
Paolo VI Udienze 1969 - Mercoledì, 22 ottobre 1969
Diletti Figli e Figlie!
Tutti sapete che in questi giorni è stato celebrato il Sinodo straordinario dei Vescovi. Per quale scopo? Per studiare come meglio configurare l’ordine gerarchico nella Chiesa dopo che il Concilio ha messo in rilievo l’aspetto collegiale dell’Episcopato avente il Papa per suo capo, e per realizzare così, anche nel ministero pastorale del popolo cristiano una più stretta, più cosciente, più operante comunione. Deve così avere ampio riconoscimento il carattere universale della Chiesa, con le sue particolari e subordinate autonomie locali; e deve essere promosso il suo carattere unitario e organico, in modo che ella sia ed apparisca sempre meglio, secondo il volere di Cristo, un corpo solidale e ordinato, gradualmente corresponsabile nella diversità delle funzioni gerarchiche e dei doni spirituali. A ben guardare, si tratta di dare alla carità animatrice della Chiesa una più intensa, più ordinata, più operante attività. Speriamo e preghiamo affinché il Signore stesso ci aiuti a progredire in questo progresso della carità ecclesiale. Ora questo fatto, tipicamente post-conciliare, non riguarda solo l’ordine episcopale, riguarda a suo modo tutta la compagine del popolo cattolico.
Possiamo, a distanza di tanti secoli, fare Nostra per voi la parola di San Paolo: «Cresce la vostra fede (ricordiamo: questa è la condizione prima, la fede, questa la radice di tutto), e aumenta l’amore di ognuno di voi verso gli altri» (2 Thess 2Th 1,3 2 Thess ). La vita della Chiesa è così; essa trova sempre rifioritura di nuove forme nell’attingere la sua linfa nella fecondità dei suoi divini principi: qui il principio, dopo quello della fede, è la carità.
APPROFONDIRE IL «SENSO DELLA CHIESA»
La quale, in questa sua generale applicazione e in questa sua contingente modernità, prende il nome di comunione. È una parola questa che faremo bene a meditare. Essa dice più di comunità, ch’è fatto sociale esteriore; dice più di congregazione, più di associazione, più di fraternità, più di assemblea, più di società, più di famiglia, più di qualsiasi forma di solidarietà e di collettività umana; dice Chiesa, cioè umanità animata da uno stesso principio interiore; e questo principio, non solo sentimentale e ideale o culturale, ma mistico e reale; animata cioè da uno Spirito vivificante, lo Spirito di Cristo, la sua grazia, la sua carità, col duplice effetto di distinguere chi vive di questo principio santificante con uno stile originale di pensiero e di costume, che chiamiamo cristiano, e di compaginarlo in un corpo sociale, visibile e ordinato, che chiamiamo appunto la Chiesa.
Sono cose conosciute, ma che ora acquistano una forza significativa importantissima. Bisogna che diventino coscienti e che informino maggiormente la nostra spiritualità e il nostro comportamento sociale. Bisogna approfondire il «senso della Chiesa», e lasciarci educare da esso.
IL PRECETTO DELLA SUPERNA AMICIZIA
Prima ancora di renderci conto degli effetti esteriori, ch’esso è destinato a produrre nelle strutture e nella vita pratica della Chiesa, Noi vorremmo oggi fermare un istante l’attenzione sul primo significato di questa misteriosa parola: comunione. Cioè sul suo significato di comunione con Cristo.
Pensiamoci bene, perché l’altro significato di comunione ecclesiale dovrebbe dipendere da questo primo significato individuale, interiore, invisibile, anche se ha sue proprie modalità teologiche.
Per noi ora diciamo: bisogna essere in comunione vitale con Cristo. In questa comunione è l’aspetto personale che viene in considerazione. Anzi l’aspetto intimo, spirituale, che si verifica nelle profondità del nostro essere, alle quali la nostra coscienza non arriva, se non per fede, e per alcune rare e imperfette esperienze. I mistici sono in questo campo i più esperti. Ma ciascuno di noi deve poter dire: «Vivo non più io, ma vive in me Cristo» (Ga 2,20). Questo senso di comunione interiore con Cristo, di convivenza personale con Lui, d’inabitazione di Lui nella nostra anima (cfr. Eph Ep 3,17) dovrebbe ardere sempre come una lampada accesa dentro di noi, e dovrebbe modificare assai quella coscienza di noi stessi che chiamiamo la nostra personalità, senza per questo inceppare la nostra spontaneità, né esprimersi in bigotteria.
E che il Signore tenesse molto alla nostra comunione con Lui ce lo dice una sua dolcissima ed estrema parola, da ascoltare in attento silenzio; ed è questa; «Rimanete nel mio amore». Questo verbo «rimanere» doveva essere abituale sulle labbra del Signore, se lo troviamo tante volte ricorrente negli scritti di San Giovanni evangelista (67 volte, ci dicono gli esegeti, delle quali 40 nel suo Vangelo), con vari significati, fra cui prevale quello spirituale, anzi mistico, che a noi pare espresso in pienezza nella breve frase citata: «Rimanete nel mio amore» (Io. 15, 9; cfr. PECORARA, De verbo «manere» apud Ioannem, in Divus Thomas, 1937, PP 159-171).
VINCOLO STABILE
Questa dolce e profonda parola bisogna pensarla nel contesto dei discorsi del Signore pronunciati dopo l’ultima cena; essa risente dell’intensità di quell’ora notturna, preludio della Passione e tutta pervasa dalla gravità patetica e dalla commozione contenuta dell’estremo saluto, che Gesù dà ai suoi discepoli, chiamati amici quella sera (Io. 15, 14-14) e fatti depositari delle sue ultime confidenze, delle sue ultime volontà: «Rimanete nel mio amore».
