1974-AUDIENZE - Mercoledì, 3 aprile 1974




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 10 aprile 1974

Due sono, come sapete, gli scopi orientatori dell’Anno Santo: il rinnovamento cristiano e la riconciliazione. Questo secondo tema può riferirsi a obiettivi diversi, due anch’essi principali: Dio e gli uomini; può perciò avere sviluppi molto differenti, religioso il primo, quello cioè che riguarda la riconciliazione con Dio, tema capitale della nostra fede e della nostra vita religiosa, spirituale e morale; sociale il secondo, quello del ristabilimento di rapporti pacifici, normali e fraterni con gli uomini, che costituiscono il nostro prossimo. Ed è questo tema, che ora interessa la nostra attenzione: la riconciliazione fra i componenti dell’umanità, considerata nelle sue dimensioni universali, come in quelle particolari e, prime fra tutte, quelle private. Come vedete, il tema ha una rete immensa e complessa di applicazioni. Riguarda la pace, motivo senza fine di studio e di azione; riguarda i rapporti di concordia, di collaborazione, di rispetto, di solidarietà, ai quali oggi la coscienza civile dà giustamente tanta attenzione, ed ai quali la Chiesa rivolge speciali ed intense esortazioni, enucleando ed affermando i principii della pace e della convivenza umana, educando le coscienze a quel senso di universalità, cioè di cattolicità, che è proprio della sua costituzione religiosa, e che, anche nell’ambito naturale e civile, si manifesta sempre più come una esigenza, non solo ideale, ma concreta, e che tende a fare scomparire nell’umanità le cause delle guerre, delle discordie, delle rivalità, e a fare di essa una vera, grande e ordinata famiglia.

Il problema della riconciliazione, considerato nella sua attualità storica e politica, presenta aspetti tuttora assai gravi, verso i quali, pur non lasciando nulla di intentato di quanto è in nostro potere, non siamo il più delle volte che dolenti spettatori, umanamente incapaci a porre adeguato rimedio alla loro drammaticità, ma, proprio per questo, tanto più impegnati nella preghiera per la loro rapida e pacifica soluzione. Abbiamo sempre davanti al nostro spirito la situazione del Medio Oriente, dove intorno alla fatidica città della pace, Gerusalemme (Cfr. Ps Ps 121,6-8), figura per noi della Città celeste (Cfr. Ga 4,26), beata pacis visio (Inno della dedicazione), e intorno a quella Terra, Santa per tanti titoli biblici, evangelici specialmente dove ancora perdura uno stato di contesa, e dove, oltre ad un appropriato statuto con garanzia internazionale per la Città Santa, Gerusalemme, ed una conveniente tutela giuridica dei Luoghi Santi, urge una giusta ed equa sistemazione delle popolazioni profughe.

Anche recentemente, proprio in questi giorni, noi abbiamo invitato la Chiesa a ravvivare, nello spirito dell’orazione e della carità, il comune interesse per le necessità della Terra Santa.

E che diremo della riconciliazione tanto a lungo sperata, cioè della pace tuttora ritardata, nel Viet-Nam e nei Paesi vicini? Che cosa diremo della inquieta Irlanda del Nord, dove noi sempre abbiamo sperato che la comune professione cristiana potesse almeno impedire la troppo ripetuta e tragica effusione di sangue? Cosi altrove! in non pochi Paesi una sicura riconciliazione interna ed esterna è sempre desiderata. Noi incoraggeremo gli sforzi sinceri di quanti, costituiti in autorità, o aventi mezzi di comunicazione sociale a loro disposizione, o semplici cittadini, fanno opera di leale concordia nel mondo.

Ma la riconciliazione ha tanti altri campi nei quali svolgere l’opera sua: l’ecumenismo, per primo. La nostra speranza non si stanca di attendere fiduciosa, pur nella consapevolezza che la riconciliazione in questo campo non può maturare a scapito delle esigenze della dottrina della fede; consapevoli altresì che essa, la riconciliazione, esige una vigilia di umiltà e di orazione, di cui solo la Provvidenza divina stabilisce la durata. E ciò accresce la nostra spirituale tensione, che l’Anno Santo renderà certo ancora più intensa e fiduciosa.

E poi si pensi al bisogno e alla difficoltà di altre riconciliazioni. Nelle lotte sociali, nei conflitti tribali, e così via: la concordia fra gli uomini è sempre precaria e difficile!

Ma pensiamo a noi, alle nostre discordie private. Abbiamo nemici, avversari, persone ostili, verso cui le nostre relazioni umane possano essere puntualizzate secondo il Vangelo? Rileggiamone la pagina severa: «Se tu, nel fare sull’altare la tua offerta, ti rammenti che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare, e va prima a riconciliarti col tuo fratello, e poi ritorna a fare l’offerta» (Mt 5 Mt 23-24). Religione e carità fraterna devono andare d’accordo: ecco un bel ricordo, un buon proposito per l’Anno Santo. A tutti la nostra Benedizione Apostolica.

