industriale lo portano talora ad un livellamento di atti e di gesti, che sembra mortificare la persona umana; eppure esso, anche quando è svolto nella sfera più libera e creativa dell’iniziativa artigianale o artistica, reca sempre con sé un elemento di sofferenza e di pena. La fede cattolica ci insegna che queste sono le vestigia del peccato originale che ha trasformato il lavoro da un impulso gioioso e fecondo dell’uomo, creato da Dio per sottomettere la terra (Cfr. Gen. 1, 28), in un peso da portarsi con volontà riottosa e renitente, in una lotta continua contro la natura ostile, scardinata anch’essa dal suo equilibrio in conseguenza della ribellione dell’uomo a Dio: «Col sudore del tuo volto mangerai il pane» (Ibid. 3, 19).

Nella nuova economia della Redenzione, il lavoro trova però tutto il suo valore di ascesi e di perfezione spirituale: unito alla sofferenza di Cristo Gesù, il Quale volle essere operaio nell’umiltà della casa di Nazareth, il lavoratore - sia esso della mano e del braccio, come della penna, della mente, dell’insegnamento, ecc. - dà alla propria opera un valore altissimo: non è solo più la prosecuzione dell’attività creatrice di Dio, ma diventa mezzo di elevazione e di purificazione, di raffinamento interiore nella pace e nella pazienza, di elevazione del mondo, in comunione con tutti i fratelli che, attraverso l’apporto di ognuno, si porgono l’un l’altro la mano in un servizio indispensabile alla comunità umana.

Voi siete «Maestri» del lavoro: dovete dunque viverne, e insegnare agli altri la difficile arte di adoperarne tutte le ricchezze, insite per la propria maturazione umana e cristiana. Il lavoro sia per voi e per gli altri non impedimento, non ostacolo, non remora, bensì scalino per ascendere gradatamente e sicuramente nella comprensione del piano divino di amore verso tutti gli uomini, per portare il proprio contributo alla costruzione non solo della società terrena, ma di quella cristiana, cementata dalla carità e dalla fratellanza, sinceramente vissute.

È questo l’augurio che vi facciamo, assicurando a voi, e a tutti i vostri colleghi di lavoro che un posto di predilezione è riservato per voi nel Nostro cuore.

Assistenti e dirigenti dell’Azione Cattolica Ragazzi

Ed ora una parola di saluto ad altri gruppi di particolare rilievo, che distinguono questa affollata udienza.

Salutiamo anzitutto gli Assistenti e i Dirigenti Nazionali e Diocesani dell’Azione Cattolica Italiana dei Ragazzi, che hanno tenuto la prima assemblea nazionale dopo l’approvazione del nuovo Statuto della stessa Azione Cattolica.

Il vostro è un apostolato tanto necessario; e ci fa piacere costatare il senso di responsabilità con cui affrontate i problemi della vita dei giovanissimi. Oggi i ragazzi crescono prima, si dice; sono più vivaci, più intelligenti, più aperti, conoscono un mondo di cose attraverso le nuove forme della Scuola e per il tramite dei mezzi di comunicazione sociale. Ma proprio per questo hanno maggior bisogno di cure: si sviluppano in mezzo ai pericoli di un ambiente pluralistico, nel quale il bene e il male sono apertamente mischiati, e manca un criterio di buon giudizio perfino per gli adulti. Figuriamoci per i ragazzi, che devono essere guidati da mano amorevole, ma esperta e ferma, se non si vuole che le doti della loro intatta freschezza siano corrose, e forse irrimediabilmente avvelenate. Non comprendiamo quindi perché, da parte di certuni, anche dei nostri buoni Sacerdoti, si tenda a sottovalutare l’importanza della pastorale dei ragazzi, per dare la preferenza a quella in favore dei grandi: certo, è necessaria una gerarchia di valori. Però il metodo di Gesù, e quello dei grandi santi pedagogisti della Chiesa - pensiamo a un La Salle, a un Giovanni Bosco - non è stato questo: e la ricchezza dei risultati ne ha confermato la bontà. Occorre ritornare a centrare le proprie sollecitudini sulla formazione dell’adolescenza, compito che richiede sapienza, esperienza, tatto, buonsenso, forza di persuasione; oggi più che mai.

