Paolo VI Omelie 1965
Cari Figli e cari Amici!
Noi godiamo di questo incontro; e siamo grati a voi che Ce lo procurate, portandovi ricordi, sentimenti, idee e propositi, che lo rendono a Noi prezioso, e Ce lo fanno godere nel modo migliore, quello della comunione degli animi, nell’amicizia, nella preghiera, nella speranza. Ringraziamo il Signore, che ci concede un’ora felice; e vediamo di profittarne a comune conforto.
L’aspetto migliore del nostro presente momento è quello della facilità della conversazione, come avviene appunto fra persone che si conoscono, che si capiscono, che si vogliono bene. Le parole possono essere poche e semplici; ma ciò che conta è la comprensione. A Noi sembra facile comprendere voi e accogliere la voce della vostra presenza. È una voce composita, ma è già un piacere gustarne l’unisono; composita, diciamo, dalla testimonianza degli anziani, che con commovente fedeltà, rinunciando al riposo e allo svago di questi giorni festivi, sono venuti all’annuale convegno, come ad un appuntamento d’onore, come ad un richiamo cordiale, per dire a sé, per dire agli amici: siamo qui; non possiamo dimenticare, non vogliamo mancare. Quale valore affettivo, quale) vigore morale, quale vittoria ideale in cotesto silenzioso, ma eloquente attestato di costante adesione a quei vincoli associativi ed a quei principi spirituali, che hanno costituito la bellezza e il vigore dei lontani anni decisivi e che hanno resistito all’usura della vita pratica, formando allora, in seguito e adesso l’impegno qualificante della vostra esistenza, l’impegno cattolico! È magnifica codesta lineare continuità, codesta interiore unità, codesta persistente giovinezza d’anima! E come bene la nota grave, ma sempre squillante, dei veterani si fonde con quella dei più giovani e dei nuovi amici, che sono entrati, senza esitazione propria e senza ostacoli altrui, nella fila gloriosa, subito facendone proprio lo stile, ma subito imprimendovi il proprio, com’è bisogno e dovere per ogni successiva generazione! Salutiamo anche questi rappresentanti dei tempi nuovi, e diciamo subito a loro di mettersi in movimento; purché la linea dei loro passi sia diritta, cioè avverta l’obbligo e la spinta della continuità coerente e fedele di una tradizione, non formale, ma sostanziale di principi morali e cristiani, nessuno, Noi pensiamo, contesterà loro il posto di avanguardia.
Inoltre, sembra a Noi di comprendervi in tanti vostri problemi, e specialmente nello stato d’animo che caratterizza il nostro tempo, e che porta un segno di sofferenza e di attesa in coloro i quali hanno la fortuna di possedere un patrimonio di verità, un castello di idee solide e sacre; vogliamo dire lo stato d’animo della problematicità: tutto oggi è diventato problema; e non già per una virtuosa esercitazione scolastica; ma per un cambiamento reale di dati obbiettivi; tutto dev’essere ripensato, analizzato, quasi disintegrato nei suoi elementi essenziali e accidentali, per essere ricomposto trascurando questi ultimi, gli accidentali, per impiegare i primi, quelli essenziali, in costruzioni nuove atte ad assorbire l’apporto delle nuove esperienze.
Vi comprendiamo, carissimi; e comprendiamo anche come i grandi avvenimenti rinnovatori che stanno maturando nel campo stesso della vita cattolica possano aver accresciuto questa incertezza pratica di pensiero e questa fatica di ricuperare formule mentali sicure e indiscutibili. Vi comprendiamo, e vi esortiamo a non temere, a non abbandonarvi allo scetticismo pratico, che può insinuarsi anche negli animi dei fedeli e che lascia sospettare che oramai una idea vale l’altra, che non porta la spesa di battersi per alcuna affermazione ideale, che bisogna prendere le cose come sono e come vengono maturando, quasi per fatale determinismo, per necessità, a cui si dà il titolo solenne di storica, per non avere rimorso d’aver rinunciato a contenerla, a modificarla, e per aver cercato d’inserirsi meno male nel gioco delle circostanze con qualche profitto e con qualche onore. Vorremmo confortarvi; vorremmo incoraggiarvi a ben vivere il momento di crisi, cioè di passaggio, in cui versa il nostro tempo, con la fiducia di chi sa di possedere verità vitali, le quali non muoiono, le quali anzi? nel cimento delle nuove esperienze, possono dar prova della loro magnifica intangibilità e della loro inesauribile e provvidenziale fecondità; e insieme con l’umiltà, vogliamo dire, l’attenzione, la premura, l’abilità di scoprire e di accogliere quei nuovi valori, di pensiero e di azione, che il mondo moderno mette in evidenza e in efficienza.
