1972 Omelie di Paolo VI







Paolo VI

OMELIE 1972



V GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

Sabato, 1° gennaio 1972

Oggi, primo giorno dell’anno civile, parliamo di pace, celebriamo la pace, perché la pace è il bene sommo della civiltà, e perché al principio del nostro operare dobbiamo guardare al traguardo, al fine ultimo al quale esso vuole giungere. Oggi è il giorno dei programmi, il giorno dei propositi. Noi vogliamo essere padroni del tempo; lo vogliamo spendere bene. Vogliamo dare un senso alla nostra vita. La vita vale per il senso che noi le diamo, per la direzione che noi le imprimiamo; la meta, lo scopo a cui noi la rivolgiamo. Quale meta? Quale scopo? La pace.

E la pace, che cosa è? Noi lo dicevamo: è il bene, che in questa vita presente, la vita temporale, comprende tutti gli altri, è l’ordine, il vero ordine, non soltanto quello della disciplina esteriore, ma l’ordine che fa stare bene tutti gli uomini e tutto l’uomo; un ordine che suppone che tutti abbiano ciò che serve alla vita, il cibo, l’abito, la casa, la scuola, il lavoro, il riposo, il rispetto, la sicurezza; . . . anzi una società libera, concorde, ordinata, onorata d’intorno a sé; e di più cosciente del destino della vita, e perciò colta e soprattutto religiosa (perché la religione è la lampada della vita; essa, ed essa sola, se è la vera religione, qual è quella cristiana, ci dà luce, e ci rivela il senso della nostra esistenza, e ci offre i mezzi per vivere bene e per salvarci, anche oltre la fine del tempo che ci è dato per vivere). Si vede subito che la pace è una cosa assai bella, ma è una cosa difficile; tanto difficile e complessa, che alcuni la credono un sogno, un mito, una utopia. Noi invece diciamo che la pace è una cosa difficile, sì; difficilissima anzi; ma è una cosa possibile, una cosa doverosa. Il che vuol dire che bisogna lavorare molto per ottenere la pace. Non si raggiunge da sé. Non si mantiene da sé. Essa è frutto di grandi sforzi, di grandi programmi. E, prima di tutto, è frutto della giustizia: Se vuoi la pace, lavora per la giustizia. E facciamo attenzione: dobbiamo volerla tutti; tutti dobbiamo meritarla. Spesso noi pensiamo che a questo grande programma, quello di mettere ordine e pace nel mondo, di organizzare bene la società devono pensare coloro che dirigono il mondo e la società; certamente, ma non esclusivamente. La pace è un bene di tutti; e tutti dobbiamo collaborare per mantenerla, per farla progredire. E in qualche modo tutti e ciascuno in qualche misura, lo possiamo, lo dobbiamo.

Ma qui si presenta una domanda: perché un discorso così alto e così difficile è fatto, qui, a dei ragazzi, a dei giovani, come voi, che già vivete in un ambiente ordinato e pacifico?

Ecco la risposta. La risposta però esige un’altra domanda: come si raggiunge la pace? La vera pace, ripetiamo; quella che risulta dall’ordine vero? Perché vi può essere un ordine falso; e come! un ordine imposto con la forza, la prepotenza, la paura, la minaccia, il ricatto, l’abuso della debolezza altrui, l’abitudine invalsa di mantenere situazioni, dove la gente soffre, dove non può nemmeno sollevarsi e migliorare la propria esistenza . . . è ordine vero? La schiavitù è ordine vero? La miseria sociale è ordine vero? La povertà senza rimedio e senza assistenza, è ordine vero? L’ignoranza voluta del popolo per tenerlo più facilmente soggetto, è ordine vero? Il dominio e lo sfruttamento dei forti sui deboli, dei ricchi sui miseri, è ordine vero? L’imposizione pesante delle idee di alcuni su quelle degli altri, pena danni e repressioni e castighi è ordine vero? E l’incuria dei responsabili verso l’inosservanza dei diritti altrui, dell’immoralità scandalosa, o la tolleranza della licenza nociva al bene della società, è ordine vero? Dove non esiste, o non è rispettata una legge ragionevole e efficace, vi è ordine vero? eccetera. Vogliamo dire: vi sono ordini apparenti, falsi, contrari al bene comune, alla legittima libertà, alla promozione delle categorie bisognose, ecc., i quali non possono meritare il nome autentico e bello di pace. Sono piuttosto disordini tollerati, o costituiti, che non veri ordini equilibrati e favorevoli al benessere e al progresso comune; sono condizioni, che possono dare una certa fissità alla vita pubblica, una consuetudine inveterata, un adattamento rassegnato, ma che non possono generare una vera pace.

