
Paolo VI Omelie 1963 - PODEROSA ANTIVEGGENZA DEI SANTI
Questa, dunque, la vocazione che dobbiamo raccogliere dalla presenza, dall’esempio, dal culto che tributiamo a Vincenzo Pallotti. La voce sua invita tutti i buoni laici ad associarsi a questo superiore attivismo della Chiesa. La Chiesa l’ha reso possibile perfino ai fanciulli, ai bambini. Non parliamo delle donne, degli uomini di studio, degli uomini di lavoro, e anche di quelli che non hanno i mezzi della cultura e della parola. A tutti ha reso possibile offrire un contributo positivo di azione e di testimonianza cristiana.
Perciò il Santo Padre, recandosi tra i fedeli di Frascati nella città tanto sensibile, anche in passato, alla chiamata della Chiesa, e che, nella sua storia recente, documenta questa sua fedeltà; militante, è lieto di ripetere l’invito: Anche voi, fedeli, anche voi, laici, venite ad aiutare l’opera della Chiesa. Venite a confortare questo clero, divenuto scarso e insufficiente per il suo vasto ministero. Venite a consolare questi alunni del Seminario che intendono votarsi all’apostolato cristiano. Venite con la vostra intelligenza dei bisogni sociali che ci circondano, e con la genialità nello scoprire le vie nuove in cui si può far correre il Messaggio di Cristo. Venite soprattutto con questa coscienza che il Papa oggi addita quale esortazione conclusiva della Sua presenza. È ora di operare, bisogna operare oggi, oggi, perché questa è la legge della coscienza cristiana. Quando si è sentito un dovere, non si dice: farò domani. Bisogna agire subito.
In secondo luogo questo imperativo del fare oggi e subito è dato dai bisogni, che sono veramente grandi appunto per chi li sa vedere. Non si dice a uno che ha fame: vieni domani o posdomani. Il sostegno cristiano va dato immediatamente a tutti questi movimenti che ci circondano, che potrebbero essere fatali per la vita della nostra storia, del Paese, ed hanno un bisogno immenso di chi diventi per essi apostolo, li disilluda dagli errori che li hanno mossi e tuttora li incantano; un apostolo che sappia dire alle anime buone e generose del nostro popolo: non questa via, ma la via di Cristo. La via, cioè, della nostra civiltà cristiana, della nostra professione cattolica; della ricomposizione di una famiglia che la Chiesa traduce in società cattolica attiva.
Dobbiamo noi ricomporre questo ordine vivo e palpitante. Bisogna operare oggi perché domani potrebbe essere tardi. I tempi sono gravi, e senza che se ne proclami la solennità, possono rivelarsi come decisivi. Guardiamo di non essere trovati pigri, lenti, riottosi figli del Vangelo e della Chiesa. Cerchino tutti di essere i fedeli che portano alla Chiesa l’efficiente concorso di adesione, di parola, di aiuto, e soprattutto di azione. Questa è, invero, la formula che la Chiesa vuole oggi adottare e che il Signore, nel suo Spirito, vuol suggerire per la salvezza del mondo: agire perché Cristo sia ancora e sempre il nostro Maestro e il nostro Salvatore.
Il primo saluto del Santo Padre, nella gradita visita al popolo di Genzano, è per il Signor Cardinale Pizzardo, Vescovo Suburbicario, il quale ha voluto, anche questa volta, essere presente, vicino al Sommo Pontefice. Con la gratitudine, esprime pure l’assicurazione d’uno speciale ricordo durante la Santa Messa, affinché il Signore remuneri la comune volontà di procurare ogni vero bene alle anime.
Quindi Sua Santità ringrazia il Vescovo Suffraganeo, Monsignor Macario, e saluta il Parroco, gli altri sacerdoti ed ecclesiastici che gli stanno accanto, le comunità religiose che fioriscono in gran numero nella zona; le autorità civili che vede dinanzi a Sé; l’intera popolazione di Genzano e le rappresentanze degli altri Comuni limitrofi, accorse a condividere la letizia della cara città.
A tutti la benedizione del Padre e, anche, una Sua parola dettata dalla sollecitudine paterna per il vantaggio spirituale di quanti appartengono al Corpo mistico di Cristo.
La visita, che oggi il Sommo Pontefice compie, sa di ritorno. Diranno gli ascoltatori: certo Egli è stato qui talvolta ad ammirare la infiorata e adesso rivede Genzano in altra data e circostanza. Tutto esatto: per chi è stato nella incantevole cittadina, è ovvia la conoscenza delle straordinarie manifestazioni che ivi si attuano nella ricorrenza del Corpus Domini, allorché il Santissimo Sacramento passa trionfalmente sul grande tappeto di fiori lungo la via Livia: il che sta a significare non solo un omaggio esteriore, decorativo, spettacolare, ma quello dei cuori e della salda fedeltà.
Tuttavia non unicamente a così lieti ricordi si sofferma il pensiero del Santo Padre. Va molto più lontano e ancora più in alto. Egli sente d’essere giunto in mezzo al carissimo popolo come Successore di San Pietro e quindi - la sua voce trema nel dirlo, ma il Signore lo aiuterà - come Rappresentante, Vicario di Gesù Cristo sulla terra.