Un grande e meritato elogio a voi, che lo fate: non lasciatevi scoraggiare dalle difficoltà, ma raddoppiate i vostri sforzi per rivitalizzare anche questo importante settore dell’Azione Cattolica. Ve ne ringraziamo di cuore, e preghiamo il Signore per voi, affinché non vi manchi mai il suo aiuto.

Pellegrini di Reggio Emilia e Guastalla

Ed ora a voi, carissimi familiari dei Sacerdoti, dei Missionari, dei Religiosi e delle Religiose delle diocesi di Reggio Emilia e di Guastalla, venuti col vostro zelantissimo Vescovo, Monsignor Gilberto Baroni, in un pellegrinaggio così qualificato, così significativo. La vostra presenza ci commuove, non solo perché richiama alla memoria la soavità dei ricordi dei Nostri Genitori, ma soprattutto perché è una testimonianza, tanto più formidabile quanto silenziosa, di amore a Cristo e alla Chiesa.

Voi avete dato un figlio, una figlia al Signore; vi siete privati di cullare speranze terrene sull’avvenire di questi vostri figlioli, rinunziando, nella maggior parte dei casi, perfino alla dolcezza di averli con voi, alla sicurezza del vostro domani. Vi siete affidati alla Provvidenza, avete fatto conto su Dio solo! Come Abramo, come Elisabetta, come Maria Santissima.

Il Signore, che non lascia senza la dovuta mercede anche un bicchier d’acqua dato ai suoi apostoli (Cfr. Matth Mt 10,42), non mancherà di aprirvi la fonte delle sue consolazioni: già grandi, inesprimibili, ineffabili, fin da questa terra, ma soprattutto amplissime in Cielo. Il Papa vi ringrazia, comprendendo in un unico abbraccio voi e i vostri figlioli consacrati, e le vostre diocesi, che, in voi, offrono un aspetto così consolante della propria spirituale efficienza.

Suore Agostiniane

Dobbiamo infine una parola di benvenuto e di incoraggiamento alle duecento Suore Agostiniane d’Italia; esse rappresentano oltre mille consorelle di sei diverse Congregazioni agostiniane, e sono venute a Roma per un convegno di preghiere e di studio sul tema «Azione e contemplazione nella vita religiosa agostiniana, oggi». Avremmo voluto maggior tempo a disposizione, per dedicare un approfondito esame ad un argomento tanto interessante; ma fortunatamente avete per voi i testi del vostro grande Patrono e Istitutore, Sant’Agostino, le cui pagine sono come una sorgente di acqua viva e zampillante, profonda e quieta, per indirizzare la vostra vita sul duplice binario dell’apostolato in favore delle anime e della preminente vita di unione con Dio. Chi più di lui fu attivo nell’impegno quotidiano per l’edificazione della Chiesa; e chi meglio di lui fu attento alla voce del Maestro interiore, che parla nel fondo dell’anima in un segreto e continuo e amoroso colloquio? Quale esempio, quale scuola, quale forza per voi, che ne siete le figlie spirituali! (Cfr. la celebre Epistola 211; PL 33, 958, ss.) Vi ripeteremo le parole di S. Agostino alle monache da lui istruite: «Che il Signore vi dia la grazia d’osservare tutte queste cose con dilezione, come amatrici della bellezza spirituale, e come fragranti del profumo di Cristo per la vostra buona condotta, non come serve sotto la legge, ma come fatte libere sotto la grazia» (Ibid. 965).

