Paolo VI Udienze 1974 - Mercoledì, 23 gennaio 1974




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 30 gennaio 1974

Come la luce della cometa (che in queste notti abbiamo ammirato nel cielo), così la luce del Natale, anche se chiuso il ciclo delle sue festività, continua ad illuminare la nostra riflessione circa il rinnovamento della nostra vita spirituale. Come lo illumina? per via d’un ragionamento, d’una teologia, che investe tutto il nostro sistema religioso, specialmente in ordine a quell’atto religioso per eccellenza, che chiamiamo preghiera, e che a noi, come a quanti intendono promuovere tale rinnovamento (l’Anno Santo ne fa uno dei suoi capisaldi), preme moltissimo, sia come espressione individuale, sia come voce collettiva di popolo.

Vediamo. Il Natale ha inaugurato e stabilito un rapporto nuovo, pieno, diretto, filiale con Dio, mediante l’incarnazione, cioè la venuta fra noi del Verbo di Dio, fattosi uomo. Questa umana presenza di Dio fra noi, instaurata in Cristo Gesù, produce due effetti primari, propri ad una convivenza e alla sua derivante conversazione: primo, quello di ascoltare; Gesù è messaggero della buona novella, del Vangelo, della Parola di Dio, espressa in linguaggio umano; fatto questo d’incalcolabile e inesauribile importanza, e che classifichiamo sotto la grande parola: fede. La fede è un’ascoltazione della Parola di Dio. Secondo, quello di parlare, e che chiamiamo preghiera. Non possiamo restare muti e inerti dopo l’ascoltazione della voce di Cristo; dovremmo, per lo meno, far nostro il commento evangelico di certi uditori della sua parola: «Non mai un uomo ha parlato come quest’uomo!» (Io. 7. 46); o esclamare, pieni di entusiasmo come l’anonima donna del Vangelo: «Beato il seno che ti ha portato, e le mammelle che Tu hai succhiato!» (Lc 11,27). Ovvero dovremmo osare, come gli Apostoli, interrompere il discorso del Signore per chiedere qualche spiegazione (Cfr. Matth Mt 13,36); o finalmente per dire al Maestro: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli» (Lc 11,1).

La preghiera è il primo dialogo, che l’uomo può ambire di tenere con Dio. Ammessa l’esistenza d’un rapporto con Dio, cioè una religione, nasce spontaneo e poi doveroso il bisogno di rivolgere a Lui una nostra parola. Essa, più che dal sentimento, o dall’ignoranza, o dall’interesse, come spesso si afferma, sgorga da un fondamentale atto d’intelligenza, quasi istintivo, quasi intuitivo: se Dio c’è, se Dio è a me accessibile, io gli devo una parola, una espressione mia; è una necessità spirituale e morale (Cfr. S. TH. II-IIae, 83, 2); è un atteggiamento normale e abituale, che deriva dal rapporto metafisico del mio essere di creatura rispetto a Colui ch’è Principio sommo e necessario, e che corrisponde al precetto evangelico: «Bisogna sempre pregare, e non cessare mai» (Lc 18,1). Del resto, le due forme essenziali, in cui la preghiera si esprime, giustificano questa abituale esigenza, potenziale almeno, di preghiera: la lode e la domanda.

Dio può essere l’oggetto della nostra lode, della nostra «elevazione della mente» verso di Lui, un’elevazione, che per sé, non dovrebbe mai venir meno; fa parte della nostra concezione della vita, della nostra coscienza di creatura, della nostra avvertenza d’essere sempre sospesi alla onnipotente e gratuita azione generatrice della Causa prima. Così Dio può essere oggetto della nostra implorazione supplicante l’azione soccorritrice della divina Provvidenza.

Ogni religione, in modi e misure diverse, si esprime così. La nostra religione che cosa vi aggiunge di suo, di originale? Qui occorrerebbe un trattato per rispondere. Noi ora consideriamo semplicemente l’atteggiamento fondamentale della preghiera cristiana, quell’atteggiamento che deriva dal fatto ricordato, dal Natale, dall’Incarnazione, dal rapporto unico e felicissimo, che Cristo ha stabilito fra Dio e l’umanità.

Diciamo per punti. Primo punto: il fatto della preghiera deve essere messo in risalto nella nostra vita cristiana. Notiamo a questo proposito due fatti capitali, che penetrano nella nostra vita moderna; uno negativo: non si vuole più pregare, non si sa più pregare; e di fatto, purtroppo, moltissima gente non prega più, e per motivi formidabili, ma falsi. Sappiamo la gravità di questa affermazione, la quale si rifà alla grande polemica con l’ateismo pratico e con l’ateismo teorico del nostro tempo. L’assenza di preghiera, l’allergia a qualsiasi atto religioso, l’illusione dell’autosufficienza, l’infatuazione del progresso scientifico e tecnico, quasi ch’esso vanificasse la concezione religiosa dell’universo e della vita, mentre invece tanto più la documenta e la reclama, l’asservimento a certe dominanti mentalità politiche e sociali, e così via, sembrano giustificare la così detta «morte di Dio»; ma, a ben guardare, essa è piuttosto la morte dell’idea di Dio nell’uomo, e perciò di tutto quanto dà all’uomo fondamento e ricchezza di verità, di dignità, di speranza. Discorso lungo e drammatico, ma basti ora l’averlo, una volta di più, individuato. L’altro fatto, di dimensioni diverse ma di significato enorme: rinasce nel cuore della generazione presente un bisogno, un orientamento, una simpatia verso qualche forma di preghiera. Siamo forse ancora nei primi albori d’un’aspirazione spirituale, strana forse, ma umanissima; e, in coloro che hanno rivolto i loro passi sul sentiero della autentica spiritualità cristiana, l’alba risplende già di luce mattutina e primaverile: come è bello, come è vero, come è saggio pregare!

