1972-AUDIENZE - Mercoledì, 8 novembre 1972




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 15 novembre 1972

Quali sono oggi i bisogni maggiori della Chiesa?

Non vi stupisca come semplicista, o addirittura come superstiziosa e irreale la nostra risposta: uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male, che chiamiamo il Demonio.

Prima di chiarire il nostro pensiero invitiamo il vostro ad aprirsi alla luce della fede sulla visione della vita umana, visione che da questo osservatorio spazia immensamente e penetra in singolari profondità. E, per verità, il quadro che siamo invitati a contemplare con globale realismo è molto bello. È il quadro della creazione, l’opera di Dio, che Dio stesso, come specchio esteriore della sua sapienza e della sua potenza, ammirò nella sua sostanziale bellezza (Cfr. Gen. 1, 10, etc.).

Poi è molto interessante il quadro della storia drammatica della umanità, dalla quale storia emerge quella della redenzione, quella di Cristo, della nostra salvezza, con i suoi stupendi tesori di rivelazione, di profezia, di santità, di vita elevata a livello soprannaturale, di promesse eterne (Cfr. Ep 1,10). A saperlo guardare questo quadro non si può non rimanere incantati (Cfr. S. AUG. Soliloqui): tutto ha un senso, tutto ha un fine, tutto ha un ordine, e tutto lascia intravedere una Presenza-Trascendenza, un Pensiero, una Vita, e finalmente un Amore, così che l’universo, per ciò che è e per ciò che non è, si presenta a noi come una preparazione entusiasmante e inebriante a qualche cosa di ancor più bello ed ancor più perfetto (Cfr. 1 Cor 1Co 2,9 1Co 13,12 Rom 1Co 8,19-23). La visione cristiana del cosmo e della vita è pertanto trionfalmente ottimista; e questa visione giustifica la nostra gioia e la nostra riconoscenza di vivere per cui celebrando la gloria di Dio noi cantiamo la nostra felicità (Cfr. il Gloria della Messa).


L’INSEGNAMENTO BIBLICO

Ma è completa questa visione? è esatta? Nulla ci importano le deficienze che sono nel mondo? le disfunzioni delle cose rispetto alla nostra esistenza? il dolore, la morte? la cattiveria, la crudeltà, il peccato, in una parola, il male? e non vediamo quanto male è nel mondo? specialmente, quanto male morale, cioè simultaneamente, sebbene diversamente, contro l’uomo e contro Dio? Non è forse questo un triste spettacolo, un inesplicabile mistero? E non siamo noi, proprio noi cultori del Verbo i cantori del Bene, noi credenti, i più sensibili, i più turbati dall’osservazione e dall’esperienza del male? Lo troviamo nel regno della natura, dove tante sue manifestazioni sembrano a noi denunciare un disordine. Poi lo troviamo nell’ambito umano, dove incontriamo la debolezza, la fragilità, il dolore, la morte, e qualche cosa di peggio; una duplice legge contrastante, una che vorrebbe il bene, l’altra invece rivolta al male, tormento che S. Paolo mette in umiliante evidenza per dimostrare la necessità e la fortuna d’una grazia salvatrice, della salute cioè portata da Cristo (Cfr. Rom. 7); già il poeta pagano aveva denunciato questo conflitto interiore nel cuore stesso dell’uomo: video meliora proboque, deteriora sequor (OVIDIO, Met. 7, 19). Troviamo il peccato, perversione della libertà umana, e causa profonda della morte, perché distacco da Dio fonte della vita (Rom. 5, 12), e poi, a sua volta, occasione ed effetto d’un intervento in noi e nel nostro mondo d’un agente oscuro e nemico, il Demonio. Il male non è più soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa.

Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente; ovvero chi ne fa un principio a sé stante, non avente essa pure, come ogni creatura, origine da Dio; oppure la spiega come una pseudo-realtà, una personificazione concettuale e fantastica delle cause ignote dei nostri malanni. Il problema del male, visto nella sua complessità, e nella sua assurdità rispetto alla nostra unilaterale razionalità, diventa ossessionante. Esso costituisce la più forte difficoltà per la nostra intelligenza religiosa del cosmo. Non per nulla ne soffrì per anni S. Agostino: Quaerebam unde malum, et non erat exitus, io cercavo donde provenisse il male, e non trovavo spiegazione (S. Aug. Confess. VII, 5, 7, 11, etc.; PL, 32, 736, 739).

