Paolo VI Udienze 1975
UDIENZA GENERALE
1975.01.08
Uno dei temi generali prefissi alla celebrazione dell’Anno Santo è quello del rinnovamento spirituale.
La scelta di questo tema sembra motivata da una necessità di prima evidenza: sempre la vita cristiana ha bisogno d’essere richiamata a rinnovarsi; anche essa, come tutte le cose umane, è esposta al decadimento, all’invecchiamento; il tempo consuma le energie spirituali più e prima di quelle fisiche, e ciò specialmente nelle espressioni morali e religiose del costume, che spesso sopravvive nelle forme esteriori e consuetudinarie, mentre perde coscienza e forza nei suoi principii originari. Perciò il rinnovamento è una esigenza ricorrente della vita: lo è per questo suo fatale esaurimento provocato dal passare del tempo; se lo è anche per un altro positivo principio, quello del progresso, di cui l’uomo è suscettibile, e le sue istituzioni con lui. Decadimento e progresso determinano un movimento vitale nella storia e nella vicenda umana; e questo movimento si produce anche nella vita cristiana; e noi lo chiamiamo rinnovamento. Un terzo principio, esteriore questo, ma spesso prevalente e determinante, reclama il rinnovamento, ed è il confronto del proprio modo di pensare e di vivere con l’ambiente culturale e sociale, il quale suggerisce, impone quasi, una conformità, ovvero, per alcuni, un conformismo, al quale uomini ed istituzioni facilmente si arrendono: è la « moda », non solo delle vesti, ma della cultura generale, che reclama una modifica, un rifacimento, e, nel senso buono, un « aggiornamento », cioè un perfezionamento, che tenga conto della maturazione di nuove circostanze.
Osserviamo subito che questo fenomeno non è di per sé contrario ad un altro fenomeno, che sembra contraddirlo; e cioè la tradizione, sia per ciò che riguarda i valori permanenti della verità e della vita, e sia per la sintesi che una tradizione coerente può produrre fra tali valori e la loro espressione e combinazione con nuove forme di umana esperienza.
L’analisi di questo tema ci porterebbe lontano. Noi fermiamo ora la nostra attenzione a quanto interessa il rinnovamento reclamato dall’Anno Santo. Vorremmo innanzi tutto osservare che non si tratta d’un tema artificiale o particolare, ma che esso è suggerito dalla connaturalità del nostro programma di rinnovamento, primo, con quello generale del mondo e della civiltà; secondo, che il Concilio ecumenico stesso, questo grande avvenimento nella storia della Chiesa, si è prefisso un rinnovamento, non certo, come alcuni incautamente hanno supposto, nelle verità della fede, né nei principii costituzionali della Chiesa stessa, e nemmeno nelle norme fondamentali della vita morale.
Vale la pena di risalire alle origini e all’essenza della vita cristiana per renderci conto della vera natura del rinnovamento, che andiamo auspicando e promovendo. A questo fine noi ci riporteremo alle parole di San Paolo, il quale, scrivendo agli Efesini, ci offre una formula, che faremo bene a mettere alla base del nostro rinnovamento: « Questo dunque io dico, e vi scongiuro nel Signore di non vivere più come vivono i pagani nella vanità della mente loro, che ottenebrati nell’intelligenza, sono fatti estranei alla vita di Dio... Ma voi non così avete imparato (da) Cristo, ... e siete stati ammaestrati, conformemente alla verità che è in Gesù, a deporre, rispetto alla vostra vita di prima, il vecchio uomo che si corrompe per le passioni ingannatrici, e a rinnovarvi nello spirito della vostra mente, e a rivestire l’uomo nuovo, quello creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità » (Ep 4,17-24). Questa la formula: occorre una mentalità nuova, una autentica mentalità cristiana. Questa è la prima riforma, la più personale, la più importante, ed anche la più difficile.
Noi possiamo domandare a noi stessi, alle nostre coscienze: penso io da cristiano? la mia mentalità deriva dalle verità, che Cristo ci ha insegnate? o non siamo piuttosto facilmente predisposti a erigere la nostra personale mentalità al comando dei nostri pensieri, dei nostri giudizi, e quindi delle nostre azioni, con un grado di autonomia che non ammette spesso né soggezione, né confronti?
« Io la penso così », dice ciascuno, e trova in questa auto-opinione a giustificazione di ogni comportamento della sua personalità. Possiamo noi essere sicuri che questa mentalità soggettiva e personale è conforme a quella che deve avere un cristiano? abbiamo noi, da noi tessi, l’intuizione del vero e del giusto, così da rivendicare, di fronte d ogni richiamo del magistero cattolico, una legittima autonomia? E gelosi come siamo della nostra indipendenza, della nostra libertà, possiamo davvero sostenere che la nostra mentalità è libera? O invece non dobbiamo ammettere che a formare questa mentalità entrano, in folla, altri fattori che non il nostro proprio cosciente giudizio? Chi non vede come il nostro modo di pensare, e quindi di vivere, è soggetto a soverchianti influssi dell’ambiente, dell’opinione pubblica, dei mezzi di comunicazioni sociali, e spesso di interessi personali, o di stimoli passionali, tutt’altro che fautori della nostra vera libertà?
