
1973-AUDIENZE - Mercoledì, 10 ottobre 1973
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Figli e Fratelli carissimi,
Ci prepariamo all'Anno Santo, come già si è più volte ripetuto; e ci sentiremo ripetere due parole programmatiche: rinnovamento e riconciliazione. Potremmo vedere nella prima parola, rinnovamento, tutto lo sforzo, l’opera, il frutto spirituale, morale e sociale soggettivo, che ciascun fedele e la Chiesa intera intende operare sopra di sé; nella seconda parola, riconciliazione, sembra invece adombrata un’azione oggettiva, o meglio relativa a rapporti che superano i confini personali o collettivi dell’ambito interiore nostro, e che si riferiscono all’ambito esteriore nel quale viviamo e dal quale siamo circondati. Comunque i termini sono molto chiari e intuitivi per tutti: dobbiamo rinnovarci al di dentro, e dobbiamo pacificarci al di fuori. Dentro e fuori. Tuttavia questa divisione è semplicista, e nella realtà poi dev’essere integrata.
Vediamo, ad esempio, questa volta, il senso che intendiamo dare alla seconda parola programmatica: riconciliazione. Che cosa vuol dire? a chi e a che cosa si riferisce?
Notiamo subito che essa suppone una rottura, alla quale dobbiamo portare rimedio e riparazione; suppone un disordine, un contrasto, un’inimicizia, una separazione, una solitudine, un’interruzione nell’armonia d’un disegno che reclama un’integrità, una perfezione, la quale corregga e superi un nostro isolamento egoista ed instauri in noi e intorno a noi una circolazione dell’amore. Abbiamo noi coscienza di questo bisogno di riconciliazione? Questo è un punto importante. Rappresenta una grande novità nella coscienza umana, sia dell’uomo rispetto a se stesso: non è forse più uomo, veramente uomo, colui che, avendo coscienza di sé, avverta, col proprio tirannico egoismo, anche la propria angusta esistenza, la propria aseità, il proprio isolamento, la propria insufficienza? sia poi nella coscienza sociale: il bisogno degli altri è iscritto nel nostro essere stesso; nessuno basta a se stesso; come ciascuno pensa d’integrarsi nel rapporto con gli altri? nella lotta, o nell’ordine? e poi ancora, e specialmente, nella coscienza religiosa, la quale segna il vertice della consapevolezza della nostra posizione nel mondo dell’Essere e nel destino relativo che a noi è riservato. Riflettiamo bene, ed accorgiamoci che abbiamo bisogno, su questo triplice fronte, quello solipsista, quello sociale, quello religioso, d’una riconciliazione. Non siamo, da noi stessi, circondati da un ordine perfetto; da ogni lato ci viene il pungolo d’una deficienza, d’un rimprovero, d’un rimorso, d’un pericolo. L’analisi psicologica ci porterebbe lontano. Fermiamoci per ora a un semplice accenno ai tre aspetti (ai tre fronti, abbiamo detto) denunciati dalla nostra coscienza come bisognosi di riconciliazione.
Il primo, quello della nostra inquietudine interiore, dal fatto che ci sentiamo vivere e insieme venir meno, insufficienti a noi stessi, pieni di energie e di deficienze, tormentati da un nostro insaziabile egoismo, documento al tempo stesso del nostro diritto a vivere e della nostra soggettiva povertà. Dove, come trovare la pacificazione? l’integrazione, l’equilibrio, la pienezza della nostra personalità? La risposta è pronta: l’amore è la nostra pace interiore. La questione allora si sposta: quale amore? Non risponderemo ora a questa domanda; diremo soltanto che per essere felici bisogna apprendere «l’arte di amare»; arte di cui la natura stessa è maestra, se bene ascoltata e interpretata secondo la grande e sovrana legge dell’amore, quale ‘Cristo ci ha insegnata: ama Dio, ama il prossimo, con le applicazioni austere e vitali, che tale legge comporta. Se imparassimo davvero ad amare come si deve non sarebbe trasformata nella pace e nella felicità la nostra vita personale, e di conseguenza quella collettiva? L’Anno Santo dovrà mettere nei suoi programmi anche questo capitale paragrafo: l’amore, restaurare l’amore, quello vero, quello puro, quello forte, quello cristiano.