Non lasciate pertanto consumare il prezioso alimento della vita interiore, da cui sola scaturisce la fecondità delle opere; oggi si è più portati a sottolineare queste a scapito di quella, con conseguenze purtroppo assai funeste. Sappiate compiere la felice, indispensabile sintesi, che garantisce pienezza di frutti alla vostra vita religiosa in seno alla Chiesa, al servizio del Redentore e delle anime acquistate dal suo Sangue prezioso. Con questa intenzione vi ricordiamo nelle Nostre preghiere, e vi assicuriamo la Nostra benevolenza.

Ai menzionati pellegrinaggi, e a tutti coloro che sono presenti a questa udienza, vada il Nostro pensiero beneaugurante, pieno di affetto e di sollecitudine. Il Signore vi accompagni sempre nelle vie della vita, mentre, in pegno dei suoi doni, di cuore impartiamo la Nostra propiziatrice Benedizione Apostolica.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 24 marzo 1971

Siamo nel periodo quaresimale, cioè in quella stagione dell’anno liturgico che ci prepara alla celebrazione della Pasqua, la festa della Redenzione, la quale festa commemora la morte e la risurrezione di Cristo, e celebra questo avvenimento storico e mistico, tanto nella sua origine evangelica quanto nella sua attuale applicazione all’umanità, alla Chiesa, alle nostre anime, nel suo fatto evangelico cioè, e nel suo divenire ecclesiale. Questo secondo aspetto, il suo divenire nell’umanità, la sua irradiazione, la sua attualità relativa a noi credenti, a noi uomini viventi nella storia presente, è ora oggetto del nostro interesse. Cioè pensiamo a noi stessi in ordine al mistero pasquale, che deve essere fatto nostro, che deve da Cristo riverberare in ciascuno di noi la sua luce, la sua salvezza. Cerchiamo ora di metterci in condizione di riprodurre in noi il mistero pasquale, il quale è tutto opera di Cristo, opera della sua grazia; ma esige tuttavia che noi siamo disposti ad accogliere questa sua virtù redentrice, che ci mettiamo nella traiettoria della sua azione salvatrice; in altri termini, che ci «convertiamo» al disegno divino in ordine alla nostra salvezza, che ritorniamo sulla via autentica del nostro vero destino, sulla quale corre la divina misericordia, la vita nuova, che ci è promessa, e che sola è la nostra fortuna. Bisogna allora che riformiamo noi stessi per essere idonei a ricevere la salute di Cristo.


PENITENZA, COERENZA, FEDE

In questo ordine di idee si colloca tutto il sistema della vita morale cristiana, la quale ha due fasi, una condizionale, che precede l’incontro vivificante con Cristo, l’infusione del suo Spirito, della sua grazia; l’altra risultante, che segue tale incontro; la prima è caratterizzata dalla penitenza, la seconda dalla coerenza; entrambe dalla fede. Se noi ora, ossequienti alla pedagogia liturgica, ci poniamo nella prima fase, quella preparatoria e specificamente ascetica, quali doveri incontriamo? Anche questa domanda si apre su risposta sconfinata: i doveri relativi alla nostra riforma morale sono infatti senza numero. Ma possiamo ridurli ad alcune categorie generali, che ci sono suggerite dal Vangelo della prima domenica di quaresima, il Vangelo delle tentazioni di Cristo, nelle quali possiamo vedere, in certo modo, raffigurate e riassunte le nostre tentazioni. E prima d’ogni altro discorso sarebbe da fare proprio quello sulla tentazione, cioè sulla fallace apparenza del bene. Decipimur a specie recti: ci lasciamo ingannare da aspetti errati, cioè apparenti, parziali, errati del bene; sia del bene in sé, sia del bene a riguardo di noi stessi, «imagini di ben seguendo false» (DANTE, Purg. 30, 131): psicologia e morale qui si confondono, e danno inesauribile motivo all’analisi e alla narrativa del dramma umano.

