
Paolo VI Udienze 1964 - Mercoledì, 24 giugno 1964
Diletti Figli e Figlie!
Oggi non possiamo dimenticare che la Chiesa celebra la festa di San Giovanni Battista, la Chiesa Romana specialmente che ha aggiunto al titolo della sua Cattedrale, dedicata al Salvatore, quello del Santo che ne fu Precursore, tanto che la Basilica principale di Roma si chiama comunemente «San Giovanni in Laterano».
Ma noi che ci troviamo nella Basilica di San Pietro non possiamo pensare a quella di San Giovanni senza domandarci se fra i due Santi, San Giovanni e San Pietro, vi sia qualche relazione particolare. E la risposta viene dal Vangelo d’un altro Giovanni, l’Evangelista, il quale ci narra, al primo capitolo, come Simone, che poi sarà chiamato Pietro, fosse, con suo fratello Andrea, uno dei discepoli di Giovanni il Battezzatore. Non riusciamo a capire come mai questi pescatori di Galilea fossero diventati seguaci dell’eremita-profeta che predicava e battezzava nella regione del Mar Morto, verso la foce del Giordano in quel triste mare. Ma il fatto è questo: che Pietro era discepolo del Precursore, e proprio per questo diventò discepolo di Gesù. La missione di Giovanni, di cui oggi ricordiamo la natività prodigiosa che lo preconizzava araldo del Messia, ebbe in Simone Pietro il suo più felice compimento. Giovanni doveva risvegliare la coscienza messianica del popolo ebreo, la cui storia era stata orientata e sostenuta dall’attesa del Messia, annunciando niente meno che finalmente il Messia era venuto, era già in mezzo al popolo, sebbene sconosciuto (Jn 1,26). E doveva inoltre Giovanni svelare la figura vera che il Messia avrebbe assunto; la fantasia popolare attendeva un grande, un potente, un conquistatore, un fondatore d’un regno temporale, ricco e glorioso; mentre Giovanni lo annunciò e lo identificò nella figura d’una vittima innocente; un giorno, quando Gesù stesso arrivò sulle rive del Giordano, Giovanni lo riconobbe come Colui ch’era mandato da Dio, ma nelle sembianze e nella funzione d’un umile agnello, e gridò: «Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo» (Jn 1,29). Quel grido deve avere talmente impressionato Andrea, insieme ad un altro discepolo di Giovanni, che, incontrato Simone, gli disse: «Abbiamo trovato il Messia... e lo portò da Gesù. E Gesù, fissando bene in lui lo sguardo, disse: Tu sei Simone, figlio di Giona; tu ti chiamerai Cefa, che vuol dire pietra» (Jn 1,40-42).
Questa scena anticipa quella di Cesarea di Filippo, dove Gesù ripeterà questo nome nuovo, da Lui imposto al pescatore Simone, dopo che questi, folgorato da una divina rivelazione, aveva proclamato la divinità di Gesù: «Tu sei il Cristo, Figlio di Dio vivo» (Mt 16,16).
San Giovanni aveva preparato Pietro alla grande scoperta, alla grande professione di fede. Dice bene S. Ambrogio: «Forse questo è un mistero che anche oggi si compie nella nostra vita. Precede infatti nell’anima nostra un certo influsso di Giovanni, quando ci prepariamo a credere in Cristo, così che egli predispone le vie dell’anima nostra alla fede».
Tra Giovanni e Pietro sta Gesù. Giovanni riassume tutto l’Antico Testamento e lo annoda a Gesù (Lc 1,17); Pietro annunzia il Nuovo Testamento, e lo deriva da Gesù; l’uno e l’altro ci annunciano chi Egli sia.
E la Chiesa, quella Romana per prima, dedicando le sue due maggiori basiliche a questi due Santi, dimostra quanto ella abbia compreso il quadro storico e religioso, in cui Gesù Cristo, centro della storia e della fede, si presenta al mondo; così che troveremo meravigliosamente uniti, anzi fusi e coincidenti in lei, i due termini che definiscono comunemente la religione di Gesù: il cristianesimo e il cattolicesimo. Ci dirà San Giovanni, onorato nella prima Cattedrale cattolica del mondo, come la Chiesa raccolga e possegga quanto per cristianesimo si deve intendere; ci dirà San Pietro, onorato nella più grande chiesa del mondo, come il cristianesimo indubbiamente autentico sia quello cattolico.
