
Paolo VI Udienze 1975 - TESTO DELL'UDIENZA
UDIENZA GENERALE
1975.02.05
Noi pensiamo ancora a quel rinnovamento promosso dall'Anno Santo della concezione umana della vita che deve caratterizzare l'autenticità e l'efficienza del cristiano, sia nella sua coscienza personale, e sia nella convivenza sociale. E seguendo, col Vangelo alla mano, la traccia di questa ricerca ci incontriamo con una parola programmatica, che ci sembra difficile concordare con l'elevazione dell'uomo, operata dal piano divino della grazia, sul quale piano la dignità e la grandezza dell'uomo, come tante altre volte ci è capitato draffermare, assurgono ad una statura splendida e maestosa, propria drun figlio adottivo del Padre, drun fratello del Cristo Salvatore regale dell'umanità, e drun essere che ospita in sé la presenza luminosa e santificante dello Spirito Santo. l'uomo, nella concezione e nella realtà del cattolicesimo, è grande; e tale deve sentirsi nella sua coscienza, nel valore del suo operare, nella speranza del suo finale destino. Se non che una ingiunzione, la quale investe tutta la personalità dell'uomo, i suoi pensieri, il suo stile di vita, il suo rapporto con i suoi simili, gli impone nello stesso tempo di essere umile. Che l'umiltà sia unresigenza, potremmo dire costituzionale, della psicologia e della moralità del cristiano nessuno potrà negare. Un cristiano superbo è una contraddizione nei suoi termini stessi. Se vogliamo rinnovare la vita cristiana non possiamo tacere la lezione e la pratica dell'umiltà. Come risolvere, innanzi tutto, il contrasto fra la vocazione alla grandezza e il precetto dell'umiltà?
Senza ricorrere alle celebri espressioni di Pascal, circa la grandezza e la miseria dell'uomo (Cfr. PASCAL, Pensées, 400, 416, 417, etc.) noi abbiamo ogni giorno sulle labbra e nel cuore il Magnificat, l'inno sublime della Madonna, la quale proclama davanti a Dio e a quanti ne ascoltano la dolcissima voce, la sua umiltà di serva ("Humilitatem ancillae suae": Lc 1,48), e nello stesso tempo celebra le grandezze operate da Dio in lei, e profetizza l'esaltazione che di lei faranno tutte le umane generazioni (3 Luc. 1. 48. 49). Come mai? Come accordare l'umiltà più sincera e più operante col riconoscimento della più alta dignità?
l'apparente contraddizione fra umiltà e dignità del cristiano non poteva avere più alta e autorevole soluzione. E la prima soluzione è data dalla considerazione dell'uomo davanti a Dio. l'uomo religioso non puo non essere umile. Lrumiltà è verità. La coscienza cosmica genera l'umiltà: "che è mai l'uomo, perché Tu (o Dio) l'abbia a magnificare?" (Jb 7,17). S. Agostino, che ha dell'umiltà un concetto sempre presente nelle sue opere, crinsegna che lrumiltà è da collocarsi nel quadro della verità (S. AUGUSTINI De nat. et gr., 34; PL 44, 265). Siamo piccoli; e noi, per di più, siamo peccatori (Cfr. S. THOMAE Summa Theologiae, II-II 161,0). A questo riguardo lrumiltà appare logica, e cosi facile, che se non fosse temperata da altre considerazioni provenienti dalla misericordia di Dio, ci condurrebbe allo scetticismo, alla disperazione. "Umiliatevi, scrive San Pietro, sotto la mano potente di Dio, affinché Egli vi esalti nel tempo della (sua) visita; ogni vostra ansietà deponetela in lui, perché Egli ha cura di voi r(1 Petr. 5, 6-7). E l'esempio di Cristo, soprattutto, ci sarà scuola e modello di umiltà (Cfr. S. BERNARDI De gradibus humilitatis et superbiae; PL 182, 941 ss.).
Sotto l'aspetto religioso l'apologia dell'umiltà è facile me vittoriosa(Cfr. 1 Cor 1Co 4,7) ragione di più per riconoscere alla religione un altro suo merito, non certo secondario. Ma possiamo chiederci, non esiste unrumiltà senza un riferimento religioso? Si, esiste. l'umiltà, per sé, è sapienza (Cfr. S. THOMAE Ibid. 1). Socrate, ad esempio, ce ne è stato maestro. Ma la sua consistenza morale non è sempre univoca e sicura, perché facilmente si deprime in avvilimento, o si gonfia di presunzione e di vanità.