E circa la riconciliazione sociale, che cosa diremo? Oh! quale capitolo dalle mille pagine ! diremo soltanto che la riconciliazione, cioè la pace, diventa ogni giorno più una stringente necessità, una insorgente necessità. Non si sperava noi tutti, dopo l’ultima guerra mondiale, che finalmente la pace sarebbe acquisita per sempre? non ha fatto il mondo degli sforzi veramente grandiosi per inserire costituzionalmente la pace nello sviluppo della civiltà? per rendere i popoli sicuri per sé, fratelli per gli altri? Ma l’atroce e paurosa esperienza di questi anni ci richiama ad una triste realtà: la guerra è ancora, è sempre possibile! la produzione e il commercio degli armamenti ci mostra anzi ch’essa è più facile e più disastrosa di prima. Viviamo anche oggi una dolorosa, e non unica vicenda di guerra. Siamo umiliati e impauriti. Possibile che sia questo un malanno inguaribile dell’umanità? Qui, noi dovremmo ancora osservare la sproporzione congenita nell’umanità fra la sua capacità idealizzatrice e la sua morale attitudine a mantenersi coerente e fedele ai suoi programmi di progresso civile; e allora si è tentati di dire: è impossibile al mondo conservarsi pacifico. Rispondiamo: no; Cristo, nostra pace (Ep 2,14), rende possibile l’impossibile (Cfr. Luc Lc 18,27); se seguiamo il suo Vangelo, il connubio fra la giustizia e la pace può realizzarsi; non certo cristallizzarsi nell’immobilità d’una storia ch’è invece in continuo svolgimento; ma può essere! può rigenerarsi! Ed è ciò che noi mettiamo allo studio dell’Anno Santo: la riconciliazione, a tutti i livelli, della vita familiare, comunitaria, nazionale, ecclesiale, ecumenica. Ed anche sociale. Perché non può concepirsi una convivenza sociale, dove certamente gli interessi sono differenti e contrastanti, che sia fondata sulla organica e giusta cooperazione, e perciò sulla pace umana e cristiana di quanti vi hanno parte? Sono sogni? sono follie? Ecco la nostra originalità; noi crediamo che questa escatologia politica, questa parusia morale, sia dovere cristiano, qualunque sia nella contingenza storica il grado della sua effettiva applicazione; l’amore, la giustizia, la pace sono ideali vivi e buoni, pieni di energia sociale, che noi non dobbiamo mutuare all’odio e alla lotta, per tendere a quella concreta pacificazione, che realizzi nella sapienza e nella bontà la parola di Cristo: «voi tutti siete fratelli» (Mt 23,8).
Ecco un altro immenso compito per l’Anno Santo.
Il quale avrà indubbiamente una preferenza da assegnare alla terza pacificazione, quella religiosa, che di fatto sta al primo posto; vogliamo dire il ristabilimento per ognuno di noi, per la Chiesa intera, e, Dio volesse, per il mondo, del rapporto di verità e di grazia col Padre celeste. È il compito primo, immancabile dell’Anno Santo: ristabilire la pace fra noi e Dio nell’esperienza meditata e vissuta della parola incomparabile, tanto cara a S. Paolo, di riconciliazione. Ma essa esige una lezione a sé, e perciò ci contentiamo di affidarla alla vostra memoria, fin d’ora e per l’Anno Santo che viene. Riconciliazione con Dio (Cfr. 2 Cor 2Co 5,20).
Con la nostra Apostolica Benedizione.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Chi segue queste nostre settimanali conversazioni con i visitatori delle Udienze generali sa che noi da qualche tempo cerchiamo di abituarci a pensare i grandi problemi della vita moderna in chiave del prossimo Anno Santo, cioè cercandone la soluzione mediante la duplice sintesi tematica che è stata prefissa a tale importante e generale avvenimento. Si è parlato, e dovremo ancora parlarne, di rinnovamento, quale il recente Concilio ha proposto alla Chiesa e al mondo. E poi abbiamo cominciato a parlare di riconciliazione, quasi cercando di capire il significato di questa parola programmatica e di renderci conto a chi e a che cosa essa si riferisce. Riconciliazione, dicevamo, con la nostra coscienza personale; riconciliazione nostra con i fratelli che ci circondano e riconciliazione degli uomini fra loro; e a questo punto, prima di dare un pensiero alla riconciliazione più importante e più difficile della nostra vita con Dio, ci ha sorpreso, come un tuono dal cielo, la notizia che riempie in questi giorni tutte le voci della pubblica informazione: la tregua, forse la pace, nel Medio Oriente! Noi ne siamo, come tutti, felici e quasi sopraffatti, benché a questi sentimenti si accompagnino ansia e timore per le ombre che ancora turbano il risultato tanto atteso! Eppure a questa speranza non possiamo sottrarre la nostra attenzione, come quella di chi costantemente ve la teneva rivolta, ed ora la sente assorbita. dal vincolo di un vivissimo e molteplice interesse: si tratta della pace; della pace che investe un gruppo di Popoli, con Israele al centro, la catena dei Paesi Arabi intorno, e con evidenti e formidabili attinenze alle maggiori Potenze del mondo.
Noi osserviamo questa drammatica scena di storia vivente con occhio fisso, con animo teso, con cuore trepidante. L’ordigno della guerra latente era scoppiato, ed aveva svelato di quali strumenti micidiali fosse esso dotato: si è visto come non mai prima d’ora la scienza, la tecnica, l’industria, l’economia, l’organizzazione militare, la politica sono state in questi ultimi anni così silenziosamente impegnate, con logica ferrea, per ridare alle armi la potenza cieca e decisiva nelle controversie del rapporto umano, il quale intanto andava svolgendosi nobilmente nel dialogo ragionevole e pacifico delle moderne istituzioni internazionali. È scoppiato l’ordigno, e subito terribilmente; ma, grazie a Dio, e lode alle persone che ne hanno il merito, ora è stato contenuto e fermato. Speriamo che lo sia davvero, e che nella pausa non si ricomponga con pari e forse più terribile potenza; speriamo che lo sia per sempre.
