1975 Omelie di Paolo VI





Paolo VI

OMELIE 1975



SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA MADRE DI DIO NELLA VIII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° gennaio 1975

Ecco l'Anno Nuovo!

Ecco un nuovo periodo della nostra vita!

Salutiamo la nostra Vita! Che è Cristo! nostro principio: in Lui tutte le cose sono create e ideate(1); Egli è il nostro modello e il nostro maestro (2); Egli è il termine e la pienezza della nostra vita, presente e futura (3). Salutiamo il nostro Signore Gesù Cristo, al Quale sia onore e gloria nei secoli! (4) E poi salutiamo Maria, la Madre benedetta di Gesù, la quale oggi la Chiesa onora per questo suo elettissimo privilegio e per questa nostra inestimabile fortuna d'essere per ciò stesso la Madre di Dio fatto uomo, nostro Fratello e nostro Salvatore, Salve, Regina, Madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra, salve! E ora un saluto a voi, Pueri Cantores, che venite da ogni parte del mondo a dare qui a Roma cattolica, cuore dell'unità e della pace, un saggio prodigioso di armonia e di allegria, cantate, cantate! le vostre voci, che si fondono in un solo coro di fede e di preghiera, sono una profezia di pace e di speranza per il mondo intero! Salute a voi, Pueri Cantores!

Salut à vous, Petits Chanteurs, venus du monde entier, pour élever nos cceurs, par vos merveilleux chants de joie et d'espérance. Chantez, oui, chantez, dans tette Rome catholique, centre d'unité et de paix.

A special welcome to you, the boy singers who have come to add your voices to our chorus of praise. May the Lord bless you and may your lives ever be a hymn of thanksgiving for his goodness.

Herzlichen Willkommengruss den Sängerknaben aus allen Teilen der Welt. Unseren Dank euch allen im Namen Jesu Christi für euren unermüdlichen Einsatz im Dienste der Kirchenmusik!

Vuestras voces y el acento apacible de vuestra presencia en Roma son sin duda un respiro de serenidad, que invita a moldear corazones nuevos, llenos de fe y de concordia. Con queste esultanti antifone i nostri animi si fissano ora sul tema, che facciamo oggi, tutti insieme, oggetto della nostra riflessione e della nostra preghiera: la Pace.

La Pace è come il sole del mondo.

Come fissare in questo sole il nostro sguardo? esso è troppo luminoso; noi ne restiamo abbagliati! Ma come facciamo per il sole, limitiamoci ora a vederne lo splendore riflesso, in uno dei tanti suoi aspetti, che lo rendano a noi comprensibile. State attenti. Che cosa è la Pace? È l'arte di andare d'accordo. Gli uomini vanno d'accordo spontaneamente, automaticamente? Sì e no. Sì, vanno d'accordo «potenzialmente»; cioè sono fatti per andare d'accordo. In fondo ai loro animi v'è la tendenza, l'istinto, il desiderio, il bisogno, il dovere di andare d'accordo, cioè di vivere in pace. La pace è un'esigenza della natura stessa degli uomini. La natura umana, fondamentalmente, è unica, è la medesima in tutti; è di per sé rivolta ad esprimersi in società, a mettere in comunicazione gli uomini fra loro; essi hanno bisogno di ricevere la vita da altri, hanno bisogno d'essere da altri allevati ed educati, hanno bisogno d'intendersi, cioè di parlare un comune linguaggio, hanno istinto e bisogno di conoscersi, di vivere insieme; sono esseri sociali, formano famiglie, tribù, popoli, nazioni e tendono oggi, quasi per fatale spinta di tutti i generi di comunicazioni sociali, a confluire in una sola famiglia, articolata in tanti membri con una certa loro autonoma indipendenza e una loro certa autenticità caratteristica e distinta, ma oramai complementari e interdipendenti.