Ed ecco allora l’importanza che assume l’avvertenza del male per la nostra corretta concezione cristiana del mondo, della vita, della salvezza. Prima nello svolgimento della storia evangelica al principio della sua vita pubblica: chi non ricorda la pagina densissima di significati della triplice tentazione di Cristo? Poi nei tanti episodi evangelici, nei quali il Demonio incrocia i passi del Signore e figura nei suoi insegnamenti? (P. es. Matth Mt 12,43) E come non ricordare che Cristo, tre volte riferendosi al Demonio, come a suo avversario, lo qualifica «principe di questo mondo»? (Io. 12, 31; 14, 30; 16, 11) E l’incombenza di questa nefasta presenza è segnalata in moltissimi passi del nuovo Testamento. S. Paolo lo chiama il «dio di questo mondo» (2 Cor 2Co 4,4), e ci mette sull’avviso sopra la lotta al buio, che noi cristiani dobbiamo sostenere non con un solo Demonio, ma con una sua paurosa pluralità: «Rivestitevi, dice l’Apostolo, dell’armatura di Dio per poter affrontare le insidie del diavolo, poiché la nostra lotta non è (soltanto) col sangue e con la carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori delle tenebre, contro gli spiriti maligni dell’aria» (Ep 6,11-12).

E che si tratti non d’un solo Demonio, ma di molti, diversi passi evangelici ce lo indicano (Lc 11,21 Mc 5,9); ma uno è principale: Satana, che vuol dire l’avversario, il nemico; e con lui molti, tutti creature di Dio, ma decadute, perché ribelli e dannate (Cfr. DENZ.-SCH. 800-428); tutte un mondo misterioso, sconvolto da un dramma infelicissimo, di cui conosciamo ben poco.


IL NEMICO OCCULTO CHE SEMINA ERRORI

Conosciamo tuttavia molte cose di questo mondo diabolico, che riguardano la nostra vita e tutta la storia umana. Il Demonio è all’origine della prima disgrazia dell’umanità; egli fu il tentatore subdolo e fatale del primo peccato, il peccato originale (Gen. 3; Sg 1,24). Da quella caduta di Adamo il Demonio acquistò un certo impero su l’uomo, da cui solo la Redenzione di Cristo ci può liberare. È storia che dura tuttora: ricordiamo gli esorcismi del battesimo ed i frequenti riferimenti della sacra Scrittura e della liturgia all’aggressiva e alla opprimente «potestà delle tenebre» (Cfr. Luc Lc 22,53 Col 1,13). È il nemico numero uno, è il tentatore per eccellenza. Sappiamo così che questo Essere oscuro e conturbante esiste davvero, e che con proditoria astuzia agisce ancora; è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana. Da ricordare la rivelatrice parabola evangelica del buon grano e della zizzania, sintesi e spiegazione dell’illogicità che sembra presiedere alle nostre contrastanti vicende: inimicus homo hoc fecit (Mt 13,28). È «l’omicida fin d a principio . . . e padre della menzogna», come lo definisce Cristo (Cfr. Io. 8, 44-45); è l’insidiatore sofistico dell’equilibrio morale dell’uomo. È lui il perfido ed astuto incantatore, che in noi sa insinuarsi, per via dei sensi, della fantasia, della concupiscenza, della logica utopistica, o di disordinati contatti sociali nel gioco del nostro operare, per introdurvi deviazioni, altrettanto nocive quanto all’apparenza conformi alle nostre strutture fisiche o psichiche, o alle nostre istintive, profonde aspirazioni.

Sarebbe questo sul Demonio e sull’influsso, ch’egli può esercitare sulle singole persone, come su comunità, su intere società, o su avvenimenti, un capitolo molto importante della dottrina cattolica da ristudiare, mentre oggi poco lo è. Si pensa da alcuni di trovare negli studi psicanalitici e psichiatrici o in esperienze spiritiche, oggi purtroppo tanto diffuse in alcuni Paesi, un sufficiente compenso. Si teme di ricadere in vecchie teorie manichee, o in paurose divagazioni fantastiche e superstiziose. Oggi si preferisce mostrarsi forti e spregiudicati, atteggiarsi a positivisti, salvo poi prestar fede a tante gratuite ubbie magiche o popolari, o peggio aprire la propria anima - la propria anima battezzata, visitata tante volte dalla presenza eucaristica e abitata dallo Spirito Santo! - alle esperienze licenziose dei sensi, a quelle deleterie degli stupefacenti, come pure alle seduzioni ideologiche degli errori di moda, fessure queste attraverso le quali il Maligno può facilmente penetrare ed alterare l’umana mentalità. Non è detto che ogni peccato sia direttamente dovuto ad azione diabolica (Cfr. S. TH. 1, 104, 3); ma è pur vero che chi non vigila con certo rigore morale sopra se stesso (Cfr. Matth Mt 12,45 Ep 6,11) si espone all’influsso del mysterium iniquitatis, a cui San Paolo si riferisce (2 Thess 2Th 2,3-12), e che rende problematica l’alternativa della nostra salvezza.

La nostra dottrina si fa incerta, oscurata com’è dalle tenebre stesse che circondano il Demonio. Ma la nostra curiosità, eccitata dalla certezza della sua esistenza molteplice, diventa legittima con due domande. Vi sono segni, e quali, della presenza dell’azione diabolica? e quali sono i mezzi di difesa contro così insidioso pericolo?


