1976 Omelie di Paolo VI - Domenica, 2 maggio 1976



SOLENNITÀ DELL’ASCENSIONE DI NOSTRO SIGNORE

Giovedì, 27 maggio 1976

Oggi il martirologio offre questo titolo alla nostra festività: «In monte Oliveti Ascensio Domini nostri Iesu Christi». L’Ascensione pertanto attrae e fissa gli sguardi delle nostre anime verso questa figura splendida e luminosa del Signore, che s’innalza nel cielo, come un globo di fuoco, il quale si fa più ardente ed abbagliante a mano a mano che si allontana da noi, fino a superare la luce del sole cosmico, e a farsi Lui stesso lo splendore dell’universo rivelandone nuovi e profondi aspetti risultanti da quella stessa illuminazione rivelatrice (Cfr. Is. Is 60,19 Ap 21,23 Ap 22,5). Gli occhi restano abbagliati, e il fulgore diventa mistero. Ma la nostra gioia rimane e si fa coscienza, si fa parola, si fa canto.

Noi godiamo intanto di questa coincidenza festiva: la celebrazione della gloria di Cristo, che sale al cielo e siede alla destra del Padre, proietta la sua luce sulla solenne liturgia, che noi stiamo celebrando, e che vede raccolta intorno a noi nel compimento dei santi riti eucaristici la schiera dei nuovi Cardinali, chiamati a condividere col successore di San Pietro l’appartenenza al Clero di questa sede romana, l’onore e l’onere di partecipare al governo pastorale del centro dell’unità e della cattolicità della santa Chiesa Romana, e di testimoniare e di assicurare la regolare successione del suo Vescovo, Vicario di Cristo e servo dei servi di Dio. Quanto è pieno di spirituale bellezza, e quanto irradiante di profetico significato il fatto che su questo quadro ecclesiale, su questo momento liturgico risplenda la misteriosa, ma, tra pochi istanti della sacra celebrazione, la reale, sacramentale presenza di quello stesso Gesù, il Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, del quale oggi la Chiesa festeggia il celeste ed ormai eterno trionfo; Cristo è con noi, e sebbene rappresentato nell’atto del suo sacrificio redentore, Egli è con noi nella pienezza della sua gloria.

Oh! gloria a Te, o Signore, che sebbene sottratto alla nostra esperienza sensibile, pure sei con noi con la divina fedeltà alla tua finale promessa: «Ecco, Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Noi guardiamo in questo momento l’orologio della nostra storia, e francamente crediamo e diciamo: adesso, sì, Egli, Cristo, risorto, vivo e celeste, è con noi; oggi noi onoriamo e proclamiamo a noi stessi, all’assemblea circostante, e ai Popoli dei quali noi rispettivamente siamo figli, e investiti, in certo modo, della loro rappresentanza: Cristo, il buon Pastore dell’umanità, il Maestro e il Salvatore del mondo, colui che «è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della Pace» (Is 9,5) è con noi. Egli l’ha detto: «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20); e noi, quanti qui siamo, appunto siamo riuniti nel Tuo nome.

E così intimo, così urgente si fa il senso di codesta divina, ineffabile presenza di Cristo, che un infantile, ma evangelico desiderio ci sorprende: «Signore, noi vorremmo vederti!» (Cfr. Io. 12, 21). Com’è il volto di Cristo? Quante, quante immagini Tue, o Gesù, la pietà e l’arte cristiana hanno messo davanti ai nostri occhi; e molte di queste ci raffigurano, in qualche maniera, non solo l’aspetto umano e doloroso di Gesù, ma alcune anche l’aspetto celeste e glorioso; pensiamo a quello della trasfigurazione, descritto dal Vangelo: «la sua faccia divenne risplendente come il sole e le sue vesti candide come la luce» (Mt 17,2); pensiamo a quello dell’Apocalisse: «io vidi sette candelabri d’oro, e in mezzo ai candelabri vi era uno simile a figlio di uomo, con una veste lunga fino ai piedi, e cinto al petto con una fascia d’oro. I capelli della testa erano candidi, simili a lana bianca, come neve. Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco . . .» (Ap 1,13-14).

Ma queste immagini bibliche di Gesù celeste incantano i nostri spiriti e ci fanno quasi piuttosto sentire la sublime distanza del Cristo risorto, che non confortino il nostro trepido discorso a ritessere quell’umana conversazione, alla quale la sua terrestre presenza aveva concesso ai discepoli di partecipare (Cfr. Bar. Ba 3,38).

E allora, Fratelli? rimarremo anche noi accecati, come S. Paolo su la via di Damasco, quando, folgorato dall’apparizione di Cristo e spaventato dalla sua chiamata: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?», gli chiese: «Chi sei, Signore?» (Act. 9, 4-5). La visione rimase impressa nella memoria e nell’anima dell’Apostolo (Cfr. Act. 22, 6; 26, 13) ed illuminò la sua vocazione, e orientò la sua vita.

