
Catechismo Chiesa Catt. 2504
2504 "Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo" (Ex 20,16). I discepoli di Cristo hanno rivestito "l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera" (Ep 4,24).
2505 La verità o veracità è la virtù che consiste nel mostrarsi veri nelle proprie azioni e nell'esprimere il vero nelle proprie parole, rifuggendo dalla doppiezza, dalla simulazione e dall'ipocrisia.
2506 Il cristiano non deve vergognarsi "della testimonianza da rendere al Signore" (2Tm 1,8) in atti e parole. Il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede.
2507 Il rispetto della reputazione e dell'onore delle persone proibisce ogni atteggiamento o parola di maldicenza o di calunnia.
2508 La menzogna consiste nel dire il falso con l'intenzione di ingannare il prossimo.
2509 Una colpa commessa contro la verità esige riparazione.
2510 La "regola d'oro" aiuta a discernere, nelle situazioni concrete, se sia o non sia opportuno palesare la verità a chi la domanda.
2511 "Il sigillo sacramentale è inviolabile" [Codice di Diritto Canonico, 983, 1]. I segreti professionali vanno serbati. Le confidenze pregiudizievoli per altri non devono essere divulgate.
2512 La società ha diritto a un'informazione fondata sulla verità, sulla libertà, sulla giustizia. E' opportuno imporsi moderazione e disciplina nell'uso dei mezzi di comunicazione sociale.
2513 Le belle arti, ma soprattutto l'arte sacra, "per loro natura, hanno relazione con l'infinita bellezza divina, che deve essere in qualche modo espressa dalle opere dell'uomo, e sono tanto più orientate a Dio e all'incremento della sua lode e della sua gloria, in quanto nessun altro fine è loro assegnato se non di contribuire quanto più efficacemente possibile. . . a indirizzare pienamente le menti degli uomini a Dio" [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 122].
Articolo 9
Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo (Ex 20,17).
Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Mt 5,28).
2514 San Giovanni distingue tre tipi di smodato desiderio o concupiscenza: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita [Cf 1Jn 2,16 ]. Secondo la tradizione catechistica cattolica, il nono comandamento proibisce la concupiscenza carnale; il decimo la concupiscenza dei beni altrui.
2515 La "concupiscenza", nel senso etimologico, può designare ogni forma veemente di desiderio umano. La teologia cristiana ha dato a questa parola il significato specifico di moto dell'appetito sensibile che si oppone ai dettami della ragione umana. L'Apostolo san Paolo la identifica con l'opposizione della "carne" allo "spirito" [Cf Gal 5,16; Gal 5,17; 2515 Gal 5,24; Ep 2,3 ]. E' conseguenza della disobbedienza del primo peccato [Cf Gen 3,11 ]. Ingenera disordine nelle facoltà morali dell'uomo e, senza essere in se stessa un peccato, inclina l'uomo a commettere il peccato [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1515].
2516 Già nell'uomo, essendo un essere composto, spirito e corpo, esiste una certa tensione, si svolge una certa lotta di tendenze tra lo "spirito" e la "carne". Ma essa di fatto appartiene all'eredità del peccato, ne è una conseguenza e, al tempo stesso, una conferma. Fa parte dell'esperienza quotidiana del combattimento spirituale:
Per l'Apostolo non si tratta di discriminare e di condannare il corpo, che con l'anima spirituale costituisce la natura dell'uomo e la sua soggettività personale; egli si occupa invece delle opere, o meglio delle stabili disposizioni - virtù e vizi - moralmente buone o cattive, che sono frutto di sottomissione (nel primo caso) oppure di resistenza (nel secondo) all' azione salvifica dello Spirito Santo. Percio l'Apostolo scrive: "Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito" (Ga 5,25) [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dominum et Vivificantem, 55].
2517 Il cuore è la sede della personalità morale: "Dal cuore provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni" (Mt 15,19). La lotta contro la concupiscenza carnale passa attraverso la purificazione del cuore e la pratica della temperanza:
Conservati nella semplicità, nell'innocenza, e sarai come i bambini, i quali non conoscono il male che devasta la vita degli uomini [Erma, Mandata pastoris, 2, 1].
2518 La sesta beatitudine proclama: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" (Mt 5,8). I "puri di cuore" sono coloro che hanno accordato la propria intelligenza e la propria volontà alle esigenze della santità di Dio, in tre ambiti soprattutto: la carità, [Cf 1Tm 4,3-9; 2Tm 2,22 ] la castità o rettitudine sessuale, [Cf 1Th 4,7; Col 3,5; 2518 Ep 4,19 ] l'amore della verità e l'ortodossia della fede [Cf Tt 1,15; 1Tm 1,3-4; 2Tm 2,23-26 ]. C'è un legame tra la purezza del cuore, del corpo e della fede:
I fedeli devono credere gli articoli del Simbolo, "affinché credendo, obbediscano a Dio; obbedendo, vivano onestamente; vivendo onestamente, purifi chino il loro cuore, e purificando il loro cuore, comprendano quanto credono" [Sant'Agostino, De fide et symbolo, 10, 25: PL 40, 196].
2519 Ai "puri di cuore" è promesso che vedranno Dio faccia a faccia e che saranno simili a lui [Cf 1Co 13,12; 1Jn 3,2 ]. La purezza del cuore è la condizione preliminare per la visione. Fin d'ora essa ci permette di vedere secondo Dio, di accogliere l'altro come un "prossimo"; ci consente di percepire il corpo umano, il nostro e quello del prossimo, come un tempio dello Spirito Santo, una manifestazione della bellezza divina.
