1976-AUDIENZE - Mercoledì, 13 ottobre 1976




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 20 ottobre 1976

Questo prossimo convegno circa «l’evangelizzazione e la promozione umana», del quale si sta tanto parlando in questi giorni, può acquistare importanza orientatrice per la vita cattolica a seconda delle intenzioni buone, o ambigue da cui deriva ed a cui tende. Occorre rendersi conto in partenza della mentalità da cui muove e della mentalità che intende servire. Esso è un cammino ideale: col viso rivolto verso il sole? Ovvero con le spalle che il sole convertirà in ombre inquietanti sul sentiero da percorrere? Perciò, ancora una volta, noi, senza entrare ora nei temi che il convegno intende proporre, ci esaminiamo sulla mentalità che tale avvenimento può risvegliare e formare, e ci chiediamo, per usare una frase corrente, «quale nuova maniera esso ci proporrà per essere cristiani» nella vita sociale specialmente.

Tentiamo di chiarire a noi stessi la nostra posizione di partenza prima di metterci in cammino, con una domanda: non abbiamo, per avventura, una mentalità già precostituita, che può pregiudicare il senso della riflessione, a cui il convegno ci invita? Ovvero portiamo a questo studio un’attenzione libera e disponibile, che ci renda recettivi di quella «verità liberatrice» e orientatrice, di cui ci parla il Vangelo? (Cfr. Io. 8, 32)

Noi ci permettiamo d’invitare, anzi di pregare quanti interverranno al convegno, e quanti vi faranno corona da lontano nelle chiese locali, ad apportare a questa assemblea uno spirito cristiano autentico, cioè quanto mai desideroso di convergenza, di unità; di quell’unità che nasce dalla carità compenetrata dall’adesione alla medesima verità (Cfr. Eph Ep 5,15), alla fede propria della nostra Chiesa, anzi della Chiesa di Cristo in quanto tale (Cfr. Io. 17, 21-23). Rileggiamo San Paolo: «vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di intenti» (1 Cor 1Co 1,10 ss.).

Di fronte alle discordie, alle diversità di pareri e di tendenze, al pluralismo autonomo e arbitrario, oggi penetrante anche fra cattolici inclini a confonderlo con una legittima libertà di opinioni e con una doverosa fecondità di espressioni sostanzialmente univoche, procuriamo non solo di conservare, ma altresì di favorire quell’armonia di sentimenti, di pensiero, di azione, ch’è caratteristica nell’universale concetto delle voci fedeli, e che per insita necessità d’ogni umano consorzio, e per divina istituzione di Gesù Maestro e Pastore, suppone ed esige una potestà magisteriale (Cfr. Matth Mt 23,8 Lc 10,16 Mt 28,20 Io Mt 21,15 ss.; 2 Cor 2Co 10,8 etc. ); noi, sì, vi esortiamo ad amare la Chiesa, cioè l’assemblea dei credenti, il Corpo mistico di Cristo, a promuoverne l’unione, ad amarne l’intima ed operante comunione.

Vedete: alcune buone idee, isolate dal contesto dottrinale e operativo della Chiesa, sono diventate pericolose e dannose: l’autocritica, ad esempio, cioè l’esame di coscienza che il cristiano deve fare sopra se stesso, e che ha ispirato non poca letteratura di questi ultimi tempi, si è mutata in contestazione abituale, e quasi normalmente per battere non il proprio petto, ma l’altrui, rendendo amara e spesso polemica la convivenza fraterna e privandola dei carismi suoi propri, la concordia, la letizia, l’operosità: così la Chiesa non sarebbe più se stessa.

Vedete ancora. Il fervore della vita moderna ha messo in maggiore evidenza i bisogni di categorie immense di persone tenute in livello sociale inferiore: ottima cosa avere l’avvertenza di questa troppo invalsa anomalia della civiltà; ma l’ansia di portare rimedio a questi strutturali disordini ha dato motivo a rendere insanabili e profonde le divisioni e la lotta fra le classi, e quindi a generare nuovi malanni e nuova infelicità: la ricerca, per sé doverosa, dei fini economici e prossimi, ha fatto dimenticare anche ad alcuni dei nostri la ricerca dei fini superiori della vita umana, con danno del bene globale di cui essa ha bisogno, del bene morale e religioso, che deve sempre primeggiare su ogni altro bene desiderabile, non foss’altro per renderlo conseguibile e godibile (Cfr. Matth Mt 6,33).

Ed ancora. Osservate come anche nel nostro campo, fors’anche con le migliori intenzioni, sia facile la tentazione di mettersi al passo con i vincitori, di oggi o di domani. Soffrire per la fedeltà sarebbe impegno nativo, dal battesimo in poi del cristiano (Cfr. Io. 16, 20); ma il conformismo, anche spericolato, esercita una seduzione suffragata da tante seducenti ragioni e speranze.

