1974-AUDIENZE
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Chi ha celebrato il Natale, scoprendo nell’umile fatto della nascita di Gesù il mistero dell’Incarnazione, e cioè della venuta di Cristo nel mondo, vale a dire del Salvatore, del Messia, del Verbo eterno di Dio fatto uomo, è introdotto ad una successiva scoperta, la quale ci apre il punto focale di tutta la religione, il quale è il segreto della vita di Dio ed insieme il segreto della vita dell’uomo. Il Natale non ci rivela soltanto Cristo, ma Lui mediante, per la manifestazione, l’epifania, che da Lui traspare di Figlio di Dio e di Figlio dell’uomo, si apre la visione abbagliante e avvincente della Paternità di Dio, e con questa il mistero della vita stessa di Dio, il mistero della santissima Trinità: Dio è Padre eternamente generante in Se stesso il Figlio, il suo proprio vivente Pensiero, il suo Verbo identico nella natura, cioè nell’Essere, al Dio unico Principio assoluto, e insieme, nell’identità di sostanza del Padre e del Figlio, spiranti l’Amore, lo Spirito Santo. Unico l’Essere divino, ma sussistente in tre Persone eguali, distinte e coeterne (Cfr. DENZ-SCHÖN. 800); verità eccedente la nostra capacità di conoscenza; essa tratta della Vita di Dio in se stessa, e perciò ineffabile, ma non senza un minimo, ma meraviglioso riflesso, che riscontreremo nella nostra costitutiva, spirituale psicologia, e che ha dato tema a S. Agostino per le sue speculazioni teologiche. «Io dico, egli scrive, queste tre cose: essere, conoscere, volere, esse, nosse, velle. Io sono infatti, io conosco e io voglio . . . In queste tre cose quanto sia inseparabile la vita, . . . e quanto inseparabile la distinzione . . . veda chi può . . .» (Conf. XIII, 11; PL 32, 849).
Né noi ora ci fermeremo sopra così alta e impenetrabile speculazione. Solo faremo una deduzione, che ci deve rendere felici, e che deve formare il cardine della nostra fede e perciò della nostra vita religiosa. Noi sappiamo adesso che Dio è Padre. Padre per la sua stessa natura divina, in se stesso, nella generazione del Verbo, del Figlio suo unigenito; ed è perciò Padre di quel Gesù, il Cristo, che si è fatto uomo; uomo come noi, uomo per noi; nostro simile, nostro fratello. Pertanto a titolo ben diverso, ma essenziale analogicamente, Dio è anche Padre nostro.
È Padre, perché Creatore; è Padre, perché a noi rivelato e a noi dato per adozione.
È stata una delle finalità principali dell’Incarnazione, uno degli scopi che ha dominato la vita di Cristo: Egli è il rivelatore del Padre. Egli ce lo dice in quella sua preghiera finale, rivolta appunto al Padre celeste, la quale riassume nei termini più alti e più densi il significato della sua venuta nel mondo: « Io ho manifestato il Tuo nome agli uomini . . .» (Io. 17, 6). E lo aveva già detto nei termini non meno alti e densi, ma piani e quasi familiari; ai discepoli che domandavano al Maestro d’insegnare loro a pregare, come tutti ricordiamo, Gesù rispose: «Così voi pregherete: Padre nostro, che sei nei cieli . . .» (Mt 6,9 Luc. Lc 11,1).
Ad ascoltarla così sembra la formula più ovvia. Sì, perché ce l’ha insegnata Gesù. Già nella pagina dell’Antico Testamento a Dio è attribuito il titolo di Padre del Popolo eletto, per l’elezione che Dio ne ha fatto e per l’intimo rapporto religioso che con esso Egli ha voluto stabilire (Cfr. Is Is 45,10 Dt 32,6 cfr. A. HESCHEL, Dieu en quête de l’homme, EN 1955, Seuil EN 1968, Paris); ma nel Vangelo questo appellativo di Padre, riferito a Dio, mediante Cristo, diventa abituale, normale, e acquista una pienezza in cui si concentra non solo tutta la teologia, ma altresì tutta la spiritualità della vera religione.
Noi dovremmo valutare questa rivelazione della suprema verità ontologica e religiosa come la chiave di volta di tutto il nostro pensiero e come la sorgente beatifica di tutta la nostra vita spirituale.
