Paolo VI Udienze 1973 - RIGENERAZIONE DEL PENSIERO DELL'UOMO CONTEMPORANEO




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 21 novembre 1973

Dedichiamo ancora una riflessione introduttiva al fatto, al processo spirituale e morale, che dovrà essere, con l’aiuto di Dio, per noi tutti il prossimo Anno Santo. Abbiamo detto già qualche cosa in proposito: dovrà essere un rinnovamento di vita cristiana. Quale rinnovamento? quello proclamato dal Concilio. Su quale disegno generale? quello che suppone una nostra reviviscenza cristiana autentica; quella che interpreta il nostro rapporto con Dio, mediante Cristo, nello Spirito Santo, il mistero della nostra salvezza, considerato con profondità di sguardo e con sincerità di adesione; capo primo e fondamentale; poi capo secondo, e in un certo senso non meno importante, il nostro rapporto, qualificato, modificato, corretto, col mondo, con gli uomini del nostro tempo, con la vita moderna. Riassumiamo il duplice aspetto della questione in una sola formulazione: come può e deve vivere il cristiano fedele, il figlio sincero della Chiesa, oggi all’ultimo quarto del secolo ventesimo, del presente secolo stupefacente e travolgente, nel mondo circostante? In altre parole: come si può essere veri cristiani, oggi. vivendo nella società che ci condiziona e ci assorbe con irresistibile fascino, o con prepotente sopraffazione?

Il problema è vastissimo, e investe tutte le forme della nostra vita: pensiero, azione, sentimento, costume. Ed è inevitabile: può Io stile religioso, insegnatoci dalla Chiesa, sopravvivere nella vita moderna? Noi non pretendiamo certo di risolvere ora in due frettolose parole tale problema; ci basta di presentarlo come un grande tema di quel travaglio critico e rinnovatore che noi vorremmo fosse l’Anno Santo.

Diamo al problema una prospettiva evangelica, la parabola del buon grano che cresce nel medesimo campo insieme con la zizzania. Voi la ricordate (Mt 13,24-30). Il padrone del campo vieta ai suoi coltivatori dipendenti di estirpare la zizzania, per impedire che tale operazione coinvolga anche il buon grano. Immagine finissima e profonda del mondo, della storia, della compenetrazione delle forme di vita corrispondenti al disegno di Dio con quelle che da tale disegno prescindono, anzi lo avversano; immagine del pluralismo contraddittorio della nostra società umana, il quale non giustifica, non parifica le espressioni negative della società stessa, ma le tollera e quasi le difende con un liberalismo magnanimo e paziente, in ordine al bene stesso delle espressioni positive, e in vista d’una giustizia escatologica, cioè la scena presente dell’economia temporale, quando il bene ed il male, ora mescolati e confusi, saranno inesorabilmente separati e trattati con adeguata e differente sanzione.

Per quanto ci riguarda: noi non dobbiamo orientarci verso il sogno irreale d’un’umanità perfetta; né verso l’irreversibile schema d’una società di tipo medievale, stabile e disciplinata, pur nella distinzione dei poteri e delle competenze, da un’unica ideologia religiosa; né verso atteggiamenti intolleranti e reazionari nei confronti della legittima autonomia delle «realtà terrene», cioè, come insegna il Concilio, delle cose create e delle stesse società, che hanno leggi e valori propri: «in virtù della creazione stessa . . . le cose tutte ricevono la propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie ed il loro ordine» (Gaudium et Spes GS 36).

Ricordiamo bene questa grande lezione, che deve penetrare nella pedagogia del cristiano moderno: guardare con serena obiettività tutto l’orizzonte delle cose e dei fatti che ci circondano; anzi con ammirazione, con entusiasmo e con occhio scientifico tutto il panorama della creazione; con rispetto, con simpatia, con amore ogni volto umano, straniero o nemico che sia; con sguardo saggio e critico ogni manifestazione dell’esperienza umana, che offenda, o non accolga il giudizio morale, al quale la nostra professione cristiana ci obbliga.