E a noi, che ricordiamo l’odierna festività di San Giovanni sulla Tomba di San Pietro, sarà facile e gioioso celebrare il duplice mistero di Cristo, la sua Incarnazione e la sua Redenzione, umano e divino l’uno e l’altro, con le loro voci ispiranti la nostra fede nel Signore Gesù: Tu sei il Figlio di Dio vivo, Tu sei l’Agnello di Dio che togli il peccato del mondo.
A tale professione di fede, che insieme canteremo recitando il Credo alla fine dell’udienza, si accompagnerà la Nostra Benedizione Apostolica.
Diletti Figli e Figlie!
Per grazia del Signore, s’è compiuto un anno da quando abbiamo iniziato questi incontri settimanali dell’udienza generale con folle, che Ci è parso vedere crescere di numero e di varietà di visitatori, di pellegrini, fedeli la maggior parte, viaggiatori, turisti, osservatori gli altri; a gruppi talvolta cospicui, a comitive e molti con presenze individuali, da Roma e dall’Italia specialmente, dalla Germania poi in prevalenza e dagli Stati Uniti, e da ogni Paese dell’Europa e del mondo: un incontro veramente ecumenico, universale cioè, con ogni ceto di persone: ecclesiastici, religiosi e religiose, associazioni cattoliche d’ogni specie, gruppi parrocchiali e diocesani, categorie le più diverse per professioni, per rappresentanze, per circostanze, ed anche per sentimenti, per educazione, per religione. Due correnti di assistenti alle Nostre Udienze hanno continuato a sfilare davanti a Noi: studenti e militari; e a questi dobbiamo un ringraziamento particolare per il piacere che le loro visite Ci hanno procurato; ma dobbiamo ricordare altresì forti schiere di lavoratori, e gruppi notevoli di professionisti e di artisti. Quanti, quanti! e tutti a Noi carissimi. Veramente questa Udienza è diventata parte considerevole e significativa del Nostro ministero apostolico. Ciò che in passato avveniva con minore frequenza, ora è diventato normale; con tendenza anzi ad assumere ritmi più ripetuti e proporzioni più grandi.
Benediciamo il Signore! e assicuriamo tutti che tutti sono accolti con grande compiacenza e riconoscenza, e che sempre Ci studieremo di accordare a queste Udienze tempo e cuore quanto bastino per fare tutti contenti d’aver almeno visto il Papa e d’averne ricevuto la benedizione.
Ma a questo punto sorgono alcuni problemi pratici di non facile soluzione, a cominciare da quello dello spazio per contenere la moltitudine di gente, che qua affluisce; ma a questo, con l’aiuto della Provvidenza, si troverà rimedio. E sorgono altresì problemi spirituali: che forma deve assumere un’udienza composita e occasionale come questa? quale significato, quale valore dobbiamo attribuirle? Noi penseremo come meglio rispondere a queste ovvie domande. Ma intanto diciamo subito che procureremo di conservare a questo incontro l’aspetto d’un breve dialogo, come abbiamo fatto finora. Per semplice e breve che sia, la Nostra parola, Ci pare, non deve mancare; anche perché, se Noi non Ci illudiamo, essa viene a colloquio - parlato ed esterno, da parte Nostra; interiore e silenzioso, da parte vostra - su alcuni temi ricorrenti, che l’udienza stessa sveglia negli animi di chi vi partecipa; per esempio: chi è il Papa? che cosa è la Chiesa? quali sono i rapporti d’ogni singola persona qui presente con questo centro della fede e dell’unità? e così via. Nasce una catechesi, si forma una coscienza, si accende un fervore, Noi speriamo.
Vediamo, ad esempio, per ricominciare questo Nostro dialogo: quali sono i sentimenti che sorgono da questo incontro?
I sentimenti propri di un’udienza generale! Vi diremo i Nostri; e tanto per oggi basterà.
I Nostri sentimenti? Non è facile esprimerli. Essi nascono dalla coscienza della Nostra missione, della Nostra responsabilità. Potremmo essere indifferenti per codesta venuta, per codesta presenza? No certo. Noi sentiamo dentro di Noi, come un lievito, come un tormento, echeggiare le parole dell’Apostolo Paolo: Debitor sum: Io sono debitore per tutti! (Rm 1,14). L’universalità stessa del Nostro mandato apostolico non Ci dà pace. Ci pare di avere qualche iniziale comprensione e qualche minima, ma esaltante esperienza delle parole magnifiche di Gesù, dalle quali comprendiamo l’ampiezza oceanica del suo cuore: «Misereor super turbam! Ho compassione della folla» (Mc 8,2). Cristo ha avuto cuore per tutti! «Venite ad me omnes! Venite a me tutti . . .» (Mt 11,28). E Noi, che abbiamo la sublime e tremenda missione di rappresentarlo, non riceveremo volentieri tutti quanti vengono a Noi?