Questo è chiaro. Ormai tutti ne hanno qualche esperienza; e ormai la convinzione si diffonde che non vi può essere vera pace senza . . . Ditelo voi! senza giustizia.

Ma qui sorge una seconda domanda, difficile questa; ma una domanda alla quale voi ragazzi, voi giovani specialmente, sapete rispondere subito, istintivamente, intuitivamente. Che cosa è la giustizia?

Voi avete già in mente due risposte: vi è una giustizia del mio e del tuo, che è difesa dal famoso comandamento «non rubare». Nessuno vuol essere chiamato ladro. E vi è un’altra giustizia che riguarda la natura stessa dell’uomo; la giustizia, la quale vuole che ogni uomo sia trattato da uomo. Voi lo capite subito. Sono tutti eguali gli uomini? In sostanza, sì. Ogni uomo ha una sua dignità. Dignità inviolabile: guai a chi lo tocca! piccolo o grande che sia, povero o ricco che sia! bianco o negro che sia! Ogni uomo ha una sua carica di diritti e di doveri, che gli meritano d’essere trattato come persona. Anzi noi cristiani diciamo che ogni uomo è nostro fratello. Dev’essere trattato come fratello, cioè amato (l’anno scorso, per la giornata della pace, abbiamo proprio meditato questa realtà: ogni uomo è nostro fratello). E possiamo anche dire di più: quanto più l’uomo è piccolo, povero, sofferente, indifeso, decaduto anche, e tanto più merita d’essere assistito, sollevato, curato, onorato! questo ce lo ha insegnato il Vangelo; ma anche chi non crede all’autorità del Vangelo intuisce che quella parola divina ha ragione: questa è la giustizia! questa è la via all’ordine, cioè al diritto e al dovere dell’uomo; qui è la giustizia, qui è la pace!

Ed ecco allora la spiegazione della nostra scelta nel preferire di venire qua, fra voi ragazzi, fra voi giovani, per celebrare la giornata della pace, perché voi prima e più degli altri, avete il senso della giustizia. Voi, senza molti ragionamenti, comprendete che nel mondo, anche nel nostro mondo moderno, vi è ancora bisogno di giustizia. Più che mai lo comprendete, perché appunto siete moderni; cioè lo sviluppo sociale e culturale, al quale oggi siamo arrivati, ha svegliato una coscienza umana, che non può più rimanere insensibile ai disordini congeniti nel nostro ordinamento sociale, non può non accorgersi che il progresso stesso produce malanni, ai quali bisogna porre rimedio; produce frustrazioni, produce disuguaglianze, produce ingiustizie; produce conflitti, produce pericoli di catastrofi, di conflagrazioni, d’inquinamenti . . . a cui bisogna reagire: non è giusto che sia così! Voi lo capite, e voi, a vostro modo, lo dite; e lo dite con una minaccia, che può essere fatale: non vi può essere pace, senza una nuova giustizia.

Voi, figli della nuova generazione, afferrate subito la intrinseca necessità di questo binomio: la giustizia e la pace; esse camminano insieme. Non vi può essere vera pace senza vera giustizia. E siccome la giustizia deve progredire secondo le legittime aspirazioni esplose nella coscienza evoluta dell’uomo moderno, così la pace non può essere statica, non può convalidare uno stato di cose che non tenga conto dello sviluppo dell’uomo, delle sue antiche e nuove necessità. Difficile equazione quella della giustizia e della pace: richiederà saggezza, prudenza, pazienza, gradualità, non violenza, non rivoluzione (che sono altre ingiustizie), ma dovrà essere perseguita con tenacia, con sacrificio, con alto e sincero amore per l’umanità.

Voi, giovani, col vostro naturale distacco dal passato, col vostro facile genio critico, con la vostra antiveggenza istintiva, col vostro ardimento per le imprese umane, nobili e grandi, voi potete essere all’avanguardia profetica della causa congiunta della giustizia e della pace.

E sappiate che questi Signori, i quali hanno voluto essere presenti alla nostra e vostra celebrazione della Giornata della Pace, e sono rappresentanti illustri e qualificati del mondo dei Responsabili - sono Diplomatici, sono Autorità politiche e cittadine, sono Vescovi e Dignitari della Chiesa, sono Laici valorosi dedicati alla missione del bene - questi sono con voi!