Che cosa intende dire il Signore con questa raccomandazione piena di tenerezza e di forza? Che i discepoli dovevano perseverare nell’amoroso ricordo di Lui, come poco prima, dopo l’istituzione dell’Eucaristia, aveva detto: «Fate questo in memoria di me»? (Lc 22,19); ovvero voleva dire che i discepoli dovevano conservare in se stessi l’affetto, che Cristo aveva avuto per loro? O meglio Gesù desiderava che l’amore perdurasse in una intensa reciprocità? Questo forse. Ma in una misura piena, ultra-sentimentale, vitale. Lo stesso Evangelista Giovanni nella sua prima lettera così si esprime: «Chi rimane nella carità rimane in Dio, e Dio in lui» (1 Io. 4, 16). La realtà è questa: che Gesù pensava ad una mistica unione da compiersi nella profondità dell’anima fra Lui e ciascuno dei suoi; pensava all’amore suo ai discepoli e all’amore suo nei discepoli e, insieme, all’amore dei discepoli a Lui; pensava al mistero della grazia, cioè della carità, che «è una certa amicizia dell’uomo con Dio» (S. TH., II-IIae, 23, 5). E pensava che questo rapporto soprannaturale dovesse rimanere, rimanere sempre, anche dopo la scomparsa di Cristo morto e risorto dalla scena di questo mondo. Il pensiero del Signore, sotto questo riguardo, è chiarissimo: Gesù stabilisce un vincolo stabile fra Lui ed i suoi, un vincolo che la sua morte e la sua risurrezione non avrebbero interrotto; sarebbe stato permanente da parte sua, ed Egli lo voleva permanente, anche se libero e personale, da parte dei suoi.
Concludiamo. Se vogliamo rinnovare la vita della Chiesa come comunione, dobbiamo avere somma cura di stabilire in noi stessi questa comunione personale e soprannaturale con Cristo, alimentando cioè un amore vivo, animato dalla grazia e dall’interiore conversazione con Lui, presente dentro di noi. Non per nulla la pietà cattolica chiama «comunione» la assunzione della Eucaristia, e dedica a questo incontro, tanto semplice e ineffabile, qualche momento di silenzio, di raccoglimento, di ascoltazione interiore, di incomparabile consolazione. Molti oggi trascurano questa pausa preziosissima. Vi esortiamo a tenerla cara. Con la Nostra Benedizione Apostolica.
Predicatori Religiosi Italiani
Salutiamo con particolare effusione del cuore il gruppo, così qualificato e così meritevole della Nostra stima, dei religiosi partecipanti al Convegno Nazionale dei Predicatori Religiosi Italiani, promosso dalla Conferenza Italiana dei Superiori Maggiori.
Ci allieta profondamente che voi, diletti Figli, specializzati nel ministero della sacra predicazione, uniate le vostre forze ed offriate il contributo della vostra esperienza e della vostra dottrina a problemi che sono strettamente congiunti col rinnovamento della pastorale della parola di Dio in Italia.
Riconosciamo le molteplici e gravi difficoltà inerenti al vostro compito. Da una parte è necessario presentare la verità che salva in termini adeguati e comprensibili, senza però deformarla, e dall’altra vi è la necessità di farla accettare in un mondo che con le sue attrazioni e distrazioni così potentemente distoglie gli uomini del nostro tempo dall’ascoltare l’annuncio della parola di Dio.
Pertanto vi ringraziamo per tutto ciò che fate in questo campo magnifico e amplissimo, e mentre vi assicuriamo l’appoggio della Nostra preghiera che invoca per voi i lumi e conforti del Signore, di cuore vi impartiamo la propiziatrice Apostolica Benedizione.
Deputati e Borgomastri della Germania
Ein Wort besonderer Begrüssung richten Wir noch an die Gruppe von Abgeordneten des deutschen Bundestages und deutscher Bürgermeister. Sehr geehrte Damen und Herren! Sie sind zu einer Studientagung nach Rom gekommen und folgten damit einer Einladung der Vereinigung «Cuncti Gens una». Diesem Namen liegt ein tiefer christlicher Gedanke zugrunde: Alle Völker und Nationem bilden in Gott eine einzige grosse Menschheitsfamilie. Wir wünschen Ihren Arbeiten in der hohen, verantwortlichen Stellung, die Sie bekleiden, für die Durchführung der unersetzbaren Werte der Freiheit, der Gerechtigkeit und des Friedens vollen Erfolg. Dazu erteilen Wir Ihnen und allen Anwesenden aus der Fülle des Herzens den Apostolischen Segen.
Pellegrini Colombiani
¡Bienvenidos, queridísimos sacerdotes y peregrinos todos de Colombia! Vuestra devota visita suscita en nuestro animo sentimientos de gratitud y evoca tantos momentos consoladores de nuestra Presencia en vuestra católica Nación.
Ante la tumba de San Pedro, estáis dando testimonio de vuestra fe, de vuestra firmeza cristiana, de vuestros deseos de traducir en obras vuestra comunion de amor con Cristo. Que El os mantenga y aliente en estos ideales. Así sea, con la Bendición Apostólica - reiteración de cuantas gozosamente impartimos en la risueña Bogotà - que ahora volvemos a otorgar a vosotros, a vuestras familias, a toda la entrañable y siempre recordada Colombia.
Diletti Figli e Figlie!