Noi vorremmo che il nostro voto fosse profezia; profezia di pace, di vera pace. Noi sentiamo, in virtù della nostra umana e sovrumana missione, vibrare nel nostro cuore la speranza del mondo; la speranza dei saggi, dei buoni, degli umili. La speranza dei giovani e quella delle generazioni venture. Le disavventure degli episodi bellici, che hanno ancora insanguinato la terra, anche in quest’ultimo periodo, non ci scoraggiano; esse accrescono la nostra convinzione che l’umanità deve rivestirsi d’un ordine libero ed unitario, che la civiltà dev’essere positiva, cioè morale ed universale, che la concordia dev’essere ecumenica e duratura. Noi affermiamo che la pace non deve normalmente essere cercata con la violenza della rivoluzione, né mantenuta con il peso della repressione; la pace non deve essere una semplice tregua, un equilibrio, come un braccio di ferro, di forze avverse, una pura e contingente combinazione materialista d’interessi temporali, né una ambiziosa gara di prestigio. La Pace dev’essere una creazione dinamica e continua di principii umani fondamentali, un frutto dei diritti dell’uomo professati e difesi con radicale onestà, un prodigioso risultato di quel supremo dovere, che si chiama l’amore; l’amore per l’uomo, chiunque sia, perché è fratello; ed è fratello perché come tutti, egli è figlio di Dio, Padre universale.
Ed eccoci allora, uditori carissimi, ricondotti dalla logica stessa della presente esperienza storica al nostro tema della riconciliazione. Non dispiaccia ad alcuno se noi lo affermiamo come ispiratore della nuova storia del mondo: che cosa gioverebbe il progresso dell’umanità se essa non fosse riconciliata con se stessa ed in se stessa? E come potrebbe reggere tale riconciliazione, tale pace, se essa non potesse definirsi una concordia tra fratelli? una vera, convinta, solidale fraternità? E aggiungiamo: può una fraternità fra esseri umani tanto diversi, e sospinti dall’insonne tentazione centrifuga dell’egoismo, mantenere e celebrare questa fraternità senza polarizzarla e sospenderla alla trascendente e felicissima paternità di Dio? e come saremo educati a riconoscere reale tale paternità e ad aprirci a confidente colloquio con essa, se Cristo Maestro non c’insegna: «voi pregherete così: Padre nostro, che sei nei cieli . . .» (Mt 6,9).
Passano in quest’ora fatidica davanti al nostro spirito le immagini dolorose dei conflitti umani; sono ancora molti nel mondo; e per tutti, per ciascuno, il nostro voto è quello della riconciliazione fra gli uomini, che sono in ogni modo fratelli: è la persuasione della sua possibilità; è l’invito ad una fiduciosa, comune collaborazione affinché essa si compia: è la speranza vittoriosa della pace per tutti.
Dio lo voglia, con la nostra Apostolica Benedizione.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
L'avvenimento spirituale, annunciato alla Chiesa e al mondo, che si intitola Anno Santo, assume dimensioni enormi ed incombenti. Esso ci obbliga a definirlo, e non possiamo con una semplice indicazione di calendario; il significato, che tale momento storico e religioso deve assumere, si fa profondo e complesso non solo per il concetto di penitenza e di indulgenza che gli deriva dalla tradizione ormai secolare, ma anche per il fatto che nel prossimo Anno Santo si rispecchia in forma vitale ciò che il recente Concilio enunciò in forma dottrinale, e un binomio plurivalente, rinnovamento e riconciliazione, tenta di rendere accessibile alla riflessione e all’azione l’immenso tesoro degli insegnamenti conciliari. Noi temiamo di ripeterci, ma ciò non può essere senza stimolare la scoperta dei sempre nuovi e fecondissimi temi derivanti dal programma proposto.
Si è appena accennato, ad esempio, alla riconciliazione: con la nostra coscienza, col nostro prossimo; non abbiamo ancora considerato l’aspetto principale di questo fondamentale capitolo, ch’è la riconciliazione con Dio. L’Anno Santo tende in primissima istanza a riconciliare gli uomini con Dio, noi credenti dapprima, e poi quanti uomini è possibile indurre a questo incontro salvifico e beatificante.
Gioverà ai nostri spiriti l’avere presente un testo sintetico e incisivo di San Paolo: «Se uno è in Cristo (cioè vero cristiano), è una creatura nuova; ciò ch’era vecchio è sparito; ecco è sorto il nuovo. E tutto questo è da Dio, Che ci ha a sé riconciliati per mezzo di Cristo, e ci affidò il ministero di riconciliazione: giacché è Dio che ha in Cristo riconciliati a sé gli uomini, non imputando ad essi i loro mancamenti e riponendo in noi la parola della conciliazione. Noi (apostoli) dunque facciamo le funzioni di ambasciatori di Cristo, come se Dio stesso vi esortasse per mezzo nostro. Per Cristo noi vi supplichiamo, riconciliatevi con Dio» (2 Cor 2Co 5,17-20).