Noi pure così. Noi dovremo portare nell’anima il mistero dell’Ascensione come il punto trascendente, sì, e per ora invisibile e ineffabile, oltre la cortina del nostro orizzonte sensibile e temporale; e riferire a quel punto celeste l’asse della nostra esistenza presente. «Se siete risorti con Cristo - ci ammonisce San Paolo – cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo, assiso alla destra di Dio: pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3,1-2); e ancora: «La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo» (Ph 3,20). Dobbiamo vivere escatologicamente, tesi cioè verso «la speranza che non delude» (Rom. 5, 5).

Noi sappiamo che la mentalità moderna rifiuta questo disegno costitutivo dell’esistenza umana. La mentalità moderna, vogliamo dire quella priva del faro orientatore della speranza cristiana, è tutta impegnata nella conquista del benessere temporale, attuale. La scienza naturale è la sola sua luce; il benessere economico il suo paradiso terrestre; e talora i bisogni legittimi e gravi della vita naturale e presente si vorrebbero strumentalizzare in contrapposizione della finalità religiosa della vita, come prevalenti, anzi come i soli meritevoli dell’umana ricerca, e come degni di piegare a sé e di sostituire i bisogni e doveri dello spirito e le promesse della fede. Questo non è conforme al programma cristiano, il cui disegno, pur riconoscendo e servendo le necessità del tempo, spazia ben oltre i confini degli interessi materiali e dei piaceri momentanei del carpe diem. E meraviglia! il cristiano, pellegrino verso il Cristo oltre il tempo, e perciò libero ed agile, disancorato nel cuore dalla scena effimera di questo mondo (Cfr. 1 Cor. 1Co 7,31), proprio in virtù del suo insonne amore al Cristo glorioso dell’al di là, sa scoprire il Cristo bisognoso dell’al di qua; egli intravede il suo Cristo, degno di totale dedizione, nel fratello povero, piccolo, sofferente ove l’immagine mistica di Gesù celeste, secondo la sua divina parola, s’incarna nell’umano dolore terrestre. La nostra festa dell’Ascensione di Cristo può infatti celebrarsi anche così, ascoltando e realizzando la sua travolgente parola d’amore sociale: «In verità vi dico, ogni volta che avrete fatto del bene ai miei fratelli più piccoli, voi l’avete fatto a me» (Cfr. Matth. Mt 25 Matth. Mt 40).

Così l’Ascensione di Cristo in cielo illumina, guida e sorregge il nostro cammino sulla terra.








CELEBRAZIONE EUCARISTICA AL POLICLINICO «AGOSTINO GEMELLI»

Giovedì, 17 giugno 1976

Noi ci sentiamo obbligati a salutare il nostro singolare uditorio, prima di rivolgergli la parola religiosa, per annunciare e celebrare la quale siamo oggi venuti a questa cittadella di studi sanitari, di cure proprie della scienza medica, di umane sofferenze qui raccolte nell’esperienza comunissima dell’umano dolore e nella speranza di trovarvi senso e rimedio.

Sì, salutare questa comunità, estremamente significativa, alla quale oggi fa corona una numerosa e cara folla di popolo, parenti e fedeli. Il cuore si allarga; e le nostre intenzioni superano la misura concessa al tempo della nostra espressione. Ma non sappiamo del tutto rinunciare a comporre in comunità di fratelli e di figli, di defunti e di viventi, di maestri e di studenti, di sanitari e di infermi, di ministri di questa dimora e di ospiti quanti ci circondano; e noi pensiamo di non venir meno né allo stile, né allo spirito di questa celebrazione se proprio essa vuoi rievocare il mistero dell’Eucaristia, che ebbe il quadro d’una cena rituale e fraterna per la sua originaria istituzione. Noi rivolgiamo il nostro riverente e riconoscente pensiero al sempre compianto Padre Gemelli, al cui genio quest’opera deve la sua origine ed alla cui memoria è dedicata. Così avremo nel cuore e nella preghiera quanti all’opera stessa hanno dato idea, tempo, mezzi, fatiche, strutture, ed ora dormono nel segno della fede e nel sonno della pace.

Ma questo fidente omaggio alla comunione dei santi passati all’altra vita ci induce tanto di più a salutare quelli qua convenuti che questa vita attuale con noi condividono, innanzi tutti il magnifico Rettore dell’Università Cattolica, il chiarissimo e a noi carissimo Professore Giuseppe Lazzati, qui presente, e con lui l’illustre Preside della Facoltà di Medicina Professor Antonio Sanna, e con lui il Professore Luigi Ortona, Direttore Sanitario del Policlinico.

E siano salutati tutti i membri del corpo docente e del corpo sanitario, che qui prestano la loro preziosa attività; così salutiamo quanti in questa complessa istituzione scientifica e sanitaria operano e vivono; fra loro noi ricordiamo in modo particolare gli Studenti, ai quali si rivolge la nostra stima e la nostra affezione, con l’antica amicizia degli anni della nostra assistenza spirituale al mondo studentesco. Ma a voi degenti, a voi ammalati, ospiti di questo Policlinico, il nostro augurale e benedicente saluto, quasi a caratterizzare con questa speciale menzione un aspetto non secondario del rito che ora celebriamo: il rapporto cioè fra la Passione di Cristo e l’Eucaristia.

