Paolo VI Omelie 1973 - Venerdì, 2 febbraio 1973



INCONTRO CON IL CLERO ROMANO

Giovedì, 1° marzo 1973

Segue la meditazione dettata dal Santo Padre, il quale ricorda, anzitutto, che la consuetudine di questo incontro alla vigilia della Quaresima è nata come un’esortazione ai predicatori quaresimalisti, ai quali si è poi aggiunto anche il gruppo dei parroci e del clero romano per dare all’udienza una maggiore completezza. Aggiunge che il colloquio odierno avrebbe avuto una configurazione più affettiva che meditativa e dispositiva, dovendo rinviare ad ulteriori occasioni un maggiore approfondimento della visione generale dell’azione pastorale della Chiesa.

Il Papa, subito, saluta calorosamente il nuovo Vicario, Cardinale eletto Poletti, al quale è affidato il tesoro più grande e più prezioso del suo ministero, cioè il clero di Roma. Il travasare nelle mani del Vicario la sua responsabilità è per il Santo Padre motivo di sollievo e di conforto. Ma ciò non lascia vuoto il suo cuore dall’immenso amore che lo lega ai sacerdoti romani.

Paolo VI ha, poi, parole di affettuoso ricordo per il compianto Cardinale Dell’Acqua, nei confronti del quale egli nutre sentimenti di infinita stima e gratitudine. Inoltre saluta il nuovo vice gerente Monsignore Rovigatti, che fu già parroco di Roma e che perciò è accanto agli altri membri del clero come un fratello, i vescovi ausiliari e tutti i presenti, assicurando il suo aiuto e la sua solidarietà per il loro ministero affinché diventi davvero di conforto alle anime. Un particolare pensiero è per i predicatori, la cui funzione si augura che sia tanto più feconda quanto più, purtroppo, oggi è diminuita l’affluenza dei fedeli e la risonanza nell’opinione pubblica.

Riallacciandosi alla meditazione esposta l’anno scorso nell’udienza ai parroci e ai quaresimalisti di Roma, Paolo VI insiste ancora sulla necessità per i sacerdoti di approfondire il problema della loro identità in un momento di rielaborazione, di risveglio, di ristrutturazione vivace se non addirittura di crisi. Chi siamo? Perché siamo chiamati preti? Che cosa vuol dire? A che siamo deputati? Non siamo forse superati dalla società che ci circonda? si chiede il Papa. Credevamo di lavorare - aggiunge - su un terreno solido, mentre ci siamo accorti che il terreno si muove, scompare, si scioglie sotto di noi. Abbiamo talora l’impressione di lavorare a vuoto. I sacerdoti che si sono posti con maggior chiarezza e con più incalzante severità il problema della loro identità sono quelli che più si sono trovati in mezzo al vuoto, al disinteresse, a un ambiente che li considerava superati, inutili, superflui. Accade che il sacerdote si scoraggi vedendo che i suoi tentativi di contatto con il mondo raggiungono soltanto alcuni superstiti rappresentanti di vecchie generazioni.

Purtroppo quest’anno, osserva il Santo Padre, dobbiamo notare un passo in avanti, che è poi nella realtà un passo indietro nel processo analitico che il clero fa sopra se stesso. Non solo il sacerdote sarebbe un ministro del nulla e senza efficacia, ma si costaterebbe che è tutto sbagliato. E questo non soltanto da parte dei soliti irrequieti, ma anche da voci solitamente attente e autorevoli. È necessario - dicono - ristrutturare tutta la Chiesa perché così come è attualmente non è coordinata con il mondo che la circonda. Il rapporto Chiesa-mondo è il problema centrale, ma - si fa notare - questo rapporto oggi non è efficace, non è quello che dovrebbe essere, o almeno quello che critici e studiosi si immaginano di aver individuato. Dal dubbio sull’identità, cioè, abbiamo fatto un passo indietro verso l’affermazione dell’inutilità, sconfessando ancora più radicalmente la Chiesa costituita com’è, lasciando al libero sbandamento tutti gli istinti spirituali, anche quelli buoni. Siamo in un momento in cui è necessario riprendere la riflessione su noi stessi per rimettere in piedi qualcosa dentro di noi. Anche se voi non avete bisogno di così cruda meditazione - dichiara il Papa riferendosi ai presenti - dobbiamo ugualmente affrontarla. È questa, come suol dirsi, l’ora della verità.

Che cosa dobbiamo pensare di noi, che concetto dobbiamo avere del prete, del pastore, dell’incarico che ci ha investito, del nostro destino, della nostra professione, del nostro dovere, del mondo in cui veniamo a vivere come ministri del Vangelo, coordinati a Cristo come suoi rappresentanti, suoi ministri, come canali della sua parola, della sua grazia, dei suoi esempi, della realizzazione del suo Vangelo? Chiesa-mondo: contatto, compenetrazione, assimilazione, secolarizzazione. Fin dove è arrivata questa idea di secolarizzazione nel nostro ambiente? Si sente dire che il prete è un uomo e deve essere un uomo come gli altri. Deve essere un uomo completo. E si introduce nella pianificazione spirituale tutta una serie di problemi sul modo di vivere, di concepire la nostra esistenza che davvero sconvolge, altera e sfigura, quando addirittura non tradisce, l’impronta che Cristo ha impresso sopra la nostra anima. L’espressione «Tu sarai un altro Cristo» viene sbiadita e stravolta. Se il prete è un uomo, la sua cultura deve essere quella profana. Ed ecco l’invasione di giornali, riviste, libri, pubblicazioni di cui si nutre la cultura media profana. Si dice che, se il prete è un uomo, allora deve avere tutte le esperienze che ha un uomo. E per esperienze di solito, purtroppo, si intendono quelle negative. Si dice che se il prete non conosce queste cose resta un ignaro, si fa un’immagine falsa, artefatta, ingenua, infantile della vita. Bisogna che conosca. Ma che cosa? il male, le tentazioni, le cadute, le esperienze cattive. Bisogna - si dice - che abbia qualche cognizione diretta e vissuta della vita, altrimenti resta un diminuito. E ciò, quasi che un uomo ferito, deformato nella sua figura morale, nella sua intangibilità spirituale come uomo battezzato figlio di Dio, abbia di che guadagnare ad aver subito di queste sciabolate, di queste ferite. Nel quadro di questa concezione, per esempio, che resta dell’abito ecclesiastico? Senza soffermarsi a lungo su questo aspetto, comunque marginale, il Papa ha definito come una ipocrisia l’atteggiamento del prete che si assimila tanto al profano da non farsi più distinguere. L’assimilazione al profano è una tesi che va diffondendosi e va secolarizzando colui che ha l’investitura dell’Ordine Sacro e la missione di rappresentare e di vivere Cristo in sé.