Dio Padre! Noi ora siamo confusi di dovervi appena accennare, in modo fuggente e superficiale, quanto l’importanza primaria d’un tale tema e il suo inesauribile significato dovrebbero arrestare qui, e per sempre, il nostro discorso. Dio Padre! L’Essere primo, necessario, assoluto, infinito, eterno, Dio si qualifica Padre, ed è, per la generazione del Figlio unigenito, Dio da Dio, e per la generazione a noi in via adottiva mediante Cristo elargita nello Spirito Santo (Iac. 1, 18).
Qui è la nostra fede, qui è la nostra religione, qui è il nostro battesimo, qui è la nostra capacità. Di qui il nostro volo nel mistero della vita divina, di qui la radice della nostra umana fratellanza, di qui la intelligenza del senso del nostro presente operare, di qui la comprensione del nostro bisogno dell’aiuto e del perdono divino, di qui la percezione del nostro destino escatologico. Ma, in via pratica, per la pedagogia evangelica che vogliamo trasfondere nella psicologia apatica, o smarrita della moderna generazione, una nota ci sembra su tutte da rilevare: Dio è Padre, dunque ci ama. E allora: quale dev’essere il nostro atteggiamento fondamentale verso di Lui? La nostra religione non può essere perciò che beata, fiduciosa, serena, ottimista, piena di energia, e dominata da una sola parola filiale: Sì! sì, o Padre! la nostra felicità è tutta in questa risposta.
Questo significa, Figli e Fratelli carissimi, che d’ora innanzi la nostra pietà, la nostra fedeltà devono alimentarsi dell’orazione, che Gesù stesso ci ha insegnata e che noi, come diciamo, alla Messa: «osiamo dire: Padre nostro, che sei nei cieli . . .». Con la nostra Benedizione Apostolica (Cfr. R. GRÄF, Sì, Padre, Morcelliana; J. CARMIGNAC, Recherches sur le «Notre Père », Letousey 1969; vedere anche: S. TERESA, Cammino di perfezione; C. M. CURCI, Lezioni . . . 1, 552 ss.; così i commenti di G. Salvadori, P. Chiminelli, Carnelutti, ecc.).
Cospicua rappresentanza delle diocesi di Aquino, Sora e Pontecorvo
Ed ora a voi la nostra parola, carissimi diocesani di Aquino, Sora e Pontecorvo, che in numero tanto cospicuo - più di cinquemila! - partecipate a questo pellegrinaggio! Siate i benvenuti, col vostro zelante e venerato Vescovo, con le autorità civili e religiose! La vostra visita vuol dare un particolare significato ai tre avvenimenti, che toccano tanto da vicino le vostre diocesi: l’inizio dell’Anno Santo nelle Chiese locali; il settimo Centenario della morte di San Tommaso d’Aquino, Dottore Angelico, vanto incomparabile della vostra bella terra d’origine; e il Congresso Eucaristico interdiocesano, che sarà il coronamento di fede e di pietà di questa solenne commemorazione.
Ci commuove che, per iniziativa del vostro Pastore, avete avuto il pensiero di dare alle tre iniziative un’impronta subito forte e ben caratterizzata spiritualmente, con questo atto di omaggio a Pietro e al suo Successore. E mentre ve ne ringraziamo, vi diciamo, nel nome stesso di Cristo, tutto il nostro incoraggiamento perché il vostro avvio alle celebrazioni sia, fin dall’inizio, ricco di frutti per la vostra vita ecclesiale, familiare, civica, sociale.
L’Anno Santo vi impegna, con tutti gli altri credenti, ad uno sforzo di riconciliazione e di rinnovamento interiore ed esteriore, nei rapporti con Dio e con i fratelli; il ricordo di San Tommaso vi richiama con particolare titolo di onore - è proprio il caso di ripetere: «noblesse oblige!» - a seguire le orme di un così grande campione della fede, che fu un sapiente come pochi altri, un sommo studioso dei misteri di Dio e della sua opera creatrice e redentrice, un innamorato di Cristo e della Vergine, un’anima serena, casta, umile, obbediente, ricca di tutte le virtù umane e cristiane del perfetto religioso. La sua particolare devozione all’Eucaristia, di cui egli è stato il cantore eloquente e fervidissimo, ben a ragione ha ispirato il vostro Congresso interdiocesano, che auspichiamo segni una tappa fondamentale nella vita privata e pubblica delle vostre diocesi: infatti solo una pietà eucaristica autentica e generosa, che attinge dall’Altare la sua forza e la sua costanza, può assicurare ad una comunità ecclesiale la sua coesione e fecondità, nella sincerità e nel fervore delle sue celebrazioni liturgiche, nell’esercizio della carità fraterna, nel fiorire delle vocazioni sacerdotali.