E con grande facilità essa, l'umiltà personale, cioè il giudizio retto ed equanime che uno puo avere su se stesso, non resiste in tale sua rettitudine al confronto col giudizio che dobbiamo avere su gli altri. Il confronto personale con quello dei nostri simili non resiste, di solito, alla giusta misura in cui dovrebbe essere contenuto. Possiamo quasi dire che l'umiltà, cioè la conoscenza dei nostri limiti, non è virtù sociale. Il confronto con gli altri ci fa spesso pietosi verso noi stessi, e orgogliosi verso il prossimo; ricordate la parabola del fariseo e del pubblicano al tempio, quando il primo dice di sé: "io non sono come gli altri ..." (Lc 18,11).
Sono messi cosi allo scoperto due malanni capitali della psicologia umana, colpevoli delle rovine più estese e più gravi dell'umanità: l'egoismo e l'orgoglio. l'uomo allora fa centro su se stesso nella estimazione dei valori della vita; egli si fa primo; egli si fa unico. La sua arte di vivere consiste nel pensare a se stesso e nel sottomettere gli altri. Tutti i grandi disordini sociali e politici hanno nell'egoismo e nell'orgoglio il loro bacino di cultura, dove tanti istinti umani e tante capacità drazione trovano il loro profondo alimento, ma dove l'amore non crè più. Ed anche dove questo sovrano sentimento ancora sopravvive, ma intriso comrè dregoismo e drorgoglio, si deforma e si deprava; diventa egoismo collettivo, diventa orgoglio di prestigio comunitario. l'amore vi ha perduto la sua migliore e cristiana caratteristica, l'universalità, e percio la sua vera autenticità, il suo sincero disinteresse, la sua meravigliosa capacità di scoprire, conoscere, servire le sofferenze degli altri, con cuore magnanimo, come Cristo con la parola e con l'esempio crinsegno.
Questa parentela fra l'umiltà e l'amore, fra l'umiltà e la fortezza dranimo, fra l'umiltà e l'esercizio dell'autorità indispensabile alla giustizia e al bene comune, e infine fra l'umiltà e la preghiera, potrebbe e dovrebbe essere oggetto di ulteriore riflessione; basti ora a noi aver rivendicato il posto che le spetta nella rinnovazione cristiana, che andiamo cercando, un posto indispensabile e capitale, quello di una virtù, come dice S. Tommaso, dietro la scorta di Cristo (Mt 11,29 Mt 18,2) è, dopo quelle teologali e la giustizia, "excellentissima et potissima r, l'ottima e la preferibile (S. THOMAE Summa Theologiae, II-II 161,5; cfr. S. AUGUSTINI De verb. Dom., serm. 69, 1; PL 38, 441).
Con la nostra Apostolica Benedizione.
PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
1975.02.12
Le Ceneri: questo è un giorno forte nel calendario liturgico e nella formazione spirituale del cristiano, che incomincia la sua preparazione alla celebrazione del mistero pasquale, mediante l'esercizio della penitenza, della preghiera e delle opere buone, al quale esercizio diamo il nome di quaresima. Noi lasceremo ai riti propri di questo giorno singolare l'esplorazione del suo significato e della sua applicazione alle nostre anime, invitate alla severa e grande scuola quaresimale.
Per quanto riguarda il riflesso di questo giorno sul tema, che ci siamo prefissi per questo momentaneo colloquio circa la spiritualità dell'Anno Santo, sul tema della nostra rinnovazione religiosa, della nostra "conversione" cristiana, noi ci limitiamo ora a considerare l'urto, la scossa, lo "choc r, che l'imposizione delle ceneri, con la sentenza funerea che l'accompagna, intende produrre, non solo per ricordare l'inesorabile led effimera fragilità della vita umana soggetta naturalmente alla morte, ma per risalire altresi alla causa di questa terribile sorte, come crinsegna S. Paolo, in una delle sue pagine più gravi e più studiate: "per causa del peccato entro la morte nel mondo" (Rom.5, 12).