Qui cominciano le difficoltà. Noi siamo stati forse troppo deboli e imprudenti in questo atteggiamento, al quale la scuola del cristianesimo moderno ci invita: il riconoscimento del mondo profano nei suoi diritti e nei suoi valori; la simpatia anzi e l’ammirazione che gli sono forse dovute. Noi siamo spesso, nella pratica, andati oltre il segno. Il contegno così detto permissivo del nostro giudizio morale e della nostra condotta pratica; la transigenza verso l’esperienza del male, col sofistico pretesto di volerlo conoscere per sapersene poi difendere (la medicina non ammette questo criterio; perché dovrebbe ammetterlo chi vuol preservare la propria salute spirituale e morale? ); il laicismo, che volendo segnare i confini di determinate competenze specifiche, si impone come autosufficiente e passa alla negazione di altri valori e di altre realtà; la rinuncia ambigua, e forse ipocrita, ai segni esteriori della propria identità religiosa; eccetera, hanno insinuato in molti la comoda persuasione che oggi, anche chi è cristiano, deve assimilarsi alla massa umana, qual è, senza prendersi cura di marcare a proprio conto qualche distinzione, e senza pretendere, noi cristiani, d’avere qualche cosa di proprio e di originale, che possa, al confronto degli altri, apportare qualche salutare vantaggio.

Siamo andati oltre il segno nel conformismo con la mentalità e col costume del mondo profano. Riascoltiamo il richiamo dell’Apostolo Paolo ai primi cristiani: «Non vogliate conformarvi al secolo presente, ma trasformatevi col rinnovamento del vostro spirito» (Rm 12,2); e quello dell’Apostolo Pietro: «Come figli di obbedienza non conformatevi ai desideri d’una volta quando eravate nell’ignoranza (della fede)» (1P 1,14). Una differenza della vita cristiana da quella profana e pagana, che ci assedia, ci vuole; una originalità, uno stile proprio. Diciamo pure: una libertà propria di vivere secondo le esigenze del Vangelo. Col mondo dovremo mantenere un’indipendenza spirituale. A questo riguardo la padronanza di sé, lo spirito ascetico, la tempra virile della condotta cristiana, non ci dovranno sembrare pii ammonimenti sorpassati, ma esercizi di agonismo cristiano, oggi tanto più opportuno quanto maggiore è l’assedio, è l’assalto del secolo amorfo, o corrotto, che ci circonda. Difendersi, preservarsi; come chi vive in un ambiente epidemico.

Resta una domanda finale: dovremo allora uscire dal mondo? La fuga mundi dei maestri medievali sarà la nostra regola? Il discorso spirituale oggi è diverso, e ci ricorda gli accenti del Vangelo: non essere del mondo, ma essere per il mondo; cioè compenetrarlo col nostro spirito cristiano, dargli un’anima nuova, servirlo per amore. Così il Concilio (Cfr. Gaudium et Spes GS 40 ss.; Y. CONGAR, in L’Eglise dam le monde de ce temps, vol. III, PP 15-38, Cerf, 1967), così l’Anno Santo! Con la nostra Benedizione Apostolica.

La diocesi di Verona per un glorioso centenario

Ci fa piacere accogliere oggi il pellegrinaggio della diocesi di Verona, con cui essa conclude le celebrazioni, durante un intero anno, del XVI Centenario della morte del suo grande Vescovo, San Zeno. Salutiamo con reverente affetto il Vescovo Monsignore Carraro e il suo Ausiliare Monsignore Ducali; il Sindaco della città, il Presidente dell’Amministrazione provinciale di Verona, i Parlamentari e le altre autorità civili; i sacerdoti, i seminaristi, i religiosi e le religiose, i rappresentanti dell’Azione Cattolica e tutti i fedeli di codesto magnifico gruppo di circa duemila persone.

Vi ringraziamo per l’intento che qui vi ha guidati, per terminare l’anno zenoniano con un incontro di comunione, di preghiera, di fedeltà, di affetto, di letizia intorno al Papa. Abbiamo dato inizio, ben ce ne ricordiamo, al centenario, inviandovi la lettera «Verona fidelis» dell’aprile dello scorso anno (AAS 64, 1972, 339-340), nella quale riproponevamo la figura e l’insegnamento del vostro San Zeno secondo le particolari necessità della odierna vita cristiana: e ora chiudiamo le solennità insieme con voi, che siete venuti a portarci la testimonianza della fede e della carità dell’intera popolazione cattolica di Verona. Sappiamo infatti che, in questa circostanza, voi ci fate dono, insieme con i frutti della vivace attività industriale e agricola della vostra terra generosa, anche di importanti attrezzature sanitarie, da destinare a qualche ospedale in zona particolarmente povera. Carissimi figli! Come non vedere in questo gesto il perpetuarsi dell’esempio e della parola del vostro Patrono, la cui carità e liberalità sono una caratteristica gemma della sua personalità di pastore? Come non rimanere edificati da una tradizione così profondamente radicata nel popolo che fu suo?