E qui siamo Noi che speriamo d’essere compresi da voi. Quale desiderio, quale speranza Ci leggete nel cuore a vostro riguardo? Che cosa pensate che Noi possiamo attenderCi da voi? La risposta è facile; e voi celebrate appunto cotesto convegno per darle da pari vostri, stupendamente, una delle sue principali formulazioni. Noi desideriamo, Noi speriamo, Noi preghiamo che voi sappiate portare nella vostra vita personale, familiare, professionale, sociale, degnamente il nome cattolico, il nome cristiano (si equivalgono, nella presente considerazione, i due termini cattolico e cristiano).
Questo richiamo al nome che ci definisce porta il nostro pensiero al rito religioso, che stiamo celebrando in onore del nome di Gesù Cristo, il quale nome benedetto diede a noi la fortuna d’individuare, di chiamare, di esprimere Colui ch’è il nostro Salvatore e il nostro Maestro; non solo, ma diede altresì a noi la fortuna e la responsabilità d’individuare, di chiamare, di esprimere noi stessi; di qualificarci cioè quelli che siamo: cristiani.
Il pensiero risale allora a quella prima volta, quando questo appellativo fu dato, forse in senso dispregiativo, agli adepti della nuova fede nel Messia, nel Signore Gesù: fu ad Antiochia, alla prima e grande predicazione di Barnaba e di Paolo (Act. 11, 26); e il pensiero percorre poi l’itinerario tragico che subito questo titolo dovette subire nei primi tempi: «Non è lecito essere cristiani!» (cfr. Tertullian., Apol. 3); si arresta il pensiero un attimo per chiedere che cosa finalmente comporti un titolo simile. Che cosa vuol dire essere cristiani? Lo domanderemo al piccolo catechismo, da cui sapremo che un tale titolo non è un’etichetta esteriore, puramente anagrafica, ma dice assai di più, penetra nell’intimo del nostro essere di credenti e di battezzati per scoprire una nuova vita soprannaturale, che s’inserisce su quella umana, naturale, per fare di noi dei figli di Dio, dei fratelli di Cristo, dei membri anzi del suo corpo mistico, la Chiesa, e che ci apre la via a un destino superiore ed eterno; non ci rende estranei alla vita temporale, ma ci obbliga e insieme ci abilita ad un’arte superiore di vivere (cfr. Ep. Diognetum, V).
Formidabile cosa, figli carissimi, che mette, sì, tutto in questione, e con instancabile urgenza: essere cristiani è ineffabile fortuna, mistero a noi stessi, dignità incomparabile, esigenza implacabile, conforto inestinguibile, stile inconfondibile, nobiltà pericolosa, umanità originale, umanità, sì, autentica, semplicissima, felicissima; vita vera, personale e sociale. Dare a questo titolo di «cristiani» il suo. vero significato, accettare l’esaltazione spirituale ch’esso comporta: «Agnosce, o christiane, dignitatem tuam»: riconosci, o cristiano, la tua dignità, esclama San Leone Magno (serm. I de Nativ.); ricercarne. l’interiore potenzialità e tradurla in coscienza, la coscienza cristiana; affrontare il rischio, la scelta, che ne deriva; comporre intorno ad essa il proprio equilibrio spirituale, la propria personalità; professare esteriormente la coerenza, la testimonianza ch’essa reclama; ecco il comune dovere dei fedeli, sempre, ma specialmente nell’ora presente, e tanto più da parte dei cattolici che vogliono vivere in sincerità e in semplicità la loro fede. Questo per un duplice essenziale motivo: per dare alla propria persona il profilo e la statura, a cui un essenziale diritto-dovere la chiama, la perfezione cioè, vittoriosa dei facili infingimenti e delle comuni viltà, la santità, potremmo dire, nel senso a tutti accessibile di questo termine così esigente: e, secondo, per dare alla comunità circostante il contributo di servizio e di amore, a cui la legge del nome cristiano tutti ci invita e ci astringe: «In questo conosceranno tutti che siete miei discepoli - disse Gesù nella notte estrema del suo testamento - (cioè che siete cristiani), se vi amerete scambievolmente» (Io. 13, 35).