Siate perciò i benvenuti, figli e figlie carissimi! Voi Ci apportate una grande consolazione per il solo fatto che venite a trovarci! Vi siamo di ciò immensamente grati. La vostra affluenza conforta la Nostra pochezza, sostiene la Nostra speranza! La promessa, fatta ad Abramo, Ci sembra qui, in qualche forma, compiuta: «Moltiplicherò la tua discendenza come l’arena del mare» (Gn 22,17). Perciò siate sicuri: entrando qua dentro incontrate braccia distese, cuore aperto, amore per tutti. E con questo amore che vi diamo la Nostra Benedizione Apostolica.
La presenza di due gruppi di Assistenti Ecclesiastici Diocesani, della Gioventù maschile di Azione Cattolica Italiana l’uno, composto di circa trecento Sacerdoti, della Gioventù femminile l’altro, composto di circa duecentocinquanta Sacerdoti, Ci obbliga a rivolgere loro un particolare saluto. Un terzo gruppo di Assistenti Ecclesiastici Diocesani, quello delle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani, merita d’essere ricordato accanto ai primi due.
Noi vediamo con molto piacere questi cari e valorosi Sacerdoti, che insieme si riuniscono per riflettere sul loro lavoro, per comunicarsi le loro esperienze, per misurare le comuni e le particolari difficoltà, per rincorare nuove speranze, per concertare piani e propositi di attività, e per pregare insieme. Noi osserviamo e lodiamo tale metodo di operare: esso dimostra senso di responsabilità, desiderio di aggiornamento di notizie e di opinioni, fiducia nel programma e nell’organismo collettivo, bisogno di amicizia e di spirituale comunione. Codeste riunioni sacerdotali rendono uniforme il sentimento e l’opera, tracciano linee precise e parallele di ministero, imprimono all’attività formativa e organizzativa delle diocesi un risalto esemplare ed efficace e danno all’azione pastorale uno svolgimento coerente ed autorevole. In una parola: sono riunioni sagge e benefiche. Celebrati a Roma, poi, codesti convegni hanno il merito di ravvivare lo spirito religioso e il carattere ecclesiale dell’organizzazione, a cui gli Assistenti Ecclesiastici sono addetti, non che quello di rifornirli di fresche energie spirituali. Noi volentieri riconosciamo in voi, cari Sacerdoti, dei validi sostenitori della cura pastorale dei vostri Vescovi, dei promotori di energie spirituali nuove nella nostra gioventù, nel mondo del lavoro e nel nostro laicato, degli interpreti fedeli dei principii direttivi del pensiero e dell’azione dei cattolici militanti, dei formatori di coscienze cristiane e degli educatori di caratteri forti, costanti ed attivi.
Questi elogi dicono l’abbondanza dei vostri meriti, dicono la bontà dei vostri programmi, dicono la Nostra riconoscenza ed il Nostro favore; ma dicono altresì l’importanza e la responsabilità della vostra opera, e finalmente dicono l’urgenza e l’estensione dei bisogni, ai quali si rivolge il vostro ministero.
La Gioventù! Quale immenso campo bisognoso di nuova e di attivissima coltivazione! Possiamo noi guardare con occhio tranquillo e indifferente l’avanzata delle nuove generazioni giovanili, quasi fosse loro sicuramente garantita la formazione religiosa e morale della buona tradizione educativa italiana? o non vediamo noi nella mentalità dei giovani d’oggi fenomeni nuovi e strani; non vediamo nel costume, nella pedagogia, nella scuola e nella famiglia, che li circondano, indebolirsi e mutarsi fattori, che fino a ieri assicuravano, si può dire, una buona riuscita della formazione giovanile; non vediamo coefficienti ideologici e pratici esercitare oggi sull’animo della gioventù influssi incalcolabili e pericolosi? e non vediamo, nello stesso tempo, in tanti giovani d’oggi un bisogno di semplicità e di sincerità, una stupenda capacità di coerenza e di sacrificio, un desiderio di dare senso cristiano, serietà positiva, virtù vera alla loro vita? La formazione della gioventù Ci appare come problema fondamentale della cura pastorale e dell’assistenza sociale moderna. Vorremmo che le istituzioni, alle quali è affidata la missione di preparare alla società e alla Chiesa una gioventù sana, forte, convinta e cristiana, acquistassero un maggiore sviluppo numerico, ma soprattutto un’efficienza educativa pari all’immenso bisogno, se fosse possibile, degna almeno delle tradizioni delle nostre grandi associazioni giovanili, degna del vostro ardore apostolico, carissimi Sacerdoti, e degna altresì delle magnifiche risorse che sappiamo essere nei cuori dei nostri giovani, ai quali mandiamo, per mezzo vostro, un cordialissimo e beneaugurante e benedicente saluto.
