
1974-AUDIENZE - Mercoledì, 14 agosto 1974
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Noi stiamo ancora cercando i segni della vita religiosa autentica dentro, all’interno, fuori del grande ed unico ovile di Cristo, che chiamiamo la Chiesa (Lumen Gentium LG 6), non certo per curiosità statistica, ma per affezione pastorale ed ecumenica circa la possibilità di attribuire a chi lo merita, a chi lo rivendica, a chi lo realizza il titolo, sempre superlativo, sempre misterioso, di «cristiano». Ricordiamo sempre con intima commozione le parole degli Atti degli Apostoli, al capo undecimo, là dove è narrato che Barnaba, mandato dalla chiesa di Gerusalemme ad Antiochia, vista la crescente moltitudine degli aderenti alla predicazione circa Gesù Signore, se ne andò a Tarso, dove Paolo, dopo la sua conversione si era ritirato (era la sua patria), e lo convinse a recarsi con lui ad Antiochia; e qui, per un anno intero, insieme istruirono quella comunità, in cui Giudei di varia origine, di Cipro e di Cirene, insieme con Greci, cioè pagani formavano una Chiesa locale di stirpe diversa, ma con fede omogenea, tanto che, scrive S. Luca autore degli Atti, là «in Antiochia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati Cristiani». Era probabilmente l’anno 43.
Cristiano, nome per noi comunissimo; nome disprezzato, compromettente, pericoloso ai primi tempi della Chiesa; ma nome per sempre acquisito ai fedeli, ai seguaci, ai « santi » della nuova religione (Cfr. 1 Petr. 4, 16; cfr. ERIK PETERSON, Christianus, in «Miscell. G. Mercati», 1, 355 ss.).
Noi ora saltiamo i secoli, e ci fermiamo al nostro tempo, per chiederci: che cosa significa oggi, per la mentalità del nostro mondo, questa gloriosa e combattuta qualifica di «cristiano»? Chi è cristiano? Lungi da noi la pretesa di fare una dissertazione adeguata su tale questione, in questa sede specialmente, dove la parola si fa estremamente semplice e sommaria. Noi tuttavia non crediamo inutile soffermarci a due elementari osservazioni. La prima è la facilità con cui questo benedetto titolo di « cristiano » è applicato nel linguaggio corrente: chi non vuol essere cristiano, quando questo titolo si può dire sinonimo di umano? di umano nel senso buono, naturale e profondo della parola. Cristiano è detto un uomo, un fatto, un sistema filosofico, che si riferisca a certi principii originali del Vangelo e del costume da esso ispirato, generato, imbevuto. Cristiano si riferisce a certi valori che dànno alla vita una pienezza, una, dignità, una inviolabilità, degna di essere considerata sacra. Cristiano è titolo così pieno di esigenze da costituire la fonte dell’evoluzione progressiva dei più ampli e incontestabili diritti; ed è insieme così grave e così interiore da giustificare l’impegno ai doveri maggiori della vita. Cristiano è nome così personale da distinguere un essere per sé semplicemente umano assurto al livello di figlio di Dio.
Cristiano infatti è formula così misteriosa da includere un rapporto vitale con l’Essere primo, creatore e signore, presente sempre e ineffabile, tanto più misterioso quanto meglio reso a noi, in qualche misura, accessibile, così da poterlo chiamare, con termine dilatato all’infinito, - beati noi! -: Padre! Padre nostro!; dove il mistero dell’Essere Infinito, Vivente su tutti e per tutti, si apre in mistero d’Amore per ciascuno di noi, per noi tutti insieme, senza confine. «Cristiano» è definizione morale e religiosa per eccellenza.
Non finiremmo più se dovessimo esplorare le profondità teologiche di questo appellativo. Ora ci basta osservare la sua irradiazione nella nostra cultura, nella nostra esperienza, per concludere con un tributo di riverenza e di simpatia verso ogni espressione, anche incompleta, ed anche inavvertita, che circonda questa, sia pur nominale, presenza di Cristo fra noi. Tuttavia una seconda osservazione ci è suggerita proprio dalla densità di significato del nome cristiano.
Esso esige che gli sia riconosciuta, almeno potenzialmente, questa pienezza, questa fecondità, questa dignità di contenuto umano e religioso. Applicabile a tutto ciò che riguarda i nostri destini presenti e trascendenti, esso non può essere volgarmente strumentalizzato.