Il Signore vi ricompensi della consolazione che ci date con la prova del vostro attaccamento filialmente gioioso ed esemplare alla Sede di Pietro, centro di unità e di coesione di tutta la Chiesa. San Zeno vi protegga sempre, interceda per voi tutti la grazia di rimanere fedeli ai propositi di quest’anno centenario, e vi aiuti a crescere nella verità e nell’amore fraterno, e a dare alla vostra vita una costante impostazione di serietà costruttiva e feconda, per il bene dei singoli, delle famiglie, della società.

Questi voti avvaloriamo con la nostra Benedizione Apostolica, che porterete ai vostri cari lontani, particolarmente ai piccoli, alla gioventù, ai lavoratori, agli ammalati, agli anziani. A tutti direte che il Papa li segue e li incoraggia per il grande affetto che porta a «Verona fedele».

Pellegrini di Ferrara

Desideriamo ancora porgere un particolare saluto al gruppo di fedeli dell’Arcidiocesi di Ferrara, venuti in pellegrinaggio a Roma e accompagnati dal loro sacro Pastore, il caro e venerato Monsignore Natale Mosconi.

La delicatezza dei sentimenti che vi hanno portato a questa Udienza non ci lascia insensibili, e ve ne ringraziamo di cuore, figli carissimi. Con la vostra presenza voi ci portate la testimonianza del vostro amore e della vostra fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa; sentimenti, questi, che intendete senza dubbio rafforzare sempre più in questo odierno incontro col Vicario di Cristo. Potrete allora facilmente comprendere la nostra soddisfazione nell’accogliervi e nell’assicurarvi il nostro affetto e il ricordo nelle nostre preghiere.

Che il Signore vi aiuti a mantenervi saldi in questi vostri propositi. E a tal fine volentieri vi impartiamo l’Apostolica Benedizione, che estendiamo a tutti i vostri cari.

Cuochi di alberghi e ristoranti

Ci sembra doveroso anche un sia pur breve saluto ai cinquecento Cuochi italiani di Alberghi e Ristoranti, i quali, partecipando a Roma al loro VII Congresso Nazionale, promosso dalla omonima Federazione Italiana, hanno desiderato tanto un incontro col Papa. E noi siamo ben lieti di accogliere la vostra aspirazione: sia per dare un attestato di grande simpatia e incoraggiamento alla vostra benemerita categoria, che opera silenziosa, alacre, intelligente, anche con sacrificio di orari e di comodità personali, portando anch’essa un apprezzabile contributo all’economia nazionale, agli scambi turistici, e all’incremento dei buoni rapporti sociali; sia per esortarvi a continuare a compiere il vostro dovere con spirito di servizio, gentile e premuroso, verso la comunità, ma soprattutto a dare sempre il primo posto ai valori dello spirito nella vostra vita individuale e familiare, consapevoli della dignità e del compito che ciascun laico cristiano ha nella Chiesa come membro del Popolo di Dio, qualunque sia la sua professione nel concerto della vita civile.

Il Signore vi assista sempre nelle vostre fatiche, umili e nascoste, e dia a voi e ai vostri cari ogni consolazione. Nel suo Nome, tutti vi benediciamo.

Apostolato della bontà nella scuola

Desideriamo ora rivolgere un particolare ed affettuoso saluto agli alunni e alle alunne della Scuola Elementare «Filippo Corridoni» di Catania, a cui è stato assegnato il primo premio nazionale di bontà «Livio Tempesta».

Vi esprimiamo, figliuoli carissimi, la nostra letizia per la vostra festosa presenza e il nostro plauso per tale meritato riconoscimento. Voi avete dimostrato che anche i piccoli, senza grandi mezzi, ma animati unicamente dall’amore cristiano verso i fratelli, sono capaci di irradiare nel loro ambiente la luce e la forza della bontà.