In queste parole, che si ripetono in altre simili dell’Apostolo (Cfr. Rom. 5, 10), è sottintesa tutta la concezione della nostra vita morale, ed è espressa tutta la sintesi dottrinale della redenzione e della salvezza.
E cioè la nostra umana esistenza nasce, vive, si svolge e tramonta in un rapporto esistenziale e morale con Dio. Qui è tutta la sapienza della vita; qui la filosofia della verità, qui la teologia del nostro destino. Noi nasciamo creature di Dio; noi siamo ontologicamente da Lui dipendenti; e, volere o no, noi siamo davanti a Lui responsabili. Siamo costruiti così. Intelligenza, volontà, libertà, cuore, amore e dolore, tempo e lavoro, relazioni umane e sociali, la vita, in una parola, ha una derivazione variamente determinata, ed ha una finalità, pure variamente definita, in rapporto con Dio. L’uomo non è adeguatamente concepibile senza questo riferimento essenziale con Dio. Per quanto misterioso e trascendente, e perciò ineffabile sia il Dio eterno principio dell’universo, Egli incombe sopra di noi, ci conosce, ci osserva, ci penetra, ci conserva continuamente; è il Padre della nostra vita. Lo possiamo ignorare, dimenticare, disconoscere, negare e rinnegare; Egli è. È vivo: è vero. «In Lui noi viviamo, ci muoviamo, ed esistiamo», come afferma S. Paolo all’areopago d’Atene (Act. 17, 28).
Certamente questa Weltanschauung, questa concezione del mondo, è oggi avversatissima; non si vuole ammettere l’esistenza di Dio, si preferisce violentare la propria ragione con l’assurdo aforisma della «morte di Dio», piuttosto che allenare la propria mente alla ricerca e all’esperienza della luce divina. L’ateismo sembra trionfare. La religione non ha più ragion d’essere? Il peccato non esiste? . . . Oh! siamo saturi di queste ideologie. Ma noi siamo sempre convinti, per grazia stessa di Dio, che Dio esiste, come il sole; e che tutto da Lui ci viene e tutto da noi a Lui va. E voi, che ci ascoltate, figli sapienti e credenti, siete con noi parimente di ciò persuasi, certamente.
E comprendiamo allora come sia urgente, moderno, strategico l’avvento di quest’Anno Santo, che ci deve confermare, dentro e fuori di noi, dell’esistenza sovrana di Dio, e dell’economia di Dio, cioè del disegno, - ch’è un disegno d’infinito Amore -, da Lui stabilito, per fare di noi dei discepoli attenti, dei servitori fedeli, ma soprattutto dei figli felici. Sentiamo tutti, chi in un modo, chi in un altro, che la nostra rispondenza a questo disegno, a questo piano di relazioni naturali e soprannaturali è stata, ed è sempre imperfetta. Forse è stata ostile e fedifraga. Ci sentiamo peccatori. Qui un’altra pagina immensa, drammatica questa, dolorosa e umiliante, quella del nostro peccato, ci si apre davanti. Noi abbiamo spezzato i rapporti doverosi e vitali, che ci sostenevano in Dio. Noi non abbiamo mai pareggiato con l’integrità della nostra risposta, con la totalità del nostro amore, l’Amore che Dio ci offre. Siamo ingrati, siamo debitori! Noi saremmo anzi perduti, se Cristo non fosse venuto a salvarci. E allora? allora ecco la stringente necessità di riconciliarci con Dio: reconciliamini Deo!
Ed ecco la sorprendente fortuna! la riconciliazione è possibile! questo è l’annuncio che l’Anno Santo fa risuonare nel mondo e nella coscienza: è possibile! Che tale annuncio arrivi in fondo ai nostri cuori! Con la nostra Benedizione Apostolica.
Il coro «De Mastreechter Star»
Ein wort besonderer Begrüssung richten Wir an den grossen Sangerchor aus Holland «De Mastreechter Star». Seien Sie alle mit den hohen Persönlichkeiten aus dem kirchlichen und staatlichen Leben Hollands sowie Ihren Angehörigen und Freunden herzlich willkommen!
Ihr Chor, liebe Freunde, geniesst durch seine Leistungen einen hohen Ruf. Wir danken Ihrem Chorleiter wie jedem einzelnen von Ihnen für Ihren unermüdlichen Einsatz im Dienste der «Musica Sacra». Der Gregorianische Choral wie die Aufführung der wunderbaren mehrstimmigen Kompositionen, vor allem der klassischen Schule, verleihen der gottesdienstlichen Feier Schönheit und Würde, tragen aber auch gleichzeitig in erhöhtem Masse zur Vertiefung von Glaube und Frömmigkeit der Gläubigen bei. Setzen Sie darum voll Freude und Begeisterung Ihre kirchenmusikalische Arbeit fort entsprechend den Richtlinien der Päpstlichen Verlautbarungen.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Temi proposti per un’autentica attuazione cristiana dal programma per l’Anno Santo: rinnovamento e pacificazione, comportano una quantità di problemi morali e spirituali, i quali interessano la preparazione degli atti e dell’attività, che una loro sincera ed efficace osservanza sembra esigere. Caratteristica di questo prossimo Anno Santo dovrebbe essere la serietà della sua celebrazione, sia individuale che collettiva; serietà tanto più richiesta quanto più superficiale è lo svolgimento abituale, oggi, della comune esperienza della nostra vita, per cui vige questa tendenza: tutto è facile, tutto è momentaneo, tutto è esteriore. Psicologia cinematografica. Noi cerchiamo invece di arrivare a momenti forti, costanti, interiori del nostro spirito. Vi è una parola comunissima, che esprime bene questa nostra programmatica aspirazione; e cioè: noi vogliamo arrivare al cuore.