Paolo VI tiene a ribadire che il sacerdote è anzitutto ministro di Cristo, prima ancora di essere un uomo. Se così non fosse, anche il celibato non avrebbe più i titoli sufficienti per essere conservato nella sua pienezza, nella sua integrità, nel suo splendore angelico e trasfigurante che lo rende tale da essere ancora oggi rivendicato dal clero latino. Essere ministro di Cristo è essere seguace di Cristo. Il seguire Cristo comporta un distacco. Gli apostoli lasciarono le reti, le loro cose, le loro occupazioni, il loro paese, le loro famiglie. Così il sacerdote è come un derubato, uno spogliato da Cristo stesso, il quale non ha chiesto soltanto la rinunzia alle cose che danno una configurazione sensibile alla persona, ma alla persona stessa. Ha detto: colui che ama la propria vita non è degno di me. Chi cerca la propria vita la perderà.

Siamo messi di fronte a questo bivio: per seguire Cristo dobbiamo abbandonare una quantità di cose. Dobbiamo essere spogliati, poveri non solo economicamente, ma anche culturalmente e socialmente. Senza questi distacchi, non siamo servi fedeli, non siamo ministri coerenti, né capaci, perché la capacità di essere Ministri è nel distacco. Si parla tanto di liberazione, ha fatto notare il Papa. ma la liberazione che Cristo ci chiede consiste proprio nel lasciare a casa tutte le cose inutili, salvo quelle che possono servire per l’annuncio, per la celebrazione dell’Eucaristia e per il servizio di ministero delle anime. Dobbiamo essere dei distaccati. E questo produce effetti spiacevoli. Di fronte al mondo si può perfino apparire ridicoli. E nessuna cosa è più intollerabile per uomini intelligenti e sensibili. Ebbene, noi accettiamo di essere tali, di portare vesti e di compiere gesti speciali. Il mondo demitizza quello che per noi è il sacrificio fondamentale della nostra vita: Ti seguirò senza voltarmi indietro. San Paolo dice di sé «segregatus in evangelium Dei». Oggi si userebbe la parola «emarginato». Dobbiamo aver coscienza di essere ridotti in questa condizione dalla nostra fedeltà, dal nostro impegno, per rendere efficace, credibile la nostra missione sacerdotale. Bisogna stare attenti a un fenomeno che si ripete perché siamo pur sempre figli di Adamo. Accade cioè che il ministero stesso ci porti a un recupero di ciò che abbiamo lasciato, al desiderio di un ritorno in altre forme a ciò di cui il Signore ci voleva spogliare. I privilegi, per esempio, legati ad ogni tipo di autorità. Siamo portati a distinguerci, a riacquistare indirettamente quel che avevamo perduto e soffocato. Per un certo fenomeno di gravitazione morale, insensibile e fatale, torniamo quelli di prima, e alcune volte diventiamo addirittura peggiori di quelli di prima quanto all’adesione al mondo da cui volevamo essere liberati. Il Signore invece ci dice: devi essere povero, umile, puro, un uomo singolare, un uomo che si riconosce a vista che è un prete, un uomo fuori dal giro degli interessi degli altri, delle amicizie, degli affari: un isolato.

Abbiamo giurato fedeltà a questa condizione, umanamente oggi tanto deprezzata se non disprezzata. E dobbiamo rimanere fedeli e coerenti sulla Croce. Se non portiamo la nostra croce non siamo degni di Cristo. Abbiamo perduto tutto, ma Cristo ci è rimasto. Abbiamo scelto Lui, È il nostro maestro, il nostro amico, il nostro amore. Per noi Cristo è Dio che ci viene regalato; Egli rimane il nostro tutto. Abbiamo assolutizzato Cristo. Per noi è tutto: Deus meus et omnia. Così risultano giustificati tutti gli altri sacrifici subalterni.

Seguendo invece la psicologia della liberazione dal mondo - tosi dice il Santo Padre - noi deformiamo, se addirittura non tradiamo, il nostro impegno fondamentale. Noi siamo usciti dal mondo. Non siamo come gli altri non perché abbiamo di più, ma perché abbiamo di meno, non abbiamo quello che hanno gli altri. Ma siamo di Cristo. La pienezza di questa persuasione ci rende meno gravi i sacrifici che siamo chiamati a fare e che arrivano fino all’immolazione di noi stessi. Ma se siamo fuori dal mondo come siamo capaci di comprenderlo? Dovevamo essere suoi medici, maestri, assistenti, e invece? Ecco il bel paradosso della vita ecclesiastica: essere da una parte distaccati e dall’altra immersi nel mondo. Essere pastori, essere amici della società che si è lasciata. Ciò sembra inconciliabile. Eppure il sacerdozio si realizza proprio in questa fusione della carità che ci immerge nel prossimo con l’altra carità che ci porta in alto, distaccandosi dal mondo in Cristo. Quanto al modo di realizzare questa situazione apparentemente paradossale, il Papa si è limitato a una similitudine. Il sacerdote, osserva, è come il medico, che vive in mezzo ai malati ma nello stesso tempo si protegge dal male con le disinfezioni e altre forme di autodifesa.