Certamente noi non potremo sottrarci da tali influssi, ma dovremo pur mantenere un giudizio critico sopra di essi, e dovremo con vigorosa libertà interiore domandare a noi stessi: è cristiano tutto questo? è e rimane cristiana la mia mentalità?
La questione è così importante, che esigerà da noi qualche altra considerazione. Ma per ora ci basti riaffermare quanto abbiamo detto, auspice l’Apostolo: se vogliamo che il Concilio, e ora l’Anno Santo, non siano vani episodi nello svolgimento della nostra vita, dobbiamo immettere in questa vita una nuova, o rinnovata mentalità; la mentalità cristiana.
Con la nostra Apostolica Benedizione (Cfr. etiam 2 Cor 2Co 4,16 Col 3,10 Tt 3,5 etc.).
PAOLO VI
1975.01.11
Siamo assai lieti di ricevere questa mattina i membri del Consiglio Nazionale dell'Azione Cattolica Italiana, venuti con Monsignor Maverna, Assistente Ecclesiastico Generale, e col prof. Agnes, Presidente Nazionale. E unrudienza molto significativa, crediamo, perché ha luogo all'inizio dell'Anno Santo, mentre ferve il lavorio di formazione apostolica in tutte le sezioni della vostra, benemerita Associazione: e ci pare percio di ricevere, con voi, tutta la grande e sempre diletta famiglia dell'Azione Cattolica Italiana. Si rinnova cosi per il nostro cuore la consolazione di altri indimenticabili incontri precedenti.
Vi diciamo ancora una volta la nostra fiducia e la nostra speranza, nel nome di Cristo e della Chiesa. Vediamo sempre nell'Azione Cattolica una organizzazione necessaria e piena di promesse drun Laicato cattolico volontario, scelto, attivo, per la cooperazione con la Gerarchia della Chiesa: e cio qualifica e distingue il posto che avete nella Chiesa. Abbiamo tracciato, nel settembre del 1973, come un "decalogo" di questa vostra presenza nella Chiesa, traendone i motivi dalla ricca tessitura dottrinale e pratica delle norme dettate per l'Azione Cattolica (Cfr. AAS 65, 1973, PP 535-543). Vi saranno, forse, suggeriti dall'esperienza, dei ritocchi e dei perfezionamenti da fare allo Statuto di questa fedele e forte istituzione: ma desideriamo intanto accennare e sviluppare uno di quei punti, già allora trattati, che riteniamo importantissimo per la sua consistenza e per la sua attività: intendiamo lo spirito di comunione, che nasce dalla consapevolezza della parte di responsabilità che avete nella Chiesa.
Come battezzati, avete ricevuto la vocazione di partecipare attivamente alla missione affidata da Cristo alla sua Chiesa. E questa missione è grandiosa: la Chiesa, infatti, procedente dall'amore dell'Eterno Padre, fondata nella storia da Cristo Redentore, riunita nello Spirito Santo, ha per finalità l'universale salvezza degli uomini, in modo che operando come fermento e come anima della società, la rinnovi in Cristo e la trasformi in famiglia di Dio (Cfr. Gaudium et Spes, GS 40 Lumen Gentium, LG 1). Questa missione di salvezza è realizzata dalla Chiesa per mezzo di tutti i suoi membri: il recente Sinodo ha infatti riaffermato che il compito della evangelizzazione spetta a tutti i fedeli. Tutti, senza distinzione, sono effettivamente mossi dallo Spirito Santo a dare testimonianza a Cristo e al suo Vangelo, secondo la precisa promessa del Signore: "Quando verrà il Consolatore che io vi mandero dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza: e anche voi mi renderete testimonianza" (Io. 15, 26-27). Noi siamo certi che siete consapevoli della priorità dell'evangelizzazione nell'ora presente, e vi esortiamo a darle il valido contributo del vostro apostolato laicale: ma proprio questa consapevolezza esige il primo dovere di comunione, quella con lo Spirito Santo, fonte e ispiratore della "testimonianza" che tutti i fedeli, nelle varie tappe della storia, sono chiamati a dare al Cristo.