PRESENZA DELL'AZIONE DEL MALIGNO

La risposta alla prima domanda impone molta cautela, anche se i segni del Maligno sembrano talora farsi evidenti (Cfr. TERTULL. Apol. 23). Potremo supporre la sua sinistra azione là dove la negazione di Dio si fa radicale, sottile ed assurda, dove la menzogna si afferma ipocrita e potente, contro la verità evidente, dove l’amore è spento da un egoismo freddo e crudele, dove il nome di Cristo è impugnato con odio cosciente e ribelle (Cfr. 1 Cor 1Co 16,22 1Co 12,3), dove lo spirito del Vangelo è mistificato e smentito, dove la disperazione si afferma come l’ultima parola, ecc. Ma è diagnosi troppo ampia e difficile, che noi non osiamo ora approfondire e autenticare, non però priva per tutti di drammatico interesse, a cui anche la letteratura moderna ha dedicato pagine famose (Cfr. ad es. le opere di Bernanos, studiate da CH. MOELLER, Littér. du XXe siècle , I, p. 1P 397 ss.; P. MACCHI, Il volto del male in Bernanos; cfr. poi Satan, Etudes Carmélitaines, Desclée de Br. 1948). Il problema del male rimane uno dei più grandi e permanenti problemi per lo spirito umano, anche dopo la vittoriosa risposta che vi dà Gesù Cristo. «Noi sappiamo, scrive l’Evangelista S. Giovanni, che siamo (nati) da Dio, e che tutto il mondo è posto sotto il maligno» (1 Io. 5, 19).

LA DIFESA DEL CRISTIANO

All’altra domanda: quale difesa, quale rimedio opporre alla azione del Demonio? la risposta è più facile a formularsi, anche se rimane difficile ad attuarsi. Potremmo dire: tutto ciò che ci difende dal peccato ci ripara per ciò stesso dall’invisibile nemico. La grazia è la difesa decisiva. L’innocenza assume un aspetto di fortezza. E poi ciascuno ricorda quanto la pedagogia apostolica abbia simboleggiato nell’armatura d’un soldato le virtù che possono rendere invulnerabile il cristiano (Cfr. Rom. 13, 1 2 ; Ep 6, 11, 14, 17; 1 Thess 1Th 5 1Th 8). Il cristiano dev’essere militante; dev’essere vigilante e forte (1 Petr. 5, 8); e deve talvolta ricorrere a qualche esercizio ascetico speciale per allontanare certe incursioni diaboliche; Gesù lo insegna indicando il rimedio «nella preghiera e nel digiuno» (Mc 9,29). E l’Apostolo suggerisce la linea maestra da tenere: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci nel bene il male» (Rom. 12, 21; Mt 13,29).

Con la consapevolezza perciò delle presenti avversità in cui oggi le anime, la Chiesa, il mondo si trovano noi cercheremo di dare senso ed efficacia alla consueta invocazione della nostra principale orazione: «Padre nostro, . . . liberaci dal male!».

A tanto giovi anche la nostra Apostolica Benedizione.

Lettori e sostenitori del settimanale «La Voce»

Siamo lieti di salutare un folto pellegrinaggio, proveniente da diverse diocesi italiane, guidato da alcuni venerati Vescovi, organizzato per testimoniare al Papa la volontà di uno speciale impegno per l’incremento e la diffusione della buona stampa.

Diamo con gioia il nostro benvenuto a questi fratelli e figli, promotori e sostenitori dei mezzi di comunicazione cattolici, veicoli imprescindibili di formazione e di apostolato; tra questi, in particolare, i rappresentanti del settimanale La Voce che celebra il suo ventennale. Desideriamo incoraggiarvi caldamente a proseguire con tenacia nello sforzo di produrre e diffondere una stampa sana, sicura, che tenda ad arricchire l’uomo nei suoi valori spirituali profondi, siano essi culturali, o sociali, o religiosi; una stampa che sappia informare senza ingannare, distendere senza degradare, orientare senza violentare. La comunità cristiana ha bisogno di avere e di conservare strumenti propri nel settore della stampa: a livello nazionale prima di tutto; poi a livello diocesano.

Noi guardiamo con gioia, diletti figli, alla vostra opera in questo campo. Cercate di partecipare anche agli altri le vostre convinzioni, e di stimolare i cristiani a sostenere la buona stampa; in famiglia, in parrocchia, nell’ambiente di lavoro. È uno strumento che può avere un influsso incalcolabile, la stampa: può rovinare l’uomo, fino a distruggere in lui ogni tensione ai valori più nobili; ma può anche aiutarlo a salvarsi, a scoprire meglio la sua vocazione, a realizzare le proprie aspirazioni, fino a guidarlo all’incontro e al dialogo con Dio. Ambito immenso quello dell’apostolato dei mezzi di comunicazione sociale. Tutti possiamo prendervi parte. Rientra nelle esigenze del contributo che ogni cristiano deve dare alla costruzione di una società più umana, più fraterna, più pulita. Vi auguriamo di comprenderlo sempre meglio, e auguriamo che, per mezzo di voi, possano comprenderlo anche tanti altri fratelli.