Tutti vedono che questo è un movimento non solo necessario, ma bello e buono, il solo oramai che possa far suo a pieno diritto il nome di civiltà. L'umanità è unica, e tende a organizzarsi in forma comunitaria. E questa è la pace. Cristo, con una sola parola, ha sintetizzato e profetizzato questo sommo destino umano, dicendo agli uomini di questo mondo: «Voi tutti siete fratelli» (5); e, rivelando a noi la verità religiosa e solare della Paternità divina, conferiva alla fraternità umana universale la sua ragion d'essere, la sua capacità di realizzarsi, la sua gloria e la sua felicità. Ripetiamo: questa è la Pace, la fratellanza cioè, concorde, solidale, libera e felice degli uomini fra loro. Ma esiste questa Pace? ahimé! quale distanza fra l'ontologia e la deontologia della Pace; fra il suo essere e il suo dover essere! La storia, si direbbe, con le sue guerre, le sue competizioni, le sue divisioni, smentisce nel passato, con una indescrivibile e inesauribile fenomenologia, la realtà della Pace!

Ancora seguiteci con la vostra paziente attenzione. Del resto, contemplare il panorama del mondo e i suoi destini merita d'a noi tutti questo sforzo di comprensione. E diciamo: se è vero che pur troppo la Pace non ha realmente sempre rappresentato in passato il quadro auspicato dell'umanità ordinata e pacifica, ma piuttosto ha prevalso il quadro contrario delle lotte fra gli uomini, noi tuttavia ci siamo sentiti autorizzati in questi ultimi tempi, consenziente il mondo, e sollecitati non solo dalla nostra fede religiosa, ma dalla maturità della coscienza moderna, dall'evoluzione progressiva dei Popoli, dalla intrinseca necessità della civiltà moderna a proclamare due capitali affermazioni: la Pace è doverosa! la Pace è possibile! Sorge allora nei nostri spiriti una domanda, un dubbio, che sa di scetticismo, e che velatamente, ma crudamente accusa il nostro entusiasmo per la Pace di utopia, di sogno, di illusione, di anacronismo per lo meno, quasi favoleggiasse ancora sull'aurea età virgiliana, mancata all'appuntamento degli eventi sperati.

E la domanda è questa: il barometro della Pace, oggi, non volge al cattivo tempo? sotto altre spoglie, ma ancora più fiere e paurose, il mondo non ritorna alle posizioni dialettiche e polemiche di prima della guerra? cioè ad una contestazione di principio al metodo e al regno della Pace? che cosa ci lasciano presagire gli armamenti mondiali e locali, portati ad un grado d'inconcepibile terribilità? potrà davvero scongiurare la catastrofe mondiale la politica dei contrastanti equilibri? e dove potrà arrivare il radicalismo delle lotte di classe, se non più moderate dal senso della giustizia e del bene comune, ma dominate dalla passione della vendetta e del prestigio? Dobbiamo registrare, in questi ultimi anni, quasi un'insidia che fa tutti trepidanti, quasi un insulto che macchia l'onore del nostro vivere civile, un pauroso aumento di criminalità organizzata, con l'arma spianata della minaccia a qualche vita incolpevole, e col ricatto d'iperbolica venalità: dov'è il diritto? dov'è l'a giustizia? dov'è l'onore? e dove allora quella tranquillità dell'ordine, che risponde al nome di Pace? (Si ricordi la relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 1974 del Procuratore Generale della Corte di Cassazione dottor Mario Stella Richter). E poi dobbiamo pur accennare alle guerre e guerriglie, che ancora persistono in varie parti del mondo, con vittime e rovine lacrimevoli : tutti le abbiamo dolorosamente presenti.

Noi ci riferiamo, senza pronunciare ora alcun nostro commento a fatti e a condizioni relative alla pace ferita, o mancata in non poche situazioni sociali e politiche sulla terra, per insinuare nella meditazione che stiamo facendo un principio, un metodo, ch'e deriviamo dal genuino insegnamento cristiano e che, applicato ai tentativi e alle procedure sempre in corso per salvaguardare e per promuovere la Pace, sarebbe indubbiamente positivo e risolutivo, anche se psicologicamente non poco difficile. Esso s'intitola «riconciliazione». È uno dei punti programmatici dell'Anno Santo, testé inaugurato. La riconciliazione sposta la sfera della Pace dal foro esterno al foro interno; cioè dal campo estremamente realistico delle competizioni politiche, militari, sociali, economiche, quelle insomma del mondo sperimentale, al campo non meno reale, ma imponderabile della vita spirituale degli uomini. Difficile arrivare in questo campo, sì; ma questo è il campo della vera Pace, della Pace negli animi prima che nelle opere, nell'opinione pubblica prima che nei trattati, nei cuori degli uomini prima che nella tregua delle armi.

