Paolo VI Udienze 1970 - È NECESSARIO VIGILARE




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 22 luglio 1970

Parliamo un momento di Dio. O meglio, parliamo di noi stessi di fronte alla grande questione di Dio. Noi vi invitiamo a questo atto fondamentale per il nostro pensiero, e di conseguenza per la nostra vita morale, per la nostra vita vissuta. È una questione permanente, di tutti i tempi, di tutti gli uomini; ma oggi per tutti è più urgente. Ciascuno s’interroghi: che cosa penso io di Dio? La risposta può essere molteplice; e la possiamo classificare in tre categorie di uomini del nostro tempo: la categoria di quelli che aderiscono alla religione, e accettano senza discutere, e forse senza riflettere, senza avvertire le vertigini, l’ebbrezza, la felicità d’un tale nome, senza approfondire quel senso vago, ma sempre profondo, che quel nome misterioso e potente produce, o dovrebbe produrre nel nostro spirito; ovvero la categoria di quelli che dubitano, di quelli per cui il nome di Dio è avvolto in una nebbia di incertezza, di dubbi, di insoddisfazione; e perciò preferiscono o non pensarvi più, o non aderirvi più, abbandonandosi ad uno scetticismo pratico, pseudo superiore, comodo apparentemente ed elegante, di moda specialmente nella gioventù che si avvia a studi scientifici, nei quali la certezza razionale diventa unico metro di verità; oppure la categoria dei negatori del nome, dell’idea, della realtà di Dio, sia con atteggiamento di semplice, ma cosciente rifiuto, e sono gli atei; sia con atteggiamento di ribellione, e sono gli antiteisti, i nemici dichiarati, nella teoria e nella pratica, di Dio.


LA RAGIONE E LA FEDE

Se cerchiamo un comune denominatore di queste sommarie categorie, possiamo forse identificarlo in una diversa e più o meno convinta sfiducia: l’impossibilità di conoscere Dio. Qualcuno è arrivato al punto di proclamare «la morte di Dio»; e forse, in alcuni, senza cattiva intenzione, perché questa negazione, dall’accento blasfemo e sacrilego, voleva riferirsi ai concetti falsi, incompleti, insostenibili di Dio, cioè agli idoli che tanto spesso gli uomini, in mentalità arretrate ed empiriche, in civiltà che chiamiamo pagane, in periodi storici di superstizioni superate, in espressioni filosofiche inaccettabili, propongono alla propria religiosità, o alla propria mentalità. In altri, questa divorante tentazione di sfiducia nella possibilità di conoscere Dio voleva essere un riconoscimento purtroppo agnostico della sua ineffabilità, della assoluta, e quindi irraggiungibile, sua trascendenza, della sua incomprensibilità; voleva essere quasi un atto di umiltà davanti al mistero infinito dell’Essere divino.

Ma più spesso, oggi, il modo di pensare non filosofico, ma esclusivamente scientifico, non rende facile all’uomo uscire dalla sfera sperimentale, e salire alla sfera della razionalità metafisica, e lo arresta alla conoscenza delle realtà che sembrano sole positive e utili a scopi tecnici, sociali, temporali; la mente umana si rassegna, anzi si compiace di ammettere questa impossibilità della conquista d’una vera conoscenza di Dio.

Avete mai fatto dell’alpinismo? Quattro giovanotti sono una sera intorno al fuoco, in un paese di montagna, e parlano delle cime dei monti che circondano il paesaggio. Naturalmente si pone l’audace progetto di una scalata; una scalata nuova, non mai da altri tentata, audacissima, e perciò attraentissima. Uno dice: si deve potere; l’altro aggiunge: certamente, si può; il terzo soggiunge: sì, ma occorre osservare alcune condizioni; il quarto domanda: quali? E la discussione procede, e termina in una comune risoluzione: la sfida alla vetta. L’alpinismo è fatto così. E così anche la teologia, la religione, la conquista della conoscenza di Dio.

Noi, figli della Chiesa, affermiamo: è possibile conoscere Dio. Per due vie maestre: la ragione e la fede. La sola ragione è forse una via valida per arrivare alla conoscenza di Dio? Valida, sì, anche se non del tutto sufficiente. Valida, purché ne siano rispettate le esigenze costitutive; cioè basta impiegarla come si deve. Questa è la prima condizione. E queste esigenze non sono poi così ardue da superare le forze normali del pensiero; esse non sono difformi da quelle del «senso comune» (Cfr. GARRIGOU-LAGRANGE, Le sens commun.).