E tante altre forme di inquietudine, relative alla propria e all’altrui adesione ad una vita cristiana forte, integra e gioiosa, rendono per alcuni facile l’ipotesi che il famoso e atteso convegno, sarà piuttosto causa di contrasti, che di consensi. No, Fratelli e Figli, Colui che ci ha chiamati, nella Chiesa di Dio, «all’ammirabile sua luce» (1 Petr. 2, 9) prepara certamente un’occasione propizia a quella rinnovata pienezza di vita che noi, tanto per intenderci, salutiamo come la «civiltà dell’amore» . A pellegrini di lingua tedesca provenienti da varie diocesi della Germania e dell’Olanda

Mit besonderer Freude begrüßen Wir die Pilger aus Nütterden, Diözese Münster. Auf Ihrer Pilgerfahrt nach Rom brachten Sie, liebe Sohne und Tochter, für Unsere Kathedrale, die Lateranbasilika, eine künstlerisch gestaltete Weihnachtskrippe mit. In einjahriger, mtihevoller Arbeit haben Sie diese Krippe hergestellt. Ihnen und Ihren Freunden in der Heimat danken Wir von Herzen für die wertvolle Gabe. Moge die Betrachtung der Krippe wirksam dazu beitragen, das Geheimnis der Menschwerdung des Gottessohnes immer besser zu verstehen und die Liebe zum gottlichen Heiland in den Herzen der modernen Menschen zu entzünden!

Ein Wort herzlicher Begrüßung richten Wir auch an die vielen Pilger aus Holland, besonders den großen Pilgerzug des dortigen Römisch-Katholischen Radios. Seien Sie alle willkommen! Wir freuen Uns über Ihre Gegenwart! Die Katholiken Hollands können auf eine an Glaubenstreue reiche Tradition der vergangenen Jahrhunderte zurtickblicken. Legen Sie darum in Ihrem privaten und beruflichen Leben stets unbeirrt und mutig Zeugnis für Christus und seine Kirche ab! Dazu erteilen Wir Ihnen und allen anderen anwesenden Pilgern wie auch jenen, die Uns über Radio hören, aus der Fülle des Herzens Unseren Apostolischen Segen.

Ai religiosi Fatebenefratelli che hanno partecipato al Capitolo Generale e ai Superiori Maggiori dei Missionari di S. Carlo (Scalabriniani)

Vogliamo ora rivolgere un particolare saluto a due eminenti gruppi di religiosi qui presenti.

Innanzitutto menzioniamo i Membri dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, riuniti a Roma per il loro Capitolo Generale, e tra di essi il neo-eletto Priore Generale, Fra Pierluigi Marchesi. Il vostro Ordine si distingue per zelo e competenza nel campo dell’assistenza ospedaliera; le sue benemerenze sono anche ben note in questa Città del Vaticano, e di tanto vi ringraziamo. Vi rivolgiamo l’incoraggiamento più caldo a proseguire nella vostra quotidiana dedizione, nella ricerca dell’intimità con Dio e nella fedeltà allo stile di vita voluto dal vostro Fondatore, mentre auspichiamo per voi ogni bene.

In secondo luogo, ci rivolgiamo ai Superiori Maggiori dei Missionari di S. Carlo o Scalabriniani, che hanno concluso l’assemblea biennale dei Superiori della loro Congregazione. Nel vostro incontro avete voluto trarre l’aggiornamento dei campi di apostolato e dei metodi di evangelizzazione nei paesi in cui operano con tanta dedizione i vostri missionari. Noi auguriamo per la vostra preziosissima opera un aiuto tutto particolare del Signore.

E di cuore impartiamo a voi tutti e sulle vostre Famiglie religiose la nostra Benedizione Apostolica.

Al Corpo degli Ispettori Annonari del Comune di Roma

Un cordiale saluto desideriamo anche rivolgere agli Ispettori Annonari del Comune di Roma, i quali hanno voluto esser presenti in questa circostanza per esprimerci, come negli anni scorsi, la loro immutata devozione.

Vi ringraziamo, figli carissimi, per questo gesto che manifesta la delicatezza dei vostri sentimenti verso il Successore di Pietro, ed auspichiamo di cuore che possiate sempre svolgere il vostro impegnativo compito con grande serenità e con autentico spirito di servizio e di solidarietà verso tutti i cittadini dell’Urbe. Su di voi e sui vostri cari invochiamo pertanto larga effusione di favori divini, per l’intercessione del vostro Celeste Patrono, San Raffaele Arcangelo.

Con la nostra Benedizione Apostolica.