E poi siano i benvenuti a questo diocesano incontro i Prelati qua convenuti della Curia Romana e del Vicariato, e con loro i venerati e carissimi Parroci e Sacerdoti del Clero di Roma, con tutti i fervorosi Fedeli e Pellegrini, docili al richiamo, quest’anno qui stabilito, della nostra festa Romana del «Corpus Domini».

Vogliamo aggiungere un rispettoso e grato saluto anche alle Autorità Civili presenti a questa cerimonia: al Signor Prefetto di Roma ed al Rappresentante-Sindaco del Comune dell’Urbe, e ad altre Personalità che con la loro presenza onorano questa sacra cerimonia; noi vogliamo assicurare queste illustri persone della nostra riconoscenza e della nostra compiacenza, come vogliamo confermare l’ossequio della Chiesa alla loro alta funzione, che auguriamo provvida per l’ordine e la prosperità civile della popolazione e che noi faremo oggetto anche in questo religioso momento del nostro spirituale ricordo.

Noi dunque qui celebriamo la festa del «Corpus Domini».

Essa, per sé, è già stata celebrata, il Giovedì Santo, con riti d’intensa pietà e di particolare commozione; ma la successione liturgica ci ha subito portati alla memoria drammatica e straziante del Venerdì Santo, poi a quella esultante e gloriosa della Pasqua di risurrezione. La Chiesa si è accorta che il Giovedì Santo ci ha lasciato una meravigliosa e misteriosa realtà sacramentale, collegata con la nostra vita nel tempo, e perciò in un certo senso, permanente, sempre presente, e non mai abbastanza meditata, apprezzata, celebrata. Allora la Chiesa ha stabilito questa festività, come un ripensamento del Giovedì Santo, convinta com’è che ella non riuscirà mai ad esaurire la ricchezza, la comprensibilità di questo mistero eucaristico. Perciò ella lo ricorda di nuovo; perciò lo onora con nuovi riti e lo esplora con nuova attenzione.

Noi tuttavia nulla diremo di nuovo. Ma ciò che oggi scegliamo per la nostra riflessione sull’Eucaristia non solo può bastare all’animazione del nostro pensiero e della nostra devozione, ma sorpassa così la misura della nostra capacità teologica e della nostra virtù cultuale da riempire i nostri animi di gioiosa meraviglia e da accrescerne il desiderio di capire di più. Perché l’Eucaristia è sacrificio.

Tutto qui; ma quale trascendente e straripante verità abbiamo noi annunciato! L’Eucaristia è il sacrificio di Cristo sulla croce, riflesso, riprodotto, perpetuato in modo incruento, ma nella sua originaria realtà, nella Messa (Cfr. DENZ.-SCHÖN., 802, 1740-1741).

La mentalità di molta gente del nostro tempo non è preparata a comprendere qualche cosa di stupendo, di sempre vero e di sempre vivo, circa questo cosmo di realtà religiose. Bisogna essere iniziati ai segreti della carità divina per essere in grado di capire come lo possono i santi, cioè i fedeli cristiani, quale sia l’ampiezza, l’estensione, l’altezza e la profondità . . . (noi diremmo le incommensurabili dimensioni) dell’amore di Cristo, che sorpassa ogni conoscenza, come scrive S. Paolo (Ep 3,17-19). E la carità, qual è? La carità è quel Dio stesso, di cui la nostra debolezza speculativa mette perfino in dubbio l’esistenza; mentre è il Principio d’ogni cosa, e tale Principio da chiamarsi Padre; e tale Padre d’aver così amato il mondo, l’umanità, ciascuno di noi, da dare il suo Figlio unigenito (Io. 3, 16). Il quale Figlio unigenito, il Verbo eterno di Dio, appunto si è fatto uomo per salvarci . . . Ma chi pensa oggi seriamente che l’uomo ha bisogno d’essere salvato? Eppure, così è; e il Figlio del Dio vivente «proprio per noi e per la nostra salvezza» si è fatto carne nostra, come dice il nostro atto di fede; e Cristo Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, a sua volta, ancora c’insegna S. Paolo «ha amato me e si è sacrificato per me» (Ga 2,20). Si è sacrificato? Ma esiste ancora una religione, che si esprime in sacrifici? No, i sacrifici dell’antica legge e delle religioni pagane non hanno più ragione di essere; ma di un sacrificio, un sacrificio valido, unico e perenne, sì, sempre il mondo ha bisogno per la Redenzione del peccato umano (altra verità, e quanto triste e reale che l’incredulità moderna vorrebbe trascurare); ed è il sacrificio di Cristo sulla croce, che cancella il peccato del mondo; sacrificio che l’Eucaristia attualizza nel tempo, e rende possibile agli uomini di questa terra di parteciparvi. «Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie il peccato del mondo» (Io. 1, 29) grida ancora dal deserto il Profeta Precursore, all’arrivo di Gesù di Nazareth.

Ripetiamo: è un cosmo questo di verità religiose, che solo la finestra della fede spalanca davanti al contemplativo più penetrante, e al fanciullo più semplice e innocente (Cfr. Matth. Mt 11,25). Mistero della fede! Gesù, rivestendosi delle apparenze di pane e di vino, si è reso presente come corpo e sangue di Vittima sacrificata; crocifissa a morte non solo da noi peccatori, ma per noi resi commensali del suo sacrificio reso sacramento di vita.