La meditazione, che attira l’opinione pubblica nella Chiesa, oggi riguarda il carattere comunitario della Chiesa stessa. La Chiesa è il corpo mistico di Cristo, è stato detto; la Chiesa è il Popolo di Dio; la Chiesa è una comunione; comunione vitale, mediante lo Spirito Santo, anima della Chiesa, con Cristo e con la società dei fedeli. È una meditazione teologica fondamentale. Faremo bene a coltivarla. Essa risponde, anticipandola e integrandola, alla mentalità moderna, tutta imbevuta di sociologia, e sul piano religioso ci mostra ancora una volta la superiorità e la validità della fede anche in campo di socialità, mentre sul piano morale, pedagogico e pratico questa meditazione circa la solidarietà, che fa dei veri cristiani «un Cuor solo ed un’anima sola (Act. 4, 32), pone dei doveri più urgenti, specialmente nell’esercizio della virtù regina, la carità, che tendono a modificare non poco la nostra maniera di pensare, sempre tentata dall’egoismo interiore, e il nostro contegno, sia ecclesiale, che sociale.
COMUNIONE ECCLESIALE
Questo «vivere insieme», nella preghiera, nel sentimento comunitario, nel dialogo con i nostri simili, nell’interesse per il bisogno altrui e per il bene comune, questa convivenza spirituale, questa «societas spiritus», comunanza di spirito (Ph 2,1), come la chiama San Paolo, è ,molto bella, ma non t molto facile. Anzi trova nelle correnti ideali del nostro tempo altre concezioni, anch’esse importanti, che la contraddicono, e che solo la sapienza del nostro, sistema cristiano (chiamiamolo così) riesce ad armonizzare, come il culto della libertà, la riabilitazione della personalità e della dignità umana, il relativo primato della coscienza, la preferenza data all’esperienza religiosa nel confronto con l’osservanza della norma canonica, e finalmente, e forse prima fra le altre, la concezione rivoluzionaria, applicata ad ogni tipo di progresso, di riforma, di rinnovamento, di aggiornamento: il termine «rivoluzione» ha ormai libero corso anche nel commercio delle idee generatrici di ordine e di pace.
Due forme, più accentuate delle altre, di questo spirito di indipendenza e perfino di ribellione, penetrato non poco anche nel concerto della vita ecclesiale, sembrano a Noi esigere una menzione particolare, perché maggiormente opposte a quello spirito di comunione, che l’ora nuova della Chiesa presenta alla nostra coscienza come il soffio vivificante ed attuale della Parola di Dio: la rottura con la tradizione e la vanificazione dell’obbedienza (ma di questa ora non parleremo).
EREDITÀ IRRINUNCIABILE
La tradizione! Essa non dice più nulla ai novatori, anche buoni, dei nostri giorni. I giovani purtroppo (e in parte, proprio perché giovani, li comprendiamo) hanno in uggia tutto quello che precede l’attualità, la loro vita di oggi e la loro corsa verso la novità e verso l’avvenire. Ma non solo i giovani; anche i saggi parlano di rottura col passato, con le generazioni precedenti, con le forme convenzionali, con l’eredità dei vecchi. Una fraseologia superficiale e alquanto imprudente è entrata anche nel comune linguaggio ecclesiale; si parla di età costantiniana per squalificare tutta la storia secolare della Chiesa fino ai nostri giorni; ovvero di mentalità preconciliare per svalutare arbitrariamente un patrimonio cattolico di pensiero e di costume, che avrebbe ancora tanti valori degni di apprezzamento; si arriva a espressioni e a comportamenti talvolta così negativi da generare confusione e dissociazione in seno alla comunità ecclesiale, e tali da lasciar credere che la norma vigente e la pacifica consuetudine non tengono più. Il discorso potrebbe purtroppo continuare; ma ciascuno lo può fare da sé. E diventa poi difficile là dove si deve distinguere ciò ch’è irrinunciabile nella vasta eredità della tradizione, da ciò ch’è prezioso, ma per sé non necessario alla consistenza costituzionale della Chiesa e alla sua autentica vitalità; e da ciò ch’è abituale, ma di discutibile valore, e infine da ciò che proviene dal passato, ed è vecchio superfluo, nocivo, e quindi meritevole di rinuncia e forse di coraggiosa riforma. Questo inventario del retaggio antico esige competenza e autorità; in una comunione, com’è la Chiesa, nessun privato lo può fare pubblicamente o praticamente da sé; né tanto meno, fatto l’inventario, può di proprio arbitrio, dichiarare la scelta di ciò che deve rimanere da ciò che si può lasciar decadere. La Chiesa, nei suoi organi autorizzati, in seguito al Concilio, sta facendo questo inventario; e chi le è fedele non deve arrogarsi la licenza d’anticiparne, o di contraddirne il giudizio. Nulla nella Chiesa dev’essere arbitrario, temerario, tumultuario. La Chiesa è come un concerto musicale; nemmeno uno strumento aristocratico può suonare in un’orchestra come e ciò che gli piace.
GIUDIZIO STORICO
Noi ora vorremmo piuttosto raccomandare ai figli coscienti e fervorosi di rivedere l’istintiva antipatia per la tradizione ecclesiastica. Essa, innanzi tutto, è il veicolo che ci porta la dottrina e la successione apostolica: non si può avere Cristo presente oggi senza il riconoscimento del canale storico e umano, che ci riconduce alla sorgente della sua apparizione evangelica. La tradizione inoltre è la ricchezza, l’onore, la fortezza della nostra casa, la Chiesa cattolica. La tradizione, nel suo complesso storico, contiene, sì, molti elementi caduchi e anche riprovevoli; ma il giusto giudizio da darsi su questi elementi discutibili o negativi dovrà essere appunto «storico», cioè valutato in ordine alle circostanze dei tempi e alle esperienze contemporanee e successive degli avvenimenti, ricordando che la Chiesa, santa nella sua istituzione e nella sua virtù santificatrice, di parola, di grazia, di ministero, è composta di uomini impastati dall’argilla di Adamo, deboli e fallaci e peccatori, anche nel campo della divina agricoltura.