Ai partecipanti al Capitolo Generale dei Fratelli Maristi

Nous nous tournons maintenant vers les Frères Maristes qui viennent de tenir leur chapitre général. Nous savons l’immense travail d’éducation chrétienne accompli depuis un siècle et demi par les disciples du Bienheureux Marcellin Champagnat, dans leurs nombreuses écoles des cinq continents. Cette oeuvre de patience, de service humble, désintéressé, toujours à reprendre au fil des générations, suppose une estime et un amour évangéliques des enfants et des jeunes. Pour vous religieux, un tel service puise son dynamisme dans une foi toujours renouvelée, comme une réponse à un appel du Christ Jésus pour l’accueil des jeunes, à l’école de la Vierge Marie; sans cette motivation spirituelle, il serait pour vous difficile de garder la fidélité, et plus encore de susciter les vocations dont votre Institut a besoin pour sa relève. Il s’agit enfin de comprendre votre participation de choix à la Mission de l’Eglise par le service particulier qui vous est confié dans la ligne de votre fondateur. On ne peut entreprendre à la fois toutes les formes d’apostolat; sans vous fermer aux autres besoins de l’évangélisation pour lesquels l’Eglise locale pourrait solliciter votre concours, soyez bien persuadés que l’école chrétienne demeure, à long terme, le lieu privilégié où la formation de la foi peut s’imbriquer solidement, et quasi naturellement, avec le reste de la formation humaine, grâce à la compétence, au savoir-faire éducatif, à la foi, à l’amour et à l’exemple des maîtres constamment en contact avec les jeunes. Vous êtes au premier rang de ceux qui préparent l’avenir de la société et de l’Eglise: vous travaillez aux fondements de l’édifice. Nous vous encourageons de toutes nos forces, et à travers vous, tous vos Frères, spécialement ceux qui travaillent dans des régions éprouvées comme l’Angola, le Mozambique, le Liban et la Chine. A tous, et d’abord à votre Supérieur général et aux capitulants ici présents, notre affectueuse Bénédiction Apostolique.

Al gruppo dei cantori greco-ortodossi «Saint Georges Kariki» di Atene

In modo del tutto speciale salutiamo oggi il coro ortodosso della chiesa di S. Giorgio Kariki, di Atene, venuto a Roma in occasione del 750° anniversario della morte di San Francesco di Assisi. Benvenuti, fratelli, nella nostra città: Kalós Ílthate Adelfí.

Siamo lieti the l’occasione di quest0 incontro sia stata per voi il desiderio di cantare in onore di un santo cosi evangelico. Noi siamo certi the i: proprio nella santità che Oriente ed Occidente si incontrano. Ed è nella santità the cattolici ed ortodossi dobbiamo veramente ricomporre la piena unità.

Vogliamo dirvi inoltre the conosciamo e apprezziamo la grande e venerabile tradizione liturgica della Chiesa ortodossa. E voi regolarmente cantate la gloria del Signore. Che Egli vi conceda di farlo con gioia.

Tornando in Grecia portate il nostro fraterno, cordiale saluto al vostro arcivescovo.

Su voi e sulle vostre famiglie invochiamo le benedizioni del Signore.

Ai pellegrini della Scozia guidati dal Cardinale Gray

And now a welcome-a very special welcome-to the group of A visitors from Scotland.

We vividly recall with you the events of last Sunday: the canonization of your outstanding fellowcountryman, John Ogilvie, priest and martyr. You know that we share your joy and your pride-the joy and pride of all Scotland-at the supreme honour paid to a beloved son of your land.

Through the intercession of the new Saint, we pray that all the values to which his life and death gave witness may long live among your people. Through you we send our greeting back to your country, into your churches and into your homes-to wherever anyone is gathered in the charity of Christ, or in the good will of brotherhood.

And through the opportunity afforded us by the BBC, we are happy to greet all those throughout Great Britain who will hear our voice.

May the peace of Christ be with you all!




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 27 ottobre 1976

Ancora noi ci soffermiamo sulle soglie dell’importante convegno di rappresentanti scelti della comunità ecclesiale italiana, i quali si propongono, nella prossima settimana, di studiare un tema basilare della vita cattolica di oggi e di domani, formulato in un binomio di supremo interesse, non solo per questo Paese, ma in genere per tutta la cattolicità. Il binomio, tutti ormai lo conoscono, così si presenta: «Evangelizzazione e Promozione umana»; e subito lascia intravedere che la sua importanza consiste non solo nella definizione dei due termini che lo compongono: che cosa significa «Evangelizzazione»? e che cosa significa «Promozione umana»? definizioni vaste come oceani da sintetizzare nei loro specifici concetti; ma consiste principalmente nello stabilire il rapporto fra l’uno e l’altro di questi concetti.