Augurio che ci piace suggellare con una particolare Benedizione Apostolica.

Scuola professionale infermiere

Rivolgiamo ora ben volentieri una parola di vivo compiacimento al gruppo della Scuola Convitto Professionale Infermiere, dell’Ospedale Civile di Rieti, diretta e sostenuta dalle benemerite Religiose Figlie di San Camillo. Sappiamo che gli ottimi medici dell’Ospedale seguono con dedizione la Scuola; essa mira a dare alle giovani Infermiere una qualificata formazione professionale, che si vuole congiunta ad una profonda visione cristiana dei problemi, posti, talora anche in forma drammatica, dalla cura degli ammalati; ed ha preparato un bel numero di alunne, tra cui sono qui presenti le infermiere e caposala neodiplomate. Onore, dunque, e incoraggiamento a quanti provvedono un ausilio sociale di primo ordine alla cara terra reatina; e lode a voi, alunne, per il dono missionario che ci avete portato, e soprattutto per lo spirito con cui vi disponete all’esercizio della vostra missione: consideratela sempre così, come un alto servizio in favore dei fratelli, ricco di profondo contenuto umano, a cui l’amore di Cristo deve conferire il suo pieno valore. A voi e alle vostre famiglie la nostra Benedizione, che estendiamo al vostro venerato Vescovo e alle altre autorità religiose e civili, presenti a questo incontro.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 22 novembre 1972

Un desiderio arde sempre nel cuore della Chiesa, come una lampada che non si spegne, un desiderio comune della Chiesa come Popolo di Dio, e come coscienza personale d’ogni membro di questo mistico corpo di Cristo; un desiderio, che investe tutta la psicologia dei seguaci del Signore Gesù, e che fa parte d’ogni proposito e di ogni programma di riforma e di rinnovamento, il desiderio di rivestirsi di un autentico stile cristiano.


AUTENTICO STILE CRISTIANO

Stile è dir poco; perché la parola stile si riferisce all’aspetto esteriore d’una cosa; ma in questo nostro caso stile vuol dire il risultato d’uno spirito interiore, vuol dire l’autenticità visibile d’un ordine morale, vuol dire l’espressione d’una mentalità, d’una concezione della vita, d’una coerenza e d’una fedeltà, che si alimentano dalle radici della personalità profonda e vitale di chi si manifesta nel suo proprio stile.

Siamo ancora al vecchio proverbio: l’abito non fa il monaco. Vero. Ma l’abito per sé deve qualificare individualmente e socialmente colui che monaco si professa; può, sì, camuffarlo e rivestirlo d’ipocrisia (Cfr. Matth Mt 15,7-8), e fargli recitare una parte fittizia che non lo definisce intimamente, come l’artista in teatro: ma l’intenzione stilistica dell’abito non solo tende a dire mediante l’aspetto esteriore chi uno è, ma a dargli altresì una coscienza interiore di chi egli deve essere.

UNA VITA CONFORME ALLA FEDE

Per ciò che ora a noi interessa, ripetiamo, la Chiesa e ogni singolo fedele deve avere uno stile di vita conforme alla sua fede. Tante volte lo abbiamo ripetuto, con le parole di S. Paolo: l’uomo giusto, cioè il cristiano vero, vive traendo dalla fede l’energia ed il criterio della sua autenticità (Cfr. Rom. 1, 17). Il che comporta, oltre che una «forma» nuova, interiore e originale, soprannaturale di vita, una certa effusione di questa interiorità, una certa visibilità esteriore. Tanto più che proprio il Concilio, ravvivando nel cuore della Chiesa e dei fedeli che la compongono i doni divini della vera religione calata dal cielo, mirava anche a infondere nella Chiesa stessa un grado maggiore di evidenza, chiamandola «sacramento visibile» della unione con Dio (LG 1), dell’unità salvifica (Ibid. 9), anzi della salvezza stessa (Ibid. 48;

Gaudium et Spes GS 45

Ad gentes AGD 5). La Chiesa, mediante il Concilio, è auspicata più riconoscibile, più luminosa, più stilizzata secondo i canoni suoi propri, più vivente del costume delineato e reclamato dalla sua vocazione evangelica.


SULLA LINEA DEL RINNOVAMENTO CONCILIARE

È riuscito questo sforzo di fare apparire la Chiesa più conforme allo stile, al costume che esige la sua vocazione? Si è trasformata o meglio riformata la Chiesa secondo le esigenze rinnovatrici del Concilio? Sì, sembra a noi di potere rispondere, per le tante cose buone, che proprio in questo intento epifanico d’autenticità e di credibilità sono state operate nella Chiesa, e che, già bene avviate, saranno operate. Lo dobbiamo dire a lode e incoraggiamento di quei suoi figli e di quelle sue istituzioni che, appunto per dare alla Chiesa linee meglio corrispondenti alla sua originaria istituzione, alla sua coerente tradizione, alla sua presente missione, hanno pregato, lavorato, sofferto con buono spirito, in questi dieci anni dall’inizio del Concilio.