Una conoscenza intelligente, una critica equanime, una valutazione sagace della tradizione non saranno di freno, ma di guida ai promotori del rinnovamento ecclesiale, auspicato per il nostro tempo; e ispireranno loro quella amorosa simpatia, quasi una simpatia dinastica, per le vicende passate della Chiesa e per quanto da questo fiume è trasmesso al nostro presente possesso, che li può abilitare a guadagnare arte e prestigio per il colloquio apostolico con la nostra generazione, privata dalle ricorrenti rivoluzioni, di una sua cultura collaudata dai secoli e impavida nella tempesta della storia, com’è quella che la tradizione a noi gratuitamente regala. Ricordiamo che la comunione ecclesiale, di cui vuol vivere la nostra odierna spiritualità, comporta una solidarietà con i fratelli «che ci hanno preceduto nel segno della fede e dormono nel sonno della pace». E per loro che noi siamo vivi e siamo qui, pellegrini noi stessi verso il Cristo venturo.
Nel nome del quale tutti vi benediciamo.
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Con particular benevolencia acogemos al grupo de Padres Provinciales y de Superiores de la Compañía de Jesús, procedentes de España y de América Latina; y Nos gozamos de que este encuentro Nos ofrezca la oportunidad de expresar a estos denodados Religiosos y a sus Hermanos Nuestra estima por todo su Instituto, tan vinculado a la historia de la Iglesia católica desde hace cuatro siglos y tan benemérito por la defensa y la difusión del nombre cristiano; con Nuestra estima, también Nuestra confianza de que la Compañía de Jesús no será menos generosa ni menos fiel a la causa católica, después del Concilio Ecuménico Vaticano Segundo, de cuanto lo fue después del Concilio Tridentino.
Bien querríamos disponer de más tiempo para hablaros a vosotros, amados y venerados Hijos de San Ignacio, de los numerosos problemas que hoy interesan a la vida de la Compañía, y de otros que se relacionan con vuestra actividad en el mundo contemporáneo. Mucho tendríamos que decir en virtud de lo grave y lo complejo de las cuestiones pendientes, del mérito de vuestra secular institución y de la benevolencia que os dispensamos.
Nos limitamos a restringir Nuestra exhortación en dos ideas que Nos parece caracterizan la índole y la historia de la Compañía de Jesús: sed fieles a la Iglesia, sed apóstoles en el mundo.
Sí, fieles a la Iglesia, a su doctrina, a su tradición, a su jerarquía; sabed comprender sus deseos, sus necesidades, sus peligros, sus sufrimientos.
Sed apóstoles en el mundo moderno, sin confundiros con él, sin asimilaros a él; sed apóstoles con la sabiduría, con la prudencia, con el celo, con el espíritu de amor y de servicio, que caracterizan a los heraldos del Evangelio.
Querríamos recomendar especialmente a vuestra solicitudes apostólicas tres categorías de personas hacia las cuales puede dirigirse vuestra actividad, según el genio apostólico de vuestra familia religiosa: los sacerdotes y cuantos se preparan al ministerio sacerdotal; los estudiantes y todo el mundo de la Escuela y de la cultura; las clases sociales más necesitadas de promoción y de asistencia, los trabajadores de la industria y de la agricultura.
Os acompañe, en el esfuerzo de vuestra santificación personal y de vuestro multiforme ministerio, Nuestra Rendición Apostólica.
Diletti Figli e Figlie!
Noi diremo ancora una parola sopra il concetto fondamentale che oggi è nella mente di tutti circa l’essenza della Chiesa: la Chiesa è una comunione (cfr. HAMER, L’Eglise est une communion, Cerf, 1962); una società animata da un solo e misterioso principio vitale, la grazia dello Spirito santo; donde scaturiscono diversi principi semplicissimi e meravigliosi, come quello dell’eguaglianza fra tutti coloro che compongono la Chiesa: «omnes autem vos fratres estis», voi tutti siete fratelli fra voi (Mt 23,8); come quello della distinzione dal resto dell’umanità non cristiana, chiamata mondo, sebbene nel mondo la Chiesa sia frammista e sommersa (cfr. Io. 8, 23; e 10. 15, 19; e Io. 17, 14-16, ecc.); e quello, oggi da molti dimenticato, della originalità morale e formale propria della vita cristiana, rispetto a quella profana e pagana (cfr. Rm 12,2); e della santità, avvertita come un’esigenza della propria coscienza, derivante dalla misteriosa inabitazione dello Spirito di Dio in ciascuna anima partecipante vitalmente alla comunione ecclesiale (cfr. 1 Cor 1Co 3,16). Ma per attenerci al carattere sociale della Chiesa ripeteremo col Concilio che la Chiesa è un popolo, il Popolo di Dio (Lumen Gentium Lumen Gentium ); definizione che dev’essere integrata (CONGAR, L’Eglise que j’aime, p. 37) con quella di Corpo mistico di Cristo, cioè di società vivente per virtù d’un medesimo principio unificante e animatore, ma società organica, nella quale differenti sono i carismi, differenti le funzioni, differenti le responsabilità (cfr. 2 Cor 2Co 12,4 ss.). Di qui la comunione assurge a collegialità nel ceto episcopale, della quale avrete sentito parlare in occasione del recente Sinodo straordinario.