Mentre ringraziamo voi, ragazzi e giovani di questa Città ideale, per la vostra accoglienza, ringraziamo tutti i presenti per la loro significativa adesione, e col voto della Giustizia e della Pace, tutti di cuore vi benediciamo.







CELEBRAZIONE DI PREGHIERA PER L'UNIONE DEI CRISTIANI

Lunedì, 24 gennaio 1972

Si interrompe per un istante la nostra conversazione con Dio per diventare conversazione con la «Ecclesia», con l’assemblea qui raccolta, con voi, Fratelli, qui presenti, quasi per avere reciproca assicurazione che vogliamo adempire la ben nota parola evangelica d’essere radunati nel nome di Cristo e d’aver perciò Lui, Lui stesso, Cristo nostro Signore, in mezzo a noi (Cfr. Matth. Mt 18,20). Cristo è qui. Onoriamo questa sua presenza. Celebriamo questo mistero, risultante dal fatto stesso che la ragione della nostra riunione è la confessione del suo nome, non solo riconosciuto e invocato fuori di noi, ma avvertito nella sua interiore attribuzione a ciascuno di noi: siamo tutti cristiani, siamo stati inseriti, mediante il battesimo, nel Corpo mistico di Cristo, che è la sua Chiesa (Cfr. Const. Sacrosanctum Concilium, Const. Lumen Gentium, LG 15 Decr. Unitatis redintegratio, UR 2-3), tutti siamo diventati figli di Dio, l’ineffabile Padre nostro celeste, tutti abbiamo fede in Lui, Cristo Signore, e tutti attendiamo da Lui d’essere perdonati, redenti e salvati, nello stesso Spirito Santo vivificante e santificante. Ecco qui già costituita la base di quella unità ecumenica, che andiamo appassionatamente cercando.

Perché ecumenica è l’intenzione di questa cerimonia, predisposta per cogliere e salutare fra noi un eminente rappresentante della venerabile Chiesa Ortodossa, il Metropolita Melitone di Calcedonia, a noi mandato da Sua Santità il Patriarca Atenagora di Costantinopoli, piissimo e a noi carissimo, per recarci, come sapete il «Tomos agápis», il volume della carità, che raccoglie la documentazione e la corrispondenza circa i rapporti intercorsi negli ultimi dodici anni fra il Patriarcato di Costantinopoli e la Chiesa di Roma, giubilanti d’essersi riscoperti rami d’uno stesso albero, nato da una stessa radice, ora sofferenti di non avere ancora potuto insieme consumare, bevendo al medesimo mistico calice, quella perfetta comunione, la quale sancisca fra le due comunità l’unione organica e canonica propria dell’unica Chiesa di Cristo.

Con gaudio profondo e con devozione sincera noi salutiamo questo Ospite illustre e venerato, con le onorevoli persone del suo seguito, qui, oggi, fra noi, portatore d’un libro, che la storia farà suo. Ospite non forestiero della Sede apostolica e con la sua presenza ora fatto lui stesso segno, auspicio, promessa dell’attesa, felice celebrazione della completa comunione nella fede e nella carità di quanti già cento e cento volte, come il libro documenta, si sono dichiarati fratelli. E pare a noi che il titolo stesso, che qualifica l’insigne Metropolita della Chiesa Ortodossa, il titolo di Calcedonia, renda particolarmente cara e significativa questa sua visita per la Chiesa di Roma, riportando il pensiero al nostro immortale predecessore, San Leone Magno (Cfr. DENZ.-SCH. 300-302), che, mediante la sua lettera a Flaviano, favorì autorevolmente la definizione cristologica del celeberrimo Concilio Calcedonense, il quale affratellò Roma e Costantinopoli in una medesima fede definitiva e felicissima, circa l’unica Persona divina e la duplice natura divina ed umana di Cristo.

Chi dunque meglio di Lei, eminente Metropolita Melitone, può portare al Patriarca Atenagora il nostro ringraziamento per la missione di pietà, di cortesia e di pace a Lei affidata? Voglia Ella dire al venerando Vegliardo che tale missione, qui, nella sacrosanta Basilica Lateranense, presenti Cardinali, Vescovi, Prelati e Clero della Curia e della Diocesi di Roma col Popolo fedele della Chiesa Romana, ha avuto il suo solenne e sacro coronamento. Voglia Ella riferire come noi abbiamo insieme compiuto con intensità religiosa un atto pio e cosciente di quell’«ecumenismo spirituale», al quale ci ha esortati il recente Concilio Vaticano secondo (Decr. Unitatis redintegratio, UR 8), perché non solo abbiamo pregato per i Fratelli con i quali desideriamo essere in perfetta comunione, ma con grande letizia nello Spirito Santo tutti abbiamo pregato con loro!