Non può figurare come un’opinione, un’ideologia, un’ipotesi; la sua equazione è la vita, e quale vita! Non può lasciare indifferente, o incoerente chi lo porta; esso è destinato a imprimere un sigillo, uno stile, una forma all’esistenza umana, e una qualche stupenda caratteristica anche alle cose e alle attività, insignite di tanto nome. Certo, esso esige la fede, questo supplemento di conoscenza che ci viene dalla rivelazione; ma poi il nome cristiano, in virtù d’una sua stimolante coerenza, e d’un flusso d’energia divina, la grazia, che reca con sé, il nome cristiano educa alla fede, ne fa pregustare la trasparenza e la sapienza. Vi sono fenomeni nella prassi e nella cultura moderna che rifuggono dall’accettare questo realismo, e preferiscono concedere ai loro clienti maniere di pensare e di vivere senza impegni di questo genere, senza problemi speculativi operativi; anzi li lasciano nella persuasione che si vive meglio limitando lo sforzo vitale alla pratica concreta dell’esperienza empirica. Sapete che cosa è il pragmatismo? È il sistema filosofico circa l’arte del riuscire. È una concezione della vita, che ha avuto i suoi pensatori rinomati (Cfr. C. S. PEIRCE, How to make), anche nel campo religioso (Cfr. W. JAMES, The varieties of religious experience, con il suo principio: will to believe), e che in Italia ha avuto un suo grande esponente, e poi suo critico vincitore in Giovanni Papini, come tutti ricordano ( . . . attendiamo sempre G. Prezzolini!).
È un sistema, in fondo, che prescinde dalla verità oggettiva, razionalmente conquistata, e pone nella volontà e nell’esperienza il punto focale della psicologia umana. A noi cristiani, ciò non può bastare. Dovremo anche noi essere volontaristi e mettere la carità al primo posto (non dice forse Gesù: non chi dirà . . . . ma chi farà . ..?). (Mt 7,21 1 Cor 1Co 13,13) ma ciò dev’essere alla scuola della Parola di Dio, del Verbo, che a noi s’è comunicato, e dello Spirito di verità, che ci deve insegnare ogni cosa per la nostra salvezza (Cfr. Io. 14, 26; 16, 13). Il cristiano non può prescindere dall’esercizio dell’intelligenza e del pensiero, e dal mettere la sua mente, la sua anima a disposizione della dottrina di Dio (Io. 6, 45).
Dicendo queste cose la nostra mente, il nostro cuore si rivolgono con amicizia pastorale alle folle dei giovani, che oggi si orientano verso una singolare aspirazione al nome cristiano, come questo sia felice traguardo d’una sofferta, delusa stanchezza, e come questo solo abbia virtù rigeneratrice di ideali e di forze, che la vita moderna, nella pompa e nell’autosufficienza della sua ostentata opulenza, non ha saputo né conservare, né infondere.
A questa gioventù, guidata da un misterioso istinto spirituale di salvezza e interiormente confortata da una qualche rinascente e dolcemente modulata preghiera, noi auguriamo di giungere alla meta: Cristiano, sii cristiano!
A voi tutti pure l’augurio, con la nostra Apostolica Benedizione.
Partecipanti ai corsi estivi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
E ora, un saluto particolarmente cordiale agli studenti e professori dei corsi estivi di lingua e cultura italiana per stranieri, organizzati dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, presso la Facoltà di Medicina di Roma. L’incontro si ripete ogni anno, e ci dà la gradita possibilità di incontrarci, sia pur fugacemente, con una rappresentanza assai qualificata della gioventù studiosa internazionale.
Vorremmo fermarci con voi ad uno ad uno, e chiedervi, oltre al vostro Paese di origine, le vostre impressioni non solo sulla partecipazione ai corsi - che sappiamo ottimi, per la serietà dell’insegnamento impartito, a tutti i livelli - ma soprattutto anche sulla vostra permanenza qui a Roma, a contatto con le testimonianze fulgide della civiltà antica, sul cui universalismo si inserisce senza soluzione di continuità l’universalismo cristiano, la presenza unificatrice della Chiesa, che ha in Roma le sue espressioni più alte e genuine: basti ricordare « i trofei » degli Apostoli Pietro e Paolo, che l’Urbe custodisce come due gioielli incastonati nello scrigno delle omonime stupende basiliche.