E lo Spirito che guida la Chiesa nella sua fedeltà all'opera di evangelizzazione: come abbiamo sottolineato nella recente Esortazione Apostolica sulla riconciliazione all'interno della Chiesa per la degna celebrazione dell'Anno Santo, "occorre, percio, che tutti i fedeli, per cooperare ai disegni di Dio nel mondo, perseverino nella fedeltà allo Spirito Santo, il quale unifica la Chiesa nella comunione e nel ministero" (Paterna cum benevolentia, 2; AAS 67, 1975, PP 9-10). Pertanto, si esige soprattutto dagli iscritti dell'Azione Cattolica, che ha per fine immediato l'evangelizzazione nel mondo contemporaneo, una stretta comunione di vita e di dipendenza dallo Spirito; comunione esigente e al tempo stesso feconda, alimentata dalla luce della fede e dalla meditazione della Parola di Dio (Cfr. Apostolicam Actuositatem AA 4), aperta ai segni dei tempi e alle necessità dell'ora, e specialmente docile alle divine chiamate. l'Azione Cattolica, fin dai suoi primi inizi, ha preparato tanti laici generosi, uomini e donne, che pur nell'impegno assorbente della professione e del lavoro hanno saputo tenere l'orecchio attento alla voce che li chiamava alla santità e questo è stato il segreto della sua fioritura e del suo straordinario incremento.
La fondamentale fedeltà, comunione allo Spirito Santo non puo peraltro dimenticare la conoscenza della realtà, anzi la esige. Occorre conoscere le persone e le correnti di opinione, i gruppi sociali e le realtà collettive. Non intendiamo tanto una conoscenza teorica, quanto una conoscenza di vita. l'apostolo vuol essere il fermento nella società, ma si sa che la prima condizione perché il lievito sia efficace è quella di restare unito alla massa. Non è soltanto, questa, una responsabilità pedagogica, ma evangelica. La Chiesa vi chiede di assumere le vostre responsabilità nel mondo contemporaneo conservando la vostra identità, ma essendo intimamente presenti alla vita sociale, culturale, politica e economica dei connazionali, senza tuttavia dimenticare la dimensione universale delle varie realtà e la comunità internazionale dei popoli.
l'apostolato di Azione Cattolica si realizza nelle comunità ecclesiali e in quelle di ambiente. Partecipare e collaborare alla missione della Chiesa significa offrire agli uomini il messaggio e la grazia di Cristo, e altresi "animare e perfezionare l'ordine temporale con lo spirito evangelico" (Apostolicam Actuositatem, AA 5) Si richiede necessariamente la comunicazione della Parola e dei Sacramenti, la formazione cristiana e la testimonianza della vita per essere fermento e anima cristiana della società. Vi è qui un servizio e un programma permanente di apostolato. E la comunione allo Spirito porta all'unione vitale con Cristo, come quella dei tralci alla vite (Cfr. Io.15, 4 ss.). E qui il significato profondo dell'Anno Santo, che deve condurre tutti i figli della Chiesa a quella riconciliazione profonda con Dio e con i fratelli, e a quel rinnovamento generoso, da noi voluto come suo scopo, essenziale (Cfr. Apostolorum Limina, 1; 23 maggio 1974; AAS 66, 1974 , pp. 292-294).
Ma voi siete inseriti nella Chiesa, e vi siete volontariamente offerti alla collaborazione nell'apostolato laicale proprio per aiutare la Chiesa a realizzare la sua missione nel mondo con sempre maggiore efficacia pastorale. Ora, il vostro apostolato si caratterizza come collaborazione all'apostolato gerarchico e come partecipazione attiva alla missione stessa della Chiesa: ecco percio la necessità di una seconda vitale comunione, quella con la Gerarchia, esercitata con spirito di fraterno e fattivo servizio.
La Chiesa, per mezzo dei suoi Pastori, vi fa particolare fiducia nell'esercizio del vostro apostolato, e ad essa dovete rispondere con una profonda fedeltà. Questa, radicalmente, non è che l'altra faccia della fedeltà allo Spirito, che diffonde nel cuore dei figli della Chiesa la fede, la speranza e la carità. Questa stessa fedeltà esige di riconoscere coloro che lo Spirito Santo ha posto a pascere la Chiesa di Dio (Cfr. Act. 20, 28) e a dare impulso all'unità dell'apostolato. Tale fedeltà esige altresi che l'apostolato laicale sia esercitato in perfetta sintonia di pensiero e di operazione, e in piena conformità col Magistero.
Ora, a Pietro e al Collegio dei Vescovi, unito con lui, è stato dato il carisma dell'insegnamento autentico della Parola di Dio, e del principio dell'unità. Ma lo Spirito Santo concede a sua volta ai fedeli doni o carismi particolari, ordinati al bene degli uomini e a edificazione della Chiesa. Il Concilio Vaticano II ha messo bene in luce che ldall'aver ricevuto questi carismi, anche i più semplici, sorge per ogni credente il diritto e il dovere di esercitarli ... nella comunione con i fratelli in Cristo, soprattutto con i propri pastori, che hanno il compito di giudicare sulla loro genuinità e uso ordinato, non certo per estinguere lo Spirito, ma per esaminare tutto e ritenere cio che è buonor (AA 3) La fedeltà all'elemento essenziale, che oggi è richiesta all'Azione Cattolica, al di là dei necessari adattamenti alle esigenze culturali e sociologiche di oggi, sta proprio qui: nel riconoscere lealmente:
a) l'esistenza dei diversi carismi e delle diverse funzioni, sia dei Vescovi, ai quali spetta, essenzialmente, "santificare r, "docere" e "regere" il Popolo di Dio in cammino, come del laicato, il quale ha, in modo particolare, il compito di far passare ed incarnare il divino Messaggio, ricevuto da Dio mediante i Pastori, nel vivo delle realtà quotidiane, anche temporali;
b) e la necessità che questi diversi carismi e funzioni, si congiungano nello sforzo di rendere la testimonianza del Vangelo al mondo e di operare, in Cristo, l'elevazione della realtà terrena verso Dio.
