
1973-AUDIENZE - Mercoledì delle Ceneri, 7 marzo 1973
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Che cosa vi diremo? Il periodo liturgico, al quale la Chiesa, in preparazione della Pasqua, dà tanta importanza, richiama il nostro pensiero, e ci offre una serie di temi fondamentali per la nostra vita religiosa e morale, i quali, anche se appena accennati in un breve colloquio come questo, ci possono introdurre nella scoperta dei punti decisivi della mentalità moderna positiva in ordine alla nostra professione cristiana.
Possiamo subito dire che questa professione cristiana è molto legata al corso del tempo: ogni giorno ha il suo orario. Vi è una «liturgia delle ore»; ogni buon cristiano ha in ogni giornata qualche momento di preghiera. Come ogni settimana ha il suo giorno del Signore, la domenica, che deve essere contrassegnata da un atto religioso pieno di significato e di valore, la Messa; e così tutto il corso dell’anno è scandito dalle sue feste, celebrative dei misteri di Cristo e dei Santi. Il calendario della Chiesa non è solo un fatto di costume consuetudinario; è un programma di vita spirituale. Ora la presente stagione, che chiamiamo quaresima, esige una particolare avvertenza da parte di chi vuol essere fedele alla pedagogia religiosa della Chiesa, esige un impegno più attento e osservante di quanto ella propone alle singole anime e alle varie comunità. Facciamo perno dei nostri pensieri interiori sulle parole, che appunto la Liturgia mette in risalto all’inizio di questo periodo d’intensità spirituale e che sono mutuate da San Paolo: «Noi come collaboratori (di Cristo) vi esortiamo a non ricevere indarno la grazia di Dio. Poiché Egli dice: nel tempo favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso (Is 49,8); ecco, è adesso il tempo veramente propizio; ecco, questo è il giorno della salvezza» (Cor. 6, 1-2).
Dunque, prima cosa: avere il senso del tempo, collegato col nostro destino; bisogna essere «tempisti», avere la presenza dello spirito nell’attualità, e sapere quando è il momento buono, quando è l’ora della grazia, quando è «il passaggio del Signore» (Cfr. Exod. 12, 11). Colui che disse: timeo transeuntem Deum, io temo l’Iddio che passa, ha imposto alla coscienza un tema di ben grave considerazione: la nostra sorte può dipendere da circostanze disposte da un disegno provvidenziale, le quali possono non ripetersi più.
Noi moderni, la cui vita si svolge nel complicatissimo congegno dell’organizzazione strumentale e sociale, abbiamo continuamente davanti la misura del tempo, le scadenze dei nostri diritti e dei nostri doveri, la durata delle nostre azioni, le esigenze dei nostri calendari, i calcoli dei nostri orologi e dei nostri cronometri; non dovremmo quindi sentirci vessati dalle premure, con cui la Chiesa adopera il corso del tempo per sollecitare il nostro spirito alla puntualità che riguarda i ritmi delle sue fortune. Del resto, l’avvertenza dell’ora stabilita per lo svolgimento del suo disegno messianico non è ricorrente nella parola stessa di Cristo? (cfr. specialmente nel Vangelo di Giovanni).
E svegliata così la coscienza circa l’arrivo dell’ora favorevole, la domanda nasce da sé: l’ora favorevole per fare che cosa? Alla quale domanda fa eco la risposta caratteristica del tempo quaresimale, ma comprensiva di tutta la durata della nostra esistenza temporale: per convertirsi. Per convertirsi? Sì, questa è l’ora della conversione. Non siamo già convertiti? cioè non siamo già nell’ordine della salvezza? cioè della fede, della grazia, della Chiesa? non siamo forse cattolici?
Questa parola «conversione» merita da parte di tutti una riflessione speciale. Gli esegeti ci diranno che nel caso nostro, cioè nel linguaggio biblico, travasato in quello liturgico, il termine «conversione» è in stretta parentela, quasi di sinonimia, con altri due, che sono: la penitenza (in gr. metánoia) e orientazione nuova (in gr. epistrofé). Così Gesù inaugura la sua predicazione secondo l’Evangelista Marco: «Egli diceva: il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: fate penitenza (cioè convertitevi), e credete al Vangelo (alla buona novella)».