Qual è la prima, l’eterna, la universale, la moderna tentazione? Cioè qual è il primo ostacolo generale al conseguimento della salvezza pasquale, della redenzione di Cristo? Ricordate la prima tentazione del diavolo a Gesù nel deserto? Non è tanto quella della fame, ch’è bisogno naturale di vita attinta da cibo fuori dell’uomo, quanto quella - e subito la storia si fa complessa e insidiosa - di definire tale bisogno, che nelle sue imperiose esigenze fisiche sembra primario ed unico, di stabilire poi l’alimento proporzionato alla fame dell’uomo, alimento che sembra essere solo il pane materiale, e di impiegare finalmente tutte le energie dell’uomo, quelle superiori specialmente, quelle spirituali, per trasformare le pietre in pane, cioè il mondo esteriore, inerte e materiale in cibo adeguato e sufficiente ai desideri e alla vita dell’uomo stesso. Diciamo, per quanto riguarda il nostro tempo: la tentazione materialista.

VERITÀ INCOMPLETE

Chi può, in accenni così brevi e così elementari come questi, darne una definizione adeguata, una descrizione approssimativa almeno, che non sia artificiosa e non di comodo oratorio? Ma essa, questa tentazione materialista, è così diffusa e connaturata col mondo contemporaneo, che forse non occorre consumare parole, per richiamarne quel generico concetto morale, di cui in questo momento noi ci interessiamo. Basta un principio-chiave per indicare il sistema a cui alludiamo: contèntati di questo mondo: qui è la realtà, qui è la vita, qui è la pienezza dell’uomo, qui è la ricchezza che basta, o almeno che deve avere il primo posto nelle aspirazioni umane; qui è il tuo regno; il resto illusione, alienazione, oppio, mito. Essa è la tentazione caratteristica del nostro tempo, tanto più seducente quanto più vasto, fecondo, godibile è apparso allo studioso e all’operatore il mondo accessibile all’esperienza. La coscienza individuale e ancora più quella sociale s’è imbevuta di questa certezza, anzi di questa fede: tutto si riduce alla natura, e la natura alla materia. Da questa radice monista sono scaturite le idee che hanno costituito le forze del pensiero, della politica, della sociologia, dell’economia, della vita vissuta nell’ultimo nostro periodo storico, e di tanta parte della cultura moderna. Questa concezione materialista si è fatta forte d’indiscutibili studi, di formidabili energie, di alti ideali: la scienza, la ricchezza, la giustizia, la speranza: tutte cose vere, sotto certi aspetti; ma di verità limitate, incomplete, insufficienti, più atte a suscitare aspirazioni insaziabili, che a soddisfare quelle profonde e risolutive dei destini umani. Egoismo e lotta, legalismo e utopia, interesse e idealismo s’intrecciano nella vicenda storica, sociale e politica del nostro tempo, tutto preso dalla persuasione che la soluzione dei massimi problemi umani è raggiungibile dalle forze proprie dell’uomo, mediante la conquista del dominio esteriore delle cose di questo mondo, e che altro avvenire non esiste al di là del tempo concesso alla nostra esistenza biologica. La vita presente è tutto. Questa è la nostra tentazione.


L’UOMO INTEGRALE

Non basterà a superarla l’osservare come questo conato di umanesimo materialista abbassa in realtà la statura dell’uomo ad un livello temporale e animale, nega all’individuo la sua originale personalità, scatena egoismi prepotenti, singolari o collettivi che siano, allarga enormemente la sfera della potenzialità umana, ma la priva delle ragioni trascendenti della giustizia e dell’amore, e fra tanta luce di artificiose teorie tenta di spegnere quelle del sole del Dio vivente, personale, salvatore? La vita presente è tutto?

Noi ascoltiamo le parole del Maestro nostro Signore: «Non di solo pane vive l’uomo . . .» (Mt 3,4). E poi: «Beati i poveri di spirito . . .» i non sazi di questa terra, ma «quelli che hanno fame e sete di giustizia . . .» (Mt 5,3-6). E ancora: «Il mio regno non è di questo mondo . . .» (Jn 18,36).