L’Istituto per la cooperazione universitaria

Nous sommes heureux de saluer aussi les nombreux étudiants et professeurs venus, de diverses nations, participer à la rencontre universitaire internationale qui se tient actuellement à Rome.

Est-il besoin de vous redire combien votre responsabilité est grande? Il est nécessaire que ceux qui consacrent leur vie au savoir réaffirment et approfondissent les valeurs permanentes qui seules peuvent fonder véritablement la pensée et l’action. Pour vous guider dans vos efforts, ayez confiance dans l’Eglise de Jésus-Christ. Nous en voyons un témoignage dans votre présence ici et Nous espérons que tette Semaine Sainte, vécue avec ferveur près du tombeau des Apôtres, premiers témoins de la Résurrection, vous aidera à approfondir votre foi. Dans tette certitude, Nous vous donnons de grand cceur, à vous et à vos familles, notre affectueuse Bénédiction Apostolique.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 17 aprile 1974

Noi tutti faremo bene a prolungare spiritualmente la nostra celebrazione della Pasqua nel ricordo del nostro battesimo. Il rapporto fra il mistero pasquale, che Cristo celebrò con la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione, ed il sacramento del nostro battesimo ci è insegnato da San Paolo con parole chiarissime nel celebre passo della lettera ai Romani: «Ignorate voi forse che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù siamo stati battezzati nella morte di Lui? siamo dunque stati sepolti con Lui nella morte mediante il battesimo, affinché, come Cristo fu risuscitato da morte per la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in novità di vita. Poiché se noi siamo stati inseriti nella somiglianza della morte di Lui, lo saremo anche a quella della risurrezione; sapendo questo, che il nostro uomo vecchio fu crocifisso con Lui perché fosse distrutto il corpo del peccato, in modo da non essere più nomi schiavi del peccato . . . Cosi anche voi fate conto di essere morti al peccato, e di vivere a Dio in Cristo Gesù» (Rom. 6. 3-11).

Questa è una fontana di dottrina: sulla salvezza portata da Cristo all’umanità, e come; cioè mediante il mistero pasquale; sull’antropologia insegnata dal cristianesimo, e cioè sul peccato originale; sulla azione sacramentale salvifica, derivata dallo stesso mistero pasquale; sugli effetti del battesimo, quali la purificazione del peccato e la restituzione del battezzato alla grazia divina, che vuol dire ad una misteriosa, ma reale partecipazione della nostra vita naturale alla vita divina, soprannaturale; con le conseguenze che derivano da un fatto così straordinario, specialmente per il nostro destino escatologico, cioè oltre la morte temporale, per l’eternità, ma, fin d’ora, per la nostra comunione vitale con Cristo, nostro capo, di Cui diventiamo membra nel suo mistico corpo, che è la Chiesa, con l’impegno da parte nostra, mediante l’aiuto divino e il sostegno della Chiesa stessa, d’essere «uomini nuovi» (Cfr. Eph Ep 4,24) nella mentalità (Cfr. Rom. 12, 2), nel costume, nello stile di vita, e specialmente nella carità fraterna (1 Io. 3, 13).

Questa dottrina sul nostro battesimo ci dovrebbe essere più familiare, e dovrebbe costituire il substrato della nostra vita spirituale e morale, la quale dovrebbe modellarsi misticamente e moralmente con quella di Cristo: con Lui dobbiamo essere in certo modo crocifissi (Cfr. Rom. 6, 6; Ga 2,20); con Lui morti (2 Tim 2Tm 2,11); con Lui con sepolti (Col 2,12), per rivestirci di Cristo (Ga 3,27), ed essere poi con Lui viventi e conrisuscitati (Ep 2,5 Col 2,13), e coeritieri e conglorificati (Rom. 8, 17).

Fissiamo ora il nostro pensiero sul punto focale di questa dottrina fondamentale per ogni cristiano, e cioè sul contatto, sull’unione, sulla comunione di vita che il battesimo, per virtù della passione, della morte e della risurrezione di Cristo, opera in noi. È il mistero della giustificazione e della santificazione ideato dall’amore di Dio per la nostra salvezza.

Non sarà trascorsa indarno per noi la Pasqua, se essa avrà riacceso in noi la coscienza del nostro battesimo. È questo il nostro voto, con la nostra Benedizione Apostolica.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 24 aprile 1974

La vostra visita ci trova ancora nel respiro dell’atmosfera pasquale, che deve riempire i nostri animi della reviviscente memoria del nostro battesimo, partecipazione non solo rituale, ma sacramentale al mistero pasquale, ch’è l’opera della nostra redenzione, compiuta da Cristo mediante la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione, e a noi comunicata nella fede, mediante il simbolo efficace del battesimo stesso.