Ritorniamo cosi ad un tema ricorrente sia nella predicazione, che nella concezione generale della vita cristiana; ed è il tema del peccato. Che cosa è il peccato? E il conflitto della nostra volontà, di esseri liberi e responsabili, ma nello stesso tempo di esseri creati e piccoli, con la volontà sovrana, buona e paterna di Dio. E unrazione sbagliata, vista nel suo aspetto religioso. E l'offesa, volontaria e cosciente, al rapporto che, volere o no, intercorre fra la nostra vita e la legge di Dio, Chi pensa e comprende questa trascendente ripercussione del nostro operare su la vigilante presenza giusta e amorosa di Dio, sa che cosa è il peccato; anzi ne avverte l'insondabile e abissale gravità; ricordate le parole del "figliolo prodigo" nella celebre parabola evangelica, vero specchio del dramma del peccato: l Padre, io ho peccato contro il cielo e contro di Te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio r (Lc 15,18-21). Il peccato è simultaneamente offesa a Dio e rovina di chi lo commette (Cfr. S. THOMAE Summa Theologiae, I-II 55,1-2). Una rovina, mentre ancora siamo nella vita presente, non totale; l'uomo resta uomo, cioè capace di ragionare, naturalmente inclinato al bene, debilitato pero a perseguirlo con forze naturali intatte; l'esperienza del male, che tanti, anche educatori, credono utile alla formazione della coscienza umana, è come una malattia che, potendo, dovremmo risparmiare all'uomo, al giovane specialmente, già infermo per le conseguenze del peccato originale, e ancora inesperto nel ricorso alle risorse della coscienza morale.
Coscienza morale: ecco un altro grande capitolo dell'antropologia, cioè della scienza dell'uomo; un capitolo, ohimé, che l'uomo profano e moderno tenta spesso di lasciare intonso, quando fa l'apologia della coscienza per sottrarsi alle esigenze estrinseche dell'obbedienza, limitando la consultazione della sua coscienza al primo e grande capitolo della coscienza psicologica. La quale, staccata dalla coscienza morale, orientata al riferimento della sua responsabilità religiosa, non è più buona consigliera; essa registra l'esperienza interiore e esteriore delle azioni umane; si contenta delle analisi psicanalitiche, oggi di moda, ma prive di obbligazioni etiche, prive di coscienza morale. Cosi che il criterio distintivo fra bene e male diventa puramente edonistico, utilitario, estetico, igienico. La coscienza gode drun ottimismo fallace e pericoloso, simile, nelle sue applicazioni pratiche, a quello di chi non consulta più, o non consulta mai, la vera e propria coscienza umana, e vive senza scrupoli, beato di concedere a se stesso ogni cosa desiderabile e possibile.
Si parla tanto di coscienza, come somma ed unica norma della propria condotta; ma se la coscienza ha perduto la sua luce morale, cioè la sua sensibilità del vero bene e del vero male, sensibilità che non puo essere avulsa dal polo dell'Assoluto, dal riferimento religioso, dove ci puo condurre? A quali esperienze ci puo abusivamente autorizzare? Basterà il codice penale a rendere buoni, onesti e giusti gli uomini? e basterà una correttezza legale? (l ... io sono un galantuomo; io non faccio del male a nessuno; la mia fedina penale è pulita ... r), basterà ad assicurare all'uomo il suo vero eterno destino? E che diremo di quanti hanno soffocato la propria coscienza morale in omaggio ad una propria irrazionale libertà, una libertà passionale, o venale o crudele, o comunque una licenza ribelle alla legge divina? una libertà, una licenza peccatrice? Dio ci scampi da tale abuso della coscienza! Un giorno, quel giorno fatale, del nostro diretto ed esistenziale incontro con Dio, non potremo sentirci rispondere alle nostre estreme istanze di salvezza: "Non ti conosco r? (4 Cfr. Matth. Mt 25,12)
La nostra storia si fa drammatica. Chi ha la sapienza e il coraggio di guardarla in faccia, con la coscienza morale, che apre gli occhi sul passato, si sentirà invaso da uno stato di tristezza, di paura, di tormento, caratteristico della nostra scuola spirituale, e ben conosciuto dalla grande letteratura(Cfr. Oreste di Euripide, Macbeth di Shakespeare): il rimorso. E un momento critico ed intenso, al bivio di due strade decisive, rivolte a direzioni contrarie: la disperazione(Cfr. Gen.4, 3-16; Mt 27,3-10); l'umile e pentito abbandono nell'ancora aperta misericordia di Dio (Cfr. Manfredi, in Dante, 11, 3, 120; lrInnominato del Manzoni): questrultima è la scelta tipica della quaresima, la scelta dell'Anno Santo. Con la nostra Benedizione Apostolica.
PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
1975.02.26
La spiritualità dell'Anno Santo, promossa dai due principii religiosi e morali, che ormai tutti conosciamo, rinnovazione e riconciliazione, ci porta a considerare la conversione, la ben nota "metanoia r, sotto uno dei suoi aspetti principali, e cioè l'aspetto sacramentale della conversione, aspetto che comunemente chiamiamo sacramento della penitenza, ovvero confessione.