E così tutto il Vangelo, che introduce nella breve logica umana una concezione più ampia, più aperta, più sicura dei destini dell’uomo e della realtà metafisica dell’universo e della storia. Introduce una sapienza nuova, introduce una rivelazione superiore, una speranza inesauribile, una salvezza soprannaturale. Non è che il Vangelo disconosca l’esistenza presente, la necessità molteplice che le è propria, il dovere d’una sempre migliore giustizia, d’uno sviluppo, la funzione cioè del tempo presente, dell’ordine terreno, dei beni economici, della vera pace nel mondo, ma esso contempla l’uomo integrale, e allarga i confini della vita temporale, contesta il valore assoluto della felicità presente, finalizza ogni cosa, anche se riconosciuta legittima e autonoma nel suo campo specifico, per un regno superiore, il «regno dei cieli», per la vita soprannaturale ed eterna, per la vera salvezza.

Quella pasquale, da guadagnare nel tempo, da godere nell’eternità. L’orologio degli anni segna anche quello presente come un’ora di risveglio alla luce, alla redenzione, alla vita. Ci pensiamo?

Con la Nostra Benedizione Apostolica.

Gli ex alunni del Seminario Regionale Salernitano

Sono oggi presenti a questa udienza una trentina di sacerdoti, già alunni del Pontificio Seminario Regionale Salernitano Pio XI, i quali celebrano il primo decennio del loro sacerdozio.

Vi salutiamo con particolare affetto, per la commossa letizia che ci procura il pensiero della spirituale fecondità delle vostre vite, spese per il Signore, e del ministero compiuto nel suo Nome, come «Ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio» (1 Cor 1Co 4,1). Come avete voluto sottolineare, questi dieci anni di apostolato si sono svolti alla luce del Concilio Vaticano II; e proprio qui, in questa Basilica dedicata a Colui che il Signore volle essere il fondamento della sua Chiesa e ove si sono svolte le assise conciliari, voi vi siete trovati per rinnovare i vostri impegni sacerdotali. Noi auguriamo a voi, e a tutti i confratelli, di continuare nella vostra immolazione a servizio del Vangelo con la stessa intatta freschezza di quel primo giorno, e di approfondire sempre più il significato autentico del carisma e del ministero sacerdotale, nella spiritualità sua propria, qual è stata magistralmente sintetizzata dal Concilio, con parole che debbono essere meditate a fondo da tutti i sacerdoti.

Il Signore Gesù, di cui siete gli strumenti consacrati, e la Vergine Santa, che vi guarda come figli prediletti, vi sostengano e vi confortino sempre; con la Nostra Apostolica Benedizione.

Visitatori ungheresi

Dedichiamo ora un particolare saluto agli ottanta fedeli della parrocchia cattedrale di Alba Reale, in Ungheria, venuti col loro prevosto per celebrare il giubileo millenario dell’avvento del Cristianesimo in quella nobile e a noi carissima Nazione. Sappiamo che il vostro è il primo pellegrinaggio ch’e giunge, dopo tanti anni, dall’Ungheria a Roma; sappiamo che voi stessi l’avete organizzato per dirci la vostra letizia per la Lettera Apostolica da Noi inviata in occasione del millennio e per i favori spirituali concessi alla vostra bella Cattedrale, che custodisce una reliquia di Santo Stefano. Sono tutti motivi che tornano a vostra lode, e che dicono apertamente quale sia il fervore della vostra fede e la schiettezza del vostro sentimento verso la Cattedra di Pietro. Noi siamo certi che questo pellegrinaggio, qui al centro e al fulcro della cristianità, presso la Tomba del Principe degli Apostoli, aumenterà in voi la generosità dei propositi, dandovi forza e incoraggiamento per la pratica gioiosa della virtù, affinché la vostra comunità parrocchiale nutrita dalla Parola di Dio e dai sacramenti celesti sia di esempio luminoso di vita cristiana e cresca sempre più, come una famiglia cementata dall’amore di Dio e dei fratelli.

Con questi voti vi benediciamo, assicurando voi e tutti i vostri compatrioti del Nostro particolare affetto. Dio sia con voi!