E si può anche osservare, di passaggio, che non è solo la scienza su Dio, la teodicea, a fare ricorso alle medesime esigenze della ragione, ma anche le scienze sperimentali e positive, le quali parimente in tanto sono intellegibili e autorevoli in quanto impiegano anch’esse, secondo la natura dei loro studi, i medesimi principi razionali, come la ragion d’essere, la finalità, la causalità, ecc.

Noi, figli della Chiesa, spesso accusati di oscurantismo, siamo invece ottimisti circa la capacità del pensiero umano a risolvere, in certa misura, s’intende, il suo massimo problema, quello della verità, e della Verità suprema, che è Dio. Se non bastasse la testimonianza della sapienza dei secoli e dei grandi pensatori, quella della Sacra Scrittura, e quella della nostra coscienza e della nostra esperienza, noi possiamo essere grati al Concilio Vaticano I d’aver difeso la ragione umana e di averci dato, a questo proposito, un insegnamento sicuro, pieno di chiarezza, di conforto di nobiltà (Cfr. DENZ.-SCH. 3016).


IL CREATORE E LE CREATURE

Ma bisogna fare attenzione ad una distinzione fondamentale in questa questione della conoscibilità di Dio. Un conto è affermare che Dio esiste, e un altro è dire Chi Egli sia. L’esistenza di Dio la possiamo conoscere con certezza, la natura invece di Dio ci è misteriosa, e ciò che noi possiamo intravedere di Lui è per via di analogia, per via di negazione, per via di esaltazione di ciò che noi conosciamo delle cose che non sono Dio: il loro essere limitato ci serve per intuire qualche cosa di ciò che può essere detto delle sue perfezioni infinite; ed il magistero della Chiesa ci ammonisce che «fra il Creatore e la creatura non si può notare tanto somiglianza, quanto sia piuttosto da notare la dissomiglianza». Così il Concilio Lateranense IV (DENZ-SCH., 806-532). Dio rimane mistero.

Ma un mistero positivo, che attrae dalle nostre incipienti nozioni a sempre successive e interminabili investigazioni e scoperte. La nostra conoscenza di Dio è una finestra su la luce del cielo, un cielo infinito. Ma esigenza intrinseca del pensiero, principio assoluto dell’essere: Egli è. «Io sono, Egli si definisce, Colui che sono» (Ex 3,14).

Che se alla testimonianza della ragione noi uniremo quella della fede, la nostra conoscenza di Dio diventerà meravigliosa. «Nessuno, dice il Vangelo, ha mai visto Dio, ma il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Egli ce lo ha manifestato» (Io. 1, 18). E avremo per specchio di Dio Padre il volto stesso di Cristo, Figlio di Dio e figlio dell’uomo: «Chi vede me, Egli ci dirà, vede il Padre» (Io. 14, 9); Cristo, ancor più che Maestro, è immagine; ce lo annuncia San Paolo: «Egli è l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15). Così che per conoscere Dio abbiamo una Via, in cui tutte le altre - se pur altre vi sono - confluiscono, tutte si collaudano, si rettificano e si convalidano: Egli è la Via, la Verità e la Vita (Io. 14, 6).


«EGLI È VICINO»

Noi dobbiamo superare la tentazione, tanto forte ai nostri giorni, di ritenere impossibile una conoscenza di Dio, adeguata alla nostra maturità culturale, e rispondente ai nostri bisogni esistenziali e ai nostri doveri spirituali. Sarebbe pigrizia, sarebbe viltà, sarebbe cecità. Dobbiamo invece cercare. Cercare nel libro della creazione (Rom. 1, 20); cercare nello studio della Parola di Dio; cercare alla scuola della Chiesa, Madre e Maestra; cercare nella profondità della propria coscienza . . . Cercare Dio, cercarlo sempre. Sappiate: Egli è vicino (Cfr. Is Is 55,6).

A voi la Nostra esortatrice Benedizione.

La «Casa Divin Maestro»

Un paterno saluto rivolgiamo ora al folto gruppo di laici professionisti, convenuti ad Ariccia presso la « Casa Divin Maestro » per una settimana di studio, a conclusione del corso annuale di teologia per corrispondenza, promosso dal Centro «Ut unum sint».

