
1972-AUDIENZE - Mercoledì, 18 ottobre 1972
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Di che cosa ha bisogno la Chiesa?
Ce lo siamo domandato altre volte; e sarà questa una domanda alla quale non potremo mai rispondere in modo esauriente. Di tante, di troppe cose la Chiesa ha bisogno. Semplifichiamo il metodo della nostra inchiesta, interrogandoci sul fuori e sul dentro. La Chiesa vive nel mondo; ogni contatto ch’essa ha col mondo, cioè fuori di sé, denuncia un bisogno, anzi molti e immensi bisogni; oggi, date le condizioni della società moderna, condizioni nuove, condizioni mutevoli, condizioni difficili, i bisogni della Chiesa sono senza numero e senza misura; vi è da rimanere quasi scoraggiati: come portare il messaggio del regno di Dio ad un mondo come il nostro, gonfio e straripante delle sue positive, gigantesche, stupende e talvolta orribili realtà? se non fosse il comando del Signore e la fiducia nella sua parola e nella sua assistenza, sembrerebbe folle e vinto in partenza il nostro modestissimo e ingenuo tentativo di avvicinare, di convincere, di vincere il mondo contemporaneo. Lo sapeva anche Lui, il Signore, quando diceva ai primi discepoli, mandati ad annunciare il regno: «Andate: ecco che Io vi mando, come agnelli in mezzo ai lupi . . .» (Lc 10,3). Ma in altra occasione, all’ultima sera della sua vita nel tempo, Egli concluse: «Nel mondo voi avrete tribolazioni; ma abbiate fiducia; Io ho vinto il mondo!» (Io. 16, 33). Così che la missione della Chiesa non è disperata. Tanto è vero che il Concilio a questo confronto fra Chiesa e mondo ha dedicato la sua celebre ed amplissima Costituzione Gaudium et Spes, nella quale potremo trovare sapienti e numerose indicazioni circa i bisogni della Chiesa fuori dei propri confini.
E dentro? Il nostro discorso non va oltre un’indagine elementare e quasi intuitiva. Il primo bisogno, abbiamo detto altra volta, è la fede, con tutto quello che la fede porta con sé. Faremo bene a ripensarci. Ci accorgeremo che nella Chiesa, forse come non mai, s’è fatto sentire il bisogno di definire se stessa, d’avere una più chiara coscienza di sé. Che cosa è la Chiesa? Già questo sforzo di racchiudere in una formula comprensiva l’immensa, misteriosa realtà, che è la Chiesa, ci aveva offerto molti titoli sempre validi e splendidi, tra cui fra tutti già magistralmente illustrato dall’Enciclica Mystici Corporis, di Papa Pio XII, assurge quello di Corpo mistico di Cristo, cioè quello di umanità incorporata a Cristo mediante una comunicazione vitale unificante e compaginante con Lui e fra noi; risultò il grande titolo di «Popolo di Dio», che, con una ghirlanda d’altri titoli bellissimi, riempie di sé la Costituzione conciliare Lumen Gentium (Cfr.
Lumen Gentium LG 6 ss.). Questo significa che la Chiesa aveva bisogno d’una scienza di sé, approfondita e riducibile ad un concetto sintetico, che dando l’idea, anzi l’immagine, come comunione, ovile, edificio, ecc., aiutasse la comprensione del disegno di Dio circa la salvezza dell’umanità stessa.
Basta dunque così? o qualche altro bisogno per la vita interiore della Chiesa dobbiamo noi avvertire? Non basta mai. Quando si tratta di cose nelle quali entra il pensiero, la presenza, l’azione di Dio la nostra intelligenza non è mai del tutto soddisfatta; vuole sapere di più. Non vi è sempre bisogno di nuovi dogmi; vi è bisogno di contemplarne la verità, di estrarne la fecondità, di applicarne l’autorità.
Dopo il Concilio la Chiesa ha bisogno di vita interiore. La ricchezza degli insegnamenti, che esso ha aperto ai fedeli, ha certamente aperto al pensiero, alla cultura, alla preghiera una vena fluente di vitalità spirituale; e questa dobbiamo tutti coltivare e intensificare. Due fenomeni tuttavia hanno prevalso, se non nella misura, nella pubblicità: quello centrifugo, della vita esteriore, quello così detto della linea orizzontale, umanitaria, ottimo, ma incompleto e reticente nella dottrina e tendente ad esaurire i motivi della propria energia venendo meno quelli della propria spiritualità; e quello della contestazione interna, dell’inquietudine egoista, velata di certo legittimo pluralismo e rivolta alla corrosione interiore dell’unità ecclesiale in omaggio alla liberazione tendenziale da ogni autorità e quindi da ogni obbedienza. Non sarà una pretesa sufficienza carismatica, che conserverà un’autentica animazione dello Spirito Santo a queste correnti spiritualiste, nelle quali spesso è pur troppo facile scorgere l’infiltrazione di mentalità dissidenti o profane.