Tale congiunzione dovrà sempre rispettare la specificità dei suddetti carismi e funzioni, nonché il loro rispettivo ordine: ma solo in questa armonia sta il segreto della fecondità dell'azione apostolica. Non potremo noi, in questrAnno Santo, avanzare in spirito di collaborazione e di comunione ecclesiale, riconoscendo umilmente e in evangelica lealtà i carismi dei Vescovi e dei sacerdoti, da una parte, e quelli dei laici dall'a tra, come complementari, armoniosi e convergenti nell'opera dell'apostolato? Offriamo alla vostra situazione e vocazione di apostoli di Azione Cattolica questo tema di riflessione, che ci sembra molto importante nel momento presente.
Entro questa prospettiva ecclesiale, e alla luce del Concilio Vaticano II, si possono fare ulteriori progressi, senza equivoci né ambiguità, nel senso di una maggiore autonomia, nell'esercizio delle responsabilità di un laicato maturo, che offre al tempo stesso una collaborazione leale e molto qualificata con la Gerarchia nell'opera della evangelizzazione, di cui essa ha la primaria responsabilità.
Tale atteggiamento sarà certo da attuare su vari piani: esso sarà anzitutto comunione con i Pastori, in unità di dottrina - nello studio assiduo e attento della Scrittura, dei documenti conciliari (specie quelli sull'apostolato dei laici, non mai abbastanza approfonditi), nonché degli atti del Magistero pontificio ed episcopale - e in unità di amore, nella certezza che l'unione alla Gerarchia è il mezzo voluto da Cristo per assicurare la fondamentale unione col Padre celeste. Si realizzerà poi una comunione sul piano delle diocesi, in collaborazione fattiva e intelligente dei vari organi per studiare accuratamente i progetti di azione, e metterli in pratica con tempestività, con scioltezza di movimenti, con saggia fantasia di iniziative e di interventi, senza dimenticare l'esigenza di contatti vivi degli organi nazionali con le diocesi e le associazioni diocesane, mediante un dinamico programma di visite nelle e tra le singole Chiese locali. Né vogliamo dimenticare la comunione che è profondamente utile tra le varie branche nazionali e diocesane dell'Azione Cattolica, attuando pienamente la nota dell'unitarietà, che ora distingue i vostri Statuti; né la comunione tra di voi stessi, membri della Presidenza, del Consiglio e del Centro Nazionale, la quale deve tradursi in stima vicendevole, in dialogo costruttivo e aperto, in carità di fraternità (Cfr. Rom. 12, 10) per edificare la Chiesa.
Ecco, carissimi figli, quanto abbiamo desiderato oggi di dirvi. Ma non vorremmo terminare senza una parola di dovuto riconoscimento ad un aspetto concreto del lavoro compiuto dall'Azione Cattolica. Vogliamo dire il costante impegno della promozione del laicato cattolico, che essa è andata realizzando dappertutto. Essa, in realtà, ha suscitato nella Chiesa numerose iniziative del laicato, lo ha aiutato a prendere coscienza della sua maggiore età senza minimizzare i suoi diritti né i suoi doveri, e in diverse occasioni e in vari modi ha spinto i laici ad assumere le proprie responsabilità nella Chiesa e nel mondo. Basterebbe questo per dire che il bilancio dell'Azione Cattolica è altamente positivo e degno di ogni elogio.
Dunque, avanti, nel nome del Signore! Non vi spaventino né tanto meno paralizzino le odierne difficoltà. Guardate con realismo al presente e con speranza all'avvenire! Con la luce della fede e con lo slancio dell'amore si vincono lrindifferenza, l'inerzia, la paura e ogni sorta di ostacoli. Con l'Apostolo Paolo vi ripetiamo: "Dio non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezzar (2 Tim 2Tm 1,7). E con voi preghiamo lo Spirito Santo, affinché vi assista con i suoi doni, e vi infonda sempre gioia, coraggio e ottimismo.
E vi impartiamo la nostra Benedizione Apostolica, che estendiamo, in voi e per voi, a tutta la grande famiglia dell'Azione Cattolica, col nostro augurio più fervoroso di un nuovo balzo in avanti nel suo lavoro di testimonianza cristiana nel mondo.
PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
1975.01.15
Occorre rifare in noi una mentalità cristiana; questo noi dicevamo altra volta in ordine al rinnovamento della nostra vita, in generale, ma specialmente della nostra vita cristiana, della nostra vita cattolica. Ora per ricuperare tale mentalità, per darle splendore ideale e sicurezza logica, per conferirle fecondità di opere ed energia di costume, l'avvenimento dell'Anno Santo puo essere per tutti salutare.