Conservatela sempre questa bontà del vostro cuore, confermatela e dilatatela con l’amicizia profonda e intensa a Gesù, il quale predilesse i bambini e li additò come modello di tutti coloro che vogliono entrare nel suo Regno (Cfr. Mt 18,3-4). Con la vostra generosità e con la vostra semplicità avete dato e dovete continuare a dare il vostro efficace contributo perché scompaiano, nelle relazioni fra gli uomini, l’egoismo e l’incomprensione.

Con questi voti, vi rinnoviamo la nostra paterna benevolenza, e vi impartiamo volentieri la Benedizione Apostolica, che estendiamo altresì ai vostri genitori, ai vostri amici, ai vostri educatori, al Presidente e al Consulente Ecclesiastico del «Centro Nazionale dell’Apostolato della Bontà nella Scuola».

Importante data per l’emigrazione italiana nel Brasile

Abbiamo la gradita occasione di rivolgere il nostro cordiale e paterno benvenuto al folto gruppo dei componenti il Comitato, giunto appositamente dal Brasile, per concordare con le Autorità Italiane le manifestazioni commemorative del centenario della immigrazione italiana nello Stato di Rio Grande do Sul, da parte soprattutto di nuclei familiari provenienti dalle tre Venezie.

Nell’esprimervi, carissimi figli, sentita riconoscenza per il cortese omaggio, ci congratuliamo vivamente con voi per l’opportuna celebrazione.

Essa, infatti, mentre vuol significare pubblica attestazione di stima e di affetto, da parte della Nazione ospitante, per la collaborazione spirituale e materiale offerta durante un secolo dagli immigrati italiani, è per questi circostanza quanto mai propizia per riaffermare l’impegno di pacifica operosità nel comune desiderio di continuo progresso morale e civile.

La vostra presenza è perciò una conferma viva ed eloquente di quella mutua comprensione e solidarietà tra i popoli, che la dottrina sociale cristiana e l’insegnamento pontificio ricordano con tanta premura alla coscienza universale.

Per questo ci rallegriamo con voi: e, con l’auspicio che le vostre iniziative siano coronate dal successo, invochiamo su ciascuno di voi, sulle vostre famiglie, sulle vostre attività la divina assistenza e di cuore impartiamo la propiziatrice Benedizione Apostolica.

Ucraini residenti in America

We are particularly happy to address an affectionate greeting to the numerous group of Ukrainian,s who have come to Rome for the translatio’n of the remailns of Metropolitan Sembratowicz to the Church of Santa Sofia and for the commemoration of the three hundred and fiftieth anniversary of the death of Saint Josaphat. In a letter which we sent a few days ago, dear Ukrainian sons and daughters, we too had the satisfaction of commemorating the figure and the work of Saint Josaphat, who is so dear to you. In memory of his life and death you have come here today to pay us this kind visit and to manife#44 st your fidelity to the Church and your attachment to the Vicar of Christ. We are deeply appreciative of the sentiments you have expressed and we wish to assure you once more of our affection and care for your Church, which is ever present in our heart and in our prayers. May our prayers and yours rise up today, that Saint Josaphat may intercede for you and for your entire Church.

Il gruppo «Viva la Gente»

We are happy to extend a special welcome also to the singing troupe, «Up With People». It is a joy for us to see a grolup of young people made up of many nationalities and many races, and all working together to foster brotherhood and to build a better world. Dear young people, we hope that you will indeed achieve your noble goal, that God’s creation will bring you closer to himself and that you will always remain people who carepeople who care for others and are not afraid of the discipline and sacrifices required to bring true genuine love into the modern world.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 28 novembre 1973