Noi possiamo ora contentarci di tradurre in termine pratico questa austera parola della conversione, chiamandola riforma interiore. A questa riforma siamo chiamati; la quale ci fa capire subito molte cose. La prima riguarda l’analisi interiore del nostro spirito; sì, una specie di psicanalisi religiosa e morale: dobbiamo ripiegarci sopra noi stessi per esaminare quale sia la vera direzione principale della nostra vita, quale sia cioè il movente abituale e prevalente del nostro modo di pensare e di agire, quale sia la nostra ragione di vivere, quale lo stile morale della nostra personalità: possiamo dirci uomini onesti? cristiani coerenti e fedeli? Il timone della nostra rotta è rivolto verso la giusta meta? ovvero la sua direzione ha bisogno d’essere rettificata? Questa è la prima conversione; e nessuno vorrà contestare l’opportunità d’una tale verifica. Anche a questo riguardo la vita profana offre modello per quella spirituale: non facciamo noi i bilanci annuali delle nostre amministrazioni economiche? come vanno i nostri affari? e gli affari della vita religiosa e morale? non è la disciplina quaresimale, specialmente se corroborata dai così detti «esercizi spirituali», tutta rivolta a verificare la rettitudine fondamentale del nostro vivere?
Poi questo studio su se stessi ci metterà in grado di scoprire il groviglio della nostra psicologia operativa; troveremo forse peccati, o almeno debolezze che avrebbero bisogno di penitenza, di riforma profonda. Vedremo, ad esempio, che certi caratteri salienti della nostra personalità sono spesso tutt’altro che lodevoli, specialmente dove le nostre passioni ci danno il gusto di operare, e perciò l’illusione d’essere liberi, mentre siamo vittime di noi stessi, cioè di queste energie istintive, cieche e punto degne d’un uomo perfetto, e tanto meno d’un seguace di Cristo; così vedremo finalmente l’enorme influsso che ha sopra la libera e ragionevole scelta delle nostre idee e il governo personale delle nostre azioni l’ambiente esteriore nel quale viviamo. Quante crisi, giovanili specialmente, qualificate sotto il vessillo dell’emancipazione, sono tutt’altro che libere, ma momenti interiori di conformismo, e talora di viltà verso la prevalenza della moda, dell’interesse e della forza!
La conversione, a cui la ricorrente revisione prepasquale ci invita, ci offre occasione, ed insieme i mezzi a ciò necessari, d’una «psicoterapia» rinnovatrice. Anche dalla creta dell’«uomo vecchio», che siamo noi, specialmente se abbandonati al gioco guasto del nostro essere decaduto, può venir fuori, su l’esempio e con l’ausilio di Cristo per noi morto e risorto «l’uomo nuovo», predestinato a felici, eterni destini. Lo auguriamo per tutti con la nostra Apostolica Benedizione.
Sacro ministero fra gli emigranti
Figli carissimi,
desideriamo dirvi, con grande sincerità, la nostra profonda letizia e la nostra paterna compiacenza, perché alla conclusione del corso di aggiornamento e alla vigilia di ritornare a svolgere il vostro impegnativo ministero in mezzo agli emigranti, sparsi nei vari continenti, avete desiderato ardentemente questo incontro, per esprimerci i sentimenti della vostra devozione e per ricevere una nostra parola di sprone, di incoraggiamento, di conforto.
In mezzo ai vostri fratelli emigranti dovete continuare a rendere concreta, con la vostra azione instancabile e generosa, la presenza viva, materna ed operante della Chiesa, la quale, nel ritmo sempre crescente delle trasformazioni sociali ed economiche, guarda con particolare amore e con preoccupata attenzione a tutti coloro che, per la legittima esigenza di assicurare un onesto e dignitoso sostentamento a sé ed ai propri familiari, sono costretti a vivere lontani dalla patria, dagli amici e, spesso, dai loro affetti più cari.
Nella vostra esperienza missionaria voi avete potuto rilevare quali e quanti problemi di carattere spirituale, morale, psicologico ed economico devono affrontare gli emigranti, specialmente all’inizio della loro nuova, e talvolta drammatica, situazione.
Siate accanto a loro, con loro, mediante la vostra azione sacerdotale, fondata sull’unione con Cristo, corroborata dalla preghiera, permeata di autentica povertà, di ardente carità, di delicata comprensione, confortati dal pensiero che la vostra opera è grandemente meritoria presso Gesù, il quale considera come fatto a sé ogni minimo gesto di dedizione rivolto ai fratelli, e presso la Chiesa, la quale vi esprime la sua incessante gratitudine.