Vi ripetiamo cose notissime; ma di queste cose principalmente si alimenta la fedeltà a quel nome cristiano, a cui oggi dedichiamo la Nostra riflessione. E a volerla proseguire nelle sue più semplici conclusioni ricorderemo che la professione del nome cristiano non ci esonera dalla professione di quelle virtù elementari e naturali, che sembrano prescindere dalla religione, ma che definiscono l’uomo nelle sue linee fondamentali, propriamente umane, le virtù morali, primissima l’onestà del pensiero e della parola, la veracità, la lealtà, l’est-est, non-non caratteristico di chi attribuisce alla verità e alla giustizia il loro carattere assoluto; e poi quindi la purità della vita, il disinteresse e la rettitudine nell’esercizio dei pubblici uffici, lo spirito di dedizione, di civismo, di concordia, e così via. Non ci esonera: «Se la vostra giustizia - dice il Signore - non sarà superiore a quella dei formalisti, degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (cfr. Matth. Mt 5,20); non ci permette di accontentarci della moralità corrente, ambientale, così detta «della situazione», anche se suffragata da autorevoli consensi e da forme abituali; ci obbliga a dire: non basta, e a dirlo a noi stessi, facendo sorgere un inquieto e continuo proposito interiore di miglioramento, di indipendenza, di coraggio, caratteristico in chi segue il Vangelo. Non ci esonera, ripetiamo; ché anzi doppiamente ci obbliga, e come uomini e come cristiani; a tal punto che potremmo dire essere il contributo di questi basilari valori morali l’apporto più caratteristico del cristiano alla vita sociale, l’apporto più atteso dal pubblico, che da tale apporto spontaneo, generoso, perseverante, giudica se la nostra religiosità sia sincera, o ipocrita, e se il titolo di cristiano sia per noi titolo d’onore, o di condanna.
ComprendeteCi, dicevamo, o amici: una cosa Ci preme e attendiamo da voi, che diate pieno significato al nome cristiano, e che ne sappiate documentare la misteriosa bontà con l’irradiazione di virile e gentile senso morale, e con l’esercizio di quelle primissime virtù umane, su cui si fonda l’ordine della vita presente, e che perciò cardinali si chiamano, e di cui il cristiano dev’essere alunno e modello, se vuole meritare d’essere assunto alla sfera delle virtù superiori, quelle teologali, che a Dio lo uniscono.
E una cosa vi auguriamo: che dando al nome cristiano questa sua morale pienezza siate voi stessi i primi a sperimentare e a godere ciò che è detto oggi del nome di Cristo: non est in alio aliquo salus; non vi è salvezza che in questo nome (Act. 4, 12 ). Era così che affermava San Pietro agli inizi dell’evangelizzazione dell’umanità: è così che vi ripete l’ultimo umile suo successore e vostro amico: non v’è altro nome che quello di Cristo, che ci possa salvare.
Festività della Presentazione di Nostro Signore Gesù Cristo al Tempio
Martedì, 2 febbraio 1965
Venerati Fratelli e Figli carissimi!
La cerimonia dell’offerta dei Ceri solleva nel Nostro spirito pensieri e sentimenti, che ameremmo esprimere con migliore agio di quello che Ci concediamo con questa breve interruzione, doverosa, Ci sembra, innanzi tutto per dire grazie a ciascuno di voi, agli Enti ecclesiastici, alle Famiglie religiose, alle Istituzioni cattoliche, portando simbolicamente davanti a Noi l’urbe cattolica in un gesto quanto mai pio e filiale, di oblazione, di devozione, di religione e di tradizione, e col suo alto e triplice significato: di onorare Cristo, «lumen ad revelationem gentium», luce per illuminare i popoli (Lc 2,32); di venerare Maria, la Madre del Verbo fatto uomo, con atto di culto che ci collega con le più antiche e venerande liturgie sia orientali, che latine; e di manifestare al Papa l’adesione fedele e cordiale di Roma, come a suo padre e a suo vescovo. Grazie, Fratelli e Figli diletti! Ridondino spiritualmente sopra di voi e su quanti in voi sono personificati i doni e i sentimenti onde voi recate a Noi nobile segno e dolce conforto.
