Paolo VI Omelie 1967 - INDONESIANO



CONSACRAZIONE EPISCOPALE DI CINQUE NUOVI ARCIVESCOVI

Domenica, 16 luglio 1967

Oh! Cari e venerati Fratelli, che ora avete ricevuto una nuova effusione dello Spirito Santo, e che per sua virtù siete stati elevati alla pienezza del Sacerdozio di Cristo, quale a noi, suoi discepoli e suoi ministri, è dato di conseguire, lasciate che per pochi istanti Noi discorriamo con voi, per il vostro gaudio spirituale, che vuol essere nuovo, ineffabile, traboccante; e per quello dei Confratelli e dei Fedeli, che, vicini o lontani, vi circondano, giustamente convinti di non essere estranei, o semplici spettatori al rito ora compiuto, anzi al mistero celebrato, ma sono consapevoli d’esserne loro stessi, in qualche modo, favoriti e partecipi, quasi illuminati dalla luce, che in voi, lampade ardenti della casa di Dio, si è, per comune fortuna, per generale letizia, mirabilmente accesa.

LAMPADE ARDENTI DELLA CASA DEL SIGNORE

Sì, discorriamo, staremmo per dire, «prout Spiritus Sanctus dabat eloqui illis» (Act. 2, 4), come lo Spirito Santo dava potere di parlare ai presenti al prodigio di Pentecoste, così ora a Noi «ex abundantia cordis» (Mt 12,34), per salutarvi tutti e ciascuno, come in un giorno di grande festa, come nel momento d’una comune scoperta «quia fecit . . . magna qui potens est» (Lc 1,49); sì, ha fatto grandi cose Colui ch’è potente; un avvenimento stupendo, un avvenimento unico, un avvenimento formidabile e irreversibile, un avvenimento massimamente rivelatore della bontà divina s’è ora realizzato, il quale s’innesta non meno nella vostra vita personale, che in quella mistica e sociale della Chiesa, e che Ci obbliga a cercare le parole più alte, quelle che si arrendono all’incapacità di esprimersi e di eguagliare le realtà a cui si riferiscono; a cercare i sentimenti più veri e più commossi; i voti più grandi, grandi come vaticini, non enfatici, non iperbolici, ma tangenti le maestose profondità dei divini disegni.


SULL’ESEMPIO IN PAPA GIOVANNI: «TUTTO E SOLO DI DIO»

Che cosa vi diremo, Fratelli carissimi? A Te, venerato Don Loris, l’assicurazione del Nostro ricordo, in questo momento straordinario, dell’anima grande e pia di Papa Giovanni, che certamente gode, come si gode in Cielo delle cose di questa terra, quando esse appartengono al regno di Dio, di quest’ora misteriosa, e che, Noi pensiamo, sussurra nel cuore del suo fedele segretario le parole ch’egli, Papa Giovanni, diceva a se stesso in occasione della sua consacrazione: «. . . Voglio essere tutto e solo di Dio, penetrato della sua luce, splendente della carità verso la Chiesa e le anime» (Giornale dell’anima, 207).

Così! E al Fratello Nostro, Monsignor Ernesto, di cui ancora ricordiamo le gentili premure in ordine alla Nostra destinazione alla Sede arcivescovile di Milano, presenteremo i Nostri voti, uniti a quelli del Fratello suo Mons. Luigi, Vescovo lui pure e Canonico di questa Basilica, affinché la dedizione, la sapienza e lo zelo, quali reclama l’ufficio a lui commesso nella Nostra Congregazione per i Vescovi, sovrabbondino sempre nell’animo suo, a servizio e ad edificazione della Chiesa di Cristo! A servizio e ad edificazione della Chiesa di Cristo impegnati siete, e siate ognor più voi pure, diletti e venerati Fratelli Nostri, Monsignori Agostino, Antonio ed Amelio, ai quali la Sede Apostolica affida uffici di grande responsabilità e di grande merito, nella lieta fiducia che nelle vostre persone, nella vostra opera, col fulgore della dignità episcopale, risplendano sempre, doverosa ed a voi cara e consueta apologia di questa Chiesa romana, le virtù proprie del Sacerdozio cattolico.

LA SUCCESSIONE APOSTOLICA CHE ATTUALIZZA CRISTO NEL TEMPO

Ma le espressioni augurali non bastano; urge il desiderio di afferrare la realtà sacramentale, che fa grande quest’ora: che cosa, che cosa si è operato di così singolare, perché i nostri animi siano tanto scossi ed invasi da superiori impressioni? Se è impossibile dire, come si converrebbe, sembra doveroso afferrare qualche frammento di tale realtà.