Studenti canadesi

We would like to say a special word of welcome to the large group of students from Canada who are here this morning. We greet you with affection and ask you to take our prayerful good wishes to your parents and your dear ones at home. In your journey you will meet with people of many countries. May these contacts serve to advance understanding and co-operation between all who are children of the same Father, and who should therefore love each other as members of the same family.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 31 marzo 1971

Se nostro studio è, specialmente durante questo periodo quaresimale, cercare la rettitudine morale della nostra condotta, l’avvertenza delle deviazioni possibili da tale rettitudine impegna la riflessione della nostra coscienza. Essa ora si rivolge alle deviazioni maggiori e più facili e frequenti, che conducono l’uomo fuori strada, e lo privano dell’incontro con la grazia pasquale alla quale vogliamo arrivare. Abbiamo fatto cenno ad alcune di queste possibili deviazioni. Un’altra, fatale per la sua facilità e per la sua gravità, è quella, così detta, della carne. Essa si presenta come una tentazione congenita ed ambientale, come un’attrattiva propria di questo mondo. «Non vogliate amare il mondo - scrive l’Apostolo S. Giovanni nella sua prima lettera - . . . Se uno ama il mondo, la carità del Padre non è in lui; poiché tutto quello ch’è nel mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita» (Jn 2,15-16). È questa la nota tripartizione delle tentazioni, che conducono fuori strada i passi dell’uomo in ordine a Dio. Passioni ordinariamente si chiamano (Cfr. Iac. 1, 14).


LE SUGGESTIONI DELL’AMBIENTE

Ci occupiamo ora della prima, oggi fortissima, quella della carne. Perché, se ogni tentazione risulta da due stimoli, uno interno, l’altro esterno, dobbiamo notare che lo stimolo interno si fa più urgente, se non è moderato da preciso volere, con lo sviluppo della psicologia personale; e lo stimolo esterno, quello ambientale, s’è fatto più che mai insistente, seducente, eccitante, invasore: pensate alla stampa licenziosa e pornografica, diffusa con tutte le astuzie dell’esibizione e del commercio; pensate agli spettacoli equivoci e mondani, ai divertimenti licenziosi, a certi privati e pubblici costumi liberati da norme moderatrici, alle tendenze, che si vanno divulgando dalla così detta «moralità» (o immoralità) permissiva, e che consentono ogni bassezza e depravazione. L’ambiente, se uno non cerca d’immunizzarsi con proposito riflesso, offre dappertutto eccitazioni alla fragilità della «carne», specialmente se giovane e inesperta. Che cosa s’intende per «carne» nel linguaggio morale ben si sa: s’intende tutto ciò che si riferisce alla indisciplina della sensualità; cioè a quel pericoloso gioco interiore della sensibilità fisica in contrasto o in complicità con la sensibilità spirituale, al piacere animale, alla voluttà, al corpo passionale che attrae a sé l’anima e l’abbassa ai propri istinti, la cattura e l’acceca, così che, come dice S. Paolo, «l’uomo animale non percepisce le cose dello Spirito di Dio» (1 Cor 1Co 2,14). Non crediamo che vi sia bisogno di spiegazioni in proposito. Se ne parla tanto oggi, troppo forse. Raro che uno scrittore narrativo oggi non paghi il suo triste tributo, con qualche pagina almeno, a qualche follia sensuale, o a qualche ebbrezza dionisiaca, di cui è pervaso il mondo della cultura letteraria, o della dissolutezza gaudente e insieme angosciosa. Gli studi psicanalitici sugli istinti umani, e specialmente sulla neuropatologia e sulla sessualità hanno dato linguaggio scientifico alla comune esperienza empirica delle passioni erotiche; alcuni li hanno esaltati come nuove e vere scoperte dell’uomo.