E perché vuole Egli insistere sulla espressione ritorno? Ma perché, prima di Lui, cento e più anni or sono, i Papi passavano per Genzano. E se l’avvenimento si riproduce ora, dopo oltre un secolo, esso può benissimo ricollegarsi agli incontri antichi, che però avevano caratteristiche differenti da quello odierno.
Difatto, sostando in questa come in altre contrade della regione, il Papa di quei tempi avrà sicuramente pensato alle immancabili esigenze d’ordine materiale, che non potevano non richiamare, e giustamente, l’interessamento del Sovrano temporale: scuole, tribunali, comunicazioni, incolumità e protezione dei cittadini da ogni pericolo ecc. Anche allora il mondo procedeva tra novità e progressi. Bisognava quindi provvedere nei vari settori: economico, finanziario, tecnico, materiale.
Oggi, invece, il Papa giunge libero dall’assillo di questo genere di cure. Non che Egli sia insensibile di fronte alle aspettative d’ordine sociale che i giorni nostri indicano e reclamano. Se ne rende benissimo conto e in maniera completa: ma sente di non essere più il responsabile nel campo strettamente amministrativo, di non avere quel genere di preoccupazioni. Di qui la domanda: viene Egli, allora, come un forestiero? come tanti altri, cioè, personaggi o turisti, che qui si soffermano ad ammirare luoghi e panorami, a ricercare memorie: estranei, quindi, alle varie contingenze e senza alcun interesse per le persone che si incontrano? No affatto. Il Papa viene perché tuttora è indissolubilmente legato a queste popolazioni; ed i vincoli sono inscindibili. Egli può ancora dire, lo proclama anzi, pur se non ha responsabilità di ordine temporale: Questi luoghi mi appartengono, questo popolo è mio. Tutti quei diletti figli sono uniti a Lui da vincoli spirituali, che si manifestano con tanto maggiore evidenza appunto perché gli altri legami, di ordine terreno, sono scomparsi.
Voi - spiega con intenso affetto il Santo Padre - siete figli della Chiesa Cattolica; figli di questa terra, dove la Chiesa Cattolica ha il suo centro e la sua irradiazione. Voi siete intimamente, profondamente legati alla Santa Chiesa Cattolica, e perciò la mia presenza fra di voi sa di ritorno. Vengo, mi trovo fra voi, quale Pastore, Maestro, Guida spirituale. Potete dunque intuire quali pensieri sorgano nel mio animo da questa presenza, e come io cerchi di aprire gli occhi dell’anima e leggere nei vostri cuori, di rendermi conto del tenore di vita religiosa da voi osservato . . .
A formulare così promettenti deduzioni hanno concorso le entusiastiche accoglienze riservate al Papa, e la esultanza dimostrata lungo l’intero tragitto da Lui compiuto per giungere al tempio. Ed ora l’ampia e stupenda chiesa è gremita di popolo. Non è gente curiosa, lieta di assistere ad un avvenimento singolare, ma - e il titolo deve essere conservato sempre con gelosia e fierezza - è un popolo fedele, che tuttora si commuove quando vede il suo Capo spirituale, il Rappresentante di Nostro Signore Gesù Cristo; e non resta indifferente dinanzi al complesso dei pensieri, sentimenti, ricordi, e, senz’altro, dei problemi suscitati da quella presenza e dalla realtà che essa offre e sottolinea.
Diffuso potrebbe essere, al riguardo, il discorso. Ma il Santo Padre lo abbrevia, riducendolo a una semplice domanda: Figli e fedeli di Genzano, che cosa pensate della vostra Religione; come la giudicate? Immagino che tutti diranno: è la mia Religione, non avverto alcun problema.
Eppure, ad approfondire il senso della domanda, si potrebbe aggiungere: È veramente vostra? o non sentite che la richiesta, - in apparenza quasi ardita e indiscreta, perché vuole entrare nel profondo dello spirito - suscita una quantità di questioni e proprio inerenti alla vita e alla espressione religiosa?
La Religione. Forse ci sono quelli che dicono: sì, è una bella cosa, ma di altri tempi. È una eredità che conserviamo come si custodisce un vecchio quadro tramandatoci dai padri, ma che per noi non possiede il valore che quelli vi annettevano.
Altri vi sono, e forse più pensosi, moderni, indagatori, i quali dicono : ma a che serve questo sentimento chiamato Religione? Non sarebbe meglio esserne affrancati ed esenti e procedere sul cammino della nostra vita reale, positiva, cioè economica, tecnica, industriale, politica, sociale ecc., senza l’imbarazzo di queste indefinibili preoccupazioni spirituali e religiose? In altri termini, vi è chi ritiene che la Religione non serve più a nulla e forse costituisce una remora ad avanzare, una catena al piede dell’uomo, ansioso di correre sempre più sulle vie del progresso.
Altri infine - e in tal numero il Santo Padre spera siano quanti lo ascoltano -, alla domanda rispondono con prontezza e gioia : comprendo, e sono convinto. Tengo viva nel cuore la fede. La fede è, per me, respiro dell’anima, luce per giudicare il mondo in cui sono, astro sicuro per orientarmi nel cammino della esistenza.