Vi accorgerete - conclude il Papa - che siete tanto più idonei ad avvicinare gli altri, a capirli, a convivere con loro, a servirli, a consolarli, a diventare loro amici, compagni indispensabili, padri spirituali, quanto più siete personalmente liberi e distaccati da quel mondo che andate perseguendo per sanarlo e farlo fiorire nelle sue virtù.

«Age quod agis» - aggiunge -. Bisogna far bene ciò che dobbiamo fare, nel quadro del programma complesso del ministero pastorale del tempo nostro. Bisogna far bene la catechesi, promuovere bene l’azione cattolica, far bene il servizio liturgico, lasciare lo spazio necessario alla meditazione: «Ci sia qualche momento di assoluto silenzio nelle nostre giornate; troviamo sempre un angolo per il nostro colloquio solitario con il Signore; facciamo sì che gli altri, quando si prega, ci sentano in uno stato diverso».

Sua Santità termina la sua esposizione esprimendo al clero romano la sua riconoscenza, assicurando ogni possibile cura per mettere i sacerdoti in grado di svolgere adeguatamente la loro missione. Sappiate che, indipendentemente dai risultati e dallo stile della vostra azione pastorale, vi segue una grande affezione e venerazione, una comunione di anime, di preghiere, di speranze e di benedizioni.








CONCISTORO PER LA NOMINA DI NUOVI CARDINALI

Lunedì, 5 marzo 1973

Fratelli!

Solleviamo un istante il capo curvo su l’altare e grave per le parole penetranti e solenni, che la liturgia ci fa ascoltare, e guardiamoci intorno, guardiamo specialmente a voi, Fratelli concelebranti. Lasciamo che un’onda di riverenza e di affezione corra sui nostri volti, commensali come ora siamo della mensa del Signore, e riflettiamo a quale titolo. Un vincolo originale, e profondamente ecclesiale, offre questo titolo: voi celebrate con noi ora questo santo Sacrificio, perché siete stati da noi chiamati a far parte di quel sacro Collegio Cardinalizio che è storicamente definito non solo per la sua fondamentale e peculiare posizione canonica in questa Chiesa Romana, ma altresì per la sua funzione spirituale ed operativa a voi affidata, quella d’essere vicini alla nostra persona, di assistere e coadiuvare la missione che a noi da Cristo deriva, di guidare cioè pastoralmente il gregge di Lui, Cristo, la Chiesa, ora tanto cresciuta di estensione, di bisogni, di problemi. Grazie a voi, Fratelli, e pace a voi, che accogliendo il nostro invito, siete venuti, e subito vi disponete d’intorno alla nostra umile persona, pronti a condividerne «la sollecitudine di tutte le Chiese» (2 Cor. 2Co 11,28), a servizio cioè ed a conforto di questa Sede Apostolica e d’un altro ben più largo Collegio, quello Episcopale, e con esso di tutto il Popolo di Dio. Qui, su la tomba dell’Apostolo Pietro, convalidiamo il comune proposito di rispondere insieme col cuore e con l’opera alla domanda incalzante del Signore, che sì, noi lo amiamo, lo ameremo, non ameremo che Lui, solo e per sempre, fino alla nostra dedizione totale: il sacro Collegio, con noi e con quanti lo compongono, dev’essere, in mezzo alla Chiesa, un focolare ardente di carità, luce ed amore, d’autorità e di servizio, di fedeltà al vangelo.

Oh! esulti il nostro cuore, esulti il vostro, in questo incontro dei nostri sguardi e dei nostri animi.! noi vorremmo riavere sulle nostre labbra i nomi delle vostre persone e ancor più quelli delle vostre Chiese, dei vostri rispettivi Popoli; che se il tempo ci concedesse di proferirli, sembrerebbe così a noi di far eco alla pagina degli Atti degli Apostoli, che ci dà la lista variopinta dei Popoli rappresentati all’avverarsi del prodigio della Pentecoste (Cfr. Act. 2, 9 ss.). Non dobbiamo noi godere come di festa nell’avvertire che le vostre singole Persone, novelli Cardinali, assurgono in questo momento a rappresentanti delle vostre Diocesi e delle vostre Nazioni? e non possiamo noi confidarvi che codesta pluralità geografica ed etnica è stata intenzionale nella scelta delle vostre persone, e più avrebbe voluto estendersi, se ne avesse avuto possibilità? Il genio della Chiesa non è forse la cattolicità? Vogliamo anche supporre che in questa stessa cerimonia voi, e coloro che vi assistono, anzi quanti hanno occhi limpidi per cogliere il senso di questo avvenimento, sappiano scorgere un segno di cattolicità, cioè di amore universale. Così ama la Chiesa Romana.

Ma a questo punto, cioè al confronto, che ci si prospetta davanti, di questo fatto, di questo rito, compiuto nella Basilica di S. Pietro, con il mondo che ci circonda, e in cui noi stessi viviamo, un problema sorge nel nostro spirito, e forse anche nel vostro, il problema che si chiede se noi siamo all’unisono col nostro tempo, se vi è rapporto plausibile fra la Chiesa e il mondo, come tanto autorevolmente ci fu raccomandato dal recente Concilio ecumenico.