Con questi voti, vogliamo manifestarvi tutta la nostra benevolenza, mentre vi impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione, che estendiamo altresì a tutte le persone che vi sono care.
Il settimanale «La Fedeltà»
Un particolare saluto desideriamo ora rivolgere al Pellegrinaggio dei dirigenti e lettori del settimanale diocesano «La Fedeltà» di Fossano. Accompagnati dal loro Pastore, il venerato Monsignore Giovanni Dadone, sono venuti a portarci l’attestato della loro devozione e a chiedere una parola di incoraggiamento e di benedizione in occasione del 75° anno di pubblicazione del loro periodico.
Noi volentieri ve la concediamo, carissimi figli, questa parola, perché il vostro antico settimanale ha ben meritato della formazione cristiana della vostra comunità. Per questa opera di apostolato della stampa che voi svolgete, figlioli, siate benedetti dal Signore. Noi auspichiamo che il vostro settimanale sia sempre la voce amica, che reca puntualmente nelle vostre famiglie la buona parola che istruisce, conforta, ammonisce e tien desta ed operosa la coscienza del bene. L’apostolato del giornale cattolico è ciò di cui la Chiesa oggi ha particolarmente bisogno. È il grande compito dell’ora.
E desideriamo altresì che facciate onore al titolo, che il vostro periodico porta. Nato come un atto di amore alla Chiesa, esso ha ricevuto la parola d’ordine del suo fondatore, Monsignore Emiliano Manacorda, di mantener fede al Papa, «sempre, senza tergiversare e senza equivoci». È nel solco di questa avita fedeltà che noi auguriamo al vostro settimanale di rinnovare la sua giovinezza e di continuare per l’avvenire il suo cammino.
Con tale auspicio paternamente vi benediciamo.
Gruppi di lingua inglese
We are pleased to welcome a group of students and teachers from Marymount International School in Rome, together with members of the Parents’ Association. We offer our best wishes to the Religious of the Sacred Heart of Mary for the continued prosperity of their undertaking on behalf of young people. It is our prayer that the education offered by the School will be for all who receive it a source of ever deeper appreciation of the grace they have been given, and will help them to realize ever more fully their dignity as children of God.
We also welcome today two bands: that of Archbishop Carroll High School in Washington, and the “ Marching Kings ” from Rochester, New York, whom we had the pleasure of meeting a year ago. By using your talents you bring pleasure and happiness to many people. We thank God for the abilities which he has given you, and we pray that he will ever bless your activities.
A special greeting to a group of Canadian students from Ontario. We thank you for wishing to pay us this visit. It is our hope that your stay in Rome will be enjoyable, and an experience that you will remember for many years. May it also bring you many graces. We ask you to take our cordial good wishes to your families at home, and we assure you of our prayer that the Holy Spirit will guide you in your studies.
With our Apostolic Blessing.
Gli sportivi del «Manchester United»
We are pleased to welcome the members of the Manchester United football team, led by Sir Matt Busby, whose name is so well known in the world of sport.
We hope that your visit to Rome will be a pleasant one. Rome is a city full of history and memories, a city which through the course of the centuries has played an important part in the story of God’s dealing with his creatures and of man’s search for happiness and salvation. During your stay, we trust that you may have some experience of the special atmosphere of the city, and that you will take away with you memories that will remain for many years to come.
You have come to Rome in the cause of sport. Through your skill you give pleasure to vast numbers of people, and in particular to the young. As you are well aware, your names and the name of your team are familiar in millions of homes, schools, colleges and wherever football is played, not only in your own country but in many parts of the world. We need hardly remind you of the great responsibilities that follow from this. Your activities are followed, in every detail, by so many individuals, who admire your abilities and who look up to you.
What we would say to you therefore is this: never cease to be conscious of the influence for good that you can exercise. Always seek to live up to the finest ideals, both of sport and of right living. Always strive to give an example of manliness, honesty and courtesy, both on the field of sport and in your daily lives. Be worthy of imitation by those whose eyes are constantly upon you.