Ebbene il Papa è venuto per confermare in tutti questa persuasione e certezza, Una semplice parola può sostituire ampio discorso. Proviene dalla autorità del Vangelo e non ammette perplessità di sorta. Col Vangelo, il Papa ripete: La nostra fede è verità: reale, completa, unica, Non si può prescindere da essa. Escludere la fede, la religione, è come volersi privare della luce del sole, dell’aria per il respiro, del pane di cui si ha bisogno. La nostra fede - insiste con ardente zelo il Pastore Supremo - è il principio di una nuova vita. Diciamola la parola, che io vorrei stampare nella vostra anima, soprattutto in quella dei giovani, dove questa problematica spirituale può essere più fervorosa ed anche più pericolosa: la nostra fede, carissimi, è necessaria, è necessaria. Senza la fede in Cristo, la nostra vita non ha la sua vera interpretazione, il suo giusto epilogo. Avulsa dalla fede, sembrerebbe avere, a prima vista, più spedita mobilità, un dinamismo forse più agile e irresponsabile: sarebbe, invece, una corsa verso abissi di mistero, verso - il Signore non voglia - destini molto gravi, irreparabili.
La nostra fede è la nostra certezza, è la nostra base; è la nostra luce, il nostro conforto, la nostra speranza; sarà, domani, la nostra felicità.
Forse può darsi - aggiunge Sua Santità - che in taluno queste sue parole sollevino qualche diffidenza o dubbio. Orbene Egli desidera che ognuno le accolga con la stessa semplicità, lealtà e sincerità con cui Egli le espone e le comunica. agli ascoltatori. Vogliano tutti ricordare: ecco, è venuto il Papa, e che cosa ci ha detto? Ci ha esortati ad essere fedeli, a conservare la nostra Religione in un grado di certezza, di operosità interiore, di capacità a tradursi in meritorie imprese; di esprimerla con la preghiera; di attitudine a rieducare i nostri cuori con sentimenti umani e cristiani, a purificare i nostri sentimenti da ogni ombra od inquinamento che il mondo può introdurre nello spirito degli uomini.
Il Papa ci ha detto di essere fermi, forti, fedeli. E, se qualcuno fosse contristato da esitazioni o smarrimenti, proprio a questo ripensi. Ricordi la visita del Padre in una bella e cara Parrocchia, attorniato da ingente moltitudine di popolo; riveda le sue braccia protese verso tutti, il suo cuore aperto. È venuto il Papa e ci ha invitati ad essere cristiani, a mantenerci cattolici, ad essere leali e coerenti con le nostre antiche e bellissime tradizioni religiose, morali e spirituali. Ha voluto lasciarci una parola, che sempre rammenteremo, anche se adesso non può essere completamente spiegata o, qua e là, appare incomprensibile: la nostra fede è la vita; è la bellezza, la forza, la luce; è la libertà, il progresso; è tutto quello che l’uomo può desiderare.
E se quanto si legge nel brano del Vangelo odierno, in questa XIV domenica dopo la Pentecoste, potesse indurre a supporre: ma se io scelgo Cristo, se mi attengo alla fede, perdo la terra, trascuro i miei interessi economici, annullo la mia libertà, non ho più la signoria del mondo che il Regno dei Cieli sembra contendere, allora, a tranquillizzare e rasserenare sta la divina parola del Signore. Si tratta di mettere la fede, i valori religiosi e spirituali al primo posto, come quando io accendo una lampada, perché ogni cosa sia illuminata.
Nulla dunque sarà perduto di ciò che è veramente onesto, buono e vitale, poiché la parola del Signore suona così: «Cercate dunque in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia: e avrete in soprappiù tutte queste cose» (Mt 6,33). Il che vuol dire: quando noi riconosciamo alla nostra vita religiosa il suo primato e diamo veramente il posto che merita al culto di Dio, all’amore di Cristo, alla fedeltà alla Chiesa, non perderemo ciò di cui ha necessità la nostra vita terrena. Sarà, anzi, molto più facile e bello e godibile anche il possesso dei beni, che il Signore dispensa alla nostra vita temporale, se saremo solleciti, come prima preoccupazione, e come superiore proposito, di curare gli interessi del Regno di Dio, che sono gli interessi della nostra anima e della nostra salvezza. E così sia!
Rivolgendosi al Signor Cardinale Pizzardo, l’Augusto Pontefice dice che se avesse bisogno di prove della bontà e dello zelo del Porporato basterebbe questa: vedere che lo segue, lo insegue quasi, per la seconda volta nella stessa giornata con la sua presenza e la sua cortesia per incoraggiare i fedeli della sua diocesi alla parola di Dio e all’osservanza della vita cristiana.
Il Santo Padre accoglie con gratitudine tale esempio che lo incoraggia a questi passi un po’ insoliti del ministero pontificale.
Giunto a Pavona, Sua Santità deve ancora ripetere il saluto alle autorità civili presenti, a tutte le altre brave persone che vogliono bene a quella parrocchia e particolarmente ai cari Padri Artigianelli - così li chiamano lassù donde vengono - i quali assistono la parrocchia. A loro, dunque, una benedizione, un ringraziamento, un incoraggiamento e un saluto speciali.
I cari fedeli comprendono subito perché il Papa è venuto tra loro: la parrocchia di Pavona ha avuto degli inizi che hanno interessato anche il servizio che il Santo Padre compiva allora presso la Segreteria di Stato.
Dopo la guerra sorgevano le case per dare ricetto alla popolazione, la quale, però, rimaneva lontana, localmente e spiritualmente, dai centri religiosi. L’amico Dott. Emilio Bonomelli, direttore delle Ville Pontificie di Castel Gandolfo, il quale vigilava su tutte quelle vicende, fu il primo ad avvertire le nuove necessità, a far presente che occorreva provvedere per l’assistenza religiosa in quella zona, che fa parte di Castel Gandolfo, ma che era quasi autonoma nelle sue abitudini ed era lontana dalla vita della comunità parrocchiale.