Ancora una parola su l’Anno Santo. Si è già detto che uno dei cardini, sui quali dovrà imperniarsi la sua spiritualità, dev’essere la riconciliazione. Riconciliazione con Dio, riconciliazione con la nostra coscienza. Riconciliazione con gli uomini, fratelli o nemici che siano. Riconciliazione con i Cristiani tuttora in posizione di distacco, o di distanza, o di separazione rispetto alla Chiesa cattolica, quella dall’unica fede e dalla piena carità; la riconciliazione ecumenica, Dio volesse! E poi la riconciliazione, ossia la presa di contatti purificanti, animatori, santificanti col mondo profano e moderno; anche a questo riguardo: Dio volesse! Temi sconfinati. Ma un punto c’è, che interessa in modo particolare il nostro animo pastorale e apostolico; ed è quello della riconciliazione nella Chiesa, con i figli della Chiesa, i quali senza dichiarare una loro rottura canonica, ufficiale, con la Chiesa sono tuttavia in uno stato anormale nei suoi riguardi; vogliono essere ancora in comunione con la Chiesa, e Dio volesse che davvero così fosse, ma in un atteggiamento di critica, di contestazione, di libero esame e di più libera polemica. Alcuni difendono questa ambigua posizione con ragionamenti per sé plausibili, cioè con intenzione di correggere certi aspetti umani deplorevoli, o discutibili della Chiesa, ovvero di far progredire la sua cultura e la sua spiritualità oppure di mettere la Chiesa al passo con le trasformazioni dei tempi; ma si arrogano tali funzioni con tanto arbitrio e con tanto radicalismo, che, senza forse avvedersene, offendono, e perfino interrompono quella comunione, non solo «istituzionale», ma altresì spirituale, alla quale vogliono rimanere congiunti; tagliano da sé il ramo della pianta vitale, che li sosteneva; e, accorgendosi poi del guasto prodotto, si appellano al pluralismo delle interpretazioni teologiche (che, salva l'adesione essenziale e autentica alla fede della Chiesa, dovrebbe essere non solo consentito, ma favorito), senza badare che essi costruiscono così dottrine proprie, di comodo, e di equivoca aderenza, quando non siano addirittura contrarie alla norma e alla obiettività della fede stessa.

A noi questo fenomeno, che si diffonde come un’epidemia nelle sfere culturali della nostra comunione ecclesiale, procura grande dolore, temperato soltanto da un sentimento di maggiore carità verso quelli che ne sono la causa. E il dolore si accresci: osservando con quanta facilità si formano gruppi qualificati come religiosi e spirituali, ma isolati e autocefali, i quali spesso, per ‘attestarsi come iniziati a una concezione più interiore e più squisita del cristianesimo, diventano facilmente antiecclesiali, e scivolano quasi per inconscia gravitazione, verso espressioni sociologiche e politiche, dove purtroppo allo spirito religioso s’i sostituisce quello umanistico, e di quale umanesimo! Come riprendere questi figli che s’inoltrano su così pericolosi sentieri, come ristabilire con loro un rapporto di gioiosa e concorde comunione?

La nostra sensibilità pastorale subisce altra ferita per la crisi dello spirito d’associazione, della quale crisi diversi strati sociali sperimentano le conseguenze, e alla quale anche molte file del nostro quadro organizzativo ecclesiale versano non lieve tributo. Non ne vogliamo ora analizzare le cause complesse e profonde. Vorremmo piuttosto pensare che l’amorosa pedagogia della Chiesa, rivolta alla riconciliazione, sapesse trovare l’arte di ritessere rapporti associativi adeguati a confortare appunto la comunione interiore ed esteriore per cui la Chiesa risulta quello che è e dev’essere: corpo sociale e mistico di Cristo, e vorremmo che di tale comunione l’Anno Santo ci ridonasse nuova esperienza.

Sì, noi vorremmo che la stagione di ripensamento e di fervore, alla quale ci prepariamo, questo scopo, questo effetto potesse produrre: un accrescimento d’un autentico sensus Ecclesiae. Dovremmo tutti, dopo il Concilio, che ha avuto la Chiesa come principale tema dei suoi studi e dei suoi decreti, ripensare questa Chiesa benedetta; ricordare ch’essa è segno e strumento della nostra unione con Dio e dell’unità del genere umano (Lumen Gentium LG 1); sentire la fortuna e la responsabilità di appartenerle; la gioia di poterle essere figli e testimoni; la premura di servirla e di obbedirle; la umile fierezza di partecipare alle sue prove e alle sue sofferenze; la sicurezza d’incontrare e d’amare in Lei quel Cristo che «la amò e che per lei si sacrificò» (Ep 5,25 cfr. S. AMBR. In PS 218,5, PL 15,1317-1318 H. DE LUBAC, Méd. sur l’Eglise, VIII).