2520 Il Battesimo conferisce a colui che lo riceve la grazia della purificazione da tutti i peccati. Ma il battezzato deve continuare a lottare contro la concupiscenza della carne e i desideri disordinati. Con la grazia di Dio giunge alla purezza del cuore
- mediante la virtù e il dono della castità, perché la castità permette di amare con un cuore retto e indiviso;
- mediante la purezza d'intenzione che consiste nel tener sempre presente il vero fine dell'uomo: con un occhio semplice, il battezzato cerca di trovare e di compiere in tutto la volontà di Dio; [Cf Rm 12,2; Col 1,10 ]
- mediante la purezza dello sguardo, esteriore ed interiore; mediante la disciplina dei sentimenti e dell'immaginazione; mediante il rifiuto di ogni compiacenza nei pensieri impuri, che inducono ad allontanarsi dalla via dei divini comandamenti: "La vista provoca negli stolti il desiderio" (Sg 15,5);
- mediante la preghiera:
Pensavo che la continenza si ottiene con le proprie forze e delle mie non ero sicuro. A tal segno ero stolto da ignorare che, come sta scritto, nessuno può essere continente, se Tu non lo concedi. E Tu l'avresti concesso, se avessi bussato alle tue orecchie col gemito del mio cuore e lanciato in Te la mia pena con fede salda [Sant'Agostino, Confessiones, 6, 11, 20].
2521 La purezza esige il pudore. Esso è una parte integrante della temperanza. Il pudore preserva l'intimità della persona. Consiste nel rifiuto di svelare cio che deve rimanere nascosto. E' ordinato alla castità, di cui esprime la delicatezza. Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro unione.
2522 Il pudore custodisce il mistero delle persone e del loro amore. Suggerisce la pazienza e la moderazione nella relazione amorosa; richiede che siano rispettate le condizioni del dono e dell'impegno definitivo dell'uomo e della donna tra loro. Il pudore è modestia. Ispira la scelta dell'abbigliamento. Conserva il silenzio o il riserbo là dove trasparisse il rischio di una curiosità morbosa. Diventa discrezione.
2523 Esiste non soltanto un pudore dei sentimenti, ma anche del corpo. Insorge, per esempio, contro l'esposizione del corpo umano in funzione di una curiosità morbosa in certe pubblicità, o contro la sollecitazione di certi mass-media a spingersi troppo in là nella rivelazione di confidenze intime. Il pudore detta un modo di vivere che consente di resistere alle suggestioni della moda e alle pressioni delle ideologie dominanti.
2524 Le forme che il pudore assume variano da una cultura all'altra. Dovunque, tuttavia, esso appare come il presentimento di una dignità spirituale propria dell'uomo. Nasce con il risveglio della coscienza del soggetto. Insegnare il pudore ai fanciulli e agli adolescenti è risvegliare in essi il rispetto della persona umana.
2525 La purezza cristiana richiede una purificazione dell'ambiente sociale. Esige dai mezzi di comunicazione sociale un'informazione attenta al rispetto e alla moderazione. La purezza del cuore libera dal diffuso erotismo e tiene lontani dagli spettacoli che favoriscono la curiosità morbosa e l'illusione.
2526 La cosiddetta permissività dei costumi si basa su una erronea concezione della libertà umana. La libertà, per costruirsi, ha bisogno di lasciarsi educare preliminarmente dalla legge morale. E' necessario chiedere ai responsabili della educazione di impartire alla gioventù un insegnamento rispettoso della verità, delle qualità del cuore e della dignità morale e spirituale dell'uomo.
2527 "La Buona Novella di Cristo rinnova continuamente la vita e la cultura dell'uomo decaduto, combatte e rimuove gli errori e i mali derivanti dalla sempre minacciosa seduzione del peccato. Continuamente purifica ed eleva la moralità dei popoli. Con la ricchezza soprannaturale feconda, come dall'interno, fortifica, completa e restaura in Cristo le qualità dello spirito e le doti di ciascun popolo e di ogni età" [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 58].
2528 "Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" (Mt 5,28).
2529 Il nono comandamento mette in guardia dal desiderio smodato o concupiscenza carnale.
2530 La lotta contro la concupiscenza carnale passa attraverso la purificazione del cuore e la pratica della temperanza.
2531 La purezza del cuore ci farà vedere Dio: fin d'ora ci consente di vedere ogni cosa secondo Dio.
2532 La purificazione del cuore esige la preghiera, la pratica della castità, la purezza dell'intenzione e dello sguardo.
2533 La purezza del cuore richiede il pudore, che è pazienza, modestia e discrezione. Il pudore custodisce l'intimità della persona.
Articolo 10
Non desiderare. . . alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo (Ex 20,17). Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo (Dt 5,21).
Là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore (Mt 6,21).
2534 Il decimo comandamento sdoppia e completa il nono, che verte sulla concupiscenza della carne. Il decimo proibisce la cupidigia dei beni altrui, che è la radice del furto, della rapina e della frode, vietati dal settimo comandamento. "La concupiscenza degli occhi" (1Jn 2,16) porta alla violenza e all'ingiustizia, proibite dal quinto comandamento [Cf Mi 2,2 ]. La bramosia, come la fornicazione, trova origine nell'idolatria vietata nelle prime tre prescrizioni della Legge [Cf Sap 14,12 ]. Il decimo comandamento riguarda l'intenzione del cuore; insieme con il nono riassume tutti i precetti della Legge.