Il fascino di Roma, a chi lo sappia scoprire, è appunto nel rintracciare sulle orme della civiltà del diritto, della cultura, dell’arte di Roma il sovrapporsi del nuovo verbo della salvezza, predicata dagli Apostoli pochi decenni dopo la Risurrezione di Cristo, testimoniata col sangue dei Martiri, e tuttora viva nel respiro universale della Chiesa, «onde Cristo è Romano».
Facciamo voti che la letificante scoperta di questi valori, dei quali siete andati in traccia in questi giorni di studio, di scambi fraterni, di visite culturali, vi accompagni sempre nella vita, a darvi ampiezza di orizzonti, chiarezza di vedute, quadratezza di sentire, soprattutto senso di universalità e di fratellanza, onde poter costruire qualcosa di veramente valido, per voi e per i vostri singoli Paesi.
È il Nostro paterno augurio, accompagnato da una preghiera, per invocare su di voi e sui vostri Cari le benedizioni del Dio dell’amore e della pace.
Nous voulons saluer aussi tous ceux auxquels, parmi vous, la langue française est plus familière. Vous avez la joie de consacrer plusieurs semaines à la découverte passionnante du monde culturel de Rome, tel que l’a formé une longue suite de siècles. Nous vous souhaitons de savoir y trouver aussi, à travers les expressions diverses qu’elle a prises au tours des âges, le visage de l’éternelle jeunesse de l’Eglise.
We are very pleased to greet today the professors and students of the Summer Courses of Italian Language and Culture. You have come from many different countries and when you return home you will be enriched with a knowledge of the cultural heritage of Italy.
But you will also have learned something else. You will have come to appreciate and cherish the bonds of brotherhood which unite you all together. We pray that your stay here may sow in your hearts the seeids from which you will reap an ever more abundant harvest of peace. With our Apostolic Blessing.
Pellegrini libanesi
Nous adressons maintenant un salut cordial à trois groupes venus du Liban.
Nous voulons féliciter d’abord les jeunes artistes, lauréats d’un important concours de dessin, ainsi que leurs professeurs présents.
La véritable beauté contribue toujours à élever l’âme, car elle est vraiment un reflet, dans notre monde, du Créateur de toutes choses.
Que Dieu vous donne, chers amis, de trouver dans la recherche du beau et dans ce pouvoir d’admiration qui est au coeur de tout homme, un chemin pour le rencontrer.
Nous accueillons aussi avec affection aujourd’hui deux autres groupes: les membres du pèlerinage maronite et les jeunes étudiants venus approfondir à Rome la signification de l’Année Sainte. Nous le souhaitons de tout coeur, chers Fils, sachez renouveler auprès du tombeau des Apôtres, votre foi et votre sens de l’Eglise. Demandez leur cette profonde conversion du coeur qui, seule, peut faire saisir dans toute leur ampleur les exigences de paix et de reconciliation qui se trouvent au coeur du message évangélique.
Sur vous tous, chers Fils et Amis, Nous demandons au Dieu Tout-Puissant de répandre l’abondance de ses bénédictions.
Studenti giapponesi
We are most happy to welcome the Japanese students of Nanzan University in Nagoya. May your journey to the West be a fruitful and spiritual experience for you. We wish you true happiness and joy, and a safe journey back to your homes and families.
Giovani del Messico
A vosotras, jóvenes mexicanas, que habéis querido venir desde tan lejos a manifestarnos vuestros sentimientos de devoción, os dirigimos un saludo particular, mientras os exhortamos a cultivar en todo momento en vuestras vidas las auténticas virtudes cristianas y el espíritu de piedad que las inspira y defiende.
Con ánimo paterno os impartimos la Bendición Apostólica.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Fratelli e Figli!
Noi non usciremo, neppure questa volta, dal linguaggio semplice e familiare, che riserviamo alla conversazione delle Udienze generali, anche se dobbiamo proporre alla vostra riflessione un termine un po’ ermetico, che ha fatto fortuna ultimamente nell’analisi dottrinale, anche cattolica, perché spesso se ne parla come d’una formula liberatrice e moderna; e questo termine suona «pluralismo». Non intendiamo ora parlare del pluralismo dei sistemi filosofici, o politici; e nemmeno di quello religioso al di fuori della sfera cristiana.
