Paolo VI Omelie 1970 - Mercoledì delle Ceneri, 11 febbraio 1970



SANTA MESSA NELLA PARROCCHIA DI SAN GIOVANNI LEONARDI A TORRE MAURA

Domenica, 8 marzo 1970

Dopo aver salutato il Cardinale Vicario, i vicegerenti, il Vescovo ausiliare di Roma Est e tutti i presenti, Paolo VI accenna alla ragione della sua venuta. Si è presentato come Vescovo di Roma che ha a cuore la vita spirituale dei suoi diocesani. È là come Pastore, maestro, guida, come amico e padre. La sua presenza nella parrocchia è un adempimento del suo ministero nei riguardi della popolazione romana, che la Provvidenza ha affidato alle sue cure pastorali.

Il Santo Padre quindi richiama le parole «profonde e belle» di Gesù contenute nel Vangelo di San Giovanni dov’è descritto l’incontro con Nicodemo, il fariseo credente e dubbioso. Il colloquio avviene di notte. C’è un piccolo lume, e Gesù, la Luce del mondo, che parla a quest’uomo in cerca di luce. Gli dice tante cose. Gli svela il perché della sua venuta nel ‘mondo. Cristo si presenta come Figlio di Dio, come Figlio dell’uomo, come unico, come Messia. E dice al mondo la semplicissima, ma sconvolgente, esultante parola: Dio . . .

Noi figli del nostro tempo sappiamo la difficoltà, il mistero che si addensa su questa parola. Conosciamo tutta la negazione che vuole cancellare il nome di Dio dalle coscienze e dalla professione pubblica. E sentiamo le mille voci che dicono su Dio le tante e tante cose che non sempre assimiliamo. Abbiamo qualche intuizione sulla Sua esistenza, sentiamo qualcosa della Sua grandezza. La nostra esperienza, che si ferma alle cose che si vedono e si toccano, pur non parlandoci di Dio, ne lascia trasparire qualcosa. Chi studia la scienza si trova in una posizione ambigua e dice: Non ho trovato Dio studiando le cose. Chi ha varcato i confini del cielo dice: Non ho trovato Dio viaggiando negli spazi. Eppure ripensandoci si deve dire: Tutto questo è così bello che qualcosa c’è dentro: un disegno, una parola stampata proprio sulle cose. Chi studia deve sentire che c’è una presenza del Signore.

Non è vero, adunque, che la scienza allontani da Dio. La scienza lascia intravedere una immensa realtà. I segni che troviamo in tutto il creato ci dicono che c’è una legge, un pensiero, una infinita personalità che domina l’esistenza dell’universo. Il Santo Padre ricorda a questo punto l’opportunità che ebbe alcuni giorni or sono di vedere da vicino alcuni frammenti di rocce lunari. Guardandoli, apparivano come le comuni pietre terrestri. Ma anche se fossero diversi l’indagine scientifica sempre conclude che le stesse leggi che regolano la natura terrestre dominano l’universo. Tutto l’universo è penetrato da un disegno che sarà misterioso, ma dice una verità: è un disegno, è un pensiero. E allora restiamo con un gemito nell’anima: perché il Signore si nasconde? Tormenta le grandi anime, e può tormentare anche le nostre, il senso dell’essere, dell’esistenza, del vivere. Che cosa penserà di me Dio? In che relazione sono io con Lui? Sarà il Dio terribile, che non mi conosce e lascerà che io sia stritolato dalle leggi del mondo che ha creato? Sono un essere che non ha nessuna importanza davanti a Lui? O invece . . .

Qui è la novità, qui arriva il Vangelo, a dirci perché è venuto Gesù. Egli nel mistero dell’essere, nella grande curiosità dell’uomo ha aperto un varco, ha spalancato una finestra ed è sorta una mirabile onda di luce. Dio ci ama. Questa la rivelazione. Noi siamo amati, siamo benvoluti, siamo pensati, siamo voluti da Dio. Dio veglia su di noi più che una madre non vegli sul suo bambino. E quando abbiamo voluto dare un nome a questo Essere sconfinato, infinito e tremendamente misterioso, Gesù ci ha insegnato a invocarlo in piena confidenza, in amore perfetto: Chiamatelo Padre.

Dio ci è padre. Nel mondo, nell’umanità, nella storia il Papa ripete l’eco di questa verità evangelica. Dio ci vuol bene. Dio pensa a noi, ha l’occhio suo sempre aperto sopra di noi e sta scrutando la nostra risposta. Dio ci ama, ci compatisce, ci perdona, ci consola e niente lascia cadere delle nostre parole, dei nostri gemiti, delle nostre invocazioni, delle nostre lacrime, delle nostre opere buone. Vuole che la nostra vita si riassuma in un atto d’amore. E il misterioso contatto tra Dio e l’uomo non si attua se non tramite Cristo. Occorreva un ponte tra noi e Dio, un intermediario che ci portasse alla pienezza cui tende la nostra vita, il nostro destino eterno. È il mistero della gioia e della salvezza qual è la Redenzione, che avrà la sua festa più solenne nella Santa Pasqua.

Quando nel silenzio delle nostre anime o nel tumulto della nostra esistenza ci domandiamo il perché del nostro essere al mondo, ricordiamoci che Dio ci ama. Tanto ha amato il mondo da dare Cristo, suo Figlio unigenito, per la salvezza degli uomini. Abbiamo la fortuna di chiamarci figli di Dio e di legare la nostra misera vita alla sua esistenza infinita, come piccole scintille che devono finire nel sole, nella luce del Signore. Dio ci ama! Ricordiamo questa verità e saremo felici, benedetti, salvati per sempre.








«DOMINICA IN PALMIS DE PASSIONE DOMINI»

Domenica, 22 marzo 1970

Due pagine del Vangelo apre davanti a noi la liturgia di oggi, Domenica delle Palme, quella dell’ingresso clamoroso di Gesù in Gerusalemme, e quella della sua Passione. È l’evangelista Marco, testimonio probabilmente oculare dei fatti narrati, e a lui confidati, sulla traccia della prima catechesi della nascente comunità cristiana, dall’apostolo Pietro, forse qui in Roma. Delle due pagine ora scegliamo la prima, quella caratteristica di questa domenica, il Vangelo così detto delle Palme, per la Nostra breve meditazione.

