1972-AUDIENZE - Mercoledì, 19 luglio 1972




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 26 luglio 1972

Il pensiero che guida il nostro piccolo discorso delle Udienze Generali in questo periodo è la ricerca di principii morali per la nostra vita cristiana. La vediamo esposta questa nostra vita cristiana a mille pericoli. Prescindiamo ora da quelli che assalgono la dottrina; limitiamoci a quelli che insidiano e sovvertono la norma morale, la vita vissuta; e contentiamoci di alcuni principii fondamentali e orientatori.

Abbiamo un problema immenso da considerare: il rapporto tra la vita naturale, profana, secolare e la vita cristiana. Oggi noi assistiamo ad uno sforzo gigantesco per togliere dalla maniera comune di vivere ogni segno, ogni criterio, ogni impegno di derivazione religiosa. Si cerca, spesso anche nell’ambito del mondo cristiano, di rivendicare alla laicità della condotta, specialmente nelle sue forme pubbliche ed esteriori, un dominio esclusivo ed assoluto. Vi sono correnti di pensiero e di azione che cercano di staccare la morale dalla teologia; la morale dovrebbe occuparsi soltanto dei rapporti fra gli uomini e della coscienza personale dell’uomo: nel campo morale non vi sarebbe bisogno d’alcun dogma religioso. Per il fatto legittimo che molte espressioni del pensiero e dell’attività umana devono essere governate da criteri propri (le scienze, ad esempio), e che l’ordinamento stesso dello Stato può essere concepito secondo una sua propria sana e ragionevole laicità (come già disse il nostro venerato Predecessore Papa Pio XII - Cfr. AAS 50, 1958, p. 220 -), si vorrebbe che la religione non solo non apparisse più in pubblico, ma non avesse più alcun influsso ispiratore e direttivo nella legislazione civile e nella normativa pratica. Anche quando poi è riconosciuta ufficialmente la libertà religiosa, questa è spesso praticamente soppressa ed oppressa, e talora con metodi intimidatori e vessatori che riescono a soffocare, perfino nell’interno delle coscienze, la libera e schietta professione del sentimento religioso.

Noi che cosa diciamo? Ricordiamo innanzi tutto la distinzione, sì, che deve essere affermata ed osservata fra l’ordine temporale e l’ordine spirituale, in ossequio alla parola decisiva del divino Maestro: «Date a Cesare quello ch’è di Cesare, e date a Dio quello ch’è di Dio» (Mt 22,21). Ma aggiungiamo: come esiste un problema di rapporti, cioè di distinzione e di relazioni, fra fede e ragione, così esiste un problema di rapporti fra fede e morale. Problema, di cui noi tutti intuiamo la soluzione, che sostiene essere molto stretti ed operanti tali rapporti (e, sotto certi aspetti, molto più che non tra fede e ragione, perché qui, tra fede e morale, cioè tra fede e vita, la distanza dei due termini in gioco è minore), ma problema sempre assai delicato e complesso. Vediamo di porre qualche principio chiarificatore.

Esiste una morale cristiana? Una maniera cioè originale di vivere, che si qualifica cristiana? Che cosa è la morale cristiana? Potremmo empiricamente definirla precisamente affermando che essa è una maniera di vivere secondo la fede, cioè alla luce delle verità e degli esempi di Cristo, quali abbiamo appreso dal Vangelo e dalla sua prima irradiazione apostolica, il Nuovo Testamento, sempre in vista d’una successiva venuta di Cristo e d’una nuova forma di nostra esistenza, la così detta parusia, e sempre mediante un duplice ausilio, uno interiore e ineffabile, lo Spirito Santo; l’altro esteriore, storico e sociale, ma qualificato ed autorizzato, il magistero ecclesiastico. Vale quindi per noi, nel suo significato esegetico e nella sua applicazione pratica ed estensiva a tutto lo stile della vita cristiana, la formula incisiva e sintetica di S. Paolo: «il giusto vive di fede» (Rom. 1, 17; Ga 3,11 Ph 3,9 Hebr Ph 10,38). «La caratteristica essenziale (dell’etica cristiana) è d’essere legata alla fede e al battesimo» (Cfr. A. FEUILLET, Les fondements de la morale chrétìenne d’après l’épître aux Romains, in Revue Thomiste, juillet-sept. 1970, PP 357-386).

Donde dobbiamo trarre due conclusioni molto importanti per la nostra mentalità moderna. Prima conclusione: la nostra concezione pratica della vita deve conservare a Dio, alla religione, alla fede, alla salute spirituale il primo posto; e non solo un primo posto d’onore, puramente formale, o rituale, ma altresì logico e funzionale. Se sono cristiano, ciascuno deve dire, io, debitamente onorando in me questo titolo, possiedo la chiave interpretativa della vita vera, la somma fortuna, il bene superiore, il primo grado della vera esistenza, la mia intangibile dignità, la mia inviolabile libertà. La mia collocazione in ordine a Dio è la cosa più preziosa e più importante. La gerarchia dei miei doveri conserva a Dio il primo livello: «Io sono il Signore Dio tuo» (Ex 20,2). Cristo lo ripeterà: «cercate in primo luogo il regno di Dio» (Mt 6,33). Il primo orientamento della vita, l’asse centrale e direttivo del mio umanesimo, rimane quello teologico. Il precetto, che soverchia e sintetizza tutti gli altri, è sempre quello dell’amore a Dio (Cfr. Mt 22,37 Dt 9,5); precetto sublime, e tutt’altro che facile, ma che nello stesso sforzo del suo adempimento genera il motivo e la energia per adempiere gli altri inferiori precetti, primo fra gli altri e, a sua volta, somma degli altri, l’amore al prossimo, tanto che esso si pone quale prova dello stesso amore a Dio (Cfr. 1 Io. 2, 9; 4, 20). Così che la soppressione dell’amore a Dio, nella convinzione che basti l’amore al prossimo (. . . quanti oggi si illudono d’aver semplificato il problema morale, trascurando il suo fondamentale principio religioso e riducendolo ad una filantropia umanistica!), compromette anche il rapporto d’autentico amore all’uomo, rapporto che facilmente decade, non più universale, non più disinteressato, non più costante. Può diventare parziale, e perciò principio di lotta e di odio.