SOLIDARIETÀ E CARITÀ
Ora se la Chiesa è quella comunione spirituale e visibile, che il progresso religioso del nostro tempo sembra aver afferrato come una conquista dottrinale e sociale, noi dobbiamo trarne una conseguenza, la quale sembra invece compromessa, in parte teoricamente, e ancor più praticamente; e la conseguenza è quella del rapporto di coesione, di solidarietà, di concordia, di armonia, di una parola di carità, che deve intercorrere fra i singoli membri ed i singoli ceti appartenenti alla Chiesa; questo rapporto si è fatto più evidente, dunque più obbligante, più stretto, più familiare ed amico; dovrebbe essere più fedele e più facile. È così oggi nei fatti?
Il rapporto costituzionale, stabilito, prima ancora che dal diritto canonico, dal Vangelo, fra potestà e obbedienza, P anch’esso vittima della moda odierna della contestazione sociologica; e lo si vuole cambiare, minimizzare. Negare non si può, tanto è chiara la sua origine divina, ma cambiare, cioè correggere, sì: perfezionare. Ed a questo perfezionamento, auspice il Concilio, chi è responsabile nella Chiesa, chi esercita una qualsiasi autorità: direttiva, magistrale, pedagogica, amministrativa, apostolica si dice disposto, e già esso è sulla via d’una leale e palese esecuzione. Ma «est modus in rebus»! Vi sono alcuni pseudo-concetti a questo riguardo da cui dobbiamo guardarci. Per esempio: si dice che l’autorità è servizio. Giustissimo; ce lo ricorda il Signore, all’ultima Cena: «Chi governa sia come uno che serve» (Lc 22,26). Vi fa eco per Noi la spesso ripetuta parola sapiente del Manzoni nel ritratto del Vescovo ideale, Federico Borromeo: «Non ci esser giusta superiorità d’uomo sopra gli uomini, se non in loro servizio» (I Promessi Sposi, c. XXII). San Gregorio Magno Ci ha lasciato di sé, come Capo della Chiesa e Pastore dei Pastori, la definizione che tuttora abbiamo nel nostro protocollo pontificio: «Servo dei Servi di Dio». Ma questa formula esatta e ammonitrice non annulla la potestà del Papa, come ogni altra formula analoga riferita ad una legittima autorità: l’autorità nella Chiesa è per il servizio dei fratelli; non al servizio altrui; lo scopo cioè dell’autorità è il bene degli altri; non che gli altri siano la fonte dell’autorità stessa; la Chiesa, nell’esercizio dell’autorità, per usare un termine corrente è democratica nel fine, nella sua ragion d’essere; non nella sua origine, non derivando dalla così detta «base» il suo potere, ma da Cristo, da Dio, davanti al quale soltanto è responsabile.
Il che comporta un’altra importante precisazione, per la quale la potestà nella Chiesa non può rivestire le forme storicamente variabili che essa assume nel governo della società civile, come quando chi presiede ad essa ha solo l’ufficio di legalizzare ciò che la comunità ha elaborato e decretato; la potestà nella Chiesa conserva la libertà e l’iniziativa che il Signore ha conferite agli Apostoli, alla gerarchia, e non solo a garanzia dell’ordine esteriore, ma al bene sia dei singoli fedeli, sia della comunità; a quel bene che mette ai primi posti la dignità, la libertà, la responsabilità, la santificazione di tutti e di ciascuno i componenti il corpo ecclesiale.
Perciò quando oggi si dice che non si contesta nella Chiesa l’autorità come tale, ma si critica il modo di esercitarla, si dice bene, a condizione che la ricerca di questo modo ideale non autorizzi l’affrancamento, cioè la disobbedienza, dal modo reale e legittimo, con cui l’autorità esplica il suo mandato.
LIBERTÀ E DIALOGO
Così si dica del dialogo, che oggi fa le spese di tante discussioni non solo fra la Chiesa e chi di fuori la circonda, ma fra quelli altresì che sono dentro la Chiesa e vi hanno posizioni e funzioni differenti. Ottima cosa il dialogo, inteso al rispetto e alla promozione della persona o del gruppo di fronte a chi deve disporre d’un dato ordinamento ecclesiale, o deve formare coscienze e costumi, conformi al disegno, o allo spirito di Cristo; educare all’intelligenza e all’amore del precetto è progresso pedagogico, che esigerà grande pazienza e arte sagace; ma non per questo il dialogo deve paralizzare l’esercizio normale della guida responsabile, né sostituire normalmente il libero esame del singolo fedele al giudizio del pastore o del maestro, né esigere un tal quale condominio dell’autorità, che la renda imbelle e irresponsabile.
Comprendiamo che la materia è delicata e complessa, ed è di grande attualità. Non ne diciamo di più in questa sede. Gli insegnamenti del Concilio sono chiari e abbondanti in proposito (cfr. Lumen Gentium LG 27, 32, 37; ecc.). Tanti maestri ne parlano (cfr. D’AVACK, «L’Osservatore Romano», 8 nov. 1969; T. GOFFI, Obbedienza e autonomia personale, Ancora, 1965; C. COLOMBO, De auctoritate et oboedientia in Ecclesia; L. LOCHET, Autorité et obéissance, Colloque d’Ephrem, Park, 1966; anche ROSMINI, La società teocratica, Morcelliana, 1963, ecc.).
«SCIENZA DELL’ARMONIA»
Faremo bene a dedicare a questo problema capitale un’attenta e onesta riflessione. Ma quanto a Noi, in questo momento insistiamo sulla visione della Chiesa, ch’è poi la visione della nostra vita nel pensiero di Dio che si attualizza nella nostra storia, alla visione della Chiesa, diciamo, come comunione; come comunione gerarchica, come «scienza dell’armonia», «consonantia disciplinae», per usare una parola d’un antico dottore (ORIGENE, Hom. 26).