Tema questo, che a tutti è ben noto, almeno nei suoi termini generali e catechistici, e rimanda il discorso alla consueta istruzione religiosa, importantissima sempre, sia per il suo contenuto dottrinale e sia per la prassi pastorale, tanto individuale che comunitaria. Siccome tuttavia il concetto, la stima e l'uso del sacramento della penitenza non hanno sempre e da tutti la considerazione privilegiata, che esso merita, richiamiamo alla nostra memoria, schematicamente, alcuni punti, sulla cui riflessione la nostra spiritualità giubilare puo trovare alimento e conforto.
Scegliamo per ora il punto principale, chrè il posto occupato da questo sacramento nel disegno della salvezza. La domanda relativa, che ha una sua lontana radice storica, al secolo terzo, e una più vicina nella controversia protestante, si chiede se esista nella economia della fede cristiana un sacramento della penitenza, dopo il battesimo. Un cristiano, il quale dopo il battesimo, cada in peccato, puo ancora avere una istanza presso la misericordia di Dio? (Cfr. 2 Petr. 1, 4) peccati di uno che abbia avuto la inestimabile fortuna della grazia divina, cioè druna associazione della propria vita, per i meriti di Cristo, con quella ineffabile e trascendente di Dio, possono trovare ancora perdono quando questa vitale alleanza sia rotta e tradita da essi? Il cristiano non è per definizione un fedele? e se fedele, ahimé!, non rimane, puo ancora pretendere, o almeno sperare, dressere riammesso nello stato di grazia? Basta, nell'ipotesi druna inesauribile bontà da parte di Dio, la contrizione del peccatore, fondata sulla fede, perché egli ritorni nell'amicizia vivificante di Dio e nella comunione della Chiesa?
Ed ecco la prima, paradossale ma reale verità: nel piano della bontà di Dio la possibilità che anche i peccati drun cristiano, i quali dopo il suo battesimo assumono una maggiore e repellente gravità, siano perdonati, esiste! Lo sappiamo ed esultiamo: esiste! La Chiesa primitiva, vincolata ad una troppo stretta e testuale interpretazione druna parola, che troviamo nella lettera agli Ebrei: "... se volontariamente manchiamo dopo aver avuto notizia della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati" (Hebr. 10, 26), era restia in alcuni luoghi ad ammettere la remissione di alcuni peccati più gravi e scandalosi: apostasia, omicidio, adulterio; ma quando, specialmente dopo la persecuzione di Decio, papa Cornelio dapprima e poi San Cipriano a Cartagine, ammisero che i lapsi, cioè coloro che per sfuggire al supplizio avevano sacrificato agli dei, potessero essere riammessi alla penitenza e riconciliati, se realmente pentiti (Cfr. A. SABA, Storia della Chiesa, 1, 166; S. CYPRIANI De Lapsis; PL 4, 463-494; G. MERCATI, Le lett. di S. Cornelio papa; etc.), la dottrina e la disciplina della penitenza si svilupparono. Non avevano buon fondamento nelle parole del Signore? (Mt 16,19 Mt 18,18 Mt 18,22, "usque septuagies septies r; Io Mt 20,23). Nasce da questa salvatrice larghezza la evoluzione della prassi penitenziale, in cui la contrizione, lo vedremo, ha unrimportanza perenne, e da cui deriva la confessione sacramentale, che proprio lo scorso anno, con la pubblicazione del nuovo Ordo paenitentiae, da parte della nostra Sacra Congregazione per il Culto Divino, ebbe la sua rituale formulazione in conformità ai criteri desunti dal recente Concilio Ecumenico Vaticano II. Questo documento è certamente fra i più significativi della recente legislazione liturgica e pastorale, e speriamo anche fra quelli più fecondi di rinnovamento e di riconciliazione spirituale e morale. Lo raccomandiamo al vostro studio.
Ma intanto noi dobbiamo fermare la nostra attenzione, la nostra ammirazione, la nostra esultanza sul fatto che Cristo ci ha ottenuto questo inestimabile favore, quello della remissione dei peccati, tanto illogici e tanto deprecabili, dopo il battesimo, mediante l'istituzione del Sacramento della penitenza (Cfr. DENZ.-SCHON. DS 1601 (844); DS 1701 (911). vero atto d'infinita bontà e misericordia, vero intervento della divina potenza (Cfr. Mc 2,7) per la risurrezione delle anime alla vita nuova e divina.