Che l'invito sia permanente, e che esso nasca dal contesto originario della catechesi della sacra Scrittura, e che costituisca il fulcro della pedagogia battesimale, della rinascita dell'uomo in una forma esistenziale diversa, paradossale, superiore, nuova (... si ricordi il dialogo notturno di Gesù con Nicodemo (Io. 3, 3 ss.): e si ricordi il confronto, quasi l'antitesi, la metamorfosi dell'l uomo vecchio r, l'uomo di questo mondo naturale, e l'l uomo nuovo r, vivificato da un principio soprannaturale, di cui San Paolo ripetutamente ci parla - Cfr. Eph. 4, 2; Col. 3, 10; 2 Cor. 5, 17; etc.), ben lo sappiamo; o meglio bene lo dovremmo sapere, se davvero la nostra coscienza conserva effettiva memoria della nostra vocazione cristiana.
Il cristiano è un essere nuovo, un essere originale, un essere felice. Dice bene Pascal: "nessuno è felice come un vero cristiano, né (come lui) ragionevole, né virtuoso, né amabile" (PASCAL, Pensées, 541). Ora noi moderni, anche se ci professiamo in comunione con la religione cristiana (una comunione spesso taciuta, minimizzata, secolarizzata), raramente, o incompletamente, abbiamo il senso di questa novità del nostro stile di vita, e spesso ci atteggiamo a uomini conformisti e spregiudicati per il "rispetto umano" di apparire cio che siamo, cristiani: gente cioè che ha un suo proprio libero e superiore, anche se logico e austero, modo di vivere.
Percio la Chiesa ci richiama e ci ammonisce: cristiano, sii cosciente; cristiano, sii coerente; cristiano, sii fedele; cristiano, sii forte; in una parola: cristiano, sii cristiano.
Sarebbe utile, a questo punto, studiare gli ostacoli che ci impediscono di imprimere alla nostra vita un aspetto cristiano. La diagnosi di questi ostacoli, esterni o interni al nostro animo, costituirebbe un trattato di patologia spirituale, difficile a concludersi in poche pagine; del resto, esso fa testo in ogni nostro momento di ricupero religioso e morale. Noi possiamo ora limitarci a indicare un fattore indispensabile di questo auspicato rinnovamento cristiano; e non è difficile individuarlo, anche se non sempre a tutti è facile farvi ricorso. Ed è la grazia; è l'azione dello Spirito Santo; è il supplemento di luce e di forza, che solo il contatto con la divina sorgente della nostra rigenerazione spirituale ci puo procurare. Cio è chiaramente insinuato nella parola di San Paolo, che noi abbiamo scelto come paradigma del rinnovamento, che andiamo cercando. Egli dice: renovamini Spiritu mentis vestrae, rinnovatevi nello spirito della vostra mentalità (Ep 4,23), dove la parola Spiritu, pneumati nel testo originale, deve riferirsi, crinsegnano i maestri dell'esegesi, precisamente alla grazia, cioè allo Spirito Santo (Cfr. J. KNABENBAUER, Comm ... . ad Eph., p. 132). E l'efficacia che a noi deriva dalla passione di Cristo, dalla sua opera redentiva, la quale, come crinsegna S. Tommaso, a noi si trasmette per due vie principali: la fede e i sacramenti, mediante cioè un atto interiore della nostra anima, la fede, e mediante l'uso esteriore dei sacramenti (S. THOMAE Summa Theologiae, III 62,6). Ed ecco allora che si delinea davanti a noi la prassi religiosa dell'Anno Santo, non certo esclusiva a questa particolare celebrazione, ma in essa praticata con particolare impegno e con intenzionale assistenza del ministero ecclesiastico: una professione di fede, un ricorso all'azione sacramentale.
Il che ci riporta ad un altro ostacolo caratteristico, che si oppone al rinnovamento desiderato; ed è lo stato dranimo, che ultimamente srè andato diffondendo e inasprendo: la diffidenza verso la Chiesa, cosi detta istituzionale, la Chiesa reale, la Chiesa umana, la Chiesa ministra, custode e dispensatrice dei misteri divini (Cfr. 1Co 4,1). Ricordiamo la grande affermazione drun celebre pensatore cattolico tedesco Giovanni Adamo Moehler, precursore del movimento ecumenico (1796-l838), sulla necessità della mediazione della Chiesa per conoscere Cristo e per vivere della sua vita (Cfr. G. A. MOEHLER, l'unità nella Chiesa, 1, 7). Cosi che il nostro rinnovamento ideale e vitale cristiano non potrà prescindere da una riscoperta del nostro inserimento nel corpo mistico e sociale di Cristo, chrè appunto la Chiesa cattolica, e da una liberazione, oggi purtroppo di moda, dal tentativo di separare Cristo dalla Chiesa, quasi che contestando questa, e concedendo alla nostra interpretazione della verità religiosa ogni arbitraria critica verso la Chiesa, si possa godere druna comunione più autentica e più vitale con Gesù Signore, che è fonte della nostra salvezza per tramite della sua Chiesa. Per cio, diremo con S. Ignazio drAntiochia, discamus secundum Christianismum vivere, impariamo a vivere secondo il cristianesimo (S. IGNATII Ad Magnesios, 10).