Il quale dunque non è soltanto un atto cerimoniale, un fatto episodico, una rievocazione memoriale del mistero pasquale, ma un principio vitale, innovatore, soprannaturale, permanente e profondo, che rigenera l’essere umano e gli imprime una nuova forma di vita, e lo associa ai nuovi destini del regno di Cristo.

Sorge allora una elementare domanda: questo momento prodigioso della nostra esistenza, il quale è tutto dovuto all’opera di Dio, alla sua trascendente e misericordiosa causalità, comporta qualche condizione da parte dell’uomo? È il battesimo un fatto puramente automatico, ovvero esige da chi lo riceve qualche particolare comportamento? Sì, certamente; tanto che nei bambini, che sono battezzati e non hanno coscienza di sé, deve per loro supplire la Chiesa, specialmente e ordinariamente, mediante i Padrini e le Madrine dei battezzandi. E quali sono queste condizioni?

Qui il discorso si farebbe lungo, ma certamente a nessuno di voi è ignoto, tanto che noi ora ci limitiamo a ricordarvene il titolo, che è quello del «catecumenato», parola questa che deriva dal verbo greco «katecheo», e che significa impartire un insegnamento orale, quello appunto che nella primitiva Chiesa cristiana si anteponeva alla ammissione al battesimo. Il catecumenato è la prima parte della iniziazione cristiana, della quale ora fortunatamente molto si parla; voi ne siete sicuramente informati; del resto faremo bene tutti ad «aggiornare» la nostra istruzione in proposito.

Ora qual è la chiave d’ingresso nel catecumenato? È la famosa domanda, con cui ancora oggi incomincia il grande e consueto rito battesimale: «Che cosa vuoi tu, che vieni alla soglia della Chiesa di Dio?» chiede il ministro del battesimo al neo-battezzando. Risposta: «Chiedo la fede». E il ministro: «che cosa ti può dare la fede?»; risposta: «la vita eterna». Nulla di più semplice, e nulla di più importante di questo fondamentale dialogo: la fede è la chiave d’ingresso; è la condizione iniziale, indispensabile, per accedere alla salvezza cristiana. Più che d’una fede formata, qui si intende d’una disposizione alla fede completa e già edotta delle verità, ch’essa introduce nello spirito umano, e che dovranno illuminarlo sempre meglio in tutto il corso successivo della vita cristiana.

Voi poi anche sapete che durante lo svolgimento del catecumenato, cioè della preparazione al battesimo, ad un dato momento, è richiesta al candidato, e a chi lo rappresenta o lo accompagna una esplicita, se pur sintetica, professione di fede con la recitazione del Credo, del così detto «Simbolo apostolico» (come, rifacendosi alla tradizione romana, per primo lo designa S. Ambrogio) (PL 16, 1174; 0. FALLER, Explanatio Symboli , pp. PP 9-10, CSEL, 73). Fermiamoci qui, con una capitale osservazione: il battesimo comporta un preciso e deciso impegno dottrinale. Essere battezzati cioè essere cristiani, esige la fede, sia soggettiva, risposta personale piena e gioiosa all’Amore divino, rivelatosi salvifico in Cristo, sorgente di tutta la nostra vita nuova; sia oggettiva, adesione a una rivelata Parola di Dio, enucleata in determinate verità, che il carisma docente della Chiesa propone da credere, senza riserve e senza equivoche interpretazioni.

Voi comprendete come l’impegno dottrinale, fin dal primo tirocinio, sia fondamentale e solenne per chi voglia attenersi all’autenticità della professione cristiana; e come la fedeltà a tale impegno non possa essere qualificata di vieto e rigido integrismo, e non consenta arbitrii, così detti pluralistici, di opinioni personali e mutevoli, i quali deflettano dalla sostanza testuale della dottrina, quale il magistero della Chiesa, nella sua responsabile funzione e nel suo arduo dovere di «custodire il deposito» (Cfr. 1 Tim 1Tm 6,20), conserva, difende e logicamente alimenta e sviluppa, memore dell’esortazione dell’Apostolo: «che la vostra carità cresca sempre più e più nella vera scienza . . .» (Ph 1,9).

Sicurezza ed armonia è la verità della fede nelle sue inesauribili espressioni; sicurezza ed armonia, di cui oggi ha particolarmente bisogno la Chiesa, non di sincretismo superficiale e artificioso, non di critica contestataria e sovversiva, non di indocili e indisciplinati pluralismi, ma di chi, come dice ancora l’Apostolo, «vive la verità nella carità» (Ep 4,15).