Ecco un’iniziativa che raccoglie la Nostra aperta lode e il Nostro vivissimo incoraggiamento, diretta com’è a promuovere lo studio approfondito della nostra religione in mezzo a un ceto di persone così qualificate e volenterose. Vi esprimiamo tutta la Nostra gratitudine, Figli carissimi, per il grande conforto che ci procurate col vostro impegno e con la vostra presenza. Dal vostro studio avrete senza dubbio compreso che la fede cristiana non mortifica affatto l’intelligenza, ma, al contrario, le apre orizzonti nuovi e le dona la chiave per rispondere alle ragioni più profonde della nostra esistenza. Ciò, tuttavia, non rimanga in voi circoscritto nella sfera della conoscenza, ma alimenti il vostro spirito e penetri il vostro modo di pensare e di agire, aiutandovi a diventare cristiani maturi, autentici, coerenti. Vi diremo di più: sappiate donare agli altri le ricchezze che avete scoperto, diventando apostoli, secondo il dovere che il Concilio ha tratteggiato per tutti i laici cristiani, affinché vivano la propria vocazione configurati a Cristo, a servizio dei propri fratelli. È in questo senso che Noi formuliamo l’augurio per il pieno successo del vostro Corso e impartiamo a tutti la propiziatrice Apostolica Benedizione.

«Generazione Nuova»

Dalla vicina Rocca di Papa, ove partecipano al loro annuale congresso, sono venute a questa Udienza le cinquecento dirigenti del movimento «Gen» femminile, appartenenti a vari Paesi di Europa, dell’Asia e dell’America. È veramente la vostra una presenza che dice chiaramente come il movimento si sia ormai diffuso tra la gioventù di tutti i continenti, grazie allo slancio che ne anima la spiritualità comunitaria, all’entusiasmo che sa suscitare, al servizio per la Chiesa e per il mondo che alimenta nei suoi appartenenti.

«Gen» significa generazione nuova, non è vero? Ci pare che questa parola faccia eco fedele alle consegne che il Concilio Vaticano II ha dato ai giovani, chiamandoli a impegnarsi in tutti i settori della vita della Chiesa e del mondo in collaborazione con la Gerarchia; questa parola sembra a Noi la risposta alle parole rivolte dai Padri Conciliari ai giovani:

«La Chiesa vi guarda con fiducia e con amore . . . Essa possiede ciò che fa la forza e la bellezza dei giovani: la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di darsi con generosità, di rinnovarsi e ripartire per nuove conquiste. Guardatela e troverete in lei il volto di Cristo, il vero eroe, umile e saggio, il profeta della verità e dell’amore, il compagno ed amico dei giovani».

Carissime dirigenti! Sappiate accendere nel cuore delle altre giovani questo amore gioioso a Cristo e alla Chiesa, fate capire che solo nel cristianesimo vissuto con coerenza e fedeltà, come sanno fare i giovani, sta la salvezza della società e il pieno sviluppo della propria personalità, non destinata a ripiegarsi su se stessa, ma a pensare e a donarsi agli altri. Generazione nuova per una umanità nuova! È questo il Nostro augurio, che accompagniamo con l’Apostolica Benedizione.

Pellegrini di Barcellona

Un especial saludo a los peregrinos de Barcelona; a vosotros, amadísimos hijos, que formáis parte de la Obra «Orientación Católica Profesional del Dependiente». Habéis querido visitarnos al cumplirse el veinticinco aniversario de la fundacion de tan benemérita institución.

La promoción que procuráis a los trabajadores de la Industria y del Comercio goza de la estima y confianza del pueblo. Vuestros servicios se extienden a millares de personas por medio de comedores, cooperativas, escuelas, patronatos y publicaciones. Con paterno afecto os felicitamos por tanto bien realizado y os alentamos a continuar el camino en la fidelidad a la dottrina social de la Iglesia y con alto sentido de caridad y de justicia.

A vosotros y a vuestras familias, a todos los demás Asociados y beneficiarios de vuestras actividades, a Barcelona entera, va Nuestra especial Bendición Apostólica.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 29 luglio 1970

Il nostro discorso a queste Udienze generali, Noi lo ripetiamo, non è che uno spunto sopra temi che meriterebbero ben altra trattazione; ma a Noi sembra che valga, in una circostanza come questa, più l’importanza dei temi che il loro svolgimento. È un atto di fiducia, che così noi facciamo ai Nostri visitatori, alla vostra intelligenza e al vostro proposito di studio e di riflessione. Parliamo di Dio. Ogni tema su Dio - pensate: su Dio! - esige questa preventiva qualificazione, riconoscendo Noi per primi il carattere assolutamente elementare e incompleto delle Nostre parole.