Chi di noi si abbandona alla visione di questo tempio, ai ricordi, alle emozioni ch’esso suscita nell’animo, commosso dal rito suggestivo che stiamo celebrando, entra in uno stato di sogno, dimentica la realtà storica e profana, teatro della nostra vita presente, e si sente trasportato in un altro mondo, fuori dell’ora attuale. Ci sembra di arretrare nei secoli, o meglio di vivere fuori del tempo. Una questione, e questione grave, tiene vigilante la nostra coscienza; ed è questa: la Chiesa vive dentro, o fuori della storia? La Chiesa, con questi suoi incantesimi tradizionali, - perché tali ci sembrano forse i suoi riti, i suoi costumi, i suoi istituti presenti -, non ci rende forse estranei alla realtà della storia? non sarebbe essa stessa un anacronismo? e questa sua superstite fedeltà a concezioni e a istituzioni d’altri tempi non ci distoglie dal movimento universale, innovatore del progresso, dell’attualità fuggente? Non ci rende timidi, e solo solleciti di conservare il passato e di frenare la corsa verso l’avvenire?

Il problema esiste; ed ha in questo istante una sua urgenza che potrebbe avere due contrarie ed entrambe false risposte: quella dell’immobilismo, o quella del relativismo. Il rapporto fra Chiesa e storia non si fissa ciecamente alle forme del passato, straniando la Chiesa dal flusso della storia che si evolve e che muta, che conquista sempre mirando a mete future e escatologiche, come non concede alla Chiesa di disperdere i tesori del suo cammino nel tempo, uno soprattutto, inalienabile, la fede, per mettersi affannosamente aI passo insensato di una società, che precipita la sua corsa non trovando altrimenti alcun equilibrio e alcuna pace: la rivoluzione è la sua meta, e con essa la perdita della libertà. La Chiesa, invece, ringraziamone Iddio, quand’è fedele a se stessa, ha il duplice e simultaneo carisma della fissità e della velocità perché possiede la Verità divina ed eterna, estratemporale ed ultratemporale, che, mentre la conserva nella sua vivente identità, la spinge a sempre continuo perfezionamento e rinnovamento.

Cose da voi sapute. E cose da voi oggi vissute. Perché non è vero che le strutture costituzionali e le autentiche tradizioni collaudate dai secoli siano catene che inceppino il cammino della Chiesa nel tempo; esse ne sono insieme il sostegno e lo stimolo. Lo ricordiamo a voi, Fratelli Cardinali, a Voi, Fratelli Vescovi e Sacerdoti e Diaconi, affinché non vi facciate vittime di voi stessi, cioè delle dignità e delle potestà, che la Chiesa vi conferisce, quasi fossero pesanti fardelli, che vi obbligano a difenderne il carattere a scapito della funzione, e quasi fossero d’intralcio, per lo stile nobile e sacro, che esse impongono alla vostra vita raffigurata su quella di Cristo (Cfr. 1 Cor. 1Co 4,10 1 Thess. 1Th 2,14), agli ardimenti liberi e audaci d’un più valido apostolato. Non pensate giammai d’essere fuori della vita vissuta, fuori della storia, per il fatto che le vostre persone e le vostre idee hanno una forma propria modellata sull’esperienza autorevole della Chiesa; pensate piuttosto come voi, così compaginati con la Chiesa di Pietro, siete all’avanguardia dei grandi movimenti, che trascinano l’umanità verso i suoi evidenti e per essa così difficili destini, vogliamo dire l’unità, la fratellanza, la giustizia, la libertà nell’ordine, la dignità personale, il rispetto alla vita, il dominio della terra senza rimanervi impaniati, la cultura senza rimanervi smarriti . . . Ed ancora più; ci confidava, or non è molto, un alto esponente dello sviluppo industriale moderno : «il mondo del lavoro, nel fondo della sua anima inquieta, avida e sofferente, oggi ha bisogno di trascendenza; ha bisogno di chi gliene dia l’annuncio e il segno vissuto nel proprio esempio . . . Perché non glieli date voi, ministri di Cristo? perché temete? non conoscete il fascino del vostro messaggio e del vostro ministero?» (Cfr. Matth. Mt 8,26 Io. Mt 15,20). E quanto più convincente si fa questo discorso, quando pensiamo, come il Maestro ci ha insegnato, che tanto più efficace sarà la testimonianza, se convalidata dall’insuccesso e dalla sofferenza!

Ecco allora i pronostici delle buone, delle sante fortune per la causa del Vangelo e per l’incremento della Chiesa salire da questo rito nell’orizzonte dell’avvenire: quanti di voi sono oggi associati al nostro ministero pontificio con questo vincolo strettissimo e peculiarissimo del Cardinalato conforteranno tale ministero alla fermezza, al rinnovamento, alla fecondità e ne faranno proprio la testimonianza in questa Roma cattolica e fino ai confini della terra. Questo auguriamo, questo chiediamo, nel nome di Cristo e nella veste di Pietro, tutti di cuore benedicendo.

Nous saluons spécialement les Autorités et les pèlerins des pays de langue française, ici rassemblés pour tette célébration vraiment ecclésiale, et Nous comptons sur les nouveaux Cardinaux qu’ils sont venus entourer, pour Nous aider dans notre mission. A tous, Nous donnons notre Bénédiction Apostolique.

We wish to extend our greetings to the representatives and pilgrims of English-speaking nations. You have witnessed today the wonderful universality of the Catholic Church. May the memories of this historic occasion make you ever stronger in your faith and give you much joy in the Lord Jesus Christ. We give to all our Apostolic Blessing.

Unser herzlicher Gruss gilt in dieser Stunde den Priestern und Gläubigen aus dem Bistum Mainz, den Vertretern der staatlichen und städtlischen Autoritäten. Alle sind hierher gekommen, um dieses freudige Ereignis mit Uns und ihrem Oberhirten zu feiern. Ihnen und allen Pilgern aus den Ländern deutscher Sprache Unser Apostolischer Segen.