Quanto diciamo della Gioventù, possiamo dire, con avvertenza delle peculiari differenze, dei nostri Lavoratori: a voi, Sacerdoti, che consacrate le vostre pastorali fatiche a studiare, ad avvicinare, a confortare, a formare, ad animare cristianamente il mondo del lavoro, il Nostro incoraggiamento e la Nostra Benedizione.
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Diletti Figli e Figlie!
In questo appellativo di «Figli e Figlie» molto vi è di quanto Noi abbiamo in cuore per voi, salutando la vostra presenza a questa Udienza. L’incontro fra persone che si conoscono mette in evidenza il rapporto di parentela, di amicizia, di colleganza, di conoscenza, che intercede fra loro; lo scambio dei saluti lo dice. E il nostro incontro mette sulle Nostre labbra questi termini di Figli e Figlie, che indicano rapporti molto vicini e molto cordiali, quelli d’un padre verso i suoi figliuoli.
È lecito domandarsi se questo titolo sia autorizzato da qualche fondamento reale, o se invece sia puramente convenzionale, o retorico, o addirittura abusivo, dato che nessun altro incontro precede quello che stiamo godendo, e nessuna conoscenza, nessuna relazione sembra giustificare espressioni tanto confidenziali. Eppure Noi non sapremmo rivolgerci a voi con altra parola, né sareste soddisfatti se Noi evitassimo di chiamarvi figliuoli; perché sappiamo benissimo che il vincolo spirituale che unisce Noi a voi è quello di una vera paternità da parte Nostra, e di una vera figliolanza da parte vostra. Come mai? Ci vediamo per la prima volta, non avremo forse mai più altra occasione di vederci, e ci possiamo chiamare parenti, membri d’una stessa famiglia?
Proprio così. Ed è questa intimità d’incontro spirituale che costituisce una delle impressioni, una delle emozioni caratteristiche dell’udienza del Papa. L’udienza ci procura l’esperienza d’una comunione, d’una fusione di anime e di destini, ch’è fra le più belle e più legittime in seno a quella grande famiglia, in seno a quella grande unità, visibile e invisibile sotto differenti aspetti, che si chiama la Chiesa. Essere membri della stessa Chiesa ci consente di riconoscerci tutti appartenenti ad una stessa famiglia, tutti legati da una profonda solidarietà, tutti collegati da relazioni irrinunciabili, interessanti la nostra vocazione cristiana. Ed ecco che un'Udienza come questa ci ricorda quella misteriosa e reale unità, ci invita a celebrare quella «comunione dei santi», di cui abbiamo memoria nel simbolo apostolico, cioè nella professione della nostra fede. Noi riscontriamo qui un riflesso d’un profondo ed immenso disegno divino; e cioè: Dio ci parla, ci avvicina, ci salva come singole persone; ognuno di noi ha un proprio destino; ma Dio non ci parla, non ci avvicina, non ci salva da soli. Dio ci colloca in un ordine, in una società, in un’organizzazione unitaria, in un corpo mistico. Dio ci colloca in una comunità, in una circolazione di carità, in un sistema religioso organizzato per la nostra salvezza; ci colloca e ci vuole nella sua Chiesa. E la Chiesa è tale unione di fede, di preghiera, di aiuti, di meriti, di reciproci influssi, di amore, che rende membri d’una stessa famiglia quanti le appartengono. Non è un vincolo remoto e inoperante quello che ci unisce nella Chiesa, è un vincolo di parentela strettissima.
Questa parentela, per vero dire, ha due espressioni, che sono diverse, a seconda che si considera il rapporto che ci unisce a Dio e a Cristo; e questo è un rapporto di fraternità. Gesù l’ha detto: «Voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8). E potremmo benissimo celebrare in questa stessa Udienza la fratellanza che tutti ci fa egualmente dipendere dalla Paternità di Dio e dalla Grazia di Cristo. Ma Cristo ha stabilito nell’interno della comunità dei fedeli una diversità di funzioni, cioè una gerarchia, una paternità e una figliolanza, che Noi appunto stiamo ora ricordando. Dice. S. Paolo: «Per mezzo del Vangelo io, in Cristo Gesù, vi ho generati» (1Co 4,15).
Cioè Noi stiamo ricordando la carità del ministero apostolico e sacerdotale, operante nella Chiesa per la nostra salvezza.