Ne avete ascoltato poco fa la lettura. Ripensate la scena descritta. È singolare nella storia evangelica, perché è una scena pubblica, festosa, intenzionale. Abbiamo visto altre volte, leggendo il Vangelo, Gesù circondato dalle folle attratte dalla sua parola, dai suoi miracoli, dalla sua figura; ma abbiamo sempre notato come Gesù fosse alieno dal provocare acclamazioni per sé; era anzi schivo dall’eccitare la popolarità d’intorno alla sua persona. Questa volta no: Gesù desidera d’essere riconosciuto ed acclamato, tanto che quando «alcuni Farisei in mezzo alla gente (ipocritamente solleciti dell’ordine pubblico, ma in realtà infastiditi che tutto il popolo andasse appresso a lui) (Io. 12, 19) gli dissero: Maestro, sgrida i tuoi discepoli, Egli rispose loro: Io vi dico, se questi tacessero, griderebbero le pietre!» (Lc 19,39-40). Perché questo nuovo atteggiamento nel Signore? Gesù vuole entrare in Gerusalemme, in quei giorni straripante fors’anche di gente venuta per l’imminente celebrazione della Pasqua giudaica, in forma nuova, in forma, diciamo così, ufficiale. Egli sa che cosa lo attende, lo ha confidato ai suoi discepoli: «Ecco noi ascendiamo a Gerusalemme, e il Figlio dell’uomo (cioè lui stesso, Gesù) sarà dato in mano dei principi dei Sacerdoti e degli Scribi, ed essi lo condanneranno a morte, e lo consegneranno ai Gentili per essere schernito, flagellato e crocifisso» (Mt 20,18-19). Egli così comincia la sua passione, e vuole metterne in evidenza non solo l’aspetto libero e volontario (Cfr. Is. Is 53,7 Hebr. Is 9,14 Ep 5,2), ma altresì l’aspetto messianico; Gesù, prima di consumare il suo sacrificio, perché tale è la sua morte, la sua immolazione, vuole svelare finalmente e apertamente chi Egli sia, e quale sia la sua missione; Egli è il Messia, e come tale Egli vuole essere liberamente e clamorosamente riconosciuto dal suo popolo.

ASPETTO MESSIANICO DELLA PASSIONE

Qui bisognerebbe avere una idea del significato pregnante di questa parola «Messia», che vuol dire Cristo, l’uomo eletto e consacrato, nel quale si concentravano le secolari e profetiche attese d’Israele, tutte le speranze della nazione privilegiata e predestinata ad essere, mediante il Messia, il cardine dei destini del mondo. Il Messia era considerato come il Figlio di David, il Re della storia guidata dai disegni di Dio, il Salvatore prodigioso, dal quale ogni malanno dell’umanità avrebbe avuto rimedio (Cfr. Matth. Mt 11,3 ss.). Gesù darà un significato più profondo e più drammatico, e soprannaturale a questo titolo meraviglioso, e a Sé lo rivendicherà, a Sé lo attribuirà, a Sé vorrà che sia palesemente riconosciuto. E noi oggi ricordiamo il momento fatidico nel quale Gesù è celebrato come Messia, come Cristo. È l’ora sua. L’epilogo della sua vita temporale dovrà consumarsi con questa qualifica di Messia. L’episodio dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme assume un’importanza risolutiva delle questioni che si erano addensate intorno alla misteriosa personalità di Gesù. Chi era Gesù? «Il figlio del fabbro»? (Mt 13,55) Una figura singolare: «Il Figlio dell’uomo», come Gesù stesso si qualificava? un Profeta? (Mt 16,14 Mt 21,11 etc. ) era lui davvero il Messia? (Io. 1, 41) proprio quello che deve venire? (Mt 11, 3, 5) Che sia lui il Figlio di David? (Mt 20,30-31) da proclamare Re? (Io. 6, 15) o qualcuno più grande e misterioso ancora, il Figlio di Dio? (Mt 16,16 Io. Mt 1,49 Mt 8, passim) il dubbio cresce a mano a mano che Gesù si concede rivelando il mistero della sua filiazione divina, fino alla domanda incalzante, nel processo del Sinedrio, durante l’ultima notte: «Sei tu il Cristo, Figlio di Dio benedetto?» (Mc 14,61). La identificazione della vera personalità di Gesù è la questione che attraversa tutto il Vangelo, e che lo rende drammatico e tragico alla fine.

Gesù aveva dato di Sé tante definizioni, che formano l’oggetto e la delizia della nostra fede; sarà bello ricordarle; come: «Io sono il pane della vita» (Io. 6, 48); «Io sono il buon Pastore» (Io. 10, 11); «Io sono la luce del mondo» (Io. 12, 46); eccetera; ricordate, all’ultima cena: «Io sono la via, la verità, la vita»? (Io. 14, 6) Ma nella scena che stiamo meditando Gesù, non con le parole, ma con un atto definisce Se stesso: Messia. Non è un atto trionfalista, ma piuttosto una umile, se pur pubblica e studiata, presentazione di Sé, la grandezza della quale non vogliamo considerare nel suo aspetto modesto e popolare, ma piuttosto nell’esplosione festiva della folla, nella certezza ormai acquisita del popolo, nella professione che i giovani specialmente fanno della loro fede e della loro letizia per il riconoscimento irreversibile del carattere messianico di Gesù: è Lui, è Lui l’atteso da secoli, Lui l’atteso da questa generazione, Lui la chiave di tutta la storia passata e futura. La curiosità, il dubbio, l’esitazione, il fascino, l’ammirazione, che avevano circondato fino allora Gesù, scoppiano ormai nella sicurezza delle entusiastiche acclamazioni: è Lui, è Lui, il Figlio di Davide, il Cristo, il Signore.

Ora fate attenzione. Nella liturgia che stiamo celebrando questo incontro si ripete. La Chiesa riporta quella scena, quel momento decisivo davanti ai nostri animi. Gesù si ripresenta davanti a noi, umile e formidabile, svelando se stesso. Egli parla, quasi da sé, e, cosa impressionante in tanta festa che lo circonda, Egli piange. Piange guardando la città vicina e dicendo, quasi a dialogo con essa, prevedendo, nonostante quell’ora di gloria: «Oh! se conoscessi anche tu, e proprio in questo giorno, quello che giova alla tua pace! Invece ora i tuoi occhi sono rimasti chiusi . . .»; e, predicando la futura rovina della santa, ma infedele città, soggiunge: «Perché non hai riconosciuto il momento nel quale sei stata visitata» (Lc 19,42-44).