Amiamo cogliere questi motivi di riflessione, sia pur fuggevolmente data la scarsezza del tempo, per fare voti che le vostre diocesi in tutti i loro ordini - sacerdoti, seminaristi, religiosi e religiose, laicato cattolico, papà e mamme di famiglia, professionisti e lavoratori, gioventù, in una parola tutta la fioritura delle vostre forze umane e spirituali - diano anche in questa occasione un magnifico esempio di vitalità e di presenza, continuando nel solco della ferma e convinta tradizione, che vi è propria, e a cui dovete fare sempre onore.
A conferma dei nostri voti aggiungiamo la Benedizione Apostolica, che estendiamo a tutti i vostri cari lontani, ai quali porterete l’assicurazione dell’affetto e della stima del Papa.
Congregazione dei Legionari di Cristo
La nostra parola di paterno saluto e compiacimento si rivolge ora ad un gruppo di novelli Sacerdoti del Collegio romano dei Legionari di Cristo, i quali hanno ricevuto la sacra Ordinazione alcuni giorni or sono, nella vigilia del Santo Natale.
In questo breve incontro desideriamo dirvi, figli carissimi, tutto il nostro affetto e la nostra trepidazione. Per anni vi siete preparati nella preghiera, nello studio e nella meditazione al momento solenne della vostra definitiva donazione a Dio ed alla Chiesa, scegliendo come unico e grande scopo della vostra giovinezza e di tutta la vostra vita Gesù, il quale ha voluto chiamarvi suoi intimi amici (Cfr. Io. 15, 14-15) e farvi dispensatori dei misteri di Dio (Cfr. 1 Cor 1Co 4,1).
Conservate sempre la gioia, la generosità, l’entusiasmo della Prima Messa, ravvivando il dono divino ricevuto con l’ordinazione (Cfr. 2 Tim 2Tm 1,6) per essere autentici portatori del messaggio evangelico di speranza, di carità, di bontà e di pace, mediante una vita sacerdotale interamente vissuta con piena letizia e con operosa dedizione verso le anime, che la Provvidenza vi vorrà affidare.
Come segno della nostra benevolenza, di cuore vi impartiamo la nostra particolare Benedizione Apostolica, che amiamo estendere anche ai vostri familiari, ai superiori, ai condiscepoli e a tutte le persone che vi sono care.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Il Natale è passato. Ma il Natale, per il fatto che in esso è commemorata la nascita di Gesù Salvatore; per il mistero che nel fatto è rivelato, cioè l’Incarnazione del Verbo di Dio; per la novità, che nel Natale s’introduce nel rapporto religioso fra l’uomo e Cristo, cioè la sua vicinanza al mondo, la sua convivenza fra gli uomini (da ricordare: «si è fatto carne, e abitò fra noi») (Io. 1 14); per la ripercussione spirituale che la celebrazione d’una tale festività vuole intenzionalmente produrre negli animi di coloro che vi hanno partecipato, il Natale, diciamo, non può passare del tutto; esso tende a prolungarsi, e non solo liturgicamente, ma spiritualmente, moralmente ed anche socialmente (tutti i gesti di bontà e di carità sgorgati dal Natale non miravano forse ad esprimere e a generare un sentimento umano, un atteggiamento pratico nella convivenza familiare, amichevole e civile, che ci circonda, di carattere permanente?); il Natale vuole rimanere; esige un «dopo-Natale». Ma quale? ma come?
Ritorniamo un istante al racconto evangelico, e raccogliamo un frammento, che vale un programma. Ecco il frammento, che ci istruisce circa il «dopo-Natale»; e dice così, bellissimo: «Maria conservava in Cuor suo tutte queste cose e le meditava» (Lc 2,19). Sì, quanta umana bellezza in questa personale notizia, quanta spirituale ricchezza in questa candida confidenza. Molto probabilmente essa è la fonte genuina e diretta dell’evangelista che scrive; è Luca, il quale registra un particolare naturalissimo: come una madre, e una tale madre, non poteva rivivere nel pensiero il grande, personale avvenimento ch’ella aveva vissuto nella realtà della vitale esperienza? Gesù era nato così, nelle circostanze che tutti ben conosciamo; come non doveva rinascere nella riflessione della madre felice e sola a conoscere il prodigio molteplice di quella nascita umano-divina? La memoria dapprima, la coscienza poi, la comprensione in seguito, la meraviglia, la contemplazione, infine, non sono forse le fasi della vita spirituale della Madonna, assurta, anche sotto questo aspetto, ad esempio, a tipo del processo interiore, che dovrebbe compiersi in ogni seguace di Cristo?