Sì, è avvenuto questo: che una trasmissione di grazia e di potere è avvenuta; una trasmissione che aggiunge nuovi anelli viventi alla catena gerarchica della Chiesa, risalente agli Apostoli e saldata a Cristo; è un’estensione della sua virtù pastorale, santificante e moderante ad un tempo, che da Lui, Cristo, arriva fino a noi; è il prodigio della prima mistica radice di Cristo, che fa sgorgare la sua linfa soprannaturale nelle vostre persone, e dimostra la secolare, perenne vitalità del Corpo mistico e la sua capacità di attualizzare Cristo nel tempo, anzi di mostrarne la sua perpetua giovinezza e la virtù da Lui emanante di nuovi inattesi incrementi. Questo fatto della successione apostolica, di cui ora noi qui celebriamo un illustre episodio, è di somma importanza, come ognuno vede; e allo stesso modo che fa del Vescovo lo strumento, il ministro, che da Cristo tutto attinge: il contenuto e l’autorità del suo magistero, come pure la virtù e la dignità del suo ministero, così lo obbliga ad un’assoluta fedeltà, quella del custode geloso del patrimonio di verità ricevuto (1 Tim. 1Tm 6,20), quella del dispensatore integerrimo ed esatto dei tesori divini ricevuti (cf. 1 Cor. 1Co 4,1 1Co 1 Petr. 1Co 4,10 Tt 1,7), quella del testimonio, che non può tacere (Act. 4, 2O), quella dell’amico iniziato alle divine confidenze (Io. 15, l5), e sempre teso e assorto nell’intimo e ineffabile colloquio col divino Maestro (cf. Io. 15, 4, 9). E acquista oggi questo fatto peculiare risalto nella riaccesa discussione sull’autenticità della vera Chiesa: quale può essere la Chiesa di Cristo, se non quella che si fonda sulla propria ininterrotta e coerente successione apostolica! Così pure nel confronto di certe moderne ideologie, che oggi vorrebbero definire l’autorità gerarchica nella Chiesa come semplice segno e autentica testimonianza della fede e dell’unità della comunità ecclesiale, non è forse questa derivazione da Cristo, tramite gli Apostoli, che fa dei Vescovi «principio e fondamento» (cf. Lumen Gentium, LG 23), e perciò causa - oh!, sì! - derivata e dipendente da Cristo, ma originale e generante rispetto alla vita cristiana dei Fedeli? (cf. 1 Cor. 1Co 4,15).


IL SACERDOZIO È SANTITÀ PER SÉ E PER GLI ALTRI

L’apostolicità! Ecco: la derivazione sacramentale e vitale del ministero episcopale da Cristo; è magnifica cosa! È la ragione della dignità, è il principio dell’autorità, è il pegno della santità, è lo stimolo della magnanimità, è il conforto della spiritualità del Vescovo. Quale Cristo Sacerdote, Pastore e Profeta, tale l'Apostolo; e quale l’Apostolo tale il Vescovo, suo successore.

Ma, Fratelli, questo non è tutto. Sta bene che Noi, considerando fugacemente la realtà religiosa di questa cerimonia consacratrice, guardiamo alla sorgente, guardiamo alla trafila gerarchica che qui attualizza i poteri sacerdotali di Cristo. Ma resta una domanda da farCi: perché? È questa grazia fine a se stessa? Termina questa istituzione divina, ch’è la gerarchia, alle persone che ne sono investite? Certamente queste persone sono inondate di grazia per loro stesse santificante, ma l’intenzione divina è che il Sacerdozio sia soprattutto santificante per gli altri. È un ministero ch’è ora conferito, non un privilegio, non una semplice dignità; è una potestà destinata all’altrui vantaggio; è un servizio affidato a beneficio del prossimo; una responsabilità, che soltanto si giustifica se esercitata per la carità nella Chiesa. Vale a dire che chi è investito della pienezza del Sacerdozio di Cristo è più d’ogni altro tenuto al dono di sé e alla comunicazione dei doni ricevuti; all’esercizio cioè più intenso dei poteri pastorali, che effondono i doni del Vangelo per l’edificazione della Chiesa, per il conforto del Popolo di Dio. Si vede allora che apostolicità e apostolato sono correlativi; punto di partenza la prima, punto d’arrivo il secondo. Questa è la traiettoria del disegno divino, che attraversa le persone chiamate a fungere «in persona Christi». E se queste persone, che siamo noi, miseri eletti al sacerdotale servizio, esultano, pur trepidanti, guardando meravigliati alla sua origine, tremano invece e piangono guardando alla sua destinazione, che tanti doveri, tante difficoltà, tanti sacrifici a noi presenta. Ricevere e dare è il ministero a noi conferito; e se il ricevere ci è di somma gioia, perché si riferisce alla ricchezza di Cristo che in noi si riversa; dare invece ci riempie di trepidazione, perché mette in evidenza la nostra esiguità e la nostra fragilità.