Altro è il bisogno della Chiesa. Se la Chiesa ha avuto la grazia di scoprire qualche cosa di più del proprio mistero, questo essa deve fissare con lo sguardo del pensiero e del cuore. Ci esorta, come fosse maestro dei nostri giorni, ancora S. Agostino. Egli dice: «Noi abbiamo lo Spirito Santo se amiamo la Chiesa; amiamo poi se siamo innestati nella sua compagine e nella sua carità» (S. AUG. In Io. Tract. 32, 8; PL 35, 1645-1646). Ed eccoci allora sopra il sentiero centrale delle vie della fede e della vita interiore; il sentiero, che dal Vangelo arriva alla spiritualità degli ultimi secoli scorsi, la quale è come. sorpresa e incantata da una scoperta della pienezza della nostra religione. Non è veramente una scoperta, perché fino dalle pagine dell’Antico Testamento ce ne era stata annunciata la meravigliosa verità (Cfr. Io. 31, 3); ma qui diventa un punto focale, che chi ha sorte di coglierlo nella sua luce misteriosa non può non subirne l’incanto. Si tratta dell’amore che Dio per primo ha avuto per noi (1 Io. 4, 10), e che ha riversato sopra di noi in misura infinita, per via di un tragico dramma d’amore, la Croce, fino a giungere a stabilire dentro di ciascuno di noi e di tutta la sua Chiesa una dimora ineffabile. Noi siamo amati, smisuratamente amati. L’economia della grazia, quella di cui la Chiesa è sacramento, cioè segno e strumento, porta a questa rivelazione, a questa religione, a questa comunione: Dio è carità (Ibid. 4, 16). Di questo ha bisogno la Chiesa: di capire sempre meglio ch’essa è amata; è sotto il cono di luce e di fuoco d’un Amore infinitamente personale ed effusivo. Ineffabile discorso, che qui terminiamo, soddisfatti se esso nel suo sbalorditivo enunciato riesce a proseguire dentro ciascuno di voi e strapparvi dal cuore l’unica risposta conveniente, una libera scintilla, che può diventare incendio: credidimus caritati, abbiamo creduto alla carità (1 Io. 4, 16). Di questo oggi più che mai ha bisogno, quasi risultato e compenso al suo ministero, la Chiesa.
Vi aiuti ad iniziarvi verso questa vetta la nostra Benedizione Apostolica.
Missionari in partenza per l’Asia e l’Africa
Siamo lietissimi di rivolgere stamane un saluto di particolare affetto al gruppo di missionari che partecipano in questi giorni al Corso per Missionari Diocesani in partenza per l’Africa e l’Asia. Profittiamo volentieri di questa circostanza non soltanto per dire a voi, figli carissimi, la nostra parola di stima e di compiacimento, ma altresì per indirizzare il nostro plauso più sincero ai promotori di questa iniziativa, destinata a rendere segnalati servizi sia alle Chiese in terra di missione, sia alle vostre diocesi di origine. Il vostro esempio ci dice come in seno alle diocesi d’Italia si affermi sempre più la coscienza della natura essenzialmente missionaria della Chiesa e dei doveri che ne conseguono. Qual migliore augurio, allora, noi potremmo formulare per una vigorosa ripresa della vita religiosa in Italia, se non quello di un rinvigorimento di questo spirito missionario in ogni diocesi? È una legge del cristianesimo che esso si rinnova e si rinvigorisce non quando si chiude egoisticamente in se stesso, ma quando si dà e si spende per gli altri, quando, cioè, diviene missionario. Perciò carissimi missionari, insieme al ricordo di questo incontro, conservate nel vostro animo le parole che il Papa rivolge oggi a ciascuno di voi: abbiate sempre vivo il senso della vostra appartenenza alla Chiesa universale, sentite la responsabilità che avete verso di lei, e siate sempre lieti e fieri di potere collaborare in maniera così piena e generosa alla realizzazione della vocazione missionaria della Chiesa.
A tanto vi conforta la nostra Benedizione Apostolica che amiamo impartire a ciascuno di voi, affinché la gioia e la pace del Signore vi accompagni sempre e dovunque nel vostro lavoro missionario.
Aviatori del servizio «Recherche et Secours»
Nous Nous tournons maintenant vers les Officiers de l’Aviation Civile Internationale, qui participent à la dix-septième réunion du service de «Recherche et Secours». Nous apprécions hautement, Messieurs, les buts humanitaires que vous poursuivez, avec des moyens techniques et des équipages de mieux en mieux adaptés, pour secourir, efficacement et dans les meilleurs délais, les victimes civiles ou militaires des catastrophes aériennes ou navales, ou tous ceux qui ont besoin d’un transport urgent et d’un prompt secours. Et Nous vous félicitons de tette solidarité internationale que vous mettez en oeuvre, par dessus les frontières, quand la vie humaine est en péril. Comment ne pas souhaiter qu’elle s’élargisse toujours davantage?