E poi un’altra conclusione: riconoscere il primato del fattore religioso nell’ordinamento operativo umano non comporta un’evasione dall’urgenza dei doveri inerenti alla giustizia e al progresso della società umana, quasi che l’osservanza puramente religiosa bastasse ad esonerare la coscienza dagli obblighi di solidarietà e di generosità verso il prossimo; e tanto meno il riconoscimento del primato religioso nella morale genera un freno egoista e irrazionale nella positiva ricerca dei rimedi ai mali sociali; piuttosto il contrario. Ricordiamo la severa parola del Signore: «Non chiunque dice a me: Signore! Signore! entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre Mio» (Mt 7,21 cfr. Matth Mt 25,31-46); e ricordiamo quella incitatrice dell’Apostolo: la fede rende operante la carità (Cfr. Gal Ga 5,6).

Per fortuna, ai nostri giorni questo imperativo della giustizia sociale, di rendere cioè largamente operante la nostra professione cristiana, di dare alla fede la sua coerente espressione nella carità, è molto diffuso e sentito, specialmente fra i giovani; e faremo bene anche noi ad avvertirne lo stimolo nei nostri cuori, e ad assecondare l’invito oggi pungente della Chiesa (espresso anche nel Concilio e nell’ultimo Sinodo) di promuovere l’avvento d’una maggiore giustizia nel mondo. Dovremo fare attenzione, come dicevamo, di non privare la nostra attività benefica della sua immanente ispirazione religiosa, ed inoltre dovremo badare a non fare della religione un pretesto politico, o uno strumento al servizio di altri scopi, che non siano quelli giusti ed onesti del vero bene del prossimo. Ma baderemo piuttosto ad educare noi stessi alla scuola d’un cristianesimo autentico, orante ed operante, e a testimoniare con la nostra coerenza fra la fede e la carità, in mezzo al nostro mondo moderno, quanto vero, quanto umano, quanto trascendente sia il Vangelo di Cristo.

Il nostro voto sia convalidato dalla nostra Benedizione Apostolica.

I problemi pastorali nell’America Latina

Sappiamo che è presente a questa Udienza un gruppo di ecclesiastici e di laici, i quali si occupano dei problemi pastorali, relativi alla promozione religiosa, morale e sociale dell’America Latina. Esso ha preso parte al Convegno del «Movimento Laici per l’America Latina in Italia», promosso dal benemerito Dott. Armando Oberti; e porgiamo a tutti il nostro riverente e fraterno benvenuto, lieti che l’incontro ci offre l’occasione per esprimere loro i nostri voti nel Signore. Verso quel Continente è rivolta tutta la nostra paterna e appassionata attenzione apostolica. Non abbiamo mai mancato, infatti, di sottolineare l’interesse che noi dedichiamo a quelle Nazioni, alle gravi necessità che le premono, alle esigenze talora drammatiche di personale, di mezzi, di opere che le travagliano per far giungere alle loro buone popolazioni, nella sua integrità e nel suo autentico valore, il messaggio del Vangelo, che è annuncio di salvezza, di libertà e di pace. L’abbiamo ricordata più volte questa nostra sollecitudine, specialmente alle periodiche riunioni della Pontificia Commissione per l’America Latina, quando abbiamo incontrato quei zelantissimi Vescovi, che tanto amiamo, e che tanto ci sono vicini nell’affetto e nella preghiera.

Pertanto ve ne siamo grati. In questa sede, nulla diremo del tema, oggi tanto conclamato e discusso, circa la «liberazione dell’uomo», di cui avete trattato in questi giorni, nel vostro Convegno. Tema e Convegno, infatti, esigerebbero da noi qualche riserva e qualche chiarimento. Limitiamoci a prendere atto dei generosi sentimenti che hanno ispirato l’iniziativa, dei quali ci dà testimonianza il desiderio di partecipare a questa Udienza: e sono, senza dubbio, sentimenti di fiducia e di devozione alla Santa Chiesa e a questa Sede di Pietro, che meritano la nostra affezione sincera. E auguriamo in pari tempo grazia e pace alla Chiesa Latino-Americana, ed ogni migliore fortuna, in Cristo Gesù, alla diletta popolazione di quell’immenso Continente. A tutti, ai vicini e ai lontani, la nostra Apostolica Benedizione.