LE VARIE MISSIONI STABILITE DALLA CHIESA

Ma è ancora una volta il caso di ripetere, con San Paolo: «Gratia Dei sum id quod sum», quel che sono, lo sono per grazia di Dio (1 Cor. 1Co 15,10); ed ecco che la fiducia, la forza interiore, la pace rinascono nei cuori, pronti ormai alla missione, che a ciascun ministro è assegnata dall’autorità della Chiesa. Voi già la intuite questa missione. Non sarà facile per alcuno, nei tempi che corrono. È segnata fortemente dalla croce. Ma sarà la missione di Cristo; e tanto basta per togliere dagli animi ogni timore, e per riempirli dell’audacia dell’amore, quale ormai Cristo attende da voi, quale parimente la Chiesa (cf. Act. 20, 24). A tanto vi esorta e vi conforta la schiera delle persone che vi vogliono bene; a tanto la Nostra Apostolica Benedizione.



VIAGGIO APOSTOLICO AD ISTANBUL, EFESO E SMIRNE

SANTA MESSA NELLA CHIESA DI SANT'ANTONIO AD ISTANBUL

Mercoledì, 26 luglio 1967

È grande la Nostra consolazione nel trovarCi questa mattina in mezzo alla fervorosa comunità cattolica di questa splendida città, nel cuore del noto quartiere della via di Pera, ove sorgono anche altre benemerite e attive parrocchie, come quella di Santa Maria Draperis, affidata ai Frati Minori, e di San Pietro, curata dai figli di San Domenico. Desideriamo pertanto esprimervi la pienezza dei Nostri sentimenti, in quest’ora di raccoglimento, durante la celebrazione dei santi Misteri: e porgervi il Nostro saluto e il Nostro incoraggiamento, con parole che vorrebbero effondersi in un colloquio più spiegato e diffuso, se gli impegni di questa giornata pienissima, e conclusiva del Nostro viaggio, Ce ne concedessero la pur desiderata opportunità.

Ma una parola vogliamo dirvela, diletti Figli e Figlie, che vi stringete in preghiera attorno all’altare della Nostra Messa. Anzitutto per esprimere il Nostro compiacimento ai buoni Francescani, i Frati Minori Conventuali, che reggono questa parrocchia, e, nella luce irradiante di Sant’Antonio, ne hanno fatto un centro di viva pietà e di culto devoto. La chiesa ha già di per sé un indiscutibile prestigio, per la solennità composta e maestosa delle sue linee architettoniche, che conciliano il raccoglimento e la preghiera: merito delle anime generose, che ne vollero la costruzione con vero sacrificio. Essa era prediletta dal Nostro compianto Predecessore Giovanni XXIII, il quale, quando qui adempiva il servizio della Sede Apostolica in qualità di Delegato Apostolico, amava soffermarsi e non poche volte vi predicò la novena per la festa del Santo titolare. Caro e buono Papa Roncalli, a cui tanto erano gradite le forme anche più umili della popolare devozione, portandovi il fervore della sua grande anima! Il suo ricordo è, anche qui, imperituro. A tali titoli, che raccomandano questo tempio alla Nostra attenzione, aggiungasi il fatto che la devozione al grande Santo portoghese, divenuto italica gloria per il suo glorioso sepolcro nella omonima basilica di Padova, vi è molto sentita, ed essa oltrepassa perfino la cerchia pur ampia della comunità cattolica. E, nel nome di Sant’Antonio, la grande, la genuina, la vigilante carità che non ha confini, qui ha saputo accomunare e affratellare le anime, di ogni provenienza e convinzione. Onore a voi, figli di San Francesco, onore a voi, sacerdoti e religiosi delle altre parrocchie ed istituzioni cattoliche, che curate gli interessi spirituali in questa nobile terra, col decoro dei sacri riti, col fervore genuino che cementa inscindibilmente i cuori, col fascino di sincere e vissute virtù umane e cristiane! Il Signore vi premi, vi assista, e benedica i vostri sforzi.