E voglia anche dire, veneratissimo Metropolita Melitone, a quel santo Patriarca ed ai venerati Fratelli e Fedeli, che intorno a lui si raccolgono, come questa fausta celebrazione, avvenuta nella Chiesa, che la tradizione della Chiesa d’Occidente, storica e teologica, chiama omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput (Clemente XII) per essere la Cattedrale del Vescovo di Roma, successore del beato Pietro Apostolo, lungi dal lusingare la nostra umana ambizione per l’ufficio pastorale, affidato da Cristo a chi siede su questa cattedra di fungere quale «perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi, sia della moltitudine dei Fedeli» (Const. Lumen Gentium, LG 23), profondamente ci ha personalmente richiamato alla coscienza di questo nostro grave privilegio. Qui noi, più che altrove, ci sentiamo «servo dei servi di Dio». Qui noi ci pensiamo fratello con i nostri fratelli nell’Episcopato e con loro collegialmente solidali. Qui noi pensiamo al proposito d’un altro grande predecessore, Gregorio Magno, il quale, pur asserendo la sua funzione apostolica (Cfr. Regist. 13, 50), voleva considerare suo proprio onore l’onore di tutta la Chiesa e l’efficienza dei singoli Vescovi locali (Cfr. Reg. 8, 30; PL 77, 933); qui noi ricordiamo la concezione dell’unità della Chiesa, propria di San Cipriano: una Ecclesia per totum mundum in multa membra divisa (Ep 36,4), cioè come un corpo composito e articolato, in cui parti e gruppi possono essere modellati in forme tipiche particolari, e dove distinte, se pur fraterne e convergenti, possono essere le funzioni. Qui, nel cuore dell’unità e al centro della cattolicità, noi sogniamo la bellezza vivente della Sposa di Cristo, la Chiesa, ravvolta nel suo variopinto abbigliamento (Ps 44,15), rivestita, vogliamo dire, da un legittimo pluralismo di espressioni tradizionali. Qui sembra allora a noi d’udire la limpida eco d’una vostra voce lontana: ??t?e t?? ??ste?? ? ??t?a «Oh tu, Pietro, pietra base della fede!» (Cfr. Menei, V, 394).

Così che a noi resta d’invocare quella divina assistenza, che conforti la nostra debolezza a praticare le virtù necessarie affinché l’ecumenismo iniziato possa giungere alla sua felice conclusione. Diremo con S. Paolo «d’essere fiduciosi appunto in questo, che Colui che ha cominciato in “noi” l’opera buona, Egli la porterà a buon fine» (Ph 1,6), convinti che al compimento della grande impresa della ricomposizione dell’unità dei Cristiani una condizione da noi tutti sarà necessariamente richiesta, una dilatazione della carità: «Dilatentur spatia caritatis», si allarghino i confini dell’amore, noi diremo, per usare un’espressione a noi cara di S. Agostino (Serm. 69; PL 38, 440-441). Una dilatazione della carità: che a noi tutti consenta di ritrovarci affratellati in una medesima Chiesa, membra di un medesimo corpo di Cristo. Aggiungeremo allora al Tomos agápis una nuova, ultima e splendida pagina: quella dell’unità.








FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE AL TEMPIO

Mercoledì, 2 febbraio 1972

La festa, che oggi la Chiesa ci invita a celebrare, è complessa per il duplice fatto registrato nel Vangelo di San Luca (Lc 2, 22, ss.) della Purificazione di Maria e della Presentazione di Gesù al Tempio, secondo il rituale ebraico (Cfr. Lev. Lv 12,2-8 Ex 13,2), e per lo sviluppo liturgico e popolare, che la commemorazione di tale fatto assunse, in forme e in tempi diversi, nella tradizione cristiana (Cfr. P. RADÒ, Ench. Lit. II, 1138, ss.), così che si presta a diverse considerazioni spirituali. Rimase per noi caratteristico di questa festa il rito della benedizione delle candele, forse derivato dalla solennità che a questa celebrazione era data, fin dalla fine del IV secolo a Gerusalemme (si veda la celebre Peregrinatio Etheriae, a. 395), o forse a causa della processione notturna, istituita da Papa Gelasio (492-496) per sostituirla nel costume cristiano a quelle lustrali pagane, solite a compiersi nel mese di febbraio (Cfr. M. RIGHETTI, Manuale di St. Lit. II, 84). Oggi il rito si evolve, e prende forma e significato di offerta, che voi state compiendo, ed a cui noi vogliamo attribuire il suo valore altamente espressivo: il cero si fa simbolo d’un’oblazione sacra, la quale, per un verso, vuole connettersi con quella di Gesù Cristo bambino, presentato a Dio in riconoscimento dell’ossequio voluto da Dio circa ogni primogenito, per un altro verso intende professare l’omaggio di obbedienza e di fedeltà all’Apostolo Pietro, nella persona del suo successore, Vescovo di Roma.