E il cuore, che cosa è? La nostra domanda si pone per il discorso religioso e morale, che si estende a quello psicologico e ideale. Qual è il significato di questo termine tanto usitato?
Siamo tentati di far nostra la definizione di S. Agostino, che fa coincidere il senso della parola cuore con l'Io: . . . cor meum, ubi ego sum quicumque sum (Conf. X, 3: PL 32, 781). E siamo confortati a scegliere questo senso pregnante, indicativo della personalità sentimentale, intellettuale e soprattutto operativa dell’uomo, dal linguaggio biblico, che prescinde dal significato puramente fisiologico di questo organo per indicare ciò ch’è vivo, genetico, operante, morale, responsabile, spirituale nell’uomo. Il cuore è la cella interiore della psicologia umana; è la sorgente degli istinti, dei pensieri, e soprattutto delle azioni dell’uomo. Di ciò ch’è buono, e di ciò ch’è cattivo: ricordiamo la parola di Gesù Maestro: «È dal cuore infatti che escono i mali pensieri, gli omicidii, gli adulterii, le fornicazioni, i furti, le menzogne, le bestemmie; e queste sono le cose che contaminano l’uomo» (Mt 15,19-20). Quale triste introspezione! E ciò che la rende grave è la parola biblica che ci ammonisce come l’occhio di Dio veda in trasparenza il nostro cuore, questo segreto nascondiglio della nostra realtà morale. Dice la S. Scrittura: «l’uomo guarda all’apparenza, il Signore guarda al cuore» (1 Sam 1S 16,17); legge nelle nostre intenzioni (Ier. 17, 10). Potremmo addurre moltissime altre citazioni incalzanti circa la penetrazione dello sguardo giudicante di Dio nell’interno più ermetico dei nostri cuori; ma ora ci preme osservare come in questa spalancata interiorità si pronunci il giudizio di Dio a nostro riguardo. Nessuna indulgenza è riservata da Cristo all’ipocrisia, alla falsa virtù, alla giustizia formale e bugiarda. Il Vangelo è pieno di espressioni intolleranti del Signore verso una pseudo-osservanza della religione disgiunta dalla verità del bene e dalla schiettezza dell’amore. Dovremmo rileggere il capo XXIII di S. Matteo per risentire la forza delle invettive di Cristo verso le astute finzioni di due gruppi sociali, i farisei e gli scribi di quel tempo, emblema per tutti i tempi, per tremare circa l’esigenza fondamentale del vero rapporto con Dio, la sincerità del cuore, espressa dalla coerenza del pensiero, della parola e dell’opera. E dobbiamo pertanto rifarci allo studio di quella parola, diventata ormai d’uso corrente, la «metànoia», che vuol dire la conversione interiore, il mutamento del cuore, di cui abbiamo altra volta parlato. E non possiamo tacere il nostro doloroso stupore per l’indulgenza, anzi per la pubblicità e la propaganda, oggi tanto ignobilmente diffusa, per ciò che conturba e contamina gli spiriti, con la pornografia, gli spettacoli immorali, e le esibizioni licenziose. Dov’è l’«ecologia» umana?
Per celebrare bene l’Anno Santo s’impone un lavoro al livello più profondo e più geloso della nostra psicologia morale. Dobbiamo essere bravi e coraggiosi nell’intento di portare il rinnovamento e la pacificazione, giù, nel centro della nostra coscienza personale.
Ci stimola un duplice motivo d’attualità. Il primo è l’importanza che oggi si dà alla psicanalisi, a questa vivisezione del processo inconscio del nostro operare, cioè del nostro temperamento, del nostro costume, della nostra peculiare personalità (Cfr. L. ANCONA, La Psicanalisi). Abbiamo stima di questa ormai celebre corrente di studi antropologici, sebbene noi non li troviamo sempre coerenti fra loro, né sempre convalidati da esperienze soddisfacenti e benefiche, né integrati da quella scienza dei cuori, che noi attingiamo alla scuola della spiritualità cattolica. E tanto ci basta ora per osservare quanto sia ragionevole e attuale l’analisi delle nostre anime, sotto l’aspetto della teologia, dell’etica, e della ascetica cristiana, quale l’Anno Santo ci invita a ripensare e ad approfondire. Un nuovo interesse alla pedagogia interiore della fede vissuta sembra reclamare la nostra attenzione e impegnare l’arte didascalica dei nostri maestri, sia di scuola, che di spirito.