E allora ecco il secondo punto: la caratteristica intrinseca della preghiera cristiana è la fiducia. Si spiega: se il rapporto fra l’uomo e Dio è quello inaugurato e stabilito da Cristo, la preghiera non è più un monologo, non è più una voce nel buio, non è più un conato, che si scioglie in disperata poesia; ma è davvero un dialogo, è un ricorso non solo ad un precetto divino, ma altresì ad una promessa: «pregate, e sarete esauditi . . .» (Mt 7 Mt 7). Il concetto di una Bontà, che ci ascolta, che ci vuol bene, che è pronta ad esaudirci diventa dominante nella mentalità cristiana: «Chi mai fra voi, insegna il Signore, quando il figlio suo gli chiede un pane, gli dà un sasso?» (Mt 7,9).

Parole dolcissime! ecco il Vangelo! ecco il fondamento della nostra preghiera!

Certo, anche qui vi può essere un pericolo per la nostra angusta psicologia terrena, quello di pretendere che la preghiera sia il rimedio facile per ogni nostra necessità temporale. La religione, se concepita come puramente utilitaria, può degradare in fantasia, in superstizione, in simonia la nostra preghiera. Ma se essa, pur esprimendo a Dio i nostri mali e i nostri terreni e buoni desideri, si mantiene al livello d’una vera conversazione con Dio, essa non perderà la sua caratteristica fiducia, anche quando non ottiene automaticamente le grazie che implora, e riconfermerà il suo ottimismo scoprendo che «tutte le cose si risolvono in bene per coloro che amano Dio» (Rom. 8, 28). Anche il dolore; e S. Agostino aggiunge: perfino i nostri peccati!

Perciò a questo volevamo arrivare: creare in noi, nel nostro popolo, una mentalità di fiducia, per la preghiera, per la speranza. Questo binomio: preghiera e speranza sia nostro programma! Con la nostra Apostolica Benedizione.

Pellegrini spagnuoli

Deseamos dedicar ahora unas palabras de saludo especial a los peregrinos españoles llegados a Roma para asistir a la Canonización de Santa Teresa de Jesús Jornet.

Vuestra presencia, amadisimos hijos, nos compiace de manera particular y queremos agradeceros la devoción que nos manifestáis al haber querido prolongar vuestra estancia en la Ciudad Eterna para estar con Nos en la Audiencia de esta mañana.

Al volver a vuestras casas y puestos de trabajo, llevad con vosotros el afecto del Papa, que os exhorta a manteneros fieles a vuestra vocación sacerdotal o religiosa, a vuestra fe cristiana y al amor que habéis profesado siempre a la Iglesia y a esta Cátedra de San Pedro.

Que os acompañe nuestra paterna Bendición Apostólica.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 6 febbraio 1974

Il ricordo del Natale ancora riempie i nostri animi. E, a ben riflettere, è naturale. Se davvero, celebrando il Natale, noi abbiamo capito d’avere incontrato Dio fatto uomo, d’averlo incontrato come uno di noi, in questa intenzione di accostarsi a noi, di venire alla ricerca di noi, d’essersi umanizzato per noi, per parlare a noi, per entrare nel destino della nostra vita, cioè per salvarci, allora noi non possiamo non fermarci, non possiamo non attribuire a tale incontro un’importanza decisiva per la nostra vita medesima. Riflettiamo bene sul significato dell’incontro con Cristo.

E innanzi tutto sulla realtà di questo fatto. Pensiamolo nel grande disegno religioso offerto alla storia del mondo: il Dio del mistero, che senza lasciare la patria sua propria, cioè gli attributi della sua divinità, eterna - viene nella scena mobile del tempo (Cfr. Eph. Ep 1,10) infinita - assume i limiti della «kénosis», cioè si può dire dello svuotamento di Sé (Cfr. Phil. Ph 2,7); ineffabile - si riveste di carne a noi visibile (Cfr. 1 Tim. 1Tm 3,16 Io. 1Tm 14,9); inaccessibile - si rivela ai piccoli (Cfr. Matth. Mt 11,26); si rende disponibile alla umana convivenza (Ba 3,38), per elevare ad un livello soprannaturale (2 Petr. 1, 4) la nostra vita strisciante sulla terra, per rivolgere le sorti dell’umanità, da perdute ad impensatamente fortunate ... Possiamo rimanere indifferenti e immemori?