Pluralismo, termine equivoco; cioè avente duplice significato: il primo significato è molto bello; e si riferisce alla fecondità della nostra dottrina cattolica, la quale, conservando una sincera e profonda identità di contenuto e rimanendo cioè strettamente aderente alla propria univoca realtà, all’una fides, di cui parla con tanta chiarezza ed autorità l’apostolo Paolo (Ep 4,3-6 Ep 13 Phil Ph 2,2 Rom Ph 15,5 Ph 12,16 cfr. Io Ph 10,16 etc. ), possiede una enorme ricchezza di espressioni, per ogni lingua (ricordiamo, ad esempio, il miracolo delle lingue nel giorno della Pentecoste) (Act. 2, 4-8) per ogni periodo della storia (Cfr. NEWMAN, An essay of the development of christian dottrine, 1845), per ogni età e grado della vita umana (cfr. il kerigma, o annuncio primitivo, la didaché, o dottrina apostolica, i primi simboli, ossia le sintesi dottrinali, come regole della dottrina, che presero il nome di credo, e poi i catechismi e le opere dottrinali d’ogni forma, come le summae teologiche medioevali, e le opere più recenti di più ampia e sistematica esposizione del dogma cattolico); e non possiamo omettere le molte e quasi aleggianti voci della liturgia, che gareggiano con quelle dottrinali, tanto da offrire la nota equazione fra la lex orandi e la lex credendi; e come poi dimenticheremo l’inesauribile produzione letteraria, che documenta di per se stessa come la rigorosa osservanza della norma dottrinale, lungi dallo spegnere la fioritura del genio spirituale della fantasia e della poesia, la provochi piuttosto e la fecondi in una meravigliosa e sempre nuova pluralità di forme e di parole?
Questo è il pluralismo della Chiesa cattolica, al quale possiamo ascrivere quello sgorgante dalle esplorazioni delle personali ricerche e delle singolari espressioni, a cui la dottrina cattolica invita sia il mistico, sia il teologo e sia anche l’artista, sempre che questi contemplativi, questi studiosi e questi profeti semantici abbiano come legge connaturata nel loro animo la Verità; quella Verità di cui lo Spirito Santo, sì, è maestro (Io. 14, 26; 16, 23), ma sempre secondo la garanzia interpretativa di quel Magistero della Chiesa, al quale Cristo affidò il ministero della luce (Mt 5,14); della parola (Lc 10,16); dell’autenticità della fede e della comunione (Cfr. DENZ.-SCHÖN. 3050 ss .;
Lumen Gentium LG 18
Dei Verbum DV 12,23
Unitatis Redintegratio UR 21).
Potremmo paragonare il pluralismo dottrinale della Chiesa cattolica a quello d’un’orchestra musicale, nella quale la pluralità degli strumenti e la diversità delle loro parti rispettive cospirano a produrre una sola e mirabile armonia.
E vorremmo ricordare a quanti si figurano il dogma cattolico, cioè una dottrina religiosa rivelata da Dio e come tale dichiarata dal magistero della Chiesa, quasi fosse una prigione del pensiero teologico o scientifico, ricordare, diciamo, quale sicurezza e quale ampiezza di verità, e quale varietà di espressione, esso, il dogma cattolico, offra allo spirito umano, quale invito alla riflessione e quale gaudio alla mente introdotta nei sentieri della scienza soprannaturale di Dio e dell’uomo. I teologi, umili e sapienti, ben sanno la preziosità di questa superlativa esperienza (Cfr. DENZ.-SCHÖN. 3016, 3020, 3044; etc.). A loro il nostro saluto riverente e stimolante.
Tanto che a professare questo pluralismo didascalico nell’unità dogmatica della dottrina cristiana i cattolici trovano sempre davanti a sé la formula dei Riformatori antichi e moderni: sola Scriptura, quasi che essi fossero i veri fedeli dell’unità religiosa, e quasi che la sacra Scrittura non derivasse essa stessa dalla Tradizione apostolica (Cfr.
Dei Verbum DV 7-10), e avulsa dall’insegnamento apostolico non fosse esposta al pericolo, quanto mai reale, d’essere abbandonata all’interpretazione individuale, indefinitamente centrifuga e pluralistica, cioè a quel «libero esame», che ha polverizzato l’unità della fede nell’innumerevole molteplicità di opinioni personali, indarno, o arbitrariamente, contenuta da una «norma regolata», cioè da un’interpretazione obbligante emanata dalla comunità, superata poi anch’essa dall’ispirazione soggettiva, che lo Spirito Santo suggerirebbe all’anima, direttamente.