Un altro motivo è il predominio assunto oggi dalla coscienza personale nel confronto con la norma esteriore che urge ogni momento sulla nostra condotta. Qui dovremmo fare l’apologia, sì, della coscienza, non disgiungendola però, come altra volta dicemmo, dall’apologia della guida, di cui la coscienza ha bisogno, e che le viene dalla legge e dall’autorità, obiettivamente giustificate nell’esercizio delle loro funzioni, non umilianti, ma integranti la personalità dell’uomo cosciente.
Ed anche questo accenno alle prerogative, oggi riconosciute o attribuite alla coscienza, ci può ricordare quanto provvidenziale sia l’esercizio in profondità che l’Anno Santo ci propone, proprio per l’esplorazione risoluta e sistematica del nostro cuore, cioè della nostra coscienza, allo scopo di rinnovare e conciliare l’uomo nuovo, che andiamo cercando, per noi stessi, per il mondo che ci circonda, per il regno di Dio, a cui siamo chiamati (Cfr. l’antico ma classico Combattimento spirituale dello SCUPOLI). Con la nostra Benedizione Apostolica.
Pellegrini italiani già degenti a Città del Capo
Siamo lieti di dare il nostro benvenuto al gruppo di pellegrini italiani, già degenti all’Ospedale «Groote Schoor» di Città del Capo, i quali nel ringraziare il Signore per la riacquistata salute, hanno voluto anche testimoniare il loro amore per la Chiesa, materna animatrice di tante opere missionarie, e presentare, al tempo stesso, a noi l’omaggio della loro pietà filiale. Sappiamo che è tra di essi il P. Lorenzo Maletto, che li ha molto assistiti.
Ci è gradito, carissimi figli, rivolgervi un cordiale saluto. L’esperienza della malattia vi ha resi più sensibili verso i problemi dell’anima, e maggiormente solleciti delle sue esigenze. Vi esortiamo pertanto con affetto paterno a più viva confidenza nel Signore, sempre provvido e buono, anche quando permette la tribolazione e la sofferenza. L’assistenza morale e religiosa, di cui siete stati oggetto nei giorni della prova, lontani dalla patria, è dimostrazione della Provvidenza di Dio, il quale non abbandona mai soli i suoi figli, e, ispirando nei cuori una sempre nuova sollecitudine d’amore, fa loro sentire la delicatezza di padre con cui li circonda e fa loro avvertire più vivo e urgente il bisogno di Lui.
Il ricordo della divina Provvidenza non si cancelli mai dalla vostra mente, ma vi sia di continuo stimolo per compiere sempre più generosamente il suo volere. Propiziatrice di tali sinceri voti è la Benedizione Apostolica che di cuore impartiamo a voi e alle vostre rispettive famiglie.
«Caritas» giapponese
We are very happy to welcome today the Caritas Japan pilgrimage, led by Bishop Hirayama. You have done much good work in your own country for sick and needy people. During your stay in Europe you are visiting institution’s dedicated to the same charitable work. May Christ, who showed such compassion for al1 who were suffering, bless your work and give you abundant spiritual rewards.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Sull'orizzonte del Medio Oriente, ultimamente oscurato dalla ripresa d’un sanguinoso conflitto, si è ora riaccesa una luce di speranza.
Noi vogliamo esprimere qui il nostro plauso, il nostro apprezzamento per chi ha preso l’iniziativa e per quanti hanno collaborato a ritessere con fiduciosa pazienza le fila di un accordo per la cessazione del fuoco che sembrava compromesso già sul suo nascere, in modo da aprire la via a ravvicinate prospettive di una Conferenza di pace, della quale mai, forse, come in questi tempi si è sentita l’urgenza, di fronte al pericolo d’un minaccioso aggravarsi della situazione.
E vogliamo, insieme, far nuovamente pervenire a tutti i responsabili la nostra parola di esortazione e di incoraggiamento ad agire con lungimirante saggezza e decisa volontà, perché la speranza rinata non abbia ad andare ancora una volta delusa, ma possa invece essere coronata - sia pure a conclusione di un cammino che non si preannuncia facile o breve - da una definitiva ed accettata soluzione pacifica : la quale, tenendo conto equamente dei diritti e delle legittime attese di ognuna delle parti interessate, dia stabile e sicura tranquillità a quelle regioni e a quelle genti, care a noi, tutte, e molte delle quali hanno già troppo e troppo a lungo sofferto.
Il nostro pensiero non può non andare qui, con particolare intensità di interesse e di affetto, alla Terra e alla Città che per tanti titoli e da tanti credenti sono considerate e chiamate Sante.
In questa fase che deve preludere e porre le condizioni necessarie all’inizio del negoziato di pace, la nostra trepidazione si volge in modo speciale ai prigionieri, e in primo luogo a quelli che, per le ferite riportate nel conflitto, si trovano più esposti a sofferenze e a pericoli.