Nella formazione della nuova mentalità ecclesiale, chiamiamola pure post-conciliare, dobbiamo sviluppare il senso della comunione, in cui, come membri della Chiesa, siamo inseriti. Per quanto viva debba essere la coscienza della nostra libertà e della nostra personalità non dobbiamo dimenticare che non siamo né soli, né autonomi; che anzi tanto ci dobbiamo sentire unità a se stanti, autodeterminabili e responsabili, quanto in pari tempo avvertiamo d’essere collocati in un ordine comunitario e gerarchico: le due coscienze si sviluppano insieme, e con vicendevole stimolo. Questo vuol dire essere cattolici: unici ed universali. Ed è in questa acquisita pienezza della nostra personalità aderendo all’ordinamento, che obbiettivamente la riconosce e la trascende, cioè l’obbedienza alla volontà di Dio, anche e specialmente quando ci è manifestata per tramite d’un fratello autorizzato a farsene interprete, che viviamo il mistero della comunione gerarchica, cioè viviamo la Chiesa, e riflettiamo in noi il mistero di Cristo, la cui umana apparizione fu tutta dominata da una cosciente ed eroica adesione alla volontà del Padre: «factus oboediens usque ad mortem», si fece obbediente fino a morire (Ph 2,5-8 Io Ph 6,38 Io Ph 8,29 etc.; da rileggere il capitolo: «Gesù la vita» , in ADAM, Cristo nostro Fratello, Morcelliana, Da 1931).
Vi è talvolta, ai nostri giorni, chi attende dal progresso della coscienza che la Chiesa oggi acquista di se stessa come ad una auspicata dissolvenza dei suoi rapporti e vincoli giuridici, che la costituiscono quale mistico corpo, visibile e organico, di Cristo nella realtà storica del mondo; ovvero vi è chi considera tale processo dottrinale come un trapasso dei poteri, onde la Chiesa si regge e adempie la sua missione, a profitto dei gradi inferiori rispetto a quelli superiori nel Popolo di Dio; noi guarderemo piuttosto alla Chiesa come a una solidarietà profonda ed organica; come a quella società, a quella comunione, «coinonia» dite il termine ormai noto dell’Apostolo Giovanni, che ci fa consorti della vita stessa di Dio (cfr. 2 Petr. 1, 4), e che ci affratella tutti in Cristo (cfr. 1 Io. 1, 6-7). Vi assista in questo studio amoroso la Nostra Benedizione Apostolica.
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C’est avec joie que Nous saluons parmi vous le groupe des pèlerins qui viennent de suivre les célèbres itinéraires apostoliques de Saint-Paul, avant de rejoindre ici le lieu de son martyre et de celui de l’apôtre Pierre. Dans le sillage de ces deux grands témoins, Nous vous souhaitons, chers Fils, de devenir toujours davantage le ferment dont l’Eglise d’aujourd’hui a tant besoin, pour témoigner à votre tour de la Bonne Nouvelle du Sauveur, avec un grand souci de fidélité et d’unité. Et Nous savons avec quel zèle «le Pèlerin du 20ème siècle», qui a organisé votre voyage, veut contribuer, pour sa part, à vous faire aimer l’Eglise et sa vivante Tradition. De tout coeur, Nous en remercions les promoteurs, et, tout d’abord le Directeur, le cher Père Guicharxan.
Nous voulons aussi assurer de Nos paternels encouragements les Veuves, Mères et Filles d’officiers de carrière qui, de retour du Mont Cassin, si chargé de souvenirs, ont tenu à Nous offrir leur filial hommage. Nous sommes sensible à l’idéal courageux qui vous anime, chères Filles, à votre souci de fidélité dans la foi chrétienne, de soutien mutuel dans l’adversité, la solitude ou les adaptations difficiles. Nous recommandons au Seigneur vos intentions, et notamment vos époux, enfants ou parents qui ont généreusement consacré leur vie au service de leur patrie.
A vous tous, chers Fils et chères Filles, Nous donnons de grand coeur Notre paternelle Bénédiction Apostolique.
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Un saludo especial de bienvenida, de gratitud, a vosotros, amadísimos mexicanos - hermanos en el Episcopado, sacerdotes, seminaristas, fieles - que vais a acompañar al querido y venerado Cardenal Miguel Darío Miranda en la toma de posesión del Título de Nuestra Señora de Guadalupe en Monte Mario.
Esa parroquia y la otra de Via Aurelia, dedicadas en Roma a la Virgen de Guadalupe, y su estatua en la colina Vaticana, son una evocación permanente de la Basilica del Tepeyac y de vuestra ferviente devoción mariana, presentes en el centra de la Iglesia. También lo estáis vosotros en Nuestro Corazón. De él sale, mensajera de gracias divinas, una efusiva bendición para vosotros, para vuestros familiares y para todo el dilectísimo pueblo de México.
Diletti Figli e Figlie!
Vogliamo richiamare la vostra attenzione sull’avvenimento che sta per compiersi nella Chiesa cattolica latina, e che avrà la sua applicazione obbligatoria nelle Diocesi italiane a partire dalla prossima prima Domenica dell’Avvento, che cade quest’anno il 30 novembre; e cioè l’introduzione nella Liturgia del nuovo rito della Messa. La Messa sarà celebrata in una forma alquanto differente da quella che, da quattro secoli ad oggi, cioè da S. Pio V, dopo il Concilio di Trento, siamo soliti a celebrare.
Il cambiamento ha qualche cosa di sorprendente, di straordinario, essendo considerata la Messa come espressione tradizionale e intangibile del nostro culto religioso, dell’autenticità della nostra fede. Vien fatto di domandarci: come mai un tale cambiamento? E in che cosa consiste questo cambiamento? Quali conseguenze esso comporta per coloro che assisteranno alla santa Messa? Le risposte a queste domande, ed a simili provocate da così singolare novità, vi saranno date e ampiamente ripetute in tutte le chiese, su tutte le pubblicazioni d’indole religiosa, in tutte le scuole, dove s’insegna la dottrina cristiana. Noi vi esortiamo a farvi attenzione, procurando di precisare tosi e di approfondire qualche po’ la stupenda e misteriosa nozione della Messa.