We say to you once more: welcome to Rome. We thank you for wishing to visit us today. Upon you all and upon your dear ones we invoke the blessings of God.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Noi vi richiameremo anche quest’oggi alla spiritualità della quaresima. Essa si pone sulla linea teologica e pedagogica del mistero pasquale, l’opera della Redenzione da parte di Cristo, il raggiungimento della salvezza da parte nostra. La quaresima costituisce la raggiera delle vie preparatorie che si concentrano nel mistero pasquale. Cerchiamo di conoscere e di percorrere queste vie. È cosa che investe non solo gli esercizi della nostra devozione religiosa, ma che mette in evidenza i problemi fondamentali della nostra coscienza morale e religiosa, quali si presentano nei loro termini ricorrenti e generali, come pure nella loro esperienza attuale e personale.
È chiaro, ad esempio, che la disciplina quaresimale mira, tra l’altro, a risvegliare in noi l’avvertenza del peccato, che è nel mondo, e che è ed è stato in noi. Questo del peccato è uno dei temi principali di questo periodo penitenziale, che tende cioé a individuare i nostri peccati, a espiarli, a ripararli. È un tema, si può dire, antipatico, come lo sono le malattie e le disgrazie nella vita dell’uomo; ma tema inevitabile, e assai importante, se da esso dipende il nostro essere cristiano e il nostro eterno destino. Tema immenso, che risale, niente meno, al primo uomo, nel quale si apre tragicamente il dramma della storia, e dal quale deriva, per via di generazione, a ogni figlio di Adamo la triste eredità del peccato originale, con tutte le disfunzioni psicologico-morali della nostra natura, con la perdita della nostra vitale amicizia con Dio, e con la necessità di una rinascita nella grazia del battesimo (Cfr. Io. 3, 5), quale appunto la Pasqua ci farà celebrare nel rito sacramentale per i catecumeni, nella memoria e nel sacramento della penitenza per ciascuno di noi; di quanti cioè «faranno Pasqua».
Disegno grande, profondo, nel quale l’amore misericordioso di Dio viene in traccia di noi per ristabilirci nella sua vita, nella gioia e nella pace, vale a dire nel rapporto religioso perfetto, che ha in sé il pegno di dilatarsi e di eternarsi nel regno futuro di Cristo e di Dio.
Ma a questo punto ci accorgiamo che una parola fa cardine inferiore di tutto il sistema; ed è la parola «peccato»: peccato, che cos’è? Parliamo adesso non più del peccato originale, ma di quello che il catechismo chiama attuale. E la difficoltà dell’uomo profano moderno a parlare di peccato nasce dal fatto che nel concetto di peccato si include un riferimento a Dio; e Dio non dev’essere più chiamato in causa nel linguaggio, anzi nel pensiero, nella coscienza dell’uomo secolarizzato, quale vuol essere il figlio del nostro tempo; il quale, occorrendo, parlerà di infrazione all’ordine (. . . ma l’ordine non reclama esso pure un riferimento trascendente a Dio?), ovvero di colpa, oppure di libero esercizio delle proprie facoltà, e così via, ma non di peccato, che implica un concetto morale, collegato per via metafisica al primo Principio d’ogni cosa, ch’è Dio.
Ebbene questa è una delle lezioni basilari che la quaresima ci ricorda e ci inculca: ogni nostra azione, libera e cosciente, oltrepassa il confine personale e segreto della nostra persona; e, volere o no, è registrata dall’occhio onnipresente di Dio; è responsabile non solo davanti al giudizio riflesso della nostra coscienza, e non solo davanti a quello del complesso sociale in cui si vive; è responsabile davanti a Dio; e senz’alcuna fatica, senza alcuno artificio psicologico, senza alcuna flessione illogica o falsamente sentimentale, chi avverte di aver commesso una infrazione al proprio dovere, una violazione voluta alla rettitudine morale, scoppia, dentro di sé, nel grido biblico : «Contro te solo [o Dio], io ho peccato, e ho fatto ciò ch’è male ai tuoi occhi» (Ps 50,6). Ricordate la stessa voce del figlio prodigo del Vangelo: «Padre, ho peccato contro il cielo e contro di Te» ().