Quanto bello sarebbe indugiare in questa avvertenza di così abbondanti e così commoventi valori religiosi, storici, ed ecclesiali! Quanto. fecondo di alte riflessioni sarebbe con voi considerare il volto della pietà romana, ignoto ai più e velato oggi dall’aspetto della città moderna, caro e rispettabilissimo anch’esso, ma purtroppo quasi dimentico delle linee sacre della sua antica, affascinante fisionomia religiosa, e non sempre fiero quanto dovrebbe delle straordinarie ricchezze d’arte, d’archeologia, di pietà, che ingemmano, come nessun’altra città al mondo, la sua «forma» regale. Voi Ci offrite, quasi in visione trasparente sui secoli e sui luoghi della nostra Roma cristiana, la sequenza sacra e gentile della spiritualità incomparabile, che emana dalla sua storia, maestra ai popoli, ai santi, dell’ineffabile sua arte del credere e del pregare; e Ci procurate la dolcissima consolazione di dimostrarci con i fatti parlanti, con i cuori fedeli, che quella storia non è un segno di tempi sepolti, non è una poesia leggendaria sciolta nella prosa della presente realtà materialista, ma è un canto che continua, una voce ancor viva che intona una strofe nuova, forse ora come non mai piena e sonante, di coscienza, di cultura, di tormentato e appassionato amore.
Di questo Noi vogliamo oggi felicitarci con voi: della persistenza, anzi della reviviscenza della pietà romana, che vediamo con immenso piacere altrettanto erede gelosa e felice dei tesori liturgici della sua tradizione, così autorevole e pontificale, e così popolare e spontanea, quanto la vediamo in voi sollecitata a ravvivare di espressioni autentiche e nuove, quali la recente Costituzione sulla sacra liturgia prescrive, il suo respiro religioso.
E sopra un punto vogliamo si accentuino le Nostre congratulazioni e le Nostre raccomandazioni, quello precisamente che stiamo in questo momento illustrando con questa cerimonia, vogliamo dire il culto a Maria Santissima. Siamo ben lieti della ricchezza, della bellezza, della pienezza, che Roma nostra riserva da sempre, ed oggi non meno, alla Madonna, nei monumenti, nella liturgia, nella pietà dei cuori fedeli. Siamo convinti che a questa fedeltà nella venerazione a Maria è collegata una fontana di benedizioni, come l’adesione alla fede, alla vera fede di Nostro Signor Gesù Cristo, l’affezione al suo Vangelo, lo sforzo di rigenerazione cristiana del costume e del sentimento, la fierezza e la gioia d’appartenere alla Chiesa cattolica, l’intima fiducia d’una protezione materna capace d’infondere negli animi le più forti energie morali, come le più soavi consolazioni spirituali. Beati noi, Fratelli e Figli, che alla scuola della santa Chiesa, siamo educati a questa venerazione alla Madre di Cristo, e che sentiamo, quasi per via d’inconfutabile esperienza, come questo culto, che vogliamo intimo, personale, umano e veramente pio, non ci distacca per nulla dal riconoscimento dell’unica, trascendente, divina sorgente di verità, di vita e di grazia, ch’è Cristo Gesù, sì bene a Lui ci conduce, a Lui ci lega, a Lui ci compagina, come al solo santo, al solo Signore, al solo altissimo nostro maestro e nostro Redentore. Noi sentiamo, sì, che la dottrina ed il culto di Maria ci introducono nel disegno della salvezza, instaurato da Cristo, nel senso, com’è stato ben detto, che nel dogma mariano si «riassume simbolicamente la dottrina cattolica della cooperazione umana alla redenzione, offrendo così quasi la sintesi del dogma stesso della Chiesa» (De Lubac, Méd. sur l’Eglise, p. 242).