Ma il Nostro saluto vuole abbracciare altresì tutto il Popolo di Dio, che qui oggi si raccoglie, rappresentanza eletta dei cattolici di questa città e dell’intera Turchia: le Suore operose e silenziose, a cui tanto si deve per il loro prezioso apostolato, per l’assistenza umile e nascosta che prestano a tante necessità, per la testimonianza che danno con la loro semplice presenza nel mondo; e voi tutti, ottimi genitori, giovani generosi e pieni di speranza, fanciulli diletti. Tutti, tutti, vi salutiamo, tutti abbracciamo, e proprio non vorremmo dimenticare nessuno, pregandovi di dire ai vostri cari, tornandovene a casa - specialmente a quelli che sono provati dalla sofferenza - che il Papa li ama, e Si aspetta tanto dalla loro fede.

Sì, diletti Figli e Figlie, è questo il Nostro ricordo, anzi la Nostra parola d’ordine, che vi affidiamo a memoria dell’odierno incontro di anime: Ci aspettiamo tanto dalla vostra fede. Il Nostro viaggio, come abbiamo detto fin dal primo suo annunzio, si compie all’alba dell’Anno della Fede, nella venerazione di luoghi che ben a ragione devono dirsi privilegiati, per i monumenti di fede che racchiudono, e per il significato che rivestono per noi, eredi lontani e, vogliamo sperare, non immeritevoli. Il ricordo dell’Anno della Fede sarà per sempre legato nel cuore - per Noi e per voi - a questo Nostro viaggio di unità e di amore. Ebbene, sappiate sempre mantenere alta la fiamma della fede! Il Concilio Ecumenico, nel ricordare ai laici la loro partecipazione al triplice ufficio, sacerdotale, profetico e regale di Gesù Cristo, li ha istantemente esortati a vivere di fede, esercitando il sacerdozio comune dei fedeli «col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e l’operosa carità» (Cost. dogm. Lumen gentium, LG 10) e diffondendo «dovunque la viva testimonianza di Lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità» (ibid. n. 11).

Noi siamo certi che voi risponderete a questo appello, rendendo a Gesù quell’amore concreto, che diventa «lode di gloria» (cf. Eph. Ep 1,6-14) per il Signore, gioia intima per se stessi, luce d’esempio per gli altri. Mantenetevi fedeli con piena adesione dell’intelligenza e dell’affetto, della mente e del cuore; e la grazia del Signore sarà sempre con voi, a confortarvi, a guidarvi, a illuminarvi, a farvi sentire - ve lo diciamo con le parole di San Paolo - non già «stranieri e pellegrini, ma concittadini dei Santi e membri della Casa di Dio, sopraedificati sul fondamento degli Apostoli e dei Profeti, con lo stesso Cristo Gesù quale pietra angolare, in cui tutta la costruzione, ben compaginata, cresce come tempio santo del Signore» (cf. Eph. Ep 2,19-21).

È il Nostro augurio, diletti Figli e Figlie, la Nostra preghiera, la Nostra Benedizione.



SOLENNE CELEBRAZIONE NELLA CHIESA PARROCCHIALE DI CASTEL GANDOLFO

Festività di Maria SS.ma Assunta in Cielo, 15 agosto 1967

SALUTO ALLE AUTORITÀ E AL POPOLO

Ringraziamo il Signore - così il Santo Padre all’inizio della sua Esortazione - che ancora Ci dà la letizia di celebrare con voi l’odierna festa, tanto ricca di significato teologico e così aderente al cuore del popolo cristiano, poiché interessa sia la nostra esperienza, sia la nostra speranza nella suprema mèta che dobbiamo raggiungere.

Cogliamo perciò molto volentieri questa occasione per il ricorrente duplice incontro: con quanti in Castel Gandolfo circondano il Papa e sono a Lui più vicini; e meditando alcuni punti di riflessione che la grande solennità Mariana ci offre.

Il primo pensiero del Papa va al diletto Cardinale Pizzarda, che ha il titolo della Diocesi di Albano, nel cui territorio è Castel Gandolfo; quindi al Cardinale di Jorio, presente al sacro Rito, che tanto interessamento dimostra per il bene della comunità cittadina; al Vescovo Diocesano, che ha ricevuto il Santo Padre all’ingresso del tempio; al Parroco e al Clero tutto di Castel Gandolfo e della Diocesi di Albano; al Seminario; ai Religiosi e alle Religiose; alle associazioni dell’Azione Cattolica ed agli altri sodalizi di militanti.

Un saluto speciale il Santo Padre di quindi alle autorità civili: al Sindaco - esemplarmente fedele a questi incontri - e a coloro che lo coadiuvano nella amministrazione della città: al Direttore delle Ville Pontificie; a tutte le brave persone che esercitano un’attività o un impiego a vantaggio del popolo. Tale saluto, infine, l’Augusto Pontefice desidera estendere a tutto il territorio, assai vasto, della parrocchia, sino al nucleo di Pavona; anzi all’intera diocesi di Albano, invocando sulle singole persone e famiglie le più copiose grazie del Signore.