2535 L'appetito sensibile ci porta a desiderare le cose piacevoli che non abbiamo. Cosi, quando si ha fame si desidera mangiare, quando si ha freddo si desidera riscaldarsi. Tali desideri, in se stessi, sono buoni; ma spesso non restano nei limiti della ragione e ci spingono a bramare ingiustamente cio che non ci spetta e appartiene, o è dovuto ad altri.
2536 Il decimo comandamento proibisce l' avidità e il desiderio di appropriarsi senza misura dei beni terreni; vieta la cupidigia sregolata, generata dalla smodata brama delle ricchezze e del potere in esse insito. Proibisce anche il desiderio di commettere un'ingiustizia, con la quale si danneggerebbe il prossimo nei suoi beni temporali:
La formula "non desiderare" è come un avvertimento generale che ci spinge a moderare il desiderio e l'avidità delle cose altrui. C'è infatti in noi una latente sete di cupidigia per tutto cio che non è nostro; sete mai sazia, di cui la Sacra Scrittura scrive: "L'avaro non sarà mai sazio del suo denaro" (Si 5,9) [Catechismo Romano, 3, 37].
2537 Non si trasgredisce questo comandamento desiderando ottenere cose che appartengono al prossimo, purché cio avvenga con giusti mezzi. La catechesi tradizionale indica con realismo "coloro che maggiormente devono lottare contro le cupidigie peccaminose" e che, dunque, "devono con più insistenza essere esortate ad osservare questo comandamento":
Sono, cioè, quei commercianti e quegli approvvigionatori di mercati che aspettano la scarsità delle merci e la carestia per trarne un profitto con accaparramenti e speculazioni; . . . quei medici che aspettano con ansia le malattie; quegli avvocati e magistrati desiderosi di cause e di liti. . [Catechismo Romano, 3, 37].
2538 Il decimo comandamento esige che si bandisca dal cuore umano l' invidia. Allorché il profeta Natan volle suscitare il pentimento del re Davide, gli narro la storia del povero che possedeva soltanto una pecora, la quale era per lui come una figlia, e del ricco che, malgrado avesse bestiame in gran numero, invidiava quel povero e fini per portargli via la sua pecora [Cf 2Sam 12,1-4 ]. L'invidia può condurre ai peggiori misfatti [Cf Gen 4,3-7; 1Re 21,1-29 ]. E' per l'invidia del diavolo che la morte è entrata nel mondo [Cf Sap 2,24 ].
Noi ci facciamo guerra vicendevolmente, ed è l'invidia ad armarci gli uni contro gli altri... Se tutti si accaniscono cosi a far vacillare il corpo di Cristo, dove si arriverà? Siamo quasi in procinto di snervarlo. . . Ci diciamo membra di un medesimo organismo e ci divoriamo come farebbero delle belve [San Giovanni Crisostomo, Homiliae in secundam ad Corinthios, 28, 3-4: PG 61, 594-595].
2539 L'invidia è un vizio capitale. Consiste nella tristezza che si prova davanti ai beni altrui e nel desiderio smodato di appropriarsene, sia pure indebitamente. Quando arriva a volere un grave male per il prossimo, l'invidia diventa un peccato mortale.
Sant'Agostino vedeva nell'invidia "il peccato diabolico per eccellenza" [Sant'Agostino, De catechizandis rudibus, 4, 8]. "Dall'invidia nascono l'odio, la maldicenza, la calunnia, la gioia causata dalla sventura del prossimo e il dispiacere causato dalla sua fortuna" [San Gregorio Magno, Moralia in Job, 31, 45: PL 76, 621].
2540 L'invidia rappresenta una delle forme della tristezza e quindi un rifiuto della carità; il battezzato lotterà contro l'invidia mediante la benevolenza. L'invidia spesso è causata dall'orgoglio; il battezzato si impegnerà a vivere nell'umiltà.
Vorreste vedere Dio glorificato da voi? Ebbene, rallegratevi dei progressi del vostro fratello, ed ecco che Dio sarà glorificato da voi. Dio sarà lodato - si dirà - dalla vittoria sull'invidia riportata dal suo servo, che ha saputo fare dei meriti altrui il motivo della propria gioia [San Giovanni Crisostomo, Homilia in ad Romanos, 7, 3: PG 60, 445].
2541 L'Economia della Legge e della Grazia libera il cuore degli uomini dalla cupidigia e dall'invidia: lo rivolge al desiderio del Sommo Bene; lo apre ai desideri dello Spirito Santo, che appaga il cuore umano.
Il Dio delle promesse da sempre ha messo in guardia l'uomo dalla seduzione di cio che, fin dalle origini, appare "buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza" (Gn 3,6).
2542 La Legge data a Israele non è mai bastata a giustificare coloro che le erano sottomessi; anzi, è diventata lo strumento della "concupiscenza" [Cf Rm 7,7 ]. Il fatto che il volere e il fare non coincidano [Cf Rm 7,15 ] indica il conflitto tra la legge di Dio, la quale è la "legge della mia mente" e un'altra legge "che mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra" (Rm 7,23).
2543 "Ora, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono" (Rm 3,21-22). Da allora i credenti in Cristo "hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri" (Ga 5,24); essi sono guidati dallo Spirito [Cf Rm 8,14 ] e seguono i desideri dello Spirito [Cf Rm 8,27 ].