Se poi riflettendo scopriamo che questo disegno ci riguarda personalmente, la sua universalità si concentra su ciascuno di noi, diventa il nostro dramma personale, ci investe interiormente con una straordinaria ricchezza di doni, - i doni dello Spirito Santo; e ci propone un impiego libero, ma formidabile circa la scelta del genere di vita in cui vogliamo definirci: se cristiano, o no, cioè se cristiano, ovvero alla fine insignificante e privo di eterna speranza; se questo avvento di Cristo, diciamo, incrocia i suoi passi divini sul sentiero scabroso della nostra singola vita, possiamo restare impassibili?

L’incontro con Cristo! ricordiamolo nel racconto evangelico, che è specchio simbolico dell’intera avventura umana: sì, non manca in questo quadro l’indifferenza, anzi l’ostilità di tanti personaggi evangelici, che all’incontro con Cristo oppongono la cecità e la sordità dei loro spiriti materializzati, ovvero reagiscono con sospettosa malizia e con astuta opposizione, decisa a sopprimere la sua importuna presenza (Cfr. Marc Mc 3,6). Ma vi è qualcuno che si accorge all’incontro con Gesù d’essere davanti ad un Uomo prodigioso e incomparabile, e arriva senz’altro a dichiarare una sua prima identità; Andrea per primo la rivela al fratello Simone (che sarà poi chiamato Pietro): «Abbiamo trovato il Messia» (Io. 1, 41). L’incontro è decisivo; si trasforma in vocazione, che Gesù appunto formulerà; e che, a questo primo stadio, è di tutti noi, la vocazione cristiana.

Questo nome ci assale, ci investe, ci trasforma intimamente: siamo cristiani. Nome controverso. La prima generazione ne sentì dapprima una risonanza antipatica (Cfr. Act. 11, 26; 26, 28); poi quella discriminante e pericolosa (1 Petr. 4, 16), ma ormai, per i credenti, per i fedeli, subito divenne buona e gloriosa (Cfr. Iac. 2, 7). Diventerà nome qualificante per tutti i seguaci di Cristo (Cfr. E. JACQUIER, Les Actes . . . . 351, Ac 352). Noi questo nome lo abbiamo ricevuto al battesimo, quando appunto siamo diventati cristiani.

Teniamo bene presente questo fatto. Là, al battesimo noi abbiamo incontrato Cristo. Incontro sacramentale e vitale, rigeneratore.

Fu il nostro vero Natale. Ora, attenzione! che cosa comporta un simile incontro con Cristo? Ancora il Vangelo ci insegna: comporta seguire Cristo. Comporta uno stile di vita; comporta un impegno inscindibile; comporta una fortuna inestimabile (Cfr. E. NEUHAUSLEB, Exigence de Dieu et morale chrétienne, Cerf, 1962, 1971, p. 271 ss.).

Qui, in Nice, c’è tutto. Qui la coerenza della nostra vita, qui la fedeltà alla nostra professione religiosa, qui il genio della nostra arte di essere in questo mondo, qui l’obbligo della nostra testimonianza morale, qui la sorgente della nostra capacità a sovrumane virtù, qui l’intimo conforto in ogni terreno travaglio, qui l’urgenza della nostra carità missionaria e sociale.

Essere cristiani! Noi non faremo che ripetere ciò che abbiamo scritto nella nostra prima Enciclica EcclesiamSuam: «Bisogna ridare al fatto d’aver ricevuto il santo battesimo, e cioè di essere stati inseriti, mediante tale sacramento, nel Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa, tutta la sua importanza, specialmente nella cosciente valutazione che il battezzato deve avere della sua elevazione, anzi della sua rigenerazione alla felicissima realtà di figlio adottivo di Dio, alla dignità di fratello di Cristo, alla fortuna, vogliamo dire alla grazia e al gaudio della inabitazione dello Spirito Santo, alla vocazione d’una vita nuova, che nulla ha perduto di umano, salvo la infelice sorte del peccato originale, e che di quanto è umano è abilitata a dare le migliori espressioni e a sperimentare i più ricchi e candidi frutti».

Così, ripetiamo, ripensando al nostro recente Natale, al nostro incontro con Cristo, al nostro essere rigenerato nel battesimo, e chiamato a perenne rinnovamento, come l’annuncio dell’Anno Santo, ci ricorda e c’invita a realizzare.

Con la nostra Benedizione Apostolica.

Missionari Passionisti

E’ per noi una vera gioia vedere qui un gruppo dei Figli di San Paolo della Croce, i Missionari Passionisti, che stanno svolgendo un mese di aggiornamento pastorale presso la Casa Generalizia dei Santi Giovanni e Paolo.

Figli carissimi ! Ci conforta assai il sapere che vi siete raccolti per studiare e aggiornare alla luce delle moderne esigenze pastorali la funzione di «missionari», che, voluta dal vostro grande Santo Fondatore, vi qualifica e consacra nella Chiesa. San Paolo della Croce, infatti, volle essere un predicatore al popolo: e seppe scendere dalle altezze della contemplazione, come Gesù dal monte, per catechizzare, per evangelizzare, per annunziare la Buona Novella.