A las Misiones officiales, a los queridos sacerdotes, religiosos y fieles de lengua castellana, que vemos congregados en torno a los nuevos Cardenales, nuestro saludo gozoso de congratulación y el deseo de que este encuentro, ante la Tumba del Apóstol San Pedro, os aumente los vínculos de comunión en la misma fe, corroborada por una caridad profunda, y plasmada en un ardiente servicio a la Iglesia. Así lo invocamos del Señor, con Nuestra Bendición Apostólica.

Aos fiéis de língua portuguesa, diremos: em três palavras - alegria, pela vossa presença, congratulação, pelos vossos novos Cardeais e felicidades, para todos - levai deste encontro as lembranças do Papa, para as vossas pátrias, as vossas terras e famílias, com a nossa Bênção.








PRIMA STAZIONE QUARESIMALE NELLA BASILICA DI SANTA SABINA

Mercoledì delle Ceneri, 7 marzo 1973

Quaresima. Figli carissimi! Voi sapete tutto. Si tratta d’un ciclo di sei settimane di particolare intensità spirituale, caratterizzata dalla conversione di se stessi, dalla penitenza, dall’espiazione delle proprie colpe e anche da quella altrui, dal digiuno esteriore ormai ridotto al minimo ed interiore che invece rimane esigente e che dovrebbe da ciascuno essere un po’ precisato e commisurato sui propri bisogni e un po’ intensificato; e caratterizzata questa intensità spirituale della quaresima specialmente dalla preghiera, quale la Chiesa arricchisce di testi, di espressioni, di sentimenti, così da farne un poema di commozione, di bellezza e di tensione verso un colloquio con Dio, un dramma in cui s’intreccia la storia della miseria umana con la tragedia del sacrificio di Cristo per la nostra redenzione; insomma un incontro finalmente con i sacramenti del suo amore e della sua grazia, causa della nostra riabilitazione e della nostra salvezza. In nessun altro periodo come in questo quaresimale vengono in gioco, con la consueta sproporzione, i due fattori di tale nostra salvezza, la misericordia di Dio, con la sua arte misteriosa d’entrare nei nostri spiriti dalle psicologie tanto complicate e personali, e di operare ciò che Lui solo può, cioè ridare la vera sua vita, dove il peccato ne ha interrotto la circolazione; e l’altro fattore, il nostro, per scarso e imperfetto che sia, però indispensabile specialmente per la efficacia di questo forte e complesso esercizio quaresimale, è, come sapete, la nostra volontà, la nostra risoluta volontà.

Ora fermiamoci a questo secondo fattore, procurando di persuaderci della prevalente rilevanza che la volontà assume nella vita religiosa della Quaresima. Essa si classifica preferibilmente nella categoria dell’attività ascetica; dopo la Pasqua l’attenzione mistica potrà meglio assorbire le nostre facoltà spirituali. Ora lo sforzo ascetico reclama il nostro impegno; un impegno attivo, premuroso, generoso. Il gaudio pasquale ci indurrà domani ad un atteggiamento piuttosto passivo, di contemplazione, di godimento. Ma oggi occorre che la volontà sia vigile, in stato d’azione, d’esigenza, di desiderio, e forse di deliberazione, di decisione.

Ora il discorso si fa difficile. Ma per voi tutti, cristiani coscienti quali siete, interessantissimo. Perché si fa autentico, si fa evangelico. Evangelico e paradossale, qual è un messaggio di vita nuova e divina; quale è il Vangelo. Infatti esso si enuncia in termini che rinnegano una forma di vita, una certa vita; e precisamente la nostra disordinata ed egoista, la nostra propria vita personale, ma terrena e presente. Dice infatti Cristo, il Signore, il Maestro: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; chi invece avrà perduto la sua vita per amor mio la ritroverà. Che cosa giova mai all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde l’anima? o che cosa darà un uomo in cambio dell’anima sua?» (Mt 16,24-26). E che questo sia un pensiero fondamentale nell’insegnamento di Cristo per la formazione dei suoi seguaci lo possiamo facilmente dedurre dalla ripetizione che Cristo ne fa, e sempre in accenti categorici e patetici. Dice infatti ancora, ad esempio, Gesù: «In verità, in verità vi dico che se il grano di frumento, caduto in terra, non muore, resta solo; ma se muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perderà, e chi odia la vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Chi mi vuol servire, mi segua, perché dove sarò io, quivi sarà anche il mio servo» (Io. 12, 24-26).

Discorso difficile, anche perché esso non tende ad una conquista, ma ad una rinuncia. Gesù predica l’abnegazione, la rinuncia che il suo discepolo deve fare a se stesso. Non soltanto, commenta S. Gregorio, la rinuncia alle proprie cose esteriori, ma la rinuncia alla propria interiore autonomia (Hom. 32 in , PL 76, 1232), quando questa rifugge dall’ossequio dovuto a Dio e si chiude nel proprio egoismo, e quando si fa l’idolo di se stessa. Ed è più dura l’abnegazione di sé, che la lotta per l’esaltazione di sé. Ma è anche più felice: ricordiamo il discorso delle beatitudini. Questa è la penitenza, questo è il Vangelo.

Dovremmo insinuare qui due osservazioni, per non essere fraintesi. La prima ci deve stimolare a scoprire come questa severa pedagogia verso la nostra stessa personalità non ci distolga dal riconoscere i valori buoni del mondo esteriore, e non ci dispensi dai doveri della nostra vita nel tempo (Cfr. Gaudium et Spes, GS 4); la seconda osservazione ci ricorda che l’abnegazione cristiana, la mortificazione, la penitenza non sono forme di debolezza, non sono «complessi d’inferiorità», ma, scaturite dalla grazia e dallo sforzo della volontà, sono piuttosto forme di personale fortezza. Esse ci educano alla valutazione trascendente del nostro operare: «se non farete penitenza, dice il Signore, voi .., perirete tutti» (Lc 13,5): peccatori come siamo, siamo debitori di qualche espiazione: e poi esse ci allenano alla padronanza di noi stessi; esse danno unità ed equilibrio alle nostre facoltà; esse fanno prevalere lo spirito su la carne, la ragione su le fantasie, la volontà sugli istinti; esse inducono nel nostro essere una esigenza di pienezza e di perfezione, che talvolta possiamo chiamare santità. Dove è rigore ivi è vigore.