Diamo a questo sacramento, e, se necessario, restituiamo la devozione, la gratitudine, la gioia, chresso merita dalla nostra fede e dalla nostra pietà. Con la nostra Apostolica Benedizione.
PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
1975.03.01
Noi continuiamo il nostro presente cammino sugli umili, ma salutari sentieri del nostro catechismo, della nostra dottrina comunitaria cattolica.
Docili alla spiritualità propria della quaresima e al clamoroso invito dell'Anno Santo, noi dobbiamo e dovremo ancora soffermare la nostra attenzione sull'atto e sul momento preciso della nostra conversione, cioè sul sacramento della penitenza, che comunemente chiamiamo confessione.
Tutti conosciamo di che cosa si tratta; e noi non ripeteremo qui la lezione su tale tema. Ma esso è cosi importante e cosi controverso,che pensiamo non superfluo richiamare alcuni aspetti di tale tema. Innanzi tutto: noi abbiamo già detto una parola su la parte divina, trascendente, soprannaturale di tale sacramento, veramente prodigioso, come quello che ridà la grazia, cioè risuscita la vita divina, chrè quella che più conta, nelle anime; bisogna ora ricordare che questo intervento salvifico della misericordia trionfante di Dio esige alcune condizioni da parte di chi la riceve; e tutti conosciamo quali. Non è automatica, non è magica la causalità sacramentale della penitenza: essa è un incontro che suppone una disponibilità, una recettività, una predisposizione, una certa condizionante collaborazione umana.
E questa è l'oggetto delle difficoltà, che il dono di grazia, offertoci dal sacramento della penitenza, incontra da parte dell'uomo. Qui si potrebbe svolgere un trattato di psicologia morale e religiosa. Noi ora semplifichiamo lrimmensa analisi, a cui il tema si presta, per accennare ai due punti nodali di questo capitolo della disciplina cattolica penitenziale. Il primo ha un suo nome difficile e doloroso, che si chiama contrizione. Stiamo col Concilio di Trento, il quale ha tanto studiato questa parte della nostra dottrina; ne troviamo la formula essenziale ripetuta nei nostri catechismi. "La contrizione, dice il Tridentino, la quale tiene il primo posto negli atti del penitente, è un dolore dell'animo, e una riprovazione del peccato commesso, col proposito di non peccare più" (DENZ-SCHON. DS 1676). Dolore dell'animo: non è cosa facile, non è cosa piacevole. Deriva da una coscienza, alla quale, di solito, l'uomo cerca di sottrarsi, la coscienza del peccato, la quale suppone la fede nel rapporto che intercede fra la nostra vita e l'inviolabile e vigilante legge di Dio. Oggi è invalso un costume secolarizzante, talvolta più che pagano, il quale cauterizza la coscienza morale, dopo aver spenta la coscienza religiosa; il peccato, questa immensa misteriosa ripercussione in Dio dell'azione umana disordinata, non ha più consistenza, non ha più peso. l'attività umana, nelle sue ragioni più alte, non ha più per riferimento né la legge, né la bontà di Dio; ma piuttosto altri termini di confronto: l'utilità, l'interesse, il piacere, il successo, l'autonomia assoluta della volontà, o della passione, o del capriccio soggettivo. La contrizione, cioè il dispiacere per l'offesa rivolta a Dio, non ha più possibilità di esprimersi nella cella centrale e profonda, chrè il "cuore" dell'uomo, ermeticamente chiusa dai gelosi sigilli della laicità radicale.
Il pericolo, il danno, il castigo di questa anchilosi morale non staremo noi a descriverli. Chi ha l'occhio semplice, o l'occhio clinico sui fenomeni deteriori della vita moderna, li scorge da sé. Noi diremo piuttosto della efficacia rianimatrice della contrizione per se stessa, quando sia motivata dalla offesa alla bontà di Dio, da un lato, e dalla deformità della malizia del peccato, dall'altro, quando cioè, come dicono i maestri, il dolore del fallo commesso sia "perfetto r: la contrizione cosi concepita è già di per se stessa causa del perdono di Dio, quando sia accompagnata dal proposito di ricorrere alla virtù del sacramento della penitenza, se appena possibile (Cfr. S. THOMAE, Suppl., 5, 1.).