E cioè: qual è e quale dovrebbe essere il rapporto fra l’Evangelizzazione e la Promozione umana? Possiamo dire: fra l’attività religiosa e l’attività temporale? fra l’annuncio del Vangelo e il progresso civile? fra la fede e l’operosità profana? fra la Chiesa e il mondo contemporaneo?

Potremmo delineare alcune risposte ipotetiche. La prima, che prevale in tante espressioni della mentalità moderna, è radicalmente negativa. Nessuna relazione esiste e deve esistere fra l’Evangelizzazione e la Promozione umana; fra lo sforzo verticale, quello religioso, rivolto alla Realtà divina e misteriosa, e quello orizzontale, cioè terreno, rivolto alla realtà accessibile alla nostra esperienza sensibile e mentale. È la risposta della negazione, la risposta ateista e materialista, la risposta del secolarismo radicale. Evidentemente, non può essere questa la nostra risposta, dato che nella presente discussione noi partiamo dalla professione della nostra fede cristiana, dal Vangelo che vogliamo annunciare, e dalla certezza del diritto sovrano e del dovere fondamentale che giustifica e reclama la nostra religione nella realtà della vita. Tra Evangelizzazione e Promozione umana non vi è e non vi può essere un baratro che le rende reciprocamente incomunicabili.

Altra risposta è quella che riconosce la distinzione fra le due sfere, la religiosa e la profana; distinzione semplice a dirsi, ma poi non poco difficile a determinarsi, sebbene la diversità dell’una e dell’altra attività offra larga possibilità di riconoscere la loro relativa autonomia e la loro calcolabile complementarità pratica. È: in questo piano che si svolgono normalmente, dove le relazioni fra la vita religiosa e la vita civile possono distinguersi, e possono in certi campi coordinarsi e, ciascuna a suo modo, liberamente ed utilmente collaborare. Questo si dice delle relazioni pubbliche e qualificate; ma tutti sappiamo come questa combinazione del sacro e del profano deve affermarsi in ogni persona umana, specialmente se battezzata e associata ad una comunità religiosa.

Ed ecco un’altra ipotesi, che si formula in una domanda, densa anch’essa di riferimenti speculativi e pratici: quale vantaggio, quale profitto porta 1’Evangelizzazione alla Promozione umana? È una domanda che sposta il confronto fra questi due termini dal campo dei loro rispettivi valori a quello utilitario, che ora noi consideriamo solo sotto il profilo della Promozione umana. Altra volta abbiamo ricordato la parola decisiva di Cristo circa il primato del regno di Dio (Mt 6 Mt 33), sia sotto l’aspetto ontologico, che deontologico. Cioè ci domandiamo: può la religione evangelica giovare al benessere, anche temporale e civile, dell’umanità? E forse questo è il punto saliente della discussione. Le correnti ideologiche sociali, che corrono il mondo e influiscono non poco anche nel campo cattolico, tentano alcune di dire inutile, anzi paralizzante la mentalità religiosa al progresso vero e universale della società umana; perché rivolta a finalità trascendenti, perché inetta all’impiego dei mezzi umani scientifici, economici, politici, ecc.; perché statica e conservatrice; ecc. Tentano altre di esaltare le realtà terrestri come prevalenti su ogni altro ordine di realtà spirituali, e di dare al cristianesimo una finalità subalterna al servizio d’una visione sociale puramente temporale. Tutti lo sanno. Questo sarà forse un punto cruciale per la discussione che si prepara (Cfr. R. SPIAZZI, Vangelo e promozione umana: « L’Osservatore Romano », 25-26 ottobre 1976, p. 2; cfr.

Lumen Gentium LG 36

Gaudium et Spes GS 36).

Ebbene noi vorremmo augurare ai nostri fedeli, Fratelli, Figli, o Amici, che abbiano la saggezza di esplorare questo problema al lume dello Spirito, la cui invocazione precede ed accompagna i lavori del convegno. E che vogliano condurre la loro indagine non col pessimismo e con l’amarezza non sempre cristiana che hanno pervaso talora anche alcuni animi colti, buoni e bene intenzionati, e che li hanno resi disponibili ad accogliere pensieri e metodi non certo germinati nel nostro campo cattolico, ma vogliamo ancora dimostrare fiducia nell’insegnamento della Chiesa e nelle ancora intatte sue virtualità di affrontare con amore, con sapienza, con sacrificio le questioni tuttora immense prementi sopra il nostro secolo.

Dilatentur spatia caritatis, diremo con S. Agostino (S. AUGUSTINI Sermo 69: PL 5, 440.441) si aprano spazi alla carità, cioè a quell’amore del prossimo, che ha per sorgente l’amore di Dio.