Noi ci interessiamo adesso delle tentazioni più grosse e più diffuse nei riguardi del nome di Dio. L’altra volta, scegliendo fra queste tentazioni, consideravamo la prima: cioè è impossibile conoscere Dio. Ora ne ascoltiamo un’altra, all’apparenza più banale, ma non meno profonda e formidabile, che dice: è inutile occuparsi di Dio. È la tentazione che diventa facilmente operante; cioè si fa negazione, ed ha subito la sua applicazione: la rinuncia alla ricerca di Dio, l’abbandono della pratica religiosa, e l’acquisto di una certa tranquillità di coscienza, tanto in ordine alla questione speculativa circa il buon fondamento d’un nostro rapporto con Dio, quanto in ordine alle conseguenze morali che ne derivano. Inutile, si dice, porsi un problema religioso: o non ammette soluzione, o non giova affatto ch’esso ne abbia una. Si vive lo stesso; non c’è più bisogno di porsi un problema così difficile, e praticamente superfluo.

È per molti un assioma, che sa di scoperta, di liberazione: via libera; non v’è più bisogno di Dio.


VANITÀ DEL RAZIONALISMO SCIENTIFICO

La mentalità moderna, tutta imbevuta di razionalismo scientifico, soddisfatta dei risultati del campo di cognizioni, che le dànno la soddisfazione non solo di capire ciò ch’essa studia, ma di convertire il suo sapere nell’operare e nel trarre vantaggi dalle sue cognizioni, nel godere delle conquiste del proprio studio e del proprio lavoro, non chiede altro. Anzi, proclamata l’inutilità di Dio, essa afferma, si vive meglio; si guadagna tempo, si concentra l’attenzione e l’attività su cose delle quali si misura la realtà, si risolvono problemi che sembrano i soli veri e interessanti, quelli economici innanzi tutto, poi quelli sociali, quelli politici, e così via; si rompono tanti vincoli ormai superflui per l’uomo adulto e progredito, convenzionali, superstiziosi, noiosi. Sarebbero da citare certe antiche espressioni dei Salmi: non est Deus, non c’è più Dio (Cfr. Ps 13,1 Ps 52,1).

Su questa affermazione, speculativa o empirica che sia, circa l’inutilità di Dio, e perciò della religione, della fede, dell’orazione, e alla fine del confronto della propria coscienza con una eventuale e inesorabile esigenza di legge divina, si potrebbe costruire in cento diverse figure la fisionomia tipica di moltissima gente del nostro tempo, che incontriamo nel mondo in cui viviamo, e troviamo dipinta in tante pagine della letteratura moderna; l’indifferentismo, l’agnosticismo, il pessimismo, l’irrazionalismo, l’anticlericalismo, l’ateismo, ecc., di cui è tessuta la psicologia di molti nostri contemporanei, si alimentano spesso da questa medesima radice della presunta vanità d’un concludente e proficuo problema teologico.

IL MASSIMO DOVERE

Come vedete, non è questa la posizione nostra, affatto. Noi battezzati, noi credenti, noi specialmente ministri dei misteri di Dio, non solo non ammettiamo l’opinione, e nemmeno l’ipotesi dell’inutilità del nome di Dio nel contesto della vita umana, ma affermiamo il contrario. Dio è necessario! È l’Essere necessario, l’unico necessario in Sé, e necessario per noi. È bene saldare la nostra convinzione a questo capitale principio. Ciò che più vale, ciò che più preme per noi è proprio questo realissimo, beatissimo nome di Dio.

Così si apre la legge costituzionale dell’universo: «Io sono il Signore Dio tuo» (Ex 20,2 Ex 20,7); e così suona la nostra sovrana preghiera: «. . . sia santificato il Tuo nome, venga il Tuo regno . . .». La lezione dominante del Vangelo, al quale è offerta la nostra esistenza, ci ammonisce sempre così: «Cercate prima il regno di Dio . .» (Mt 6,33).

Forse qualcuno obietterà: dovere, non utilità. Ma se si analizza l’intrinseca necessità di questo dovere morale, libero, sì, ma erompente dall’esigenza costituzionale del nostro essere, si vede che la prima e massima utilità coincide per noi col primo e massimo nostro dovere; e se anche per questo dovere noi dovessimo spendere ogni nostro vantaggio e la nostra stessa vita, il nostro calcolo non sarebbe sbagliato; lo dice Gesù, il Maestro, martire poi delle sue parole: «Chi ama la propria vita, la perderà; e chi disprezza la propria vita in questo mondo la custodisce per la vita eterna» (Io. 12, 25). Se Dio è per noi la vera ragione per cui ci è data la vita, dedicare a Lui pensiero, cuore, azione, significa, oltre che rispondere al fine nostro essenziale, realizzare noi stessi. Così ci ricorda S. Ignazio con la prima meditazione dei suoi esercizi spirituali: homo creatus est . . . . e così ci rispondeva il bambino della nostra scuola di catechismo, scuola della somma sapienza, alla domanda: «perché Dio ti ha creato? mi ha creato per conoscerlo, per amarlo, per servirlo in questa vita; e per poi goderlo eternamente nell’altra».