Gli incontri nella Città di Maria

Si rinnova, questa mattina, un motivo di gioia che tanto ci ha confortato nelle Udienze di questi mesi: dopo le visite dei fanciulli e dei giovani del Movimento GEN (Generazione Nuova), abbiamo la soddisfazione di accogliere stamane anche le rappresentanti del ramo femminile dello stesso Movimento, giunte da ogni parte del mondo e riunite in questi giorni nel Centro Mariapoli di Rocca di Papa per il loro Congresso annuale.

Ebbene ci è caro rivolgere il nostro saluto anche a voi, figliole carissime, qui presenti per ascoltare una parola di incoraggiamento nei vostri generosi propositi.

Desideriamo esprimervi il nostro sincero compiacimento per il dinamismo che riscontriamo nelle vostre belle iniziative. Questi vostri incontri a livello internazionale non sono una accademia, né uno sterile passatempo, ma mirano a formare in voi una coscienza sempre più chiara delle responsabilità che il Vangelo comporta nella vostra vita individuale e sociale per la costruzione di un mondo più giusto e più umano.

Continuate nella vostra benemerita attività! Noi vi seguiamo con grande benevolenza, e a tal fine impartiamo di cuore a voi e a tutte le aderenti al vostro Movimento la propiziatrice Apostolica Benedizione.

Istituto artistico inglese

We are happy to welcome those taking part in the Summer Meeting of the Jesuit Institute of Arts. We are sure that your interest in the arts is a source of great joy to yourselves and to all with whom you come into contact. The artist imitates God, the Creator of all, because with his talents and through his works he brings harmony, beauty and nobility into men's lives. Thus the artist invites us to contemplate the unseen and unheard through what is seen and heard. We pray that through the arts you will come to know God better and be able to bring that knowledge to all whom you serve.

Il coro di Mülheim-Ruhr

Ein wort besonderer Begrüssung richten Wir an den anwesenden Chor der «Schildberger Sing- und Spielschar» von Mülheim/ Ruhr. Liebe jugendliche Sänger! Wir heissen euch helzlich willkommen! Mit grosser Freude hörten Wir durch euren Bischof, dass ihr in den zwölf Jahren eures Bestehens nicht nur einen wertvollen Beitrag zur festlichen Gestaltung vieler Gottesdienste geleistet habt, sondern durch euer frohes Singen und Musizieren auch Licht und Freude in die Krankenhäuser und Altenheime bringt. Durch eure Veranstaltungen helft ihr auch gleichzeitig euren zweihundert Patenkindern in Südrhodesien. Wir danken fiir eure hochherzige Hilfsbereitschaft und rufen euch zu: Fahret fort in eurem musikalischen Wirken zur Ehre Gottes und zur Erbauung der Mitmenschen!

Dazu erteilen Wir euch und allen Anwesenden von Herzen den Apostolischen Segen.

Movimento Familiare Cristiano

Saludamos con particular complacencia a un grupo de matrimonios mexicanos, pertenecientes al Movimiento Familiar Cristiano.

Os animamos a proseguir con entusiasmo, amadísimos hijos, esta forma de apostolado, con el cual aportáis vuestra Parte de vitalidad a la Iglesia. Que vuestros hogares sean siempre un dechado de virtudes, a impulso de la fe y de la caridad, y un santuario de paz donde todos los miembros alaben unidos al Dador de todo bien.

A vosotros y a vuestras familias otorgamos de corazón la Bendición Apostólica.



Damos también nuestra bienvenida a los dos grupos de jóvenes mexicanas, que han querido visitarnos, al cumplir quince años de edad.

Amadísimas jóvenes : Sed siempre fieles a los ideales cristianos, según las promesas que habéis renovado; buscad en todo lo mejor y lo que más agrada a Dios. Y sea vuestra juventud, alimentada y sostenida por el pan puro de la Eucaristía, motivo de aliento y de esperanza para todos cuantos os rodean.

A vosotras y a vuestras familias impartimos la Bendición Apostólica.

I volontari della sofferenza a Lourdes

We are pleased to welcome a group from the United States led by Cardinal Wright and Bishop Maloney. We are happy that as you make your way to Lourdes you have wished to come and visit us. There are among you some who are bearing the burden of illness. We wish to say a few words in particular to you: we want you to know of our concern and love. Christ is especially present among you. In the Gospel he identifies himself with all who are sick; he says: "I was ill and you comforted me . . . As often as you did it for one of my least brothers, you did it for me" (Mt 25, 36, 40). May Christ’s closeness always be a source of consolation for you. We urge you also to remember that you have a special vocation in the Church. You are able to offer your sufferings to God and implore from him the grace by which men and women all over the world-people you may never meet in this life-will listen to and accept the Gospel of Jesus Christ.

We would also encourage all of you during your stay at Lourdes to pray for the peace which mankind longs for so much. Pray for the entire Church. And pray for all who are in need of spiritual healing: those who are burdened by sin, by doubt, by anxiety.

We assure all of you of our prayers for your coming pilgrimage to Lourdes. May our Blessed Mother obtain through her intercession all the graces which you seek.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 2 agosto 1972

Pensiamo che sia nel desiderio di tutti l’affermazione del senso morale. Ognuno sa se ve n’è bisogno. È una parola questa del «senso morale» collegata con un nodo di concetti e di questioni, che proprio perché fondamentali sono molto difficili, e sono di solito conosciute più per via d’innata intuizione, che per via di logica definizione. Che cosa è il senso morale? È un giudizio immediato, potremmo quasi dire istintivo tanto è primitivo nel nostro processo razionale, circa la bontà, o la malizia d’un’azione.