La conoscenza di Cristo, qualunque essa sia, immediata, sensibile, sperimentale, come fu negli apostoli e nella generazione coeva e convivente con Gesù (Cfr. 1 Io. 1, 1-2): «. . . quello che noi abbiamo veduto con gli occhi nostri, quello che noi abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato . . . noi lo attestiamo . . .», ovvero indiretta, per via di annuncio e di testimonianza (Cfr. Act. 2: Discorso di Pietro), prende un grande posto, una posizione dominante nella vita di chi ha avuto la sorte d’incontrarsi con Lui. Gesù fu, è e sarà presente; destinato ad esserlo sempre, in tutti; ma per quale via? in quale forma? Di semplice conoscenza storica, o scientifica? di pura memoria, quale è riservata ai personaggi che hanno compiuto grandi imprese, o che hanno scritto opere, o influito con le loro azioni sul corso degli eventi umani? No, non soltanto così. La questione della presenza di Cristo nel mondo esteriore dei fatti e delle istituzioni, e in quello interiore dei cuori degli uomini è al centro della nostra religione; e il mistero del Natale, testé celebrato, concorre a presentarla nella sua. importanza capitale, e a suggerire alcuni principii relativi alla sua positiva soluzione.
Ancora noi ci chiediamo: come Cristo Gesù, di cui abbiamo commemorato la nascita, avvenuta al tempo di Cesare Augusto, a Bethleem, è presente ancora fra noi? Limitiamoci a cercare la sua presenza interiore, negli animi nostri, e, ripensando a Maria, rispondiamo: Gesù è presente, anzitutto, per via di fede, dentro di noi. Una parola di San Paolo dice tutto a questo riguardo: «Cristo abiti nei vostri cuori mediante la fede» (Ep 3,17). Deriva da questa affermazione (che sarà poi integrata da un altro elemento essenziale, la grazia, e da un altro coefficiente strumentale, la Chiesa), tutta la vita spirituale della nostra religione. Possiamo dire, semplificando: il Natale dura in noi se Cristo nasce e vive in noi per via di fede, la quale non è una semplice nozione di Cristo, un’immagine, quasi una fotografia di lui, che supplisca la sua figura sensibile, ma è una forma misteriosa e vitale, che lo porta a vivere in noi. Ancora S. Paolo ce lo dice: il cristiano, cioè l’uomo giusto nel senso biblico, vive di fede (Cfr. Rom. 1, 17; 3, 26); e qui la fede non è attribuita alla pura testimonianza umana, ma alla parola di Dio.
Sappiamo queste cose, certamente; ma ci accorgiamo quanto siano estranee alla mentalità moderna, così estroflessa, così restia alla conoscenza per via di fede, così inetta alla meditazione nel santuario religioso della coscienza, e così inesperta al linguaggio dell’orazione mentale.
Ebbene noi a riapprendere questo linguaggio invece vi esortiamo. Senza di esso non possiamo colloquiare con Dio, non possiamo nemmeno ascoltare la sua voce, se a questo silenzioso dialogo Egli si degnasse intervenire. Ma esso fa parte di quel rinnovamento spirituale al quale l’Anno Santo ci deve condurre: saper pregare, e per pregare davvero, saper meditare. Grandi e innumerevoli sono i maestri (Cfr. CARD. G. LERCARO, L’orazione mentale, 1947; P. POURRAT, La spiritualité chrétienne, III, 1927; e fra i classici: S. TERESA, Cammino di perfezione e Castello interiore; S. FRANCESCO DI SALES, Teotimo, libro VI; ecc.). Accogliete il loro invito; con la nostra Apostolica Benedizione.
Nel 775° della Regola dei Religiosi Trinitari
Ci sentiamo ora debitori di un particolare, affettuoso saluto al folto gruppo di Superiori e Religiosi dell’Ordine della SS.ma Trinità, convenuti a Roma per celebrare il 775° anniversario della approvazione della loro Regola.
Figli carissimi! Ci è sempre motivo di paterno compiacimento l’incontro con degni e benemeriti religiosi; e sempre siamo grati a coloro i quali, come voi, vogliono esprimere con la loro visita la conferma della consacrazione della loro vita a Cristo e alla Chiesa. Grazie vivissime per questa testimonianza di filiale pietà. Trovandoci innanzi a voi, che in questa solenne circostanza avete inteso definire meglio il compito del vostro Ordine nella Chiesa e nella società di oggi, noi vi diremo: siate fedeli alla vostra vocazione.