A voi l’esortazione, a voi l’augurio, con la nostra Apostolica Benedizione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 1° maggio 1974

La nostra riflessione, quest’oggi 1° Maggio, si rivolge con grande interesse verso il lavoro, tema immenso e oggetto di tanti studi e di non finite controversie. Noi ci limitiamo, in questa sede, a qualche citazione, che riprendiamo semplicemente dal Concilio, con intenzione chiarificatrice ed elogiativa.

Rimane certamente nel nostro ricordo e nella nostra esperienza la sentenza di Dio a punizione di Adamo, dopo il primo fatale peccato: «ti guadagnerai il pane col sudore della tua fronte» (Gen. 3, 19), sentenza che aggrava e inasprisce il rapporto fra l’uomo e le cose necessarie alla sua vita; il rapporto non sarà più facile e giocondo, ma sarà stentato e faticoso; lo sappiamo, anche dopo l’invenzione meravigliosa, propria dell’uomo moderno, di strumenti potenti e perfezionatissimi, che diminuiscono, ma alla fine non annullano la fatica dell’uomo dominatore della natura per la propria utilità. Il lavoro è quindi maledetto? No; è l’uomo che subisce il castigo dello sforzo penoso; non, per sé, il lavoro, che rientra nel disegno provvido e sapiente di Dio in ordine all’esercizio delle facoltà umane e al progressivo umano sviluppo. Dice infatti il Concilio: «l’attività umana, individuale e collettiva, ossia quel poderoso sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, considerato in se stesso, corrisponde al disegno di Dio . . Gli uomini . . . col loro lavoro prolungano l’opera del Creatore, . . . e dànno un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia» (Gaudium et Spes GS 33). Sia dunque promosso e benedetto il lavoro, e sia consolato l’uomo che lo compie, non senza grave suo sforzo e copioso sudore.

Un’altra citazione del Concilio ci istruisce sulle finalità superiori e trascendenti del lavoro. Noi ci domandiamo: il lavoro è fine a se stesso? È chiaro che no. Il lavoro tende direttamente al profitto economico, il quale a sua volta tende alla soddisfazione dei bisogni umani. Alcuni si fermano a questa visione immediata del lavoro, e ne fanno la sorgente della liberazione umana, diventata la parola-vertice e magica di tanti movimenti ideologici, sociali, economici e politici, ed anche perfino spirituali e religiosi. Può dunque qualificarsi il lavoro come la sorgente della liberazione umana, cioè delle somme aspirazioni della vita?

La domanda, buona e legittima in radice, in quanto riconosce nel lavoro e nella prosperità economica, che ne può derivare, uno dei coefficienti indispensabili alle necessità e alla dignità della vita umana, non è soddisfacente nella sua risposta, se questa si limita ai beni temporali, che possono scaturire dal lavoro orientato alla soddisfazione materialista o edonista dei desideri dell’uomo. Dice il Concilio : «Alcuni attendono dai soli sforzi umani una vera e propria liberazione del genere umano e sono persuasi che il futuro regno dell’uomo sulla terra appagherà tutti i desideri del loro cuore . . . Con tutto ciò diventano sempre più numerosi quelli che, di fronte all’evoluzione attuale del mondo, si pongono o avvertono con nuova acutezza gli interrogativi più fondamentali: che cosa è l’uomo? Qual è il significato del dolore, del male, della morte, che nonostante tanto progresso continuano a sussistere? . . . nella luce di Cristo . . . il Concilio intende rivolgersi a tutti per illustrare il mistero dell’uomo e per aiutare a trovare la soluzione dei principali problemi del nostro tempo» (Gaudium et Spes GS 10).

Così il Concilio. Noi possiamo concludere con un’osservazione: la filosofia della vita, che restringesse nel solo lavoro rivolto al possesso del mondo esteriore e materiale la sua sapienza, non sarebbe sufficiente, non sarebbe soddisfacente, e alla fine non sarebbe invulnerabile dalla critica del pensiero, dall’esperienza della storia; e fin da ora dalla parola, sì, veramente liberatrice, di Cristo: «Non di solo pane vive l’uomo, ma d’ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4 Mt 4).

Il lavoro, cioè l’attività dell’uomo, solo tesa al possesso e al dominio del benessere temporale, ha bisogno d’un elemento complementare indispensabile, quello autentico dello spirito, quello della fede, quello del dono della vita soprannaturale. L’antica formula di San Benedetto è sempre valida: ora et labora; prega e lavora; è la formula, sempre moderna, della vita cristiana, quale noi oggi auguriamo a tutto il mondo del lavoro, con la nostra Benedizione Apostolica. Vorremmo oggi, 1° Maggio, festa del lavoro, entrata anche nel nostro calendario liturgico, cioè del pensiero e del culto cattolico, mandare un saluto a tutti i Lavoratori.