LA MENTE DEL CONCILIO
Ma intanto, per questo breve ed elementare discorso, cerchiamo di togliere dalle vostre menti le prime e spontanee difficoltà sollevate da un tale mutamento, in relazione alle tre domande, che subito esso ha fatto sorgere nei nostri spiriti.
Come mai tale cambiamento? Risposta: esso è dovuto ad una volontà espressa dal Concilio ecumenico, testé celebrato. Il Concilio dice così: «L’ordinamento rituale della Messa sia riveduto in modo che apparisca più chiaramente la natura specifica delle singole parti e la loro mutua connessione, e sia resa più facile la pia e attiva partecipazione dei fedeli. Per questo, i riti, conservata fedelmente la loro sostanza, siano resi più semplici; si sopprimano quegli elementi che col passare dei secoli furono duplicati, o meno utilmente aggiunti; alcuni elementi invece, che col tempo andarono perduti, siano ristabiliti, secondo la tradizione dei santi Padri, nella misura che sembrerà opportuna o necessaria» (Sacr. Concilium, n. 50).
La riforma perciò, che sta per essere divulgata, corrisponde ad un mandato autorevole della Chiesa; è un atto di obbedienza; è un fatto di coerenza della Chiesa con se stessa; è un passo in avanti della sua tradizione autentica; è una dimostrazione di fedeltà e di vitalità, alla quale tutti dobbiamo prontamente aderire. Non è un arbitrio. Non è un esperimento caduco o facoltativo. Non è un’improvvisazione di qualche dilettante. È una legge pensata da cultori autorevoli della sacra Liturgia, a lungo discussa e studiata; faremo bene ad accoglierla con gioioso interesse e ad applicarla con puntuale ed unanime osservanza. Questa riforma mette fine alle incertezze, alle discussioni, agli arbitri abusivi; e ci richiama a quella uniformità di riti e di sentimenti, ch’è propria della Chiesa cattolica, erede e continuatrice di quella prima comunità cristiana, ch’era tutta «un Cuor solo e un’anima sola» (Act. 4, 32). La coralità della preghiera nella Chiesa è uno dei segni e una delle forze della sua unità e della sua cattolicità. Il cambiamento, che sta per avvenire, non deve rompere, né turbare questa coralità: deve confermarla e farla risonare con spirito nuovo, con respiro giovane.
IMMUTATA SOSTANZA
Altra domanda: in che cosa consiste il cambiamento? Lo vedrete; consiste in tante nuove prescrizioni rituali, le quali esigeranno, da principio specialmente, qualche attenzione e qualche premura. La devozione personale ed il senso comunitario renderanno facile e gradevole l’osservanza di queste nuove prescrizioni. Ma sia ben chiaro: nulla è mutato nella sostanza della nostra Messa tradizionale. Qualcuno può forse lasciarsi impressionare da qualche cerimonia particolare, o da qualche rubrica annessa, come se ciò fosse o nascondesse un’alterazione, o una menomazione di verità per sempre acquisite e autorevolmente sancite della fede cattolica, quasi che l’equazione fra la legge della preghiera, «lex orandi» , e la legge della fede, «lex credendi», ne risultasse compromessa.
Ma non è così. Assolutamente. Innanzi tutto perché il rito e la rubrica relativa non sono di per sé una definizione dogmatica, e sono suscettibili di una qualificazione teologica di valore diverso a seconda del contesto liturgico a cui si riferiscono; sono gesti e termini riferiti ad un’azione religiosa vissuta e vivente d’un mistero ineffabile di presenza divina, non sempre realizzata in forma univoca, azione che solo la critica teologica può analizzare ed esprimere in formule dottrinali logicamente soddisfacenti. E poi perché la Messa del nuovo ordinamento è e rimane, se -mai con evidenza accresciuta in certi suoi aspetti, quella di sempre. L’unità fra la Cena del Signore, il Sacrificio della croce, la rinnovazione rappresentativa dell’una e dell’altro nella Messa è inviolabilmente affermata e celebrata nel nuovo ordinamento, come nel precedente. La Messa è e rimane la memoria dell’ultima Cena di Cristo, nella quale il Signore, tramutando il pane ed il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue, istituì il Sacrificio del nuovo Testamento, e volle che, mediante la virtù del suo Sacerdozio, conferita agli Apostoli, fosse rinnovato nella sua identità, solo offerto in modo diverso, in modo cioè incruento e sacramentale, in perenne memoria di Lui, fino al suo ultimo ritorno (cfr. DE LA TAILLE, Mysterium Fidei, Elucid. IX).
MAGGIORE PARTECIPAZIONE
E se nel nuovo rito troverete collocata in migliore chiarezza la relazione fra la Liturgia della Parola e la Liturgia propriamente eucaristica, quasi questa risposta realizzatrice di quella (cfr. BOUYER), o se osserverete quanto sia reclamata alla celebrazione del sacrificio eucaristico l’assistenza dell’assemblea dei fedeli, i quali alla Messa sono e si sentono pienamente «Chiesa», ovvero vedrete illustrate altre meravigliose proprietà della nostra Messa, non crediate che ciò intenda alterarne la genuina e tradizionale essenza; sappiate piuttosto apprezzare come la Chiesa, mediante questo nuovo e diffuso linguaggio, desidera dare maggiore efficacia al suo messaggio liturgico, e voglia in maniera più diretta e pastorale avvicinarlo a ciascuno dei suoi figli ed a tutto l’insieme del Popolo di Dio.