Fu allora che il Cardinale Granito Pignatelli di Belmonte, Vescovo Suburbicario di Albano, si interessò invitando i Padri Artigianelli, che stavano già a Cecchina, ad assumere anche la Parrocchia di Pavona, ed allora che il Santo Padre - a quel tempo Sostituto della Segreteria di Stato - fu interessato a essere interprete della volontà del Papa dapprima, poi di quella del Vescovo che successe al Cardinale Granito, cioè del Cardinale Pizzardo, il quale accolse ed approvò molto volentieri i progetti per aiutare la popolazione di Pavona.
Vennero subito a Pavona le Suore: le Ancelle della Carità, nella Casa che fu comperata da loro qui vicino, e poi vennero anche i Padri, alunni e figli del Servo di Dio, Giovanni Battista Piamarta.
Vennero e non c’era nulla e si comprò il terreno; si fece prima il campo sportivo - a tale proposito il Santo Padre ricorda che tutte le autorità militari di Ciampino furono cortesi nell’aiutare a spianare l’area del campo sportivo - e poi finalmente la chiesa. Ma allora il futuro Pontefice, destinato all’Arcidiocesi di Milano, lasciò Roma e ora, al Suo ritorno, trova la chiesa finita, bella, e soprattutto, ed è questo che fa piacere, piena di gente, piena di cristiani che credono davvero e vogliono essere fedeli alla nuova Parrocchia.
Il Vangelo dice un altro motivo o meglio ancora il motivo per il quale è stata costruita l’assistenza parrocchiale; lo dice una parola del Signore: cercate prima di tutto il regno di Dio.
Cosa deve dire il Santo Padre? La stessa cosa che dice il Vangelo: prima di tutto compiere i doveri religiosi. Tutto il resto verrà se ai doveri religiosi si adempirà bene, con coscienza; poiché, se la vita nostra è innestata sulla Provvidenza divina, tutto il resto non manca, ma arricchisce la nostra vita con l’abbondanza di una pioggia; anche le altre questioni: temporali, materiali, civili, sociali trovano facile soluzione se questo primo, fondamentale dovere è compiuto.
Purtroppo siamo invece molto corrivi a dimenticare questo dovere: se non abbiamo le comodità che tutti aspirano ad avere, i doveri religiosi passano prima in seconda linea e poi sono dimenticati. Molti vogliono che sia la Religione ad andare in cerca di essi piuttosto che andare essi in cerca della Religione.
Il Santo Padre vuole ricordare l’esempio dei nostri vecchi: la domenica facevano chilometri e chilometri per andare ad assistere alla Messa, magari ne ascoltavano pure una seconda; si recavano poi alle Funzioni pomeridiane o alla Dottrina o alle altre azioni di culto.
Invece adesso la gente del mondo nostro sente poco la domenica religiosa.
Ed allora ecco che la Chiesa si prodiga nel rendere facile, più facile che sia possibile, l’adempimento dei doveri religiosi e viene essa incontro ai fedeli, perché molti di essi, altrimenti, non le si accosterebbero.
La carità della Chiesa, carità pastorale, si moltiplica, si prodiga, spiana le vie, elimina gli ostacoli, abbrevia il tempo, proprio per venire incontro a questa nostra pigrizia moderna, che non si interessa un gran che dei doveri religiosi.
E se guardiamo anche più addentro, nello spirito del nostro tempo più che nell’indole della vita moderna e alla maniera con la quale si esprime, vediamo che proprio questa vita moderna stenta assai a ricordarsi di Dio, della preghiera, della Chiesa.
Ed i cari fedeli ne sanno il perché: essi vedono che la gente viaggia la domenica, quando i mezzi di trasporto portano lontano la popolazione; inoltre c’è questo incantesimo della fecondità della terra, della prosperità economica, di questo benessere che nasce dal progresso, dalla tecnica, dall’economia, che quasi quasi insinua a molti la persuasione che si vive bene anche senza il Signore, senza la preghiera, senza andare in chiesa.
E c’è tutta una generazione che si smarrisce, in questa concezione profana, che è assorbita dalla intensità del lavoro materiale, temporale e si domanda a che cosa serve andare in chiesa, pensa che santificando la festa si perde un’ora di tranquillità, si interrompe una giornata, e si domanda a che serve pregare con delle parole difficili che talvolta non si comprendono.
Pertanto il dovere religioso, che è fondamentale nella vita ed è indispensabile perché la nostra esistenza sia cristiana ed umana, è manomesso, è dimenticato.
Ed ecco - il Santo Padre desidera ripeterlo, desidera insistere su questo concetto - ecco perché è stata istituita la parrocchia di Pavona, come tante e tante altre; per una necessità che, proprio in questa crisi della vita religiosa, fa nascere nel cuore della Chiesa una fecondità che non aveva conosciuto da secoli.
Forse, da dopo il Concilio di Trento, la Chiesa non ha costruito tante parrocchie e tante chiese quanto adesso, che ci troviamo in un periodo giudicato di irreligiosità e di insensibilità spirituale.