Mistero di fede, sì, abbagliante, ma illuminante i profondi, gli essenziali destini della nostra vita. E qui una nuova rivelazione si apre. Si apre specialmente per quanti davanti o sotto la sofferenza fisica sono tormentati dalla sofferenza spirituale d’un atroce pessimismo; la quale così raddoppia il dolore del pensatore, dell’ammalato, del ferito: perché si soffre? a che serve il patire? Il dolore è assurdo, si è tentati di gridare; il dolore è inutile, il dolore è insopportabile. Si apre, ecco, fratelli, una nuova rivelazione per lasciarci vedere in Cristo Ia trasfigurazione della sofferenza, quando è valorizzata come sacrificio; questa intenzionalità sacrificale che Cristo ha conferito alla sua Passione ne ha fatto una sorgente di salvezza, un’apoteosi d’amore.

Non può avvenire qualche cosa di simile per le nostre sofferenze? e non avviene così di fatto, quando la fede e l’amore le sostengono e le sublimano? Non potremo noi pure dare al dolore un senso, uno scopo, un’utilità, al fine un amore, che ne mitiga l’asprezza e gli conferisce un valore imprevisto? un valore di espiazione, di redenzione, come Io ebbe la Croce di Cristo? San Paolo ci dà la ben nota risposta: «Io sono lieto - egli scrive ai Colossesi (Col 1,24) - delle sofferenze ch’io sopporto per voi, e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa». E il sapere che l’Eucaristia è il sacramento della Passione di Cristo non fa forse di essa il conforto soggettivo migliore e il valore oggettivo maggiore dei nostri dolori? Non stabilisce forse una comunione fra la nostra sofferenza umana e quella umano-divina di Cristo? Non infonde forse al nostro dolore qualche cosa di sublime, di divino? un’utilità trasmissibile alla comunione propria degli uomini e dei santi? Essa acquista così un significato ed un merito che annulla per noi, scompaginati con Cristo eucaristico, la sentenza di Agostino verso i pagani: perdidistis utilitatem calamitatis, et miserrimi facti estis (S. AUGUSTINI De Civitate Dei, 1, 33), avete disconosciuto l’utilità de1 soffrire, e siete diventati miserabili.

E qui il nostro discorso finisce per lasciare a voi tutti, Fratelli, questo messaggio eucaristico: la possibile utilità redentrice del dolore nella comunione intenzionale e sacramentale con la Passione di Cristo, rispecchiata tuttora per noi dal Cristo glorioso nel Cristo sacrificato dell’Eucaristia, a nostro insegnamento, a nostro esempio, a nostro conforto, a nostro nutrimento, a nostro pegno di vita eterna: «Io sono il pane della vita . . . Io sono il pane vivo disceso dal cielo . . . Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna, ed Io lo risusciterò all’ultimo giorno» (Io. 6, 48. 51. 54); ha detto il Signore.

Così sia, così sia, per tutti noi! così sia!








XIII ANNIVERSARIO DELL’INCORONAZIONE DI PAOLO VI

Solennità dei SS. Apostoli Pietro e Paolo

Martedí, 29 giugno 1976

Noi celebriamo oggi la festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. Quale immenso tema di meditazione! quale giocondo motivo di spirituale celebrazione! quale classica ragione di ecclesiale fiducia! Per noi Romani la festa si arricchisce di altri due titoli: che essi furono nostri concittadini, Romani anch’essi di adozione e di ministero; e che a Roma coronarono la loro vita col martirio nel nome di Gesù Cristo. Ed ecco, a questo supremo ricordo, scaturisce una polla di annose e grandi questioni: quando fu consumato tale martirio? dove? e come? e quale la vicenda e la sorte delle loro tombe e delle loro reliquie? Questioni storiche, archeologiche, letterarie, religiose di grande interesse, assai documentate, assai discusse, i cui vari e a volte contestati aspetti non infirmano il culto tributato in Roma e nella Chiesa intera a questi sommi eroi della fede, ma lo confermano e lo ravvivano.

A questo nostro tempo inoltre è stata data la fortuna di raggiungere, per ciò che riguarda San Pietro, la certezza, di cui si è fatto araldo il nostro venerato predecessore, Papa Fio XII di venerata memoria (Cfr. PIO XII, Discorsi e Radiomessaggi, XII, 380), circa la collocazione della tomba dell’Apostolo Pietro in questo venerabile luogo, dove sorge questa solenne basilica a lui dedicata, e dove noi ora ci troviamo in preghiera; prova questa incontestabile della permanenza dell’Apostolo nell’Urbe, oggetto da parte di alcuni studiosi di critica negativa, che sembra farsi sempre più silenziosa. Inoltre a noi è toccata un’altra fortuna, quella di essere rassicurati dei risultati che sembrano positivi delle assidue ed erudite ricerche circa l’identificazione e l’autenticità delle veneratissime residue reliquie del beato Pietro, Simone figlio di Giovanni, l’umile pescatore di Galilea, il discepolo e quindi l’apostolo, eletto da Gesù Cristo stesso per essere capo del gruppo dei suoi primi qualificati seguaci, e posto a fondamento dell’edificio, chiamato Chiesa, che Cristo si è proposto di costruire e da lui garantito indenne nel misterioso conflitto con le potestà delle tenebre.