Non vi manchi l’impegno, la volontà, lo spirito di sacrificio per compiere bene questo primario dovere della predicazione: senza peraltro dimenticare che le vostre parole, oltre che dalla conoscenza delle problematiche odierne, debbono nascere da un cuore pieno di Dio, com’è stato nelle intenzioni del Fondatore. Solo dalla consuetudine viva e amorosa del colloquio col Padre Celeste, nella mediazione di Cristo, Vittima e Pontefice Eterno, solo da una scuola assidua di preghiera e di imitazione nasce la profondità della parola, la forza di persuasione, la scintilla che commuove e converte i cuori.

Vi esortiamo perciò ad un costante programma di vita interiore; e ci fa piacere conoscere che, in questo spirito, volete prepararvi ai particolari compiti che l’Anno Santo, con le sue forti esigenze di rinnovamento e di riconciliazione, pone a dei missionari come voi.

Vi impegna in questo non solo il dovere comune a ogni sacerdote, ma anche il particolare significato che ogni Anno Santo deve avere per voi, Passionisti: infatti, fu proprio nell’Anno Santo del 1725 che San Paolo della Croce ottenne la prima autorizzazione da questa Sede Apostolica a radunare i suoi Religiosi.

Noi vi seguiamo con la nostra preghiera; e siamo lieti di impartire a voi, e, per voi, a tutta la grande e benemerita famiglia dei Passionisti, la nostra particolare Benedizione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì,13 febbraio 1974

Ancora, per terminare, sul Natale.

Noi vorremmo che una tale festa non fosse celebrata senza lasciare tracce di sé negli animi di chi vi ha partecipato cordialmente.

Quali tracce? oh! il culto d’un tale mistero dovrebbe averne lasciate cento, e d’ogni genere nella gamma delle nostre impressioni spirituali, da quelle ben note di umana poesia, ad altre di riflessione storica, o di sentimento religioso. Natale è una fontana inesauribile di temi per la nostra pietà, per la nostra sensibilità umana, per la nostra educazione morale, per la nostra esplorazione teologica, per la nostra contemplazione mistica. Fermiamoci oggi ad una sola conseguenza, che noi vorremmo derivare da quella sempre memorabile festività, e che piuttosto suscita in noi un bisogno insoddisfatto invece di darci alla fine una placata conclusione. Dunque, di che cosa si tratta? Si tratta d’una cosa ovvia e apparentemente semplicissima: si tratta di conoscere Gesù, Colui che è nato, Colui che abbiamo ammirato e venerato nel presepio, Colui in onore del Quale abbiamo offerto tre Messe nel giorno commemorativo della sua natività, Colui che, in qualche modo, ha dato motivo alle varie celebrazioni domestiche, alla corrispondenza augurale, Colui la cui memoria della venuta al mondo ha segnato una data speciale nel calendario. Lui, il centro della festa, lo conosciamo?

Chi è Gesù? Non facciamo torto ad alcuno con questa domanda, perché supponiamo che tutti sappiate dare di Lui la definizione che ci offre il catechismo: è il Figlio di Dio, fatto uomo; e che tutti abbiate su di Lui un’informazione copiosa, nutrita di narrazioni evangeliche e di nozioni teologiche, e fors’anche d’immagini devote o artistiche. Questo va molto bene, e pensiamo che sia normale in chiunque porta il nome cristiano. Ma ecco una prima nota caratteristica e fondamentale circa la nostra conoscenza su Gesù Cristo: se davvero lo conosciamo, noi avvertiamo che non lo conosciamo abbastanza. Ciò che sappiamo di Lui non tranquillizza il nostro bisogno, il nostro dovere di intelligente cognizione, ma stimola, eccita, infiamma tanto questo bisogno, quanto questo dovere; tutti noi ci sentiamo invitati, quasi logicamente e spiritualmente costretti a conoscerlo meglio, a farci di Lui un concetto più chiaro, più concreto, più completo. La nuova curiosità non ci dà più pace, e urge sul nostro spirito con una domanda implacabile, insaziabile: chi è Gesù?

Donde, Fratelli e Figli carissimi, una seconda nota, relativa alla conoscenza circa il Signore Gesù: questa conoscenza è graduale.

Essa non solo non si esaurisce in una semplice immagine sensibile: un quadro, una scena evangelica, un racconto biografico . . . . ma se essa, questa conoscenza, si è davvero, in qualche modo, impressa nel nostro spirito, sveglia il desiderio di meglio identificarla, di approfondirla, di verificarne il significato, il contenuto. Diventa problema: insomma, chi è questo Gesù?