La Chiesa si prodiga: la parrocchia di Pavona è uno dei segni della carità della Chiesa, della carità spirituale e materiale del Santo Padre Pio XII che oggi deve essere ricordato con venerazione nella Santa Messa. A vantaggio dei fedeli i Vescovi di Albano e i parroci e i sacerdoti si prodigano nella cura spirituale, per rendere possibile, facile l’osservanza dei doveri religiosi e farne comprendere l’importanza, e l’urgenza; per ricordare a tutti che non si può viver bene senza Dio.
Infatti, chi cancella il Signore dalla propria vita, spegne la luce della propria esistenza e mette una tale ombra di timore, di mistero sul destino di questa esistenza da incutere paura.
Quelli che si professano con tanta sicurezza e con tanta incoscienza senza Dio, senza preghiere, senza adesione a questa salute che ci viene largita dal Cielo dovrebbero veramente temere.
Il Santo Padre si diffonde poi sui caratteri e sui fini della parrocchia. La Chiesa si avvicina ai fedeli mediante persone consacrate al loro bene; riaccende e riattiva la carità che va in cerca delle anime; apre scuole, asili infantili, campi di giuoco; stende le braccia alla gioventù; insegna ancora al popolo come si prega, come si canta, come si sta insieme, dà a tutti il senso di una famiglia che niuna altra forma sociale può dare.
Infatti, nessuna forma della socialità moderna, pur tanto progredita, può avvicinarsi al concetto di fratellanza, di famiglia, di unità, di fusione delle anime e dei cuori, espresso dalla vita parrocchiale.
La Chiesa lo offre ai fedeli ed il Papa si reca in mezzo ad essi proprio per vedere, con tanta gioia e con tanta soddisfazione, il frutto di così provvida attività.
Una parola ancora il Santo Padre deve dire a quei diletti fedeli: siano grati a quelli che hanno dato loro questa facilità di vita religiosa: alla santa memoria di Pio XII, ai loro Vescovi; ai loro sacerdoti siano riconoscenti di tanta premura; e corrispondano.
In che maniera? Amando la loro parrocchia. Tutti debbono essere davvero stretti attorno a quel punto di convegno, a quel centro che raccoglie tutta la popolazione e la fa divenire un cuore solo e un’anima sola; debbono imparare li a volersi bene tra di loro, perché quella è la casa del popolo, è la casa di tutti.
Le porte delle chiese sono spalancate e a tutti è rivolto l’invito: venite: questa è la casa di Dio; tutti dobbiamo elevare insieme le nostre anime nella preghiera, nell’invocazione al Signore, nel domandare a Lui questa misteriosa comunicazione delle nostre anime che è la salvezza nella grazia sua. Amando la loro parrocchia i fedeli faranno anche grande onore e daranno grande letizia al Santo Padre; soprattutto procureranno alla loro vita il dono più bello: la garanzia migliore per la salvezza.
HOMÉLIE DU PAPE PAUL VI
Très chers fils et filles!
Nous sommes heureux d'être parmi vous ce matin, d'offrir la sainte Messe pour vous et avec vous, et de Nous associer à l' hommage solennel que les Congrégations mariales désirent rendre à la Sainte Vierge, à l'occasion du quatrième Centenaire de la fondation de la Congrégation «prima primaria», ici même, à la place où certe pieuse association est née, où elle a formé à la piété et à la vie chrétienne tant de générations de la jeunesse romaine, et d'où a rayonné dans le monde entier la lumière de ses constitutions, de ses exemples, de ses expériences, que vient couronner le témoignage des plus hautes vertus et de la fidélité la plus sincère au Christ et à son Eglise.
Cette rencontre soulève dans Notre esprit un doux souvenir, celui de Notre appartenance pendant les années lointaines de Notre adolescence et de Notre jeunesse à la Congrégation mariale des Pères Jésuites, qui dirigeaient en ce temps-là le Collège Arici, à Brescia, et qui méritent toujours Notte affectueuse et dévouée reconnaissance.
Nous avons, en outre, l'heureuse occasion de saluer toute cette magnifique assemblée qui Nous entoure et qui est réunie sous le nom auguste et familier de la Vierge Marie. Quelle joie pour Nous de voir tant d'hommes et de femmes célébrer la gioire de la Mère de Dieu, quelle douce émotion pour Nous d'écouter vos voix retentissantes se fondre dans une même prière, dans un méme chant à l'ardesse de la Reine des cieux! Quel sujet d'admiration et de réflexion pour Nous, qui n'ignorons pas les problèmes de la vie des générations contemporaines, de savoir que la vôtre se polarise autour de la Bienheureuse Vierge qui nous a donné le Christ, et fait de la dévotion aux mystères et aux vertus de Jésus et de Marie le fondement magnifique de sa spiritualité. Nous ne pouvons pas vous cacher Notre intime satisfaction d'en être le témoin et Nous tenons à saluer, avee vous, toutes les Congrégations rnariales auxquelles vous appartenez et que vous représentez.