Sur vos personnes, sur tous ceux que vous représentez ici, Nous invoquons de grand coeur les Bénédictions de notre Sauveur!
Sezione di Ente Culturale Internazionale
Et maintenant nous saluons le Groupe européen de la Fédération Internationale Culturelle Féminine. Mesdames, tette courtoise visite à l’occasion de votre Exposition d’Art figuratif, Nous est une joie particulière dont Nous tenons à vous remercier.
Comment le Pape ne vous encouragerait-il pas dans votre vocation d’artistes? L’art est en soi quelque chose de si sérieux, de si indispensable à l’existence humaine! Vous pouvez arracher vos semblables aux ombres de la caverne, et les entraîner à la contemplation. Tout art parfait, a-t-on dit, est une image de Dieu, sculptée par Lui-même, pendant le sommeil de l’auteur. Ainsi les véritables artistes de tous les temps, qu’ils en soient conscients ou non, marchent dans une direction où les précèdent les mystiques. Ils nous apprennent à voir le monde comme un immense symbole, où tout communique et se répond comme font les instruments d’un orchestre dans une symphonie.
Nous formons des voeux, Mesdames, pour qu’à travers votre noble travail et les amitiés profondes qu’il vous permet de nouer, vous deveniez davantage encore les guides, à la fois très humbles et très ferventes, de tous ceux qui demeurent encore si loin des joies et des révélations de l’Art.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
La Chiesa ha bisogno di Santi.
Chi ha capito che cosa sia la Chiesa capisce la forza logica di questa affermazione. Noi che siamo imbevuti, noi lo pensiamo, della dottrina sulla Chiesa, a noi data dalla grande lezione del recente Concilio, dobbiamo certo ricordare come la santità sia al tempo stesso una proprietà della Chiesa, cioè un suo misterioso modo d’essere derivante dalla sua vocazione di Popolo di Dio, dall’alleanza che Dio ha istituito con quella parte di umanità da Lui eletta, favorita, santificata appunto ed amata (Cfr. Eph Ep 5,26-27) e chiamata Chiesa, Sposa e Corpo mistico di Cristo, inesauribile sacramento, cioè segno e strumento, di salvezza; e come la santità sia perciò anche una nota della Chiesa, vale a dire una qualità esteriore, una bellezza riconoscibile, un argomento apologetico atto a impressionare storicamente e socialmente gli uomini che lo osservano con occhio onesto e capace di ravvisare, dove sono, i valori spirituali (Cfr.
Lumen Gentium LG 9, etc.).
La Chiesa, nel pensiero di Dio, è santa, cioè a lui associata, animata dal suo Spirito, rivestita d’una bellezza trascendente e derivante dall’armonia delle sue linee costitutive rispondenti al disegno divino, e perciò sacra e sempre religiosamente rivolta al culto divino e all’osservanza della divina volontà (Cfr. S. TH. II-IIae, 81, 8). È santa nella sua natura. È santa nelle verità divine a lei consegnate e da lei insegnate. È santa specialmente nei suoi sacramenti, mediante i quali santifica gli uomini. È santa nella sua liturgia e nella sua preghiera. È santa nella sua legge, cioè nella pedagogia con cui guida gli uomini a camminare sui sentieri del Vangelo e a vivere nella carità. Ma questa santità, che possiamo chiamare attiva, è intesa a produrre la santità, che possiamo chiamare derivata (se non del tutto passiva) (Cfr. DENZ-SCH. 2201, ss.) dei membri che compongono la Chiesa, cioè degli uomini, i quali, anche nell’ordine della grazia, restano liberi, anzi sono invitati, aiutati, impegnati a fare uso quanto mai cosciente ed assiduo della loro libertà, cioè a compiere in se stessi, il precetto sommo ed urgente dello amore di Dio e quello che vi è collegato dell’amore del prossimo, con tutti i doveri che, secondo le circostanze nelle quali uno si trova, da quelli derivano.