Non dobbiamo noi rallegrarci che a questa autenticità di dottrina e di culto ci abbia testé indirizzati l’autorevole, la bella, la densa, la giusta parola del Concilio Ecumenico, con l’inserzione sapiente del capitolo «De Beata Maria Virgine» nella monumentale costituzione «De Ecclesia»? e non daremo noi al titolo di «Madre della Chiesa», che abbiamo riconosciuto come debito a Maria Santissima, in questo preciso momento della maturazione della dottrina sulla Chiesa, il senso di Madre dei cristiani, di Madre spirituale nostra, perché Madre naturale di Cristo, nostro Capo e nostro Redentore? Come parimente è stato ben detto, sotto un aspetto la Vergine è parte, è figlia della Chiesa, sorella nostra, perché come noi, sebbene in modo privilegiato ed eminente, è anch’Ella redenta da Cristo; ma sotto un altro aspetto, perché genitrice del Figlio di Dio fatto uomo, è la «Theotokos», la Madre di Dio, la Regina della Chiesa, la Madre secondo la fede e la carità del Corpo mistico. «Se la devozione s’è soprattutto rivolta all’aspetto individuale della maternità spirituale (di Maria), non è forse augurabile che si completi questa prospettiva e che si attiri l’attenzione dei fedeli sopra il suo aspetto comunitario?» (Galot, Nouv. Revue Théol. dicembre 1964, PP 1180-1181).
Questi vincoli, e ben altri ancora (come quello caro a S. Ambrogio: Ecclesia typus - In Lc 2,7) di Maria con la Chiesa, faranno certamente oggetto, insieme con altri temi di dottrina sulla Madonna, di meditazione, di divulgazione e di celebrazione nel Congresso internazionale mariano, ormai vicino, annunciato per la fine di marzo a Santo Domingo; e Noi facciamo fin d’ora voto che insieme al Nostro Cardinale Legato, Vescovi, Sacerdoti, Fedeli in gran numero e con grande fervore accorrano numerosi da ogni parte del mondo, dall’America specialmente, per rendere onore a Maria Santissima, e per imprimere al culto e alla pietà con cui La vogliamo onorare quell’indirizzo cristocentrico ed ecclesiologico, che il Concilio ha inteso dare alla nostra dottrina e alla nostra devozione verso la Madonna.
Questo indirizzo, che mette nel suo più alto e più vero splendore la «benedetta fra tutte le donne», Noi confidiamo che imprimerà al Congresso il suo carattere Post-conciliare, rinnovatore, moderatore, promotore del culto cattolico mariano, gli darà il merito di ricercare le sorgenti vere e feconde del culto stesso nelle pagine della Sacra Scrittura, negli insegnamenti dei Padri, nelle espressioni liturgiche, nelle speculazioni dei Maestri, nella dottrina tradizionale della Chiesa sia orientale che latina, in modo che lo studio e la pietà dei cattolici verso la Madre di Cristo agli altri meriti aggiungano quelli di riunire intorno a Maria «Mater unitatis» non solo tutti i cattolici che già, in tante diverse maniere, le sono filialmente vicini, ma, Dio voglia, altresì tutti i cristiani, anche quelli ancora da noi separati, ai quali una grande gioia, se già non la godono, è preparata per il giorno della loro integrazione nell’unica Chiesa fondata e voluta da Cristo, quella di riscoprire Maria, umile ed altissima nel posto essenziale assegnatole da Dio nel disegno della nostra salvezza.
Pensiamo perciò che il Congresso Post-conciliare, e con esso il culto mariano nel mondo, si volgerà ad un approfondimento della comprensione e dell’amore dei misteri di Maria, piuttosto che allo sforzo dialettico di estensioni teologiche tuttora discutibili e atte a dividere gli animi invece che ad unirli; susciterà una riflessione sempre più attenta ed ammirata sul contenuto di verità, che è alla radice della pietà mariana, temperando, ove occorra, sentimentalismi non equilibrati o non illuminati, che intorno ad essa scaturissero; incoraggerà cioè una devozione seria e viva verso la Madonna, la devozione che circola nel grande ed unitario piano liturgico della Chiesa, richiamando i fedeli ad una professione di vero amore e ad una pratica di vera imitazione rispetto alla Vergine; amore e imitazione che dimostrino sempre. di più l’immenso valore spirituale e morale del culto mariano.
Sono voti questi che possiamo a noi stessi applicare per onorare degnamente la Madonna in questa sua festività e per avere la fortuna di godere della sua materna protezione e delle sue grazie celesti. Ad assicurare le quali valga ora, diletti Figli, la Nostra Apostolica Benedizione.