Vorremmo far sentire a tutti, con umile ma sincera affezione, che la Chiesa pensa a loro. Essa guarda alla loro aspirazione di giustizia e di progresso con solidale simpatia.

Essa teme soltanto che l’ansia della loro lotta metta lo spirito di odio, di vendetta, di violenza nei loro cuori, e chiuda sopra i loro occhi la visione vera e totale dei beni spirituali, che non meno di quelli economici, sono necessari alla loro vita e sono degni della loro condizione sociale: Cristo fu povero, Cristo fu egli pure lavoratore, Cristo ha incontrato l’opposizione e l’incomprensione dei suoi contemporanei, Cristo ha sofferto ed è morto per liberare noi tutti dai nostri peccati, e per renderci tutti fratelli, ed eredi d’una vita immortale, che supera i confini di questa nostra vita mortale presente. ssa, la Chiesa, mantiene e svolge le parole e le promesse, che i Papi, specialmente da un secolo ad oggi, hanno pronunciate per la causa giusta e rinnovatrice delle classi operaie.

Essa oggi vi saluta e vi benedice nei vostri posti di lavoro: vede tanti di voi impegnati in fatiche molto dure ed estenuanti; la fatica fisica è la vostra prova ed il vostro onore.

Vede altri di voi addetti a imprese rischiose, che spesso richiedono un coraggio acrobatico e una straordinaria padronanza di sé, che merita il plauso di tutti. Vede molti di voi occupati in lavori monotoni ed alienanti, ed ammira la vostra bravura e la vostra pazienza. E quanti di voi passano la loro giornata in officine accecanti ed assordanti; quanti sono obbligati a lavori notturni e a turni di lavoro che rompono ogni ritmo tranquillo alle vostre giornate: la Chiesa non vi dimentica.

E ancora quanti non ricavano più dall’austera e georgica vita dei campi un benessere sufficiente ad un’esistenza civile, non inferiore a quella dei compaesani che hanno preferito il lavoro industriale e più sicuramente retribuito: la Chiesa è ancora con i laboriosi coltivatori della terra e allevatori di armenti e di greggi.

E vediamo i mille e mille di voi, che hanno lasciato la casa e la patria per cercare all’estero un ingrato lavoro e un po’ di fortuna: cari esuli, la Chiesa pensa agli emigranti.

Vediamo le vostre famiglie ancora in povere case, spesso con figli senza scuola vicina, e prive della sufficiente assistenza sanitaria e sociale di cui avrebbero bisogno: la Chiesa è sempre casa per la vostra famiglia cristiana ed onesta.

Vediamo le vostre chiese quasi abbandonate, le vostre parrocchie dalle campane talvolta senza voce, e le vostre feste locali quasi deserte.

Vediamo spesso voi tutti affascinati da idee, spesso venute da lontano, col fascino della rivolta, ma senza garanzia di verità e di felicità . . .

Lavoratori! oggi noi guardiamo a voi con nessun altro interesse che la vostra giustizia, la vostra prosperità, la vostra fedeltà a Cristo, nostro Salvatore e nostra pace.

È vicino a noi un vostro collega e vostro protettore, San Giuseppe, che insegnò a Gesù il mestiere del fabbro; e con lui, sempre nel nome di Cristo, tutti vi salutiamo e vi benediciamo.

L’Apostolato della Preghiera

Our special greeting goes to the National Secretaries of the Apostleship of Prayer who have assembled in Rome. We are mindful of the efforts and accomplishments of your Association to promote holiness through the daily offering of one’s life to God.

As we encourage you to persevere in the love of Jesus Christ and in authentic Christian prayer, we thank you and all our beloved sons and daughters who are especially mindful of the intentions of our universal ministry. We are happy to repeat with Saint Paul: “Pray perseveringly, be attentive to prayer, and pray in a spirit of thanksgiving. Pray for us too . . .” (Col 4,2-3). With our Apostolic Blessing in the Lord.

Pellegrinaggio de «La Vie Montante»

Avec une joie particulière, Nous accueillons les quatre mille représentants de «La Vie Montante» qui Nous entourent aujourd’hui, ainsi que le cher Monseigneur Caillot qui donne à ce mouvement tout son dévouement pastoral.

Amis très chers, Nous nous sentons proche de vous et de ceux que vous représentez ici! De vous surtout, qui souffrez moralement; de vous qui vous sentez isolés ou incompris; de vous qui, ayant porté le poids du jour et de la chaleur, n’avez plus la force d’antan mais ne manquez cependant ni de courage ni d’énergie.

Il n’y a point, vous le savez, « d’âge de la retraite » pour accomplir la volonté de Dieu, qui est que nous devenions des saints!