GESÙ, NOSTRA SCELTA

Il significato di questo Vangelo delle palme, da noi ora riletto, è una domanda inevitabile. Propone una scelta, che riguarda il destino della nostra vita. Sì, o no: riconosciamo noi Gesù per chi Egli è, il Cristo? Cioè il Messia, il mandato da Dio, calato nel mondo, per dare all’umanità la salvezza? Ovvero per essere fra noi «il segno di contraddizione» (Lc 2,34), l’ago di scambio fra le due vie fatali, della salute o della perdizione, della vita o della morte? Abbiamo noi l’intuito felice, la freschezza, il gaudio, l’audacia di proclamare ancora oggi che Gesù è Lui, la nostra scelta, Lui è il nostro Redentore, necessario, sufficiente; Lui, venuto per tutti, venuto per ciascuno di noi; Lui, il Maestro, Lui l’Amico, Lui «la risurrezione e la vita»? (Io. 11, 25) Lui, sì, la via, Lui, la verità, Lui, la vita delle nostre singole esistenze e di tutta la comunità di quanti in Lui credono, di Lui si fidano, da Lui si sentono amati e a Lui offrono il loro povero e grande amore?

Gesù, il Cristo, incrocia ancor oggi, incrocia sempre e dappertutto, i sentieri dell’umanità, e pone Se stesso come la grande questione, come la scelta somma e decisiva, che ogni uomo, che ogni popolo è chiamato a fare. Gesù è la grande responsabilità nella storia d’ogni umana esistenza, Gesù è al grado supremo di tensione della libertà della vita cosciente. Gesù è al nodo ultimo e primo, dove le nostre sorti si definiscono. Gesù è l’invito più intimo e personale rivolto alla nostra coscienza lucida ed operante.

APPELLO AI GIOVANI

Questo discorso, elementare ed essenziale, in cui si riassume il «cherigma», l’annuncio, la proclamazione del Vangelo, è per tutti; ma a voi, giovani, specialmente è rivolto; a voi, che abbiamo invitato a questo rito pasquale, e che qui ci rappresentate la presente generazione giovanile. Noi osiamo parlarvi direttamente, perché voi, come nel Vangelo delle palme, siete i protagonisti del sempre drammatico incontro di Gesù, il Cristo dei secoli, con l’umanità. Molti oggi parlano dei giovani; ma non molti, ci pare, parlano ai giovani. Forse non sanno, forse non si fidano. Noi vi parliamo, perché un dovere ineluttabile ci obbliga a farlo. E lo facciamo come chi vi vuol bene; come i vostri Genitori, come i vostri Maestri; e osiamo dire, con una parola ancora più grande, più profonda della loro, perché la Nostra parola, a vero dire, non è Nostra, ma di Cristo stesso, del quale Noi altro non siamo che l’umile eco fedele.

Vorremmo farci comprendere. Volete voi ascoltarci? Se sì, prima ascoltate voi stessi. Quali voci nascono dall’interno del vostro spirito? Provate a concedervi qualche momento di silenzio interiore: che cosa sentite? Noi crediamo che sentite molte voci confuse, alcune volte fino allo strepito. Quali voci? Sono le voci del mondo che vi circonda, e che sentite echeggiare dentro di voi: voci della conversazione domestica, voci della vostra scuola, voci dei vostri compagni, voci che cominciano a soverchiare le altre; sono quelle del nostro tempo, del nostro mondo; parole grosse e difficili, musiche piacevoli e frivole, grida umane, che cominciano ad essere impressionanti, e che generano dentro di voi altre voci, vostre queste: sono le voci dei primi giudizi, voci delle prime esperienze, voci perfino conturbanti e attraenti: curiosità, fantasie, tentazioni le chiamano; esse cominciano a suscitare in voi le voci, che diventeranno imperiose, le voci dei desideri, le voci che vogliono dare alla vita - badate! - il suo senso, il suo valore, il suo destino. Sono le voci personali.

Le avete mai ascoltate? Che cosa vi dicono? Qualche cosa di ideale, molto bello e molto difficile; tanto difficile che talvolta voi diventate impazienti, talvolta illusi, talvolta tristi. Sono le voci che suonano: libertà, verità, amore. Ovvero: grandezza, eroismo, felicità. Sono le voci proprie della vita. Sono sincere, o sono bugiarde? Le possiamo riempire di realtà, ovvero restano vuote, e ci tolgono la fiducia nella vita? Ci rendono buoni o cattivi? Ci dànno la gioia dell’azione e la speranza di qualche cosa che non muore, ovvero ci rendono ribelli e desiderosi di protestare e di distruggere? Ci alienano da noi stessi e dalla nostra società, ovvero ci fanno pregustare, e anche gustare in certa misura, l’autenticità della nostra conquista e di quella dei giusti rapporti con gli altri?

Noi non vogliamo ora continuare questa introspezione, questa psicanalisi morale e sociale. Noi vi diciamo semplicemente, ma con la fede e l’amore di cui siamo capaci, che a tutte codeste meravigliose e tempestose domande vi è una suprema risposta. Vi è Uno, che è Lui stesso risposta. Una Parola, che è una Persona. Una Persona, che si chiama luce: «Io sono la luce del mondo», Egli dice (Io. 8, 12). Una Persona che si pone come la guida: «Chi mi segue, non cammina nelle tenebre» (Io. 8, 12). Una Persona, pensate, che dice di Sé: «Io sono il Pane della vita» (Io. 6, 48). Potremmo continuare; ma voi avete capito: quella Parola, quella Persona è Gesù, è il Cristo, «che si è fatto per noi sapienza, giustizia, santità, redenzione» (1 Cor. 1Co 1,30). Egli è Colui che dà alla nostra esistenza il suo vero amore, la sua intangibile dignità, la sua responsabile libertà, il suo autentico valore, il suo pieno amore. È Lui il nostro Salvatore; Lui è la testa del nostro corpo immenso ed in formazione, ch’è l’umanità credente e redenta, la Chiesa; è Colui che ci perdona e ci fa capaci di cose più grandi di noi, è il difensore dei poveri, è il consolatore dei sofferenti, è, in una parola, il nostro Messia, è Cristo, Cristo Gesù!

Lo conoscete? Lo riconoscete? Lo acclamate anche voi, oggi, con la risposta inneggiante della vostra fede e del vostro ideale? Ecco: beati voi, se questo avete capito e se questo farete (Cfr. Io. 13, 17).