Così che «la dottrina protestante del libero esame, o dell’unica autorità dello Spirito Santo, quale autentico interprete della Scrittura, apre la via al più radicale soggettivismo filosofico-religioso» (Prof. Siro Offelli). Dalla plurisinfonia unificante e celebrante della Pentecoste si dovrebbe retrocedere alla « confusione delle lingue », di cui la Bibbia ci riporta la misteriosa vicenda? (Gen. 11, 1-9)
Quale ecumenismo potremmo così costruire? quale unità della Chiesa potremmo ricomporre senza l’unità della fede? Dove finirebbe il cristianesimo, dove ancor più il cattolicesimo, se ancor oggi, sotto uno specioso, ma inammissibile pluralismo, si accettasse come legittima la disgregazione dottrinale, e quindi anche ecclesiale, ch’esso può recare con sé? La vera religione, quale noi crediamo essere la nostra, non si può dire legittima, né efficace, se non è ortodossa, cioè derivata da un autentico ed univoco rapporto con Dio. Né un vago, e fosse anche commosso e sincero, sentimento religioso, né una libera ideologia spirituale costruita con autonome elaborazioni personali, né uno sforzo di elevare a livello religioso le pur nobili ed appassionate espressioni di sociologia lirica e morale di popoli interi, né le vivisezioni ermeneutiche rivolte ad attribuire al cristianesimo un’origine naturale o mitica, né ogni altra teoria o osservanza, che prescinda dalla voce infinitamente misteriosa ed estremamente chiara, risuonata sul monte della trasfigurazione e riferita a Gesù, raggiante come sole e candido come la neve: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale Io mi sono compiaciuto; Lui ascoltate» (Mt 17,5), potrà placare la nostra sete di verità e di vita.
Beati noi, se ci metteremo nel numero dei piccoli, che sanno ascoltare una tale voce, e pregustare la felicità della certezza immortale.
Con la nostra Apostolica Benedizione.
Coro Lituano nel Canadà
We extend a special welcome today to the Canadian-Lithuanian Girls’ Choir-“Aidas”, The name of your choir-“Aidas”-means an echo, and we pray that your singing may ever be a spontaneous echo of your own inner joy and peace. We want all the People of God to sing in the churches, and we ask you to use your talents to entourage and help people to share actively in the new liturgy.
Thank you for singing SO beautifully for us today. God bless you all.
Il Capitolo Generale dei Rogazionisti
Abbiamo il piacere, stamane, di accogliere unitamente al nuovo Superiore Generale i Religiosi Rogazionisti, i quali hanno partecipato al Capitolo Generale celebratosi nei giorni scorsi.
Fiduciosi come siamo, carissimi figli, della generosità e dell’impegno che vi hanno guidati nella verifica dei risultati della precedente Assemblea, ci è gradito rivolgervi la nostra parola di incoraggiamento a perseverare nello spirito del vostro Fondatore, il Servo di Dio Can. Annibale Maria di Francia, che vi volle dedicati al servizio della Chiesa con due specifiche attribuzioni: la preghiera assidua rivolta al «Padrone della messe, per l’invio di validi operai», e l’educazione ed assistenza alla fanciullezza più bisognosa di aiuto.
Vocazione, questa, che esige magnanimità e sacrificio: che peraltro merita tutta l’attenzione e la sollecitudine di chi si è consacrato a Dio.
Per tale motivo, l’amore alla disciplina, che un alterato concetto di questo termine vorrebbe oggi far apparire come limitazione, e non invece come garanzia e sostegno dell’apostolato, sorregga, come roccia che mai non crolla, gli ideali dell’orazione, della vita religiosa e dell’attività di ministero e di formazione.
Guardando con amore di figli al vostro Fondatore, il quale ad imitazione del Divin Maestro, da nobile e ricco che era, si fece povero e servitore degli umili, avete un esempio mirabile di povertà evangelica, di distacco dai beni materiali, di dedizione in favore dei fratelli.