LA LUCE, IL VERO BENE, L’AMORE

Ma la tentazione insisterà: cui bono? a che serve Dio nella vita nostra? Tutti i nostri giudizi sottostanno alla misura del profitto immediato e personale. Siamo antropocentrici; cioè a noi più preme il nostro io, che l’onore e il servizio di Dio; siamo utilitaristi, siamo egoisti. Più che all’essere e al dover essere noi badiamo al valore, cioè al rapporto di utilità; e ancora sulla bilancia dei valori, delle cose preziose, le nostre cose, i nostri interessi, i nostri piaceri tendono a prevalere sul sommo Bene, ma tanto per noi misterioso, tanto irriducibile alla nostra consueta esperienza, il Quale si chiama Dio. Ancora una parola di Cristo, grave e drammatica come una sentenza, ci obbliga a rivedere il gioco della nostra bilancia: «Che cosa giova infatti all’uomo, se anche guadagna il mondo intero, e poi perde l’anima sua?» (Mt 16,26). E come l’uomo può salvare l’anima sua? Ecco che la tentazione circa la inutilità di Dio svela il suo inganno: la grande, la suprema questione della nostra salvezza come la risolveremo dimenticando ciò che la fede, in Dio, in Cristo, nello Spirito Santo, c’insegna a tale riguardo? Questo indispensabile vantaggio, questa unica vera utilità solo da Dio ci può venire; da Lui che dice: «Io sono la tua salvezza» (Ps 34,3).

E quanti altri vantaggi derivano a noi, se il nome di Dio splende su la nostra vita. Il loro elenco sarebbe troppo ampio e troppo lungo, se lo volessimo appena descrivere: da quelli nel campo del pensiero : Dio è la luce. Come in quello dell’operare: Dio è il vero Bene, Dio è l’Amore; come, alla fine, si sostiene un’etica senza Dio? Ed anche un cristianesimo, tutto rivolto, in linea orizzontale, secondo l’espressione moderna, cioè senza Dio e perfino senza Cristo-Dio, rivolto verso gli altri, verso gli uomini, come si reggerà senza il flusso verticale dell’amore di Dio che discende, e risale a Dio, e non si esaurirà e forse non si pervertirà, non potendo più avere questo intimo cogente nome di Dio, e così dare autenticamente agli altri il nome di fratelli, cioè figli dello stesso Padre-Iddio?

Non releghiamo il nome di Dio fra i concetti vani e superati, inutili ormai all’uomo libero e padrone di sé, ma quanto più noi siamo affrancati dai vani pensieri e dai miti superati, sentiamo la virtù, la pienezza, la bontà di quel nome benedetto, e celebriamone la Realtà ineffabile nella fede e nell’amore.

Vi conforti a tanto la Nostra Benedizione Apostolica.

Per i fratelli dell’America Latina

Un paterno saluto è dovuto oggi ai delegati diocesani del « Movimento Laici per l’America Latina » e ai giovani che si preparano a prestare la loro opera per alcuni anni in quel continente.

Ben volentieri abbiamo aderito al vostro desiderio, Figli carissimi, e cogliamo l’occasione di questo incontro per ringraziarvi del servizio che rendete alla Chiesa col vostro generoso impegno. Il sapervi animati da tanto zelo, ci assicura che le ansie e le sollecitudini della Chiesa per l’America Latina hanno trovato in voi eco profonda e piena rispondenza. Opera di apostolato veramente meritoria, la vostra, per la quale si applicano le parole del Concilio: «Nella Chiesa sono degni di particolare onore e raccomandazione quei laici, celibi o uniti in matrimonio, che si consacrano in perpetuo o temporaneamente al servizio delle istituzioni e delle loro opere con la propria competenza professionale. È per essa di grande gioia vedere crescere sempre più il numero dei laici che offrono il proprio servizio alle associazioni e alle opere di apostolato, sia dentro i confini della propria nazione, sia in campo internazionale» (Apostolicam actuositatem AA 22).