SANTA MESSA IN «CENA DOMINI» NELL’ARCIBASILICA LATERANENSE

Giovedì Santo, 26 marzo 1970

Venerati Fratelli e Figli tutti carissimi,

Obbligati dal nostro ministero ad aprire le labbra in questo luogo sacro, «magnum stratum», grande ed ornato, cenacolo per eccellenza della Chiesa romana e cattolica, ed in questo momento, fra tutti intenso di sentimenti e di pensieri religiosi ed umani, mentre ci sarebbe caro ascoltare in interiore silenzio le grandi voci che salgono dalla sublime liturgia, che stiamo celebrando, Noi offriremo alla vostra benevola attenzione alcune elementari indicazioni, che valgano a stimolare la nostra riflessione su gli aspetti ovvii e fondamentali di questo rito e a mettere in sintonia i nostri animi in un comune coro spirituale.

PIENEZZA DI COMUNIONE ECCLESIALE

E la prima indicazione è proprio questa relativa alla comunione ecclesiale, che qui ci riunisce e che ora acquista una singolare pienezza, un suo proprio significato. Questo è un momento particolare di comunione fra noi, fra quanti hanno accolto il Nostro invito e ci hanno fatto dono della loro presenza. Se mai occasione felice ci è offerta per realizzare le parole del Signore: «Dovunque due o tre persone sono riunite nel mio nome, Io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20), questa è per noi, mentre appunto questo suo nome, e solo il suo nome, polarizza la nostra assistenza, ed emerge fra noi, come se qui ora Egli fosse e tra poco sacramentalmente sarà, e fin d’ora riempie di Sé le nostre anime, e le affratella nella fede, nella concordia, nella pace, nel gaudio di saperci e di sentirci « chiesa », cioè unione, suo unico ovile, suo corpo mistico. Cada in questo momento ogni distanza fra noi, ogni diffidenza, ogni noncuranza, ogni estraneità; cada ogni rancore, ogni rivalità; e procuri ognuno di noi di sperimentare «quanto è bello e quanto è giocondo che dei fratelli si trovino insieme» (Ps 132,1); e avverta ciascuno dentro di sé come l’aver la fortuna d’essere, come la prima comunità dei credenti, «un Cuor solo e un’anima sola» (Act. 4, 32) significhi realizzare la nostra impegnativa qualifica di cristiani cattolici. La carità dentro la Chiesa, la carità, che la raduna e la compone, la carità che la specifica «corpo mistico» e rende fratelli tutti quelli che ne accettano la socialità organizzata (Mt 23,8 Lc 10,16), la carità umile, amica e solidale fra di noi fedeli e seguaci e ministri di Cristo, è il primo esigente requisito per sedere alla mensa del Giovedì Santo (Cfr. Luc. Lc 22,24 ss.).

Insieme dunque, più che mai, viviamo quest’ora fugace. Ma quale ne è lo scopo, quale l’intenzione? Perché siamo qui riuniti? Ecco allora una seconda Nostra indicazione, anch’essa notissima. Siamo qui per una commemorazione. Questo è un rito di memoria. Sempre è tale una Messa, ma in questo giorno vogliamo far risaltare il suo carattere commemorativo. Noi celebriamo il memoriale del Signore, obbedendo alle sue parole, che possiamo dire testamentarie: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19 1 Cor. 1Co 11,25). Tutto il nostro spirito si riempie adesso del ricordo di Lui, di Gesù: vorremmo potercelo raffigurare nella nostra fantasia, com’Egli era, com’era la sua figura, il suo volto, com’era il suono della sua voce, la luce dei suoi occhi, i gesti delle sue mani . . . Nessuna immagine sensibile ci è pervenuta di Lui; pensiamo con stupore a quella così impressionante e profonda della sacra Sindone; pensiamo a scelta del nostro genio alle effigie pie dei grandi artisti preferiti, alle descrizioni dei dotti e dei santi; ma sempre con l’insoddisfazione propria di noi moderni, anche troppo favoriti dalla civiltà dell’immagine, perché la sua non è esibita al nostro sguardo, ma solo al nostro desiderio escatologico: «Vieni, o Signore Gesù!» (Ap 22,20). La nostra memoria deve contentarsi d’un’altra sua presenza, quella della sua parola! Allora tutto il Vangelo passa davanti alla nostra mente, la quale però si arresta a quella parola che Cristo pronunciò in quell’ultima cena notturna, e che Egli raccomandò al nostro ricordo. Quale parola? Oh, bene lo sappiamo: «Prendete e mangiate: questo è il mio Corpo; prendete e bevete: questo è il calice del mio Sangue».

PRESENZA VIVA E REALE DEL SIGNORE

Il convito pasquale, perché tale era quella cena rituale (Cfr. Luc. Lc 22,7 ss.), doveva essere oggetto dell’indimenticabile ricordo, ma sotto un aspetto nuovo, non già dell’uccisione e del pasto dell’agnello, segno e pegno dell’antica alleanza, ma sotto quello del pane e del vino, tramutati nel corpo e nel sangue di Gesù. L’agape a questo punto si fa mistero. La presenza del Signore si fa viva e reale. Le apparenze sensibili restano quelle che erano, pane e vino; ma la loro sostanza, la loro realtà è intimamente cambiata; quelle restano solo per significare ciò che le ha definite la parola onnipotente, perché divina, di Gesù: corpo e sangue. Noi rimaniamo attoniti. Anche perché questo prodigio è proprio ciò che il Signore ci ha detto di ricordare; anzi di rinnovare. Egli ha detto agli Apostoli «fate questo», cioè ha trasmesso in loro la virtù di ripetere il suo atto consacratorio, e non solo di ripensarlo, ma di rifarlo; il sacramento dell’Ordine sacro, come custodia, come sorgente del sacramento dell’Eucaristia, è stato insieme a questo, in quella sera unica, istituito. Noi rimaniamo attoniti, e subito tentati: ma è vero? È proprio vero ? Come si spiegano quelle sillabe sacrosante di Cristo: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue? Si può trovare una interpretazione, che non faccia violenza alla nostra elementare mentalità? Alla nostra abituale metafisica riflessione? Viene anche alla nostra bocca il commento repulsivo degli uditori di Cafarnao: «Questo linguaggio è duro; e chi mai può ascoltarlo?» (Io. 6, 61). Ma il Signore non ammette dubbi, né esegesi elusive della autentica realtà delle sue testuali parole; Egli ne fa questione di fiducia; lascerebbe disperdere il gruppo amatissimo dei suoi discepoli, piuttosto che esimerli dall’aderire alle sue paradossali ma veraci parole, proponendo loro con linguaggio non meno duro: «Volete andarvene anche voi?» (Ibid. 68).