Riconoscenti a quanti hanno merito in questa ardua esplorazione, noi accogliamo con riverenza e con gioia l’esito di così significativo avvenimento archeologico, che conforta con nuovi argomenti storici e scientifici la secolare convinzione del culto qui professato al Principe degli Apostoli, e vi ravvisa una conferma e un presagio della sua drammatica, ma vittoriosa missione di propagare il nome di Cristo nella storia e nel mondo.

Ed è proprio su questa missione, che oggi vogliamo fermare, anche per un solo istante, la vostra attenzione, venerati Fratelli e Figli carissimi, la vostra devozione. Noi possiamo collegare tale missione ad una parola istituzionale e profetica di Cristo, che principalmente, ma non esclusivamente, a Pietro si riferisce. E la parola è quella di Gesù Cristo prima del suo congedo dalla umana conversazione; è registrata da San Luca nel primo capitolo degli Atti degli Apostoli, il primo libro della storia della Chiesa, là dove il Signore risorto dice ai suoi: «voi sarete miei testimoni» (Act. 1, 8). Questa è una parola che ritorna frequente nell’economia della nostra religione, per quanto si riferisce ai suoi titoli originari e trascendenti, quelli della rivelazione, e alla sua fedele e perenne trasmissione. La tradizione cristiana, la diffusione e l’insegnamento della fede, la sua interiore e umana certezza, suffragata dal carisma dello Spirito Santo e dall’autorità divinamente stabilita del magistero della Chiesa cattolica, si riferiscono essenzialmente all’istituzione d’una testimonianza qualificata, che serve da tramite, da veicolo, da garanzia alla Verità, di cui solo alcuni, gli Apostoli, e i fedeli contemporanei «preordinati da Dio» (Act. 10, 41) ebbero diretta e sensibile esperienza. Da questa sperimentale realtà di fatto nasce il messaggio, nasce il «Kerigma», cioè una predicazione, una parola da trasmettere; la potestà ed insieme il dovere di comunicare ad altri la parola di verità conosciuta; nasce l’apostolato, quale sorgente genetica della fede.

Gesù darà a Pietro la celebre consegna, successiva alla pavida negazione di lui: «Tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32); e poi, dopo la risurrezione e la triplice riparatrice professione d’amore, la triplice investitura pastorale: «pasci il mio gregge» (Cfr. Io. 21, 17). Pietro si sentirà ormai dominato da questa interiore imperiosa coscienza; il timido discepolo sarà ormai l’inflessibile testimonio, l’impavido apostolo: «noi non possiamo tacere - egli affermerà - quello che abbiamo visto e ascoltato» (Act. 4, 20); «noi siamo testimoni di tutte le cose da Lui, Gesù Cristo, compiute . . .» (Ibid. 10. 39).

La documentazione potrebbe ancora essere assai ricca e potrebbe confortarci con l’esortazione alla fermezza nelle tribolazioni stesse, che possono provenire dalla professione della fede trasmessa dall’Apostolo alla Chiesa nascente: «Chi potrà farvi del male - egli scrive - se sarete ferventi nel bene? E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi . ..! Beati voi, se siete insultati per il nome di Cristo . . . Se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome» (1 Petr. 3, 13; 4, 14-16). Il discepolo è diventato maestro e apostolo; e da apostolo animatore, e poi martire. E martire significa appunto testimonio, ma, nel linguaggio cristiano, da Stefano in poi s’intende testimonio nel sangue, come lo fu Pietro stesso, conforme alla profezia a lui fatta da Gesù medesimo (Io. 21, 18-19). «Cum autem senueris . . . alius cinget te . . .».

Due conclusioni ci sia concesso trarre da questo fugace accenno alla qualifica di testimonio attribuita da Cristo ai suoi Apostoli, ed in primo luogo a Pietro ed a Paolo, dei quali celebriamo la sempre gloriosa festività. La prima conclusione riguarda l’equazione che possiamo, in certa misura, stabilire fra l’apostolato e l’evangelizzazione, per riscontrare la potestà di magistero nella Chiesa apostolica e in quella che ne è legittimamente derivata, con le facoltà d’insegnamento, di interpretazione e di intrinseco sviluppo circa la rivelazione cristiana, nelle sue parole e nei suoi fatti, e sempre nella sua suprema esigenza di autenticità. Questo, lo sappiamo, è uno dei punti forti della cultura contemporanea e della discussione ecumenica del nostro tempo; forte per la controversia che vorrebbe ammorbidire la saldezza del magistero ecclesiastico, che si rifà a quello apostolico; lo si vorrebbe più flessibile, più docile alla storia, più relativo alla moda del pensiero, più pluralistico, più libero; cioè guidato da criteri soggettivi e storicisti, e punto vincolato a formulazioni d’un magistero tradizionale che si appella ad una dottrina rivelata e divina; e forte per l’atteggiamento storicamente e logicamente coerente, con cui la Chiesa di Pietro tutela il «deposito» dottrinale che le è affidato (Cfr. 1 Tim. 1Tm 6,20 2 Tim. 2Tm 1,14): non è ostinazione la sua, non arretratezza, non incomprensione delle evoluzioni del pensiero umano; è fermezza al Pensiero divino, è fedeltà, e perciò verità e vita, anche per il tempo nostro.