Questo il rinnovamento del Concilio, questo il rinnovamento dell'Anno Santo! "Chi ha orecchi da intendere, intenda" (Cfr. Matth. Mt 13,9). Con la nostra Apostolica Benedizione.
PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
1975.01.22
Noi parliamo ancora del rinnovamento che l'Anno Santo dovrebbe portare con sé, nelle singole persone e nei popoli. Rinnovamento: la parola è chiara, ma il suo senso è oscuro. E oscuro perché è difficile stabilire a che cosa esso si riferisce. Viene spontaneo pensare: si riferisce a tutto; tutto cio che il mondo è, tutto cio che il mondo ha, tutto cio che il mondo fa, tutto dovrebbe essere rinnovato. Visione magnifica, ma non priva di motivo di gravi inquietudini. Perché essa significa che tutto è imperfetto, tutto è disordine: anzi significa che tutto quanto l'uomo ha compiuto, specialmente in questi ultimi secoli di meravigliose operazioni, tutto il progresso moderno, che ha inondato la terra di prodigiose conquiste, in ogni campo dell'attività umana, non ha saziato che parzialmente i bisogni e i desideri dell'umanità, anzi ha denunciato enormi miserie, enormi ingiustizie, enormi necessità; ha risvegliato inoltre la coscienza delle disuguaglianze sociali, delle arretratezze della maggior parte della gente, della fame di pane, di cultura, di diritti, una fame finora sofferta ed assopita, oggi diventata crudele e intollerabile. Anzi: fenomeno sconvolgente: il bisogno di avere di più, di avere qualche forma nuova e superiore di vita, si è pronunciato più avido e insaziabile nei ceti favoriti dal progresso che non nell'umile gente, quantunque anche questa sia diventata inquieta, e piena di proteste e di rivendicazioni, quasi a dimostrare, da una parte, che nessuna prosperità vale a placare l'insaziabile brama di essere, di avere, di godere, ma produce un più tormentato desiderio draltra cosa, draltra esperienza, che non quella posseduta; e dall'altra parte, che l'ordine, cosi detto, risultante dal progresso economico e sociale del nostro tempo, documenta un disordine iniquo, per la disuguale distribuzione dei suoi vantaggi, per la sua radicale insufficienza quantitativa e, a bene osservare, anche qualitativa, a rendere tutti gli uomini felici, o almeno a soddisfare per tutti certi radicali bisogni, assurti al livello di diritti, a cominciare dalla dignità della persona umana, qualunque essa sia, e poi per passare subito alla libertà e a un sufficiente benessere.
Da questa gigantesca ed amara esperienza ecco allora spuntare fenomeni strani e negativi: la sfiducia, fino alla contestazione, alla rivoluzione; l'odio sociale, fino alla sua istituzionale espressione fra classi, partiti, tribù, popoli, civiltà; la lnoia, e il disgusto cinico della vita, l'indifferenza ideologica, lo scetticismo scambiato per liberalismo speculativo, il pessimismo raffinato e totale, cosmico, si direbbe una specie di suicidio intenzionale dell'uomo idealizzato, come fosse una bugiarda e pericolosa utopia; ed il ricorso pseudo-sapiente, ma in realtà folle e disperato, al piacere istintivo e immediato, all'edonismo egoista ed insieme calcolatore dei mezzi inumani per pianificare e per limitare le statistiche dell'umanità crescente. Questo è il mondo? diciamo: certi aspetti, pur troppo, del mondo; ma non tutto il mondo, chrè ancora pervaso da una grande ed energica speranza, che sembra interpretare la profezia della storia: il mondo puo rinnovarsi, ancora e sempre. Ma come? e questa domanda è fecondissima di risposte; ma le risposte non sono meno feconde di altri travagli e delusioni.
Vi è una via di soluzione? una teoria, che merita preferenza? Una interpretazione, che ricomponga il disegno ideale della vita umana e la conduca ai suoi veri e migliori destini?