2544 Ai suoi discepoli Gesù chiede di preferirlo a tutto e a tutti, e propone di "rinunziare a tutti" i loro "averi" (Lc 14,33) per lui e per il Vangelo [Cf Mc 8,35 ]. Poco prima della sua Passione ha additato loro come esempio la povera vedova di Gerusalemme, la quale, nella sua miseria, ha dato tutto quanto aveva per vivere [Cf Lc 21,4 ]. Il precetto del distacco dalle ricchezze è vincolante per entrare nel Regno dei cieli.
2545 Tutti i fedeli devono sforzarsi "di rettamente dirigere i propri affetti, affinché dall'uso delle cose di questo mondo e dall'attaccamento alle ricchezze, contrario allo spirito della povertà evangelica, non siano impediti di tendere alla carità perfetta" [Conc. Ecum. Vat. II, LG 42].
2546 "Beati i poveri in spirito" (Mt 5,3). Le beatitudini rivelano un ordine di felicità e di grazia, di bellezza e di pace. Gesù esalta la gioia dei poveri, ai quali già appartiene il Regno: [Cf Lc 6,20 ]
Il Verbo chiama "povertà di spirito" l'umiltà volontaria di uno spirito umano e il suo rinnegamento; e l'Apostolo ci addita come esempio la povertà di Dio quando dice: "Si è fatto povero per noi" (2Co 8,9) [San Gregorio di Nissa, Orationes de beatitudinibus, 1: PG 44, 1200D].
2547 Il Signore apostrofa i ricchi, perché trovano la loro consolazione nell'abbondanza dei beni (Lc 6,24). "Il superbo cerca la potenza terrena, mentre il povero in spirito cerca il Regno dei cieli" [Sant'Agostino, De sermone Domini in monte, 1, 1, 3: PL 34, 1232]. L'abbandono alla Provvidenza del Padre del cielo libera dall'apprensione per il domani [Cf Mt 6,25-34 ]. La fiducia in Dio prepara alla beatitudine dei poveri. Essi vedranno Dio.
2548 Il desiderio della vera felicità libera l'uomo dallo smodato attaccamento ai beni di questo mondo, per avere compimento nella visione e nella beatitudine di Dio. "La promessa di vedere Dio supera ogni felicità. Nella Scrittura, vedere equivale a possedere. Chi vede Dio, ha conseguito tutti i beni che si possano concepire" [San Gregorio di Nissa, Orationes de beatitudinibus, 6: PG 44, 1265A].
2549 Il popolo santo deve lottare, con la grazia che viene dall'Alto, per ottenere i beni che Dio promette. Per possedere e contemplare Dio, i cristiani mortificano le loro brame e trionfano, con la grazia di Dio, sulle seduzioni del piacere e del potere.
2550 Lungo questo cammino della perfezione lo Spirito e la Sposa chiamano chi li ascolta [Cf Ap 22,17 ] alla piena comunione con Dio:
Là sarà la vera gloria, dove nessuno verrà lodato per sbaglio o per adulazione; il vero onore, che non sarà rifiutato a nessuno che ne sia degno, non sarà riconosciuto a nessuno che ne sia indegno; né d'altra parte questi potrebbe pretenderlo, perché vi sarà ammesso solo chi è degno. Vi sarà la vera pace, dove nessuno subirà avversità da parte di se stesso o da parte di altri. Premio della virtù sarà colui che diede la virtù e che promise se stesso come cio di cui non può esservi nulla di migliore e di più grande. . . "Saro vostro Dio e voi sarete mio popolo" (Lv 16,12). . . Ancora questo indicano. . . le parole dell'Apostolo: "Perché Dio sia tutto in tutti" (1Co 15,28). Egli sarà il fine di tutti i nostri desideri, contemplato senza fine, amato senza fastidio, lodato senza stanchezza. Questo dono, questo affetto, questo atto sarà certamente comune a tutti, come la stessa vita eterna [Sant'Agostino, De civitate Dei, 22, 30].
2551 "Là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore" (Mt 6,21).
2552 Il decimo comandamento proibisce la sfrenata cupidigia generata dalla brama smodata delle ricchezze e del potere insito in esse.
2553 L'invidia è la tristezza che si prova davanti ai beni altrui e l'irresistibile desiderio di appropriarsene. E' un vizio capitale.
2554 Il battezzato combatte l'invidia con la benevolenza, l'umiltà e l'abbandono alla Provvidenza di Dio.
2555 I cristiani "hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri" (Ga 5,24); sono guidati dallo Spirito e seguono i suoi desideri.
2556 Il distacco dalle ricchezze è indispensabile per entrare nel Regno dei cieli. "Beati i poveri in spirito".
2557 Il vero desiderio dell'uomo è: "Voglio vedere Dio". La sete di Dio è estinta dall'acqua della vita eterna [Cf Jn 4,14 ].
2558 "Grande è il Mistero della fede". La Chiesa lo professa nel Simbolo degli Apostoli (parte prima) e lo celebra nella Liturgia sacramentale (parte seconda), affinché la vita dei fedeli sia conformata a Cristo nello Spirito Santo a gloria di Dio Padre (parte terza). Questo Mistero richiede quindi che i fedeli vi credano, lo celebrino e ne vivano in una relazione viva e personale con il Dio vivo e vero. Tale relazione è la preghiera.