In una lettera drun Religioso ci è stato suggerito di richiamare l'attenzione del nostro uditorio su questa provvidenziale maniera di ottenere la misericordia del Signore per chi si trovasse in punto di morte, senza avere presente il soccorso del ministero sacramentale (Cfr. DENZ-SCHON. DS 1677). E importante saperlo.
l'altro punto nodale di questa materia è la confessione, cioè l'accusa che l'uomo, desideroso del perdono di Dio, fa di se stesso, delle proprie colpe, e per disteso nelle loro qualificazioni morali, ad un ministro autorizzato ad ascoltare il penitente e ad assolverlo. Tremenda cosa, tremenda penitenza; cosi pare. E cosi è per chi non ha fatto l'esperienza dell'umiltà, che ritrova la verità e la giustizia parlanti dentro di lui, e l'esperienza liberatrice, consolatrice dell'assoluzione sacramentale. Forse i momenti druna confessione sincera sono fra i più dolci, i più confortanti, i più decisivi della vita. Comunque sia, noi siamo qui ad un punto obbligato dello svolgimento della nostra salvezza: possiamo attribuirvi la celebre frase di S. Agostino: Qui fecit te sine te, non salvabit te sine te (S. AUGUSTINI Serm. 169, XI; PL 38, 923).
Anche questo momento della nostra vita cristiana devressere considerato con umiltà infantile e con virile coraggio.
PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
1975.03.12
La Quaresima, che stiamo celebrando in preparazione alla Pasqua, e l'imminenza ormai di questa santa e drammatica festività, ci obbligano a integrare la nostra sommaria catechesi col richiamo allo spirito di penitenza, che non puo mancare in chiunque consideri la Pasqua come un avvenimento centrale della nostra osservanza religiosa, e come un impegno ad entrare nel mistero della salvezza con personale e intensa partecipazione (Cfr. Paenitemini, IX, 2, 27-11-1966).
Lo spirito di penitenza reclama per una sua logica intrinseca una qualche pratica di penitenza, anticamente molto impegnativa per tutto il popolo fedele; oggi invece resa molto più elastica e più ridotta nei suoi atti obbligatori (il digiuno, ad esempio, è obbligatorio per soli due giorni, il mercoledi delle Ceneri, e il Venerdi Santo, per chi è prescritto); ma cio non toglie che altre tre pratiche penitenziali siano tanto di più raccomandate alla spontanea volontà drogni fedele: la preghiera, la mortificazione e l'esercizio di opere di carità.
Ma un atto sacramentale, classico e obbligatorio, rimane a qualificare e a impreziosire questo periodo di conversione e di espiazione; ed è, come tutti sanno, quello della confessione, o penitenza, per antonomasia, circa la quale la recente riforma liturgica ha emanato eccellenti norme ed istruzioni. Anche queste noi le supponiamo conosciute; anzi le raccomandiamo sia alla divulgazione dei Pastori e dei Maestri nella Chiesa di Dio, sia allo studio e alla riflessione delle comunità ecclesiali, e non meno dei singoli fedeli.
In questo nostro colloquio, questa volta, noi richiamiamo l'attenzione sull'aspetto ministeriale di questo sacramento della Penitenza. Oggi una tendenza aberrante vorrebbe prescindere dalla disciplina rituale ed ecclesiale, che questo sacramento necessariamente comporta, con la consueta, ottima, ma incompleta apologia del carattere interiore e personalissimo, che la penitenza, quandrè autentica, esige e produce nell'animo di chi ha compreso la necessità e la natura della penitenza, come conversione del cuore a Dio e come nuovo collegamento della vita umana, franata nel peccato e percio nella morte, con la Vita divina. E da notare che questo aspetto interiore, intimo, profondo, segreto, intenso della riconciliazione drunranima peccatrice con Dio è non solo conservato, ma reclamato ancor oggi, anzi oggi più che mai (data la maturazione della coscienza dell'uomo moderno, e data la semplificazione dell'ascesi pubblica e privata richiesta dalle norme ecclesiali vigenti); ma se questa riconciliazione personale del peccatore con Dio è possibile sempre e, in casi di necessità, sufficiente ad ottenere il perdono risuscitante della grazia, mediante un atto di contrizione perfetta, come insegna il catechismo, dobbiamo ancora ricordare che tale atto deve includere, almeno implicitamente, il proposito di ricorrere, appena possibile, al ministero qualificato del Sacerdote, rivestito della prodigiosa potestà di rimettere i peccati e di riconciliare il fratello infedele con Dio e con la comunità vivente della Chiesa.