E quando un’azione è buona o cattiva? È buona quando è conforme ad un ordine, ad un bene oggettivo (ontologico), ad un ordine che nasce dall’essere, dalla natura delle cose; se difforme è cattiva.

E come sappiamo noi se esiste, o no, questa conformità? Lo sappiamo innanzi tutto da quell’atto spontaneo, ma riflesso, che la nostra mente compie su se stessa, e che si chiama coscienza. Parola questa estremamente importante ed assai ricca di significati e di contenuti. La coscienza, innanzi tutto, è l’uomo che pensa se stesso; è il pensiero del pensiero; è lo specchio interiore dell’esperienza, della vita; ed è ordinariamente psicologica: l’uomo si sente, si ricorda, si giudica, discorre di sé con se stesso, si conosce. Ed in questo quadro interiore un risalto speciale acquista l’avvertenza circa l’uso della propria libertà, sia che esso preceda o segua l’atto, in un certo senso, creativo della volontà personale, cioè circa la esplicazione responsabile dell’uomo pensante e libero; e questa avvertenza si chiama la coscienza morale.

Ed è quella che ora ci interessa.

Né più diremo sopra tema che meriterebbe un trattato senza fine.

Soltanto due note segnaleremo utili allo scopo che ora a noi preme, cioè quello d’invitare chi ci ascolta a risvegliare il senso morale che nella coscienza morale trova la sua espressione; e le note sono queste : la sua necessità e la sua insufficienza.

Dire necessaria la coscienza morale equivale dire essere necessario che l’uomo sia uomo. Essa risponde alla sua definizione: un uomo senza coscienza morale è come nave che manchi di timone. Cioè di guida. Manca della scienza dei veri valori della vita e della scienza dei suoi fini. I moralisti ce lo dicono dove insegnano che la bontà dell’azione umana dipende dall’oggetto in cui è impegnata e, oltre che dalle circostanze in cui è compiuta, dall’intenzione che la muove (Cfr. S. TH. I-IIae, 18, 1-4); ora questa complessa specificazione dell’azione, se vuol essere umana, implica un giudizio soggettivo, immediato di coscienza, che poi si sviluppa nella virtù regolatrice dell’azione stessa, la prudenza. La coscienza cioè mette in gioco dell’uomo attivo la sua mente e la sua volontà, lo rende padrone dei suoi atti, lo libera dalla passività interiore, anche quando la costrizione esteriore non gli consente liberi movimenti esteriori.

Questo ritorno ad una propria coscienza morale è oggi tanto più auspicabile quanto più l’educazione moderna abilita l’uomo all’esercizio del pensiero e alla scelta autonoma delle proprie decisioni; ed anche quanto più la nostra psicologia è pervasa, spesso quasi senza che se ne avveda, da stimoli e da impressioni esteriori: l’ambiente, l’opinione pubblica, la moda, gli incentivi passionali, gli interessi economici, le innumerevoli distrazioni impediscono, in pratica, il ricorso alla propria coscienza; l’azione originale, personale è soverchiata da influssi d’ogni genere, per cui l’uomo vive alla cieca, quasi condizionato e guidato dal fenomenismo delle cose che lo circondano e dal meccanismo obbligante e convenzionale che lo travolge. Com’è, in fondo, difficile, all’uomo moderno dire: io; io a se stesso, nel foro intimo della propria personalità; e quanto è facile per lui concedersi ai fattori che lo fanno un insignificante numero nella massa anonima, priva spesso d’una vera coscienza morale comunitaria.

È nell’espressione della coscienza morale che l’uomo si affranca dalle tentazioni prodotte nel suo proprio essere vulnerato dalla disfunzione ereditata dal suo complesso organismo a causa d’un guasto atavico, il peccato originale; egli riacquista, se non altro, il concetto e il desiderio della propria perfezione. È da questa coscienza morale che sono superati gli interessi corruttori della sua dignità, sono vinti i timori che rendono l’animo vile ed inetto, sono nutriti i sentimenti che generano il galantuomo, l’onesto, anzi il forte. I grandi tipi del dramma umano, gli innocenti, gli eroi, i santi attingono da questa coscienza la loro energia. Pensate ad Antigone. E pensate a tante altre mirabili figure che grandeggiano nella storia e nella cronaca quotidiana, perché alimentate da una coscienza morale impavida, specialmente quando un sentimento religioso le dia il vigore che solo esso può dare; citiamo a caso, un S. Tommaso Moro (di cui è uscito in questi giorni un nuovo e fine profilo biografico di Giuseppe Petrilli - Cfr. p. 191 -), un S. Agostino, le due S. Teresa, e in genere i santi autobiografici, una Edith Stein, e per la letteratura, un passo famoso nell’Adelchi del Manzoni (Cfr. A. MANZONI, Adelchi, Atto V, II), ecc. ecc.