Auspicio di questi desiderati doni celesti e pegno della nostra benevolenza, è la nostra Benedizione Apostolica, che impartiamo a voi, al vostro Istituto, agli assistiti e alle rispettive famiglie. Associazione nazionale «San Paolo» per gli Oratori e Circoli giovanili Porgiamo un cordiale benvenuto ai partecipanti al Convegno di studio e all’Assemblea annuale dell’Associazione Nazionale «San Paolo» per gli Oratori e i Circoli Giovanili, nel suo decimo anno di fondazione. Siamo assai lieti di questa circostanza: sia perché l’organismo è sorto nella nostra diocesi di origine, e salutiamo Monsignore Vescovo di Brescia, che presiede all’incontro e ha diretto qui il gruppo; sia, soprattutto, perché l’iniziativa è rivolta a coordinare, a promuovere e a stimolare le benemerite istituzioni degli Oratori e dei Circoli Giovanili, che, come dice il nome, sono destinate ad offrire alla cara gioventù la necessaria formazione spirituale e morale, nonché le occasioni di vita associativa e comunitaria, tanto da essa sentite, e le possibilità di temprare il corpo nella sana e felice attività ricreativa e sportiva.
La vostra presenza ci permette di fare una domanda, non solo a voi, ma a tutti quanti, nel mondo cattolico, si interessano ai giovani: come vanno i nostri Oratori? Esistono ancora? Certo. Ma funzionano bene, in tutte le loro componenti, sono centri animatori della gioventù, fucine di anime temprate alla preghiera, all’amore fraterno, alla solidarietà umana e cristiana? Dove l’oratorio è ben curato in una Parrocchia, si vede: v’è una gioventù che sa il fatto suo, dinamica, generosa, allegra, pronta alla collaborazione col sacerdote, fusa in un unico cuore.
Ricordiamo l’opera degli oratori milanesi nel tempo del nostro servizio pastorale in quella grande diocesi: e vorremmo che essi si consolidassero ovunque, per dare ai giovani, spesso lasciati in balìa di se stessi, un’occasione incomparabile di coesione, di animazione, di formazione della mente e del cuore, nella conoscenza e nell’amore di Dio, nel rispetto dei valori più alti, nel culto della preghiera - ricordiamo sempre l’etimologia di «oratorio»! - perché nulla manchi, di umano e di religioso, alla formazione integrale dell’uomo.
Avanti dunque con fede, con perseveranza, con serietà: è il voto che facciamo per voi e per tutti gli oratori e circoli giovanili. La nostra Benedizione tutti li sproni a meritare sempre più abbondanti le grazie del Signore!
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Noi vorremmo poter trasmettere a voi, Fratelli e Figli carissimi, e a voi, a cui giunge l’eco del nostro umile discorso apostolico, un’idea, una convinzione che noi, come credenti, come lontani e tanto prossimi seguaci di Cristo, come membri della Chiesa cattolica postconciliare, noi dobbiamo «fare di più». A voi, fedeli, che non desiderate altro di meglio dell’«autenticità» e che desiderate uscire dal crepuscolo nebbioso delle incertezze spirituali generato in noi dalla crescita stessa della cultura moderna e dallo spirito sinistro d’un implacabile criticismo; a voi specialmente, confratelli nel ministero sacerdotale della Parola di Verità e dell’Azione della Carità; e a voi pure, spiriti eletti, che avete dato alla religione la vostra vita, rompendo con i sacri voti i vincoli da cui potrebbe essere inceppato l’unico e totale amore a Cristo; come anche a voi, fratelli e figli, immersi nella vita profana, ma non senza il segreto tormento di modellarla secondo un profilo di bellezza e di pienezza cristiana; a voi tutti noi poniamo, come problema, anzi come programma, noi oggi dobbiamo «fare di più».
Questo non è, come potrebbe sembrare, un messaggio d’«integralismo» reazionario, nel senso che si voglia dare alla «lettera» di certe osservanze esteriori delle abituali consuetudini religiose ed ascetiche, ereditate dal tempo passato, la priorità puntigliosa sopra lo «spirito», cioè i principii e le virtù fondamentali d’un cristianesimo permeato di Vangelo e di comunione ecclesiale, e aperto ai vantaggi ed ai bisogni del tempo presente. No; esso vuol essere un richiamo a quell’«aggiornamento», che consideriamo come un mandato ereditato da Papa Giovanni, e a quel rinnovamento che l’Anno Santo propone agli animi vigilanti e volonterosi.