Alla santità costitutiva della Chiesa deve corrispondere la santità praticata dei suoi membri. Che è quanto dire: non solo la Chiesa è santa per se stessa, ma noi che le apparteniamo e la componiamo dobbiamo dimostrarla santa per noi stessi; cioè noi, individui, organi e comunità, dobbiamo essere santi. Questa necessità relativa alle persone, in fieri risulta da una necessità più profonda, in atto, relativa all’autenticità interiore: la santità, come dicevamo, propria dell’istituzione ecclesiastica. La nostra fedeltà alla Chiesa comporta anche questo piano di vita: bisogna essere santi. Il programma della vita cristiana non tollera mediocrità; è tremenda, a questo riguardo la parola dell’Apocalisse, che dice: «Io conosco le tue opere, e so che tu non sei né freddo, né fervente; . . . ma poiché sei tiepido . . . io sto per vomitarti dalla mia bocca» (Ap 3,15-16). Santi di nome erano qualificati i primi cristiani, ammessi alla comunione ecclesiale di fede e di grazia, e sapevano che come tali dovevano comportarsi. Ancor oggi nelle nuove comunità missionarie è coltivata questa mentalità, che obbliga a conformare il modo di vivere alle esigenze assunte del nuovo stile di vita, lo stile cristiano. Viene spontanea la domanda: come si può imporre un dovere così grave a gente di questo mondo, della quale conosciamo la pigrizia, anzi l’inettitudine verso i grandi ideali, verso quelli morali specialmente, che non vagano nelle speculazioni utopistiche, ma esigono applicazioni pratiche e concrete nella vita vissuta, e conosciamo parimente la fragilità nella coerenza operativa e l’illusoria felicità di assecondare le proprie passioni e gli stimoli dell’interesse e del piacere ? È esatta un’interpretazione della vita cristiana così severa? Non è la legge evangelica condiscendente con la debolezza umana? Liberatrice dai pesi del giuridismo e del moralismo? Quale lunga risposta esigerebbe una così complessa e radicale questione! Rispondiamo per ora molto sommariamente.
La vita cristiana, sì, è liberatrice dal peso di norme superflue alla perfezione, che sostanzialmente consiste nella carità (Cfr. Col Col 3,14), e che denuncia nel farisaismo un’ipocrisia intollerabile (Cfr. Matth Mt 23); ma non è lassista, anzi è moralmente seria e severa: si legga il discorso della montagna. Essa è tutta tendente ad una perfezione, che comincia dall’interno dell’uomo e che perciò impegna l’orientamento della libertà fino dalle sue prime radici, dal cuore (Ibid. 15). Ma dobbiamo tener conto, innanzi tutto, che l’azione umana del cristiano gode di un sussidio interiore meraviglioso e incalcolabile, la grazia; non dice il Maestro per confortare i discepoli, impauriti delle esigenze della morale evangelica: «Questo è impossibile presso gli uomini, ma presso Dio ogni cosa è possibile?» (Mt 19,26). Questo è un punto capitale per il seguace di Cristo e per tutta la dottrina e la pratica della vita e della perfezione cristiana, cioè per la conquista della santità, La grazia rende lieve e soave il giogo di Cristo (Cfr. Mt 11,30). La grazia operante nello spirito umano ne moltiplica le forze, fino a rendere amabile il sacrificio di se, la povertà, la castità, l’obbedienza, la croce. E poi possiamo aggiungere che la santità a noi richiesta non è quella dei «miracoli», cioè dei fenomeni straordinari, ma quella della volontà buona e ferma che in ogni vicenda ordinaria del vivere comune cerca la dirittura logica della ricerca della volontà divina.
Ed è di questa dirittura che vorremmo parlare, contentandoci di affermare ch’essa è la «testimonianza cristiana», di cui tanto si scrive e si discorre. È di questa santità che ha bisogno oggi la Chiesa: l’apologia dei fatti, degli esempi, della virtù trasparente, alla quale anche quelli che ci circondano danno riconoscimento e lo riferiscono a Dio (Ibid. 5, 16). Ed è questa santità, questa integrità di carattere cristiano, che rende, anche nel nostro mondo, profano e spesso ostile e corrotto, attendibile, come oggi si dice, il messaggio della Chiesa.
Questa santità, Figli carissimi, cordialmente, caldamente, a voi raccomandiamo con la nostra Benedizione Apostolica.
Pellegrini di Salerno
E ora siamo debitori di un particolare ringraziamento ai mille pellegrini dell’arcidiocesi salernitana, e al loro benemerito Arcivescovo, Monsignor Gaetano Pollio, che qui li ha guidati. Figli carissimi! Avete voluto ricordare nella preghiera il nostro settantacinquesimo compleanno, e per questa occasione vi siete stretti attorno a noi per dirci tutto l’affetto, tutta la devozione e fedeltà che Salerno nutre per la Cattedra di Pietro. È un’eredità preziosa, questa, che avete ricevuto dai vostri padri; e infatti, la vostra storia gloriosa è là a dimostrare quali rapporti siano intercorsi col Papa di Roma e con la Sede Apostolica, dei quali può ben assurgere a simbolo la gelosa pietà e venerazione con cui custodite le spoglie mortali di San Gregorio VII, intrepido assertore della santità e della libertà della Chiesa, accolto, perseguitato ed esule, dal vostro grande Vescovo Alfano. Una catena d’oro unisce Salerno a questa Roma fatidica: e, oggi, voi ce ne date un’ulteriore conferma, luminosissima.
Il Signore vi ricompensi, e fortifichi i vostri propositi di rimanere sempre ancorati a una tradizione che tanto vi onora. Siate pertanto sempre figli esemplari della Chiesa, uniti nel vincolo della pace mediante una intensa vita liturgica, stretti come fratelli attorno all’unica mensa del Pane della Vita, coerenti nel tradurre nella vita individuale e pubblica, familiare e sociale, le forti convinzioni di una fede autentica e sincera, alimentata dalla fedeltà al Vangelo e al Magistero ecclesiastico.