Questa fedeltà vi impone di ricollegarvi allo spirito primitivo e al carisma del vostro Istituto. Sorto per il riscatto degli schiavi cristiani e per le opere di misericordia, specialmente a favore dei poveri e dei pellegrini, esso trova nel mondo moderno altre forme di schiavitù per le quali è tuttora attuale il messaggio di carità redentivi che animò l’opera del vostro santo Fondatore.
Lode a voi che volete rendervi ognora più atti agli impegni di questo ideale apostolico, e volete viverlo in intimità di amore con la SS.ma Trinità, che è la nota caratteristica e la sorgente viva della vostra spiritualità.
Vi auguriamo di tornare ai vostri posti di lavoro di apostolato con rinnovato zelo e spirito di dedizione; e mentre vi assicuriamo la nostra preghiera, sia pegno delle abbondanti grazie divine per voi e per quanti sono oggetto delle vostre sollecitudini, la Benedizione che attendete, e che di gran cuore vi impartiamo «in nomine Domini».
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Abbiamo celebrato il Natale. Noi non possiamo qualificare questo ricorrente fatto religioso che come un incontro con Gesù Cristo. È venuto, si è abbassato fino a noi (Cfr. Phil Ph 2,7), è convissuto con noi (Io. 1, 14); riportandoci ai fortunati contemporanei di Cristo possiamo dire quasi noi pure: «abbiamo mangiato e bevuto con lui . . .» (Act. 10, 41).
Sotto l’aspetto spirituale, noi non dovremmo più dimenticare questa realtà della nostra vita religiosa: l’incontro personale col Signore.
Il fatto sacramentale del nostro battesimo ci obbliga a questa mentalità, a questa spiritualità, quella d’una vicinanza personale, d’un’amicizia, d’una confidenza, la quale va oltre ogni limite pensabile nell’Eucaristia: arriva alla comunione, alla fusione della Vita umano-divina di Gesù Cristo con la nostra vita personale, per umile e insignificante che essa sia: «chi mangia me, vivrà per me» (Io. 6. 58).
Diamo l’importanza che merita a questo traguardo del nostro cammino religioso. Noi arriviamo realmente al Dio fatto uomo.
Quali abissali distanze sono state superate, annullate! noi siamo ammessi alla diretta e perfetta conversazione con Cristo, il mediatore, il «ponte» come lo chiamava S. Caterina da Siena. Qui si inaugura la nostra autentica religiosità cattolica.
Ma facciamo bene attenzione. Anch’essa, questa religiosità, ammette, anzi esige una gradualità, uno sviluppo morale e spirituale, che sarebbe temerario trascurare (Cfr. Matth. Mt 22,12).
Noi. diciamo noi figli del nostro secolo, quando siamo condotti alla soglia del mondo religioso, abbiamo nel cuore e forse sulle labbra, la preghiera del cieco di Gerico: Signore, fa ch’io veda! Vorremmo tradurre in esperienza sensibile quella verità religiosa, quella Realtà misteriosa, alla quale, per curiosità capricciosa, ovvero per inquietudine interiore, ovvero per occasione impreveduta di qualche vicenda esteriore, o esperienza premente della vita, o per certa conclusiva stringenza logica, o soprattutto per l’iniziazione sacramentale, o forse anche per ulteriore segreto impulso dello Spirito Paraclito, siamo in qualche modo arrivati. Non è così, del resto, che ci invita l’epifania dell’arte, che nella religione cattolica non è messa al bando da puritanismi iconoclasti, e che traduce in splendidi e innumerevoli segni esteriori il linguaggio sacramentale e cultuale? la liturgia non procede forse con il ministero dei sensi nel regno invisibile della grazia e della mistica comunione con Cristo e con Dio? E di più, tutta la pedagogia moderna non cerca di sostituire lo sforzo mnemonico e mentale con i sussidi audiovisivi? Quanti, come Tommaso il Didimo, davanti alle esigenze della fede, non ripetono come proprie le parole di lui: «Se non vedrò . . . non crederò»? (Io. 20, 25)
Eppure questo atteggiamento è insipiente. Anche a noi il Signore potrebbe dire: «Voi non vi rendete conto di ciò che domandate» (Mt 20,22). Perché una esperienza sensibile d’un’entità religiosa è di per sé, direttamente, impossibile, e per di più infruttuosa (Cfr. 2 Cor 2Co 5,16). Che se davvero i nostri sensi fossero colpiti da qualche raggio di visibilità divina, quale sarebbe la nostra normale reazione? Lo spavento (Cfr. Ex. Ex 33,20 1 Sam 1S 6,19-20). La presenza di Dio tradotta in termini sensibili è terribile, è folgorante.