Nous voulons tout d'abord arrêter un instant Notre attention et la vôtre sur l'efficacité pédagogique de la piété mariale dans l'oeuvre, si délicate et si difficile, de la formation de l'homme moderne à la vie chrétienne. Et, à ce sujet, il Nous semble qu'il faut avant tout souligner la richesse religieuse que le culte à Marie, si authentique et si sincère, qui est le vôtre, insère dans l'âme de l'homme aux prises avec les grandes expériences, voire les problèmes et les crises que la vie lui réserve. La dévotion à la Vierge n'engage-t-elle pas tout l'être humain à l'aete de foi, sur lequel repose tout l'édifice spirituel de la vie chrétienne, c'est-à-dire la connaissance exacte et concrète des vérités religieuses fondamentales de l'Evangile et du catéchisme, la volonté nourrie par l'amour filial qu'une telle Mère éveille facilement dans les coeurs, et tout le cortège des sentiments les plus simples, les plus doux, les plus purs, et les plus beaux, que le mystère de l'Incarnation Nous autorise à transporter de la sphère humaine à la sphère religieuse? Et la doctrine, c'est-à-dire la réalité religieuse foncière, de la piété mariale, n'est-elle pas la plus orthodoxe et la plus féconde de la spiritualité catholique, quand elle Nous met au contact de la pensée divine à l'égard de Marie, choisie pour être la Mère de notre Sauveur Jésus-Christ? De cette richesse religieuse du culte Marial découle une source inépuisable et magnifique de valeurs morales qui peut donner à l'homme d'aujourd'hui des forces et des expériences capables d'apporter à son existence une plénitude incomparable.
Qu'est-ce que les hommes, et surtout les jeunes, recherchent dans la vie?
Ils recherchent la beauté: or Marie est le sommet de la beauté. Les chefs-d'oeuvre ne sont jamais des beautés partielles, mais une synthèse du beau: Marie est la créature la plus transparente de la divine présence trinitaire: «Celui que les Cieux n'ont pu contenir, tu l'as renfermé dans ton sein». Présence humaine aussi: Marie est la nouvelle Eve, en qui se trouve le destin de tous les vivants.
La beauté est expression transparente, tous les arts ont cherché à l'exprimer et l'ont exprimée dans les chefs-d'oeuvre de tous les siècles. La beauté est un don reposant: Marie, au milieu des tourmentes de la vie, apaise toutes les inquiétudes de la chair, de l'esprit, et de la vie sociale.
Ils recherchent la grandeur: leur bi est de grandir, leur fièvre est de dépasser toute limite: Or Marie a dépassé toutes les limites ordinaires, mais dans le sens de la grandeur, et c'est pourquoi elle est devenue la seule créature humaine qui a pu dire: «toutes les générations me proclameront bienheureuse» (Lc 1,48).
Ils recherchent la joie: «Ta naissance, ô Marie, a été pour le monde entier une occasion de joie», le passage d'une «économie» plutôt de malédiction à une «économie» de bénédiction, d'un monde où les fautes succèdent aux fautes à un monde où l'on respire en plénitude la liberté des fils d'adoption.
Ils recherchent l'amour, c'est-à-dire une communion totale entre deux êtres, selon le plan créateur de Dieu, qui destine la femme à donner la vie, et à être la compagne de l'homme, le chef du foyer. Marie, qui à Cana a voulu que rien ne fût enlevé à l'exaltation de l'amour, montre aux hommes où ils peuvent contempler le plus haut idéal féminin: dans la virginité et dans la maternité imprégnées de sa beauté et de la plénitude de la grâce.
Marie est donc pour tous la source de la vraie beauté, de la vraie grandeur, de la vraie joie, et du véritable amour, Mais où trouverez-vous Marie? Ce n'est certes ni dans les exagérations, ni dans le sentimentalisme, ni dans les abus de déductions à la recherche de l'emphase et de l'hyperbole, ni dans les nouveautés. Comme le rappelait le Pape Jean XXIII, Notre Prédécesseur de douce mémoire: «Tous les catholiques sont par conséquent les fils de NotreDame et leur piété pour Marie se doit se réfléter cette commune appartenance à la famille des enfants de Dieu, en s'exprimant toujours par les manifestations habituelles du culte séculaire voué par l'Eglise de Jésus-Christ à la Mère du Sauveur. Aussi, chers fils, fuyez tout ce qui singularise, rechercbez au contraire la dévotion mariale la plus assurée par la tradition, telle qu'elle nous est transmise depuis les origines à travers les formules de prières des générations successives des chrétiens de l'Orient et de l'Occident. Une telle piété envers la Très Sainte Vierge est la marque d'un coeur vraiment catholique» (Radio-Message au Congrès Marial de Lisieux, A.A.S. 1961, PP 505-506).
Chers fils et filles, c'est dans l'histoire du salut, dans l'Evangile, que vous trouverez Marie, comme dans les trésors de la liturgie qui transmet le grand patrimoine de la pensée et de la prière de l'Eglise. Vous la trouverez aussi dans les humbles traditions familiales des familles chrétiennes, en particulier dans le chapelet. Vous la trouverez encore dans votre effort quotidien pour voir toujours, dans chaque femme, la Sainte Vierge Marie, - et donc, loin de l'obsession inhumaine et exaspérée des sens, la plus haute collaboration au plan de Dieu.
La plus belle tâche des congrégations mariales sera d'établir ce rapport essentiel et rransformateur avec la réalité quotidienne de l'homme moderne. Vous trouverez Marie, en définitive, si vous avez le scrupuleux souci de la placer dans l' enseble du mystère chrétien: car le culte de Marie n'est pas une fin en lui-même, mais la voice maîtresse qui vous conduit au Christ, et, en lui, a la gioire di Dieu et à l'amour de l'Eglise.