L’accenno al sentimento religioso ci porterebbe a studiare la coscienza morale nel confronto col Vangelo e con la tradizione che ne deriva. A cominciare dalla facilità con cui questo rapporto fra il mondo divino e l’anima nostra si stabilisce, quando appunto la coscienza morale cerca le ragioni e il termine della sua espressione nella direzione religiosa. Un filo, non più soltanto logico, stringe il rapporto, ma un filo vitale. Una rettitudine nuova cioè rende possibile fra l’anima e Dio un colloquio, una presenza. Nel linguaggio religioso la coscienza assume il nome di cuore, con tutto quello che di vivo, di personale, di profondo, e anche di sentimentale questo centro dell’anima può significare. Troppo vi sarebbe da dire, dalla scoperta della legge scritta da Dio nel cuore (Cfr.

Gaudium et Spes GS 16), dalla psicanalisi delle debolezze umane, che hanno nel cuore la loro mala radice (Cfr. Matth Mt 12,34 Mt 15,19), alla sapiente ricchezza che il cuore nasconde e rivela (Lc 6,45), alle esperienze ineffabili, che la voce del Signore, ripercossa nel cuore, apre ai discepoli ascoltatori (Cfr. Luc Lc 24,22); ecc. ecc. Non per nulla la liturgia, all’inizio della S. Messa ci fa recitare il «Confiteor» e vi aggiunge una pausa di riflessione. È l’esame di coscienza. Pratica spirituale ed ascetica di somma importanza, che faremo bene tutti a tenere in onore: la coscienza è la lampada che illumina il nostro cammino, se vogliamo che questo sia percorso con dirittura e con energia, verso il vero e ultimo fine della nostra vita ch’è Dio.

Ma qui è da aggiungere, per terminare, l’altra nota, che qui a noi preme rilevare in ordine alla coscienza; la sua insufficienza, dicevamo. Da sola la coscienza non basta. Anche se essa porta in se stessa i precetti fondamentali della legge naturale (Cfr. Rom. 2, 2-16). Occorre appunto la legge: e quella che la coscienza offre da sé alla guida della vita umana non basta; dev’essere educata e spiegata; dev’essere integrata con la legge esterna, sia nell’ordinamento civile - chi non lo sa? - e sia nell’ordinamento cristiano - anche questo: chi non lo sa? -. La «via» cristiana non ci sarebbe nota, con verità e con autorità, se non ci fosse annunciata dal messaggio della Parola esteriore, del Vangelo e della Chiesa. Chi pensa di emanciparsi dalla legge e dall’autorità legittime avrebbe un senso morale muto sopra molti precetti incomodi e principali e, per un cristiano, fondamentali come la carità e il sacrificio; e finirebbe per perdere un esatto giudizio morale, e per concedere a se stesso quella moralità elastica e permissiva che oggi purtroppo sembra prevalere. Se ne dovrà riparlare (Cfr. Discorso di Pio XII, AAS 44, 1952, PP 270-278). Per oggi ci basti riconoscere alla coscienza retta e vera il posto che le è dovuto nell’esercizio della vita morale: il primo. Con la nostra Benedizione Apostolica.

Il Movimento dei Focolari

Dobbiamo esprimere la nostra gratitudine, la nostra compiacenza e il nostro incoraggiamento ai cinquecento sacerdoti, aderenti al Movimento dei Focolari, venuti da tutta l’Europa per partecipare a uno dei loro Convegni annuali di studio e di preghiera.

Ci fa tanto piacere apprendere che, in spirito di fraternità vicendevole, vi scambiate le vostre esperienze pastorali, vi impegnate a vivere a fondo la vocazione di «ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio» (1 Cor 1Co 4,1), nella configurazione sempre più stretta al Divino Salvatore, e nell’adesione libera e gioiosa a Lui, a cui avete offerto totalmente le vostre persone, la vostra disponibilità, i vostri talenti, la vita intera. È questo l’ideale del sacerdozio, che è stato vissuto nei secoli, e autorevolmente ribadito in questi tempi dal magistero ecclesiastico in documenti che ben vi sono noti: ed è ideale di apostolato, di servizio alla Chiesa e alle anime, di testimonianza evangelica autentica e trascinatrice. Il sacerdote è «sale e luce» (Cfr. Matth Mt 5, 13, 14). Con che cosa si salerà, se diventa insipido? e se la luce si nasconde o si offusca, dove e da chi la troverà il mondo? È la responsabilità enorme che incombe, specialmente oggi, ai sacerdoti, ai quali la Chiesa affida quanto ha di più prezioso, affinché ne siano i dispensatori e i tramiti presso i loro fratelli.

Lode a voi, che volete rendervi ognor più atti agli impegni del vostro ministero, e volete viverlo nella intimità di amore e di sofferenza con Cristo Crocifisso, e nel vincolo tonificante dell’amicizia sacerdotale. Vi auguriamo di tornare ai vostri posti di lavoro apostolico con rinnovato zelo di dedizione; e, mentre vi assicuriamo la nostra preghiera, di cuore impartiamo a voi e a quanti rivolgono le vostre sollecitudini, la Benedizione che attendete, e che di gran cuore impartiamo in Nomine Domini.

I Figli del Sacro Cuore

Con particolare compiacimento diamo il nostro affettuoso benvenuto ai membri della Direzione Generale e ai Superiori Provinciali dei Figli del S. Cuore, provenienti da ogni parte del mondo, e riuniti in Roma per trattare, in assemblea straordinaria, questioni attinenti alle attività della Congregazione e delle Missioni ad essa affidate.