«UN CERO È UNA LUCE»


Se vogliamo pertanto fermare un istante l’attenzione su questo aspetto della singolare e tradizionale cerimonia, noi dobbiamo oggi entrare nell’intenzione e nello spirito d’un’oblazione. Un’oblazione, la quale ha nel cero il suo simbolo, il suo linguaggio, così semplice così profondo. Che cosa è un cero, nell’uso e nella mentalità liturgica? Qui si potrebbe fare una bella escursione nella spiritualità religiosa cattolica, la quale non rifiuta di servirsi di segni materiali, ma ne fa alfabeto sacramentale, artistico perciò, e di più misterioso e sacro. Un cero è una luce. Ricordate il triplice grido della liturgia del Sabato santo, quando la processione, entrando nella chiesa buia e deserta della presenza di Cristo, vibra di stupore e di gioia alla voce del diacono, che grida, alla accensione del cero: lumen Christi? E così la luce è tutto lo spazio della vita cristiana, della rivelazione divina, che risplende nelle tenebre dell’universo cosmico e della cecità sconfinata dello spirito umano. È una luce, che stabilisce una relazione dell’uomo con le cose, con gli altri uomini, con il tempo, con ciò che è e ciò che si muove, con la vita. Rileggete nel cuore il prologo di S. Giovanni: «la vita era la luce» (Io. 1, 4). E poi tutti ricordate la teologia evangelica della luce. La luce è Cristo. «Mentre io sono nel mondo, dice Cristo stesso, sono la luce del Mondo» (Io. 9, 5). E la luce siamo noi, noi stessi se la riceviamo da Lui: «Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,14) ci dice il Maestro. Ma come la riceviamo, come la facciamo risplendere? Ancora il cero ce lo dice: ardendo, e ardendo consumandosi. Un lampo di fuoco, un raggio d’amore, un’inevitabile immolazione si celebrano sopra quella candela pura e diritta, mentre essa, effondendo il suo dono di luce, esaurisce se stessa in silenzioso sacrificio (Cfr. GUARDINI, I santi segni, p. 56, ss.). Dove trovare riflessa con più lirica e drammatica evidenza la storia della vita cristiana? dove riscontrare più aperto e vissuto quel «sacerdozio regale» (1 Petr. 2, 9), che il Concilio ha ricordato alla nostra fede e alla nostra pietà, riscoprendolo in ogni cristiano rigenerato dal battesimo, e che si fa manifesto mediante il cero sacro a lui, il nuovo cristiano, subito consegnato, dopo la sua inserzione nel Corpo mistico di Cristo, la Chiesa, da questa medesima Madre e Maestra?

TRIBUTO DI SUDDITANZA A CRISTO E ALLA CHIESA


Ma il cero, in questa cerimonia, esprime qualche altra cosa, come dicevamo, cioè l’oblazione dell’offerente a Cristo e alla sua Chiesa. Esso vuol essere un tributo di sudditanza. E allora il cero, simbolo di un’offerta della propria vita, integra il simbolo della luce; lo integra con quello d’una testimonianza, con quello d’un programma di vita, con quello d’una scelta, che decide dell’orientamento e dell’impiego della propria esistenza. Questo dono vuol dire: ecco, io riconosco sopra di me il dominio assoluto di Dio, la possessione di Cristo, l’autorità della Chiesa.

È un atto di umiltà, di fedeltà, di obbedienza, che prende figura nell’offerta del cero. Se volessimo approfondire quest’analisi, forse ci troveremmo sconcertati dal timore di compiere un gesto falso e insincero, perché contrario a quella coscienza della propria autonomia, della propria libertà adulta, della propria dignità personale, oggi dominante nella psicologia moderna. Anche fra noi, discepoli della dottrina di Cristo, questo sentimento di indipendenza e di autogoverno è così penetrato, che duriamo fatica, a prima vista, a scoprire come l’ossequio religioso e canonico, che ci è richiesto nell’economia ecclesiale, non solo si accorda con la vera libertà dei figli di Dio, ma ne è il fondamento e la garanzia. Abbiamo paura di essere asserviti ad una teocrazia anacronistica e insopportabile.