Così la vostra terra, ricca di tanti doni e di tante bellezze, continuerà a fiorire di una perenne primavera cristiana, nella sanità morale dei suoi figli, e nella fecondità delle loro opere. È l’augurio che di tutto cuore vi rivolgiamo, mentre impartiamo la Nostra Apostolica Benedizione, che porterete altresì ai vostri Cari, nell’intera arcidiocesi, in modo particolare ai piccoli e agli umili; in segno della nostra viva e memore benevolenza.
Gli «Amici di Don Orione»
Quest'oggi è presente all’udienza un gruppo numeroso di fedeli, cui ci piace rivolgere un particolare ed affettuoso saluto: sono gli Amici di Don Orione, che stanno celebrando a Roma, presso il Centro della Piccola Opera della Divina Provvidenza, un convegno a carattere internazionale ed ora, accompagnati dal venerato Cardinale Giuseppe Beltrami e da Monsignor Bronislao Dabrowski, son venuti ad esprimerci il loro sincero omaggio.
Figli carissimi, vi siamo molto grati della visita per diverse ragioni : anzitutto perché questa mattina, prima di trovarvi qui, vi siete recati nella Basilica di San Pietro a pregare secondo le nostre intenzioni; poi perché considerate l’incontro con noi come la conclusione delle manifestazioni per il centenario della nascita di Don Orione; ed ancora perché il tema, che avete scelto per il vostro convegno, riguarda in qualche modo la nostra persona e il nostro ministero.
Siete amici di Don Orione, come a dire ammiratori della sua luminosa figura ed estimatori delle sue imprese apostoliche. Molti di voi l’hanno conosciuto, ed anche noi, che più volte l’abbiamo avvicinato, siamo tuttora commossi dal ricordo di quei colloqui, dai quali riportavamo l’impressione di un uomo e di un sacerdote, animato da una carica eccezionale di zelo e di dedizione per le anime. «Papa e poveri» - come dice il tema da voi studiato - sono stati un unico amore per Don Orione. Don Orione è passato, nella storia religiosa della prima metà di questo secolo, come colui che ha intuito ed espresso, in forme originali ed ardite, il rapporto Cristo-poveri, come il coerente realizzatore di questo binomio inscindibile, suscitando consensi ed energie. La sua opera, pur tanto valida dal punto di vista sociale, alla luce di questo rapporto è ancora più alta: è autentica, perché evangelica e cristiana.
Voi che guardate al suo esempio ed offrite generosamente l’aiuto perché la sua eredità sia conservata e sviluppata, meritate apprezzamento ed elogio. Per questo, al saluto aggiungiamo il conforto della Benedizione Apostolica, che estendiamo volentieri a tutti i vostri cari ed alla famiglia dei Figli della Divina Provvidenza.
Opera «Villaggi per la Gioventù»
Guidati dal venerato Vescovo di Fiesole, Monsignor Antonio Bagnoli e dal caro Prof. Giorgio La Pira, sono qui presenti oltre duecento giovani toscani, appartenenti all’Opera Villaggi per la Gioventù. La vostra presenza ci fa molto piacere; in primo luogo perché nei vostri campi-scuola vi dedicate, in fraterna e serena comunione di spirito, a fare della vita di pietà, specialmente liturgica, il punto più alto delle vostre esperienze, e a dare alla vostra personalità una profonda e completa maturazione intellettuale, morale, spirituale. Ma ci rallegriamo anche per il carattere, che avete voluto imprimere a questo pellegrinaggio romano, per ritemprare, attorno alla Tomba di Pietro e nei luoghi sacri al martirio di Paolo, la vostra fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, la coscienza dell’impegno comunitario che tutti vi rende corresponsabili della formazione dei coetanei, il dovere della coerenza interiore e dell’aperta testimonianza di apostolato e di buon esempio.
Cresca la vostra gioia, nella conoscenza di Cristo, nel sapervi e sentirvi in Lui fratelli e amici, destinati a grandi cose: cioè a edificare il mondo di domani sulle basi di una più grande giustizia, rettitudine e lealtà, secondo le sante consegne del Vangelo. Mantenetevi sempre fedeli agli ideali che oggi vi cantano in cuore: e avrete la pace di Dio, che supera ogni intendimento (Cfr. Phil Ph 4,7), e sarete costruttori di pace (Cfr. Matth Mt 5,9). Con la nostra Benedizione Apostolica.
Impiegate di Roma
Abbiamo ora la gioia di rivolgerci alle rappresentanti dell’opera Impiegate di Roma, che ricordano il 50" anniversario della nascita della loro organizzazione nel centro della cattolicità.