E con Cristo stesso aggiungeremo: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). Sì, è venuta l’ora di testimoniare con l’azione caritativa, buona, provvida, sociale e fraterna la nostra fede; e voglia il Signore che noi siamo pronti e capaci alla chiamata del Vangelo per la nuova e vera Promozione umana.

Con la nostra Apostolica Benedizione.

Ai pellegrini olandesi (Sindaci del Brabant e rappresentanti della Radio Cattolica OMROEP)

Ein wort besonderer Begrüßung richten Wir an die Herren Bürgermeister aus Nord-Brabant mit ihren Angehörigen wie auch an den Pilgerzug des holländischen Katholischen Radios OMROEP.

Seien Sie alle herzlich willkommen, liebe Söhne und Tochter! Wir leben in einer bedeutsamen Zeitenwende. Ein jeder ist heute im religiösen Bereich zur persönlichen Entscheidung aufgerufen. Bekennen wir uns im Dunkel der Gegenwart als »Kinder des Lichtes, Kinder des Tages« (1 Thess 1Th 5,5), in Treue und Festigkeit zu Christus und seiner Kirche. Darin liegt für gläubige Menschen tiefe Lebensweisheit, deren unsere Zeit mehr bedarf als die vergangenen Jahrhunderte (Cfr. Gaudium et Spes GS 15).

Von Herzen erteilen Wir Ihnen und allen anderen anwesenden Pilgern wie auch jenen, die Uns über Radio hören, für Gottes bleibenden Schutz und Beistand den Apostolischen Segen.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 3 novembre 1976

Siamo in novembre. Questo scorcio dell’anno liturgico ci prepara a una conclusione, che s’intitola a Cristo-Re. Cioè a fare una sintesi su la nostra celebrazione di Cristo, quasi una revisione della nostra professione religiosa cristiana. Abbiamo celebrato le feste del Signore percorrendo il ciclo annuale degli avvenimenti della sua biografia evangelica e degli insegnamenti ch’Egli, il Maestro divino, ci ha lasciati; abbiamo qualificati i primi come « misteri », fatti cioè traboccanti dalla realtà della scena storico-umana in aperture sconfinate nella rivelazione del cielo e dei destini soprannaturali della vita umana; e abbiamo cercato di classificare e di penetrare i secondi, cioè gli insegnamenti, in un certo ordine, che abbiamo chiamato Vangelo, dottrina cristiana.

Siamo ora noi in grado di fare questa sintesi, traducendola in una duplice risposta alle due domande che sempre dobbiamo rivolgere a noi stessi, e che alla fine di questa pedagogia liturgica annuale si fanno urgenti su le nostre coscienze: Chi è Cristo, in Se stesso? Chi è Cristo per me? La fortuna che noi abbiamo avuta, di ricevere un’istruzione religiosa fondamentale e di sentircela ripetere partecipando ai riti domenicali, ovvero ascoltando gli echi della parola «cristiana» provenienti dalla conversazione nella vita vissuta, ci soccorre certamente con precise risposte; e beati noi se la memoria ce le conserva in termini fedeli. Ma in realtà queste risposte si inceppano talora sulle nostre labbra e nell’interno stesso dei nostri animi, non tanto per la difficoltà di trovare le parole esatte di tali risposte, quanto perché le realtà che esse devono esprimere si sono fatte così grandi e così complesse da diventare forse nebulose o forse ineffabili. Quasi si preferirebbe che quelle domande non sorgessero dentro, o fuori di noi, e che noi potessimo coprirci del nome cristiano comodamente, senza sperimentarne né la stringenza, né l’ebbrezza (Cfr. Act. 26, 28; 1 Petr. 4, 16).