L’altra conclusione riguarda l’ampiezza che il termine «apostolato» deve assumere, inteso non nel senso di potestà d’insegnamento, affidata a coloro che «lo Spirito Santo ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio» (Act. 20, 28); ma nel senso di dovere di diffondere l’annuncio evangelico; esaltante dovere che nasce in ogni cristiano, battezzato e cresimato, chiamato come membro vivo della Chiesa a contribuire, come insegna il Concilio, alla edificazione della Chiesa stessa (Cfr. Lumen Gentium, LG 3 LG 3 Apostolicam Actuositatem, AA 1, 9, AA 10, etc.; Ad Gentes, AGD 21 etc. Cfr. etiam Ep 4,7 1 Cor. 1Co 9,16 etc. ). Ogni cristiano, secondo le sue personali e sociali condizioni, dev’essere testimonio di Cristo; dovere questo che l’essere fanciullo, giovane, uomo, donna, impegnato in uffici secolari, o impedito da particolari doveri, o infermità, non dispensa dal suo compimento. Non indolenza, non timidezza, non scetticismo, non animosità critica e contestatrice, o altro sentimento negativo deve paralizzare, oggi specialmente, l’esercizio dell’apostolato, cioè la testimonianza personale, familiare, collettiva del buon esempio, dell’osservanza dei doveri religiosi, della professione, tacita almeno ma trasparente, della propria fede cristiana, dallo stile di vita, retto, buono, cortese, premuroso della carità (Cfr. J. ESQUERDA BIFFET, Noi siamo testimoni, Marietti, 1976). Cosciente di questa comune vocazione, nessuno si esima da questo fondamentale dovere della testimonianza personale e cattolica al nome di Cristo nella semplice, ferma, solidale comunione con gli Apostoli, di cui noi celebriamo, con la memoria liturgica, la successione storica ed ecclesiale; e nessuno di voi, venerati Fratelli e Figli carissimi, tralasci di offrire a Cristo, mediante l’invocata intercessione degli Apostoli Pietro e Paolo, per questo umile loro successore, che vi parla, una preghiera, affinché egli sia fedele nell’ufficio gravissimo che gli è stato affidato, per il bene della Chiesa e del mondo. Egli oggi ricambia la vostra carità, sempre nel nome degli Apostoli, con la sua speciale, specialissima Benedizione (Cfr. 1 Cor. 1Co 4,2 1Co 9,27 Ep 4,3).

Paolo VI così prosegue, salutando i pellegrini di lingua francese, inglese, tedesca e spagnola.

Rendons grâce au Seigneur ! Pour des chrétiens, c’est toujours une faveur marquante de célébrer le culte tout près de l’endroit même où, selon la tradition, l’Apôtre Pierre donna au Christ le suprême témoignage de sa fidélité!

Mais de cette joyeuse célébration, qu’allez-vous emporter qui puisse baliser et stimuler votre vie de chrétiens? Nous vous le disons d’un mot, facile à retenir mais lourd d’exigences: soyez des témoins!

Oui, comme les Apôtres Pierre et Paul, soyez partout et toujours des témoins fervents de la Lumière et de l’Amour du Christ! Laissez- Nous ajouter que ce témoignage évangélique exige une fidélité sans défaillance au Magistère de l'Eglise, interprète voulu par le Seigneur Jésus de la foi et de la morale catholiques. C’est cette grâce de fidélité à votre mission de témoins du Christ que Nous demandons à l’Esprit Saint de renouveler en vous tous!

In celebrating the Solemnity of Saints Peter and Paul, the Church exults in great confidence and with immense joy. On this day, divine grace triumphs over human frailty, and divine faith over human wisdom. But the courage of Peter and Paul is still alive in the world, and with their faith we proclaim today and for ever that Jesus Christ is the Son of the living God. And in this glorious faith, the Church of Rome finds the source of her invincible strength and the motive for her perennial joy. Beloved sons and daughters, with the Church of Rome rejoice and be confident in the triumph of Peter and Paul.

Drei tatsachen sind es, die am heutigen Fest der heiligen Apostel Petrus und Paulus unser Herz mit Freude erfüllen und zum Nachdenken einladen:

Wir dürfen die heilige Liturgie in der Kirche feiern, die über dem Grab des heiligen Petrus erbaut ist;

Ihr feiert diese Liturgie mit dem Nachfolger des heiligen Petrus, dem Fels, auf dem die Kirche steht, dem obersten Zeugen unseres Glaubens;

Ihr dürft und sollt selbst Zeugen sein für Jesus Christus in dieser Welt.