Figli e Fratelli, amici vicini e lontani, uomini tutti: possa quest’ora di riflessione, di ravvedimento, di lucidità essere scuola per noli del mistero e della realtà della Chiesa di Cristo: rivelazione di Dio-Amore, salvezza per l’umanità (Cfr. Ep 1).

Con la nostra Benedizione Apostolica.

Il coro «S. Cecilia» di Ljubljana

Esprimiamo la nostra sincera gioia nel vedere a questa Udienza i giovani del Coro «Santa Cecilia» di Ljubljana, ospiti attualmente del Pontificio Istituto di Musica Sacra, i quali hanno desiderato questo incontro per offrirci un saggio della loro abilità, quale omaggio del loro affetto e della loro devozione alla Chiesa e al Papa.

Per ricambiare tali sentimenti, vogliamo dirvi, carissimi figli, il nostro compiacimento per l’impegno generoso con cui voi dedicate la vostra attività artistica al decoro del culto. Continuate in questo prezioso servizio, e sappiate che esso sarà largamente compensato non soltanto dal successo con cui sono accolte le vostre belle esecuzioni, ma soprattutto dal contributo alla edificazione dei fedeli, dando ad essi coi vostri canti il conforto di vivere momenti di più intensa elevazione dello spirito a Dio nella preghiera.

Tornando alle vostre famiglie, portate con voi il nostro augurio che possiate camminare con fedeltà nel solco delle vostre tradizioni religiose per l’onore della gente slovena e per la gioia della Chiesa, che desideriamo sia sempre per voi la guida luminosa della vita.

A tanto vi confermi la nostra Apostolica Benedizione.

Religiosi «Christian Brothers»

We extend a special greeting to those members of the Congregation of the Christian Brothers who are participating in a course of renewal in Rome. For us, beloved sons, this moment of encounter, howsoever brief, is full of meaning. You have come to see us, to receive our blessing, to renew your commitment to the Lord Jesus and to his Church. And on our part, we wish to confirm you in your faith, to encourage you in your love and to assure you that your supernatural hope brings with it’ the greatest of rewards. With Saint Peter we exhort you to “go on growing in the grace and knowledge of our Lord and Saviour Jesus Christ” (2P 3,18).

Giovani africani avviati al commercio

Our special welcome goes likewise to those taking part in the Training Course for Western African Countries. It is our hope that your activities in Rome wjill be of great benefit for the true development of your respective countries and for the well-being of all the people whom you are called upon to serve. In you we greet all the citizens of the Gambia, Ghana, Liberia, Nigeria and Sierra Leone. May God’s graces sustain you.

Suore Cappuccine di Germania

Mit besonderer Freude begrüssen Wir heute den Konvent der deutschen Kapuzinerinnen von Assisi mit ihrer Mutter Abtissin. Aus Anlass des 250 jährigen Bestehens Ihrer Gründung haben Sie für kurze Zeit die Klausur verlassen, urn hier in der Ewigen Stadt die heiligen Stätten zu besuchen und Unseren Segen zu empfangen. Wir freuen Uns mit Ihnen und beglückwünschen Sie zu diesem denkwürdigen Jubiläum.

Durch Ihr zurückgezogenes Leben in anhaltendem Gebet, in Schweigen und hochherziger Busse nehmen Sie mit allen andern gottgeweihten Ordensfrauen im mystichen Leib Christi eine hervorragende Stelle ein. Mögen Sie, liebe Schwestern, auch weiterhin durch Ihr Leben und verborgenes Wirken Zeugnis ablegen in der modernen Welt für die Frohe Botschaft Christi!




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 5 dicembre 1973

Il nostro grande problema qual è? È quello del nostro rapporto con Dio. Tutto è qui, in questo nodo di questioni mentali, morali, spirituali, vitali. La nostra concezione della vita non può prescindere dal considerare questo rapporto, per negarlo, per discuterlo, per affermarlo; sono queste le categorie somme e sommarie, nelle quali questo problematico rapporto può collocarsi. E tutti sanno oggi come nessuno sfugge alla necessità di una scelta a tale proposito. La religione, volere o no, in un senso o nell’altro, è al vertice della definizione della nostra vita personale e collettiva. Limitiamoci ora alla vita personale: la nota distintiva qualificante più importante si desume dall’atteggiamento religioso che l’uomo professa in ordine alla concezione della propria vita.