AVVICINARSI ALLO SPLENDORE DI MARIA

Ed ora - prosegue Sua Santità - dobbiamo guardare in alto: impegnare per alcuni istanti la nostra mente sul tema della festa odierna: l’Assunzione di Maria Santissima in Cielo. Il prodigio ci attrae come una vivida luce accesa sopra di noi; ma essa, appunto perché tanto splendida ed alta, sembra essere inaccessibile nel suo significato vero. Ne deriva una incolmabile distanza tra noi e la Madonna, il cui trionfo intendiamo onorare e celebrare.

E la distanza che corre fra terra e Cielo; fra noi, umili mortali, e la Tutta Santa, la Privilegiata, della quale non esalteremo mai abbastanza le fortune, le virtù, le grandezze, i misteri, poiché in Lei si svolge il disegno dell’Altissimo per la salvezze del mondo.

Chi è, dunque, questa Eletta, che è stata l’oggetto di così eccezionale scelta, per cui è la «benedetta fra tutte le donne»? È Maria.

Ed ecco che, solo a pensare la sua vittoria sulla natura, ci sentiamo smarriti al cospetto di tale incommensurabile grandezza. Avvertiamo l’immenso divario tra la nostra povera umana miseria e il suo incomparabile fulgore; tra la nostra insufficienza e la pienezza di grazia in Lei profusa, e anche il suo destino finale - unico al mondo dopo quello di Cristo - di conseguire la sorte singolarissima, mentre dura la storia del mondo e non è ancora venuto l’ultimo giorno, di essere associata, in anima e corpo, al Figlio suo nella gloria misteriosa del Paradiso.


GLI ACCENTI SUBLIMI DEL «MAGNIFICAT»

È ovvio porsi una domanda: che cosa sappiamo noi di questo Cielo, di questo Paradiso? Possediamo, sì, delle nozioni certe e profondamente dense di significato. Però, quando la nostra mente cerca di misurarle, si rivela incapace; e perciò la festa odierna potrebbe originare quasi timidezza e confusione, a meno che noi riusciamo a considerarla un po’ più da vicino.

In che modo? Il brano del Vangelo testé letto - P quello disposto nella liturgia dell’odierna festività dall’alta mente di Pio XII di v.m. - applica alla Assunzione l’alto commento che Maria stessa ne ha fatto, anticipando profeticamente l’epilogo meraviglioso che stiamo meditando.

La Madonna, nel cantico Magnificat, ha già aperto il Cielo sopra di Sé e ci lascia vedere in qual modo Ella abbia meritato una ventura singolare, unica, sì da sconfiggere tutte le misure, i limiti, la caducità della nostra povera esistenza umana, e di entrare subito, in pienezza, nella ineffabile vita futura, eterna; gloriosa, che il Signore le ha assegnato.

È chiaro, quindi, che noi dobbiamo concentrare il nostro spirito sul mistero d’origine e massimo: la Maternità divina di Maria. L’Onnipotente l’ha prescelta per dare vita umana al Figlio di Dio: qui è la spiegazione d’ogni portento.

Ed ecco: proprio Maria Santissima ci invita ad avvicinarci a tanta grandezza.

Si tratta dell’aspetto umano che il Signore ha voluto riconoscere nella elezione di Maria. La Madonna stessa lo dice: «Exaltavit humiles». Ha sollevato l’umiltà, ha innalzato chi si riconosce e si dichiara piccolo dinnanzi a Dio. Da ciò consegue che se noi facciamo molto bene a lodare la gloria abbagliante della Madre Celeste, non dobbiamo trascurare di appressarci con fiducia alla realtà umana, storica, di Lei.

Come era la Madonna? Ella medesima si è collocata tra gli umili, i poveri, i semplici: al nostro stesso livello; anzi, all’ultimo posto.


UNA LEZIONE CHE SUPERA IL MONDO

Altra lezione per quanti sono usi a considerare le cose con occhio freddo e superficiale: il suo stato sociale era modestissimo, una donna del popolo, diremmo. Non possedeva qualità esteriori che la distinguessero, pur se una dinastia regale era finita proprio nella sua persona. Apparteneva alla moltitudine più comune. Perciò se ci avviciniamo a Lei e la guardiamo nel cuore, notiamo che d,avvero la Madonna sente di Sé una profondissima umiltà: «Ecce ancilla Domini»: ecco la serva del Signore.