La iglesia entera se llena de gozo al celebrar la gloriosa festividad de San Pedro y San Pablo, testigos excepcionales de la fe. Hoy es un día especialmente grande para la Iglesia de Roma, que tuvo el privilegio de compartir la vida y las enseñanzas de estos dos Apóstoles, admirando también su martirio por el nombre de Cristo. Que su ejemplo os anime a ser hijos fieles de la Iglesia y a dar testimonio de vuestra fe cristiana, con el estilo de vida recto, bueno, generoso de la caridad.








CHIUSURA DEL 41° CONGRESSO EUCARISTICO INTERNAZIONALE

Domenica, 8 agosto 1976

Venerati Fratelli

e Figli carissimi!

Noi tutti, in questo momento, siamo a Filadelfia, in America, dove si celebra, nel fervore della sua conclusione, il Congresso Eucaristico Internazionale. Bolsena è a Filadelfia. Non è soltanto un collegamento televisivo, che, per un magico prodigio della scienza e della tecnica, trasferisce la scena e la voce di questa cerimonia in quel continente lontano e in quella grandiosa assemblea; è un collegamento spirituale, ma, nel suo genere, ancor più reale, che ci fa partecipare in unità di fede, di culto, di carità a quella straordinaria celebrazione; è l’appartenenza alla medesima Chiesa cattolica, che ci riempie di meraviglia e di gaudio nella esaltazione della sua unità e della sua universalità, proprie della nostra religione cattolica, e proprie del mistero eucaristico, che ce ne dà la certezza e in qualche misura anche la spirituale esperienza. Ricordiamo le classiche parole di San Paolo, proprio relative all’Eucaristia: «Noi, pur essendo molti - scrive l’Apostolo -, siamo un corpo solo; noi tutti infatti che partecipiamo dell’unico pane» (1 Cor. 1Co 10,17). L’unico pane, di cui ora parliamo, è Cristo, Cristo stesso, non solo rappresentato e significato, ma personalmente, realmente reso presente nel sacramento dell’Eucaristia, memoriale incruento, ma autentico, dell’unico suo sacrificio redentore.

Bolsena non dimentica, ed oggi ripresenta a noi e al mondo il miracolo compiuto nel santuario della sua santa Cristina, il quale miracolo ha ravvivato nella Chiesa d’allora e ravviva tuttora la coscienza interiore e ha perpetuato il culto esteriore, pubblico e solenne, dell’Eucaristia, del quale Orvieto e Bolsena conservano ed alimentano nel mondo l’inestinguibile fiamma.

E per quanto grande ed inesauribile sia il mistero eucaristico, e per quanto breve sia l’attimo ora riservato alla nostra riflessione, noi non possiamo tralasciare la considerazione centrale, che il Congresso Eucaristico di Filadelfia ha scelto per uniformare e moltiplicare i nostri pensieri sul mistero eucaristico.

Perché il Congresso ci presenta il mistero eucaristico, ch’è essenzialmente mistero di presenza reale di Gesù e di vero memoriale della sua Passione sotto l’aspetto esteriore di Pane e di Vino, che non è poi altro in sostanza che Cristo stesso rivestito di quella apparenza. Cristo-Pane, Cristo-Vino, perché?

Oh! quale teologia può sgorgare da così elementare questione!

Basti a noi accennare a due punti di tale dottrina. Il primo punto è quello della fame e della sete, esigenza continua, molteplice, ineludibile, che entra nella definizione dell’uomo. L’uomo è un essere che ha fame e sete. Cioè un essere insufficiente per se stesso; un essere dai continui e molteplici bisogni di nutrizione, dalla cui soddisfazione dipende la sua presente esistenza. Dall’aria per respirare, dal latte materno appena egli varca le soglie della vita, dal cibo e dalla bevanda materiali più volte al giorno, alle cento altre cose a cui tende la sua vita per costituzionale necessità, il sapere, il possedere, il godere, sempre questo essere che si chiama uomo ha necessità di avere dal di fuori di lui ciò che manca alla sua esistenza, al suo sviluppo, alla sua salute, alla sua felicità. Perciò desidera, perciò studia, perciò lavora, perciò vuole, soffre, prega, spera, aspetta; sempre è teso a qualche complemento che lo sorregga e lo faccia vivere in pienezza, e, se possibile, sempre. Questo quadro di esistenza, ch’è quello reale, di tutti, può essere riassunto in una sola emblematica espressione: l’uomo è un vivente bisognoso di pane, d’un suo pane che lo nutra, lo integri, gli allarghi e gli prolunghi la sua sempre avida e caduca esistenza. Un’esistenza tesa nello sforzo di mantenersi e di dilatarsi, ma condannata a sperimentare la propria insufficienza e caducità, e a subire alla fine una morte fatale. Non vi è in terra pane che le basti; non vi è dalla terra pane che la renda immortale.