Tous les âges de la vie ont donc leur manière de répondre à l’amour du Christ et de lui rendre témoignage. L’Eglise, elle, a le grave devoir et le souci de faire que chacun trouve en elle sa place pour répondre à cet appel. Si l’accomplissement de la vie ne réalise jamais parfaitement l’idéal des commencements, il doit nous permettre de reconnaître combien, mystérieusement, «tout est grâce». L’essentiel devient alors, selon le mot de Saint Paul, «d’achever en nous ce qui manque aux souffrances du Christ pour son corps qui est l’Eglise» (Col 1,23).

La sanctification par la prière, les sacrements, la charité fraternelle, voilà l’action spirituelle par excellence, l’achèvem.ent du Corps Mystique du Christ. Vivez, chers amis, ce dogme de la «Communion des Saints». Puissions-nous tous y trouver cet élan qui s’épanouira un jour - c’est un point essentiel de notre foi – en vie éternelle.

Grâce à cette communion spirituelle, invisible, beaucoup peuvent compter aujourd’hui sur le témoignage des membres de «La Vie Montante». D’abord vos compagnons et compagnes du troisième âge, qui attendent votre soutien, votre amitié, votre apostolat, à une heure où le recul leur permet souvent de redécouvrir l’essentiel.

Vos familles, vos paroisses, l’Eglise locale peuvent apprécier les multiples services que permet votre disponibilité, la sagesse de votre regard et de votre expérience, l’exemple de votre foi et de votre piété.

A vous tous, présents à Rome près des tombeaux des Apôtres, comme à tous les membres de votre mouvement, qui vous sont particulièrement unis en ces jours par la prière, Nous disons notre confiance, l’espérance que Nous mettons dans votre sens de l’Eglise, dans votre dynamisme spirituel, et apostolique, et Nous vous donnons de grand coeur notre affectueuse Bénédiction Apostolique.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 8 maggio 1974

Ancora noi proseguiamo a celebrare in noi stessi il mistero pasquale, cioè l’estensione alle nostre singole vite personali del dramma redentore di Cristo. Egli è morto, Egli è risuscitato, per noi, e questa sua morte e questa sua risurrezione si comunicano a noi, si celebrano misticamente, ma effettivamente in noi mediante due processi, che di fatto rigenerano la nostra umana esistenza: uno è la fede, l’altro è il battesimo; essi si integrano a vicenda, ed operano in noi la «giustificazione». Scrive San Paolo: «Voi siete tutti (diventati) figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, quanti siete stati battezzati in Cristo; siete stati rivestiti di Cristo» (Ga 3,26-27). «Ignorate voi forse, riprende l’Apostolo scrivendo ai Romani, che quanti di noi siamo stati battezzati in Cristo Gesù siamo stati battezzati nella morte di lui? Noi siamo stati dunque sepolti con lui per mezzo del battesimo nella morte, affinché come fu risuscitato Cristo da morte per la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in novità di vita . . . Così anche voi fate conto d’essere morti al peccato e di vivere a Dio in Cristo Gesù» (Rom. 6, 3-11).

Questa dottrina è fondamentale per la nostra coscienza cristiana. Essa meriterebbe un’analisi biblica e teologica, tradotta poi in termini liturgici e morali di primaria importanza, sia spirituale che pratica (Cfr. F. PRAT, La théol. de St. Paul, I, 266; II, 266-268; 306; 312-315; etc.). A noi basti ora fermare l’attenzione sopra un punto-cardine di questa autentica e irrinunciabile concezione cristiana della nostra vita. Ed è questo: il nostro battesimo comporta un impegno morale: un forte, nuovo e stupendo impegno morale. Tutti possiamo ricordare le rinunce e le promesse fatte per il nostro battesimo. Un impegno morale? Cioè un dovere nuovo, un obbligo molto esigente? un vincolo alla nostra coscienza? una scelta determinata per la nostra libertà? Sì, un impegno morale, che investe tutta la nostra condotta. La vita cristiana, inaugurata col battesimo, che ci eleva ad un livello esistenziale nuovo, quello di figli adottivi di Dio, ci vuole «santi ed immacolati» (Ep 1,4). Sembra questa Un’esigenza eccessiva, un’utopia morale, un peso troppo grave. Eppure è così (Cfr.

Lumen Gentium LG 40).