Chi è Cristo? Chi è Egli per me? Quando riflettiamo su queste semplici, ma formidabili ricorrenti questioni ci accorgiamo d’essere tentati di scivolare in un vuoto nominalismo cristiano e di eludere la logica drammatica del realismo cristiano. Se Cristo è Colui all’infuori del quale non v’è soluzione alle questioni capitali della nostra esistenza, se sono vere, se sono attuali le parole «piene di Spirito Santo» dell’Apostolo Pietro nello scontro del primo processo intentato alla Sua Predicazione messianica: «. . . Questo Gesù è la pietra che, scartata dai costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che noi possiamo essere salvati» (Act. 4 , 11-12), allora la nostra mentalità è scossa e forse sconvolta; non possiamo più considerare il nome di Gesù Cristo come un appellativo puro e semplice che si è insinuato nel linguaggio convenzionale della nostra vita, ma la sua presenza, nella statura incalcolabile della sua grandezza, si drizza davanti a noi; ecco, Egli è l’alfa e l’omega, « il principio e il fine » d’ogni cosa (Cfr. Apoc Ap 1,8), il cardine dell’ordine cosmico, che ci obbliga a rivedere le dimensioni della nostra filosofia, della nostra concezione del mondo, della storia della nostra personale esistenza. Ci sentiamo annientati, come gli apostoli sul monte della trasfigurazione (Mt 17,6), e non oseremmo più rialzare lo sguardo, vogliamo dire inoltrarci in un’esperienza spirituale e morale che si fa religiosa, cioè ci dà «l’estasi e il terrore» d’una Verità vivente a noi del tutto proporzionata, se non fosse che una sua voce incantevole e vicina ci ridestasse dalla confusione del nostro paralizzante stupore, anzi un suo tocco prodigioso («. . . .li toccò», dice il Vangelo), ci facesse gustare l’ineffabile momento, diventato umanissimo: «Su, e non abbiate timore!» (Mt 17,7), e ci ricordasse altre sue parole rivelatrici che ci assicurano essere riservate le sue divine confidenze a noi, se piccoli ed umili (Cfr. Ibid. 11, 25). L’umiltà di Dio fatto uomo ci confonde come la sua grandezza, ma non solo rende possibile il colloquio, ma lo offre, lo impone (Cfr. S. AUGUSTINI Sermo 30: PL 38, 191; De Catech. Rud., 4, 7-8: PL 40, 313-315; Confessiones, 7, 18, 24: PL 32, 745; Confessiones, 7, 20-26: PL 32, 747).

Siamo in un’atmosfera nuova, inverosimile: è quella del rapporto della fede, che non annulla il rapporto della ragione, ma lo esalta, e fortifica così quello religioso da infondergli una certezza più preziosa della vita stessa, e ancora così avida di sapere e di progredire da rendere insonne la sua ricerca e la sua contemplazione. Alla conclusione della nostra stagione liturgica esaminiamo, Figli e Fratelli, il grado della nostra conoscenza di Cristo. Non è offensivo il nostro rilievo: noi lo troveremo forse deficiente. E così per noi tutti, se qualche cosa abbiamo afferrato della divina conversazione che la nostra elezione cristiana ci consente. Riassumiamo i nostri pensieri in un proposito finale, in un desiderio che prelude al suo compimento oltre il tempo; è quello dei Greci che nel giorno dell’ingresso messianico di Cristo in Gerusalemme così si espressero: «vogliamo vedere Gesù» (Io. 12, 21).

Cosi noi tutti. Con la nostra Apostolica Benedizione.

Alle 250 Suore Agostiniane d’Italia che concludono il loro VII Convegno Nazionale

Ci rivolgiamo ora alle 250 Suore Agostiniane d’Italia, che oggi concludono il loro VII Convegno Nazionale, e salutiamo con esse le Consorelle provenienti dalla Svizzera, da Malta, dalla Francia e dalla Spagna, che si sono unite a loro nell’importante circostanza.

Abbiamo letto con particolare piacere il tema del Convegno: «Comunità Agostiniana - Comunità Apostolica», e vi abbiamo trovato ben delineate come la carta di identità delle vostre famiglie religiose, Sorelle dilette in Cristo. Sì, nell’apostolato che nasce e s’irradia dalla vita comunitaria, incentrata nella contemplazione, si identifica la vostra missione. E questo non è stato del resto il programma del grande Vescovo e Dottore, da cui vi gloriate di prender nome ? Sant’Agostino è stato quel grande pastore e uomo d’azione che conosciamo, perché prima di tutto è stato il grande mistico, che dalla teologia della grazia, della Chiesa, della vita interiore ha tratto ispirazione per le immortali trattazioni che, nei secoli, hanno illuminato e alimentato le anime. Attingete dalle sue pagine l’insegnamento necessario per l’impegno evangelizzatore della vostra vocazione; traete dalle Costituzioni, che innervano la vostra vita religiosa, l’ispirazione e l’energia necessarie per essere sempre fedeli, per essere sante, per essere apostole, nella vita comune e per il bene della società. È questo l’augurio che vi facciamo, accompagnato dalla nostra Benedizione.

Ai giovani toscani dell’Opera «Villaggi per la gioventù»

Un saluto particolarmente cordiale rivolgiamo ora ai circa quattrocento giovani toscani, che hanno voluto concludere la loro «quattro giorni» di studio sulla Chiesa col pellegrinaggio a Roma e con la visita al Vicario di Cristo, riaffermando in tal modo la loro fedeltà alla Cattedra di Pietro, «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione» (Lumen Gentium LG 18). Noi vi auguriamo, carissimi giovani, che uno studio serio e approfondito della storia della Chiesa vi permetta di superare valutazioni superficiali e preconcette e vi porti a intravedere sempre più chiaramente, pur attraverso le inevitabili lacune e fragilità umane, il «mistero» mirabile e appassionante, che è la Chiesa, «sacramento» di una presenza salvifica sempre in atto, quella di Cristo. Cosi il Concilio ha qualificato Ia Chiesa, riconoscendo in essa il «Sacramento . . . dell’intima unione con Dio e dell’unita di’ tutto il genere umano» (Lumen Gentium LG 1). Faccia il Signore che questa ravvivata consapevolezza conduca ciascuno di voi ad impegnarsi sempre più generosamente in una coerente testimonianza di vita, cos? da diventare efficaci strumenti di salvezza nelle mani di Cristo.