Per me la preghiera è uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia [Santa Teresa di Gesù Bambino, Manoscritti autobiografici, C 25r].
La preghiera come dono di Dio
2559 "La preghiera è l'elevazione dell'anima a Dio o la domanda a Dio di beni convenienti" [San Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 3, 24: PG 94, 1089D]. Da dove noi partiamo pregando? Dall'altezza del nostro orgoglio e della nostra volontà o "dal profondo" (Ps 130,1) di un cuore umile e contrito? E' colui che si umilia ad essere esaltato [Cf Lc 18,9-14 ]. L' umiltà è il fonmento della preghiera. "Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare"(Rm 8,26) L'umiltà è la disposizione necessaria per ricevere gratuitamente il dono della preghiera: "L'uomo è un mendicante di Dio" [Sant'Agostino, Sermones, 56, 6, 9: PL 38, 381].
2560 "Se tu conoscessi il dono di Dio!" (Jn 4,10). La meraviglia della preghiera si rivela proprio là, presso i pozzi dove andiamo a cercare la nostra acqua: là Cristo viene ad incontrare ogni essere umano; egli ci cerca per primo ed è lui che ci chiede da bere. Gesù ha sete; la sua domanda sale dalle profondità di Dio che ci desidera. Che lo sappiamo o no, la preghiera è l'incontro della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui [Cf Sant'Agostino, De diversis quaestionibus octoginta tribus, 64, 4: PL 40, 56].
2561 "Tu gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva" (Jn 4,10). La nostra preghiera di domanda è paradossalmente una risposta. Risposta al lamento del Dio vivente: "Essi hanno abbandonato me, sorgente d'acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate" (), risposta di fede alla promessa gratuita della salvezza, [Cf Jn 7,37-39; 2561 Is 12,3; Is 51,1 ] risposta d'amore alla sete del Figlio unigenito [Cf Jn 19,28; Zc 12,10; Zc 13,1 ].
La preghiera come Alleanza
2562 Da dove viene la preghiera dell'uomo? Qualunque sia il linguaggio della preghiera (gesti e parole), è tutto l'uomo che prega. Ma, per indicare il luogo dal quale sgorga la preghiera, le Scritture parlano talvolta dell'anima o dello spirito, più spesso del cuore (più di mille volte). E' il cuore che prega. Se esso è lontano da Dio, l'espressione della preghiera è vana.
2563 Il cuore è la dimora dove sto, dove abito (secondo l'espressione semitica o biblica: dove "discendo"). E' il nostro centro nascosto, irraggiungibile dalla nostra ragione e dagli altri; solo lo Spirito di Dio può scrutarlo e conoscerlo. E' il luogo della decisione, che sta nel più profondo delle nostre facoltà psichiche. E' il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte. E' il luogo dell'incontro, poiché, ad immagine di Dio, viviamo in relazione: è il luogo dell'Alleanza.
2564 La preghiera cristiana è una relazione di Alleanza tra Dio e l'uomo in Cristo. E' azione di Dio e dell'uomo; sgorga dallo Spirito Santo e da noi, interamente rivolta al Padre, in unione con la volontà umana del Figlio di Dio fatto uomo.
La preghiera come Comunione
2565 Nella Nuova Alleanza la preghiera è la relazione vivente dei figli di Dio con il loro Padre infinitamente buono, con il Figlio suo Gesù Cristo e con lo Spirito Santo. La grazia del Regno è "l'unione della Santa Trinità tutta intera con lo spirito tutto intero" [San Gregorio Nazianzeno, Orationes, 16, 9: PG 35, 954C]. La vita di preghiera consiste quindi nell'essere abitualmente alla presenza del Dio tre volte Santo e in comunione con lui. Tale comunione di vita è sempre possibile, perché, mediante il Battesimo, siamo diventati un medesimo essere con Cristo [Cf Rm 6,5 ]. La preghiera è cristiana in quanto è comunione con Cristo e si dilata nella Chiesa, che è il suo Corpo. Le sue dimensioni sono quelle dell'Amore di Cristo [Cf Ep 3,18-21 ].
La chiamata universale alla preghiera
2566 L'uomo è alla ricerca di Dio. Mediante la creazione Dio chiama ogni essere dal nulla all'esistenza. Coronato "di gloria e di splendore" (Ps 8,6), l'uomo, dopo gli angeli, è capace di riconoscere che il Nome del Signore "è grande. . . su tutta la terra" (Ps 8,2). Anche dopo aver perduto la somiglianza con Dio a causa del peccato, l'uomo rimane ad immagine del suo Creatore. Egli conserva il desiderio di colui che lo chiama all'esistenza. Tutte le religioni testimoniano questa essenziale ricerca da parte degli uomini [Cf Ac 17,27 ].
2567 Dio, per primo, chiama l'uomo. Sia che l'uomo dimentichi il suo Creatore oppure si nasconda lontano dal suo Volto, sia che corra dietro ai propri idoli o accusi la divinità di averlo abbandonato, il Dio vivo e vero chiama incessantemente ogni persona al misterioso incontro della preghiera. Questo passo d'amore del Dio fedele viene sempre per primo nella preghiera; il passo dell'uomo è sempre una risposta. Man mano che Dio si rivela e rivela l'uomo a se stesso, la preghiera appare come un appello reciproco, un evento di Alleanza. Attraverso parole e atti, questo evento impegna il cuore. Si svela lungo tutta la storia della salvezza.