Ed ora, pensiamo, vi sarà gradito apprendere quale destinazione daremo, secondo l’uso grazioso e significativo introdotto da qualche anno, a questi ceri benedetti stamane nella festa della Purificazione di Maria Santissima. È un gesto di profondo simbolismo, ben intonato del resto alla ricchezza misteriosa della splendida Liturgia odierna; e, come per gli altri anni, vogliamo che essa sia come un cordiale suggerimento, valevole per il momento presente della vita della Chiesa nel mondo, e indicativo dei sentimenti e degli intenti, che Ci occupano l’animo dopo le indimenticabili esperienze dello scorso anno.
Destineremo pertanto i Ceri, che Ci avete donati, oltre che - secondo la consuetudine - ai nuovi Rappresentanti Diplomatici dei vari Paesi, recentemente accreditati presso la Santa Sede, anche ai ventisette neo-Cardinali, che abbiamo testé chiamati a far parte del Senato della Chiesa; alle Università Cattoliche, che tengono alto nel mondo il prestigio della cultura avvalorata dalla fede; alle chiese e agli istituti di Bombay, unitamente all’illustre Presidente della nobile Nazione Indiana, a rinnovato pegno della Nostra gratitudine per l’accoglienza fatta al Nostro pellegrinaggio dello scorso dicembre; ai Confratelli nell’Episcopato, che hanno concelebrato con Noi il Divin Sacrificio, alla chiusura della terza Sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II; alle chiese della regione del Vajont, che risorgono dalle rovine; agli Istituti Missionari maschili e femminili, che hanno tanto sofferto durante i recenti dolorosi eventi in varie parti del mondo; alle Prefetture della Nostra diocesi di Roma, a testimonianza di animo grato.
Possano questi Ceri portare in ogni luogo un annuncio di letizia e di pace evangelica, insieme alla effusione del Nostro affetto paterno, e alla Nostra Benedizione.
Riserviamo a questo momento della nostra preghiera e meditazione il pensiero sopra il brano del Santo Vangelo che la Chiesa ci presenta in questa particolare Domenica che, come saprete, nel linguaggio liturgico si definisce di Settuagesima. Essa ci informa e dimostra che siamo a una precisa distanza da una mèta che andrà avvicinandosi con la Sessagesima, con la Quinquagesima e quindi con il periodo della Quaresima, che sarà preparazione e prologo a quello della Pasqua di Risurrezione.
A ben riflettere, in questa Domenica cambia interamente il tono della preghiera e della meditazione. Il tempo dell’Avvento e del Natale ci ha portato alla ricerca di Dio, alla conoscenza del Figlio suo unigenito, Gesù Cristo, alla sua Rivelazione con la festa dell’Epifania e con le altre in seguito celebrate.
Ora cambia l’obbiettivo: siamo piuttosto alla indagine, all’esame dell’uomo. In altri termini, nel periodo, che oggi si inizia, la nostra preghiera avrà per tema fondamentale la sorte dell’uomo, la sua salvezza, il mistero della sua redenzione, incominciando proprio da queste domeniche che fanno da prefazione alla Quaresima, per richiamarci ai grandi temi: vero tessuto di sublime pagina religiosa.
Il primo di essi a presentarsi in questa Domenica è proprio la condizione dell’uomo. Chi recita il Breviario - ove da oggi le lezioni del primo notturno sono della Genesi -, chi medita sull’Epistola odierna, vede molto bene in che modo si presenta l’uomo, dopo. la colpa originale. Non è certo una condizione di felicità, non di perfezione; e nemmeno siamo in uno stato terminale completo, cioè di riposo. Si tratta, invece, di uno stato iniziale, che esige sviluppo, opere, educazione, fatica; insomma, questa la realtà, è uno stato infelice. Perché? Perché siamo peccatori; perché abbiamo ereditato una esistenza afflitta dal peccato d’origine; e, inoltre, l’abbiamo aggravata con le nostre colpe; abbiamo cioè reciso il filo della vita, quello che ci congiunge a Dio. Perciò andremmo incontro a sicura completa rovina se il nostro pellegrinaggio terreno si svolgesse senza l’intervento salvatore di Cristo. Privi di questo infinito dono di Dio, saremmo coloro che la Sacra Scrittura chiama «filii irae», i figli della maledizione.