Noi chiediamo pertanto di gran cuore al Signore che benedica le vostre fatiche e faccia fruttificare i vostri sforzi; si tratta, infatti, di salvaguardare e incrementare un prezioso patrimonio di civiltà cristiana in quel grande continente. Possa il vostro esempio essere trascinatore. La Chiesa ha bisogno oggi di anime generose come le vostre, capaci di dimostrare che la carità cristiana non conosce barriere né di continente né di cultura né di razza, ma tutto trascende, ed ha una sola ambizione: donarsi al servizio dei fratelli più bisognosi.

Vi sostenga l’aiuto divino specialmente in quanto vi è di faticoso nel vostro nobilissimo compito; e a tal fine vi impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione.

We repeat in English Our greeting to the young representatives of «Gen». You have come from many different countries and in communal prayer and study you are seeking to render more efficacious your contribution to the Church and to the world. With interest We follow your efforts and with affection We accompany you as you pursue the challenges of your goals.

With particular pleasure We see present here this morning a group of Japanese youth. While we welcome you most cordially, We also take the occasion to reiterate Our profound respect for your country and its noble people. Through you We send Our greeting to your homeland and especially to all the young people in Japan.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 5 agosto 1970

Le tentazioni dell’uomo moderno nei confronti di Dio e della religione sono molte e sono gravi. Vi accenniamo appena, com’è Nostra abitudine in questi brevi momenti d’udienza generale, non tanto per rispondere dottrinalmente a queste tentazioni, quanto perché ne abbiate notizia, anche in questa sede, e sappiate difendervi, come si conviene, studiando, riflettendo purificando la vostra mentalità religiosa, se occorre, e fortificando con la preghiera e con la buona volontà la fede minacciata: ut possitis sustinere, affinché sappiate resistere (1 Cor 1Co 10,13).

Fra queste tentazioni eccone una formidabile: Dio e la religione sono concetti superati. Appartengono ad altri tempi. Il nostro tempo è diventato adulto. Il pensiero moderno è progredito in misura tale da escludere ogni affermazione, che trascenda la razionalità scientifica. Dio, si dice, è trascendente; dunque è fuori della sfera degli interessi dell’uomo del nostro tempo. Appartiene al passato, non al presente, tanto meno al futuro. Il movimento della civiltà va verso una secolarizzazione crescente e totale, cioè verso l’autonomia dei valori temporali e verso la liberazione del loro asserito rapporto religioso. Avrete certamente sentito parlare di questa tendenza, che distingue dapprima le realtà terrene dal loro superiore e terminale rapporto col mondo religioso; e ciò legittimamente (Cfr.


Gaudium et spes GS 36); ma poi arriva a restringere nell’ambito di queste realtà terrene tutto il sapere e tutto l’interesse dell’uomo, secolarizzando, laicizzando, desacralizzando ogni forma di vita moderna. La religione non vi avrebbe più posto, né alcuna ragione d’essere, a meno che non sia reinterpretata in senso puramente umanista, così che essa proclami che l’uomo è per l’uomo l’essere supremo (Cfr. MARX, NIETZSCHE, ecc.).


IL PROGRESSO E LA STORIA

Come vedete, l’obiezione è sovversiva rispetto alla nostra fede, ed è in questi anni assai forte e diffusa, giungendo perfino nel campo teologico, con qualche intenzione non sempre eversiva anche in quello cattolico.

Qual è la sua forza motrice? Essa sembra doversi identificare nel movimento, nell’evoluzione, nel cambiamento delle idee risultante dal progresso, dalla mutazione della vita moderna in confronto con quella dei tempi precedenti. Noi siamo soliti a chiamare storia questo flusso di avvenimenti e di costumi, quando esso si riferisce alla vita dell’uomo. La storia sarebbe la causa fatale della dissoluzione dell’idea religiosa. Il senso di questo processo delle cose e degli uomini nel tempo ci tenta a classificare come antiquata, come oggi insostenibile, come abusivamente superstite la religione, e come mitico, cioè immaginario e irreale, lo stesso nome di Dio. Un uomo religioso sarebbe un reazionario, un ingenuo fuori moda, un essere infelice, non ancora emancipato dai ceppi di una mentalità superata.

Superfluo che noi vi ricordiamo quale potere suggestivo abbia oggi questa tentazione. I fatti lo dicono, i libro lo documentano. I giovani specialmente subiscono il fascino di questa forma di ateismo per l’aspetto di attualità, che lo riveste, di spregiudicatezza, ch’esso autorizza e fomenta, di evidenza elementare, che sembra suffragarlo. Questo genere di ateismo sarebbe un segno di progresso mentale, causa ed effetto del progresso scientifico, tecnico, sociale, culturale. La storia, cioè l’evoluzione, è il segreto di questa metamorfosi del mondo moderno. Su l’ateismo si potrebbero fare dissertazioni senza fine, specialmente nel campo speculativo; esiste nella letteratura cattolica una ricca produzione di opere di studio e di divulgazione, che faremo bene a conoscere e a valorizzare. Ma noi ci limitiamo ora a considerare l’aspetto tentatore della negazione di Dio e dei nostri rapporti con Lui, causato dal così detto «nostro tempo».