Per avere una vera Pace bisogna darle un'anima. Anima della Pace è l'amore. Noi ne abbiamo fatto incidere la formula nella medaglia coniata in occasione della nostra visita all'Assemblea delle Nazioni Unite, nell'ottobre del 1965: Amoris alumna Pax. Sì, è l'amore che vivifica la Pace, più che la vittoria e la sconfitta, più che l'interesse, la paura, la stanchezza, il bisogno. Anima della Pace, ripetiamo, è l'amore, che per noi credenti discende dall'amore di Dio e si diffonde in amore per gli uomini. Questa è la chiave del Sistema della vera pace, la chiave di quell'amore, che si chiama carità. L'amore-carità genera la riconciliazione; è un atto creativo nel ciclo dei rapporti umani. L'amore supera le discordie, le gelosie, le antipatie, le antitesi ataviche e quelle nuove insorgenti. L'amore dà alla pace la sua vera radice, toglie l'ipocrisia, la precarietà, l'egoismo. L'amore è l'arte della pace; esso genera una pedagogia nuova, ch'è tutta da rifare, se pensiamo come dai giochi dei nostri fanciulli fino a certi trattati di etnologia e di filosofia della storia la lite, la lotta, la misura di forza, l'utilità della violenza sembrano costituire una necessità, una bandiera d'onore, una fonte di interessi.

Soprattutto l'amore, sì, l'amore cristiano, riuscirà a svellere dal fondo dei cuori l'avvelenata e tenace radice della vendetta, dei «regolamenti di conti», «dell'occhio per occhio, del dente per dente» (6), donde poi sangue, rappresaglie e rovine discendono col1egate a catena, come un perpetuo obbligo d'ignobile onore? riuscirà l'amore a disinfettare certi sedimenti psicologici collettivi, certi bassifondi sociali, dove la mafia ha una sua segreta legge spietata, riuscirà a far decadere la camorra popolare, o la faida privata o comunitaria, o la lotta tribale, quasi ossessionanti falsi doveri generanti un loro cieco impegno fatale? riuscirà a placare certi orgogli nazionalisti o razziali, che si tramandano inesorabili dall'una all'altra generazione, preparando rivincite, che sono per entrambe le parti contendenti odi infausti, stragi inevitabili? (7) Sì, l'amore riuscirà, perché ce lo ha insegnato Gesù Cristo, che ne ha inserito l'impegno nella preghiera per eccellenza, il «Padre nostro», obbligando le nostre labbra ostinate a ripetere le parole prodigiose del perdono : «rimetti, o Padre, a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori».

L'amore della riconciliazione non è debolezza, non è viltà; esso esige sentimenti forti, nobili, generosi, eroici talvolta; esige un superamento di sé, non dell'avversario; può sembrare talora un disonore perfino (pensate all'«altra guancia» da esporre allo schiaffo di chi ti ha percosso la prima (8); pensate al pallio da dare a chi ti fa causa per la tunica) (9); ma non sarà mai oltraggio alla doverosa giustizia, o rinuncia al diritto del povero; sarà in realtà la paziente e la sapiente arte della pace, del volersi bene, del convivere da fratelli, sull'esempio di Cristo e con la fortezza del nostro cuore modellato sul suo. Difficile, difficile; ma questo è il Vangelo della riconciliazione, che, a ben guardare, è in fondo più facile e più felice che non portare in sé e accendere negli altri un cuore pieno di rancore e di odio. L'uomo è un essere buono in origine; deve essere e ritornare buono. Ricordiamo allora: Cristo è la nostra pace (10).

Et maintenant, chers petits chanteurs, ce message de paix, de solidarité, d'amour, nous vous le confions spécialement à vous, pour que vous le portiez à travers le monde entier. Oui, par votre foi fervente, par votre enthousiasme joyeux, par votre chant persuasif, il vous revient d'annoncer partout tette bonne nouvelle.

And to you, Pueri Cantores, we say this final word: it is for you, the generation of tomorrow, to spread the Gospel of reconciliation. You must be peacemakers, in your homes, in your work, an example to the people of your different lands. May God grant you the grate to be the instruments of his peace, for the renewal of the whole World.

Sed también vosotros, Pueri Cantores, que fundís vuestras voces en serenas melodías universales, mensajeros de nuestra invitaciòn a la paz en los corazones y al amor que ha de vivificarla en el mundo.