Ma non possiamo tacere che altri fenomeni si sono nello stesso tempo verificati, che non sono sempre riducibili al piano prefisso di dare, ridare, conservare alla Chiesa lo stile puro, splendido e nuziale (Cfr. Eph Ep 5,27), ch’ella deve, specialmente nel nostro tempo, rivestire per essere, quale dev’essere, amorosa di quel Cristo che l’ha amata fino a dare la sua vita per lei.

DI FRONTE AL MONDO CONTEMPORANEO

Due ottimi principii, illustrati autorevolmente dal Concilio: quello dell’aggiornamento, cioè del proprio rinnovamento, e quello dell’inserimento nell’affannosa e fermentante vita del mondo contemporaneo, ottimi, diciamo, e tuttora validi, non sempre sono stati bene interpretati e bene applicati. In alcuni ambienti si è non riformata e rinnovata la figura ideale della Chiesa, ma si è, almeno concettualmente, deformata. È balenata per alcuni spiriti inquieti e per molti sprovvisti di sufficiente cultura la formula, più o meno radicale, della «Chiesa senza». È: una formula che ha la sua storia: eresie e scismi, durante i secoli, se ne sono ampiamente serviti.

Si è cercato, ad esempio, di avere una Chiesa senza dogmi difficili, togliendo così dal tesoro della fede i misteri del Pensiero divino, e riducendo le Realtà della religione rivelata alla dimensione del cervello umano; processo reduttivo che pur troppo, qua e là continua a svuotare la dottrina cattolica del suo contenuto e della sua certezza. È sorta al fianco di questa prima «senza» un’altra Chiesa senza autorità, sia di magistero, che di governo, quasi fosse una Chiesa liberata e resa accessibile a quanti la vorrebbero puramente spirituale e indifferente a precetti morali oggettivi e sociali. Una Chiesa facile si è così vagheggiata, senza configurazioni gerarchiche, né giuridiche, una Chiesa senza obbedienza, senza norme liturgiche; una Chiesa senza sacrificio. Ma che cosa è una Chiesa senza la Croce?

Sì, vi è chi pensa potersi accontentare di Cristo, ma senza obbligo di contemplare la sua Croce, né di ammettere la sua Risurrezione, e per di più senza entrare nell’esperienza sacramentale e morale della nostra partecipazione a questo mistero pasquale e centrale di morte e di vita, soprannaturale.


LA LEGGE DEL SACRIFICIO

E vi è chi pensa di supplire all’immenso vuoto che è denunciato da questa residua spiritualità senza vera ed esistenziale Redenzione, adottando un altro «senza» cioè togliendo dalla propria vita ogni barriera, ogni distinzione da quella del mondo profano, senza fede, senza speranza, senza carità, senza un costume degno e forte; fidando invece nelle ideologie altrui, e valendosi ancora in certa misura del tesoro di sapienza umana del Vangelo per fare dell’uomo, di sé, della propria personalità e della società stessa l’ideale, anzi l’idolo orientatore dei processi mentali e civili della vita; ma senza Dio, ormai, quale vita può reggere?

Figli e Fratelli carissimi! conserviamo il desiderio d’una vita modellata secondo lo stile cristiano. Lo stile cristiano non è sempre facile; è uno stile esigente, incomodo qualche volta e non sempre alla moda, lo sappiamo. Ma ricordate: esso non dev’essere giudicato solo da ciò che toglie, ma valutato da ciò che dà. E se esso è scolpito in noi dalla legge del sacrificio, cioè della Croce, ricordate, anzi sperimentate voi stessi il paradosso proprio dello stile cristiano, che consiste in una singolare fusione di freno e di spinta, di moderazione e di vitalità, di dolore e di gaudio, simultaneamente. La vita presente trova in questo stile la propria più alta e più piena espressione. «Io sovrabbondo di gaudio, diceva S. Paolo, in ogni nostra tribolazione» (2 Cor 2Co 7,4).

Voglia Iddio aiutare noi tutti a imprimere nella nostra vita moderna un dolce e austero stile nuovo, lo stile cristiano.

Con la nostra Apostolica Benedizione.

I piccoli vincitori del premio della bontà nella scuola

E ora il nostro saluto a voi, alunni della IV classe elementare di Sìnnai, in provincia di Cagliari, che avete ricevuto ieri, in Campidoglio, il premio nazionale per la XXII Giornata della bontà nella Scuola. Sappiamo che lo avete meritato per l’esempio di obbedienza e di operosità, e per l’aiuto concreto prestato a coetanei bisognosi di una Missione dell’America Latina. E perciò, al riconoscimento che giustamente vi è stato tributato, aggiungiamo il nostro, che è al tempo stesso elogio per il bene compiuto, e incoraggiamento a continuare nel vostro impegno. Ne siete liete, vero? Ma soprattutto vi canti in cuore la gioia di sapere che, più di tutti, il Signore è contento di voi, e vi prepara una ricompensa che durerà sempre.