LE MODE DEL PENSIERO

Vorremmo invitarvi ad esaminare questa espressione. Essa farebbe torto alla vostra intelligenza, se da sé bastasse a formare in voi una certezza, specialmente in questione di tanta importanza. Può, al più, fondare una presunzione di verità, quella dell’opinione pubblica, o quella di correnti filosofiche di pensiero, che si suppongono valide. Ma di per sé l’attualità di una dottrina non basta a darle titolo di credibilità. Chi si lascia condurre dalla moda del pensiero, dall’opinione di massa, spesso non si accorge della propria attitudine servile: si esalta nelle parole, nelle idee altrui, nelle opinioni comode, nella rinuncia ad uno sforzo mentale proprio, nel godimento d’essersi affrancato dalla mentalità del proprio ambiente, spesso non privo di sapienza e di esperienza, e di lasciarsi portare dalle idee trionfanti: e si crede libero! E non si avvede d’un’altra debolezza: che le idee trionfanti nel tempo, col tempo possono mutare, e mutano di fatto; egli si espone perciò a smentite e a delusioni di domani; sorriderà forse allora di se stesso, o forse meglio rimpiangerà d’aver abbandonato il timone della propria personalità a mani e a cervelli altrui, d’essere un uomo mancato, d’aver camminato al buio.

ATTUALITÀ DELLA FEDE

Riflettano le persone intelligenti. Riflettano i giovani. Riflettano i lavoratori. Tutti dobbiamo riflettere. Oggi specialmente, quando l’idea di «progresso», di autosufficienza umana, subisce una crisi paurosa, e trova proprio nei suoi fedeli operatori i contestatori più neri e più disperati.

Che se altri fossero i motivi della ripugnanza al Dio della fede vogliamo parimente riflettere: l’analisi seria e paziente di questi motivi ne mostrerà alla fine la fallacia; e, non senza un immancabile aiuto di quel Dio che mettiamo in causa (Cfr. S. IREN., Ad. Haer. IV, 5, 1: «non possiamo senza Dio conoscere Dio»), troveremo ch’Egli non è il fantasma che l’uomo ignorante o emotivo s’è creato da sé; troveremo, come dice il Concilio, in una mirabile pagina, «che il riconoscimento di Dio non si oppone in alcun modo alla dignità dell’uomo» e che, proprio in conformità alla tensione dell’uomo moderno a cercare nel tempo avvenire la pienezza della vita, «la speranza escatologica non diminuisce l’importanza degli impegni terreni, ma anzi, offre nuovi motivi a sostegno del compimento di essi» (Gaudium et spes GS 21).

Rileggiamo una pagina del P. De Lubac: «Si respinge Dio come colui che limita l’uomo, e non si vede che per rapporto con Dio l’uomo ha in sé “qualche infinità”. Si respinge Dio come quegli che soggioga l’uomo, e non si vede che è per rapporto con Dio che l’uomo sfugge a ogni servitù, in particolare a quella della storia e della società . . .» (DE LUBAC, Sur les chemins de Dieu, p. 268).

Dio non è sorpassato. E nemmeno l’idea di Dio, nella pienezza del suo Essere, nel mistero della sua esistenza, nella meraviglia della sua rivelazione, è sorpassata. Solo bisogna rigenerarla nei nostri spiriti, che l’hanno deformata, profanata, rimpicciolita, espulsa e dimenticata; rigenerarla nella ricerca, nella fede cristiana, nella carità ambivalente: verso di Lui e verso i fratelli, per riscoprirla l’attualità per eccellenza, la luce del tempo, la promessa dell’eternità.

Il suo nome è «Sempre».

Diciamo anche con il cantore biblico: «Benedirò il Signore in ogni tempo, e sempre avrò sulle mie labbra la sua lode» (Ps 33,2).

Con la Nostra Apostolica Benedizione.

I corsi estivi dell’Università Cattolica del S. Cuore

Quest’oggi abbiamo il conforto di salutare i partecipanti ai «Corsi estivi di lingua e cultura italiana per stranieri» organizzati dall’Università Cattolica del S. Cuore presso la sua Facoltà di Medicina in Roma.