Anche nel Vangelo, ch’è tutto un quadro in cui Dio fatto uomo si arrende alla nostra conversazione (Cfr. Bar. Ba 3,38). Cristo ha momenti nei quali la sua manifestazione incute grande timore (Cfr. Matth. Mt 17 Matth. Mt 6), e provoca sentimenti e parole, che la Chiesa ripeterà perennemente: «Signore, io non sono degno . . .» (Mt 8,8). Caratteristica è l’esclamazione di Simon Pietro al momento della prima pesca miracolosa; egli, pur nella barca, si butta in ginocchio davanti a Gesù e gli dice: «Allontanati da me, perché io sono uomo peccatore» (Lc 5,8). E poi, che dire di quell’incontro degli occhi smarriti dello stesso Pietro, dopo aver rinnegato il Maestro, con lo sguardo di Gesù, durante il processo notturno: «Il Signore allora, registra S. Luca, si volse a guardare Pietro, e Pietro si ricordò della parola dettagli dal Signore: - Prima che il gallo canti oggi, tu mi rinnegherai tre volte -. E uscito fuori Pietro scoppiò amaramente in pianto» (Lc 22,61-62)?
Tutto questo ci fa pensare che il primo nostro contatto, sensibile o spirituale, con Dio non è normalmente destinato a suscitare impressione di meraviglia divertita, e neppure di pacifica gioia; e ci avverte che se davvero vogliamo entrare nella sfera religiosa noi dobbiamo passare attraverso emozioni, sentimenti, atti di profondo sconvolgimento interiore. Non si va a Dio come fosse un divertente spettacolo, o un incontro di familiare indifferenza. Anche qui ci giovi una elementare similitudine. Dio è la luce; se uno di noi gli si presenta davanti, qual è il primo effetto risultante? Il primo effetto è che noi, prima di guardare a Dio, guardiamo a noi stessi; e subito siamo invasi da confusione e da disagio, perché, mentre intuiamo la maestà trascendente della sua presenza, vediamo la nostra bassezza (perfino la Madonna sperimentò questa umiltà metafisica; ricordate il suo Magnificat, in cui Maria proclama la propria piccolezza dinanzi alla grandezza di Dio? - Luc Lc 1,48); di più noi scopriamo con umiliante evidenza la nostra indegnità (Cfr. Matth Mt 22,12).
Questo atteggiamento morale-spirituale qualifica un genere di preghiera il quale, ancor prima di concederci un beatificante colloquio con Dio, dà a noi la coscienza di noi stessi. Potremmo chiamarla preghiera di autocoscienza, preghiera riflessa sopra il nostro essere, e specialmente sopra le nostre condizioni morali. Il primo tentativo di stabilire un rapporto con Dio implica la denuncia della nostra incapacità a tale riguardo senza un suo miracoloso intervento di bontà e di misericordia. Ricordate il ritorno, cioè la conversione del figliolo prodigo nel Vangelo: «Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono più degno d’essere chiamato tuo figlio!» (Lc 15,18-19 cfr. GUARDINI, Il Dio vivente; Sul pentimento ).
Questa fase e questa forma di vita religiosa sono, come tutti sanno, estremamente importanti, e costituiscono per la mentalità dell’uomo moderno gli ostacoli più grandi alla sua restituzione al regno di Dio, alla vita cristiana. Sormontare questi ostacoli non significa soltanto ammettere, in qualche modo, l’esistenza di Dio, e quindi l’inserzione d’un problema religioso nella nostra vita; significa riabilitare in noi il senso razionale dell’obbligazione morale, cioè dell’inevitabile relazione che la nostra condotta comporta con Dio, avere presente la nostra responsabilità trascendente, dare alla nostra coscienza la chiarezza e la forza di guidare le nostre azioni in funzione d’un parametro oggettivo e sacro, decisivo per il nostro presente e futuro destino.
Dovremo perciò rifare la nostra abitudine d’esaminarci al lume della presenza di Dio, e a quello della legge divina e dell’impegno del nostro dovere. Difficile, ma non impossibile. Anche qui infatti forse l’uomo moderno è tanto più disposto alla preghiera del pentimento quanto maggiore è la sua istintiva ripulsa; e ciò avviene appena egli avverta una presenza divina, e quindi un proprio bisogno di misericordia.