Ciascuno di voi ricorderà come questa indagine sia sorta negli stessi contemporanei di Gesù, nei quali, specialmente dopo qualche suo miracolo, fu ricorrente la domanda: «Chi è mai costui che comanda ai venti e al mare, e gli obbediscono?» (Lc 8,25). Voi ricorderete che Lui stesso, Gesù, provocò fra i discepoli una specie d’inchiesta; racconta l’evangelista Matteo: «Gesù, venuto nel territorio di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: - la gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16,13). Le opinioni erano diverse. Segno che la rivelazione che Gesù faceva di se stesso lasciava, sì, trasparire qualche cosa di straordinario, ma non senza ricoprirlo di un velo umano non sempre e non a tutti trasparente. Perfino Maria e Giuseppe « restavano meravigliati delle cose che si dicevano del bambino» Gesù (Lc 2,33); e non tutto comprendevano di quel misterioso fanciullo (Lc 2,50).

I suoi stessi concittadini, di Nazareth, lo circondano di stupore e di diffidenza, non riuscendo a rendersi esattamente conto di chi Egli fosse (Cfr. Mc 6,2-4). Gesù, si direbbe, ama l’incognito. Tutto il Vangelo di Giovanni è pieno di questo assillante problema circa l’identità essenziale della personalità del Maestro («Si tu es Christus, die nobis palam») (Cfr. Io. 10, 24); ed intorno a tale problema si stringe il dramma della sua passione, nel duplice processo, religioso e civile, che porta il primo alla sua confessione di Messia, Figlio di Dio, il secondo alla sua ammissione di Re dei Giudei. Poi l’inconcepibile epilogo della sua risurrezione, che supera la comprensibilità stessa dei testimoni immediati, fino a meritare il rimprovero dello stesso Risorto: «O stolti e tardi di cuore a credere ciò ch’era pur preannunciato dai Profeti!» (Lc 24,25). Gesù è mistero. Non lo avremo mai esplorato abbastanza, non mai compreso del tutto. La conoscenza di Lui ha dovuto finalmente risolversi nella fede, cioè in una conoscenza superrazionale; certissima, ma fondata su testimonianze che eccedono in parte un nostro sperimentale controllo; le quali testimonianze hanno però in se stesse la forza di convinzione, perché in fondo sono divine, e esigono da noi quella dilatante maniera di conoscere, con la mente e col cuore, senza tutto capire, perché troppo v’è da capire, che appunto chiamiamo fede.

Gesù dev’essere studiato con tutta la tensione della nostra capacità comprensiva (e la capacità comprensiva dell’amore supera quella della pura intelligenza). E così fu per la Chiesa: ripensò, studiò, discusse, ebbe per Sé la luce dello Spirito Santo; e con un cautissimo e fedelissimo travaglio di secoli riuscì a formulare la dottrina esatta, ma sempre sconfinante ed aperta sul mistero circa nostro Signore Gesù Cristo: chi Egli fu, che cosa fece per noi, e poi come Egli a noi si concede e si concederà. Chiamiamo questo centrale capitolo della nostra religione « Cristologia », e lasciamo pure che altri capitoli quali quelli della «Ecclesiologia» (tanto studiato dal Concilio), e quello della «Pneumatologia», cioè relativo alla dottrina sullo Spirito Santo, ora impegnino il nostro studio e la nostra vita spirituale, Ma non chiudiamo il volume della nostra dottrina su Cristo Signore, come se ormai fosse da ciascuno di noi già ben conosciuto. Bisogna riaprirlo questo volume; bisogna tenerlo sempre per noi aperto, e posto davanti alla nostra attenta riflessione, alla nostra appassionata contemplazione. «Per me vivere è Cristo» dice S. Paolo (Ph 1,21).

E poi bisogna esserne gelosi custodi e non lasciarsi sorprendere da opinioni erudite, spesso preconcette nel metodo o nel contenuto, che, fuori dalla scuola della Chiesa, pretendono dare un’interpretazione nuova (una ermeneutica) e alla fine vanificante dell’autentica teologia sul Cristo del nostro Natale.

Saremmo tentati di discutere con voi questa moderna e sottile contestazione sul nostro Cristo vivo e vero, e avremmo voluto suggerirvi la lettura di qualche buon libro. Ma vediamo che non è questo il luogo né il tempo; e poi questo lo potete facilmente fare da voi; cercatelo un po’ qualche libro su Cristo, cominciando da una nuova, ordinata e pia lettura del santo Vangelo. Con la nostra Benedizione Apostolica.

La Scuola Pontificia «Pio IX»

Rivolgiamo ora il nostro saluto alla Scuola Pontificia «Pio IX», di Roma, il cui incontro ci procura sempre vivo piacere.

Come ci avete fatto conoscere, questa Udienza vuol segnare per voi l’inizio delle celebrazioni dell’Anno Santo: e pertanto, al consueto motivo di soddisfazione, aggiungiamo un vivo incoraggiamento a far tesoro dell’opportunità che vi si offre di entrare nella grande corrente di riconciliazione, di conversione, di rinnovamento spirituale, che permea le Chiese locali in questo tempo privilegiato, che Dio ci offre per l’accrescimento della nostra fede e della nostra carità, perché la nostra vita sia più autenticamente cristiana.