Con la nostra Benedizione Apostolica.

A un gruppo cattolico della televisione olandese

Unser herzlicher Gruß gilt der Pilgergruppe des holländischen Katholischen Fernsehens.

Vor Jahren hatten Wir Gelegenheit, Ihr modernes Fernsehenstudio zu besichtigen.

Liebe söhne und Töchter! Wie die beiden Gruppen vor Ihnen L möchten auch Sie Ihre Verbundenheit mit dem Nachfolger des heiligen Petrus zum Ausdruck bringen. Sie sehen in ihm den Diener der Einheit und Wahrheit zur Verwirklichung des Fortschrittes des Gottesvolkes.

Sie haben das Glück, in einem Land zu leben, das auf eine große christliche Vergangenheit zurückblicken kann. Wir erwarten deshalb von Ihnen den mutigen Einsatz für den von den Vätern ererbten Glauben und für die Einheit der Kirche in Lehre, Liturgie und Seelsorge als Ausdruck eines echten Christentums.

Das katholische Radio- und Fernsehenprogramm hat diese Pilgerfahrt durchgeführt, Es ist Unser Wunsch, daß Sie sich immer am katholischen Glauben orientieren. Nach dem Konzilsdekret »Inter Mirifica« soll Ihr Programm »zur vollen und echten Teilnahme am Leben der Kirche« fiihren (Inter Mirifica IM 14).

Dazu Ihnen allen von Herzen Unseren Apostolischen Segen!

Alla comunità romana dei Missionari dello Spirito Santo che celebra il 50° di fondazione

Unas palabras de especial saludo para los Religiosos de la comunidad romana de los Misioneros del Espíritu Santo.

Sabemos, amados hijos, que celebrais precisamente en este día el Cincuentenario de la fundación de vuestra casa de Roma, y nos alegramos de veros aquí presentes en tan fausta ocasión. Sed fieles a vuestra hermosa vocación de ayuda y servicio a los sacerdotes, a las personas consagradas y a cuantos buscan la perfección cristiana. Y para hacer esto posible, vivid siempre bajo la mirada del Padre, íntimamente unidos a Jesús, dóciles a la voz del Espíritu, imitando a María.

A vosotros, a los familiares y amigos que os acompañan impartimos con gran afecto nuestra Bendición Apostólica.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 10 novembre 1976

Verso la fine dell’anno liturgico, - si concluderà fra due settimane, con l’ultima domenica del ciclo stabilito, la quale lo coronerà con la festa di Cristo-Re -, ancora ci attrae il desiderio di farne una sintesi, com’è nel genio del modo di pensare del nostro tempo, e di raccogliere intorno ad un’idea le molte cose che sono state l’oggetto della nostra riflessione religiosa annuale. Questo anno, dopo l’Anno Santo ed ancora nel cono di luce del Concilio, quale aspetto religioso sembra per noi riassumere la nostra fede? Indubbiamente Cristo; sempre Cristo è il centro irradiante che assorbe il nostro pensiero, che ispira la nostra preghiera, che guida la nostra condotta, se noi siamo fedeli al nostro impegno che cristiani ci definisce e ci fa. Ci siamo già domandati - forse qualcuno si ricorderà -, sempre desiderosi di condensare in punti prospettici estremamente brevi e fondamentali la nostra mentalità, chi è Cristo in Se stesso, e chi è Cristo per noi; speriamo che qualcuno di quanti ci hanno ascoltati abbia potuto dare a se stesso le formule esatte e densissime, importantissime, di questa catechesi conclusiva della nostra osservanza liturgica annuale. Ma non è tutto.

Affinché questa sintesi possa afferrare un altro aspetto della nostra presenza religiosa al messaggio cristiano domenicale noi sentiamo sorgere dentro di noi una nuova inevitabile e anch’essa formidabile domanda: e cioè: in sostanza questo insegnamento, che mi deriva da Cristo, che cosa mi propone di credere, di sapere, di pensare? In altre parole: che cosa offre di specifico, di fondamentale, di irrinunciabile, di bello il Vangelo, che ho ascoltato, alla Messa festiva, o ad altra sorgente informativa?