Noi auspichiamo, con tutto il cuore, e invochiamo che essi possano essere al più presto restituiti alla loro patria e ai loro cari, portando così una prima, vivente testimonianza di nuovi propositi di pace, sui quali imploriamo la benedizione di Dio e per i quali invitiamo il mondo tutto alla preghiera.
Se il processo ideale e spirituale, che l’Anno Santo propone all’uomo contemporaneo, avrà il suo logico svolgimento, molte cose, oggi acquisite dalla mentalità culturale comune, dovranno cambiare e migliorarsi. Logico svolgimento, sì, possiamo adoperare questo consueto e legittimo, modo di dire; ma in realtà dovremmo dire: divino intervento; cioè se la luce di Dio ci si rivela (Cfr. Matth Mt 11,27); se noi, alunni della verità, sappiamo ascoltare la voce di Cristo (Cfr. Io. 18, 37); se lo Spirito Santo, fattosi nostro Paraclito, cioè nostro assistente, ci vorrà insegnare tutte le cose la cui conoscenza è indispensabile alla nostra vita, allora il pensiero moderno uscirà dalla oscurità speculativa in cui ora si trova, supererà lo stato d’incertezza metafisica nel quale oggi soffre e si disperde, riacquisterà la fiducia nella propria capacità conoscitiva, ritroverà l’a gioia dell’analisi e della sintesi; aspirerà alle vette delle sue ascensioni (Cfr. Ps Ps 83,6), e volentieri respirerà ancora nella preghiera.
Diciamo più semplicemente, con un elementare paragone: sarà allora come quando in una stanza buia noi accendiamo una luce. Null’a è cambiato, ma tutto è illuminato; ogni cosa mostra la sua forma, la sua posizione, i suoi colori, il suo scopo, il suo ordine; e chi dimora nella stanza rischiarata, guarda, distingue, ammira, usa le cose rese a lui presenti in una definizione loro propria. Così noi pensiamo possa avvenire nello spirito dell’uomo moderno, se la luce della fede riappare dentro di lui.
La grande notte della negazione deve cessare, e il raggio pasquale del Signore, risorto, il lumen Christi del Sabato santo deve ridare senso al quadro oscuro della vita umana.
Alcuni dogmi gratuiti della mentalità vigente devono sciogliersi, non a scapito del pensiero evoluto e scientifico, nel quale oggi chi studia, chi pensa e chi si arrende alla moda culturale cerca un rifugio di certezza e un titolo di prestigio, ma a conforto, a corona, a pienezza d’un tale pensiero. La vecchia e ricorrente obiezione della opposizione irriducibile fra scienza e fede, obiezione che ancora sostiene la mentalità materialista ed atea di tanti ambienti dell’opinione pubblica, dovrà arrendersi alle esigenze della scienza stessa, la quale quanto più si dilata e si afferma, tanto più deve riconoscere la crescita del mistero in cui è immerso il campo delle sue esplorazioni. Nessuna cosa, ci insegna il buon senso (Cfr. l’opera sempre valida di GARRIGOU-LAGRANGE, Le sens commun), ha in se stessa la sua ragione d’essere; e se noi allarghiamo la nostra conoscenza delle cose, queste ci rimandano al problema esistenziale, che solo un atto pensante e creativo d’un Essere per se stesso vivente, cioè Dio, risolve con pace dell’inquirente pensiero (Cfr. ROMANO GUARDINI, Il Dio vivente e Vie de la Foi; CHRISTIAN CHABANIS, Dieu exirte-t-il?, Fayard, 1973). E tutto lo sforzo, che si sta svolgendo in diversi Paesi, per imporre una scuola radicalmente negativa di Dio, non dovrà alla fine esaurirsi, o con un atto riflesso ed intelligente dei promotori, o con una incontenibile esplosione di «nuove fedi» istintive e irrazionali, che buona parte della presente generazione giovanile si crea da sé? «Lo spazio da cui la fede è scacciata non è occupato dalla ragione, ma dall’irrazionalità più sbrigliata e sicura di sé» (Prof. Sergio Cotta); ovvero, potremmo aggiungere noi, dal conformismo ideologico più mediocre e più servile.
Una volta di più noi affermeremo che non abbiamo alcuna prevenzione negativa verso la scienza, e nemmeno verso la pedagogia dell’a scuola contemporanea, che intende educare la nuova generazione a studiare e a pensare scientificamente. Saremo anzi sempre promotori e ammiratori dell’iniziazione allo studio positivo e razionale del mondo, interiore o esteriore che sia, e all’applicazione nella attività umana all’impiego utilitario, per il benessere e l’incremento della vita sociale e civile, della conoscenza risultante da tale studio. Ma ancora una volta noi dovremo denunciare la fallacia di metodo e di contenuto, la quale vuole restringere la conoscenza umana soltanto nella sfera materialista, atea perciò, e a finalità puramente temporali e edoniste. La fallacia consiste nella concezione incompleta, angusta e degradante, sia del pensiero che dell’attività, del materialismo secolarizzato e pago di se stesso. Anche se esso fosse capace di risolvere tutti i problemi economici del nostro tempo, cambiando prodigiosamente le cose materiali, le pietre diciamo, nel pane per la fame naturale dell’umanità, noi dovremmo francamente ricordare la parola liberatrice di Cristo: «non di solo pane vive l’uomo, ma altresì d’ogni parola che procede dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).