PARTECIPAZIONE ALLA COMUNIONE ECCLESIALE


Mentre invece non ci deve essere difficile, né ingrato, rivedere, alla luce meridiana della nostra fede, come la sudditanza, a noi richiesta da questo ordinamento teologico ed esistenziale, è alla base del nostro essere di uomini, di cristiani, di cattolici, di eletti alla sequela di Cristo. Servire Deo regnare est: non è questo un semplice proverbio ascetico; è la sintesi d’una metafisica religiosa, la quale discopre la sua ragionevolezza, anzi la sua beatitudine, quando, come nella casa di Dio, alla quale per via di fede e di grazia siamo stati ammessi, noi sperimentiamo come questo servizio che vogliamo professare verso Dio e verso ciò che a Dio ci conduce, non è schiavitù, non è degradazione, non è perdita della propria libertà, ma è piuttosto l’impiego più alto di questa libertà, è l’elevazione al livello superiore della conquista e del godimento dei valori superiori della vita, è associazione all’amore di quel Dio ch’è Padre e che Amore si definisce; ed è sequela di Cristo, e partecipazione a quella comunione che definisce la Chiesa.

L'ATTESA DEI GIOVANI


È servizio, sì. Ma quale significato di reale grandezza riacquista oggi questo decaduto ed ora riabilitato vocabolo, se riferito alla coscienza ideale della vita e a quella sociale del nostro tempo! Diventa vocazione. L’uomo ha bisogno di servire una causa per la quale valga la pena di dare questa vita presente. Forse tanta gente, oggi, si agita e si ribella, perché non sa chi e che cosa meriti davvero d’essere servito. La leggenda di S. Cristoforo dovrebbe essere raccontata di nuovo alla nostra generazione. Forse tanti giovani, inconsciamente non attendono che una chiamata potente a consacrare la propria vita, vuota altrimenti ed egoista e condannata a finale delusione, ad un ideale, ad una realtà che impegni tutte le loro energie e le esalti nel dono magnanimo ed eroico di sé; alla Croce, porta dolorosa e gloriosa della vera risurrezione.

Anche qui il discorso potrebbe prolungarsi. Ma qui lo fermiamo, nella convinzione e nella soddisfazione che l’offerta dei ceri vuol significare tutto questo. E in verità lo significa, con la nostra Apostolica Benedizione.








ORDINAZIONE EPISCOPALE A DICIANNOVE PRESULI

Domenica, 13 febbraio 1972

Venerabili Fratelli e diletti Figli,

Il rito liturgico si svolge in due momenti psicologici; uno muove il nostro animo ad esprimere i suoi sentimenti ed i suoi pensieri, e lo spinge alla preghiera che innalza a Dio le sue lodi o rivolge a Dio le proprie invocazioni; l’altro impone al nostro animo il silenzio e la quiete e lo dispone ad accogliere la voce interiore dello Spirito; il primo parla a Dio, il secondo lo ascolta. Questo secondo è ora per noi; interrompe preci e gesti di questa grande cerimonia, e ci vuole silenziosi e immobili; attivo il primo, passivo l’altro. Come il navigante arresta lo sforzo dei suoi remi, e lascia che il vento gonfi la sua vela e guidi la sua nave, così l’animo di ciascuno di noi si placa in un momento di riposo interiore e si concede al soffio del Paraclito per udirne il tacito, ma impellente linguaggio.

1. Noi ascoltiamo. Ascoltiamo dapprima la voce arcana delle cose mute, divenute eloquenti ad esprimere il loro significato spirituale. Ascoltiamo ciò che dice questo luogo famoso e pur sempre misterioso: è il «trofeo» d’un sepolcro; il sepolcro che conserva le reliquie dell’Apostolo Pietro. Siamo raccolti sulla tomba di colui che Cristo tramutò dall’umile e debole Simone, figlio di Jona, in Pietro, in fondamento sul quale Egli, Cristo, profetò di costruire un suo edificio indistruttibile, la «sua Chiesa».