Questa revisione postuma dell’ascoltazione evangelica è tutt’altro che superflua, se non vogliamo ricadere nel vacuo nominalismo, che si serve dell’epiteto « cristiano » per qualificare mille cose in modo puramente convenzionale, superficiale, esteriore, senza ne approfondirne il significato essenziale, né sperimentare la vibrazione interiore che il ricorso ad un tale nome dovrebbe sempre suscitare. E tanto meno è superfluo ristabilire il posto che l’insegnamento cristiano deve assumere nella scala dei valori speculativi ed operativi, che esso comporta, se davvero esso è religioso, anzi è verità religiosa, e sale in vetta dei principii determinanti l’umano ordinamento e lo spirituale equilibrio. Per quanto fecondo, indispensabile ed inesauribile sia e debba essere l’impulso che il cristianesimo conferisce all’umana promozione, esso non può essere intenzionalmente strumentalizzato per una concezione della vita, - oggi, ad esempio, si parla del «cristianesimo per il socialismo» -, la quale concezione ideologicamente e praticamente al cristianesimo contraddica. Discorso lungo sarebbe qui da farsi; ma ora basti l’accenno.

A noi adesso preme e basta definire quale sia in sostanza quella dottrina, che si definisce cristiana, e che ha fatto oggetto della riflessione religiosa e liturgica dell’anno che sta per concludersi. Accogliendo un modo oggi molto consueto d’esprimere gli orientamenti sommari della spiritualità possiamo anche noi classificare la dottrina cristiana come tracciata in una duplice direzione, verticale e orizzontale, cioè come rivolta al grande mistero di Dio, e al mistero, infinitamente più esiguo, ma pur esso mistero inesauribile, quello dell’uomo Cioè: l’insegnamento di Cristo, il suo Vangelo, ci apre due finestre, una sul cielo, l’altra sulla terra. Chi frequenta la scuola del Maestro divino godrà d’una scienza, d’una sapienza, d’una incomparabile e beatificante rivelazione circa l’Iddio infinito e ineffabile, trascendente e immanente, e sarà autorizzato a chiamarlo col nome di parentela, più augusto e più familiare. «Voi dunque - c’insegna Cristo - pregate così: Padre nostro, che sei nei cieli . . .» (Mt 6,9 ss.). Meravigliosa teologia, di cui l’umanità non potrà mai saziarsi, e da cui una volta scoperta, una volta interiormente sperimentata non potrà mai staccarsi. Oh! tenti la filosofia umana di balbettare qualche sublime parola sul «Dio ignoto» senza lasciarsi fiaccare dal dubbio e dalla paura, e ci dica se mai visione più perfetta e più rassicurante sia mai stata offerta alle labbra, al cuore umano! oh! non vogliamo disconoscere le altezze dell’umana poesia, le speculazioni dei mistici d’ogni religione e d’ogni speculazione, i gemiti di tanti spiriti derivanti dalle esperienze più acute dell’amore e del dolore, ma non potremo non ringraziare il divino Maestro Gesù d’averci insegnato la sua, la nostra ormai insuperabile preghiera, che scorre da animi diventati intrepidi ad accogliere il grande e primo mandato dell’amore, somma di tutta la legge e di tutte le profezie sull’operare umano (Cfr. Matth Mt 22,37 ss.), e sgorga da labbra infantili educate alla divina conversione (Ibid. 11, 25 ss.). Questo l’insegnamento verticale (Cfr. B. PASCAL, Pensées, 527, 537, 547, 548, etc.).

E l’insegnamento orizzontale? la teologia su l’uomo; la leggiamo con quella di Dio, innanzi tutto: «Chi vede me, vede il Padre» ammonisce Gesù il discepolo Filippo, che aveva osato domandare: «Signore, mostraci il Padre, e tanto a noi basta» (Io. 14, 8-9). Gesù irradia una duplice visione, quella divina, l’infinita perfezione; e quella umana, nella sua molteplice degradazione, cioè in ogni umana sofferenza traspare, per chi lo sa scoprire, il mistero dell’uomo, sofferente e degradato, ma non più da disprezzare, ma da cercare piuttosto e da amare, con amore plus-valente, con amore religioso (Cfr. Matth Mt 25,35 ss.).

Questa è la religione di Gesù. Bisogna che vi insistiamo. Oggi sembra che sia di moda; e sta bene. Ma ricordiamo: finché è Vangelo. La civiltà anche più esperta e raffinata, non regge al vero e forte e coerente amore dell’uomo per l’uomo, se Cristo non c’insegna chi sia l’uomo e perché amarlo (Cfr. Io. 2, 25; cfr. L. DE GRANDMAISON, Jésus Christ, II, PP 85 pp. 85 ; ROUS- SELOT-HUBY, Christus, pp. 982 ss.).

Con la nostra Apostolica Benedizione.


1976-AUDIENZE - Mercoledì, 13 ottobre 1976