Articolo 1
2568 La rivelazione della preghiera nell'Antico Testamento si iscrive tra la caduta e il riscatto dell'uomo, tra la domanda accorata di Dio ai suoi primi figli: "Dove sei?. . . Che hai fatto?" (Gn 3,9 Gn 3,13) e la risposta del Figlio unigenito al suo entrare nel mondo: "Ecco, io vengo. . . per fare, o Dio, la tua volontà" (He 10,5-7). La preghiera in tal modo è legata alla storia degli uomini, è la relazione a Dio nelle vicende della storia.
La creazione - sorgente della preghiera
2569 E' a partire innanzitutto dalle realtà della creazione che vive la preghiera. I primi nove capitoli della Genesi descrivono questa relazione a Dio come offerta dei primogeniti del gregge da parte di Abele, [Cf Gen 4,4 ] come invocazione del Nome divino da parte di Enos, [Cf Gen 4,26 ] come cammino con Dio [Cf Gen 5,24 ]. L'offerta di Noè è gradita a Dio, che lo benedice - e, attraverso lui, benedice tutta la creazione [Cf Gen 8,20-9,17 ] - perché il suo cuore è giusto e integro: egli pure cammina con Dio [Cf Gen 6,9 ]. Questa qualità della preghiera è vissuta da una moltitudine di giusti in tutte le religioni.
Nella sua Alleanza indefettibile con gli esseri viventi, [Cf Gen 9,8-16 ] Dio sempre chiama gli uomini a pregarlo. Ma è soprattutto a partire dal nostro padre Abramo che nell'Antico Testamento viene rivelata la preghiera.
La Promessa e la preghiera della fede
2570 Non appena Dio lo chiama, Abramo parte "come gli aveva ordinato il Signore" (Gn 12,4): il suo cuore è tutto "sottomesso alla Parola"; egli obbedisce. L'ascolto del cuore che si decide secondo Dio è essenziale alla preghiera: le parole sono relative rispetto ad esso. Ma la preghiera di Abramo si esprime innanzitutto con azioni: uomo del silenzio, ad ogni tappa costruisce un altare al Signore. Solo più tardi troviamo la sua prima preghiera in parole: un velato lamento che ricorda a Dio le sue promesse che non sembrano realizzarsi [Cf Gen 15,2-3 ]. Cosi, fin dall'inizio, appare uno degli aspetti del dramma della preghiera: la prova della fede nella fedeltà di Dio.
2571 Avendo creduto in Dio, [Cf Gen 15,6 ] camminando alla sua presenza e in alleanza con lui, [Cf Gen 17,1-2 ] il patriarca è pronto ad accogliere sotto la propria tenda l'Ospite misterioso: è la stupenda ospitalità di Mamre, preludio all'Annunciazione del vero Figlio della Promessa [Cf Gen 18,1-15; 2571 Lc 1,26-38 ]. Da quel momento, avendogli Dio confidato il proprio Disegno, il cuore di Abramo è in sintonia con la compassione del suo Signore per gli uomini, ed egli osa intercedere per loro con una confidenza audace [Cf Gen 18,16-33 ].
2572 Quale ultima purificazione della sua fede, proprio a lui "che aveva ricevuto le promesse" (He 11,17) viene chiesto di sacrificare il figlio che Dio gli ha donato. La sua fede non vacilla: "Dio stesso provvederà l'agnello per l'olocausto" (Gn 22,8); "pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti" (He 11,19). Cosi il padre dei credenti è configurato al Padre che non risparmierà il proprio Figlio, ma lo darà per tutti noi [ Cf Rm 8,32 ]. La preghiera restituisce all'uomo la somiglianza con Dio e lo rende partecipe della potenza dell'amore di Dio che salva la moltitudine [Cf Rm 4,16-21 ].
2573 Dio rinnova la propria Promessa a Giacobbe, l'antenato delle dodici tribù d'Israele [Cf Gen 28,10-22 ]. Prima di affrontare il fratello Esaù, Giacobbe lotta per l'intera notte con un misterioso personaggio, che si rifiuta di rivelargli il proprio nome, ma lo benedice prima di lasciarlo allo spuntar del sole. La tradizione spirituale della Chiesa ha visto in questo racconto il simbolo della preghiera come combattimento della fede e vittoria della perseveranza [Cf Gen 32,25-31; Lc 18,1-8 ].
Mosè e la preghiera del mediatore
2574 Quando incomincia a realizzarsi la Promessa (la Pasqua, l'Esodo, il dono della Legge e la stipulazione dell'Alleanza), la preghiera di Mosè è la toccante figura della preghiera di intercessione, che raggiungerà il pieno compimento nell'unico "Mediatore tra Dio e gli uomini, l'Uomo Cristo Gesù" (1Tm 2,5).
2575 Anche qui l'iniziativa è di Dio. Egli chiama Mosè dal roveto ardente [Cf Ex 3,1-10 ]. Questo avvenimento rimarrà una delle figure fondamentali della preghiera nella tradizione spirituale ebraica e cristiana. In realtà, se "il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe" chiama il suo servo Mosè, è perché egli è il Dio Vivente che vuole la vita degli uomini. Egli si rivela per salvarli, ma non da solo, né loro malgrado: chiama Mosè per inviarlo, per associarlo alla sua compassione, alla sua opera di salvezza. C'è come un'implorazione divina in questa missione, e Mosè, dopo un lungo dibattito, adeguerà la sua volontà a quella del Dio Salvatore. Ma in quel dialogo in cui Dio si confida, Mosè impara anche a pregare: cerca di tirarsi indietro, muove obiezioni, soprattutto pone interrogativi, ed è in risposta alla sua domanda che il Signore gli confida il proprio Nome indicibile, che si rivelerà nelle sue grandi gesta.