Euch, ihr Lieben Sängerknaben, vertrauen Wir diese Einladung zum Frieden Christi in der weiten Welt an. Seid Werkzeuge des Friedens in euren Familien, in eurer Schule, an eurer Arbeitstätte durch euren überzeugten Glauben und euer gutes Beispiel. Und der Segen Gottes wird mit euch sein!

Esta mensagem, de amor, de fraternidade e de paz, Nos vos-la confiamos, em particular a vòs, Pueri Cantores: levai-a pelo mundo; levai-a às vossas terras, com o Nosso afectuoso saudar em Cristo! (10).

(1) Cfr. Col 1,15-17
(2) Cfr. 1Co 11,1 Ep 5,1 Mt 23,8
(3) Cfr. Gal. 2, 20; Rom. 6, 5; 1 Thess. 4, 17; Apoc. 1, 8; etc.
(4) Rom. 16, 27
(5) Mt 23,8
(6) Mt 5,38
(7) Cfr. Mt 7,12
(8) Luc. 6, 29
(9) Mt 5,40
(10) Eph. 2, 14







SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE

6 gennaio 1975

Figli e Figlie, in Cristo tutti carissimi!

Ecco un giorno memorabile! Per la vostra vita : esso segna un momento, che conferma quelli decisivi della vostra vocazione, della vostra scelta ecclesiale, religiosa, missionaria negli anni venturi, che il Signore concederà al vostro pellegrinaggio nel tempo; un momento, che qualifica, cioè dà una forma, un aspetto, uno stile sia alla vostra spiritualità interiore, la vostra spiritualità missionaria, e sia alla vostra esteriore funzione professionale, nella quale sarà impegnato il vostro cuore, il vostro lavoro, la vostra dedizione al servizio della Chiesa: la vostra attività missionaria. Giorno memorabile: procuriamo di viverlo bene, con tutta l'intensità dei nostri animi, e con lo studio delle circostanze, che lo rendono singolare e degno poi di futura riflessione. Il punto focale, centrale cioè, dei nostri pensieri, adesso è quello dell'Epifania. Epifania significa manifestazione, apparizione, rivelazione. Epifania è un termine generico, astratto; esso acquista significato e valore dall'oggetto a cui si riferisce. Nel nostro caso sappiamo bene a chi 'ed a che cosa si riferisce; esso si riferisce alla manifestazione di Gesù Cristo in questa terra, al mondo, alla umanità (Cfr. S. AUGUSTINI Sermo 200; PL 38, 1029).

Di per sé questa parola è comprensiva di tutto il piano rivelatore di Dio. La famosa lettera agli Ebrei si apre appunto con una visione sintetica. Come si è manifestato Dio agli uomini? Multifariam, multisque modis: a più riprese, ed in molti modi (He 1,1). Il meraviglioso spettacolo del panorama naturale, e possiamo aggiungere, tutto il campo della creazione, il regno delle scienze, l'esperienza delle cose, la cosmologia, a chi bene la osserva, a chi penetra con l'intelligenza e con la simpatia della nostra capacità di conoscere e di individuare la ragione profonda degli esseri, sono già forme di linguaggio, mediante le quali Dio, Principio creatore dell'universo, parla a chi lo sa ascoltare: parla di potenza, parla di sapienza, parla di bellezza, parla di mistero. Per quanto miope, per quanto insensibile, l'uomo si dimostri davanti allo scenario delle cose, minime e massime che siano, microbi o astri di smisurata grandezza, un Disegno, un Pensiero, una Parola emana dagli esseri esistenti; e un'esigenza logica fondamentale reclamerebbe da lui, dall'uomo, e tanto di più quanto meglio egli è istruito ed evoluto, un riconoscimento religioso, un'adorazione, un cantico delle creature.

Citiamo un Autore, iniziato a questo confronto dell'uomo moderno con l'esplorato mondo circostante; egli scrive: «l'arricchimento e il turbamento del pensiero religioso, nel nostro tempo, derivano senza dubbio dalla rivelazione che si apre, intorno a noi ed in noi, dalla grandezza e dall'unità del Mondo. Intorno a noi, le Scienze del Reale distendono smisuratamente gli abissi del tempo e dello spazio, palesano incessantemente dei vincoli nuovi fra elementi dell'universo» (PIERRE TEILHARD DE CHARDIN, Le milieu divin, p. 2). Procuriamo noi religiosi, noi credenti, di non perdere di vista questo primo schermo della rivelazione naturale di Dio, ma di tenerlo presente sullo sfondo della nostra panoramica conoscitiva e spirituale, per alimentare con genuine impressioni il nostro sentimento religioso e la nostra meraviglia esistenziale circa l'opera di Dio e circa la nostra stessa vita; e per essere in migliore condizione di valutare la nuova, la gratuita, la sbalorditiva, la misteriosa epifania, che Dio si è degnato di compiere nella scena umana, mediante l'Incarnazione e la successiva economia della salvezza.