E ciò che vale nella palestra della conoscenza naturale, che accusa la propria insufficienza a contenere nell’ambito puramente sperimentale e scientifico le sue vittoriose conquiste, vale ancor più nel campo della conoscenza religiosa, la quale non può dirsi soddisfatta dai fenomeni spirituali soggettivi, che una religione sentimentale, autocarismatica, idealista può interiormente generare, restando poi cieca sulla Realtà trascendente verso cui tende indarno le braccia, se lo Spirito Santo, mandato dal Padre nel nome di Cristo (Cfr. Io. 14, 26), non le viene in qualche misura incontro. Qui un nuovo modo di conoscenza può integrare quella autonoma della ragione; la conoscenza per via di fede, accordata da noi, o piuttosto a noi misteriosamente pervenuta per dono divino, alla Parola di Dio può riempire il nostro animo d’una luce vera e gioiosa; una luce tuttora incipiente, già colma di rivelazioni e di certezze, ma ancora enigmatica (Cfr. 1 Cor 1Co 13,12), e invitante ad un duplice atto, di assenso fiducioso e di meditazione esploratrice.
Questo può essere ai nostri giorni? Può avvenire una rigenerazione del pensiero dell’uomo moderno, confortato alla ricerca della verità scientifica, abilitato all’accoglienza e alla contemplazione di quella Verità, ch’è una cosa sola con la Vita? Sì, noi lo speriamo. Questa vuol essere una delle grandi mete dell’Anno Santo. Avanti, Figli carissimi, pensiamo e preghiamo a tal fine. Con la nostra Benedizione Apostolica.
Rettori dei Santuari Mariani d’Italia
Diamo il nostro benvenuto al gruppo di sacerdoti rettori di santuari italiani i quali, continuando una nobile iniziativa intrapresa alcuni anni or sono dal Collegamento Mariano Nazionale, si sono riuniti in questi giorni in Convegno per studiare problemi organizzativi per una maggiore opera di penetrazione del messaggio evangelico, tra i fedeli visitatori di tali templi, in unità di intenti con i Pastori delle rispettive Comunità diocesane.
Abbiamo avuto più volte, carissimi figli, la grata soddisfazione di esprimervi il nostro pensiero sulla Casa di Dio, oggetto delle vostre particolari premure. Essa, sia insigne monumento di arte a cui i secoli hanno conferito prestigio e dignità, sia, invece, una modesta costruzione: è il luogo della presenza del Signore e ivi si perpetua, attraverso l’Eucaristia, sacrificio e sacramento, il mistero della salvezza: non solo con la riconciliazione integrale vi si cancella il peccato, ma vi si attua la profilassi dello spirito.
La materna protezione della Vergine e l’intercessione dei santi, ai quali tali chiese sono dedicate, favoriscono il richiamo delle anime, disorientate o titubanti. Esse trovano nei santuari il ristabilimento della vita soprannaturale, il rinnovamento della fede, la pace con Dio. Vedete perciò quale prezioso strumento anche la vostra attività offra alla preparazione o alla celebrazione dell’Anno Santo, come avete studiato in questi giorni.
Nell’incoraggiarvi nei propositi formulati nel vostro incontro, invochiamo su di voi la divina assistenza di cui vuole essere pegno la nostra Benedizione Apostolica.
La parrocchia di San Giuseppe al Trionfale in Roma
Desideriamo rivolgere il nostro saluto alla numerosa rappresentanza dei fedeli di San Giuseppe al Trionfale, che in questi giorni hanno commemorato il Servo di Dio Monsignore Aurelio Bacciarini, Vescovo di Lugano, il quale, con il Beato Luigi Guanella, fondò la parrocchia e ne fu il primo zelante parroco.
Mentre vi esprimiamo, figli carissimi, la nostra letizia per la vostra presenza, vi rivolgiamo un pressante e paterno invito a vivere, in perfetta sintonia con gli insegnamenti e gli esempi di così elette anime sacerdotali, la fede cristiana e le esigenze del messaggio evangelico. Sia veramente la vostra parrocchia una cellula vivente e dinamica della diocesi di Roma e, per essa, della Chiesa universale; offra una luminosa testimonianza di apostolato comunitario a tutti i livelli (Cfr.
Apostolicam Actuositatem AA 10); sia un centro di preghiera fervorosa ed ardente, di carità operante e generosa, che trovi in Gesù Eucaristia la propria forza e il proprio sostegno.
Con questi voti, impartiamo volentieri la Benedizione Apostolica a tutti voi, alle vostre famiglie, ai vostri cari, al parroco, al Superiore Generale dell’«Opera Don Guanella», Don Olimpio Giapedraglia, e ai sacerdoti di Lugano, che hanno voluto unirsi al vostro pellegrinaggio.
1973-AUDIENZE - Mercoledì, 10 ottobre 1973