«ECOLOGIA MORALE»

Si parla anche di educazione sessuale, con lodevole intento pedagogico, ma si dimenticano talora alcuni aspetti della realtà umana, non meno oggettivi di quelli offerti dall’immediata osservazione naturalista, quali la esigenza del pudore, il riguardo dovuto alla differenziazione dei due sessi, maschile e femminile, e soprattutto la delicatezza richiesta dalla disfunzione passionale, introdotta nel complesso etico-fisico-psicologico d’ogni essere umano dal peccato originale; cose tutte che, mentre reclamano, sì, un’educazione sessuale, suggeriscono molte e delicate cautele, specialmente nell’educazione giovanile, e raccomandano a genitori e maestri un intervento sapiente e tempestivo, con un linguaggio graduale, limpido e casto (Cfr. Conc. Vat. II, Gravissimum educ., 1; PIO XII, Discorsi, XIII, p. 257; Ratio Fund. Inst. sacerdotalis, 48; le opere di S. Ambrogio sulla verginità, sulla penitenza, ecc.).

Ma a noi, in questa sede, basti, ancora una volta, proporre alla vostra riflessione, in ordine a questa tentazione, - che è «legione» - (Cfr. Marc Mc 5,9), cioè estremamente varia e insistente, due affermazioni e una raccomandazione. La prima affermazione sostiene che la vittoria sulla tentazione della carne è possibile. È persuasione corrente, che trova fautrice e complice la natura stessa di questa tentazione, essere impossibile superarla, essere utopia la castità, essere tollerabile, anzi forse istruttiva, l’esperienza del suo dominio sul nostro spirito, sul nostro morale equilibrio, onesto e puro. Non è così, fratelli e figli carissimi! Se si vuole, si può conservare casti il proprio corpo e il proprio spirito. Non propone cosa impossibile il Maestro divino, che si pronuncia con estrema severità in questa materia (Cfr. Matth Mt 5,28). Per noi cristiani, rigenerati dal battesimo, se non è dato l’affrancamento da questo genere di umana debolezza, è data la grazia di superarla con relativa facilità; lo Spirito può essere in noi operante, proprio in ordine alla padronanza di noi stessi, alla continenza, alla castità (Ga 5,23 Ph 2,3).

La seconda affermazione è questa: ch’è molto bello essere puri. Non è un giogo, è una liberazione; non è un complesso d’inferiorità, è un’eleganza, una fortezza dello spirito; non è una fonte di ansietà e di scrupoli, è una maturità di criterio e di padronanza di sé; non è un’ignoranza di realtà della vita, è una conoscenza disinfettata da ogni possibile contagio, più lucida e penetrante di quella opacità propria dell’esperienza passionale e animale; sarà innocente, sì, forse inesperta della fenomenologia patologica della vita corrotta, ma non ignara delle profonde realtà del bene e del male, a cui l’uomo è candidato; avrà anzi lo sguardo trasparente fino a rintracciare nel fondo delle bassezze peccatrici le possibili risorse del pentimento e della riabilitazione. La purezza è la condizione adeguata all’amore, al vero amore, sia quello naturale, sia quello sovrumano dedicato unicamente al regno dei cieli.

E la raccomandazione viene da sé: la diciamo al Padre nella consueta preghiera: «non ci indurre in tentazione»! Applichiamola a noi stessi, quasi ad esaudimento di questa suprema preghiera. Bisogna che ci difendiamo dalla prepotente tentazione della carne, se vogliamo vivere il mistero pasquale. Dentro e fuori; nel cuore innanzi tutto, donde esce il male e il bene di cui siamo capaci (Contr. Matth Mt 15,19 2 Tim 2Tm 2,22); e nell’ambiente, all’intorno a noi: oggi ci si occupa di ecologia, cioè di purificazione dell’ambiente fisico dove si svolge la vita dell’uomo: perché non ci preoccuperemo anche d’un’ecologia morale dove l’uomo vive da uomo e da figlio di Dio? Questo vi raccomandiamo, con la Nostra Benedizione Apostolica.