Questo è importantissimo per comprendere e per vivere il cristianesimo: avere il senso del peccato. Il che comporta avere una visione limpida della propria coscienza: viene qui spontanea la raccomandazione pedagogica, filosofica, ascetica del «conosci te stesso»; cioè dell’utilità dell’esame di coscienza, della ricerca dell’onestà interiore (Cfr. Matth Mt 15,11); della sensibilità morale e spirituale, potremmo dire della mondezza dell’anima (Cfr. S. Caterina da Genova; cfr. DANTE, Purg. III, 8: «. . o dignitosa coscienza e netta») dell’igiene dello spirito. V’è chi teme che questa riflessione critica su se stessi sia causa di debolezza e di scrupoli, mentre l’effetto normale dovrebbe essere l’opposto, cioè la virile franchezza, la sincerità interiore, la maturità del proprio giudizio, l’emancipazione dalle facili viltà di chi ascolta piuttosto le pressioni dell’ambiente, che non l’imperativo liberatore della coscienza (Cfr. la vita di S. Tommaso Moro).
Una obiezione può sorgere proprio a riguardo della coscienza: non basta essa a stabilire la norma del nostro agire? non abolisce la coscienza i decaloghi, i codici, i regolamenti che ci vengono imposti dal di fuori, dalle autorità, dalle strutture sociali? Problema attualissimo, ma assai delicato. Ripetiamo ora semplicemente: la coscienza soggettiva è la prima e immediata norma del nostro agire, ma essa ha bisogno di luce, cioè di vedere qual è la norma da seguire, specialmente quando l’azione non ha in se stessa l’evidenza delle proprie esigenze morali; ha bisogno d’essere edotta e allenata circa la scelta corretta e ottimale dal magistero d’una legge pubblica, o comunque informata e sapiente circa l’ordine globale in cui si svolge la nostra vita; e docile a questa saggezza è essa stessa che trova giusta e doverosa l’obbedienza all’ordine legittimo.
Ma ci basti per ora l’accenno fatto alla necessità di considerare le nostre azioni responsabili davanti a Dio, e di riconoscerle, se disordinate, quali purtroppo sono, peccati. Dai quali il fiume di novità e di grazia della celebrazione del mistero pasquale ci deve felicemente purificare e guarire. Come noi auguriamo a tutti, con la nostra Benedizione Apostolica.
I mercati europei del carbone
Nous tenons maintenant à saluer particulièrement les membres du Colloque sur l’évolution des marchés européens et internationaux du charbon à coke et du coke.
Chers Messieurs, vous avez désiré Nous rencontrer au cours de votre réunion romaine, organisée dans l’auditorium de l’IRI, par le Comité du Charbon de la Commission économique pour l’Europe, en collaboration avec la FINSIDER. Nous sommes très sensible à cette démarche de courtoisie et Nous vous en remercions.
Nous ne pouvons malheureusement pas aborder avec vous les problèmes complexes que vous vous proposez d’étudier ces jours-ci. Sachez du moins l’estime dans laquelle Nous tenons votre travail hautement qualifié, et ce style d’échanges largement ouverts entre partenaires industriels des divers pays d’Europe et d’autres continents. Vous voulez être en mesure de faire face aux nouvelles conditions de demande et d’exploitation du coke. L’Eglise, en tant que telle, n’a pas de compétence en ce domaine technique, mais elle encourage ses fils à oeuvrer avec leur conscience professionnelle et leur sens de la justice dans cet aménagement au service de la société; et pour marquer son intérêt, elle envoie volontiers des représentants auprès de certains organismes spécialisés européens ou internationaux.
Cette question économique, en effet, Nous touche d’autant plus qu’elle couvre un secteur important de la coordination, disons même de la collaboration, que l’Eglise souhaite voir s’intensifier entre les peuples, en Europe et au-delà de l’Europe. Elle affecte aussi l’emploi de milliers de travailleurs et leurs conditions de travail: au regard de cette situation humaine, l’Eglise, vous le savez, est particulièrement attentive. Enfin par delà ce problème apparemment limité à vos pays, se profile la question des rapports commerciaux avec le Tiers-Monde dont personne ne peut ignorer l’enjeu.
Puissent ces quelques mots vous manifester l’importance attribuée par l’Eglise que Nous représentons à l’heureuse poursuite de votre travail et de vos échanges. Nous prions le Seigneur de vous assister de son Esprit au service de vos compatriotes et de l’ensemble de vos pays. Et sur vos personnes, comme sur les vôtres, Nous invoquons de tout coeur sa Bénédiction.