Ed è questa carità che mette nel Nostro cuore e sulle Nostre labbra a vostro riguardo i nomi dolcissimi di «Figli e Figlie»; i nomi che vi assicurano della Nostra completa benevolenza, che vi dicono quanto Noi desideriamo il vostro bene, quanto Noi vi siamo vicini con la Nostra preghiera, quanto Noi altro da voi non desideriamo che la vostra fedeltà a Cristo e alla Chiesa.
Figli e Figlie! con questi sentimenti vi salutiamo, vi esortiamo ad essere cristiani e cattolici autentici, vi desideriamo ogni bene dal Signore, e nel suo Nome con tutto il cuore vi benediciamo.
Noi pensiamo che ciascuno di voi, partecipando a questa Udienza nella basilica di S. Pietro, vada cercando con lo sguardo le parole maiuscole, che costituiscono la fascia decorativa, sopra i pilastri dell’aula monumentale, e una parola sappia scoprire, la quale risuona singolarmente nello spirito d’ogni persona presente: Tu es Petrus, Tu sei Pietro; e immediatamente questa parola sembra farsi voce, la voce di Cristo, che la pronunciò a Cesarea di Filippo trasformando il discepolo Simone in Apostolo, anzi in Principe degli Apostoli e Capo di tutta la Chiesa; poi la parola: Tu es Petrus si fa figura, si fa persona, e si posa sul Papa, vestito di bianco, che è apparso in mezzo a voi. La suggestione spirituale dell’udienza, noi lo sappiamo, nasce principalmente dalla rievocazione della misteriosa e immortale parola evangelica, che prende, dopo venti secoli, forma vivente nell’umile aspetto d’uomo, che appare non soltanto quale successore, ma quasi fosse la stessa rediviva persona: Tu es Petrus.
Per chi sa riflettere, questa eco storica ed evangelica, che si fa realtà presente e vivente, mette quasi timore, e suscita una interiore domanda elementare: «il Papa è proprio Pietro?». Com’è ovvio, la domanda è estremamente grave e complessa, e può dar luogo ad una lunga e edificante meditazione; ma se ci fermiamo ora a considerare il suo valore sensibile ed esteriore, cioè il confronto fra la figura di Simon Pietro e quella del Papa, avvertiamo un’evidente differenza, che quanti sono presenti all’udienza vorrebbero definire e possibilmente risolvere.
La figura del Papa appare in questo quadro di maestà e di splendore. Nelle cerimonie solenni anzi questa esteriorità è accentuata da segni ancora più onorifici. Il quadro della basilica, che ci avvolge, ci solleva in una visione di grandezza, di decoro, di potenza, che quasi sbalordisce. Un’atmosfera di gloria sembra invadere la scena radiosa. Rinasce la domanda: questi è Pietro? perché tanta solennità?
Vi è chi si esalta e si edifica partecipando a questa scena sacra e solenne, e gode del riflesso, quasi profetico, che sembra proiettarsi dalla Chiesa trionfante in cielo su questa Chiesa terrena, tuttora peregrinante, militante e sofferente. Una grande consolazione, una ineffabile speranza piove nelle anime che sanno subito vedere tanto il Pietro del Vangelo quanto il Pietro del paradiso nel suo modesto, ma tanto onorato successore, il Papa presente.
Vi è invece chi incontra qualche fatica nel compiere questa identificazione di Pietro col Papa, così presentato, e si chiede il perché di così vistosa esteriorità, che sa di gloria e di vittoria, mentre nessuno dimentica certamente quante afflizioni pesano sempre sulla Chiesa e sul Papa; e come sia per lui doverosa l’imitazione dell’umile divino Maestro. Un povero mantello di pescatore e di pellegrino non ci darebbe immagine più fedele di Pietro, che non il manto pontificale e regale, che riveste il suo successore?
Può essere. Ma questo manto non esclude quel mantello! Ora bisogna comprendere il significato ed il valore di questa esteriore solennità, che vuole identificare il Papa, così rivestito, con l’Apostolo Pietro. Che cosa significa, innanzi tutto, questo grandioso rivestimento? Significa un atto di fede, che la Chiesa, dopo tanti secoli, ancora pronuncia sicura: sì, questi è lui, è Pietro. È come un canto a gran voce: Tu sei Pietro; è una ripetizione che celebra in un culto magnifico il prodigio compiuto da Cristo; non è sfarzo vanitoso, ma è come uno sforzo devoto per dare evidenza e risonanza ad un fatto evangelico, decisivo per la storia del mondo e per le sorti spirituali dell’umanità.