La vostra presenza, carissimi figli, è per noi occasione propizia per riaprire un discorso, mai peraltro interrotto anche dai nostri predecessori, circa l’importanza delle Missioni e specialmente di quelle africane, per le quali è sorta la vostra Istituzione, voluta dal Fondatore Monsignor Comboni.

Il nostro apostolico ministero, per divino mandato, si rivolge con paterna ed eguale sollecitudine a tutti, indistintamente, i popoli della terra: e appunto per questo apprezziamo il vostro apostolato che, in adesione al nostro appello alla fraterna solidarietà di tutto il genere umano, venite compiendo pur tra molte difficoltà, in favore di generose popolazioni.

Mentre ci congratuliamo per codesta tanto meritoria attività in terra d’Africa, noi formiamo l’auspicio che l’incontro romano contribuisca a ritemprare lo spirito missionario di tutti i membri della Congregazione, rendendoli sempre più consapevoli della dignità dell’azione evangelizzatrice, in modo che si sentano maggiormente solidali verso i fratelli in attesa, offrendo ad essi, con dedizione, l’esempio di una carità senza limiti, d’una collaborazione senza alcuna contropartita che non sia l’amore spinto alle ultime conseguenze.

Auspicio di tali nostri voti e pegno della nostra benevolenza è la propiziatrice Benedizione, che di cuore vi impartiamo e volentieri estendiamo all’intera Famiglia religiosa.

L’Istituto Internazionale di Scienze dell’Educazione

Ed ora una parola di saluto e di augurio alle alunne dell’Istituto Internazionale di Scienze dell’Educazione, le quali, provenienti da ogni parte del mondo, compiono qui a Castel Gandolfo un corso per il conseguimento della laurea in pedagogia.

Vi accogliamo con paterna benevolenza, come facciamo ogni anno, lieti di sapere che qui, non lontano dalla nostra casa, un gruppo qualificato di persone attendono ad un serio tirocinio per prepararsi ad una nobile missione, qual è quella della conoscenza scientifica ed approfondita della pedagogia, cioè dell’arte dell’educazione. Arte difficile, arte delicata, arte sublime: che ha attirato l’ammirazione dei saggi di ogni età, fin dai tempi pre-cristiani, i quali l’hanno paragonata all’arte dello scultore, che plasma la duttile materia per trarne il capolavoro. Voi vi arricchite delle nozioni necessarie per svolgerla bene, quest’arte: e questo ci dice che avete preso molto sul serio le raccomandazioni del Concilio Vaticano II agli insegnanti, affinché siano «forniti della scienza sia profana sia religiosa, attestata dai relativi titoli di studio, e ampiamente esperti nell’arte pedagogica, aggiornata con le scoperte del progresso contemporaneo» (Gravissimum educationis GE 8).

Di qui il nostro augurio: che quanto state apprendendo formi in voi quella maturità di mente, quella forza di carattere, quella ricchezza di doti, necessarie per fornire agli alunni la vera educazione, che tende interamente alla formazione della loro personalità umana e cristiana, in vista del fine ultimo e per il bene della società (Cfr. Ibid. 1), ove dovranno collaborare per l’elevazione dei fratelli e per la diffusione del Regno di Dio.

A tanto vi conforti la nostra Benedizione Apostolica.

Le Suore Marianiste

Nous accueillons avec une joie particulière les Soeurs Marianistes, groupées autour de leur nouvelle Supérieure générale. Puisque vous êtes actuellement réunies en chapitre, chères Filles, Nous demandons à l’Esprit-Saint de vous aider à accroître toujours davantage la vitalité religieuse de votre congrégation, dans le sillage de la Vierge Marie, qui, aujourd’hui camme hier, conduit les hommes vers son Fils le Christ Jésus. Soyez dociles au Seigneur et à son Eglise, remplissez avec amour vos fonctions apostoliques, surtout votre rôle d’enseignantes, en apprenant aux jeunes les vraies valeurs de la vie. C’est une lourde tâche, mais nos vceux vous accompagnent et Nous vous bénissons de tout coeur.

Sacerdoti e laici di Colonia

Herzlich willkommen zu dieser Audienz heißen Wir eine Gruppe von Priestern, Ordensleuten und Laien, die sich aus den Diözesen von Köln, Augsburg und Salzburg zu einer Tagung der Besinnung und nachkonziliären religiösen Erneuerung im Internationalen Zentrum Pius XII. (des Zwölften) in Rocca di Papa zusammengefunden haben. Die heutige persönliche Begegnung mit dem Nachfolger des heiligen Petrus möge Sie in Ihrem Einsatz für die Verwirklichung des Zweiten Vatikanischen Konzils und die von ihm geforderten Erneuerung der Kirche besonders ermutigen und bestärken. Wir begleiten Ihre Tagung mit Unseren besten Wünschen und erteilen Ihnen für ein fruchtbares, aus dem Geist des Konzils erneuertes Apostolat in Ihren Heimatdiözesen Unseren Apostolischen Segen.

Ragazze Messicane

Saludamos con paterno afecto y damos la bienvenida a dos grupos de jóvenes mexicanas de quince años, que han querido visitarnos.

En pasadas Audiencias hemos recibido a otras jóvenes de vuestra querida Nación. Como a ellas, tarnbién a vosotras os exhortamos, amadísimas hijas, a seguir viviendo con ilusión y entrega los ideales cristianos. Brille siempre en vosotras la alegría y el gozo de saber que el Espíritu de Cristo habita en vuestras almas.