Brave, carissime alunne: la vostra presenza ci dice che oggi, nonostante tutto, la bontà è viva, la bontà è operosa, la bontà edifica, nella scuola e nella famiglia, nella vita della società come della Chiesa. Essa non fa rumore, ma c’è, è una realtà che fa da contrappeso a tanti esempi cattivi, che stringono il cuore. Lode a voi, che date questa lezione e lode ai vostri genitori, ai vostri insegnanti, ai vostri sacerdoti, che a tanto vi allenano e vi educano. La nostra benedizione scenda su di voi, e sulle degne autorità civili e scolastiche, che qui vi hanno accompagnate, e a tutte ottenga ogni più bel dono di Dio!




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 29 novembre 1972

Noi ci siamo chiesti più volte quali siano i bisogni maggiori della Chiesa, noi che dalla meditata sapienza del Concilio abbiamo approfondito la conoscenza e la coscienza di questo fenomeno umano, polarizzato in Gesù Cristo, definito Popolo di Dio, suo Corpo mistico, di Cristo, in Lui compaginato e articolato (Cfr. Eph Ep 4,16), destinato a fare del genere umano una società di fratelli, dall’aspetto così luminoso da orientare gli uomini, come segno e strumento, al loro destino religioso (Lumen Gentium LG 1); noi, che dall’esperienza del mondo moderno, gigante meraviglioso di scienza e di potenza, ma a tratti cieco e folle su ciò che più importa, l’amore e la vita; noi, che intravediamo designarsi nei secoli passati e aprirsi al secolo nuovo più chiara, più diritta, più impellente la vocazione santificatrice e missionaria di lei, la Chiesa, e che la sentiamo impegnata a collaborare nel superamento del dislivello sociale, quasi scala, non ostacolo, che ancora separa e contrappone fra loro gli uomini a causa della diversa e spesso ingiusta fruizione del regno della terra, mentre tutti sono invitati, e più lo sono i poveri, al godimento del regno dei cieli; noi, quale bisogno avvertiamo, primo e ultimo, per questa nostra Chiesa benedetta e diletta, quale?

Lo dobbiamo dire, quasi trepidanti e preganti, perché è il suo mistero, e la sua vita, voi lo sapete: lo Spirito, lo Spirito Santo, animatore e santificatore della Chiesa, suo respiro divino, il vento delle sue vele, suo principio unificatore, sua sorgente interiore di luce e di forza, suo sostegno e suo consolatore, sua sorgente di carismi e di canti, sua pace e suo gaudio, suo pegno e preludio di vita beata ed eterna (Cfr. Lumen Gentium LG 5).

La Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo.

La Chiesa ha bisogno d’essere tempio di Spirito Santo (Cfr. 1 Cor. 1Co 3,16-17 1Co 6,19 2 Cor 2Co 6,16), cioè di totale mondezza e di vita interiore; ha bisogno di risentire dentro di sé, nella muta vacuità di noi uomini moderni, tutti estroversi per l’incantesimo della vita esteriore, seducente, affascinante, corruttrice con lusinghe di falsa felicità, di risentire, diciamo, salire dal profondo della sua intima personalità, quasi un pianto, una poesia, una preghiera, un inno, la voce orante cioè dello Spirito, che, come c’insegna S. Paolo, a noi si sostituisce e prega in noi e per noi «con gemiti ineffabili», e che interpreta Lui il discorso che noi da soli non sapremmo rivolgere a Dio (Cfr. Rom. 8, 26-27).

Ha bisogno la Chiesa di riacquistare l’ansia, il gusto, la certezza della sua verità (Cfr. Io. 16, 13), e di ascoltare con inviolabile silenzio e con docile disponibilità la voce, anzi il colloquio parlante nell’assorbimento contemplativo dello Spirito; il Quale insegna «ogni verità» (Ibid.); e poi ha bisogno la Chiesa di sentir rifluire per tutte le sue umane facoltà l’onda dell’amore, di quell’amore che si chiama carità, e che appunto è diffusa nei nostri cuori proprio «dallo Spirito Santo che a noi è stato dato» (Rom. 5, 5); e quindi, tutta penetrata di fede, la Chiesa ha bisogno di sperimentare un nuovo stimolo di attivismo, l’espressione nelle opere di questa carità (Cfr. Gal Ga 5,6), anzi la sua pressione, il suo zelo, la sua urgenza (2 Cor 2Co 5,14), la testimonianza, l’apostolato.

Uomini vivi, voi giovani, e voi anime consacrate, voi fratelli nel sacerdozio, ci ascoltate? Di questo ha bisogno la Chiesa. Ha bisogno dello Spirito Santo. Dello Spirito Santo in noi, in ciascuno di noi, e in noi tutti insieme, in noi-Chiesa.