Se è così, ognuno comprende che l’onore tributato al Papa come successore di S. Pietro non va alla sua persona umana, la quale può essere, come nel caso presente, piccola e povera, ma va alla missione apostolica, che gli è affidata, va alle Chiavi, cioè alle potestà, poste nelle sue mani, va all’autorità di Maestro, di Sacerdote e di Pastore che gli è stata conferita.
Allora si comprende anche come l’onore tributato al Papa non si ferma a lui, e nemmeno, propriamente parlando, a Simone Pietro, ma sale a Cristo glorioso, al Quale tutto dobbiamo, e al Quale non avremo mai reso onore abbastanza. Noi possiamo ben dire, ed a maggior ragione, ciò che il Papa Leone Magno diceva di sé: «Nell’umiltà della mia persona colui si veda e colui si onori (cioè Pietro - e noi possiamo spiegare: cioè Cristo), nel quale si contiene la sollecitudine di tutti i pastori... e la cui dignità non viene meno in un indegno erede» (Serm. 2 in ann.).
Fate vostri questi pensieri e trarrete dall’udienza pontificia una benefica impressione spirituale, una profonda lezione religiosa, quella che ci fa trovare Pietro nel Papa e Cristo nel suo Vicario. E, con questo voto, di cuore tutti vi benediciamo.
Un particolare saluto Noi vogliamo rivolgere alle duecento Delegate Diocesane dell’Associazione dei Fanciulli di Azione Cattolica, convenute a Roma per il corso nazionale di studio sul tema «il Fanciullo nella Comunità Parrocchiale».
Ragione di questa speciale menzione è innanzi tutto il merito di queste bravissime Delegate Diocesane, alle quali Noi associamo, in questo Nostro paterno ricordo, tutte le ottime Delegate parrocchiali. Ammiriamo il loro numero, il loro impegno, la loro bravura. Abbiamo avuto l’occasione, e non rara, di rilevare da vicino, con osservazione diretta, durante le Nostre visite pastorali, l’opera paziente e sapiente di queste apostole della fanciullezza; abbiamo visto quanto delicato e talora difficile è il loro lavoro; ma quanto fruttuoso e provvidenziale; e quanto lieto e bello nei suoi risultati.
Il tema, proposto allo studio di questo corso menzionato, pone una quantità di problemi interessantissimi: sulla pedagogia religiosa del fanciullo, sulla sua istruzione e sulla sua formazione spirituale, così bisognose d’essere sviluppate l’una e l’altra, da conseguire un duplice non facile effetto nell’età infantile, quello della relativa completezza e serietà, e quello difficile ad ottenersi, in ragazzi vivaci e moderni, dell’entusiasmo e della comprensione interiore dei valori religiosi e soprannaturali. Così l’interesse si pone sulla precoce maturazione del senso comunitario nel fanciullo e sulla sua capacità a esercitare una funzione vera, responsabile, che non sia giuoco o finzione, ma effettiva e da tutti riconoscibile nel complesso d’una attività sia liturgica che caritativa.
È la vostra, carissime Figlie, un’attività magnifica e preziosa; essa custodisce e coltiva i fiori vivi e più belli del giardino parrocchiale, essa preserva anime innocenti al candore della infantile bellezza, essa le apre alle esperienze più delicate e più vere delle prime emozioni spirituali, essa le fortifica e le allena alla padronanza morale di sé le matura ad una giovinezza lieta, cosciente, robusta. Essa merita il Nostro plauso, il Nostro incoraggiamento e la Nostra Benedizione.
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Diletti Figli e Figlie!
Noi siamo doppiamente lieti di ricevervi; in primo luogo perché ogni Udienza come questa, ogni visita di Pellegrini o di Turisti rispettosi Ci è motivo di consolazione, Ci è occasione di ricevere e di effondere sentimenti che rivelano il rapporto reale e ineffabile di carità, che Ci unisce ai Fedeli ed a tutti gli uomini: veramente questi incontri sono richiami e sono esercizi della spiritualità semplice e profonda che deve caratterizzare la comunità ecclesiale! In secondo luogo, perché, come vedete, vi riceviamo in questa Nostra residenza suburbana, dove il quadro della natura e del paesaggio sostituisce quello dell’arte e della basilica, nel quale avvengono le Nostre Udienze romane: voi cioè dimostrate di voler vedere il Papa, anche se non è circondato dalla consueta cornice esteriore. È la vostra devozione, è il vostro affetto che qua vi conducono, non l’attrattiva d’una cerimonia spettacolare; e, per dire di più, è la vostra fede, in voi credenti, ed è forse la vostra ricerca di rendervi conto di chi sia il Papa, in voi visitatori estranei, che vi fa ricercare questo singolare momento spirituale. Apprezziamo tanto di più la vostra presenza, quanto più è determinata da intenzioni religiose e spirituali.