L'ORA DELLA FEDE

Dunque questa è un’ora decisiva, l’ora della fede, l’ora che accetta nella sua integrità, anche se incomprensibile, la parola di Gesù; l’ora in cui celebriamo il «mistero della fede», l’ora in cui ripetiamo anche con cieco e sapiente abbandono la risposta di Simone Pietro: «Signore, a chi andremo noi? Tu solo hai parole di vita eterna. Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Cristo Figlio di Dio» (Io. 6, 69-70). Sì, Fratelli e Figli, questa è l’ora della fede, che assorbe e consuma l’oscura e immensa nube delle obiezioni, che la nostra ignoranza da un lato, e la raffinata dialettica del pensiero profano, dall’altro, addensano sopra il nostro spirito, che umilmente e beatamente si lascia fulminare dal verbo luminoso del Maestro e gli dice tremando come l’implorante evangelico: «Credo, o Signore; ma Tu aiuta la mia incredulità» (Mc 9,24).

Ed allora la fede interroga ancora: ma che cosa significa questo modo di ricordare il Signore? Qual è il senso, quale il valore di questo memoriale? Di questo sacramento di presenza, di questo mistero di fede? Qual è l’intenzione dominante del Signore, che Egli voleva imprimere nella memoria dei suoi in quell’ultimo incontro conviviale?

Vi è chi non si pone questa domanda, quasi per non scoprire una nuova e strabiliante verità. Ma noi non ci possiamo fermare senza raccogliere l’ultimo tesoro del testamento di Gesù. Tutto ci obbliga a farlo, perché tutto in quella sera ultima della sua vita temporale è estremamente intenzionale e drammatico: basterebbe l’osservazione di questo aspetto dell’ultima cena per non porre più termine alla nostra estatica meditazione. La tensione spirituale quasi toglie il respiro.

L’aspetto, la parola, i gesti, i discorsi del Maestro sono esuberanti della sensibilità e della profondità di chi è prossimo alla morte; Egli la sente, Egli la vede, Egli la esprime. Due note squillano sopra le altre in questa atmosfera attonita e resa silenziosa dagli atti e dai presagi del Maestro: amore e morte. La lavanda dei piedi, esempio impressionante di umile amore, il mandato, il mandato ultimo e nuovo: amatevi come Io vi ho amato; e quell’angoscia per il tradimento incombente, quella tristezza che traspare dalle parole e dall’atteggiamento del Maestro, e quella effusione mistica e incantevole dei discorsi finali, quasi soliloqui di Cristo traboccanti da un cuore che si apre alle estreme confidenze, tutto si concentra nell’azione sacramentale, testé ricordata: corpo e sangue! Sì, amore e morte vi sono raffigurati; una sola parola li esprime: sacrificio. La morte vi è significata, la morte cruenta, la morte che avrebbe separato dal corpo di Cristo il suo sangue; una immolazione, una vittima. E vittima volontaria, vittima cosciente, vittima per amore. Data per noi. Da ricordare come annunciatrice della morte di Gesù, del suo sacrificio per sempre, finché Egli non tornerà alla fine del mondo (1 Cor. 1Co 11,26). Cristo ha sigillato in un rito, rinnovabile dai suoi discepoli, fatti Apostoli e Sacerdoti, l’offerta di Se stesso, vittima al Padre, per la nostra salvezza, per nostro amore. È la Messa. È l’esempio, è la fonte dell’amore che si dà fino alla morte.

È il Giovedì Santo, che stiamo ricordando e celebrando. È il cuore e il paradigma della vita cristiana. È il mandato, è il memoriale, è la passione, è la carità di Cristo, che si trasfonde nella sua Chiesa; in noi, affinché noi di Lui e per Lui, come Lui possiamo vivere (Io. 6, 57), offrirci in sacrificio anche noi per i fratelli, per la salute del mondo (Cfr. Io. 12, 24 ss.), e un giorno in Lui risorgere (Cfr. Io. 6, 54-58).








SANTA MESSA DI PASQUA NELLA PARROCCHIA DI SAN GIORGIO A CASAL PALOCCO

Domenica di Pasqua, 29 marzo 1970

Dopo aver sottolineato la parentela spirituale che lo lega a tutti i diocesani di Roma, il Papa saluta il Cardinale Vicario, il Sindaco e le altre personalità presenti e descrive brevemente la comunità parrocchiale di Acilia, dove tra l’altro vivono molte persone venute da lontano. Sono venuto per incontrarmi con voi e per far sentire al cuore di ciascuno di voi che siete amati. Buona Pasqua: sia davvero un giorno grande e bello.

L’Augusto Pontefice annuncia la Risurrezione di Gesù, ricorda i momenti della Passione, evoca l’immagine del Sepolcro vuoto e quella della figura splendente dell’Angelo. È risorto: una frase da stampare nella memoria come la cosa più grande del mondo, l’avvenimento più straordinario della storia.

L’uomo d’oggi è abituato ad aver notizia della conquista dello spazio, delle scoperte meravigliose della scienza, delle nuove invenzioni. Ma sapere che la vita, che la nostra esistenza riprende è qualcosa di ben più strabiliante e bello. Ben lo sa chi è stato malato ed è guarito, chi ha conosciuto il buio della guerra ed ha ritrovato la pace. La Pasqua è la festa della vita, la festa della Risurrezione, della vittoria sulla morte. È il nuovo ordine che il Signore vuole stabilire nell’umanità, E non è solo un fatto personale. Il Signore è risorto per ciascuno di noi, che siamo tutti dei moribondi a causa della fragilità della nostra natura.

La vita di Gesù era tale che l’anima comandava sulla materia, mentre noi siamo fortemente condizionati dalla composizione del nostro corpo. Esso è destinato a diventare a sua volta strumento dell’anima, perché così il Signore ha stabilito. Siamo fatti per vivere in eterno. Quando una madre mette al mondo un bambino, dona al mondo una novità che non avrà mai fine. La vita è sacra, e dobbiamo proteggerla fin dal grembo materno.