Nell’epopea del Magnificat, scorgiamo aspetti di umiltà ancor più profonda. La potremmo definire umiltà di pensiero, umiltà filosofica. C’è evidente il concetto sostanziale, vissuto, della dipendenza, della derivazione assoluta da Dio: per cui quanto noi siamo ed abbiamo viene definito non quale merito nostro, bensì esclusiva benignità del Signore. Oggi, invece, è assai diffuso il costume di vantare la propria personalità e indipendenza, il proprio giudizio, al punto da volersi sottrarre al dominio, ai voleri del Creatore. In tal modo si cade nell’assurdo, a causa dell’orgoglio e della vanità. Peggio ancora quando l’uomo, che è una piccola unità nel creato, attribuisce a sé ciò che possiede; e dimentica d’essere debitore, poiché, ripetiamo, ogni cosa a lui assegnata è dono di Dio.

Riconoscendo tale verità, dobbiamo sentire una gratitudine fondamentale; e la dipendenza assoluta da un eterno principio, da una sorgente unica, da un Padre, dal quale tutto deriva. Perché nel mondo contemporaneo c’è l’insofferenza, l’incredulità, l’irreligiosità verso Dio? Perché non pochi uomini si ritengono sufficienti, emancipati, padroni di se stessi.

La Madonna, al contrario, ci insegna che veniamo da Dio ed a Lui siamo soggetti e tributari: «Respexit humilitatem». Il Signore ha guardato questa piccolezza: l’ha colmata di favori e sollevata a sublime gloria.


LA REGINA CLEMENTE E BENIGNA

La sintesi dell’esempio di Maria è molto importante. Anzitutto per stabilire la facilità del rapporto tra noi e la Madonna. Sì, Ella è nel Cielo, è unica, e tutti noi sorpassa in maniera incalcolabile. Nondimeno la Madonna è umile; è una Regina misericordiosa, che ama discendere tra i poveri e dispensare il bene: è quindi accessibile. Nessuno di noi è messo alla porta; nessuno può considerarsi escluso, perché Maria, appunto, ci dà il senso della fratellanza e solidarietà delle dimensioni umane, alle quali partecipiamo.

Inoltre la Madonna suscita in noi grande confidenza e speranza. Se la sorte di Maria è stata quella che oggi celebriamo, non può essa diventare anche la nostra? Non possiamo forse noi aggrapparci al manto di gloria di tanta Madre e dire: perché, o Maria, non concedi a ognuno di noi la stessa letizia? Sì che lo possiamo, anzi lo dobbiamo. La gloria di Maria non è un abisso, che ci separa da Lei, ma una sorgente di speranza che a Lei ci conduce. Noi dobbiamo coltivarla intensamente questa speranza, per imprimere una nota religiosa alla nostra psicologia. Potremo davvero ritenerci quel che siamo: candidati alla vita eterna. Accogliere degnamente la pioggia di grazie riversata dal Signore su di noi; e, accettato e riconosciuto tale beneficio, amarlo e desiderarlo sempre, ponendoci così, per quanto è possibile, nella stessa disposizione della Madonna. Suo è il grande insegnamento: sentire alla perfezione la magnificenza dei doni di Dio e la propria piccolezza: «Fecit mihi magna qui potens est». Grandi cose di me ha fatto il Signore, ma le ha largite alla umiltà della sua Ancella.

In proporzioni certamente minori, minime, anche noi possiamo inneggiare a tanta realtà, E, anzitutto, si riaccenda nel nostro cuore la speranza di imitare un po’ la Vergine Santissima, con l’essere buoni, umili, sinceramente cristiani, autentici seguaci del Signore. Tutto ciò è sorretto dalla speranza .- e molti devono riaccenderla - della vita futura ed immortale, della sorte che ci attende al di là del tempo; la speranza che trasforma le ansie del mondo. C’è, oggi, un grande travaglio nelle vicende umane, perché non si accetta come si dovrebbe il Regno di Dio; e gli stessi ideali del civile consorzio, la pace, la liberti, la giustizia, sono in decadenza.


«TU SEI LA NOSTRA SPERANZA, O MARIA!»

Orbene, la devozione alla Madonna, innalzata sopra di noi nella luce delle sue virtù, segnatamente della sua umiltà - che tutto riconosce da Dio e perciò tutto da Dio riceve - deve rifiorire più che mai nella nostra anima.

Proprio questo rifiorire di speranza filiale, commossa, e quasi profetica - aggiunge il Supremo Pastore - abbiamo sentito or è qualche settimana, visitando Efeso.

La città del terzo Concilio Ecumenico Ci è particolarmente cara, poiché in quel Concilio Maria fu riconosciuta ed acclamata Madre di Dio. Gesù Cristo è Dio, quindi la Madonna è Madre di Dio, per il Mistero della Incarnazione.