È da ricordare che noi, credenti in Dio e professanti l’adesione all’economia cristiana, cioè al disegno stabilito da Dio stesso circa il nostro destino e instaurato da Cristo (Cfr. Ep 1,1 ss.), siamo i primi a riconoscere d’avere bisogno d’un aiuto trascendente, divino, preveniente e gratuito, la grazia, per entrare effettivamente nel piano salvifico della nostra religione (Cfr. DENZ.-SCHÖN. DS 1525-797); cioè noi non bastiamo a noi stessi per risolvere positivamente il grande problema, di cui dicevamo, quello del rapporto con Dio; e siamo perciò assimilati, sotto questo aspetto del bisogno d’essere salvati, per via della misericordia e dell’amore di Dio verso l’uomo, ad ogni altro essere umano, ateo o indifferente che sia.

Ma per usufruire di questa somma fortuna dell’intervento salvifico del Signore all’uomo adulto sono domandate alcune condizioni.

Anche davanti al piano della grazia l’uomo rimane uomo, rimane libero; un’adesione volontaria gli è domandata; e perciò senza una disposizione morale e una successiva fedeltà, «voluntariam susceptionem gratiae» (DENZ-SCHÖN. 1528-799), la salvezza religiosa non sarebbe per noi operante.

Si apre pertanto un complesso e voluminoso capitolo psicologico-soggettivo circa le disposizioni spirituali e morali, che l’uomo deve esibire all’azione giustificante e santificante di Dio: se vogliamo che il sole illumini la stanza della nostra anima dobbiamo aprirgli la finestra. Come si chiama evangelicamente e teologicamente questa finestra? Si chiama conversione, la famosa metànoia (Mt 3,2 Mt 4,17 Ac 2,38) del Vangelo; cioè quel cambiamento interiore e poi esteriore, che rende l’uomo suscettibile dell’intervento divino. Anch’essa, la conversione, non è senza un’azione segreta di grazia; ma ora noi la consideriamo al livello della nostra esperienza e della nostra responsabilità, dove il gioco della libertà, della volontà, degli stimoli esterni, pone la conversione al fatale «ago di scambio» della nostra sorte religiosa, e forse anche eterna.

Nella pratica della nostra vita spirituale qui si porrebbe la dottrina della preghiera, quale condizione fondamentale della nostra religiosità salvatrice. Ci riferiamo a quella preghiera che apre l’anima all’azione benefica della misericordia di Dio, e che è, più o meno, a tutti nota, sia nella sua definizione essenziale di atto razionale dello spirito che si rivolge volontariamente a Dio, sia come atto di tensione amorosa verso di Lui (BOSSUET, Serm. 1, 374, «il n’y a que la sede charité qui prie»), sia come assorbimento contemplativo e mistico nella presenza del divino interlocutore.

Ma la preghiera, così concepita, suppone la conoscenza e la fede in Dio, e spesso anzi essa proviene dalla voce interiore d’una parola, che da noi non sapremmo formulare e che lo Spirito pronuncia in noi con accenti ineffabili (Rm 8,26). E suppone una regolarità di vita spirituale, che purtroppo oggi molti, moltissimi non hanno: sono muti, sono incapaci di emettere con sentimento di pietà il semplice nome, paterno, dolcissimo, santissimo, di Dio.

Da quale punto può per questa gente, che è legione, essere presentata la «conversione»?

Ecco: noi dobbiamo tener conto dello «stato d’anima» di questa gente, diciamo meglio, di questo popolo, di questi fratelli, i quali, o per incuria spirituale, o per abuso critico, non sono sul momento in condizione di balbettare quella minima preghiera, che stabilirebbe subito un rapporto con Dio. Come dobbiamo regolarci?

Non certo in questa sede noi possiamo risolvere problema spirituale di questa ampiezza, ma suggeriremo soltanto due parole, le quali possono fare al caso nostro. E cioè: ancor prima di parlare di «conversione», nel senso pieno e salutare di questo termine, proviamo a parlare di «orientamento»; domandiamo a coloro che sono ancora alle saghe del mondo religioso di dare al problema, che ci interessa e che deve interessare tutti, un semplice sguardo, un semplice orientamento, della loro attenzione. È questo un atto umano superlativamente onesto, quello di rivolgere al problema di Dio una riflessione, nasca essa dall’interiore bisogno di logica e di verità, ovvero nasca da qualche esteriore osservazione, che suggerisce e che postula un appello ad un Principio supremo. Orientarsi verso l’inestinguibile faro del Dio nascosto, del Dio vivente. Il problema religioso ne vale sempre la pena.