Carissimi tutti, vi ringraziamo di cotesto attestato di adesione e di venerazione, e preghiamo il Signore che Egli lo abbia a ricompensare con le sue grazie. Anzi Noi Ci permettiamo di fare un breve commento a cotesto vostro atteggiamento religioso e spirituale, perché non solo Ci sembra caratteristico in quanti affluiscono a queste Nostre Udienze, ma Ci sembra meritevole di particolare considerazione, di particolare sviluppo e educazione.
Un vero commento Ci porterebbe a pensieri molto alti e difficili; ma Noi Ci contentiamo di una semplice osservazione. Ed è questa: voi venite all’udienza per incontrare il Papa, non l’apparato esteriore che di solito lo identifica e lo fa, sotto alcuni aspetti, capire; volete vedere il Papa, e non tanto la sua espressione fisica e sensibile, sebbene di questa i vostri occhi non possano fare a meno: volete vedere il Papa reale, qual è; non la sua immagine, o un suo rappresentante. Ma perché volete vedere il Papa qual è? perché anch’egli è un uomo, come tanti altri, o forse più misero di tanti altri? No; lo volete vedere qual è, perché lui stesso è un rappresentante; il rappresentante di Cristo; è un segno, è un vincolo sensibile e vivente fra questo nostro mondo naturale e il mondo invisibile soprannaturale. Voi volete vedere riflesso nell’umile sembianza d’un uomo qualche cosa del «mistero» divino. Sant’Agostino, sempre acuto e limpido, scrive: «Non est enim aliud mysterium, nisi Christus»: non esiste altro mistero, che Cristo (EP 187,34 P.L. 38,845). E se il Papa così è unito a Cristo, da essere chiamato suo Vicario, allora nel Papa si può guardare come un simbolo, che trasferisce il pensiero di chi lo contempla in Cristo dapprima, in Dio poi.
Questa osservazione può essere preziosa, perché, da un lato, ci ricorda che la faccia della nostra religione non è in gran parte che un campo di segni. La nostra comunicazione con Dio, durante questa vita terrena, avviene «in aenigmate», come dice S. Paolo (1Co 13,12), in enigma, sotto il velo di concetti propri, si, ma inadeguati e provvisori; avviene in forma «sacramentale», cioè mediante l’espressione di segni sacri. E sotto questo aspetto, voi sapete che anche la Chiesa, la Chiesa intera può dirsi «sacramento di Gesù Cristo»; è il tabernacolo della sua presenza, è il fenomeno visibile, storico e sociale della sua permanenza e della sua azione in seno all’umanità.
Forse, senza che vi pensiate, voi venendo all’udienza seguite questo ordine di pensieri, che qua vi hanno guidato, e che .qui cercano di afferrare qualche cosa, nella presenza del Papa, dell’ineffabile e sommamente desiderabile mondo divino.
Cosi che, dall’altro lato, questa Nostra osservazione vuole confortare in voi, dentro i vostri cuori, il sentimento principale che conduce i Fedeli all’udienza, quello della fede, intesa appunto come adesione alla verità divina, per noi ora velata e soverchiante, ma resa accessibile dalla parola e dai segni della sua rivelazione. L’Udienza è e dev’essere un atto di fede, un esercizio di fede; o almeno, per chi non avesse tanta fortuna, un atto di ricerca, un momento di riflessione e di invocazione.
Perciò, carissimi Figli e Figlie, vi auguriamo che il frutto migliore, quello duraturo e operante nei vostri spiriti, sia, per merito di questa Udienza, un accrescimento nel vigore e nel gaudio della. Fede cristiana.
Il «Credo» che poi canteremo e la Nostra Benedizione Apostolica vi ottengano tale impareggiabile dono.
Diletti Figli e Figlie!
È naturale che la vostra presenza, così numerosa e così composita, faccia sorgere in Noi una domanda, già altre volte commentata in queste Udienze. E la domanda è questa: di dove venite?
La domanda dice la cordialità e la confidenza di questo incontro, che apre gli animi a conversazione di famiglia e non vuole rimanere nelle forme rigide e impersonali d’una cerimonia ufficiale, ma vuole produrre un istante di effusione spirituale e di comunicazione amichevole.