L’Istituto del Sacra Cuore alla Trinità dei Monti
Nous nous adressons maintenant au groupe très nombreux des élèves de l’Institut romain du Sacré-Coeur, aux Religieuses, professeurs et parents qui les accompagnent. Votre école est située dans un des cadres les plus merveilleux de Rome, à la Trinité des Monts, dans un établissement aux murs chargés d’histoire. Nous connaissons aussi l’oeuvre éducative, profonde et exigeante, que ce collège a accomplie depuis long-temps et dont ont bénéficié tant de familles chrétiennes. Les jeunes d’aujourd’hui ont besoin, non seulement d’une formation humaine et culturelle largement ouverte aux aspirations de notre temps, mais aussi d’un climat où se trempent les âmes généreuses, où elles s’enracinent dans la foi, où elles se préparent à donner le meilleur d’elles-mêmes au service de 1’Eglise et de la société.
Chères Filles, soyez-en bien persuadées, le moment que vous vivez est capital pour vous, pour votre avenir. Recherchez cet élargissement du coeur et de l’esprit qui enrichira aujourd’hui vos relations humaines et qui, demain, vous permettra de faire face à vos engagements dans la famille ou la profession. Nous souhaitons aussi à vos éducatrices de faire face à leur haute responsabilité dans le cadre plus difficile d’aujourd’hui. En priant le Sacré-Coeur de vous donner à toutes ses grâces de lumière et de force, Nous vous accordons notre affectueuse Bénédiction Apostolique.
Al Consiglio mondiale delle Chiese
We also welcome the members of the Urban and Industrial Mission Advisory Group of the World Council of Churches. We greet you in friendship and brotherhood. We are glad that you have decided to hold your meeting in this venerable city, so rich in history and culture and so precious to Christians. The task you have set yourselves it to work for the poor. We pray that in your deliberations you will be enlightened and guided by the Holy Spirit.
Visitatori del Giappone
We extend a warm greeting to the members of the “Ab Ortu Solis” group from Japan, led by the Fathers of the Divine Word Seminary in Nagoya. It is always a great pleasure for us to welcome visitors from your country. While thanking you for wishing to be here today, we express the hope that your stay in the city of Rome will be an enjoyable one, and that you will take back with you to Japan memories that will always remain fresh in your minds. We assure you of our prayers, and we ask you to convey our best wishes to your families and friends at home.
Facoltà medica della «Loyola University»
It is also our pleasure today to greet a group of doctors: the members of the nineteen forty-eight class of graduates of the Strich School of Medicine of Loyola University in Chicago, together with their wives and members of the University faculty. We need not say how much we appreciate the vital service that you render to society. In your work for your fellow men may you always be faithful to the high principles of your profession., and mindful of the sacredness and dignity of human life, We trust that your visit will be a memorable part of your celebration of the silver jubilee of your graduation.
With our Apostolic Blessing.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Oggi vogliamo ricordare l’anniversario di un fatto che ha segnato profondamente la storia della Chiesa, e certo anche quella della civiltà. Dieci anni or sono, in questo stesso giorno, 11 aprile, il nostro venerato Predecessore Giovanni XXIII dirigeva a tutti gli uomini di buona volontà la sua Lettera Enciclica «Pacem in terris», la quale ha suscitato nel mondo una eco che ancora non si è spenta, ed ha spinto individui e collettività di diverso credo religioso, di diversa razza e cultura, di diverso ambiente sociale e politico, a profonde riflessioni.
Nessuno si lasci invadere lo spirito da un senso di noia, dicendo dentro di sé: non è discorso nuovo; si è già fin troppo parlato di pace, così che ormai ‘questo tema ci lascia quasi indifferenti; e ciascuno ritorna alla mentalità d’una volta, quella che vorremmo superata, dopo le tristissime esperienze delle guerre recenti, dopo l’avvertenza dei disastrosi presagi di possibili conflitti prossimi o futuri, e che invece una quasi istintiva attrazione ci porta a fissare in opinioni fatali: ciò che preme, più della pace, più dell’ordine, più della giustizia, è la forza, è la lotta, in potenza o in atto che sia, è il proprio interesse, individuale, o sociale, o nazionale, è, tutt’al più, il precario e sovente illusorio equilibrio delle forze, nel quale la propria sia in grado di prevalere su quelle altrui. Questa, si dice, è la storia reale, è la politica machiavellica se volete, ma positiva. Allora, noi chiediamo, una volta ancora, l’egoismo deve presiedere ai destini dei popoli; e la legittima e doverosa tutela del proprio giusto benessere non deve essa pure essere ispirata dall’amore, non moderata dalla giustizia, non inquadrata nella pace?