In conseguenza del peccato, il genere umano sarebbe perduto. Ed ecco allora la mirabile impresa del ricupero, della salvezza; la conoscenza di chi ci aiuterà, di quanto occorre fare da parte nostra. Questo, dunque, l’argomento che interesserà le nostre anime, quelle fedeli specialmente, per arrivare al momento beato della Pasqua in cui incontriamo la grande speranza, la grande gioia della nostra redenzione attuata da Cristo e che deve compiersi in ciascuno di noi.
Il Vangelo di quest’oggi ci propone una di quelle grandi parabole che sembrano racconti tenui, divertenti, e sono, al contrario, pagine cosmologiche, pagine immense di antropologia, di teologia; piene, ricolme anzi, di sapienza, verità ed insegnamenti. L’arte del Divino Maestro è appunto quella di rendere più accessibili a noi i misteri divini, mediante tali coloriti racconti e presentazioni paraboliche.
Il tratto odierno dell’Evangelista San Matteo - tutti lo hanno ascoltato e compreso anche se nel trasparente latino ora letto - narra di quel padre di famiglia, proprietario di un campo, che si reca di buon mattino nella piazza per avviare lavoratori alla sua terra. Ne trova subito alcuni; fissa con loro la mercede e li manda al suo podere. Più tardi, e a varie riprese, all’ora di terza e quindi di sesta e di nona, cioè sino al pomeriggio inoltrato, torna ancora alla piazza ed ingaggia nuovi braccianti. Infine esce ancora sul calar del giorno, all’undecima ora, ed assume pure alcuni che non erano riusciti a trovare occupazione sino a quel momento. Si conclude così la prima parte della parabola.
Una seconda ne segue: quella che concerne la retribuzione. Il padrone distribuisce a tutti la stessa mercede. Di qui il malumore dei primi. Che cosa accade? Perché l’imprenditore non dà il compenso in proporzione alla fatica sostenuta? Il padrone risponde: Io do secondo giustizia; assolutamente come avevamo pattuito: se ora rimunero quelli che hanno meno lavorato nella stessa misura usata per gli altri, è perché io preferisco essere buono e generoso. Non posso dunque disporre come più mi piace?
In altri termini, viene qui presentata la duplice azione di Dio nei confronti dell’uomo: la prima è di giustizia, la seconda di misericordia. Si tratta di argomenti di immensa portata, che meriterebbero ampie spiegazioni : ed è ovvio sottolinearne qualcuna.
Sappiamo di parlare, oggi, a una grande moltitudine di operai, di lavoratori: la parabola è come intessuta sul «voca operarios», gli operai al lavoro. Per essere esatti, non è che la parabola voglia, in un certo senso, tracciare il quadro della questione sociale e discorrere del lavoro industriale o manuale come noi l’intendiamo ai giorni nostri. Il concetto della parabola è più vasto, e intende precisare quale posto compete alla operosità, al lavoro dell’uomo. Ed ecco subito la prima norma precettiva, badate che il lavoro è necessario. È un obbligo di principio che concerne l’intera esistenza. Bisogna che la vita umana sia attiva per essere perfetta, per salvarsi. Da ciò deriva una considerazione primaria, che capovolge tante nostre idee: non è lo stato sociale quello che giova alla nostra salvezza, anzi, talvolta, le diverse condizioni possono aggravare la responsabilità. Il fatto di essere ricco, sano, sapiente, di aver fortuna non costituisce motivo determinante per essere salvato. Si salva chi opera. Ci si salva non con l’essere, ma con l’agire; non per ciò che abbiamo ottenuto, ma per ciò che facciamo. Sono le nostre azioni a salvarci. Pertanto, il problema morale che riguarda l’azione diventa fondamentale per tutto l’itinerario sino al traguardo della felicità. Bisogna operare: tale l’insegnamento primo della parabola.