Non parlano qui forse le cose che vediamo, che ci attorniano? Non hanno un loro eloquente discorso, pur nella muta materialità della loro presenza? Non ci sarebbe bisogno della nostra parola. Il discorso è qui: ripetiamo, basta ascoltare. Qui parla la Tomba di Pietro, che raccoglie le povere e trionfali spoglie del Pescatore di Galilea; qui parla il fatto che siamo riuniti insieme, membri dell’una santa cattolica e apostolica Chiesa, cementati, pur nella diversità della provenienza, della lingua, della mentalità, da questa fede che esprimiamo unanimi nel Credo. In tal modo, non acquista storica e quasi sensibile evidenza il sacramento della successione apostolica, che stiamo celebrando? Non sono i Vescovi i successori, non puramente giuridici, ma eredi in comunione sopravvivente di animazione e di ministero, degli Apostoli? ed il primo fra loro Simone Pietro non tiene forse lezione in questa Basilica a lui dedicata, se noi ricordiamo il vaticinio della prima lettera del medesimo apostolo Pietro (1 Petr. 2, 4-10), là dove appare che la sua qualifica non è che sacramento vicario della vera e prima pietra viva, Cristo stesso, supremo capostipite della mistica casa, dove ogni elemento sovrapposto diventa pure vivo, diventa stirpe eletta, regale sacerdozio, gente santa, guadagnata al disegno luminoso e misericordioso, donde è generato il Popolo di Dio? Non prendono significato organico ed armonioso la distinzione e la parentela del sacerdozio comune dei fedeli, componenti con noi il corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, rispetto al nostro sacerdozio ministeriale ed episcopale, nel quale è infusa in pienezza la potestà depositaria e comunicativa dei misteri di Dio?

L’economia della successione apostolica, gerarchica cioè e ministeriale, qui prende quasi evidenza storica e sensibile per tutti i presenti, ma imprime più fortemente nei nostri animi, di noi Vescovi, la coscienza del nostro essere sopraelevato alla vocazione apostolica, alla funzione di testimoni e di maestri della fede, alla missione di operatori della grazia, alla responsabilità tremenda ed amorosa di pastori. Lasciamoci penetrare da questo senso superiore dell’ordinazione, che stampa nella nostra persona il carattere sacerdotale di Cristo.

2. Ma ascoltiamo ancora quanto, come conseguenza logica e storica, spirituale e reale, scaturisce da questo fatto arcano e inconfutabile della successione apostolica; ciò che deve anche attrarre stamane il nostro spirito, è l’unione che ne risulta. La Chiesa, fondata sugli Apostoli, procede da un disegno eterno di Dio Padre, che, attraverso l’antica Alleanza, si è scelto il suo Popolo, erede delle promesse messianiche, e lo ha riunito mediante il sacrificio del suo unico Figlio, mediante il rito della nuova Alleanza. La successione apostolica e garanzia di quella unità, per la quale Cristo è morto e risorto (Io. 11, 52): i vescovi presiedono alle singole Chiese particolari e locali, le quali, pur essendo distanti nel tempo e nello spazio, non cessano di essere un solo e unico Popolo di Dio, come unico è Dio che le chiama e le santifica. Nella coscienza dell’universalità della Chiesa è radicata la coscienza della sua unità: «Un solo corpo e uno spirito solo, come una sola è la speranza a cui siete stati chiamati per la vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo; un solo Dio e Padre di tutti, che, sopra tutti, opera in tutti ed è in tutti» (Ep 4,4-6). Questa consapevolezza ha retto la Chiesa nei secoli della sua storia: oltre ogni rottura, oltre ogni scisma. Chiesa universale e Chiese particolari: Successore di Pietro e Successori degli Apostoli: è il linguaggio vivo della storia, che noi oggi cogliamo qui, nella sua vivezza e autenticità, e tutti ci conforta e rasserena. Anche questa voce di unità vitale e organica ascoltiamo oggi, in questa pausa di meditazione, nella celebrazione dei divini misteri.

