Paolo VI Udienze 1974 - Mercoledì, 20 febbraio 1974




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 27 febbraio 1974

Noi non possiamo sottrarci, in questo breve colloquio spirituale, al fatto dominante la vita della Chiesa, in questo periodo dell’anno liturgico, che chiamiamo quaresima, e che oggi comincia.

Due osservazioni preliminari si presentano alla nostra considerazione.

La prima riguarda la successione di periodi molto diversi nella vita spirituale della Chiesa. Ella ci educa non soltanto alla preghiera e alla celebrazione di riti sacri, in cui si alimenta e si esprime il nostro rapporto religioso con Dio e il senso comunitario della Chiesa stessa, ma ci associa allo svolgimento d’un grande disegno ideale, cioè teologico e morale, che si sviluppa nel tempo, conformandosi all’anno luni-solare, che Giulio Cesare introdusse nel calendario civile, e che tuttora serve anche alla Chiesa, come base cronologica, del suo dramma religioso, ogni anno ripetuto con sempre nuovo sentimento della sua originale attualità e della sua inesauribile profondità. Come in un’opera musicale, il senso, la bellezza, la forza dell’insieme risultano dalla composizione delle diverse sue parti, così la liturgia della Chiesa assurge non solo al livello d’una incomparabile opera d’arte per la varietà dei temi divini ed umani, di cui si compone il suo misterioso svolgimento, ma offre all’umanità, ai fedeli specialmente, la possibilità di partecipare ad una complessa e meravigliosa celebrazione, non puramente commemorativa e rappresentativa, ma, in una sua mistica rinnovata realtà, rievocatrice della storia perenne dell’ineffabile dialogo fra Dio e il mondo, che in Cristo Redentore e nell’uomo redento ha due motivi drammatici principali.

Bisogna fare attenzione a questa dialettica discorsiva, che invade e commuove la liturgia della Chiesa, per non cadere nell’errata impressione della forma sempre eguale e monotona della nostra espressione spirituale; e poi per avere un sempre migliore concetto di quel mistero pasquale, in cui si riannoda la sintesi del nostro - chiamiamolo così - sistema religioso, ed a cui tutti dobbiamo vitalmente riferirci, se vogliamo conseguire la nostra salvezza.

Dunque: dobbiamo avvertire la diversità e l’originalità del nuovo periodo liturgico, quaresimale, se vogliamo essere in consonanza salutare con la Chiesa. Forse dire liturgico non è tutto dire; dovremmo dire anche ascetico e penitenziale, anche perché sotto questo aspetto la quaresima s’inaugura e si prospetta.

E questo ci porta ad una seconda osservazione preliminare. Sì, la quaresima ha un volto severo, ha un linguaggio talvolta crudo e spietato, come oggi, «Feria quarta Cinerum», mercoledì delle ceneri; poi ha esigenze penitenziali, come il digiuno, ora assai mitigate, ma non del tutto abolite, né mai dimenticate nel loro spirito e in una loro personale e discrezionale esigenza; la quaresima inoltre invita a preghiere assidue e prolungate; dispone finalmente al ricorso di quel sacramento della penitenza, che comunemente chiamiamo confessione, e ch’è davvero un atto di umiltà, di conversione, di contrizione, non certo simpatico alla gente del nostro tempo. Dobbiamo riconoscere questo aspetto negativo, umanamente parlando, della quaresima, e in genere della penitenza, che la Chiesa ci predica, come elemento costitutivo dell’autentica vita cristiana.

Date un pensiero al rito dell’imposizione delle Ceneri. Meriterebbe una prefazione storica, che lo fa risalire all’antico Testamento (Cfr. ad es. Ier. 25, 34; Iud. 9, 1; Da 9, 3, etc.), e lo travasa nel nuovo (Cfr. Lc 10,13 Matth. Mt 11,21), e poi nella prassi dei primi secoli cristiani e nei seguenti (Cfr. JUNGMANN, Lat. Bussriten). Ma guardatene il senso, il pessimismo cioè che grava sulla vita umana nel tempo; rileggete uno dei libri, sapienziali, e in certo senso, quasi sconcertante, della Bibbia, l’Ecclesiaste (ora indicato col termine ebraico Qohèler), che comincia con le famose parole, adatte per un cimitero dell’umanità senza speranza: «vanità della vanità, tutto è vanità» (Eccl. 1, 1); e ripensate al pauroso verismo di certa letteratura e di certa filosofia contemporanea; e vi convincerete della sincerità della Chiesa nella sua pedagogia spirituale; ella non può passare sotto silenzio l’esperienza della morte e del dissolvimento, a cui la nostra temporale esistenza è condannata. Ma con questa immediata rettifica ad una concezione disperata del nostro vero destino: la vita, in Cristo, sarà vittoriosa.