Ma abbiamo celebrato il Natale, la presenza del Dio fra noi, per noi.
È perciò il momento propizio per fare nostri questi pensieri: è venuto il Signore: chi non vorrebbe incontrarlo?
Con la nostra Benedizione Apostolica.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Abbiamo celebrato il Natale. Consideriamo il Natale come l’incontro religioso dell’umanità con Cristo, cioè col Verbo di Dio fatto uomo. Questo incontro ci riguarda personalmente, È su questo aspetto del mistero celebrato che dobbiamo fermare ora la nostra attenzione. Cioè dobbiamo abilitarci a conversare con Cristo, e per suo tramite con Dio; con quel Cristo-Dio che per incontrarsi con noi, ha fatto un così lungo cammino: è disceso dal cielo. Questa conversazione segna una nuova e amplissima tappa della vita religiosa cristiana. Semplificando ora diremo: dobbiamo imparare a parlare col Signore, a parlare al Signore. Un colloquio diretto, nostro, sincero col Signore costituisce un genere di preghiera particolare: la preghiera personale.
Sorge la domanda: siamo capaci di preghiera personale? Potremmo dire senz’altro di sì, se per preghiera personale intendiamo la recita di alcune formule di orazioni abituali, che tutti conosciamo e che vogliamo credere dànno voce alla nostra consueta osservanza religiosa: chi è che non recita un «Padre nostro»? un’«Ave Maria»? e non sono molti fra voi che recitano ogni giorno qualche preghiera all’inizio e al termine della giornata? Per di più, molte persone buone dicono ogni giorno il Rosario, ed altre solite preghiere, entrate nel programma della giornata del buon cristiano.
E sta bene; sta molto bene: conserviamo questi elementari atti religiosi, come presa quotidiana di coscienza del nostro carattere cristiano; come espressione della nostra fedeltà alla concezione cristiana della vita; come segno di quel nostro ossequio religioso a Dio col quale vorremmo assolvere il primo, massimo e sintetico comandamento religioso e morale, quello dell’amore; come invocazione dell’aiuto divino, senza del quale resta insufficiente ogni nostra virtù speculativa ed operativa; come conforto infine alla quotidiana fatica nel compimento dei nostri doveri. Sta bene, ripetiamo, conservare puntuale e seria l’abitudine di recitare le preghiere quotidiane, con la semplicità del fanciullo, dalla quale vorremmo si mantenesse ornata e caratterizzata ogni nostra età. Ma bastano queste poche formule sempre eguali, e spesso più vocali che spirituali, per dare alla nostra esistenza il suo profondo significato religioso? il suo autentico ed attuale timbro spirituale? il suo originale e personale colloquio col mistero divino? Chi professa con sincerità i propri sentimenti religiosi avverte che manca qualche cosa a codesta breve orazione convenzionale: essa diventa facilmente un atto puramente esteriore; un appuntamento fra due assenti: Dio e il cuore.
E che diremo di coloro che tralasciano anche di ricordare questo appuntamento, e si abituano a dimenticarlo; anzi, diventati, come si suol dire, «maturi», non ne avvertono più né il dovere, né il bisogno. Una semplice inchiesta sulle abitudini religiose della gente del nostro tempo ci documenterebbe tristemente della totale, o quasi totale, assenza di preghiera personale in moltissime persone, aliene ed alienate ormai da ogni espressione di interiore religiosità: anime spente, labbra mute, cuori chiusi all’Amore, alla Fede, alle sollecitazioni o alle urgenze dello spirito! E quante sono! Vi è chi sostiene che l’uomo moderno così è e così dev’essere: senza preghiera personale. Qui c’è una confusione di termini, tra uomo moderno e uomo autentico. L’uomo autentico, l’uomo vero, e aggiungiamo: se davvero moderno, cioè consapevole del valore della sua progredita esperienza culturale, operativa, sociale, rimane radicalmente religioso, cioè essenzialmente orientato verso una ricerca e verso un rapporto con Dio, e perciò avido e capace di preghiera personale.
Tralasciamo il grande tema della pietà religiosa, della devozione (Cfr. S. TH. II-IIae, 101-102; S. FRANCESCO DI SALES, La Filotea; L. DE GRAND-MAISON, La religione personale; ecc.).