3. Ma ancora un’altra voce arcana ascoltiamo, che continua sul filo delle precedenti riflessioni. Ed è quella del carisma della potestà pastorale, conferito ai vescovi della Chiesa di Dio secondo la precisa volontà di Cristo e la disposizione dello Spirito Santo (Cfr. Act. 20, 28): posuit Spiritus Sanctus regere. Il carisma interiore ed esteriore del vescovo è quello dunque dell’essere chiamato alla testa di quella porzione del gregge che è a lui affidata, ed appartiene all’unica Chiesa: e si esplica nell’esercizio della triplice funzione pastorale: di magistero, di ministero e di guida. Non ci sfugge come, specialmente in questi tempi recenti, si sia preteso di opporre la Chiesa carismatica a quella gerarchica, quasi si trattasse di due organismi distinti, anzi, in sé contrastanti e opposti. Di fatto, qui, nella potestà pastorale, il carisma e l’autorità coincidono: abbiamo ricevuto lo Spirito Santo, che nella missione episcopale si manifesta così, in questa simbiosi simultanea di magisterium, assistito dal lume del Paraclito, di ministerium santificando mediante la sua grazia e di regimen, nella carità del servizio: sono questi facoltà del Vescovo e doni dello Spirito. È la voce di Paolo che ce lo ricorda e conferma: «Vi sono bensì vari carismi distinti, ma un medesimo è lo Spirito; e vi sono vari ministeri, ma un medesimo Signore; e varie operazioni, ma è il medesimo Dio che opera ogni cosa in tutti» (1 Cor. 1Co 12,4-6). Dall’unico Dio-Trinità discende l’unica Chiesa, della quale i Vescovi hanno la prima responsabilità, con unicità di attribuzione carismatica e gerarchica. Non si negano certo i carismi particolari dei fedeli, tutt’altro; lo stesso passo della prima lettera ai Corinti li suppone e li riconosce, perché la Chiesa è un organismo vivo, animato dalla vita stessa, misteriosa e molteplice, imprevedibile e mobile, santificatrice e trasformatrice, di Dio; ma i carismi, concessi ai fedeli, come ancora sottolinea Paolo (1 Cor. 1Co 14, 26-33, 40), vanno soggetti a disciplina, che sola è assicurata dal carisma della potestà pastorale, nella carità.

Questa missione, che è stata conferita al corpo episcopale, ci obbliga a dare uno sguardo alla Chiesa e uno sguardo al mondo, al servizio del quale Dio ci ha posti: nella Chiesa siamo gli organi vivificanti della famiglia di Dio, chiamati a dare, come Cristo, nell’imitazione e nella sequela di Lui (Io. 15, 16), servizio e sacrificio nell’immolazione quotidiana per il gregge, assicurandogli al tempo stesso sicurezza, comunione, gaudio e tutti i doni dello Spirito (Cfr. Gal. Ga 5,22-23). Mirabile e tremenda e pur esaltante visione del nostro posto nella Chiesa, a cui dobbiamo assicurare la coesione, nell’obbedienza e nell’amore dei nostri carissimi figli! E, per poterlo fare, dobbiamo ricordare che siamo stati in certo qual modo segregati, prescelti: «segregatus in Evangelium Dei» (Rom. 1, 1).

Le esigenze del nostro ministero esigono un totale dono di sé e ci staccano da ogni vincolante o equivoco legame col mondo; ma al tempo stesso ci fanno pensare che siamo stati costituiti per il mondo, per la sua elevazione e santificazione, per la sua animazione e consacrazione. Guai al Pastore che dimenticasse anche l’unica pecorella, perché di tutte gli sarà chiesto conto: è la tradizione biblica, profetica ed evangelica, che ce lo ricorda con temibile severità. La carità di Cristo, che ci ha conferito il carisma della potestà pastorale, ce lo ha conferito per tutti gli uomini e, in modo particolare, per «coloro che in qualsiasi maniera si sono allontanati dalla vita della carità, oppure ignorano ancora il Vangelo e la sua misericordia salvifica» (Decr. Christus Dominus, CD 11).

Fratelli e Figli carissimi,

Queste le voci che, in questa basilica, presso la Tomba di Pietro, tra l’assemblea orante qui presente, risuonano oggi alle nostre orecchie, e che abbiamo cercato di captare, pur cogliendo solo qualche parte della ricchezza del messaggio che esse ci portano. Ma la meditazione continua. Per voi specialmente nuovi «fratres nostri apostoli ecclesiarum, gloria Christi» (2 Cor. 2Co 8,23), affinché, per usare ancora le parole di S. Paolo, voi «sappiate come comportarvi nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivo, colonna e sostegno della verità» (Cfr. 1 Tim. 1Tm 3,15). E l’impegno di fare tesoro di questa ora di grazia non si ferma qui. Ce lo auguriamo a vicenda. Nel proseguire la Messa, uniti al Cristo Sommo Sacerdote e Pastore, che tutti ci santifica e presenta al Padre nella rinnovazione dell’unico sacrificio redentore, chiederemo a Lui che ce ne dia l’intelligenza sempre più amorosa, e attenta, e completa. E, con l’intelligenza, ci dia la grazia per vivere in comunione col Popolo di Dio la nostra vocazione.







1972 Omelie di Paolo VI