A vosotras, a vuestras familias y a toda la juventud mexicana impartimos de corazón la Bendición Apostólica.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 9 agosto 1972

Nostro desiderio adesso è quello di avvalorare quel senso del bene, quella rettitudine nell’agire, quel carattere personale che chiamiamo virtù, onestà, bontà. Gli uomini d’oggi sono enormemente soverchiati da influssi esteriori, che impressionano il loro giudizio non più teso verso la verità per se stessa, e che distraggono il loro volere, così che «imagini di ben seguendo false» (Cfr. DANTE, Purg. 30, 131) perdono il giusto criterio dell’agire umano. Bisogna risvegliare la coscienza morale, se vogliamo essere, anzi crescere uomini, e tanto più cristiani, nella turbinosa affluenza di stimoli, di opinioni, di pericoli, di valori, della quale l’età nostra ci circonda e quasi ci soffoca. Ritorniamo al problema morale: di tanto si è uomini di quanto siamo capaci a porre al vertice della nostra esistenza la guida morale.


RISVEGLIARE LA COSCIENZA MORALE

Un’analisi, qui molto elementare, s’impone. Soggettiva, per ora.

Quali sono i coefficienti della moralità. Possiamo classificarli sotto tre parole usatissime: dovere, potere, volere.

Può dirsi buono, cioè uomo perfetto, colui che manca al proprio dovere? La risposta è unanime: no. Ma la questione non è finita. Esiste un dovere? Quello della norma esteriore, quando questa è legittima, è chiaro: è dovere d’ogni membro del corpo sociale obbedire alla norma stabilita; il buon cittadino è l’uomo fedele alla legge. Ed ecco subito insorgere una serie di incalzanti questioni: è legittima la norma stabilita? È legittima l’autorità che la promulga e l’impone? Comincia la confusione. Non siamo educati allo spirito rivoluzionario? Quanta apologia è fatta oggi della rivoluzione, come ideale, come sistema, come fonte di diritto, anzi di giustizia, perché la massa, diciamo meglio, il popolo, i maestri e le guide della società non si lascino convincere, autoconvincere, che la rivoluzione, per se stessa, è dovere, origine poi d’obbligazione morale? E questa obbligazione sarà storicamente momentanea, o sarà progressiva? Se progressiva: dove sarà la società, la convivenza, la civiltà? Non stiamo abusando di questa esplosiva parola «rivoluzione» per farne un mito disastroso, o almeno tormentoso? E poi: ogni rivoluzione non rivendica a sé l’arbitrio assoluto, il diritto indiscutibile di convertirsi in dominio dispotico e oppressore appena essa abbia prevalso e disfatto i propri oppositori? Quale regime è più rigorosamente conservatore di quello rivoluzionario?

Ovvero sotto questa anarchica parola di «rivoluzione» non si è ora, in molte parti e in molti cervelli, rifugiata un’altra parola, una ben diversa concezione, quella della riforma, che scaturisce da un’energia non sovversiva, ma rispettosa del bene comune e creatrice di rinnovamento provvido e doveroso? Come vedete, il tema è ampio e si presta a molte riflessioni (Cfr. S. TH. II-IIae, 42; TAPARELLI, Diss.c. IV, V; I. Leclercq . . . Locke, Rousseau, Sorel, Marcuse, etc.).


L'ESISTENZA OBIETTIVA DEL DOVERE

E intanto ritorna assillante la domanda primitiva: esiste un dovere, indipendentemente dagli obblighi derivanti dalla legislazione sociale? Sì, esiste; e sorge interiormente; è una voce della coscienza; la sentiamo tutti, per poco che l’ascoltiamo, e che dice: tu devi! tu non devi! È uno dei temi più frequenti e più nobili nella storia del pensiero. Celebri maestri ne parlarono con tale autorità che ancora dobbiamo ricordarli: ne parlò Socrate (Cfr. Critone), Platone, gli Stoici specialmente, Cicerone (De Legibus, De Officiis. 5), S. Ambrogio (De Officiis Ministrorum.), Rosmini, ecc. Kant vi stabilì il primato della ragione pratica col suo imperativo categorico . . . ma codesta è un impulso soltanto immanente, nella nostra struttura psicologica, o deriva da un principio superiore, da una volontà trascendente, che si ripercuote dentro di noi e interpreta e guida il nostro essere in conformità ad un pensiero divino? Che ci vuole come Lui, Dio, ci ha pensati e ci vuole che siamo per realizzare, al tempo stesso la nostra vera natura, libera e progrediente, orientata alla pienezza nostra e all’incontro col suo disegno sapiente e amoroso? Così è. Nel Decalogo. Nel Vangelo. Nella nostra scuola teologica e filosofica. Il dovere è la volontà del Padre, la quale proclamiamo come nostra ogni volta che recitiamo la preghiera insegnataci da Gesù: «Sia fatta la tua volontà, come in cielo», nell’ordine cosmico e nel regno dei beati, «così in terra», da noi piccole creature, tuoi servi, anzi tuoi figli! Qui dovere ed amore s’incontrano e si spiegano l’un l’altro, e accendono una scintilla, che illumina la vita presente e futura.