Qui viene opportuno notare che il peccato, il quale, se grave, spezza il vincolo vitale del peccatore con Dio, produce un altro effetto negativo, a cui la Chiesa ha sempre dato, specialmente e pubblicamente nei primi secoli grande importanza, la rottura del vincolo sociale e spirituale con la comunità della Chiesa. Il peccato non è solo offesa di Dio e rovina per chi lo commette; il peccato ferisce altresi la comunione ecclesiale (Cfr. Ordo Paenitentiae, 5), tanto che a certi gravi peccati determinati è inflitta dal Codice di Diritto Canonico la scomunica, cioè l'esclusione, ipso facto (l Latae sententiae" dicono i canonisti) del figlio infedele dalla partecipazione ai benefici della carità ecclesiale. Il peccato nuoce anche alla Chiesa; e questo danno alla comunità ecclesiale si ritorce sul reo di questa offesa: succede, si potrebbe dire, che il peccatore interrompe da sé il flusso vitale che lo teneva unito alla pianta vitale della Chiesa, anche se questa non interviene con un atto esplicito di rigetto, di scomunica canonicamente pronunciata. Ricordiamo questa triste possibilità per confermare la necessità del ministero sacerdotale, umano si, nelle sue forme e nei suoi limiti, ma sovrumano nella sua potestà di realizzare la parola divina, di cui il Sacerdote autorizzato è ministro: "A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, ed a chi li riterrete, saranno ritenuti" (Io. 20, 23). Vangelo sublime!
Vangelo chiarissimo, consolantissimo. Vangelo obbligante. Vangelo trasfuso e operante nella disciplina della santa Chiesa di Dio. Vangelo, che ci suggerisce una duplice raccomandazione. Ai Sacerdoti la prima (che meriterebbe assai lungo e assai interessante discorso): Fratelli Sacerdoti, abituatevi seriamente, specializzatevi severamente in questo ministero di salvezza; delicatissimo e oneroso, ma superlativo, veicolo immediato di grazia, vera terapia delle anime, fonte di luce e di sapienza, esercizio inesauribile di bontà, scuola per il ministro stesso di esperienza e di umiltà. Non lo trascurate, non lo abbracciate; e non mai, non mai lo profanate! Fatene l'esercizio paziente e sapiente della vostra carità sacerdotale!
Ai fedeli tutti la seconda raccomandazione: abbiate fiducia nella Confessione sacramentale, momento tipico, difficile dapprima, consolantissimo poi, dell'esperienza della misericordia divina. Come scegliete cautamente un bravo medico per la salute fisica, o studiosamente lo psicanalista saggio per le cure della mente, sappiate scegliere, se potete, il medico dell'anima, discreto, ma saggio, buono, vero dispensatore di conforto, di consiglio, di ammonimento, di grazia; la grazia della risurrezione, la grazia pasquale!
Con la nostra Apostolica Benedizione.
PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
1975.03.26
La celebrazione liturgica della Settimana Santa esige da noi fedeli (ma potremmo dire: da ogni persona intelligente), una riflessione introduttiva sul significato oggettivo dell'avvenimento, che tale celebrazione vuole non solo rievocare e rappresentare, ma in un certo senso rivivere.
E questo il primo aspetto dell'atto liturgico, che srimpone alla nostra attenzione, aspetto sommamente interessante, che la mentalità religiosa, educata al senso trascendente e estratemporale dei rapporti con Dio, trova ovvio e attraente: è proprio della religione conferire ai fatti religiosi, caratterizzati da una divina presenza, anzi da un divino disegno, una virtualità permanente. "Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo r, dice Pascal (Cfr. PASCAL, Le mystère de Jésus). Il mistero pasquale continua misticamente nel tempo; esso si compie oggi.