2576 Ora, "il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro" (Ex 33,11), con un suo amico. La preghiera di Mosè è tipica della preghiera contemplativa, grazie alla quale il servo di Dio è fedele alla propria missione. Mosè "s'intrattiene" spesso e a lungo con il Signore, salendo la montagna per ascoltarlo e implorarlo, discendendo verso il popolo per riferirgli le parole del suo Dio e guidarlo. "Egli è l'uomo di fiducia in tutta la mia casa. Bocca a bocca parlo con lui, in visione" (Nb 12,7-8); infatti "Mosè era molto più mansueto di ogni uomo che è sulla terra" (Nb 12,3).
2577 In questa intimità con il Dio fedele, lento all'ira e ricco di grazia, [Cf Ex 34,6 ] Mosè ha attinto la forza e la tenacia della sua intercessione. Non prega per sé, ma per il popolo che Dio si è acquistato. Già durante il combattimento contro gli Amaleciti [Cf Ex 17,8-13 ] o per ottenere la guarigione di Maria, [Cf Nm 12,13-14 ] Mosè intercede. Ma è soprattutto dopo l'apostasia del popolo che egli sta "sulla breccia" di fronte a Dio (Ps 106,23) per salvare il popolo [Cf Ex 32,1-34,9 ]. Gli argomenti della sua preghiera (l'intercessione è anch'essa un misterioso combattimento) ispireranno l'audacia dei grandi oranti del popolo ebreo come della Chiesa: Dio è amore; dunque, è giusto e fedele; non può contraddirsi, deve ricordarsi delle sue meravigliose gesta; è in gioco la sua Gloria, non può abbandonare questo popolo che porta il suo Nome.
Davide e la preghiera del re
2578 La preghiera del popolo di Dio si sviluppa all'ombra della Dimora di Dio, cioè dell'Arca dell'Alleanza e più tardi del Tempio. Sono innanzitutto le guide del popolo i pastori e i profeti che gli insegneranno a pregare. Il fanciullo Samuele ha dovuto apprendere dalla propria madre Anna come "stare davanti al Signore" [Cf 1Sam 1,9-18 ] e dal sacerdote Eli come ascoltare la Parola di Dio: "Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta" (). Più tardi, anch'egli conoscerà il prezzo e il peso dell'intercessione: "Quanto a me, non sia mai che io pecchi contro il Signore, tralasciando di supplicare per voi e di indicarvi la via buona e retta" ().
2579 Davide è per eccellenza il re "secondo il cuore di Dio", il pastore che prega per il suo popolo e in suo nome, colui la cui sottomissione alla volontà di Dio, la lode, il pentimento saranno modello di preghiera per il popolo. Unto di Dio, la sua preghiera è fedele adesione alla Promessa divina, [Cf 2Sam 7,18-29 ] fiducia colma di amore e di gioia in colui che è il solo Re e Signore. Nei Salmi, Davide, ispirato dallo Spirito Santo, è il primo profeta della preghiera ebraica e cristiana. La preghiera di Cristo, vero Messia e figlio di Davide, rivelerà e compirà il senso di questa preghiera.
2580 Il Tempio di Gerusalemme, la casa di preghiera che Davide voleva costruire, sarà l'opera di suo figlio, Salomone. La preghiera della Dedicazione del Tempio [Cf 1Re 8,10-61 ] fa affidamento sulla Promessa di Dio e sulla sua Alleanza, sulla presenza operante del suo Nome in mezzo al suo Popolo e sulla memoria delle mirabili gesta dell'Esodo. Il re alza le mani verso il cielo e supplica il Signore per sé, per tutto il popolo, per le generazioni future, per il perdono dei peccati e per le necessità quotidiane, affinché tutte le nazioni sappiano che egli è l'unico Dio e il cuore del suo popolo sia tutto per lui.
Elia, i profeti e la conversione del cuore
2581 Il Tempio doveva essere per il popolo di Dio il luogo dell'educazione alla preghiera: i pellegrinaggi, le feste, i sacrifici, l'offerta della sera, l'incenso, i pani della "proposizione", tutti questi segni della Santità e della Gloria del Dio, Altissimo e Vicinissimo, erano appelli e cammini della preghiera. Il ritualismo spesso pero trascinava il popolo verso un culto troppo esteriore. Era necessaria l'educazione della fede, la conversione del cuore. Questa fu la missione dei profeti, prima e dopo l'Esilio.
2582 Elia è il padre dei profeti, della generazione di coloro che cercano Dio, che cercano il suo Volto [Cf Ps 24,6 ]. Il suo Nome, "il Signore è il mio Dio", annuncia il grido del popolo in risposta alla sua preghiera sul monte Carmelo [Cf 1Re 18,39 ]. San Giacomo rimanda a lui, per esortarci alla preghiera: "Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza" (Jc 5,16 b).
2583 Dopo aver imparato la misericordia nel suo ritiro presso il torrente Cherit, Elia insegna alla vedova di Zarepta la fede nella Parola di Dio, fede che egli conferma con la sua preghiera insistente: Dio fa tornare in vita il figlio della vedova [Cf 1Re 17,7-24 ].