Vi siamo grati, giovani carissimi, di questa visita e dei sentimenti di deferenza che l’hanno suggerita. Diamo a tutti di gran cuore il nostro benvenuto.

Abbiamo già avuto occasione di manifestare l’alta considerazione in cui noi teniamo i Corsi che voi frequentate e la loro finalità. Essi tendono, è vero, a diffondere la lingua e la cultura italiana fra persone di Paesi e Continenti diversi, ma nello stesso tempo moltiplicano una rete concreta di relazioni, di incontri, di scambi di idee, che sono di fondamentale importanza per lo sviluppo fra i popoli di un clima di mutua comprensione, di rispetto e di collaborazione fraterna.

Ecco perché noi guardiamo con simpatia e con fiducia ai vostri «Corsi». Servizi di questo genere costituiscono una delle forme più efficaci per promuovere la causa del progresso, della fratellanza e della pace.

Che Dio, adunque, renda feconde le vostre giornate di studio. Noi glielo chiediamo di tutto cuore, mentre invochiamo su voi, come pure i vostri dirigenti e insegnanti, l’abbondanza delle celesti benedizioni.

Gli itinerari romani

Desideriamo anche rivolgere il Nostro saluto al gruppo dei giovani partecipanti al «Nono Corso Internazionale Itinerari Romani», organizzato dal Centro Internazionale della Gioventù Lavoratrice.

Sappiamo, carissimi figli, che siete venuti, da varie parti d’Italia ed anche dall’estero, nella città di Roma, per studiarne la storia secolare, che ha dato tanto contributo alla civiltà, e per visitarne le vestigia sacre alla pietà cristiana, che ricordano ancora ai contemporanei la fede e la fortezza di innumerevoli santi e martiri.

Auspichiamo di cuore che la contemplazione di tante bellezze d’arte e di tanti insigni monumenti rappresenti per voi non solo una meritata pausa dopo i mesi di studio, ma anche un arricchimento culturale ed un valido impulso ad una testimonianza di vita cristiana sempre più generosa e cosciente.

Con questi voti, volentieri vi impartiamo l’Apostolica Benedizione, the estendiamo ai vostri familiari e a tutte le persone the vi sono care.

La «Croix-d’or»

Nous voulons adresser un salut tout spécial au groupe de la «Croix-d’or», qui fête son soixantième anniversaire. Chers Fils, nous apprécions vivement votre mouvement qui a déjà permis j tant de personnes de sortir victorieuses de l’esclavage que vous savez, grâce à une abstinence très courageuse et au soutien très fraternel de leurs amis. Comment les chrétiens n’encourageraient-ils pas de grand coeur cette belle reconquête de la dignité humaine et ce témoignage de tempérance, si nécessaire aux hommes d’aujourd’hui et si bien en harmonie avec l’Evangile?

A vous tous, et B ceux qui vous sont chers, Nous donnons Notre paternelle Bénédiction Apostolique.

We wish to speak a particular word of welcome to the young people from Sweden, members of a Lutheran Parish Choir in Stockholm. We hope that your stay in Rome is a happy one and that its memories remain with you for a long time to come. We wish you grace and peace in the Lord.

Special greetings go to Our dear Chinese friends from Hong Kong. It is a pleasure to welcome you to Castelgandolfo and to assure you of our esteem. Our affection accompanies you as you return to your homes.

Once again We are happy to have present with us friends from Japan. This week we receive most cordially the Japanese Group of Italian Arts Seminar. We extend our best wishes for your travels and for your work and send Our greetings to your families and loved ones.

To all the University Students present here this morning goes the expression of our most cordial sentiments. We know how great is your energy and enthusiasm and we are convinced that you can contribute much to the building of a better world. You have Our prayers and best wishes for your future. Your brothers and sisters need your service. Be strong; be faithful to your task.

Unser herzlicher Gruss gilt such den Mitgliedern und Wohltätern des «Kreises Junger Missionare» aus Ingolstadt. Mit ihrem Gründer Pater Leeb weilen sie zu ihrer ersten gemeinsamen Pilgerfahrt in Rom.

Liebe Freunde, das Ziel eurer Bewegung ist die Förderung von Priesterberufen. Damit habt ihr euch ein Anliegen unseres Herrn zu eigen gemacht, von dem such das Konzil ausdrücklich spricht. Wir ermuntern euch, auf eurem Weg der Hingabe und des Opfers mutig voranzuschreiten.

Dazu erteilen Wir euch und allen anwesenden Pilgern von Herzen den Apostolischen Segen.


Paolo VI Udienze 1970 - È NECESSARIO VIGILARE