Come mai si è affievolita questa pienezza interiore in tanti spiriti, che pur della Chiesa si dicono? come mai tante schiere di fedeli militanti nel nome e sotto la guida della Chiesa si sono impigrite e diradate? come mai molti si sono fatti apostoli della contestazione, della laicizzazione e della secolarizzazione, quasi pensando di dare più libero corso alle espressioni dello Spirito? o talvolta più fidando nello spirito del mondo, che in quello di Cristo? E ancora: come mai alcuni hanno allentato, anzi denunciato come catene moleste, i vincoli dell’obbedienza ecclesiale e della gelosa adesione alla comunione col ministero della Chiesa, per il pretesto di vivere secondo lo Spirito, affrancati dalle forme e dalle norme proprie delle istituzioni canoniche, di cui il corpo visibile della Chiesa pellegrina, storico ed umano, anche se mistico, deve essere compaginato? Sarebbe forse il ricorso allo Spirito Santo ed ai suoi carismi un pretesto, non forse troppo sincero, per vivere, o per credere di vivere, la religione cristiana in modo autentico, mentre chi di tale pretesto si serve, vive secondo il proprio spirito, il proprio libero esame, la propria arbitraria e spesso effimera interpretazione?

Oh! se cotesto fosse vero Spirito, non saremo noi certamente ad estinguerlo! (Thess. 5, 19) Ben sappiamo che «lo Spirito soffia dove vuole» (Io. 3, 8); e sappiamo che la Chiesa, se è esigente verso i veri fedeli per le sue stabilite osservanze, e se spesso ella si mostra cauta e diffidente verso le possibili illusioni spirituali di chi prospetta fenomeni singolari, ella è e vuol essere estremamente rispettosa delle esperienze soprannaturali concesse ad alcune anime, o dei fatti prodigiosi, che talvolta Iddio si degna miracolosamente inserire nella trama delle naturali vicende.

Ma vogliamo ancora una volta valerci dell’autorità della tradizione,espressa, com’è noto, da S. Agostino, il quale ci ricorda che«nulla deve più temere il cristiano quanto il separarsi dal corpo di Cristo. Se infatti si separa dal corpo di Cristo, non è più membro di Lui; e se non membro di Lui, non è nutrito dallo Spirito di Lui (In Ev. Io. 27, 6; PL 35, 1618) «non vive dello Spirito di Cristo, se non il corpo di Cristo» (Ibid. 26, 13). Perché l’umile e fedele adesione alla Chiesa non solo non ci priva dello Spirito Santo, ma ci mette piuttosto nella migliore e sotto un certo aspetto nell’indispensabile condizione per godere personalmente e collettivamente della sua vivificante circolazione. La quale ciascuno di noi può mettere in attività. Primo con l’invocazione. Dobbiamo avere come prima «devozione» quella allo Spirito Santo (e quella alla Madonna ad essa ci porta, come a Cristo ci porta!). Secondo con il culto dello stato di grazia, si sa. E terzo con la vita tutta penetrata ed al servizio della Carità, che altro non è se non l’effusione dello Spirito Santo. Ecco: di Lui, soprattutto, ha oggi bisogno la Chiesa!

Dite dunque e sempre tutti a Lui: vieni! con la nostra Apostolica Benedizione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 6 dicembre 1972

Oh! Quante cosa vengono sullo schermo della coscienza quando noi ci domandiamo il significato di questa parola «Avvento», che troviamo sulle labbra e sui libri della Chiesa all’inizio del suo anno liturgico! Avvento vuol dire venuta. Venuta di chi? Chi non lo sa? Venuta di Cristo. Chi è Cristo? È Dio, diciamo Dio, fatto uomo. Subito, all’inizio del suo programma religioso, siamo introdotti in un mondo di cose e di fatti straordinari, sbalorditivi. A cominciare dalla prima affermazione, data per sicura, per conosciuta, per accessibile, per inserita in modo inatteso e sorprendente nel corso della storia, come un fatto preciso, identificabile, il quale naturalmente, se vero, assume un’importanza incomparabile, polarizzatrice di tutta l’umanità e di tutti gli avvenimenti di questa terra e di tutti i secoli del suo divenire cosmico e antropologico. Ma chi è Dio?

La grande domanda diventa la prima questione. Chi è Dio? questa interrogazione ci impedisce d’andare avanti, se pur ancora l’uomo d’oggi ne conserva il proposito, nel nostro studio della Bibbia, del Catechismo e del Messale; il Libro della Parola di Dio, il libro che ci spiega e ci condensa il primo, e il libro che ci guida nel colloquio trascendente e vitale con Dio. Anche perché intravediamo che la risposta a questa prima questione coinvolge l’ultima risposta, a cui può aspirare la nostra vita; infatti: «questa è la vita eterna (dirà il Cristo, il Dio fatto uomo) che - gli uomini fedeli - conoscano Te, solo vero Dio, e colui che Tu hai mandato, Gesù Cristo» (Io. 17, 3).