C'est la, chers fils et filles, le voeu que Nous forrnons de tout coeur, pour vous-mêmes et pour toutes les congrégations mariales que vous représentez. Soyez de fldèles dévots de Marie, qui fera de vous de bons Fils de l'Eglise et de vrais Apôtres du Christ.
C'est a cette intention que Nous appelons sur vous de tout coeur l'abondance des divines grâces, en gage desquelles Nous vous donnerons tout a l'heure Notre paternelle et affectueuse Bénédiction Apostolique.
Venerabiles Fratres et dilecti filii,
Animi nostri attentionem ne praetereat, admirationis Nostrae A expers ne sit, neve celebratione Nostra careat sacrum mysterium, quod per ministerium Nostrum nunc feliciter peractum est. Modo rite consecravimus vos, venerabiles Fratres, Episcopos Sanctae Ecclesiae Dei, eveximus sane vos e presbyteriali ordine ad sacrae hierarchiae fastigia, ubi inest plenitudo potestatum; quarum alterae efficaciter spectant sanctificationem animarum, alterae virtualiter moderationem christiani populi. Hoc facientes, impressimus vobis sacramentalem notam, quam characterem vocant, modo quo maior fieri nequit, ut ad similitudinem Christi reapse configuremini.
Hoc mysterium eo sane pertinet, ut transferat non solum imaginem, sed virtutem etiam Christi praecelso gradu, quem ipse Ecclesiae suae impertivit, ita ut haec non tantum viveret, sed accresceret, amplificaretur, extrueretur «ad consummationem sanctorum, in opus ministerii, in aedificationem Corporis Christi», quemadmodum vehementius dicit Sanctus Paulus (Ep 4,12). De mysterio agitur, ut ita dicamus, vegetaminis semper virentis arboris Christi. Ex ea, vite vera, nova virgulta gemmarunt, quae quidem idonea sunt ad novas fundendas frondes, ad novos parandos fructus, mysticae scilicet vitis. De mysterio agitur, quo defluit in nos supernaturalis vita: haec manat a Deo Patri, permanet in Christo, «in quo inhabitat omnis plenitudo divinitatis corporaliter» (Col 2,9), et a Christo
proficiscitur in Apostolos, quos elegit et potestatibus munivit et instruxit aptis ad perpetuitatem salvificae suae missionis in orbe terrarum cuncta per saecula. Breviter elucet hic mysterium notae quam apostolicitatem vocant, ostendens arcanum consilium seu ceconomiam nostrae salutis, quod Deus in aeternitate concepit et per hominum ministerium decurrente tempore in rem deducit. Pertinet idem ad vitale robur et ad perpetuam continuationem Ecclesiae, ad eius progressiones, quae saepius tardae et laboriosae, at in praesens extemplo apparent uberes et iucundae oculis nostris, qui laetabundi earum tenentur admiratione.
Legitimae successioni apostolicae numquam fractae catenae novi adiciuntur anuli, et quasi ex transverso spectabilem se praebet universa historia Ecclesiae ex remotis aetatibus emergens, veluti canales ineffabilis misericordiae Dei. Aperitur autem nobis alia visio, quae si singulae ibi partes dignoscuntur, indistincta cernitur, sed in granditate lineamentorum suorum plane patescit; visio videlicet, quae prospicit post futura, ea omnia quae a sacro rito a Nobis nunc peracto consequentur, id est vitam Ecclesiae, quae attingit et complectitur subsequentes hominum aetates.
Quid sumus nos, quippe qui non spectatores sed effectores tam ampli et benefici consilii divini facti simus? Cur actio caelestis in hominum vitam per saecula influens, ad nos ipsos pertingit? Oh! merito unusquisque nostrum potest exclamare: «Longe Dominus apparuit mihi. Et in caritate perpetua (ait Dominus) dilexi te: ideo attraxi te miserans» (Jr 31,3).
Gemino autem sensu animus Noster afficitur: humilitate, qua compellimur ut nos abiciamus prosternamusque, ineffabilem actionem divinam considerantes et verba Sancti Petri ad Iesum facta repetentes: «Exi a me, quia homo peccator sum» (Lc 5,8); deinde fiducia, scilicet virium et laetitiae impulsione, qua verba augustae Virginis Mariae iteramus: «Fecit mihi magna qui potens est» (Lc 1,49).
Qui quidem animi sensus et exacuuntur et congruenter declarantur, si rationem habemus temporis et loci, in quibus nunc versamur. Quod enim tempus aptius esse poterit, Venerabiles Fratres, ad commonendos nos, ut meditemur ac celebremus mysterium illius notae qua Ecclesiam, praedicamus Apostolicam, quam id, quod in praesenti transigimus? Cras mirabili illi coetui Patrum Ecclesiae catholicae accensebimini, qui Concilium Oecumenicum appellatur et ipsa natura sua et maiestate perennem successionem apostolicam luculenter manifestare et sodalibus, qui ei intersunt, atque toti orbi terrarum praebere videtur documentum certissimum Christi per saecula viventis. Feliciter etiam contingit, ut gravis idem conventus ad ipsam Ecclesiam Dei cogitationes tractationesque omnes convertat.