E se realmente noi vorremo proporci un programma di rinnovamento di vita cristiana, non potremo prescindere da questa imperativa esigenza, che deve caratterizzare l’autenticità e l’originalità della nostra esistenza. Bisogna davvero che essa sia vissuta in una grande riconoscenza a Dio per la santità già a noi conferita come suoi figli adottivi e in una tensione indefessa di perfezione. Ce lo aveva già detto il Signore: «Siate perfetti, com’è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Ce lo ripete tutto l’insegnamento apostolico (Cfr. Rom. 12, 2; Ep 4,13 Col 1,28 Iac Col 1,4 etc. ). Ce lo insegna continuamente la Chiesa, cosciente delle proprie umane deficienze e sempre sollecita a battersi il petto accusandosi della propria fragilità, ma instancabile maestra di santità, ci stimola e ci conforta con l’esempio e con l’assistenza di quei suoi figli migliori, che in questa vita scelgono per sé uno stile di perfezione morale, e che passati all’altra vita, quando l’epifania delle loro virtù e dei loro carismi risplende in modo particolare, ce li propone campioni alla nostra imitazione, alla nostra venerazione, alla nostra invocazione nella comunione dei Santi.

Impegno morale: ma una prima obiezione ci invita per ora ad una semplice osservazione di risposta. Obiezione: Cristo non è forse venuto per liberarci? Come può essere proposta la vita cristiana come un impegno nuovo e più grave? Qui occorrerebbe una lunga lezione (Cfr. Card. G. COLOMBO, Per la liberazione dell’uomo, Rusconi Ed., 1972); lunghissima anzi, tanto questa parola «liberazione» è diventata quasi magica, quasi una seducente scoperta, che esonera l’uomo moderno da ogni scrupolo, e lo autorizza a vivere secondo la spontaneità dei suoi istinti, delle sue passioni, della sua coscienza puramente psicologica, nella erronea e talora fatale illusione, che svincolare la propria condotta da ogni autorità, da ogni proibizione, da ogni inibizione sia il mezzo migliore per rendere facile e felice la vita. Non è così.

Il Signore, nell’economia del nuovo Testamento ha sì, liberato l’uomo dall’osservanza precettistica dell’antico Testamento (Cfr. Matth Mt 12, l-8; Mc 2,27), ma ha perfezionato taluni precetti morali dell’antica legge (Cfr. discorso della montagna: Mt 5,17 ss.) e conservando quelli della legge naturale, del decalogo (Cfr. Rom. 2, 14 ss.), due principali innovazioni perfettive ha introdotto nella dottrina normativa della vita umana: la prima ha consistito nel rendere veramente interiore l’atto morale e nel portare nel cuore, cioè nella coscienza dell’uomo la vera osservanza del bene (Cfr. Matth Mt 15,11 Lc 18,10 ss.; Mc 7,6); la seconda, ha concentrato nell’amore a Dio ed al prossimo «tutta la legge e i profeti» (Mt 22,40), facendo cioè dell’amore che così si dà, fino al sacrificio, il principio fondamentale e fecondo della legge universale della moralità umana (Cfr. Io. 13. 35; 15, 13; Mt 25,31 ss.).Tutto questo ci fa pensare. Pensare quanto sia fuori strada la così detta «moralità permissiva», cioè l’affrancamento della condotta umana dalle norme assolute de! bene e del male; quanto sia incompleta una norma soggettiva suggerita dalla sola coscienza psicologica, avulsa da quella morale, da quella cioè guidata dalla legge di Dio e dal magistero autorizzato, che la propone; e quanto infine sia invece bella, gioiosa e forte una vita che fa del dovere sua guida, e il dovere ricava dalla luce e dall’impegno battesimale.

Con la nostra Benedizione Apostolica.

Nuovi Diaconi del Collegio Americano del Nord

Our special welcome goes to the young men from the Pontifical North American College who will be ordained deacons tomorrow. We invoke in abundance upon each of you, dear sons, the outpouring of Christ’s Holy Spirit, that you may be wise and faithful in your ministry. Always remember that your ecclesial service to God’s holy people will be effective to the extent that your personal commitment to Jesus Christ remains strong and vital. For, in the words of Saint Peter: “Although you have never seen him, you love him, and, without seeing, you now believe in him and rejoice with inexpressible joy . . .” (1 Petr. 1, 8). It must always be so, if you are to fulfill the destiny to which the Lord calls you. We congratulate your parents and families; may they always be proud of you.

To all of you we impart our Apostolic Blessing.

Partecipanti al corso di perfezionamento dell’IRI

Porgiamo ora il nostro cordiale e paterno benvenuto ai giovani provenienti da diverse Nazioni, che hanno concluso il Corso di perfezionamento indetto dall’Istituto per la Ricostruzione Industriale a favore dei Paesi in via di sviluppo. Vi esprimiamo la nostra sentita riconoscenza, figli carissimi, per avere voluto suggellare con questo incontro col Papa il vostro corso di studi, prima di ritornare nella vostra rispettiva patria.