Cristo è risorto, e tutti coloro che crederanno in Lui risorgeranno. Bisogna essere in convinta armonia con Lui, fare come una trasfusione della vita di Cristo nella nostra. Se riusciamo ad essere in comunicazione con questa sorgente della vita, siamo salvi. Se questo filo di congiunzione si spezza, siamo condannati. Essere con Cristo: ecco il cristiano.

Il Santo Padre sottolinea, poi, come la nostra Risurrezione si compia attraverso tre fasi. La prima è il Battesimo, quando infondiamo in una creatura come un’anima nuova, lo Spirito Santo, la Grazia, una comunicazione invisibile ma reale. È un dono che il corpo non vede, ma l’anima sì. La seconda fase consiste nella coerenza, nella fedeltà. Dobbiamo ascoltare la Parola del Signore, dobbiamo diventare discepoli, seguaci, credenti. In fondo, non c’è al mondo gente felice come i cristiani, se lo sono veramente, perché essi hanno sempre la gioia pasquale nel cuore.

Gesù ha chiamato tutti: il bambino, l’operaio, il povero. Ha riversato sul mondo felicità, gioia, letizia. Abbiate sempre l’anima - commenta il Papa - piena della gioia di Cristo. Dopo questa fase, della vita nuova, della vita cristiana, ci sarà la terza: la nostra Risurrezione. È la Parusia, l’apparizione finale dopo la nostra morte. I cimiteri si apriranno, i morti risorgeranno, la vita riprenderà, animata dall’anima immortale.

In una parola: coraggio, speranza, gioia, promessa di essere veramente cristiani e riconoscenza al Signore per averci fatto vivere la Pasqua, preludio della nostra vita eterna.








PELLEGRINAGGIO AL SANTUARIO MARIANO DI NOSTRA SIGNORA DI BONARIA

Cagliari, 24 aprile 1970

Questo è il momento prezioso del duplice incontro, che ha dato motivo alla Nostra venuta da Roma a questo vostro Santuario della Madonna di Bonaria. Duplice incontro: primo, quello della Nostra umile persona, del Papa, con il Popolo Sardo; secondo, quello Nostro e vostro con la Madre di Cristo, Maria Santissima, che in questo luogo storico e sacro è venerata, da sei secoli, come la speciale Patrona della Città di Cagliari e dell’Isola di Sardegna.

NEL SIGNORE IL SALUTO ALL’ISOLA GENEROSA

Eccoci pertanto a celebrare il primo incontro, quello con voi, Sardi carissimi. Ecco a voi nel Signore il Nostro saluto. Noi lo dovremmo rivolgere dapprima al vostro Arcivescovo, il Cardinale Sebastiano Baggio, dal quale abbiamo avuto l’irresistibile invito per questo Nostro singolare pellegrinaggio, il Nostro cordiale e riverente saluto; così lo dovremmo esprimere agli altri Confratelli Vescovi qui presenti, alle Autorità civili e militari d’ogni grado, che assistono, con tanta Nostra compiacenza, a questa cerimonia; così alle altre Personalità e ai vari gruppi qualificati della comunità ecclesiale dell’Isola, al Clero, ai Religiosi e alle Religiose, agli Alunni dei Seminari, al Laicato Cattolico, agli Amici ed ai Fedeli della Chiesa di Cagliari e dell’intera Sardegna. Ma ci vogliano concedere, tutte queste categorie di persone, che riserviamo per loro un altro momento di colloquio proprio per loro, e che diamo ora la precedenza e la preferenza al Popolo, che è qui presente, e che con le sue schiere e con la sua moltitudine ci offre un quadro stupendo, la visione genuina e rappresentativa di tutta la gente di Sardegna: a voi Sardi, a voi figli di questa Isola, nella quale convergono dal poligono mediterraneo le più antiche e le più varie linee etniche e storiche, ma voi ne costituite una sintesi quanto mai caratteristica e relativamente uniforme, a voi, cari figli della Sardegna, si rivolge il Nostro primo, affettuoso saluto. Piace a Noi incontrarvi e immaginarvi ancora scolpiti nella vostra fisionomia atavica di popolo semplice, laborioso, austero, taciturno, selvatico e triste, ma dai costumi umani e pii; un popolo adusato alle privazioni e alla fatica, un popolo isolato dal mondo, come la sua terra; un popolo dalle passioni fiere e tenaci, ma insieme dai sentimenti ingenui e gentili, capaci di esprimersi in leggendarie fantasie ed in canti gravi e calmi come echi incantevoli, che recano ancora la voce di secoli lontani. Forse Noi non vi conosciamo abbastanza, ma ciò che Noi sappiamo di voi basta per riempire il Nostro animo di affezione, di simpatia, di stima. Noi siamo molto contenti d’essere fra voi Sardi, vi salutiamo tutti di gran cuore: Siete anche voi contenti che il Papa sia venuto a trovarvi?

Siamo venuti per tutti. Ma a Noi piace rivolgere il Nostro particolare pensiero a voi, Pastori della Sardegna. Voi Pastori sembrate essere ancora i rappresentanti tipici della popolazione rurale dell’Isola. È noto anche a Noi, come a tutti, il duro e rupestre vostro genere di vita, che si svolge povera, primitiva e solitaria, e sempre congiunta, come quella dei Patriarchi biblici, alle sorti dei vostri greggi. Ci hanno detto che qualcuno di voi voleva venire a questo incontro con Noi guidando qua le sue pecore; voi ci avreste raffigurato al vivo la scena evangelica del buon Pastore, ricordando così a Noi il primo dei Nostri doveri, quello pastorale! Questo vi dice, cari Pastori Sardi, la simpatia con la quale vi salutiamo, e la comprensione che Noi abbiamo per l’umile, continua e silenziosa sofferenza, che caratterizza la vostra esistenza. Noi la vorremmo consolare e migliorare! Siamo perciò anche Noi riconoscenti con quanti si occupano di voi per alleviare le vostre misere condizioni materiali, economiche e sociali. Ci è conforto sapere che la piaga finora inguaribile della malaria è stata finalmente debellata, e che alla bella e selvaggia scena dei vostri monti e dei vostri campi è stato finalmente aggiunto il dono della salubrità: questa è una prima grande conquista, alla quale certamente altre seguiranno per migliorare le condizioni delle vostre abitazioni, della vostra istruzione, del vostro lavoro. Auguriamo dunque che la pastorizia rimanga professione onorata, rinnovata e florida della gente sarda e le conservi, con la semplicità, la sanità del costume.