Alla vostra Opera sono legati numerosi nostri ricordi. La incontrammo qui a Roma, durante gli anni del nostro servizio nella Segreteria di Stato; la ritrovammo a Milano, dove era sorta nel 1912, scaturita dalla vigorosa genialità apostolica del Padre Gemelli. Sappiamo che essa ha un’altra sede a Napoli, le cui rappresentanti abbiamo avuto l’occasione di accogliere, insieme a quelle di Milano e di Roma, in un incontro di alcuni anni fa.
I cinquant’anni di vita della vostra associazione qui a Roma vi hanno certamente invitato a guardare indietro, ai promotori, alle fondatrici, alle pioniere della vostra Opera provvidenziale e sempre benemerita, oggi quanto mai opportuna. Noi guardiamo con voi a questa vostra storia, già gloriosa pur se così semplice e breve; ma soprattutto vogliamo invitarvi a riflettere sulla profonda validità presente e sui possibili sviluppi futuri della vostra testimonianza, perché la vostra Opera, oltre ad avere determinati scopi di solidarietà e di assistenza, deve anche porsi nella società come particolare fatto cristiano ed ecclesiale. Voi, tra le numerosissime impiegate delle moderne metropoli, volete prendere coscienza che l’attività professionale e l’impegno temporale in un qualsiasi posto del mondo è, per il battezzato, anche vocazione cristiana, invio missionario, obbligo di testimonianza apostolica. Voi volete accentuare questo aspetto, come segno per il mondo, e in particolare per l’ambiente delle colleghe, dei datori di lavoro, e del prossimo al cui servizio siete destinate.
Dopo il Concilio, che ha risvegliato tanta ricchezza di idee sul ruolo ecclesiale di un laicato maturo e responsabile nel mondo, voi potete meglio rendervi conto che contenuti nuovi ed appassionanti si aprono al vostro lavoro, che spesso può sembrarvi monotono, meccanicizzato, impersonale. Queste grandi consapevolezze interiori debbono vivificare e valorizzare anche le azioni più indifferenti e di indole materiale, e soprattutto la convinzione di essere al proprio posto per rispondere con amore ad una vocazione, che è quella di essere il lievito, cioè di essere la Chiesa, nell’ambiente in cui siete state chiamate.
Sappiate essere attente a questi valori. Ve lo auguriamo di tutto cuore, mentre impartiamo a tutte le appartenenti all’opera, sparse per l’Italia, la nostra particolare Benedizione Apostolica.
Provinciali della Congregazione del Ss.mo Sacramento
Avec joie Nous nous tournons maintenant vers les membres du Conseil général élargi des Pères du Saint-Sacrement qui entourent leur Supérieur général.
Le culte particulier que vous rendez au Saint-Sacrement est la marque distinctive de votre Institut. L’attachement constant, dans l’adoration eucharistique, à la présence sacramentelle du Seigneur est un témoignage essentiel rendu au mystère central de la vie chrétienne. Votre action apostolique, chers Fils, y trouve le meilleur de son inspiration, comme le montre l’oeuvre missionnaire de votre Institut durant ces dernières décennies.
Nous savons, chers Fils, que c’est pour promouvoir une réalisation toujours plus grande de cet idéal eucharistique que vous vous êtes réunis. Nous vous exhortons donc à faire croître en chacun de vos frères le sens de votre vocation. En même temps qu’à vous, c’est à eux tous que, de grand coeur, Nous étendons notre paternelle Bénédiction Apostolique.
Tecnici della Radio-Televisione di Danimarca
Nous souhaitons la bienvenue aux techniciens de la «Danmarks Radio» et, grâce à leur service de télévision, Nous saluons de grand coeur tous leurs compatriotes.
Chers amis danois, Nous sommes heureux de vous exprimer, en cette circonstance, l’estime que Nous portons à votre peuple, à son activité courageuse au cours de l’histoire, à la marche du monde vers plus d’humanité, de bonheur, de justice et de paix.
Cette oeuvre grandiose à accomplir est à notre portée. Son urgence, sa complexité, son immensité requièrent un effort solidaire de tous les peuples. Aussi est-ce avec joie que Nous voyons ceux de l’Europe se lancer davantage vers une unité efficace, respectueuse de l’héritage de chaque peuple. Nous espérons qu’ils sauront en même temps se tourner vers les besoins de leurs frères moins fortunés du Tiers-Monde, dans un engagement généreux et fraternel. A nos yeux, leur commune origine chrétienne leur donne sur ce point une vocation particulière. C’est la doctrine même que nous avons amplement développée dans l’encyclique «Populorum Progressio».