Altri ne seguono: e uno subito circa l’incontro con l’indirizzo sociale moderno, contemporaneo, che fa dell’operosità e del lavoro le manifestazioni tipiche più alte della vita. Noi che ne pensiamo? Risposta semplice e immediata: Siamo d’accordo; condividiamo questo giudizio. Pensiamo cioè che il lavoro, il dinamismo dell’uomo è voluto da Dio, ed è indispensabile per dare alla vita il livello di perfezione, di sviluppo, a cui il Creatore l’ha destinata, come ad altissima mèta. Si tratta, invero, dei rapporti fra l’essere umano e il mondo naturale: con l’obbiettivo di conquista e di trasformazione. Il lavoro, dapprima si appropria delle energie, quindi degli altri elementi, in vista di trarne vantaggi. Pur se le cose sono ostili, inutili, passive e forse anche dannose, egli le tramuta in utili realtà, in buoni coefficienti per la compagine della vita: ne fa ricchezze, ne trae dei beni, fungibili dalle nostre necessità.
Noi siamo dunque pienamente d’accordo nell’esaltare tale aspetto della vita. È d’uopo lavorare; e occorre vedere in ciò il disegno di Dio. Perciò intendiamo essere solerti nell’impegnare il nostro tempo non all’ozio, né a sfruttare quei doni che già abbiamo, ma a bene impiegarli e ad acquisirne degli altri ad usare le forze da noi possedute per il colloquio operante con la natura che ci circonda.
Faremo semmai qualche riserva, qualche osservazione non piccola, in merito alla concezione nostra di siffatti valori e a quella asserita dal mondo d’oggi. E cioè: gli altri non vedono nel lavoro che il valore economico, ovvero il rapporto con le cose che diventano utili. Noi valutiamo ben diverse e superiori considerazioni. Quelli si arrestano piuttosto al lato umano, che perciò viene esaltato; non riflettendo che proprio la caratteristica economica e soltanto operativa si rivela origine di molte lotte, dei disagi di psicologie inquiete che caratterizzano la nostra età. Noi invece guarderemo il lavoro come ci insegna il Signore, anzitutto collocandolo nel disegno divino. Il lavoro è diventato, dopo la nostra mancanza, anche un castigo? Si: «In sudore vultus tui vesceris pane». Dovrai faticare e guadagnarti il pane col sudore della fronte. L’attività umana, che sarebbe stata un esercizio piacevole, s’è cangiata, nell’economia dell’uomo, caduto, come una croce da portare. Ma - sia ben chiaro - non croce di disperazione, e nemmeno di odio, bensì una croce che redime. C’è nel lavoro incalcolabile riserva di beni, di speranza e di virtù che lo rendono, perché viene dalle mani di Dio e a Dio conduce, benedetto.
Da ultimo, ancora una riflessione. Operai e lavoratori che ascoltate, e noi tutti che, operai in questa vita, tutti dobbiamo lavorare, giacché, se fossimo oziosi, saremmo dei peccatori, della gente restia alla grande chiamata di Dio, ricordiamo il precipuo impegno: dobbiamo amare il lavoro. Queste attività che, sovente, fanno tanto tribolare, e molte volte inveire, persino odiare; che suscitano molti sentimenti amari, ribelli e inquieti, devono, nella concezione cristiana, essere guardati con occhio fermo e sereno; devono portare a scorgere, nel programma della esistenza terrena, il disegno stesso di Dio. Perciò occorre accettare, con forza e con rassegnazione, le difficoltà e le pene che la fatica reca con sé al punto da vedere in essa, pur se è sofferenza, la disposizione di Dio che ci fa amare le cose, opera sua; che ci fa amare anche i beni prodotti dalla sagacia umana: il pane, le maniera di vivere, i migliori e provvidi risultati, da diffondere e rendere profittevoli non solo per noi, ma per il prossimo.
È, questo, il mezzo stupendo, che dall’alimento terreno ci innalza a quello celeste: il pane che noi conquistiamo, i beni economici che ci procuriamo diventano quasi un regalo anticipato di un dono ben più insigne che il Signore ha preparato per noi: la sua mercede perpetua, il pane della vita senza fine.
Quindi, piuttosto che applicarci al lavoro con l’animo pieno di rancori, di lamenti, di critiche, eseguiamolo col desiderio vivo di compiere bene il nostro dovere, di rendere giusta, meritoria e onesta la nostra fatica, feconda, pure, delle retribuzioni dovute; e nella speranza che la nostra giornata terrena prepari il premio della giornata eterna. E così sia.
Paolo VI Omelie 1965