Noi vogliamo credere che voi, figli e figlie della Chiesa che ci ascoltate, voi, specialmente, che avete ad onore di professarne la spirituale milizia della fede, sappiate comprendere quale figura di uomo risulti dalla disciplina dell’ascetica cristiana: risulta l’uomo vero, l’uomo forte, l’uomo libero, l’uomo seguace di Cristo, l’uomo operante in virtù del suo Spirito. Si dirà forse da alcuni, sedotti da certe correnti amorali dei nostri giorni, che questo non può essere programma del figlio del secolo nostro, a cui si propone, con le blandizie della liberazione, di ritrovare finalmente se stesso abbandonandosi alla via larga e precipitosa della così detta «moralità permissiva»; il che comporta una conversione a rovescio, per certi versi non meno ardua della conversione verso il fine connaturale del nostro essere; comporta estirpare dalle profonde radici della coscienza il senso del peccato, cioè della nostra responsabilità verso il Dio vivente e veggente; comporta umiliare nel nostro virile giudizio il senso del dovere e della legge giusta; comporta attutire nella nostra superiore sensibilità un altro senso, quello del bene e del male, e lasciare che il proprio essere sia in balia degli impulsi sensibili e degli istinti ciechi, anche se ciò sia evidentemente turpe e disonesto. Codesta è bassezza; codesta è viltà. Non libertà. Lo sanno gli atleti dello sport; lo dovranno dimenticare gli atleti dello spirito?

Ascoltiamo ciò che San Paolo scrive ai Romani: «Gettiamo via l’opera delle tenebre, rivestiamo le armi della luce» (13, 12). Non ci dispiaccia imporre a noi stessi qualche maggiore vigilanza, qualche astinenza da cose vane o tentatrici, qualche salutare e proficua severità in quelle piccole cose che rendono gli animi atti ad osare, all’occorrenza, cose grandi. Questa è la palestra della quaresima, a tutti accessibile, all’insegna modesta della quotidiana pratica della abnegazione, alla luce folgorante della grande legge evangelica del morire per vivere, la legge del sacrificio, la legge della Croce.








SANTA MESSA NELLA PARROCCHIA DI SAN MARCO NEL QUARTIERE DELL'AGRO LAURENTINO

Domenica, 8 aprile 1973

«Ringrazio il Signore di aver creato questo luogo di preghiera e di carità, di riunione e di scuola cristiana». Con queste parole Paolo VI esordisce all’omelia, caratterizzandola subito come un incontro tra pastore e fedeli, semplice, paterno, cordiale.

Esternando la propria commozione per l’essere insieme in quella casa del Signore, il Santo Padre assicura ai fedeli la sua preghiera e la sua sollecitudine per la comunità, sentimenti questi che ha tradotto in un saluto diretto personalmente a ciascuno dei presenti, augurando che il Signore sia con loro, che ci sia davvero questa comunione religiosa ed umana che tutti li unisce come una famiglia. «Sapete che siamo parenti», ricordando che il fatto di essere cristiani ci fa tutti fratelli e figli del Padre in quanto partecipi di questa società organizzata come il Signore l’ha voluta, che si chiama Chiesa. Da questa parentela spirituale, dal diritto-dovere di chiamarsi fratelli e figli nascono la gioia di simili incontri ed il desiderio, sottolinea il Papa, di godere degli istanti memorabili, come quello che si sta vivendo nella chiesa di San Marco. Paolo VI ricorda quindi ai fedeli presenti la semplicità dei motivi che lo hanno portato tra loro. «Conoscerci, presentarci, e, se fosse possibile, noi dovremmo fare una chiamata per nome, perché tutti avete diritto ad essere riconosciuti nella dignità di appartenere a questa comunità».

Il Papa rivolge poi un saluto al Cardinale Vicario Ugo Poletti, suo rappresentante nella diocesi di Roma, ricordando come solo da pochi giorni sia nella sua nuova alta responsabilità pastorale, ringraziandolo della sua presenza e benedicendolo. È poi la volta del parroco, Padre Benedetto, come lo chiamano i parrocchiani, della famiglia dei francescani conventuali, della provincia veneta, quella del Santuario di Sant’Antonio, ricordando quanto bene faccia questa famiglia religiosa nella Chiesa d’oggi, e sottolineando come davvero si possa vedere in loro la fotografia moderna di San Francesco e di Sant’Antonio. Il Santo Padre invia, inoltre, un benedicente saluto a tutta la comunità della zona, sia ai sacerdoti che aiutano il parroco nella cura pastorale, sia ai fratelli religiosi della stessa famiglia, ricordando la loro dedizione al bene ed all’assistenza della comunità dei fedeli, la loro sollecitudine al dialogo con i quattordicimila abitanti del quartiere.

FIORITURE DI OPERE DI APOSTOLATO

Abbiate care queste realtà, prosegue Paolo VI, ricordando quanti cristiani non hanno la fortuna di avere una chiesa che li accolga, che sia punto d’incontro per le proprie riunioni, per pregare, non abbiano dei propri ministri che guidino la preghiera, che la sostengano, che vi aggiungano la loro voce per incoraggiarla ed il carisma del loro ministero per renderla grata a Dio.