Noi crediamo che si. E diciamo questo senza intenzioni polemiche, né con ricorso a formule magiche e trionfaliste. Noi crediamo nel Vangelo di Cristo, e noi sappiamo di potervi attingere il principio dell'autentico rinnovamento. Per questo lo predichiamo in questo fortunato periodo dell'Anno Santo. Il principio del rinnovamento (un principio, ché altri vi sono), è proclamato nell'antica e sempre viva parola di Gesù; questa: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato per giunta" (Mt 6,33)
Parola nota. Ma essa non ha finito di echeggiare nella coscienza dell'umanità, pensosa e volonterosa. E parola attuale. E parola premente, forse indarno, ahimé, nella cosi detta "stanza dei bottoni r, cioè nei centri direttivi, dove maturano le somme decisioni per la guida dei popoli. Essa ha questo, a noi pare, di caratteristico e di imperativo : bisogna stabilire una scala dei fini, ai quali l'uomo puo e deve rivolgersi. Al sommo della scala sta "il regno di Dio e la sua giustiziar; se questo fine è negletto, o negato, la scala si scompone; non si sa più realmente per Chi e perché l'uomo vive. Al posto del primo fine, chrè per noi il primo valore, subentrano altri fini, altri valori; i quali possono, si, potenziare l'attività umana e quindi darle grande energia e molta capacità operativa, ma alla fine senza cio che più conta: l'ordine vero, la sapienza, la felicità, la pace; e quell'inestimabile dono di compenso ad ogni presente deficienza, di sicurezza, di gioia di lavorare e di vivere, che è la speranza escatologica, cioè la certezza druna vita futura.
La ricerca prioritaria del regno di Dio e della sua giustizia produce nella coscienza dell'uomo il confronto fra i beni a cui l'uomo puo aspirare, e sposta l'asse dell'interesse dominante e direttivo delle sue intenzioni, un asse che ha la sua base nel suo cuore, ed il termine nel mistero luminoso e polare della Paternità divina, mentre il suo itinerario fra l'uno e l'altro cardine è nella giustizia, cioè nella derivazione logica dell'arte di vivere umanamente, come Cristo ci ha insegnato, nell'amore e nel sacrificio.
Deriva da questa concezione il rinnovamento della nostra filosofia della vita, con una prima conseguenza: un distacco, una liberazione, una relativa svalutazione dei beni temporali, della ricchezza, dell'auri sacra fames, che fa gli uomini egoisti, e spesso ingordi e crudeli, nemici fra di loro, sfruttatori e antisociali; deriva quella "povertà di spirito r, proclamata dal Vangelo, la quale non troverà sulla terra alcun suo adeguato complemento, ma che meriterà a chi la possiede di gustare con temperato giudizio anche le cose di questo mondo, e di farne allo stesso tempo sentiero di ascensione al Bene sommo, chrè solo degno dressere conquistato e posseduto, il "regno dei cieli r. Quella "povertà di spirito r, che ci rende ricchi e premurosi per i fratelli bisognosi e sofferenti, e ci predispone anche a quelle innovazioni economiche e sociali, che siano atte a portare migliore giustizia, maggiore fraternità sulla terra.
Comprendere la sapienza di questo rinnovamento, chi oggi lo puo? chi lo vuole? Difficile dire: il mondo spesso non ne vuole sentir nemmeno parlare. Ma i "figli del regno r, si, lo possono; si, lo vogliono! Non è vero, fratelli? Con la nostra Benedizione Apostolica.
PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
1975.01.29
Parliamo ancora di rinnovamento. E uno dei temi fondamentali che la Chiesa presenta come programma dell'Anno Santo: ed è il tema che più direttamente (non esclusivamente), riguarda la vita interiore e personale, mentre l'altro tema fondamentale, proposto per l'Anno Santo, la riconciliazione, si riferisce direttamente (sebbene anchresso non esclusivamente), alla vita in rapporto esteriore, di comunione sia con Dio, sia col prossimo.
Ora un rinnovamento personale a che cosa principalmente si riferisce? Si riferisce ad una rieducazione di sé. E cioè? Ad una rifusione della propria psicologia, sia sentimentale, che morale, in modo da imprimere ai propri istinti, ai propri sentimenti, ai propri atti un ordine, unrarmonia, una padronanza, un autogoverno in modo che la propria vita vissuta assuma un carattere umano e cristiano di perfezione, tendenziale almeno, che le conferisca un aspetto di bellezza, di fortezza, di purezza. Diciamo una volta di più la parola di San Leone Magno: dignità; agnosce, christiane, dignitatem tuam, riconosci, o cristiano, la tua dignità. Non è orgoglio, non è enfasi retorica, non è utopia; è la realtà ideale della pedagogia cristiana. E la base, se non addirittura un elemento, della perfezione, della santità; di quella santità che il Concilio afferma solennemente essere vocazione di ogni cristiano, ricordando una parola di S. Paolo, la quale investe tutto il programma, lo stile della vita cristiana: "questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione" (1 Thess 1Th 4,3 cfr. Eph. Ep 1,4 Lumen Gentium, LG 39-40). E prosegue l'Apostolo, sempre riferendosi alla volontà di Dio: questa è "che vi asteniate dalla fornicazione; che ciascuno di voi sappia tenere il proprio corpo in santità e onestà, non lasciandovi dominare dalla concupiscenza, come fanno i pagani, che non conoscono Dio . . ." (1Th 4,3-5).