AI MINATORI

Poi vogliamo salutare i minatori della Sardegna. Anche il vostro lavoro rappresenta una tradizione secolare del Popolo Sardo. Il suolo di questa Isola, aspro ed avaro alla superficie, nasconde tesori nelle profondità delle sue viscere. Fino dai primi tempi della sua storia la Sardegna è conosciuta come un’isola mineraria; e si deve a questa sua nascosta ricchezza se il Papa San Ponziano, l’unico Papa che prima di Noi abbia messo piede in Sardegna, vi fu deportato e condannato forse anche lui all’improba vostra fatica e allora ancor più dura, al tempo degli Imperatori Romani, Alessandro, Severo e Massimino, oltre diciassette secoli fa (235); certo è che qui morì martire, adflictus, maceratus fustibus, oppresso, torturato dalle bastonate (Lib. Pont.), fino a morirne, martire di Cristo e della Chiesa Romana.

Voi, Minatori, avete così un collega, il Papa minatore, vittima per la fede cristiana, mediante la durezza della vostra fatica e della crudeltà dei suoi persecutori. Come non potremmo guardare a voi con compassione e con affezione particolare? Oggi certamente il lavoro nelle miniere non è più così inumano come era una volta; ma rimane sempre un lavoro gravissimo e rischioso. Noi guardiamo a voi, Minatori, con ammirazione e con un intimo rammarico d’essere a voi tanto inferiori nella scala della sofferenza, che come seguaci ed araldi della Croce, dovrebbe essere pure la Nostra. Ci siete di monito e di esempio. Perciò vi accogliamo con particolare onore, con particolare amore. Anche per le vostre condizioni Noi stessi, in nome di Cristo, siamo riconoscenti a chi cerca di migliorarle, a chi vi assiste, a chi vi ricorda che anche voi siete figli di Dio, e perché più degli altri obbligati a così improba e socialmente indispensabile fatica, più degli altri siete meritevoli della stima comune e della cristiana carità. A voi, Minatori, il Nostro cordiale saluto.

AI PESCATORI

E salutiamo poi i Pescatori. Ecco un altro mestiere che il Signore ha voluto additare ad esempio del Nostro ufficio apostolico. Pescatori erano i primi discepoli del Signore, pescatore era Simone, poi da Lui chiamato Pietro, senza che con ciò fosse cambiato il simbolo dell’attività, alla quale doveva essere dedicata la missione di Pietro e del fratello Andrea e quindi ancor oggi la Nostra: «Venite con me, Io vi farò pescatori di uomini» (Mt 4,19). Anche a voi perciò, Pescatori, va la Nostra simpatia e si rivolge oggi il Nostro invito per questo incontro spirituale. E così vorremmo dire a coloro che lavorano nelle vicine, celebri saline della Sardegna. Il repertorio delle similitudini evangeliche contiene anche quella del sale: «Voi, disse il Signore ai suoi apostoli attribuendo a loro un carisma, un ufficio, una responsabilità speciale, voi siete il sale della terra» (Mt 5,13). Abbiamo in questo simbolo della Nostra funzione gerarchica un titolo per pensare anche a voi come ad amici.

AGLI EMIGRANTI

Ma vi è un’altra categoria di persone che Noi vogliamo espressamente salutare: sono gli Emigranti dalla Sardegna, qui oggi rappresentati, e sono specialmente gli Emigranti nella Sardegna, che sta diventando terra aperta all’attività d’ogni specie di lavoratori e di operatori provenienti dal Continente: possiate voi tutti trovare qui il Paese amico, al quale dare, dal quale ricevere, con i beni temporali, quelli spirituali, del cuore e della fede.

ALLA GENTE DEL MARE

E finalmente salutiamo la Gente del mare, oggi qua convenuta: donde venite, Marittimi, ora presenti davanti a questo Santuario? E perché venite? Quali sconfinati orizzonti voi aprite dinanzi al Nostro pensiero! Gli orizzonti del mare, gli orizzonti dei porti e delle città marinare, gli orizzonti dell’umanità che affida alle onde il proprio destino, per navigare, per lavorare, per trafficare, per esplorare, per tessere fra gli abitanti della terra relazioni di ogni genere. Voi fate del mare, che pare invalicabile elemento, e che separa gli uomini fra loro, una via di comunicazione, anzi la via più largamente e febbrilmente percorsa. Voi avete per casa la nave, per campo di lavoro il mare, per patria il mondo. Il distacco intermittente, ma continuamente ripetuto, dalle vostre famiglie è la vostra sorte, la solitudine del cuore, la estraneità delle compagnie, la nostalgia della casa, la frequenza del pericolo, la severità della disciplina sono condizioni normali della vostra vita. Lanciati sul mare verso paesi lontani e stranieri, chi pensa a voi? chi vi assiste? Chi vi aiuta a riposare, a pensare, a pregare? Oh! v’è chi nella Chiesa vi vuol bene, come marittimi, come uomini, come cristiani: la rete delle opere dell’«Apostolato del mare», ormai estesa in tanti porti della terra, non vi lascia soli, vi attende e vi assiste; voi lo sapete. La vostra presenza qui lo dice, perché questa cerimonia vuole essere anche per voi; e Noi siamo lieti di incontrarvi in questa occasione per offrire anche a voi, Marittimi, il conforto di sentirvi in comunione con la grande e comune famiglia dei credenti, la Chiesa, e sapervi affidati ad una eccelsa e rassicurante protezione, quella della Madonna.

LA SECOLARE DEVOZIONE A MARIA

Ed eccoci allora, Fratelli tutti e Figli carissimi, davanti a Maria per il secondo e principale incontro, che ci ha chiamati oggi a questo Santuario della Madonna di Bonaria. Dobbiamo non solo riconfermare il culto, che per sei secoli ha fatto di questo Santuario un punto, anzi un ponte, di spirituale contatto delle Genti Sarde e degli Uomini del Mare con la benedetta fra tutte le creature, Maria Santissima, Madre di Cristo secondo la carne, e Madre nostra spiritualmente (Cfr. S. AUG., De S. Virg. 2; PL 40, 397). Dobbiamo soprattutto, a Noi pare, cercare di comprendere nuovamente le ragioni della nostra venerazione e della nostra fiducia verso la Madonna. Ne abbiamo bisogno? Sì, tutti ne abbiamo bisogno. Bisogno e dovere. Questo momento prezioso deve segnare un punto di illuminata ripresa, per tutti, della nostra venerazione a Maria, di quella speciale venerazione cattolica alla Madre di Cristo, che a lei è dovuta e che costituisce un presidio speciale, un conforto sincero, una speranza singolare della nostra vita religiosa, morale e cristiana.