Ed ecco allora la divina parola del Signore Gesù: «Io sono il pane della vita . . . se uno mangia di questo pane vivrà in eterno» (Io. 6, 48-51). La vita umana ha in Cristo, per chi crede alla sua Parola, il suo compimento, il suo pegno di vita immortale. Sì, Fratelli e Figli, ricordiamolo bene: Cristo è il pane della vita. E questo significa un’altra cosa, pure assai importante. È questo il secondo punto. Come il pane ordinario è proporzionato alla fame terrena, così Cristo è il pane straordinario, proporzionato alla fame straordinaria, smisurata dell’uomo, capace, smanioso anzi di aprirsi ad aspirazioni infinite (Cfr. S. AUGUSTINII Confessiones, 1, 1). Noi abbiamo spesso la tentazione di pensare che Cristo non corrisponda in realtà ai bisogni, ai desideri, ai destini dell’uomo; dell’uomo moderno specialmente, che spesso si illude d’essere nato per altro alimento superiore che non quello divino, e d’essere riuscito a saziarsi d’altre conquiste, che non quelle della fede, ovvero che sospetta essere la religione uno pseudoalimento, praticamente vacuo e vano.

No: Cristo non si copre di queste sembianze alimentari per deludere la nostra fame superiore, ma si riveste delle apparenze di cibo materiale, oltre che per farci desiderare quello spirituale, ch’è Lui stesso, per riconoscere e per rivendicare le esigenze legittime della vita naturale. È Lui, che prima di annunciare Se stesso come pane del cielo ha moltiplicato il pane della terra fino alla sazietà di coloro che per ascoltarlo lo avevano seguito in una zona disabitata, e che non avevano di che mangiare (Io. 6. 11 ss.); è Lui che ha rivolto all’umanità l’incomparabile invito: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati ed oppressi; ed io vi ristorerò» (Mt 11,28). È Lui, che non più sotto le specie di pane e di vino, ma sotto quelle d’ogni essere umano sofferente e bisognoso, svelerà all’ultimo giorno, quello del giudizio finale, che tutte le volte che noi abbiamo soccorso qualcuno, abbiamo soccorso Lui, il Cristo: «Io ho avuto fame e voi mi avete dato da mangiare; Io ho avuto sete, e voi mi avete dato da bere; ...» (Ibid. 25, 35).

Così che l’Eucaristia diventa per noi non solo il cibo per ciascuna delle nostre anime, per ciascuna delle nostre comunità cristiane; ma stimolo di carità per i fratelli d’ogni specie (ricordiamo la parabola del buon samaritano - Lc 10,33 ss. -): che hanno bisogno di aiuto, di comprensione, di solidarietà, caricando così l’azione del bene sociale d’un’energia, d’un idealismo, d’una speranza che, finché Cristo sarà con noi con la sua Eucaristia, non verranno meno giammai. Cristo è il pane della vita. Cristo è necessario, per ogni uomo, per ogni comunità, per ogni fatto veramente sociale, cioè fondato sull’amore e sul sacrificio di sé, per il mondo. Come il pane, Cristo è necessario!

Ed ecco il testo del messaggio televisivo che il Papa rivolge al termine della celebrazione, via satellite, ai fedeli raccolti a Filadelfia, a conclusione del Congresso.

To all of you in Philadelphia,

To you, Americans; to you, men and women from all parts of the World, assembled for the International Eucharistic Congress.

It is the Bishop of Rome who speaks to you, the Successor of the Apostle Peter, the Pope of the Catholic Church, the Vicar of Christ on earth.

He speaks to greet you, to assure you of his prayers, to have you hear in his voice the echo of Christ’s word, and thus, to some extent, to open up to you the deep meaning of the mystery that you are celebrating.

We ask you to be silent, to be silent now and to try to listen within yourselves to an inner proclamation!

The Lord is saying: “Be assured, I am with you” (Cfr. Matth. Mt 28,20). I am here, he is saying: because this is my Body! This is the cup of my Blood!

The “mystery of his presence” is thus enacted and celebrated: the mystery of his sacramental, but real and living presence. Jesus, the Teacher of humanity, is here; he is calling for you (Cfr. Io. 11, 28).

Yes, he is calling you, each one by name! The mystery of the Eucharist is, above all, a personal mystery: personal, because of his divine presence-the presence of Christ, the Word of God made man; personal, because the Eucharist is meant for each of us: for this reason Christ has become living bread, and is multiplied in the sacrament, in order to be accessible to every human being who receives him worthily, and who opens to him the door of faith and love.

The Eucharist is a “mystery of life!” Christ says: “He who eats this bread shall live!” (Io. 6, 51).

The Eucharist is a mystery of suffering, yes; and a mystery of death! A mystery of redemptive passion; a “mystery of sacrifice”, consummated by Christ for our salvation. It is the mystery of the Cross, reflected and commemorated in the sacrament which makes us share in the Lord’s immolation, in order to associate us in his Resurrection. Today, in time, the Eucharist is the food for our earthly pilgrimage; tomorrow, in the life to come, it will be our everlasting happiness.

The Eucharist is, therefore, a “mystery of love”. It makes all of us who eat the same bread into a single body (Cfr. 1 Cor. 1Co 10,17), living by means of one Spirit. It makes us one family: brothers and sisters united in solidarity with one another (Cfr. Eph. Ep 4,16), and all of us dedicated to giving witness, in mutual love, to the fact that we really are the followers of Christ (Cfr. Io. 13, 35).

May it always be this’ way, beloved Brethren, and sons and daughters!

With our Apostolic Blessing: In the name of the Father and of the Son and of the Holy Spirit. Amen!







1976 Omelie di Paolo VI - Domenica, 2 maggio 1976