Dalla piattaforma della rivelazione naturale noi potremo meglio apprezzare l'originalità eccezionale della comparsa del Verbo di Dio stesso, «per mezzo del quale tutto è stato fatto» (Jn 1,3), in un istante, in un angolo dell'opera sua, nel Vangelo. Il Verbo di Dio, Dio lui stesso, si è manifestato in aspetto umano. Egli ha abitato con noi. Meraviglia, delle meraviglie: Egli si è manifestato nelle sembianze più piccole e più umili, nel silenzio, nella povertà, bambino, poi giovane, poi artigiano, e finalmente Maestro e Profeta, capace di dominare miracolosamente le cose e le sofferenze umane, la morte stessa, e di presentarsi nella prospettiva preparata per secoli, quella del Messia, e più che Figlio dell'uomo, Figlio di Dio, l'Agnello espiatore di tutti i peccati umani presentati al suo riscatto, il Salvatore, il Risorto per il regno di Dio e per il secolo eterno.

Oh! Figli carissimi, voi conoscete questo grande e misterioso ciclo della rivelazione di Cristo, e sapete come messo investa tutta la terra, tutta la storia; e come la via, la verità, la vita, sia Lui, quel Gesù, di cui oggi noi, la Chiesa sua, celebriamo la manifestazione nel mondo. Avremo mai meditato abbastanza questa «storia sacra», questo disegno di Dio riguardo alla umanità, questo mistero di salvezza, da cui dipende ogni nostro destino? No, non mai abbastanza! Gli anni, tanto brevi e veloci della nostra esistenza terrena, non basterebbero a saziare il nostro studio, la nostra meditazione, la nostra contemplazione. E, sì, noi tutti non tralasceremo mai di prolungare questa indagine teologica e spirituale per tutta la durata della nostra vita. Essa sarà come la lampada accesa sul sentiero che si apre davanti. Ma ecco che una duplice conclusione, l'una e l'altra derivata dal mistero stesso dell'Epifania, si riflette, con chiarezza decisiva, sulla vostra vita vissuta. E di questa duplice conclusione, voi, Figlie e Figli carissimi, fate senz'altro programma della vostra vita.

La prima conclusione è la fede. Bisogna accettare in pieno la verità, la realtà dell'Epifania; vogliamo dire, della rivelazione di Dio, Padre e Creatore d'ogni cosa, mediante il Verbo, Figlio suo, Gesù Cristo, in virtù dello Spirito Santo, luce e forza delle anime battezzate, e fedeli a questa investitura della vita umana, associata per grazia a quella divina. Oggi è la festa del Credo. Di quel Credo, ch'è stato proclamato, come un'alleanza nuova, come una comunione vitale ineffabile, al momento del nostro battesimo. Dobbiamo oggi ripetere, con totale dedizione, con nuova convinzione, con incomparabile consolazione, il Credo, uno e cattolico, nostro e di tutti i fedeli al Cristo rivelato. Oh! noi sappiamo quale dramma relativo alla questione della Fede, dramma di ricerche, di controversie, di dubbi, di negazioni esista oggi in tanti spiriti e con un decisivo atto di fede sia non abolito, ma sia però superato. Siete missionari? E di quale missione, se non di quella della fede? È per la fede, che voi partite ed affrontate il mondo.

Diventate una gente speciale: in un mondo che sviluppa la sua scienza alla misura del proprio pensiero, voi misurate la vostra certezza sulla Parola di Dio, della quale la Chiesa, Madre e Maestra, garantisce l'autenticità. In un mondo, che sembra misurare la propria maturità razionale, in campo religioso specialmente, dalle incontentabili sottigliezze dei propri dubbi e dei propri sofismi, voi camminate diritti e sicuri, con mentalità, che chi non vi conosce potrà qualificare puramente elementare e popolare mentre essa attinge alla semplicità e alla lucidità della divina sapienza. Camminate con la logica della fede, diventata principio di pensiero e d'azione, come c'insegna S. Paolo: il giusto, cioè l'uomo buono, l'uomo autentico ex fide vivit (Rm 1,17 Ga 3,11), vive cioè traendo dalla fede i principii orientatori della propria vita.