Et Nous, Nous voudrions être pour nos Fils catholiques, pour nos frères chrétiens et tous les hommes de bonne volonté, l’écho le plus pur possible du message du Seigneur Jésus. Avec Lui, nous ne manquons pas d’espérance. Si Dieu a tant aimé le monde, c’est pour le libérer de toute servitude. Et le secret du bonheur et du salut que les hommes cherchent à tâtons, c’est l’amour dont il nous a donné l’exemple. Sur vous tous, sur ceux qui nous voient et nous entendent, Nous implorons sa divine Bénédiction.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Si è parlato di rinnovamento della Chiesa: il Concilio ce ne ha risvegliato l’idea, ce ne ha dato la speranza, ce ne ha lasciato la consegna. Questa parola «rinnovamento» tuttora parla agli spiriti: a quelli amorosi della Chiesa per designare con un termine solo i molti bisogni della secolare istituzione, che sempre viva e coerente con la sua radice, accoglie come impulso la linfa divina dello Spirito Santo che sempre la percorre verso l’esplosione d’una nuova primavera: sì, la Chiesa ha bisogno di rinnovamento (Cfr.
Optatam totius OT 1, etc.).
Questa stessa parola non è stata da tutti sempre rettamente intesa: per alcuni è risonata condanna del passato e licenza a distaccarsene senza riguardo alla sua funzione impegnativa e vitale di veicolo dei principii essenziali, di cui vive la Chiesa, la sua fede soprattutto, la sua costituzione; ed è sembrata la parola rinnovamento autorizzare qualche costitutivo rifacimento; e vi fu chi lo concepì come distacco dalle strutture istituzionali, storiche, visibili, esteriori, per conservarne più puro e più efficiente il distillato spirituale e carismatico, dimenticando che l’anima della Chiesa senza il corpo in cui essa vive non sarebbe più né reperibile, né attiva, come ripeteva fin dal suo tempo S. Agostino; e vi fu anche chi pensò di rinnovare la Chiesa secolarizzandola, modellandola cioè, talvolta senza discernimento, nelle forme e nella mentalità su lo stampo della società profana, la quale, figlia della storia e del tempo, poteva conferire alla Chiesa il titolo ambito di moderna.
Non si fece, e ancora non si fa, abbastanza attenzione a due cose. La prima: che il rinnovamento, processo vitale e continuo in un organismo vivente come la Chiesa, non può essere una metamorfosi, una trasformazione radicale, una infedeltà agli elementi essenziali e perpetui, il cui rinnovamento non può essere che rafforzamento, non cambiamento; l’altra: che il rinnovamento auspicato è quello interiore, più che quello esteriore, come con voce sempre attuale ci ammonisce San Paolo: «rinnovatevi nello spirito della vostra mente» (Ep 4,23).
Parole dense queste, e ben più facili a pronunciarsi, che non a mettersi in pratica. Come le potremmo tradurre? Dovete rinnovare la vostra mentalità in virtù dell’ispirazione cristiana, che vi è conferita dalla grazia, dall’azione interiore dello Spirito Santo; dovete abituarvi a pensare secondo la fede; dovete modellare il vostro giudizio speculativo e pratico secondo Gesù Cristo, secondo il Vangelo, o, come si dice, secondo l’analisi cristiana. Avere una mentalità cristiana, pensare secondo la concezione che del mondo, della vita, della società, dei valori presenti e futuri ci viene dalla Parola di Dio. Non è facile; ma questo è da fare. Questo rifacimento del nostro modo globale di sentire, di conoscere, di giudicare e quindi di operare è il programma permanente del singolo cristiano fedele e della Chiesa in generale.
Si tratta di un’autoriforma continua. Ecclesia semper reformanda. Vivere nel mondo, oggi così espressivo e diffusivo, così aggressivo e tentatore, così educato al conformismo, anche quando fa della contestazione, agisce fortemente sulla nostra personalità; la norma invalsa, specialmente nelle nuove generazioni, che bisogna essere «gente del nostro tempo», ci obbliga tutti a subire le filosofie, vogliamo dire le opinioni correnti, e a regolare la nostra spiritualità interiore e la nostra condotta esteriore secondo le rotaie del secolo, cioé del mondo che prescinde da Dio e da Cristo; rotaie, che favoriscono una grande corsa, cioè una grande intensità di vita, ma che, a ben riflettere, ci privano della nostra originalità, della nostra vera ed autonoma libertà. Siamo conformisti. Anche la Chiesa ha le sue tentazioni di conformismo. Ci ammonisce S. Paolo: «Non vogliate conformarvi al secolo presente (inteso appunto come ambiente dall’atmosfera infetta da idee errate o prive di luce cristiana), ma trasformatevi col rinnovamento del vostro spirito» (Rom. 12, 2). Rivendicate la vostra libertà di vivere «secondo la volontà di Dio» (Ibid.), secondo la carità che lo Spirito ha effuso nella vostra anima cristiana (Cfr. Rom. 5, 5). Qui è il caso di ricordare: «dov’è lo Spirito del Signore, ivi è la libertà» (2 Cor 2Co 3,17 cfr. Io 2Co 8,36 Rom 2Co 8,2).
Rinnovarsi interiormente, quale lavoro, quale fatica! Chi è disposto a modificare la sua maniera di pensare? a purificare la cella interiore delle proprie fantasie, delle proprie ambizioni, delle proprie passioni? Eppure a questo rinnovamento interiore quante volte ci esorta il Signore! (Cfr. Matth Mt 15,18-20) E il Concilio a tanto ci invita, singolarmente, ed invita la Chiesa tutta insieme; ed è ciò che, con l’aiuto di Dio, essa sta facendo: rinnovamento, ciò che equivale a purificazione.