Ora l’uomo d’oggi ha mai il desiderio, ed ha mai l’attitudine di porsi questa domanda? e molta gente del nostro tempo, che ha la sublime ambizione di essere libera, non si avvede d’essere vinta in partenza aderendo, spesso senza alcuna ragione critica, alla moda del dilagante disinteresse circa la questione di Dio, cioè circa il problema religioso? Esiste Dio? e chi è Dio? e quale conoscenza ne può avere l’uomo di Lui? quale rapporto ciascuno di noi deve avere con Lui?

Rispondere a questi interrogativi ci porterebbe a un discorso senza fine e complesso in mille discussioni, le più ardue, e oggi dall’opinione pubblica le più dimenticate, anzi le più avversate. Dio è ignorato, Dio è dimenticato, Dio è negato.

Per noi, in questo istante di colloquio religioso, basta l’avvertimento: bisogna pensare a Dio. Accenniamo appena.

L’indifferenza non è intelligente, non è umana. L’uomo è costituzionalmente fatto per conoscere, per amare, per servire Dio in questa vita e per goderlo eternamente nell’altra futura. Impedire all’uomo l’accesso a Dio significa porre un limite al processo intellettivo, affettivo, operativo dell’essere suo. Significa chiuderlo in se stesso, con tutte le conseguenze illogiche e dolorose che comporta un umanesimo compresso, limitato, cieco, illuso, privo dei supremi motivi per studiare, per amare, per sperare.

Due posizioni dello spirito contemporaneo dovrebbero essere considerate a questo riguardo: quella dell’agnosticismo e quella dell’ateismo. La ,prima è una posizione apparentemente onesta e praticamente facile, fondata sulla presunta inconoscibilità di Dio; per noi moderni educati alla conoscenza sperimentale, questa sembra la posizione logica e legittima: Dio, chi lo ha mai visto? (Cfr. Io. 1, 18) Ma è la posizione della pigrizia e della rinuncia, che umilia l’uomo, gli contesta la prerogativa regale della conquista della vetta suprema delle sue facoltà spirituali, la conoscenza della prima Verità, del primo Bene, nega alla ragione la sua capacità naturale di valicare la sfera sensibile e sperimentale, e di accedere alla conoscenza e alla certezza, sia pure limitata, ma fondamentale, della sfera dell’Essere invisibile (Cfr. Rom. 1, 20; DENZ.-SCH. 3004). La Chiesa, tanto spesso accusata d’oscurantismo, e di sacrificare la ragione alla fede, rivendica invece alla ragione il suo diritto e la sua validità (oggi forse rimane sola a sostenere la ragione, e con essa la complessa virtù conoscitiva dell’uomo, nel raggiungimento della Verità, anche trascendente, anche creatrice). È posizione che l’uomo di scienza, l’uomo perciò del nostro tempo, dovrebbe rifiutare, nella fiducia che il pensiero umano tanto più è stimolato a salire alle ragioni trascendenti, alla Causa Causarum, a Dio in una parola, quanto più feconda e profonda gli si scopre progressivamente davanti la realtà delle cose a cui è impegnata la sua sempre nuova ricerca.

In una città del Nord, anni addietro, città moderna e affannosa di traffico e di attività, si leggeva sopra uno striscione disteso dall’uno all’altro lato d’una via principale: Pensate a Dio! Noi siamo convinti che l’invito fosse intelligente e originale, e documentasse tipicamente la possibilità, oltre che il dovere, della mente umana e moderna di trascendere dalle nostre cose, altrimenti da sé oscure inesplicabili e misteriose, al loro Principio creatore.

La seconda posizione, quella dell’ateismo, da una fase statica e puramente negativa, si è assai allargata ai nostri giorni, come tutti sanno, passando ad una fase attiva, propagandistica e spesso oppressiva; ciò esigerebbe un’analisi attenta e anche riguardosa per gli effetti che ne derivano nelle coscienze e nella vita pubblica, tenendo presente che tale negazione di Dio non ha potuto e ovviamente non potrà, con questa sua potente dilatazione, offrire ragione della propria consistenza, anzi verrà palesando certi aspetti della propria speculativa ed esistenziale vacuità, che danno almeno una speranza, per la stima che sempre abbiamo dell’uomo, quella d’un’evoluzione razionale e spirituale, per la quale deve essere vigilante la nostra attenzione e la nostra preghiera.



Ma ritorniamo là donde abbiamo preso le mosse: l’Avvento, stagione spirituale questa, che ci deve scuotere dall’indifferenza e da!la negazione religiosa, e ci deve riaccendere nell’animo l’interesse, il desiderio, la speranza del prodigioso e umanissimo incontro con Dio in Cristo nascituro.

Con la nostra Benedizione Apostolica.


1972-AUDIENZE - Mercoledì, 8 novembre 1972