L’altra parola, che suggeriamo per simile condizione spirituale, sembra una contraddizione, ma è un semplice e ragionevole paradosso; ed è la parola silenzio. Per cogliere qualche cosa del problema religioso abbiamo bisogno di silenzio; di silenzio interiore, il quale reclama forse anche un po’ di silenzio esteriore. Silenzio: vogliamo dire pausa di tutti i rumori, di tutte le impressioni sensibili, di tutte le voci, che l’ambiente impone alla nostra ascoltazione, e che ci rende estroflessi, ci fa sordi, mentre ci riempie di echi, d’immagini, di stimoli, che, volere o no, paralizzano la nostra libertà interiore, di pensare, di pregare. Silenzio qui non vuol dire sonno: vuol dire, nel caso nostro, un colloquio con noi stessi, una riflessione tranquilla, un atto di coscienza, un momento di solitudine personale, un tentativo di ricupero di se stessi. Diremo di più: daremo al silenzio la capacità di ascoltazione. Ascoltazione di che cosa? di chi? Non possiamo dire; ma sappiamo che l’ascoltazione spirituale lascia percepire, se Dio ce ne fa grazia, la sua voce, quella sua voce, che subito si distingue per dolcezza e per vigore, per parola sua, di Dio; il Dio, che allora, quasi per istintivo impulso, noi incominciamo dentro a chiamare, con avidità di conoscere e di capire, con angoscia e con fiducia, con insolita commozione e con invadente bontà: il Dio-Verbo, fatto maestro interiore.

Siamo condotti su questa traccia dalla stagione liturgica dell’Avvento: tacere per ascoltare; e dal pressante motivo dell’Anno Santo, che impone silenzio e preghiera e che prepara alle tante nostre moderne inquietudini la risposta di Dio, quella del suo Amore e della nostra salvezza.

Con la nostra Apostolica Benedizione.

Rappresentanza dei Chierici Regolari Mariani

Rivolgiamo ora un particolare saluto ai Chierici Regolari Mariani, sotto il titolo dell’Immacolata Concezione della Beata Maria Vergine, qui presenti in occasione del 300° anniversario di fondazione del loro Istituto. La nostra parola, figli carissimi, vuol essere di compiacimento e di augurio. Di compiacimento, anzitutto, per le benemerenze acquistate dalla vostra Congregazione in questo lungo periodo di vita, e in particolar modo per lo slancio vigoroso con cui essa ha saputo rinnovarsi ed espandersi in quest’ultimo secolo. È un segno di vitalità: di qui perciò anche il nostro augurio, affinché il vostro Istituto, traendo ispirazione da questa fausta ricorrenza, possa percorrere il suo cammino con sempre maggiore impegno e in felice continuità con le sue belle tradizioni. Avete il privilegio di appartenere ad una Famiglia Religiosa che è tutta di Maria e tutto deve a Maria. Conservate nella sua primitiva freschezza questo carattere mariano. Finché saprete modellarvi sugli esempi e insegnamenti di Colei che è ideale e sostegno di ogni vita consacrata e apostolica, non si inaridirà nel vostro Istituto quella sorgente di generosità e di dedizione, di interiorità e di fervore, che ha procurato alla Chiesa tanta abbondanza di frutti. A tal fine impartiamo di cuore a voi e a tutti i vostri Confratelli il conforto dell’Apostolica Benedizione.

Messaggio musicale di speranza

We are happy to greet today a group of American singers, "The Stars of Faith of Black Nativity". We welcome you and thank you for coming to visit us. Your Negro Spirituals and Gospel Songs give pleasure to many people, and they are surely equally pleasing to our Lord. When you sing you are praising God. Through your songs faith and spiritual values are seen to be dynamic, and God’s love for us is proclaimed to the world. We wish you every success during your tour and gladly invoke upon you abundant divine graces and blessings.


Paolo VI Udienze 1973 - RIGENERAZIONE DEL PENSIERO DELL'UOMO CONTEMPORANEO