DOVERE E LIBERTÀ

Il dovere. Parola che spesso, a torto, noi qualifichiamo come antipatica ed ostile: è la legge, la deontologia della vita. Ma ecco una nuova questione: non è il dovere contrario alla libertà? V’è chi, superficialmente, lo crede. E ai nostri giorni un liberalismo filosofico, altrettanto autorevole quanto insufficiente ce lo ha predicato: merito del pensiero moderno (idealista, specialmente) (Crf. Croce) sarebbe quello d’aver approfondito il concetto di libertà in opposizione a quello di dovere, con quali conseguenze ideologiche, pedagogiche, morali e sociali è facile intuire.

RESPONSABILITÀ

Noi, alunni di Cristo e della Chiesa, oh sì! Saremo i difensori della genuina libertà dello spirito umano, e perciò degli ordinamenti sociali che ne derivano; ma simultaneamente, e non contro ma in omaggio alla vera libertà, saremo i difensori del dovere, di questa interiore necessità accettata e voluta, che svela a noi stessi la nostra vocazione umana, e che ci solleva al livello morale. L’uomo non è solo diritto, è anche dovere, specialmente nelle sue sovrane applicazioni, che oggi si preferisce chiamare responsabilità. Responsabilità, sì, sta bene, di fronte alla propria coscienza, se questa vuol essere logica, coerente, umana; di fronte alla società, e di fronte specialmente a Chi tale ha plasmato la nostra coscienza, responsabile alla fine e soprattutto dinanzi a Lui, qui videt in abscondito, che ci vede nel profondo (Cfr. Matth Mt 5, 4, etc.; Prov. 17, 3; etc.). Per noi il fare il bene è un impegno (altra parola, che oggi rimette in onore quella taciuta di dovere); dire la verità è impegno, dovere sempre; mantenere le promesse è impegno, è dovere, è responsabilità; pacta sunt servanda, pietra fondamentale del diritto internazionale; i voti, sono impegni sacri, che non mai si devono violare o, per sé, non mai smentire e ritrattare; il bene del prossimo, quello di amarlo e di amarci com’Egli, Cristo, ci ha amati, è il grande e «nuovo mandato», il dovere testamentario da Lui lasciatoci, che ci autorizza a farci riconoscere e ad essere effettivamente cristiani (Cfr. Io. 13, 35). Non nascondere, non fuggire, non eludere il nostro dovere, ma amarlo, ma compierlo con vigore, con amore. Questo per tutti noi, con la nostra Benedizione Apostolica.

Ucraini residenti in Gran Bretagna e «Pueri cantores»

We are pleased to welcome a group of Ukrainian pilgrims who have come to visit us from Great Britain and from Belgium. Your visit prompts us once again to assure you of our prayers and of our constant affection for you and for your beloved brethren all over the World. While we pray that your visit to Rome will be most pleasant, we ask God to bless you all in a special way.

It gives us particular pleasure to greet the members of the Italian Arts Seminar who have come from Japan for the purpose of study and research in the arts. An appreciation of and a sensitivity to beauty are a blessing indeed. We trust that you have been pleased and inspired by the beauty which you have found in this part of God’s world.

Once again we are pleased to welcome a group of students from the University of Nanzan in Japan. We wish to assure you of the special joy we have in receiving visits from young people. We hope that you will always maintain high ideals and the enthusiasm to work hard to achieve them. We ask Almighty God to grant you his guidance, his assistance and his protection always.

We are also happy to have with us a choral group from Frankford High School in Philadelphia. You have chosen to call yourselves the "Ambassadors of Song". We pray that the example of your lives and the joy of your singing may indeed serve to bring men together in mutual respect and peaceful brotherhood.

Another choral group has come to visit us, the “Pueri Cantores” from Westminster Cathedral in London. Yours is the privilege of raising your voices in song to praise God and proclaim his glory. There are times when the beauty of God and sentiments of man’s soul can best be expressed only in song. We biess and encourage you and we hope that your visit will bring you much happiness.

Pellegrini del Vietnam

Nous Nous Tournons maintenant, avec une particulière affection, vers nos chers Fils et Filles qui sont Venus du Viêtnam. Nous vous disons notre joie de pouvoir vous accueillir ici et de saluer, en vos personnes, tous les chrétiens de votre cher pays. Vous savez combien il est présent à notre coeur, quelle place, aussi, il tient dans nos prières. Puissiez-vous trouver, dans votre pèlerinage aux tombeaux des saints apôtres Pierre et Paul, un réconfort pour votre foi, un renouveau de votre espérance, l’accroissement, enfin, de votre amour envers le Seigneur. A tous et à toutes, Nous accordons de grand coeur notre paternelle Bénédiction Apostolique.

Giovanette messicane

Con paternal afecto nos complacemos en dirigir nuestro especial saludo a vosotras, jóvenes mexicanas, que al cumplir quince años habéis querido testimoniar vuestra fe cristiana haciéndonos esta visita.

Os exhortamos a que ella quede siempre en vuestra existencia como un recuerdo imborrable y sea un estímulo para vivir cada vez con mayor entusiasmo los principios cristianos, que han de animar cada uno de vuestros actos.

A vosotras, a vuestros familiares que os acompañan y a toda la juventud mexicana impartimos de corazón la Bendición Apostólica.


1972-AUDIENZE - Mercoledì, 19 luglio 1972