Quanti insegnamenti in queste sole parole! basterebbe riflettere su questi tre: la complessità del nostro essere, un essere composito, come si sa, di anima e di corpo; il facile conflitto fra queste componenti del nostro essere stesso; e la fede, cioè la vera conoscenza di Dio a noi concessa, quale fonte ed impegno di vita ordinata, in cui l'anima, istruita e sorretta dalla fede e dalla grazia, impone al corpo la sua legge, non senza conferirgli un decoro inestimabile, una nobiltà superlativa: "non sapete, dice ancora San Paolo, che i vostri corpi sono membra di Cristo?... e che le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo? . . . Glorificate dunque e portate Dio nel vostro corpo! r (1 Cor 1Co 6,15 ss.).
Qui si aprirebbe una delle grandi lezioni sull'antropologia (cioè sulla scienza dell'uomo) propria del cristianesimo, con il suo tremendo ricordo della disfunzione prodotta dal peccato originale, ereditato anche nelle sue conseguenze da ogni vita umana che viene al mondo, e con l'esperienza, che tutti possono avere, del disordine interiore delle facoltà umane, fra le quali prime a dominare, se non contenute, sono quelle del corpo, quelle che di solito sono classificate col termine di concupiscenza, donde una vitalità difforme dalla legge morale. E sarebbe proprio in questo primo campo della nostra vita che dovrebbe applicarsi quello sforzo di rinnovamento spirituale e morale, al quale la tromba dell'Anno Santo ci chiama.
E con quanta ragione! Proprio perché la dottrina circa la vita umana oggi è profondamente turbata. Spenta, o repressa la coscienza della nostra obbligazione morale in ordine ad una sovrastante (immanente cioè, e trascendente insieme) legge divina, viene meno quel timore di Dio, che la Scrittura definisce principio della sapienza (Prov. 1, 7; Ps 110,10 Si 1,16); e allora si oscura la differenza fra il bene ed il male; la permissività appare come una liberazione dalle norme severe e sapienti (ora da troppi qualificate "tabù r, cioè miti superstiziosi), che dànno alla condotta limiti ragionevoli ed energie rinascenti, e all'uomo unronestà degna di lui e un carattere capace drogni confronto sociale; il criterio della vita diventa fatalmente il piacere, la comodità, l'egoismo, la passione, l'istinto .... ed il livello della dignità personale fin dove discende? Tutti siamo draccordo nel ritenere che l'uomo ha bisogno e diritto ad un suo sempre nuovo sviluppo; ma quale sviluppo ? Spontaneo e istintivo, sciolto da regole esteriori, come ha insegnato e tuttora fa scuola Rousseau, supponendo buona ed intatta la natura umana? Ovvero ha bisogno druna formazione, che tenga conto della necessità druna educazione non solo spontanea ed istintiva, ma terapeutica, in ordine al guasto esistente nell'uomo per la triste eredità di Adamo, e modellata secondo un autentico tipo di uomo, quale Cristo, e per di più Cristo crocifisso (Cfr. Gal. Ga 5,24), propose e promosse per dare alla nostra vita la sua vera statura, la sua superiore perfezione, il suo titolo alla felicità escatologica ed eterna?
Qui ci fermiamo. Ma voi sapete quanto si estenda l'esame circa il rinnovamento spirituale e morale, a cui l'Anno Santo vuole educare quanti ne fanno davvero un atto di "conversione r, e non solo occasionale e momentanea, ma tale da imprimere nella vita odierna una sincera impronta cristiana (Cfr. Gaudium et Spes, GS 12). Procuriamo di difenderci dalla facile corruzione morale che dappertutto ci assale; e non ci basti ad immunizzarci la cura di Mitridate, cioè lrassuefazione, ma l'arte propria della pedagogia cristiana, quella di conservarci "santi ed immacolati . . . nella carità r, come ancora ci esorta l'Apostolo (Ep 1,4 Ep 5,27).
Questo il nostro voto, con la nostra Benedizione Apostolica.
Rivolgiamo ora un cordiale saluto al numeroso gruppo di militari italiani, convenuti a Roma per celebrare l'Anno Santo, ed accompagnati all'odierno incontro col Papa dall'ordinario Militare Monsignor Mario Schierano e dai loro zelanti Cappellani.
Ci fa molto piacere che voi stessi abbiate spontaneamente chiesto di poter compiere questo pellegrinaggio: cio basta da solo a manifestare i sentimenti, che vi animano, di fede aperta e convinta, di coerenza cristiana. E sappiamo altresi che vi siete ben preparati a tale atto di pietà e di penitenza, con la consapevolezza che il Giubileo, nelle sue finalità spirituali di rinnovamento e di riconciliazione, deve coinvolgere tutta la nostra vita nei suoi molteplici rapporti con Dio e con i fratelli.
Noi vi auguriamo che la sosta riflessiva e orante, presso i trofei degli Apostoli e dei Martiri, sia per voi feconda di generosi propositi: quelli di fondare la vostra vita su solide convinzioni religiose, etiche e civili.
A tanto vi conforti la nostra paterna benedizione, che estendiamo di cuore a tutti i vostri cari.
PAOLO VI
Paolo VI Udienze 1975