La pace, questo è il principio della nuova civiltà, ricordiamolo bene; non deve essere la pace una pausa contingente della storia, ma stabile fermento della umana società; non una situazione parziale in un mondo orientato ormai verso l’unità, ma universale; non una condizione pietrificata in uno stato, che lo sviluppo delle cose e degli uomini denuncia intollerabile, ma dinamica e sollecita sempre a tutelare, sopra ogni altro, il primato dell’uomo, considerato nel complesso globale del suo essere, dei suoi diritti, dei suoi doveri, dei superiori destini.
Quell’Enciclica ha vigorosamente richiamato ogni uomo di buona volontà a meditare uno dei doveri più gravi dell’individuo nella società contemporanea: quello di diventare sempre più cosciente della sua tremenda responsabilità e del suo irrinunziabile impegno di fronte a ciascun altro uomo nel collaborare alla costruzione e alla difesa della pace, secondo le linee tracciate dal Nostro Predecessore: «La pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può essere instaurata e consolidata ‘solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio . . . ordine fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità e posto in atto nella libertà» (AAS LV, Lv 1963, pp. 257, 303).
La «Pacem in terris» ha contribuito a sviluppare una missione essenziale della vita della Chiesa, facendo sentire e facendo diventare la pace qualcosa di veramente incarnato nella sua vita pastorale, e non ‘solamente qualcosa di addizionale e di riservato a pochi.
Un nuovo spirito e una nuova sensibilità si sono manifestati ad ogni livello della Chiesa: nelle comunità cristiane, nelle organizzazioni laiche, particolarmente fra i giovani, negli istituti religiosi, nel clero e nell’episcopato.
E anche fra i nostri fratelli cristiani e fra coloro che professano altre religioni, o non ne professano alcuna, si è affermata in questi ultimi anni una sempre maggiore consapevolezza di quanto la pace sia un prezioso e inalienabile bene per il mondo, e si è manifestato un sempre più vivo desiderio di promuovere studi, movimenti e attività a favore della pace.
Una tale sollecitudine, insieme a una crescente e sincera ricerca di dialogo, hanno anche portato a un consolante sviluppo di intese e di iniziative nel promettente campo dell’ecumenismo.
Non ci sembra ardito pensare che l’Enciclica abbia validamente contribuito allo sviluppo di quella sensibilità e di quel dialogo, così come certamente ha favorito quelle intese e quelle iniziative ecumeniche, che fanno della pace un tema obbligato e centrale della mentalità e quindi della civiltà dell’uomo sociale moderno.
In questo decimo anniversario della «Pacem in terris», il Signor Cardinale Maurice Roy, Arcivescovo di Quebec, nella sua qualità di Presidente della Pontificia Commissione «Iustitia et Pax», ci ha fatto pervenire una lettera, accompagnata da un documento, in cui egli presenta un’analisi, insieme a riflessioni e pensieri, per mettere in rilievo quanto profondamente 1’Enciclica abbia contribuito ad accrescere negli animi l’anelito e la ricerca della pace.
Se da una parte ci rallegriamo nel farci attenti a tanti positivi echi della voce del nostro Predecessore, e nel costatare come l’impegno di pace cresca nelle coscienze di singoli e di collettività, d’altra parte non possiamo non notare che la pace è un bene di cui il mondo ha ancora un estremo bisogno, e che le offese alla pace continuano a moltiplicarsi un poco dappertutto, mediante l’ingiustizia, la violenza e l’oppressione.
Durante gli anni del nostro Pontificato, seguendo questa linea maestra della odierna pedagogia, rivolta a formare un nuovo spirito della convivenza umana, anche noi non ci siamo mai stancati di compiere ogni sforzo per la difesa della pace, per convincere gli uomini della sua radicale necessità, per promuovere maggiore comprensione fra i popoli e per difendere coloro che soffrivano a causa di situazioni pseudo-pacifiche, cioè ingiuste, ovvero corrose e rovinate da conflitti in azione.
Il contenuto sempre valido del messaggio della «Pacem in terris» ci offre in questo decimo anniversario un conforto e un nuovo slancio a operare infaticabilmente per costruire la pace nel mondo. Vorremmo veramente augurarci che esso continui ancora a trovare eco e a suscitare ispirazione, fiducia e impegno in tutti gli uomini di buona volontà, rendendo tutti, singoli e comunità, veramente coscienti che «la pace è possibile», - come s’è detto quest’anno per la «giornata della pace» -, e dunque essa è doverosa!