La seconda conclusione programmatica della vostra vocazione è la necessità di Cristo, perché è Cristo; cioè perché emana da lui una attrazione obbligante a militare per la sua gloria. Chi lo ha incontrato, chi, in profondità un po' almeno, lo abbia conosciuto, chi abbia udito l'invito incantevole e avvincente della sua voce, non può non seguirlo; e lo segue con uno spirito di fiducia e di avventura, che fa del seguace un eroe, un apostolo, anche qui come enfaticamente, ma realisticamente, conclude San Paolo: fratres nostri apostoli ecclesiarum, gloria Christi (2 Cor. 2Co 8,23), questi nostri fratelli sono Apostoli delle Chiese, gloria di Cristo! Necessità di Cristo per se stesso; Egli ben merita l'amore, il dono, il sacrificio della vita e simultanea deriva la necessità di Cristo per gli uomini, per tutti i fratelli della terra, perché Egli, ed Egli solo è il Salvatore (Act. 4, 12), mentre l'annuncio della sua salvezza è condizionato all'azione apostolica, alla diffusione missionaria (Cfr. Rom. 10, 14 ss.). Voi, Missionari, personificate questa necessità di Cristo.

Oggi, come ieri. Se, infatti, da un lato, il Missionario cattolico dovrà riconoscere quanto vi è di vero e di santo anche nelle altre religioni (Cfr. Nostra Aetate, 2) e, in particolare, i tesori di fede e di grazia, che le Chiese e le comunità cristiane, da noi pur troppo tuttora separate, ancora conservano ed alimentano, e se nel suo zelo apostolico egli dovrà astenersi da ogni sleale proselitismo, resta pur sempre vera la parola del recente Concilio ecumenico, che «solo per mezzo della Chiesa cattolica di Cristo, la quale è lo strumento generale della salvezza, si può ottenere ogni pienezza di mezzi salutari» (Unitatis Redintegratio, UR 3). Così dicendo, noi non facciamo . . . del trionfalismo. Noi cerchiamo, voi ben lo sapete, d'interpretare il sistema storico-sociale, cioè ecclesiale, che il Signore ha stabilito per la diffusione del Vangelo e per l'edificazione della sua Chiesa; e voi, Missionari, operai e collaboratori della Gerarchia apostolica, siete i cruciferi, i portatori della Croce, mandati nel mondo. Per questo vi sarà oggi consegnato, da noi benedetto, il Crocifisso: umile crocifisso, segno di pazienza e di confortante coraggio per voi; segno di fede, di liberazione e di gaudio a quanti voi avrete l'onorifico ministero di predicarlo e di portarlo.








SOLENNE CHIUSURA NELLA BASILICA DI S.PAOLO DELL'OTTAVARIO PER L'UNITÀ

25 gennaio 1975

Fratelli!

La festività odierna, che ci fa celebrare ancor oggi, a distanza di secoli, la conversione di San Paolo, vera svolta decisiva nella storia della diffusione della fede cristiana e nella formazione organica della Chiesa nascente, è tema di meditazione e di preghiera troppo grande, e, per fortuna, a voi tutti ben noto, perché questa nostra breve e semplice parola osi tradurlo in linguaggio adeguato. La ricchezza stessa dei motivi ispiratori di alti pensieri, relativi a questo luogo privilegiato, ce ne fa ostacolo: parlare di San Paolo, in questa basilica! sopra la tomba di Lui, qualificato nella iscrizione, laconica ed eloquente ad un tempo, della lapide che ne custodisce le reliquie, semplicemente: «apostolo e martire»! e come potremmo tacere l'elogio di questo santuario, cui un monastero fiancheggia e custodisce, evocatore di tante memorie storiche e sante? e come sfuggire alle reminiscenze personali, che a questo sacro e complesso edificio, cordialmente ci uniscono? Non è dimenticanza il nostro silenzio, ma piuttosto atto contemplativo d'amorosa devozione; non senza qualche recente paterna afflizione.