Ma non vorremmo, dovendo finire qui il nostro piccolo discorso, che rimanesse in voi l’impressione puramente negativa del rinnovamento di cui ha bisogno la Chiesa. Vi è tutta una visione positiva che meriterebbe la nostra attenzione, quella ad esempio, che risulta dall’educazione del cristiano moderno (qui ci sembra collocata questa qualificazione) a scorgere il bene, dovunque sia, purché sia bene davvero secondo il giudizio cristiano. È questo nuovo ed aperto atteggiamento verso i valori naturali, terreni, storici, scientifici . . . . uno degli aspetti caratteristici del Concilio. Lo dobbiamo in buona parte al cuore umano, sereno, buono di Papa Giovanni. L’ecumenismo si è risvegliato così; come il rispetto verso le religioni non cristiane, verso gli stessi nostri avversari, verso i valori dell’attività umana, ecc. (Cfr.
Gaudium et Spes GS 34). Saper ravvisare in ogni uomo un’immagine di Cristo, un fratello da rispettare, da servire e da amare non è forse un criterio fondamentale e formidabile per il rinnovamento, di cui la Chiesa ed il mondo hanno bisogno? E vedere un segreto di bontà divina in ogni dolore, un coefficiente di progresso personale o collettivo in ogni avvenimento (Cfr. Rom. 8, 20) non equivale forse ad aprire una fonte prodigiosa di ottimismo, e perciò di rinnovamento per il vecchio e stanco e deluso cuore dell’uomo? E poi l’aver riacceso la speranza escatologica nel pensiero odierno di noi mortali non è forse infondere un senso, un impulso di novità nel tempo presente e futuro?
Ecce nova facio omnia, ecco, Io faccio nuova ogni cosa! (Ap 21,5 cfr. 2 Cor 2Co 5,17) Parola del Signore. Bisogno della Chiesa. Impegno di tutti noi!
Con la nostra Benedizione Apostolica.
Pellegrini di Ferrara e Comacchio
Sono presenti oggi i pellegrini dell’arcidiocesi di Ferrara e della diocesi di Comacchio, insieme col loro Vescovo, il venerato e caro Monsignor Natale Mosconi, il quale ogni anno guida a Roma un gruppo dei suoi figli spirituali, per ravvivare e fortificare in essi i vincoli di fede e di devozione con la Cattedra di Pietro. Ci fa tanto piacere cotesto atto, che è un gesto di pietà, un simbolo di unità, un programma di cattolicità; e mentre ve ne ringraziamo di cuore, formiamo voti che la sosta riflessiva e orante, presso i trofei di Pietro e di Paolo, e le memorie degli altri Apostoli, dei Martiri, e dei Santi, che questa Roma impreziosirono della loro testimonianza e da Roma trassero altresì impulso per grandi aspirazioni, sia anche per voi feconda di generosi propositi: quelli di far sempre onore al nome cristiano, di portare alto nella famiglia, nella professione, nel lavoro, l’impegno di fedeltà a Cristo e al suo Vangelo. A tanto vi incoraggia la nostra benedizione.
Gruppi degli Stati Uniti
We are pleased to welcome the School Sisters of Notre Dame who are in Rome for their General Chapter. We are especially happy to note that this year your Congregation is celebrating one hundred and twenty-five years of service in America and twentyfive years of service in Japan. We pray that these anniversaries and your present Chapter will be occasions of special grace from the Lord. With courageous faith and with generous love you have dedicated your lives to him and to his brothers and sisters throughout the world. May he grant you abundant joy and peace, and may you always be aware of his great love for you.
We are happy to greet members of the Catholic Daughters of America from the State of Maryland. We know of your many good works on behalf of the missions, vocations, the poor and the sick. We hope that you will always be aware of the unique contribution which you, as women, can make to your communities. For women are capable of an especially profound compassion. May God grant that this compassion of yours, through the power of its warm and peaceful love, will become more and more an effective force in the world of today.
We also extend our cordial greetings to the cast of "Disney on Parade". We are glad that you have wanted to visit us during your stay in Rome. Through your work you are able to bring joy to many, and this certainly must be a source of satisfaction for you. We assure you of our prayers to Almighty God that he may grant you and your families his precious gifts of peace and happiness always.
We wish to say a word of warm welcome also to a group of persons who have left Uganda under special circumstances. Your visit gives us the opportunity to assure you of our prayers as you prepare to face the challenges of living in a new environment. We invoke upon you abundant divine blessings of courage, of patience, of perseverance and of faith, so that you may meet these challenges with noble spirits and determined wills.
With our Apostolic Blessing.
1972-AUDIENZE - Mercoledì, 18 ottobre 1972