Per quest’impresa tanto nobile e alta, che richiede la costruttiva partecipazione di tutti, ma per la quale le forze umane sono tanto tenui e fragili, è necessario l’aiuto dell’alto. Oggi la nostra invocazione, ripetendo quella che il nostro Predecessore poneva dieci anni or sono al termine della sua Enciclica, sale «a colui che ha vinto nella sua dolorosa Passione e Morte il peccato (...) e ha riconciliato l’umanità col Padre Celeste nel suo Sangue» (Pacem in terris , AAS 55, 1963, 303) ed ha perciò stabilito la migliore premessa della riconciliazione degli uomini fra loro. Sia dunque Cristo, il Principe della pace (Is 9,6), a portare questo prezioso dono al mondo, Egli che «venne ad evangelizzare la pace a voi, che eravate lontani, e la pace ai vicini» (Ep 2,17).
Così tutti, alla scuola del grande documento, lasciato a noi, alla Chiesa, alla storia, da Papa Giovanni XXIII, procuriamo di educare i nostri animi alla vera pace, pensando, operando, pregando, con la nostra Benedizione Apostolica.
Cospicuo gruppo di studenti ed insegnanti italiani
Figli carissimi,
A voi il nostro affettuoso e cordiale saluto! E insieme a voi salutiamo rispettosamente le autorità scolastiche, gli insegnanti e i familiari che vi hanno accompagnato in questa Udienza.
Il vostro numero così rilevante, e il fatto che provenite da scuole delle diverse parti d’Italia, ci obbliga ad esprimervi tutta la gioia e la soddisfazione che procura al nostro animo questo graditissimo e gioioso incontro. Siete venuti per porgere omaggio al Vicario di Cristo qui presso la tomba del Principe degli Apostoli: il che ci dice i vostri sentimenti di fede, e anche la vostra fierezza di essere giovani credenti e figli della Chiesa cattolica.
Noi facciamo tanto affidamento, figlioli, su di voi. Lasciate allora che vi raccomandiamo di essere non soltanto fieri, ma anche degni della vostra fede. E così sarà, se essa penetrerà profondamente il vostro modo di pensare e di agire. Giacché il cristianesimo non può appagarsi di giovani mediocri, non può essere vissuto in una maniera qualunque; o lo si vive in pienezza o lo si tradisce.
Conosciamo le aspirazioni che si muovono nel vostro cuore, la generosità e lo slancio di cui siete capaci, la vostra sete ardente di ideali che possano dare all’esistenza umana la sua bellezza e la sua dignità. Trepidiamo, è vero, al pensiero delle insidie che si trovano sul vostro cammino, in mezzo a un mondo così pieno di scetticismo, di inquietudine, di fermenti pericolosi, di attrattive verso il piacere disonesto. Ma voi, giovani carissimi, sappiate essere forti, pensosi, maturi: la gioventù di oggi lo è molto più di quella di ieri, e perciò abbiamo viva speranza che dalle vostre generazioni sorga un mondo nuovo più umano, più giusto, consapevole delle vere esigenze della società, aperto alle meravigliose conquiste del progresso, ma non per questo dimentico delle sofferenze e dei bisogni nei quali versa tanta parte dell’umanità.
La scuola che voi frequentate, vi educa a questa grande, necessaria coscienza e alla sua conseguente missione. Per imparare l’amore ai valori della vita, dovete amare la scuola; essa è davvero per voi un preziosissimo aiuto, di cui dovete sapervi avvantaggiare con tutte le forze. Siatene grati ai vostri insegnanti, e soprattutto sappiate infondere al vostro studio un’anima religiosa che lo sostenga, lo elevi e lo santifichi.
Su ciascuno di voi noi invochiamo la grazia del Signore, affinché possiate rispondere alle attese dei vostri benemeriti educatori con tutto l’ardore e la spontaneità dei vostri giovani anni, e perseverare con generosità per il restante corso degli studi, e soprattutto della vostra vita.
Con tale augurio, impartiamo di gran cuore la Benedizione Apostolica a voi tutti qui presenti, alle vostre famiglie, ai vostri insegnanti e alle vostre rispettive scuole.
1973-AUDIENZE - Mercoledì delle Ceneri, 7 marzo 1973