Percio è a noi concesso non solo di assistere alle cerimonie celebrative della Liturgia, ma altresi ci è consentito, anzi raccomandato di prendervi parte. La partecipazione alla Liturgia, sempre insegnata dalla Chiesa, è diventata un programma favorito dal recente Concilio. Noi possiamo, si, assistere come spettatori al rito liturgico; ma se siamo veramente compresi del suo significato e delle sue finalità, noi dobbiamo in certo modo esserne attori, o almeno dobbiamo metterci in sintonia con l'azione celebrativa da trasferire la nostra psicologia religiosa al momento e alla scena, che vi diede origine. Dovremo cosi considerarci commensali dell'ultima Cena, presenti alla Via Crucis, folgorati dalle misteriose apparizioni di Gesù risorto. Il linguaggio liturgico vuol essere un diaframma trasparente, che consente alla nostra fisica ed attuale umanità di associarci agli avvenimenti e ai sentimenti ai quali esso si riferisce. Noi oggi siamo tosi presi da una specie di incantesimo, al quale l'incessante invadenza dello spettacolo moderno, sia teatrale che cinematografico, ci abitua con soverchiante interesse; ma con questa essenziale differenza, rispetto alla rappresentazione liturgica: che lo spettacolo profano, ben lo sappiamo, ci diverte, ci assorbe forse, ma non ci inganna circa la sua sostanziale estraneità, e, per lo più, circa la sua gratuita irrealtà; tocca i sensi, invade la fantasia, commuove forse lo spirito; ma siamo consapevoli che esso non ci riguarda in realtà; lo spettatore vi è passivo e libero sempre di sottrarsi al fascino di quel "divertimento r, nel senso etimologico di diversione, di distrazione dalla realtà concreta da noi vissuta (Cfr. ancora PASCAL, 11; cfr. BOSSUET, Sur la Comédie, CEuvres XII, 237). Invece nella rappresentazione liturgica non è soltanto rievocata la memoria dei fatti e delle parole di Cristo, ma è resa operante la sua azione salvatrice (Cfr. S. THOMAE Summa Theologiae, III 56,1 ad 3; VAGAGGINI, Il senso teologico della liturgia, p. 98 ss.). E parimente ben diversa la memoria, anche degnissima, presentata circa una grande personalità (p. es. di Socrate), da quella umana divina di Cristo, in quanto Egli è principio sempre operante della nostra salvezza; tale memoria rivive in effetti suoi propri, sia esemplari, sia reali (Cfr. Mediator Dei, 161), che conferiscono alla celebrazione liturgica un carattere suo proprio, una dignità incomparabile; è una rappresentazione "sui generis r, che si inserisce nella attualità, nella vita vissuta.
Cosi che il senso della distanza e dell'estraneità non esiste nel fedele, che partecipa alla Liturgia. E allora, celebrando la Pasqua, il fedele è invaso, sopraffatto anzi, dalla drammaticità dell'l ora" vissuta da Cristo, la "sua ora r, come Egli la chiamo (Cfr. Io.2, 4; 12, 23; 17, 1; etc.).
Ed allora la drammaticità, veramente superlativa ed unica, della rievocazione liturgica, esplode nella sua incomparabile violenza. Che cosa è un dramma, si chiede un Autore moderno espertissimo in materia (il compianto e sagace Silvio DrAmico)? "Dramma si potrebbe definire: la rappresentazione scenica drun conflitto" (Storia del Teatro drammatico, 1, 23); e se il conflitto segna l'urto mortale di forze trascendenti e immanenti non è forse tragedia? E la tragedia non registra forse graduazioni che ne classificano la violenza, la grandezza, la fatalità, il mistero? "Non puo essere personaggio tragico, commenta un critico acuto e indiscusso, pure lui compianto (Renato Simoni), quello che non partecipa pienamente . . . del dolore umano. Per questo sono si tragici il grido di Gesù: Padre, se è possibile, allontana da me questo calice amaro!, e quel r consummatum est r che con la più eroica angoscia, riassume la più grande delle catastrofi" (Storia del Teatro drammatico, 11-12). Che cosa diremo noi allora quando sappiamo (oh! più nelle parole, più nei testi teologici, che nella incommensurabile realtà spirituale, ontologica, cosmica) che la tragedia, di cui Cristo è protagonista, si chiama redenzione, il mistero che la dottrina cattolica qualifica fra tutti il più difficile, dove il duello della morte e della vita si combatte in modo sbalorditivo (Cfr. seq. pasch.: mors et vita duello conflixere mirando), dove la profondità abissale del male, il peccato nella sua totalità negatrice e mortifera, si misura con la profondità eccelsa dell'Amore, nella sua onnipotenza vivificante e risuscitante?
Veramente vi è di che rimanere esterrefatti e quasi paralizzati, se nello svolgimento di questa ineffabile vicenda noi non sapessimo che Gesù è morto e risuscitato con noi, per noi, in noi! (Cfr. L. BOUYER, Le mystère pascale, 11.12; G. BEVILACQUA , l'uomo che conosce il soffrire; S. AUGUSTINI Ad Galatas, 28; etc).
Conclusione: colpevoli responsabili, spettatori, partecipi, salvati dal mistero pasquale, non sia indarno per noi celebrato in questranno di grazia! con la nostra Apostolica Benedizione.
PAOLO VI
Paolo VI Udienze 1975 - TESTO DELL'UDIENZA