Al momento del sacrificio sul monte Carmelo, prova decisiva per la fede del popolo di Dio, è per la sua supplica che il fuoco del Signore consuma l'olocausto, "all'ora in cui si presenta l'offerta della sera": "Rispondimi, Signore, rispondimi!" (); queste stesse parole di Elia sono riprese dalle Liturgie orientali nell'Epiclesi eucaristica [Cf 1Re 18,20-39 ].
Infine, riprendendo il cammino nel deserto verso il luogo dove il Dio vivo e vero si è rivelato al suo popolo, Elia, come Mosè, entra "in una caverna" finché "passi" la presenza misteriosa di Dio [Cf 1Re 19,1-14; Ex 33,19-23 ]. Ma è soltanto sul monte della Trasfigurazione che si svelerà colui di cui essi cercano il Volto: [Cf Lc 9,28-36 ] la conoscenza della gloria di Dio rifulge sul volto di Cristo crocifisso e risorto [Cf 2Co 4,6 ].
2584 Stando "da solo a solo con Dio" i profeti attingono luce e forza per la loro missione. La loro preghiera non è una fuga dal mondo infedele, ma un ascolto della Parola di Dio, talora un dibattito o un lamento, sempre un'intercessione che attende e prepara l'intervento del Dio salvatore, Signore della storia [Cf Am 7,2; Am 7,5; Is 6,5; Is 6,8; Is 6,11; 2584 Ger 1,6; Ger 15,15-18; Ger 20,7-18 ].
I Salmi, preghiera dell'Assemblea
2585 Dopo Davide, fino alla venuta del Messia, i Libri Sacri contengono testi di preghiera che testimoniano come si sia fatta sempre più profonda la preghiera per se stessi e per gli altri [Cf Esd 9,6-15; Ne 1,4-11; Gn 2,2-10; Tb 3,11-16; 2585 Gdt 9,2-14 ]. I salmi sono stati a poco a poco riuniti in una raccolta di cinque libri: i Salmi (o "Lodi"), capolavoro della preghiera nell'Antico Testamento.
2586 I Salmi nutrono ed esprimono la preghiera del Popolo di Dio come Assemblea, in occasione delle solenni feste a Gerusalemme e ogni sabato nelle sinagoghe. Questa preghiera è insieme personale e comunitaria; riguarda coloro che pregano e tutti gli uomini; sale dalla Terra santa e dalle comunità della Diaspora, ma abbraccia l'intera creazione; ricorda gli eventi salvifici del passato e si estende fino al compimento della storia; fa memoria delle promesse di Dio già realizzate ed attende il Messia che le compirà definitivamente. Pregati e attuati in pienezza in Cristo, i Salmi restano essenziali per la preghiera della sua Chiesa [Cf Principi e norme per la Liturgia delle Ore, 100-109].
2587 Il Salterio è il libro in cui la Parola di Dio diventa preghiera dell'uomo. Negli altri libri dell'Antico Testamento "le parole dichiarano le opere" (di Dio per gli uomini) "e chiariscono il mistero in esse contenuto" [Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 2]. Nel Salterio le parole del salmista esprimono, cantandole per Dio, le sue opere salvifiche. Il medesimo Spirito ispira l'opera di Dio e la risposta dell'uomo. Cristo unirà l'una e l'altra. In lui, i Salmi non cessano di insegnarci a pregare.
2588 Le espressioni multiformi della preghiera dei Salmi nascono ad un tempo nella liturgia del Tempio e nel cuore dell'uomo. Si tratti di un inno, di una preghiera di una lamentazione o di rendimento di grazie, di una supplica individuale o comunitaria, di un canto regale o di pellegrinaggio, di una meditazione sapienziale, i Salmi sono lo specchio delle meraviglie di Dio nella storia del suo popolo e delle situazioni umane vissute dal salmista. Un Salmo può rispecchiare un avvenimento del passato, ma è di una sobrietà tale da poter essere pregato in verità dagli uomini di ogni condizione e di ogni tempo.
2589 Nei Salmi si scorgono dei tratti costanti: la semplicità e la spontaneità della preghiera; il desiderio di Dio stesso attraverso e con tutto cio che nella creazione è buono; la situazione penosa del credente il quale, nel suo amore preferenziale per il Signore, è esposto a una folla di nemici e di tentazioni; e, nell'attesa di cio che farà il Dio fedele, la certezza del suo amore e la consegna alla sua volontà. La preghiera dei Salmi è sempre animata dalla lode ed è per questo che il titolo della raccolta si addice pienamente a cio che essa ci consegna: "Le Lodi". Composta per il culto dell'Assemblea, ci fa giungere l'invito alla preghiera e ne canta la risposta: "Hallelou-Ya!" (Alleluia), "Lodate il Signore!".
Che cosa vi è di più bello del Salmo? Bene ha detto lo stesso Davide: "Lodate il Signore, poiché bello è il Salmo. Al nostro Dio sia lode gioiosa e conveniente". Ed è vero! Il Salmo infatti è benedizione del popolo, lode a Dio, inno di lode del popolo, applauso generale, parola universale, voce della Chiesa, canora professione di fede. . [Sant'Ambrogio, Enarrationes in psalmos, 1, 9: PL 14, 924, cf Liturgia delle Ore, III, Ufficio delle letture del sabato della decima settimana].
Catechismo Chiesa Catt. 2504