Insegnanti e alunne francesi

C'est avec joie que Nous Nous tournons maintenant vers les élèves de l’Institut Saint-Dominique de la via Cassia? et vers leurs professeurs, religieuses et laïques, dont Nous savons le dévouement compétent et affectueux. Chères Filles, la grande diversité des nations auxquelles vous appartenez vous permet, en même temps que des études approfondies selon la culture française, des échanges d’amitié très fructueux. N’est-ce pas une image du projet de la grande Eglise catholique, pour laquelle sainte Catherine de Sienne - que vous êtes allées prier tout spécialement à Sienne samedi dernier - avait un tel amour: rassembler en une seule famille tous les enfants de Dieu dispersés, mais aussi les envoyer par le monde entier porter le témoignage de la foi qu’ils auront mûrie, et de la générosité à laquelle ils se seront exercés ? Nous ne pouvons y parvenir, vous le savez, qu’avec la grâce du Christ, qui a donné sa vie pour que nous obtenions ces grâces. Approchez-vous de Lui avec foi et espérance, davantage encore, en ces fêtes de Pâques. Méditez son amour, devant le témoignage de sa Passion. Cherchez-le parmi les vivants, comme l’ange le demandait aux saintes femmes le matin de Pâques (Lc 24,5). Que le Seigneur vous éclaire et vous guide! En son nom, Nous vous bénissons de tout coeur, professeurs, élèves et aumôniers, appelant sur tous l’abondance de ses grâces.

Sacerdoti del Collegio Beda

Beloved sons,

It is always a great pleasure for us to have the visit of newly-ordained priests. We know what happiness you are experiencing in these days and how this joy is intimately shared by your families and especially by your parents. We welcome you today, beloved sons from the Pontifical Beda College, and extend our special greeting to your dear ones who have come from afar. May you read in Our heart the affection and love We have for you all in Christ Jesus.

To you, dear sons, We would express a simple message of challenge, of confidence and of hope.

Today more than ever before there is need in the Church of priests who have a clear idea of their responsibility to Christ and to their followmen. The needs of the People of God are great and the urgency of preaching the redemptive Gospel of the Lord to the ends of the earth is pressing. You have been called and chosen and sent forth to fulfil this role. We exhort each of you in the words Paul spoke to Timothy: “Always be steady, endure suffering, do the work of an evangelist, fulfil your ministry” (2 Tim 2Tm 4,5). This is your vocation, this is your happiness: “Guard what has been entrusted to you” (1 Tim 1Tm 6,20).

At the same time that We encourage you to realize the great responsibility that is yours and to accept courageously its challenge, We exhort you to do this in the name of Christ and relying on his grace. You must be convinced that the Lord is with you. As priests of this generation, the collective expression of your supernatural confidence must be that enjoined on one of the early Christian communities: “Let us hold fast the confession of our hope without wavering, for he who promised is faithful” (Hebr. 10, 23). By the witness of your lives you must show the world the reason for your priestly dedication: “. . . because we have set our hope on the living God” (1 Tim 1Tm 4,10).

We repeat to you what We said to the priests whom We ordained in Manila: “If ever some day you feel lonely, if ever some day you feel that you are weak secular men, if ever some day you are tempted to abandon the sacred commitment of your priesthood, remember that . . . each one of you is ‘another Christ’”. The strength of Christ’s Passion and Resurrection is in you; his grace will support you. Remain always in his love.

As We assure you, beloved sons, of our prayers for your ministry of sacrifice and service and of Our confidence in you, We give you, your families and your dear ones Our special Apostolic Blessing.

Visitatori giapponesi

Once again it is our pleasure to extend a special greeting to a group of Japanese; We welcome warmly the members of the Academy of Christian History of Japan. It is our prayer that your visit to Rome will be a happy one as you reflect on the origins of Christianity and meditate on the Providence of God, which has brought the faith of the apostles Peter and Paul to your beloved land. With affection in the Lord We invoke upon you all his special Blessings.


1971-AUDIENZE - Mercoledì, 10 marzo 1971