Noi siamo certi che, nella fedeltà alla tradizione educativa della vostra scuola e nella rispondenza fattiva alle consegne dell’Anno Santo, voi saprete vivere con particolare intensità i vostri impegni specifici: gli Educatori, per essere sempre all’altezza della loro responsabilità nell’esercizio di quella che è «l’arte delle arti e la scienza delle scienze» (S. GREGORII NAZ. Orat. II: PG 35, 426); i genitori, per affiancare con la sollecitudine, con la vigilanza, e soprattutto con l’esempio, l’opera formativa della scuola; e voi alunni, specialmente, per accogliere come fertile terreno i germi della sapienza, per farli fruttificare con l’entusiasmo e la serietà a voi propri, e per trafficare così in modo degno i vostri talenti.

Vi accompagni sempre la grazia del Signore, nel cui nome vi diamo la nostra Benedizione.

L’Associazione Educatrice Italiana

Con paterno compiacimento accogliamo in questa Udienza i partecipanti al Convegno sui problemi della scuola, che si celebra in questi giorni a Roma, organizzato dall’Associazione Educatrice Italiana.

Siate i benvenuti, cari figli! Ci congratuliamo vivamente con voi, perché di fronte ai nuovi ed immensi problemi che suscita oggi il rinnovamento delle strutture scolastiche in Italia, la vostra Associazione non è rimasta inerte, ma intende entrare nel vivo dei dibattiti ed offrire il positivo contributo della esperienza e dei talenti dei suoi iscritti. In un momento così delicato, quale sta attraversando la scuola italiana, è necessaria da parte degli insegnanti una forte presa di coscienza delle proprie responsabilità.

Essere educatori nella scuola, oggi più che mai significa considerare questa missione come un servizio dei più impegnativi e dei più importanti per la società. Vi diciamo, pertanto, la nostra sincera riconoscenza e il nostro apprezzamento, e facciamo voti che le risoluzioni che saranno da voi prese - ispirate, come ne fa fede la vostra presenza, al pensiero educativo della Chiesa - trovino efficace applicazione in ordine allo sviluppo di una scuola realmente formatrice, come è nelle aspettative di tutti.

Comunicate questi sentimenti e queste nostre speranze alla schiera numerosa e valorosa degli altri vostri colleghi che, come voi, sono pensosi dell’avvenire della scuola, e consacrano le loro energie alla incomparabile missione dell’insegnamento.

Noi vi siamo vicini con l’affetto e con la preghiera; e di cuore vi benediciamo per ottenere su di voi qui presenti, e sulla vostra Associazione la continua abbondanza delle divine grazie.

Le Pie Discepole del Divino Maestro

Siamo ben lieti di accogliere e di salutare il Consiglio generalizio e il gruppo delle Pie Discepole del Divin Maestro, venute in occasione del 50° di fondazione del loro Istituto recentemente celebrato.

La felice ricorrenza ci ravviva la cara immagine paterna di Don Giacomo Alberione, che, tra le varie generose iniziative in favore della Chiesa, ha voluto istituire la vostra Congregazione, con il duplice scopo di attendere alla contemplazione e all’apostolato.

Sappiamo, carissime figlie, con quale fervida adesione a tale vostro ideale e con quanto impegno vi adoperate affinché siano realizzati i nobili intenti della vostra responsabile scelta.

Profittiamo volentieri dell’odierna circostanza per incoraggiarvi a vivere sempre più gli esempi del Divino Maestro e della Madonna, con spirito di orazione e di abnegazione per essere maggiormente attive ovunque sia richiesto il vostro intervento: contribuendo, cioè, nei modi più opportuni, ad alimentare la pietà dei fedeli e ad agevolare la loro partecipazione ai riti liturgici, e impegnandovi nelle vostre benefiche opere a favore dell’infanzia, degli aspiranti al sacerdozio, dei missionari, degli infermi, degli anziani per dare una gioiosa testimonianza dell’amore che vi lega a Cristo Signore.

Vi accompagni e vi sostenga nel vostro lavoro la nostra propiziatrice Benedizione.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 20 febbraio 1974

Quando si comincia ad interessarci di Cristo, finire non si può. Resta sempre non solo qualche cosa da sapere e da dire; resta il più. S. Giovanni, l’evangelista, termina proprio così il suo libro: «Vi sono ancora molte altre cose fatte da Gesù; che se si volesse scriverle ad una ad una, il mondo intero, io credo, non potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Io. 21. 25). Tanta è la ricchezza delle cose che a Cristo si riferiscono, tanta la profondità da esplorare e da cercare di comprendere, tanti i problemi a cui il mistero di Cristo si collega, tante le difficoltà che insorgono intorno e contro di Lui, tanta la luce, la forza, la gioia, il desiderio, che da Lui scaturiscono, tanta la realtà della nostra esperienza e della nostra vita che a noi da Lui deriva, che davvero sembra sconveniente, antiscientifico, irriverente mettere fine alla riflessione, che la sua venuta al mondo, la sua presenza nella storia e nella cultura e l’ipotesi, per non dire la verità, della sua vitale relazione con la nostra propria coscienza, onestamente esigono da noi. Non si finirebbe mai di girare intorno a questo polo dei nostri supremi interessi: Gesù.