Un altro tema, come voi sapete, si sovrappone al culto che oggi vogliamo rendere a San Paolo; tema che dal culto medesimo trae, ad onore dell'Apostolo stesso, ispirazione e conforto; è il tema della unità fra i Cristiani, unità vera e completa, quale, specialmente dopo il Concilio, andiamo meditando e cercando di ricomporre per comune letizia nella sua integrità. Ed anche su questo tema la legge della discrezione ci impone di accennarvi solamente; e lo facciamo limitandoci a confidare a voi i due sentimenti fondamentali che in ordine ad esso sono nel nostro animo, e che questo luogo benedetto rende in questo momento dominanti. Uno è un sentimento di tristezza, l'altro di speranza. Perché di tristezza? come può il pensiero della ricomposizione dell'unità fra tutti i seguaci di Cristo ispirare tale sentimento? Oh! la ragione è perfino troppo evidente. Ed è ragione molteplice.

Primo, perché questa unità ancora non è stata ricomposta. Il che riporta nel nostro spirito una ovvia e dolorosa memoria, la memoria storica. Cristo ha fondato un'unica Chiesa. San Paolo, ci ha lasciato quasi un suo impegno testamentario: «siate solleciti a conservare l'unità dello spirito nel vincolo della pace; un corpo solo, un solo spirito, come in unica speranza siete stati chiamati; uno è il Signore, una la fede, uno il battesimo; uno Iddio e padre di tutti . . . » (Ep 4,3-6). Come abbiamo potuto dividerci in modo tanto grave, tanto molteplice, tanto duraturo? E come non soffrire per un tale stato di cose, che per tanti aspetti concreti dura tuttora? Noi cattolici abbiamo certamente in ciò la nostra parte di colpa, anche essa varia e diuturna; come non sentirne dolore e rimorso?

Secondo. Come superare le difficoltà per una riconciliazione? Altro motivo per la nostra riflessione. Noi vediamo gli ostacoli grandi, che sembrano insuperabili. Si tratta di uno stato di fatto grave, che perviene ad intaccare la stessa opera di Cristo. Il Concilio Vaticano II afferma con lucidità e fermezza che la divisione dei cristiani «danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo ad ogni creatura» (Unitatis Redintegratio, UR 1), danneggia così l'opera della riconciliazione di tutti gli uomini. La divisione fra i cristiani riesce pertanto a ledere e talvolta persino a mortificare la fecondità della predicazione cristiana, a far perdere di efficacia l'azione di riconciliazione con Dio che la Chiesa ha come missione di continuare fino alla fine dei tempi. Per questo nell'indire l'Anno Santo abbiamo creduto necessario far notare a tutti i fedeli del mondo cattolico che «la riconciliazione di tutti gli uomini con Dio, "nostro Padre", dipende infatti dal ristabilimento della comunione fra coloro che già hanno riconosciuto ed accolto nella fede Gesù Cristo come il Signore della misericordia, che libera gli uomini e li unisce nello Spirito di amore e di verità» (Apostolorum Limina, VII). Infatti, come possiamo testimoniare con coerenza che Dio ci ha riconciliati a Lui se non mostriamo anche che siamo riconciliati fra noi credenti e battezzati nel suo nome? Ed è anche per questo che ristabilire l'unità nella piena comunione ecclesiale è responsabilità ed impegno di tutta la Chiesa» (Cfr. Apostolorum Limina, VII; Unitatis Redintegratio, UR 5).

Terzo. In questi ultimi anni si sono fatti passi mirabili verso la riconciliazione in differenti direzioni; tutti lo sanno e lo vedono; e certamente tutti ne esultiamo. Ma per ora nessun passo è giunto alla meta! Il cuore, che ama, è sempre frettoloso; se la nostra fretta non è esaudita, l'amore stesso ci fa soffrire. Noi comprendiamo l'inadeguatezza dei nostri sforzi. Noi intravediamo le leggi della storia, che esigono un tempo più lungo delle nostre umane esistenze; ed è comprensibile che la lentezza delle conclusioni ci sembri vanificare desideri, tentativi, sforzi, preghiere. Accettiamo questa economia dei disegni divini, e ci proponiamo umilmente di perseverare. Ma anche la perseveranza non è sofferenza? Non è spiegabile un sentimento, che si consuma nell'attesa, di cui non si conosce la futura durata? L'ecumenismo è un'impresa estremamente difficile; essa non può semplificarsi a scapito della fede e del disegno di Cristo e di Dio circa la salvezza autentica dell'umanità. Non dice la Scrittura: Spes, quae differtur, affligit animam, la speranza differita affligge l'anima (Prov. 13, 1 2). Comprendete, Fratelli, pertanto la nostra tristezza; essa è l'espressione del nostro amore, del nostro desiderio, della nostra carità.