Rendiamoci conto dei fenomeni religioso-morali, succeduti al Concilio e già maturi nella flessibile e agnostica formazione psicologica della presente generazione, reduce dal turbine della guerra, e aggredita dalla vertigine del progresso scientifico, economico, sociale dei nostri giorni. È questa un’analisi che molti, uomini di penna e di .parola, hanno variamente descritta; la nostra riflessione può avere testi, molti e diversi, per suo nutrimento. A noi qui basti notare la linea del diagramma di alcuni fatti evidenti; ad esempio, le statistiche della frequenza alla Messa festiva, fonte e misura della vita religiosa del popolo; delle vocazioni al sacerdozio, o alla professione religiosa; ovvero, l’importanza, più o meno prevalente, data alla fede, espressa nella sua testuale integrità; oppure, la serietà e la limpidezza dei costumi; o anche, l’andamento quantitativo e qualitativo delle nostre associazioni, la stima e l’adesione verso l’autorità religiosa e pastorale, la produzione letteraria e artistica della nostra cultura, eccetera. Lasciamo al vostro spirito d’osservazione continuare questa analisi.
Noi potremmo, per grazia di Dio, elencare alcuni fatti, di grande rilievo, dai quali è lecito e doveroso desumere consolanti risultati e ancora più promettenti presagi. Lo faremo, a Dio piacendo. Ma ora ci pare doveroso notare, con sofferta sincerità, che non pochi diagrammi di questi fenomeni, interessanti la vita ecclesiale, sono in curva discendente (analoghi risultati potremmo rilevare dall’osservazione della società temporale, ma ora ci limitiamo al campo di nostra competenza). Che cosa è avvenuto? Difficile rispondere in due parole. Ma guardando esteriormente i fatti nel loro complesso potremmo dire che le opportune, e talora necessarie, innovazioni hanno prodotto in molti animi un desiderio inquieto, e perfino talvolta cieco, di cambiamento, qualunque fosse. Questa psicologia del cambiamento s’è facilmente trasformata in un’ansia e in un senso di liberazione; e la liberazione non si è spaventata, arrivando al traguardo della disgregazione, dell’infedeltà, di sfociare nel vago e nel vuoto. Il nuovo, purché sganciato dai vincoli, interni ed esterni, della tradizione normativa, è apparso coincidere col buono, col meglio . . . Se questo processo di decadenza modernista dovesse procedere? estendersi alle strutture della Chiesa? ai suoi impegni dottrinali e morali? ai suoi secolari istituti dedicati alla perfezione cristiana e alla sua attività apostolica? (Cfr. L. BOUYER, La décomposition du catholicisme, Aubier 1968)
Dobbiamo invocare lo Spirito di luce e di fortezza per superare questa ora storica di trapasso da uno stato ecclesiale, che possiamo, senza screditarlo, qualificare consuetudinario, tradizionale, ad uno stato che non sia semplicemente nuovo e diverso, ma più vivo, più genuino, più infiammato di fede e di carità.
È questa una delle prime esigenze del Vangelo. Pensate, Gesù ha detto: «se la vostra giustizia non sarà maggiore di quella degli Scribi e dei Farisei non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20). E gli Scribi ed i Farisei erano allora considerati come i rappresentanti del ceto migliore della loro società! E poi, ancora Gesù, la cui parola supera ogni limite di quel «più», a cui facciamo riferimento: «Siate perfetti, com’è perfetto il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,48).
E subito, ecco il Concilio a commentare solennemente: «. . . tutti nella Chiesa, sia che appartengano alla Gerarchia, sia che da essa siano guidati, sono chiamati alla santità, secondo il detto dell’Apostolo: la volontà di Dio è questa: che vi santifichiate» (1 Thess 1Th 4,3 Ep 1,4
Lumen Gentium LG 39-42).
È sempre presente in noi questo ideale, immagine e stimolo al reale, verso la santità, verso la perfezione, verso un’interpretazione forte e sublime della nostra vocazione cristiana? Noi, più responsabili d’ogni altro a questo riguardo, vi diciamo che lo deve essere.