Così che, ad un certo momento, sorge nello spirito, credente o profano che sia, il bisogno d’una sintesi, il bisogno di trovare un punto prospettico centrale, che ci consenta di considerare tutto ciò che si riferisce a Gesù Cristo con un solo sguardo, con un pensiero riassuntivo, con un sentimento unico. E senza entrare ora nella sfera psicologica di questa questione (sarebbe un’indagine interessantissima tentare un’escursione di questo genere attraverso qualche documento agiografico, per scoprire ciò che Cristo fu nel cuore dei Santi), possiamo, per un istante, guardare il panorama oggettivo, biblico o teologico, ponendolo a confronto, se così piace, per averne migliore intelligenza, con gli aspetti caratteristici di altre religioni, per ridurre, senza deformare, nel perimetro visuale della nostra percezione il significato supremo e primario e centrale del cristianesimo, cioè della venuta di Gesù Cristo nel mondo.

Per migliore comprensione di quanto stiamo dicendo ricorderemo come questo bisogno di vedere tutto ciò che a Cristo si riferisce nell’involucro d’una formula comprensiva è stato sempre presente nell’anima umana (Cfr. ad es. Io. 7, 26, 41; Mt 26,63); le professioni di fede battesimale, i simboli; le controversie cristologiche, certe opere dei Padri (Cfr. ad es. S. AUGUSTINI Enchiridion, 4: PL 40, 232; etc.). Diciamo d’I più: l’insegnamento apostolico ci guida alla ricerca e alla scoperta dell’idea centrale della rivelazione cristiana; e lo studio critico-letterario moderno tende istintivamente a identificare una chiave d’interpretazione del fatto cristiano (Cfr. ad es. A. VON HARNACH, L’essenza del cristianesimo, 1900; C. ADAM, L’essenza del cattolicesimo, 1930). Se fosse domandato a ciascuno di noi: qual è l’idea centrale della fede cristiana? Come risponderemmo?

Ritorniamo alla scuola di San Paolo, e domandiamo a lui la risposta. Noi già sappiamo che due problemi, insolubili alla nostra speculazione razionale, ci mettono in ascolto; e cioè sappiamo che il fatto cristiano è un fatto religioso, cioè è fondato su due teste di ponte, estremamente corrispondenti anche se infinitamente diverse, che lo sostengono: l’uomo (e chi conosce l’uomo, quando la sintesi platonico-socratica culmina in una domanda, inesauribile nella risposta: «conosci te stesso»?), e poi Dio (e Dio chi lo può in se stesso conoscere?) (Cfr. lo. 1, 18; Act. 17, 23; 1 Cor 1Co 13,12). E, secondo, se il cristianesimo è un fatto religioso, è per ciò stesso un fatto misterioso. Come possiamo noi decifrarlo nelle sue intrinseche e supreme ragioni? Ascoltiamo dunque che cosa ce ne dice l’Apostolo, il quale più d’una volta apre la via alla identificazione del punto centrale del cristianesimo.

Qui non si può prescindere dalle citazioni; scegliamone due, che a noi sembrano giovare alla nostra giustificazione, ma troppo miope curiosità: Dio, dice S. Paolo, scrivendo ai Colossesi, mi ha affidato la missione di completare la Sua parola e di annunciarvi «il mistero occultato ai secoli . . . che è Cristo in voi, speranza di gloria . . .» (Col 1,26). L’altra citazione, in cui ricorre lo stesso concetto di mistero rivelato, è desunta dalla I lettera ai Corinti, dove si dice che l’annuncio del cristianesimo è l’apertura d’un segreto eterno di Dio per la salvezza del mondo (1 Cor 1Co 2,6-7). E in che cosa consiste questo segreto che finalmente si svela nella storia della umanità? È l’Amore! l’Amore nascosto, dietro la facciata dello scenario della natura fisica, impassibile e inesorabile, dove, sì, «le stelle stanno a guardare», ma vi è un Padre, che sta nei cieli, vi è un Dio, «che è ricco di misericordia e che per la grande carità con cui ci ha amati . . .» (Cfr. Eph Ep 2,4 Eph ), e, osserva l’evangelista Giovanni, «talmente amato da dare il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia la vita» (Io. 3, 16).

Il segreto del cristianesimo è l’Amore salvifico di Dio e quindi poi di Cristo, il Quale «amò me e sacrificò se stesso per me» (Ga 2,20).

Questa è la religione fondata da Gesù Cristo: una religione, scaturita dalla Bontà infinita di Dio, fino alla immolazione di Gesù sulla croce, e a fare di Lui una vittima per la nostra salvezza.

L’incarnazione, il Presepio, si conclude nella Redenzione; due misteri questi, uno di vita, l’altro di morte, che si integrano in un solo dramma d’Amore (Cfr. FORNARI, Vita di Gesù Cristo). Così Cristo diventa per noi, com’è nel pensiero del Padre, il punto focale dell’universo, in Lui tutto s’incentra e si instaura (Cfr. Eph Ep 1,10 S. TH. III, Ep 1,1).