Perché, oggi, che cosa è avvenuto? È avvenuto, fra i tanti sconvolgimenti spirituali, anche questo: che la devozione alla Madonna non trova sempre i nostri animi così disposti, così inclini, così contenti alla sua intima e cordiale professione com’era un tempo. Siamo noi oggi così devoti a Maria come lo era fino a ieri il clero ed il buon popolo cristiano? Ovvero siamo oggi più tiepidi, più indifferenti? Una mentalità profana, uno spirito critico hanno forse reso meno spontanea, meno convinta la nostra pietà verso la Madonna? Noi non vogliamo ora cercare i motivi di questa eventuale diminuita devozione, di questa pericolosa esitazione. Noi vogliamo adesso piuttosto ricordare i motivi della nostra obbligazione verso il culto di Maria Santissima, che sono validi oggi come, e più, di ieri. Non ci riferiamo ora alle forme di questo culto, ma piuttosto alle ragioni, che lo giustificano e che devono farcelo più che mai apprezzare e praticare: è ciò che ha fatto, a questo proposito, con magnifiche pagine, il recente Concilio Ecumenico. Qui Noi dobbiamo assai semplificare questo esame, e ridurlo a due fondamentali domande.

La prima: qual è la questione che oggi assorbe, si può dire, tutto il pensiero religioso, tutto lo studio teologico, e che, lo avverta egli o no, tormenta l’uomo moderno? È la questione del Cristo. Chi Egli sia, come venuto fra noi, quale sia la sua missione, la sua dottrina, il suo essere divino, il suo essere umano, la sua inserzione nella umanità, la sua relazione e la sua rilevanza con i destini umani. Cristo domina il pensiero, domina la storia, domina la concezione dell’uomo, domina la questione capitale della umana salvezza. E come è venuto Cristo fra noi? È venuto da Sé? È venuto senza alcuna relazione, senza alcuna cooperazione da parte dell’umanità? Può essere conosciuto, capito, considerato prescindendo dai rapporti reali, storici, esistenziali, che la sua apparizione nel mondo necessariamente comporta? È chiaro che no. Il mistero di Cristo è inserito in un disegno divino di partecipazione umana. Egli è venuto fra noi seguendo la via della generazione umana. Ha voluto avere una Madre; ha voluto incarnarsi mediante il mistero vitale d’una Donna, della Donna benedetta fra tutte. Dice l’Apostolo, che ha tracciato la struttura teologica fondamentale del cristianesimo: «Quando arrivò la pienezza del tempo, Dio mandò il Figlio suo, nato di Donna . . . .» (Ga 4,4). E «Maria - ci ricorda il Concilio - non fu strumento puramente passivo nelle mani di Dio, ma cooperò alla salvezza dell’uomo con libera fede ed ubbidienza» (Lumen gentium, LG 56). Questa dunque non è una circostanza occasionale, secondaria, trascurabile; essa fa parte essenziale, e per noi uomini importantissima, bellissima, dolcissima del mistero della salvezza: Cristo a noi è venuto da Maria; lo abbiamo ricevuto da Lei; lo incontriamo come il fiore dell’umanità aperto su lo stelo immacolato e verginale, che è Maria; «così è germinato questo fiore» (Cfr. DANTE, Par., 33, 9). Come nella statua della Madonna di Bonaria, Cristo ci appare nelle braccia di Maria; è da Lei che noi lo abbiamo, nella sua primissima relazione con noi; Egli è uomo come noi, è nostro fratello per il ministero materno di Maria. Se vogliamo essere cristiani, dobbiamo essere mariani, cioè dobbiamo riconoscere il rapporto essenziale, vitale, provvidenziale che unisce la Madonna a Gesù, e che apre a noi la via che a Lui ci conduce.

Una duplice vita: quella dell’esempio e quella dell’intercessione. Vogliamo essere cristiani, cioè imitatori di Cristo? Guardiamo a Maria; ella è la figura più perfetta della somiglianza a Cristo. Ella è il « tipo ». Ella è l’immagine che meglio d’ogni altra rispecchia il Signore; è, come dice il Concilio, «l’eccellentissimo modello nella fede e nella carità» (Lumen gentium, LG 53, 65, etc.). Com’è dolce come è consolante avere Maria, la sua immagine, il suo ricordo, la sua dolcezza, la sua umiltà e la sua purezza, la sua grandezza davanti a noi, che vogliamo camminare dietro i passi del Signore; com’è vicino a noi il Vangelo nella virtù che Maria personifica e irradia con umano e sovrumano splendore. E come scompare, se di ciò vi fosse bisogno, da noi il timore che dando alla nostra spiritualità questa impronta di devozione mariana, la nostra religiosità, la nostra visione della vita, la nostra energia morale debbano diventare molli, femminee e quasi infantili, quando appressandoci a Lei, poetessa e profetessa della redenzione, ascoltiamo dalle sue labbra angeliche l’inno più forte e innovatore che sia mai stato pronunciato, il Magnificat; è Lei che rivela il disegno trasformatore dell’economia cristiana, il risultato storico e sociale, che tuttora trae dal cristianesimo la sua origine e la sua forza: Dio, Ella canta, «ha disperso coloro che insuperbivano nei loro pensieri . .., ha rovesciato dal loro trono i superbi ed ha esaltato gli umili» (Lc 1 Lc 51-52).

E qui la seconda via Ella, la Madonna, ci apre per arrivare alla nostra salvezza in Cristo Signore: la sua protezione. Ella è la nostra alleata, la nostra avvocata. Ella è la fiducia dei poveri, degli umili, dei sofferenti. Ella è perfino il «rifugio dei peccatori». Ella ha una missione di pietà, di bontà, d’intercessione per tutti. Ella è la consolatrice d’ogni nostro dolore. Ella insegna ad essere buoni, ad essere forti, ad essere pietosi per tutti. Ella è la regina della pace. Ella è la madre della Chiesa.

Ricordate tutto questo, figli della Sardegna e Uomini del mare; e non dimenticate mai di guardare alla Madonna come alla vostra «massima Protettrice».







Paolo VI Omelie 1970 - Mercoledì delle Ceneri, 11 febbraio 1970