Quanto maggiori sono oggi l’irreligiosità, il secolarismo, la seduzione mondana, l’opposizione e l’ostilità al cristianesimo, tanto più cosciente, più vigile, più solidale, più amoroso dev’essere il nostro sforzo per pareggiare, per superare queste difficoltà. Non basta essere cristiani di nome e di adesione tepida, fiacca, passiva a questo nome programmatico; bisogna essere con nuovo vigore, personale e collettivo, sempre ricordando la sfida dell’Apostolo: «Chi ci potrà mai separare dalla carità di Cristo?» (Rom. 8, 35).
Con la nostra Apostolica Benedizione.
Convegno delle «Caritas» d’Italia
Abbiamo il piacere di ricevere il folto gruppo di rappresentanti delle «Caritas» di 129 diocesi italiane, i quali partecipano al loro III Convegno Nazionale. Siate benvenuti a questo incontro, del quale profittiamo tanto volentieri, pur nelle limitate disponibilità di tempo che abbiamo, per dirvi la simpatia, la soddisfazione, l’interesse con cui seguiamo la vostra attività. Siamo stati informati delle realizzazioni a cui avete dato vita, e che state avvalorando per la promozione degli uomini fratelli, che aspirano a conseguire una pienezza di sviluppo, com’è degno e doveroso per ogni creatura umana. Appunto a formare una fondamentale coscienza su questo argomento è rivolto il vostro Congresso, nel quale studiate insieme l’apporto delle «Caritas» alla promozione umana. Voi sapete come la Chiesa incoraggi questa mutua collaborazione tra i popoli, questo fraterno tendersi la mano per procedere insieme nel cammino dello sviluppo; come abbiamo scritto nella Enciclica Populorum Progressio (N.76 ss.) è questo il nome nuovo della pace: non solo, ma è anche il nome nuovo della fratellanza, della sincerità reciproca, della buona volontà, di cui tale collaborazione forma come il banco di prova, perché va oltre le parole, delle quali c’è davvero abbondanza, e mira ai fatti, alla concretezza del sacrificio personale per favorire chi ha più bisogno.
Voi compiete questo lavoro di impegno personale, nonché di sensibilizzazione della comunità ecclesiale italiana nel nome cristiano di quella «carità», che Dio Padre ha manifestato al mondo nel Cristo, e che il Redentore Divino è venuto ad accendere come fuoco inestinguibile. Continuate su questa via, in collaborazione franca e operosa con la Conferenza Episcopale Italiana, come con le Pontificie Opere Missionarie, perché possiate raccogliere frutti preziosi e progressivi dalla vostra generosità.
A tanto vi conforta la nostra Apostolica Benedizione.
Irlandesi in attività per l’Anno Santo
We have a special greeting for the Irish Travel Agents and Journalists. You have come here to study the programmes for the Holy Year in order to help pilgrims to visit us. We are grateful to you, and we assure you of our continuing prayerful interest in your work. May God bless you all.
L’«Operación Plus Ultra»
Unas palabras de saludo, con afecto particular, queremos dirigiros a vosotros, los componentes de la «Operación Plus Ultra», que una vez más habéis querido venir a demostrar vuestra devoción al Vicario de Cristo y a hacernos partícipe de vuestros ejemplos admirables de bondad y caridad.
Sabemos bien y estimamos profundamente todo lo que significa vuestra presencia aquí. De entre otros muchos concurrentes, habéis sido elegidos vosotros, queridos niños, que procedéis de ocho Naciones diversas, y encerráis una Clara lección de grandeza moral, de abnegación, de entrega a los demás, del auténtico amor que Cristo vino a enseñarnos.
Vuestro ejemplo es una hermosa invitación bacia metas superiores, bacia ese don gozoso de sí mismo, que enriquece a quien da y a quien recibe. Merecéis por ello el elogio del Papa, que os exhorta paternamente a continuar siempre en ese buen camino.
Vaya también nuestra palabra de gratitud a las Entidades Patrocinadoras, que no sólo dan un reconocimiento público a la bondad, sino que tratan de favorecerla, ofreciendo una continuidad de ayuda en los estudios, en los puestos de trabajo, a los niños de «Plus Ultra» y, cuando es necesario, también a sus familias.
A todos vosotros aquí presentes, a los compañeros que os han precedido, y sobre todo a vosotros, niños que integráis la edición de este año, así como a vuestros seres queridos -particularmente a los enfermos- os impartimos de corazón una paterna Bendición Apostólica.
1974-AUDIENZE - Mercoledì, 14 agosto 1974