Ma dice questa domanda qualche cosa di più: dice il Nostro desiderio di tutti conoscervi per quello che siete, di tutti salutarvi secondo i titoli che vi raccomandano alla Nostra attenzione, e specialmente di mostrarvi come la vostra provenienza, quella locale specialmente, sveglia in Noi vivo interesse. Abbiamo oggi presenti, oltre gli Italiani, molti Francesi, Belgi, Canadesi, Libanesi, Americani del Nord, Inglesi, Irlandesi, Maltesi, Tedeschi, Svizzeri, Spagnuoli, Argentini, Brasiliani, ,z così via.
Di dove venite? Vi diciamo subito la Nostra compiacenza nel vederci circondati da fedeli e da visitatori di così varia origine. La vostra diversità, lungi dal suscitare in Noi imbarazzo e diffidenza, Ci commuove e Ci esalta; un mistero della storia cristiana trova qui un suo parlante riflesso; Ci sembra davvero d’essere assisi all’incrocio delle vie del mondo, e di assistere, una volta di più, alla celebrazione dell’Epifania, che chiami i popoli dalle estremità della terra; e della Pentecoste, che si allieta della molteplicità delle lingue facenti coro alle grandezze di Dio.
Carissimi Figli e Figlie, e voi gentili visitatori, siate ringraziati della gioia che Ci procurate e del fenomeno spirituale che qui realizzate; e Dio vi faccia comprendere e gustare la singolarità e la bellezza di questo momento!
Domandando a voi: di dove venite? Noi proviamo in Noi stessi un giuoco strano di sentimenti che Ci sembra documentare anch’esso l’autenticità religiosa di questo incontro, solo all’apparenza esteriore e profano. Il giuoco cioè del rapporto fra l’intensità del sentimento paterno, con cui vi riceviamo, e la distanza locale fra questo punto e quello del vostro luogo d’origine. Perché, per un verso, la vicinanza ha diritto d’essere riconosciuta come un motivo di particolare affezione: chi è più prossimo è giusto che sia più amato. D’altro canto, tuttavia, è anche vero che chi viene da più lontano sia accolto con maggiore considerazione, per la lunga strada percorsa e per la rarità dell’incontro. Così che, mentre abbiamo sentimenti di affettuosa simpatia per quanti giungono a Noi da sedi vicine, abbiamo sentimenti di cordialissima benevolenza per quanti giungono a Noi da sedi distanti; e perciò l’uno e l’altro motivo, la vicinanza e la lontananza, Ci rendono capaci di accogliere tutti con singolare predilezione e con eguale e comune carità.
Se voi avete la bontà di riflettere su questa Nostra confidenza, trovate logico passare ad un altro ordine di pensieri grandi e magnifici, quelli dell’universalità della nostra religione cattolica; una universalità che non si limita al suo contenuto dottrinale, ma si estende e, possiamo dire, si realizza nel complesso dell’umanità, quale essa è naturalmente, superando e abolendo le distanze, le diversità, le separazioni, le discriminazioni, gli antagonismi, i razzismi, i nazionalismi, i cento dissidi, che tengono gli uomini divisi fra di loro, e spesso fra di loro nemici. Le divisioni più profonde, che esistono fra gli uomini, sono appunto quelle derivanti dalle collocazioni geografiche; e sono divisioni che hanno una loro evidente ragion d’essere, e sono origine di altre divisioni, nelle quali si articola il genere umano. Queste divisioni, anche in ciò ch’esse hanno di inevitabile e di legittimo, a ben considerarle nella luce del momento religioso che stiamo vivendo, non impediscono più una perfetta unione di animi, di sentimenti, di voci e di propositi; qui siamo fratelli, qui siamo tutti uno, nel rispetto rigoroso della singola personalità e dei singoli valori particolari. Qui le barriere cadono, qui l’unità si fa veramente ecumenica. Qui si respira quel « senso cattolico », ch’è, per dirla con un autore francese del secolo scorso (Veuillot), il profumo di Roma.
Provate a prolungare per conto vostro la meditazione che nasce da questa assemblea variopinta, eterogenea, composta di persone, che nemmeno si conoscono fra loro, e che pure si sentono in perfetta comunione: di base, l’umanità; di vertice, la fede cattolica. E la meditazione si farà interessante e commovente per ciascuno di voi, se potete avvertire che ciascuno di voi, in questo luogo e in questo momento, non è un individuo staccato e insignificante, ma è un membro, un socio d’una comunione che tutti ci fa uniti e solidali, la Chiesa, e che ciascuno di voi ora assurge a rappresentante della propria casa, della propria professione, della propria patria.
E come tali, carissimi, vi salutiamo e vi benediciamo.
Paolo VI Udienze 1964 - Mercoledì, 24 giugno 1964