Ed ecco, nell’elenco dei saluti, le tre famiglie di suore della Divina Provvidenza, tanto amate in tutta la parrocchia; le suore di San Giuseppe, le suore Geradine, che assistono le famiglie più bisognose. Dio le benedica, proprio perché sono partecipi di questo grande gesto della Chiesa, il ministero: l’essere incaricati di avvicinare, di servire, di aiutare, di parlare del Cristo, e di accogliere il dolore, di accogliere l’ansia religiosa e spirituale che è nel cuore del popolo.

Il Santo Padre non manca di ricordare le molteplici iniziative organizzate nell’ambito della parrocchia ed in particolare quelle di assistenza ai poveri e la «Milizia dell’Immacolata» fondata dal Beato Kolbe. Il cristiano deve essere unito, per categoria, per dati compiti da assolvere, deve far sì che il tessuto della comunione sociale, della parrocchia, sia davvero forte e fecondo di questi segni di partecipazione e di comunione, non solo individuale ma collettiva. Benedico tutto questo sforzo che parte dalla vostra parrocchia per esprimersi come famiglia di Cristo. Il Papa rivolge quindi un particolare saluto benedicente a tutte le famiglie presenti e nelle case vicine, sottolineando il calore della loro accoglienza alla sua visita.

Il Santo Padre altresì ricorda come la sua venuta nella parrocchia abbia anche altri scopi, quali quello di far propria l’esperienza della solennità, della coesione, dell’unità che piace tanto al Cristo e per cui Cristo si è fatto uomo, per rendere gli uomini più puri, più uniti per questa esperienza collettiva che sorpassa tutte le altre esperienze sociali, che possono venire da altri interessi. Siate veramente uniti, siate famiglia, famiglia di Dio. Siate capaci di volervi bene, di aiutarvi gli uni gli altri, di compatirvi, di non marcare le divisioni, le differenze sociali e professionali, culturali e di origine.

Ed ecco uno speciale accenno alla numerosa comunità di dalmati- giuliani. Salutandoli a parte il Santo Padre sottolinea che il suo gesto non vuole essere un atto di separazione, ma un accoglierli come fratelli, per farli sentire assimilati a quella nuova comunità, alla quale i dolori della storia vicina e la Provvidenza Divina li hanno accomunati. Il Papa augura a tutti la buona Pasqua, ricordando come il prossimo periodo pasquale debba essere per tutti un momento di pienezza spirituale, di coscienza di visione quasi di che cosa sia il nostro destino quando è segnato dal nome cristiano in questa vita.

PREDICARE CRISTO FRA LE GENTI

Il secondo scopo della visita del Supremo Pastore è quello di predicare Cristo tra le genti, seguendo la traccia sapientemente indicata dalla sacra liturgia per la preghiera collettiva della Chiesa. Del Vangelo del giorno, che presenta un tema immenso e stupendo, Paolo VI pone in risalto un pensiero centrale, inquadrandolo innanzitutto nella scena in cui i fatti si svolsero. Gesù entra in Gerusalemme. C’è stato tante volte, ma questa volta vi entra in maniera insolita, cioè a cavallo di un asinello. E questo doveva essere il suo trionfo, il suo riconoscimento ufficiale di fronte al popolo ebraico.

Erano giorni particolari. Tutta Gerusalemme era gremita di popolo, perché le feste di Pasqua avevano chiamato da tutte le regioni della! Palestina folle di fedeli che si accampavano qua e là. E c’era una grande vivacità, perché tutti avevano l’impressione che dovesse avvenire qualcosa di straordinario, cioè la rivelazione di colui che i secoli avevano aspettato. Doveva venire il Messia, il mandato da Dio. Gesù si presenta come il Messia e la gente, quasi toccata da una scintilla che fa divampare il fuoco, prende entusiasmo. «È lui, è lui, il figlio di David è qui!» - gridavano. I ragazzi andarono a strappare dagli alberi rami di ulivo e di palma gridando: «Viva, viva, osanna al figlio di David!».

È questa una delle pagine evangeliche più ricche di particolari che sembrano fotografici. Ci sono, per esempio, dei greci, dei forestieri venuti a Gerusalemme, una città che accoglieva tanta gente di passaggio che veniva per motivi di commercio o per transitare verso Paesi più interni dell’Asia. Questi greci si affacciano e, come tutti i curiosi, ripetono: «Vorremmo vedere Gesù». È una frase che ricorre due o tre volte nel Vangelo per indicare la curiosità di vederlo con gli occhi, di poterlo conoscere, di leggere nella sua fisionomia. Ma c’è sempre tanta gente intorno a Gesù. I greci non riescono ad avvicinarsi. E allora uno di essi si accosta a Filippo, uno dei discepoli. Il nome di Filippo, nome greco, ci lascia credere che in lui avessero trovato uno che parlava la loro lingua. E Filippo, che era uno degli apostoli, ma non il primo, si rivolge ad Andrea, fratello di Pietro, che era il capo riconosciuto da Cristo stesso della piccola comunità, e gli dice: «Vogliono vedere Gesù». Tutti e due si avvicinano a Gesù e gli dicono: «Ci sono dei greci che vorrebbero vederti». Non sappiamo come andò a finire, perché Gesù a questo punto comincia il suo discorso, il discorso rivelatore della sua psicologia, di quello che sentiva. È infatti una delle pagine del Vangelo da leggere con particolare intelligenza, poiché ci introduce nell’interiore psicologia di Cristo, ce l’apre davanti. Gesù non parla a quelli che gli sono vicino, ma a se stesso, alla storia, al mondo. Le mura di Gerusalemme si ergevano gigantesche e forti davanti a loro. Un altro evangelista, Luca, ci dice che Gesù, in quel momento, si mise a piangere. Anche in altre parti del Vangelo leggiamo che Gesù ha pianto.

QUAL È LA GLORIA DI CRISTO?