Adunque, tra le rovine dell’antichissima basilica, ove per la prima volta echeggiò la stupenda conquista del pensiero cristiano, la proclamazione del dogma della Madonna Madre di Dio, abbiamo cantato la Salve Regina. Il Papa è certo che quanti erano con Lui in quel momento hanno avvertito che qualche cosa di misterioso, di grande passava sulle loro anime nel rivolgere alla Madre di Dio la fiduciosa invocazione. Con Lui tutti i redenti saranno felici di ripeterla, quale segno di totale rinnovamento: «Spes nostra, salve» : Tu sei la nostra speranza; noi Ti celebriamo, noi Ti salutiamo, o Maria!



PELLEGRINAGGIO DELLA DIOCESI DI ALBANO

Domenica, 3 settembre 1967

PER TUTTI IL CUORE E LA PAROLA DEL PAPA

Il Santo Padre rivolge anzitutto vari saluti, incominciando da quello al Signor Cardinale Pizzarda e al Vescovo di Albano; e quindi al Clero, alle autorità civili, alle Famiglie religiose, ai sodalizi di Azione Cattolica, di assistenza e di carità; e, in modo speciale, ai giovani, ai lavoratori sia dell’agricoltura che dell’industria.

Inoltre Sua Santità fa riferimento a due categorie di assenti. La prima è quella degli ammalati sia negli ospedali e cliniche, sia nelle proprie residenze; dei vecchi, dei sofferenti in genere. Ad essi un particolare pensiero di affetto e di augurio con l’assicurata preghiera e la benedizione del Papa.

La seconda categoria di assenti è quella di coloro che non hanno voluto partecipare alla Udienza a motivo di antichi rancori, diffidenze, ostilità al!a religione, pretendendo di vivere, come dicono. fuori della comunità cristiana. Appartengono essi alla Chiesa? Per il Papa, certamente sì; poiché sono dentro il suo cuore ed hanno tutto il suo affetto, che si traduce in sollecitudine paterna, in speranza e stima, in fiduciosa preghiera. A tutti i lontani, perciò, vanno egualmente oggi il pensiero ed i voti del Padre.


CONOSCERE IL MONDO PRESENTE E VIGILARE

Ed ora - continua Sua Santità - tutta la serie di saluti testé espressi è da considerarsi forse come l’incontro cordiale di persone che si conoscono e scambiano una parola, per proseguire, subito dopo, ciascuna nel proprio cammino? Non è così. Il saluto del Papa è una specie di chiamata, di invito c non si esaurisce In se stesso. Intende arrivare al cuore di ogni visitatore e ascoltatore per dire: vieni accanto a me, a parlarmi, a sentirmi. Così il gesto amabile del Pastore e del Padre è un appello in nome di Nostro Signore Gesù Cristo per destare, nell’intimo dei cuori, il senso genuino della vita. Qual è la mèta ultima; quali sono i doveri; e dove si ripongono le speranze degli uomini? La parola del Papa è appunto diretta a ricordare a ciascun redento: tu sei creato da Dio e sei destinato a tornare a Dio. La vita è una vocazione; essa ha il suo preciso destino e quindi la sua aspettativa; ogni elemento nel tempo deve perciò compendiarsi nella realtà della luce emanante dal Redentore.

Da ciò consegue che la vita cristiana non è un lago stagnante. È un esercito di anime vibranti, le quali sono pronte, pregano, vegliano, operano; tutte hanno qualche cosa da chiedere e da offrire. È ovvio incominciare dai giovani. A ognuno di essi il Santo Padre vorrebbe ricordare: perché vivi? Lo sai che devi compiere una missione? Sei convinto che ogni singola vita possiede un suo compito affidatole dal Signore?

Bastano questi. semplici spunti per ridestare nelle coscienze, specie in quelle dei giovani, il desiderio di conoscere quanto mirabile e grande è il destino da Dio assegnatoci.


NECESSITÀ DI UNA SCELTA FELICE

Noi vogliamo in questo momento - tale la premessa del Santo Padre alle varie parti del suo Discorso - compiere un atto di riflessione sulle cose della nostra età, del nostro tempo. Come caratterizzare il momento storico, sociale in cui viviamo?

A tutti è chiaro che l’ora presente costituisce uno stato, anzi un movimento di attesa. C’è qualcuno che, oggi, si appaga di rimanere inerte? No. Tutti vogliono qualche cosa di nuovo; tutti aspettano quanto si augurano che debba succedere; e moltiplicano in conseguenza le aspirazioni. Il tempo nostro ha scosso gli animi, per cui in tutti domina non la tranquillità, bensì l’agitazione.