Ma un altro sentimento riempie della sua vivificante atmosfera l'animo nostro a riguardo dell'ecumenismo, di quello che tende realmente al ristabilimento dell'unità fra tutti i Cristiani; ed è la speranza. Non è la preghiera che alimenta la speranza? E non è San Paolo che ci assicura: spes autem non confundit, la speranza non delude? (Rm 5,5) Anche noi abbiamo voluto celebrare la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, particolarmente questa volta in coincidenza dell'Anno Santo. Avevamo infatti proclamato che la riconciliazione fra i Cristiani è uno degli scopi centrali di quest'anno di grazia (Cfr. Apostolorum Limina, VII). «Ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ep 1,10). Questo tema proposto alla riflessione di tutti i cristiani per la settimana di preghiera per quest'anno concentra la nostra meditazione sul piano salvifico di Dio sugli uomini e sull'intero creato. Dio ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà per realizzarlo nella pienezza dei tempi. In Gesù Cristo, suo figlio diletto, abbiamo la redenzione, mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia (Cfr. Eph. Ep 1,7). «In lui piacque al Padre, che abitasse ogni pienezza e per lui fossero a sé riconciliate tutte le cose» (Col 1,19-20). Gesù Cristo è così la nostra vera riconciliazione, è la misericordia di Dio per gli uomini, è la nostra grande e vivente indulgenza. Egli ha compiuto la «purificazione dei peccati» (He 1,3) e ci ha messo in comunione con il Padre nello Spirito Santo.

Questo atto salvifico abbraccia non solo tutti gli uomini ma, in una visione che supera la dimensione umana, si estende a tutto il creato, all'universo intero, aprendoci le soglie di una creazione nuova con una umanità rinnovata, in pellegrinaggio verso «un nuovo cielo ed una nuova terra» (Ap 21,1). Questo ministero di riconciliazione Cristo lo continua attraverso la sua Chiesa, sacramento di salvezza. «Questo è il fine della Chiesa: con la diffusione del Regno di Cristo su tutta la terra a gloria di Dio Padre, rendere partecipi tutti gli uomini della salvezza operata dalla Redenzione e per mezzo di essi ordinare effettivamente il mondo intero a Cristo» (Apostolicam Actuositatem, AA 2). Ma oggi noi con voi ringraziamo il Signore che ci ha concesso di vedere che le relazioni tra i cristiani si intensificano e si approfondiscono. La ricerca della riconciliazione tra i cristiani, che è opera dello Spirito Santo ed espressione di quella «sapienza e pazienza "con cui il Signore" persegue il disegno della sua grazia verso noi peccatori» (Unitatis Redintegratio, UR 1), diventa sempre più un tema di crescente cura ed attenzione da parte della Chiesa Cattolica e delle altre Comunioni Cristiane. Con gioia costatiamo gli sforzi che dovunque si fanno per la riconciliazione, a cui sono impegnati i Vescovi, i teologi, i sacerdoti, i religiosi, i laici: a quest'opera, lo sappiamo, è sensibile anche quella eletta categoria di persone che nel silenzio della contemplazione matura nella preghiera e nella penitenza l'unione sempre più pura ed intima con Dio.

Con il Concilio noi siamo pienamente consapevoli che «questo santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell'unità della Chiesa di Cristo una ed unica, supera le forze e le doti umane» (Unitatis Redintegratio, UR 24). Per questo riprendiamo la nostra preghiera chiedendo al Signore di renderci più attenti alla sua parola ed obbedienti alla sua volontà per continuare la nostra opera con fiducia e dedizione, con perseveranza e coraggio, affinché ci conceda di poter dare con efficacia il nostro contributo alla riconciliazione fra tutti i cristiani, e alla riconciliazione di tutti gli uomini, affinché, come San Paolo ci esorta, «ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre» (Ph 2,11) Così sia.







1975 Omelie di Paolo VI