E rispondiamo così alla terza domanda che ci siamo proposti: quali conseguenze produrrà l’innovazione, di cui stiamo ragionando? Le conseguenze previste, o meglio desiderate, sono quelle della più intelligente, più pratica, più goduta, più santificante partecipazione dei fedeli al mistero liturgico, cioè alla ascoltazione della Parola di Dio, viva e risonante nei secoli e nella storia delle nostre singole anime, e alla realtà mistica del sacrificio sacramentale e propiziatorio di Cristo.
Non diciamo dunque «nuova Messa», ma piuttosto «nuova epoca» della vita della Chiesa. Con la Nostra Apostolica Benedizione.
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Porgiamo il Nostro affettuoso saluto al Gruppo di Funzionari del Patronato A.C.L.I. convenuti a Roma per un Corso di formazione.
La delicatezza dei sentimenti che vi ha portato a questa Udienza, diletti Figli, non Ci lascia insensibili e ve ne ringraziamo di cuore, lieti dell’occasione che Ci si offre per rallegrarCi con voi del Corso cui state partecipando. Tale iniziativa costituisce un ulteriore contributo che voi date nell’importante campo della assistenza ai lavoratori. Di questo contributo siate benedetti, diletti Figli. Per parte Nostra, Noi vi siamo accanto col Nostro incoraggiamento e con la Nostra preghiera, invocando su di voi e su tutte le vostre attività la continua assistenza del Signore, di cui è pegno la Nostra Apostolica Benedizione.
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Una breve parola di saluto e di compiacimento vogliamo rivolgere adesso alle piccole alunne della V classe, sezione C, della Scuola statale romana «Giovanni XXIII», alle quali è stato assegnato il premio nazionale della Bontà «Livio Tempesta», per il 1969.
Noi desideriamo esprimervi il Nostro plauso per le varie iniziative di generosità e di dedizione, con le quali avete saputo dimostrare che anche voi piccole potete dare il vostro concreto contributo e la vostra luminosa testimonianza di carità verso i fratelli bisognosi. Un plauso particolare anche per aver esemplarmente partecipato alla campagna nazionale antiblasfema.
Perseverate, con impegno ed ardore sempre crescenti, in questa testimonianza cristiana, affinché si sviluppi nelle vostre famiglie e nella vostra scuola il senso della solidarietà e dell’amore.
Con i Nostri voti augurali per il premio, che avete meritato, di cuore vi impartiamo l’Apostolica Benedizione, che estendiamo ai vostri genitori, alla vostra insegnante, alle Autorità scolastiche di Roma e ai Membri della Giunta Esecutiva del Centro Nazionale Apostolato della Bontà nella Scuola.
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C’est avec une grande joie que Nous vous accueillons ici, chères Filles de la Charité de saint Vincent de Paul, actuellement réunies à Rome, autour du Révérend Père James W. Richardson, pour adapter vos Constitutions aux conditions nouvelles de notre temps, fidèles au Seigneur Jésus, à l’Eglise et à l’initiative audacieuse de vos chers fondateurs, saint Vincent et sainte Louise. S’il est vrai que toute l’Eglise doit mettre en oeuvre la charité répandue dans nos coeurs par l’Esprit Saint, vous êtes, à un titre particulier, Filles de cette charité évangélique qui estime n’avoir jamais assez fait tant qu’elle n’a pas atteint le plus éloigné, soulagé, le plus pauvre, comme membre de Jésus-Christ. Aujourd’hui, que d’hôpitaux, d’hospices, de foyers, d’écoles, de visites aux pauvres et aux malades ont été pris en charge par vos soins, sur tous les continents. De grand coeur, Nous prions pour que les travaux de votre Chapitre, à l’écoute des appels de l’Esprit d’amour, vous permettent de répondre d’une manière toujours plus attentive aux besoins les plus criants des hommes d’aujourd’hui, dont la misère et la solitude sont encore bien grandes. Votre exemple humble et généreux demeurera ainsi un stimulant pour tout le peuple de Dieu, et un témoignage caractéristique de l’Eglise.
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We greet the Special Chapter of the Sisters of Christian Charity, invoking divine guidance upon your deliberations, and the grace of courage to apply them in your religious life.
Our special welcome is extended to the participant in the ten-week course, directed by Father Riccardo Lombardi, for the instruction and preparation of apostles, to spread the teachings and spirituality of the Vatican Council; for its spirit, its doctrine, its statements on the Church, the Liturgy, the Laity, the Apostolate, and Ecumenism, are so many sources of new vitality for every Catholic for the reform of thinking and living, for the consciousness of unity and its practice for the apostolic encounter of true Christianity with the world of today. We encourage your studies and your dedication, beloved sons and daughters; and to each of you, your collaborators, your families and loved ones, We impart from Our heart Our special Apostolic Blessing.
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Una palabra de bienvenida, de aliento, para vosotras «Misioneras Siervas de San José» que en Roma estais celebrando la segunda y última etapa de vuestro Capítulo General Especial.
A vuestra Congregación también podría, en cierto sentido, aplicarse el Evangelio del Domingo pasado: un grano de mostaza florecido en ramas frondosas, un poco de levadura que ha hecho fermentar. Así lo dicen vuestro número y vuestras obras esparcidas en cuatro continentes.
Continuad siendo fieles, generosas, en las ansias de perfección personal, en vuestros fines de educar la niñez y la juventud, de promover humana y religiosamente a las clases necesitadas, conforme al espíritu de vuestro Instituto y a las orientaciones conciliares. En vuestro camino os acompañan Nuestras plegarias y Nuestra Bendición.
Paolo VI Udienze 1969 - Mercoledì, 22 ottobre 1969