Ebbene, quale l’insegnamento da questa prima osservazione? La risposta è nel Vangelo: noi dobbiamo essere nell’attitudine, ivi definita: di operosa vigilanza. Bisogna essere desti. Il Cristianesimo non è fatto per la gente che dorme, per chi, senza aspirazioni di sorta, vive meccanicamente, in maniera abitudinaria, immobile nella propria inerzia, lasciandosi portare dalla consuetudine. Se dunque v’è un disagio che scuote ed agita gli uomini, ecco il Signore a dirci esplicitamente: vigilate, state attenti, aprite gli occhi, ascoltate le voci. L’anima va tenuta, quindi, in stato di. pronto ascolto, e non certo nel torpore di stanchezza, e tanto meno di pigrizia, decadenza, scetticismo o sfiducia. Il monito è: pienezza di attenzione.

Si è sovente detto che la religione cristiana addormenta gli intelletti; è un oppio, asserì qualcuno. Non è vero. Se autentica è la vocazione, se autentica la vita cristiana, essa toglie ogni letargo ed obbedisce all’ingiunzione di Gesù ai discepoli: vigilate, siate desti. E cioè: usate la vostra coscienza, il vostro pensiero nel guardarvi intorno, nel cercare di capire sempre. Abbiate l’anima aperta - come oggi si dice - alle cose che vi circondano, e arriverete così a comprendere il senso giusto della nostra età e del nostro tempo.

Da questa fondamentale vigilanza emerge un primo dovere. È necessario sempre cercare di essere informati. Se abbiamo una benda sugli occhi, non conosceremo mai la strada da percorrere, né potremo ammirare il paesaggio circostante. Eliminiamo lo schermo e poniamo ogni impegno a vedere? a intendere e vagliare notizie.

Ora è risaputo che la informazione avviene attraverso due fonti. La prima è quella dei mezzi attuali della radio e della televisione, che ci pongono a contatto con le realtà giorno per giorno, si direbbe ora per ora. L'altra fonte è la stampa, nei suoi vari gradi. Va aggiunto che quest-i mezzi, i quali riescono a tenere tanto accesa l’attenzione, la coscienza degli uomini del nostro tempo, vanno anch’essi bene considerati. Dobbiamo cioè renderci conto se questi strumenti sono veramente informativi; se sono maestri e ci dicono la verità; se ci guidano e suscitano pensieri utili e buoni. In altri termini: volete essere gente del nostro secolo e gente sveglia? Cercate di attingere alla buona stampa - come si diceva una volta e come si dovrebbe dire anche oggi - adoperatevi ad ottenere le informazioni utili per la vita. Non rimanete nella ignoranza accidiosa; non siate pecore che camminano con la testa bassa; non chiudete gli occhi perché d’intorno troppe sono le cose che danno il capogiro e frastornano. Cercate - e ve lo dico nel nome del Signore - di essere intelligenti, di essere svegli, di capire le cose; e perciò lasciatevi guidare dalla informazione più adeguata, anzi suprema e perfetta, per condurre nel miglior modo la vostra vita: cioè la parola di Dio, l’istruzione religiosa, la scienza della esistenza terrena e della vita riservataci per l’eternità. Siate, o figliuoli, avidi, assetati di istruzione religiosa; siate realmente capaci di dare alle vostre anime non quattro rispostine di catechismo, tanto per superare un breve periodo di istruzione o un momento di esame. Abbiate sempre la brama della verità, di quella verità che ci pone a contatto con Dio, Via, Verità e Vita; che spiega i nostri destini e ci dà la scienza dei valori del nostro tempo e della nostra società. Siate cristianamente intelligenti.

Ad ottenere un tale felice risultato, il Santo Padre rivolge anzitutto al degno Presule della popolazione rappresentata nella Udienza l’invito ad essere sempre più, per le anime a lui affidate, il maestro, la guida, il Pastore zelante. A loro volta i sacerdoti non si stanchino mai di essere bravi interlocutori con quanti li ascoltano, impartendo in maniera perfetta la lezione di insegnamento religioso, predicando nella maniera più opportuna e adeguata, traducendo e diffondendo la ricchezza di verità di cui i sacerdoti sono custodi, E gli insegnanti, i dirigenti dei vari ceti e gruppi procurino di essere sempre sospinti da questo impegno di trasfusione della verità, e di tenere intorno a sé un popolo vigile, attento, volenteroso nella sua tensione spirituale, che deve preparare non soltanto i tempi nuovi, ma il conseguimento dei destini degli alunni e discepoli.


Paolo VI Omelie 1967 - INDONESIANO