Comprendiamo meglio così le parole di pace del Natale, riferite «agli uomini di buona volontà», parole che gli esegeti ci persuadono a tradurre: gli uomini oggetto della divina benevolenza; e possiamo allora concludere, per la nostra felicità, ed insieme per la nostra responsabilità: siamo amati da Dio, da Lui per primo (1 Io. 4, 10), senza esserne degni, essendone piuttosto assolutamente bisognosi.

Questo è il carattere essenziale, questo il segno specifico della nostra religione, questo lo stimolo urgente alla nostra amorosa risposta (2 Cor 2Co 5,14): Caritas Christi urget nos. Così, mentre il tempo passa, e questa vita si consuma, ricorderemo il Natale.

Con la nostra Apostolica Benedizione.

I dirigenti della U.N.I.T.A.L.S.I.

E ora il nostro particolare saluto ai membri responsabili delle Sezioni italiane dell’U.N.I.T.A.L.S.I.: presidenti, cappellani, medici, venuti col Cardinale Luigi Traglia, Decano del Sacro Collegio e Presidente Nazionale dell’Unione. In questa parola «particolare» vorremmo mettere tutte le espressioni della nostra benevolenza e stima, per un’organizzazione tanto benemerita, qual è quella che abbiamo enunciato in sigla, e che per disteso significa: «Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e ai Santuari d’Italia». Chi non conosce tale istituzione, che cura con tanta abnegazione i pellegrinaggi degli infermi nei luoghi della fede e della speranza ? Chi non ha visto all’opera i suoi instancabili membri?

L’occasione odierna ci è propizia per dirvi la nostra riconoscenza per il bene che fate, e l’incoraggiamento a moltiplicare ancora, se fosse possibile, i vostri sforzi e le vostre premure a favore dei malati, nei quali siete allenati a vedere il volto velato di Cristo. Ed è proprio questo il nostro augurio: di saper procedere fruttuosamente in questa scuola di altissima formazione, nella quale voi donate ai fratelli sofferenti, ma anche ricevete da essi le lezioni più alte della fiducia in Dio, dell’abbandono alla sua volontà, dell’oblazione delle sofferenze a pro del corpo di Cristo, che è la Chiesa (Cfr. Col Col 1,24).

Noi vi siamo vicini nella vostra missione in modo «particolare», ripetiamo; e, invocando su di voi la materna protezione della Vergine SS.ma, di cuore impartiamo a tutte le Sezioni dell’U.N.I.T.A.L.S.I. e alle loro attività la Benedizione Apostolica.

Clarisse Cappuccine adunate per aggiornare le Costituzioni

Con l’animo pieno di paterna commozione porgiamo ora il nostro saluto alla eletta schiera di monache, delegate dei Monasteri delle Clarisse Cappuccine di ogni parte del mondo, venute a Roma per la revisione delle loro Costituzioni.

Figlie carissime in Gesù Cristo, vi accogliamo con quell’affetto e quella stima che merita la grande famiglia delle Comunità monastiche, che voi degnamente rappresentate. E siamo lieti di ricevervi qui, perché possiamo indicarvi all’ammirazione e alla gratitudine di quest’assemblea, per il servizio prezioso e nascosto che voi prestate nella Chiesa, spendendo la vita nel silenzio, nella preghiera e nella mortificazione per amore di Cristo e per comunicare al mondo, pur separate dal mondo, la salvezza da Lui operata sulla Croce.

La vostra testimonianza di fedeltà all’ideale contemplativo oggi più che mai significa per i fedeli il primato di Dio e della vita interiore nel complesso dinamismo delle attività apostoliche; significa l’affermazione dei valori spirituali della preghiera, della povertà, dell’amore fraterno, dello spirito di sacrificio, della croce; cosicché, come afferma il Concilio Ecumenico, ben giustamente voi costituite «una gloria per la Chiesa e una sorgente di grazie celesti» (Decr.

Perfectae Caritatis PC 7).

Se il Popolo di Dio guarda a voi con questi sentimenti, voi da parte vostra dovete sforzarvi di corrispondere sempre più generosamente alla vostra vocazione. E che tale sia il vostro impegno, lo dimostrano i lavori del Convegno, ai quali state attendendo per dare ai vostri Monasteri quello slancio di rinnovamento, nella fedeltà delle vostre genuine tradizioni monastiche, che il Concilio Ecumenico ha richiesto, per adempiere con sempre maggiore fecondità il ruolo a cui siete chiamate nella Chiesa.

Vi assista lo Spirito del Signore, facendovi sempre più sue; vi guidi la Vergine Maria, vostro ideale e modello di consacrazione a Dio e di donazione alle anime; vi incoraggi la nostra Apostolica Benedizione, che di cuore impartiamo a voi qui presenti e a tutte le vostre Consorelle sparse nel mondo.


Paolo VI Udienze 1974 - Mercoledì, 23 gennaio 1974