La vostra presenza procura al nostro cuore una consolazione sincera e vi alimenta una grande speranza, perché ci offre un esempio eloquente di quella fraterna solidarietà e fattiva collaborazione tra i popoli, che la dottrina sociale della Chiesa e l’insegnamento pontificio hanno sempre vivamente raccomandato alla coscienza universale, come indispensabile condizione per la pace nel mondo.

Ci rallegriamo, pertanto, con voi che avete atteso con serio impegno ai vostri studi, e ci congratuliamo con quanti vi hanno dato la possibilità di perfezionare la vostra preparazione professionale con le nozioni tecniche più moderne, necessarie per lo sviluppo economico dei vostri Paesi.

Nel cammino che si apre davanti a voi, così pieno di promesse, vi guidi sempre l’amore disinteressato verso i vostri connazionali e il desiderio di rendervi utili ad essi in tutto ciò che concerne il retto progresso, la pace nell’ordine, la prosperità della vita familiare e sociale.

Ai nostri voti si aggiunge la Benedizione Apostolica, che di cuore estendiamo ai vostri cari e al benemerito Istituto per la Ricostruzione Industriale.

Economi ed amministratori di Famiglie religiose

Anche quest’anno abbiamo la gradita opportunità di rivolgere una parola di saluto e d’incoraggiamento ai numerosi Economi e Amministratori di Comunità Religiose, i quali partecipano, qui a Roma, al loro XIV Convegno Nazionale di studio nel quadro delle manifestazioni della Settimana della vita collettiva. Ci fa piacere veder questa schiera di persone, che nella loro consacrazione a Dio hanno altresì la responsabilità, oggi tanto delicata e complicata, della conduzione della vita economica delle rispettive Famiglie religiose, con tutti i problemi connessi: giuridici, tecnici, pratici, ecc. Vorremmo confortarvi in questo vostro impegno, affinché lo possiate vedere con gli occhi della fede, come un servizio - e quanto necessario! - alle vostre comunità, alle quali date in silenzio, con oculatezza e perizia, la possibilità di meglio dedicarsi alle proprie specifiche linee di azione e di contemplazione; vorremmo esortarvi a rendervi sempre maggiormente specializzati ed esperti in questo campo, che non ammette più improvvisazioni, empirismi, rischi, leggerezze, ma esige una impostazione diremmo scientifica del lavoro; ma vorremmo anche invitarvi a non lasciarvene assorbire pi; del necessario, sapendo che, se è pur doveroso e indispensabile avere una perfetta e qualificata organizzazione, rimane pur sempre superiore quell’optimam partem che il Signore ha lodato in Maria di Betania, seduta ai suoi piedi nell’ascolto della Parola, a differenza della troppo affaccendata sorella (Cfr. Luc. Lc 10,42).

E affinché siate sempre i ricercatori appassionati di questa «parte migliore», di cuore vi impartiamo la nostra Apostolica Benedizione, che estendiamo ai vostri Confratelli e alle vostre Consorelle.

Le Comunità neocatecumenali

Salutiamo il gruppo di sacerdoti e di laici che rappresentano il movimento delle Comunità Neocatecumenali, convenuti a Roma da molte diocesi d’Italia e di altri Paesi per un convegno sul tema della evangelizzazione nel mondo contemporaneo, lo stesso che sarà preso in esame dalla prossima Assemblea del Sinodo dei Vescovi.

Sappiamo, diletti figli, che nelle vostre comunità voi vi adoperate insieme a comprendere e a sviluppare le ricchezze del vostro battesimo e le conseguenze della vostra appartenenza a Cristo. Tale impegno vi porta a rendervi conto che la vita cristiana non è altro che una coerenza, un dinamismo permanente che derivano dall’aver accettato di essere con Cristo e di prolungare la Sua presenza e la Sua missione nel mondo.

Questo proposito, mentre per voi è un modo consapevole e autentico di vivere la vocazione cristiana, si traduce anche in una testimonianza efficace per gli altri, in uno stimolo alla riscoperta e al recupero di valori cristiani che potrebbero restare sopiti.

Vivere e promuovere questo risveglio è quanto voi chiamate una forma di catecumenato post-battesimale, che potrà rinnovare nelle odierne comunità cristiane quegli effetti di maturità e di approfondimento, che nella Chiesa primitiva erano realizzati dal periodo di preparazione al battesimo.

Siamo lieti di sapervi animatori di queste riprese di coscienza in tante parrocchie. Siamo lieti in modo particolare di sapere che in ogni vostra iniziativa siete sommamente attenti alla dipendenza dai vostri pastori e alla comunione con tutti i fratelli. Per questa sensibilità ecclesiale - che è sempre garanzia della presenza edificatrice dello Spirito - vi rivolgiamo il nostro incoraggiamento e vi impartiamo la nostra Benedizione.


1974-AUDIENZE - Mercoledì, 3 aprile 1974