Praeterea evenit vobis, ut consecrationem hanc, qua Apostolorum successoribus inserimini, accipiatis per sacrum ministerium Nostrum, amplissimum et verissimum, licet ab humili successore Sancti Petri vobis conferatur, qui promissio evangelica Novi Testamenti facta est: «Super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam» (Mt 16,18). Ita sane fit, ut quasi sensibiliter percipere possitis manum vestram comprehendi non quidem a Nobis neque, si proprie loquamur, a Sancta Petro, sed ab ipso Christo, Deo Sanctissimo et Omnipotenti, auctore divino Ecclesiae, et veluti «lapides vivos» (cfr. 1 Petr. 2, 5) vos superaedificari super fundamentum Domus Dei quae est Ecclesia. Quanto autem solacio animi Vestri perfundentur, Praesules ad munus episcopale consecratione nunc asciti, si animadverteritis vobis obvenire potestates Regni Dei, Christo operante per humilem personam Nostram, heredem muneris Principis Apostolorum, cui claves Regni caelorum traditae sunt.
Quodsi, ut ait Sanctus Ambrosius Novatianos, aequales suos, obiurgans : «Non habent enim Petri hereditatem, qui. sedem Petri non habent (P.L. XVI, 496), quanto magis huiusmodi hereditas penes vos erit, qui ab ipsa eius Sede, hic ad sepulchrum eiusdem, hic, ubi continenter vivit, sacrum thesaurum dignitatis et potestatis apostolicae accipitis. Profecto communione cum Petro, quam sollemni ratione hic professi estis quaeque in vobis viget, apertissime et verissime germana nota apostolica comprobatur» (cfr. Journet, 1, 657).
De hoc certissimo argumento, animos roborante, laetemini oportet, hinc opera vestra hauriant vigorem. Quod vel magis continget, Venerabiles Fratres, eo quod consecratio episcopalis, quam modo vobis contulimus, firmatur et fulcitur mandato sollemni Iesu Christi, quod definitur et ad effectum adducitur mandato canonico, a Nobis ipsis vobis dato et his verbis significantibus Divini Magistri aliquomodo expresso: «Data est mihi omnis potestas in caelo et in terra. Euntes ergo docete omnes gentes, baptizantes eos in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti: docentes eos servare omnia quaecumque mandavi vobis» (Mt 28,18-19).
Quamobrem sacer ritus, modo peractus, non solum animos sanctificavit vestros vosque aptos reddidit ad eos supernos actus eliciendos, quibus vita Christi in Ecclesiae corpore alitur ac fovetur, sed etiam prae se fert mandatum, formam describit pastoralis ac missionalis navitatis, atque veluti ministerium evadit pro hominibus, qui omnes ad Evangelium et ad sempiternam assequendam salutem divinitus vocantur. Nota apostolica igitur qua estis insignes, sacrum expetit apostolatum. Quod quidem praeceptum censendum est atque vis impellens, cui obsequi oportet, nulla habita ratione propriae infirmitatis et quovis depulso timore externarum dificultatum. Iam agitur de officio, a quo numquam fas erit discedere. Ad rem quod attinet, rursus opportune cadunt Sancti Pauli Apostoli monita: «Vae enim mihi si non evangelizavero!» (Cor. 9, 16). Quibus monitis prorsus consonare videntur verba illa ab Apostolis Petro et Ioanne prolata, cum recens condita Ecclesia in urbe Hierosolyma primum oppugnata est: «Non enim possumus quae vidimus et audivimus non loqui» (Act. 4, 20).
Ita loqui eos addecet, qui, ut vosmet ipsi hodie, plenissimo iure «testes fidei» constituti sunt.
Quae breviter attigimus, si bene perpendantur, eiusmodi sunt, ut in sua luce ponere valeant internam eamque impellentem virtutem evangelicae praedicationis, vel officii pastoralis atque missionalis onus, si hodiernam dicendi rationem magis usurpare placet. Evangelica praedicatio suapte natura ad Ecclesiae vitam pertinet; non enim agitur de actione fortuito eveniente, sed de precipuo Ecclesiae officio, quod postulat, ut in id exsequendum omnes eius vires impendantur.
Haec attenta consideratione digna plane videntur, hodie praesertim, cum dies celebretur sacris Ecclesiae missionibus iuvandis destinata.
Liceat igitur Nobis debitas Omnipotenti Deo grates persolvere, cuius beneficio contigit, ut faustissimo hoc die Nos novos ipsius regni apostolos consecraverinius; item Nobis liceat, dilectissimi Fratres, vos, qui Catholicae Ecclesiae praecones ac missionarii estis, vel Apostolicae Sedis personam apud nationes geritis, fraterno gratoque animo excipere; liceat denique optima vota facere pro sacro ministerio mox vobis obeundo; quae vota, dum ad mundum, cui destinati estis respicimus, hostilem quidem et infidum, sed simul etiam supernae gratiae veritatisque appetentem atque indigentem, hisce verbis significamus, quae ad fiduciam et ad fortitudinem animum erigunt: «Nolite timere, pusillus grex» (Lc 12,32). Omnem igitur timorem pellite. Fidenti animo progredimini. In apostolica rupe fundati, omnia vobis audere licet intra ecclesiasticae normae fines, omnia sustinere, omnia operari. Christus enim vobiscum erit.
Quorum caelestium munerum pignus esto Apostolica Benedictio quam vobis paterno fraternoque animo impertimus, et quam ad patrias vestras vestrasque religiosas familias, nec non ad sacri ministerii campos apostolico labore vobis excolendos pertinere exoptamus.
Paolo VI Omelie 1963 - PODEROSA ANTIVEGGENZA DEI SANTI