Ci limitiamo a porre il problema, tanto importante nel campo pastorale e psicologico, tanto delicato in quello pedagogico e spirituale: come è possibile rimettere negli animi della gente profana, areligiosa, atea perfino, l’impulso, la capacità, la corretta espressione d’una parola rivolta a Dio, a Cristo, alla Madonna? Lasciamo a voi, agli esperti, ai pastori, lo studio e la risposta a questo problema, solo osservando quanto essa sia attuale, specialmente in ordine al rinnovamento religioso e morale, che l’Anno Santo vorrebbe produrre nel popolo, oltre che negli ambienti già educati alla vita spirituale; e affermando, ancora una volta, che non deve essere problema insolubile, prova ne sia certa sensibilità interiore, anzi religiosa, che si riscontra in alcuni strati più seri e pensosi della gioventù.
Ci si conceda piuttosto di accennare all’espressione minima e momentanea della conversazione del nostro spirito con Dio, la preghiera-scintilla, l’invocazione, quasi esplosiva, che può sprigionarsi da un’anima; giaculatoria, la diranno le anime pie; invocazione, gemito, grido può sgorgare anche da uno spirito non allenato al colloquio religioso; e forma questo genere di preghiera una fenomenologia interessantissima nelle cronache del regno di Dio, a cominciare da quella del così detto « buon ladrone », che con una sola implorazione strappa da Cristo, con lui crocifisso e morente, la propria salvezza: «Signore, ricordati di me, quando sarai giunto nel tuo regno!
E Gesù gli rispose: Ti dico, in verità, oggi tu sarai meco in paradiso!» (Lc 23,42-43); per concludere con la singolare testimonianza di André Frossard, vivente, che la intitola: Dieu existe, je l’ai rencontré (Fayard, 1969).
Sì, bisogna ricordare che all’appuntamento, di cui dicevamo, due sono in causa; noi, forse pigri, tardi e restii interlocutori, e Dio, che previene ed ama, e per primo è in cerca di noi (1 Io. 4, 10), e ci colpisce col suo raggio misterioso.
Una sorpresa : la grazia è appunto tale! Dio voglia, che nell’intento di stabilire con lui il nostro regolare e filiale, ma spesso lento e renitente colloquio, tale sorpresa, quella della sua operante presenza sia anche a noi riservata.
Con la nostra Benedizione Apostolica.
L’Ente Provinciale per il Turismo in Roma
Siamo lieti di salutare quest’oggi il Consiglio di Amministrazione e il personale dell’Ente Provinciale per il Turismo di Roma, che insieme al loro degno Presidente sono venuti a porgerci omaggio.
Vi diamo di cuore il nostro benvenuto e vi diciamo il nostro grazie sincero. Grazie per il vostro gesto di filiale pietà, e grazie soprattutto per l’opera preziosa e benemerita che il vostro Ente non cessa di svolgere a favore dei pellegrini di tutto il mondo che vengono a Roma. Questa stessa opera voi siete venuti ad assicurarci stamane, in vista della celebrazione del prossimo Anno Santo.
Ci rallegriamo assai di questa vostra generosa e spontanea disponibilità, e nutriamo fiducia che saprete sempre agire con quella premura, con quella competenza e con quel garbo che il vostro delicato compito richiede. Il contributo che voi apporterete, affinché Roma possa degnamente celebrare un tale avvenimento ecclesiale, acquisterà un significato superiore a quello di una semplice assistenza turistica: sarà un servizio di alto valore civile e religioso, e non potrà non arricchire di riflesso voi stessi del frutto spirituale che i vostri assistiti ne ricaveranno.
Ecco i nostri voti: li confidiamo a voi, affinché trovino nella vostra cooperazione - ne siamo ben certi - quella corrispondenza che auspichiamo, e che merita questa alma Città, che Nostro Signore ha voluto Sede centro dell’Orbe cattolico e del suo Vicario in terra.
A voi tutti, qui presenti, ai vostri collaboratori, ai vostri cari, impartiamo di cuore 1’Apostolica Benedizione, invocando su ognuno la ricchezza delle divine grazie.
Seminaristi americani
We are happy to extend a special greeting to the students from Saint Meinrad’s Seminary who are taking a course in the history of liturgy. We hope that these days will be happy ones for you and that your being in Rome will help develop in you a sense of history and a sense of prayer. You have our encouragement and special blessing. With Saint Paul we say to you: “Do not grow slack but be fervent in spirit; he whom you serve is the Lord. Rejoice in hope, be patient under trial, persevere in prayer” (Rom. 12, 11-12).
1974-AUDIENZE