Per esempio, quando gli annunciarono la morte di Lazzaro. Anche questa volta piange. Piange per il destino di questa città che già vede distrutta. Queste mura così potenti le vede franare e cadere. Gesù ha davanti agli occhi due quadri: la futura caduta di Gerusalemme e il suo proprio destino: «Per questo sono giunto a quest’ora . . .». E scoppia nel dolore; sente che questo suo trionfo, che lo dichiara Messia pubblicamente e ufficialmente, gli varrà la morte. E si concede a questa passione, che dopo meno di sette giorni lo condurrà alla Croce. Sente che l’ora sua è venuta: «Padre, glorifica il tuo nome».

Avviene allora un altro fatto, uno dei tre fatti miracolosi e inesplicabili che troviamo registrati nel Vangelo, quando una voce dal Cielo risponde. Troviamo questa voce nella Trasfigurazione, la troviamo nel Battesimo di Gesù e la troviamo adesso. Dice: «Io lo glorificherò». E Gesù, allora, pensa alla sua gloria. Ma quale gloria? La Croce, che è l’ignominia, il disonore, lo spasimo, il dolore e la morte che Egli deve subire perché è entrato nel disegno di Dio e si è dichiarato mandato da Dio. La gloria di Cristo è il suo sacrificio, è la sua crocifissione, la sua morte. E qui la parola si allarga dal suo destino al nostro, a quello di quanti vogliono essere seguaci di Cristo, come dice l’odierno passo evangelico con accenti poetici. Se il grano di frumento non si dissolve nella terra e non cade, resta sterile; se invece nella terra si dissolve, e sembra morire, allora diventa fecondo, fruttifica. Questo è il disegno del cristianesimo, dice il Papa, questo è il disegno di chi lo seguirà. È la nostra grande legge del morire per vivere, del morire per amore per vivere di gloria. È il punto cardine del Vangelo e della vita cristiana.

È una predicazione difficile quella che ricorda a tutti la necessità di sacrificarsi per essere veri cristiani. Ci sono due atteggiamenti caratteristici degli uomini di fronte alla vita di questo mondo. Ci sono coloro che concepiscono la vita come un godimento. Bisogna - dicono - essere felici, avere tutto quello che serve, conseguire la pienezza dei beni di questo mondo. Molti concepiscono la vita in modo edonistico, cioè fatta di piaceri, fatta per la felicità e per i beni della terra. Non è che ci siano vietati questi beni della terra, specialmente quando sono necessari per la vita. Vediamo che il pane, la dignità, tutti i diritti umani sono anzi protetti dal Vangelo, e fatti addirittura oggetto della preghiera, della conversazione tra noi e Dio: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Ma quanti pensano soltanto a garantirsi questi beni per se stessi tradiscono il disegno di Dio che vuol essere invece impostato, fondato sull’amore.

IL SACRIFICIO FONTE DI VITA

Amore, è parola ambigua. C’è l’amore per sé, che si chiama egoismo. C’è l’amore per gli altri, che si chiama sacrificio, Ed è questo che il Signore ci indica col suo esempio come fonte di vita. Il Figlio di Dio venuto al mondo dà la sua vita in maniera così generosa, così pietosa, drammatica, tragica. Muore per noi tra gli spasimi del suo supplizio ignominioso sulla Croce. Muore per salvarci. Il sacrificio del Signore ci dice che dobbiamo concepire la nostra vita come un dovere. Ciascuno di noi è messo al mondo per fare qualcosa - non solo per sé, ma per gli altri - per amore, per un amore gratuito, disinteressato e generoso, costasse perfino la propria esistenza. Dobbiamo imitare Cristo che muore per noi. Dobbiamo essere anche noi come il grano di frumento che dà se stesso per trovare in se stesso le virtù superiori, la fecondità, la ricchezza che il Signore ha destinato ad ogni umana esistenza.

È una parola difficile, ma ben la possono capire la mamma di famiglia che dà la sua vita per i suoi bambini e per la sua casa, oppure l’operaio che lavora e suda per guadagnarsi il pane per la sua casa, oppure l’uomo pubblico che lavora, pensa e dispone per il bene altrui. Ciascuno di noi è chiamato a dare la sua vita per gli altri e non a chiudersi in se stesso accontentandosi della sua salvezza e della sua felicità. Dobbiamo procurare la felicità e il benessere degli altri anche a costo del dono di noi stessi. Il Signore ci insegna la grande legge del vero amore, la legge del morire per vivere.

Dobbiamo vivere per amare, spiega Paolo VI. Accoglie e vive la parola di Cristo colui che esercita la sua professione non solo per il proprio bene, ma per il bene degli altri, per il bene della società in cui viviamo in questo momento storico così turbato, così avido di godere; per far buoni, istruiti e liberi gli uomini che ci sono contemporanei e che ci sono fratelli. Il Papa reca questo annuncio drammatico perché è portatore della Parola del Vangelo. E il Vangelo ci dice che bisogna essere imitatori di Cristo. Gesù annuncia che a giorni sarà con le braccia distese, straziate, con le mani perforate dai chiodi, tutto vestito del proprio sangue e della propria angoscia: «Quando io sarò portato in alto» (e voleva dire in alto sulla Croce) «allora tutti verranno a me»: le folle, i fedeli, coloro che lo seguono, che lo imitano, che raccolgono la misteriosa virtù della Croce che rende buoni, coraggiosi e capaci di amare.

«È questo l’augurio - conclude Sua Santità - che porto a voi in questa Messa pre-pasquale. Guardate di amare Cristo crocifisso e di farne il libro della vostra esistenza, il codice della vostra imitazione, il segno della vostra felicità e della vostra immortale speranza».







Paolo VI Omelie 1973 - Venerdì, 2 febbraio 1973