E cioè bisogna ricordare e scoprire l’aspetto positivo della quaresima, cioè della penitenza cristiana. Essa non è voluta e promossa per offendere e per rattristare l’uomo, insaziabilmente avido di vita, di pienezza, di felicità, ma per ammaestrarlo e per condurlo, mediante l’arduo cimento della penitenza, alla conquista, o meglio alla riconquista del «paradiso perduto».

Periodo perciò di riflessione si apre davanti a noi. È la concezione, in fondo, della nostra vita che passa all’analisi della coscienza cristiana; è l’autocritica fondamentale, è la filosofia che sfocia nella sapienza, è lo sforzo di salvataggio, dall’inevitabile naufragio travolgente, che accetta la mano salvatrice di Cristo, che ci è offerta in questa palestra spirituale. Procuriamo di comprendere, cerchiamo di profittarne.

Con la nostra Benedizione Apostolica.

Il personale del «Circo sul ghiaccio»

Con vivo compiacimento accogliamo nell’udienza di stamane il gruppo composto dai dirigenti, artisti e addetti ai lavori del «Circo sul Ghiaccio», insieme con le loro famiglie. Prima di prendere congedo dalla nostra città hanno voluto porgerci il loro atto di omaggio.

Vi ringraziamo di cuore per il cortese pensiero, cari figli, che coi vostri prestigiosi spettacoli, ormai famosi in tutto il mondo, vi siete conquistata l’ammirazione e la simpatia della cittadinanza romana. La vostra rispettosa presenza ci attesta che voi intendete accompagnare con senso di responsabilità umana e cristiana la vostra serietà professionale. Ciò non deve essere mai dimenticato in una attività come la vostra, se vuol tener fede a1 nobile compito di offrire ai grandi e ai Piccoli ore di svago sanamente ricreative.

Noi vi auguriamo pertanto di mantenervi sempre all’altezza di questo ideale, che del resto rientra nelle belle tradizioni del circo, senza cedere mai a gusti malsani che la coscienza riprova.

Accogliete questo nostro augurio come attestato del nostro apprezzamento per la vostra attività e del nostro incoraggiamento a lavorare nel senso indicato. E con questi sentimenti volentieri impartiamo a voi tutti la nostra Apostolica Benedizione.

Le «Bureau International de l’Enfance»

Et maintenant, nous sommes heureux de Nous adresser aux membres du Bureau International Catholique de l’Enfance.

Vous célébrez à Rome, près du Siège de Pierre, le vingt-cinquième anniversaire de la fondation de votre grande organisation internationale catholique.

Vous y avez été conduits, chers amis, par l’esprit des premiers pionniers de votre oeuvre, le vénéré Père Gaston Courtois, rappelé par le Seigneur il y a peu d’années, et Monsieur Delgrange, votre premier président que Nous avons plaisir à saluer dans vos rangs, ainsi que ses successeurs, Monseigneur Koenen et Monsieur le Professeur Michel Falise.

Vous vous consacrez à une magnifique et difficile entreprise: la sauvegarde et la protection de l’Enfance, surtout celle que d’aucuns considèrent comme marginale. Ce faisant vous rejoignez, soyez-en sûrs, la plus pure ligne de l’Evangile, au service d’une portion privilégiée du Corps du Christ.

En gage de notre estime et de nos encouragements, Nous vous donnons de grand coe ur notre Bénédiction Apostolique.



Religiose provenienti dagli Stati Uniti

We are happy to greet a large group of Sisters who have assembled principally from the United States and who come from various communities and represent various forms of religious life-all of whom perform their highly-valued apostolates within the wider and esteemed context of the association of all the Institutes of Women Religious of the United States.

Your presence here this morning evokes in us a thought which our great predecessor Pius XII often expressed: the value and importance of religious life and, in particular, the beneficial results that accrue to the whole Church in America through the persevering dedication and humble service of thousands of Sisters.

In this regard our advice to you today is to realize the contribution that all the Sisters can and must make to the Church, to realize that this contribution depends on your being one in Christ Jesus and in the Church-united with each other and with us.

Our message is a call for genuine renewal, for Christian penance, for complete reconciliation, for the elimination of all divisive faction-in a word, for perfect unity and perfect charity: «. . . so that the world may believe» (Io. 17, 21).

And so with Saint Paul we say to you: «. . . be united in your convictions and united in your love, with a common purpose and a common mind. That is the one thing which would make me completely happy» (Ph 2 Ph 2). As our thoughts turn with paternal affection to all the Sisters of the United States and throughout the world, in their efforts to live in Christ’s love and to share it with all men, we cordially impart to you present here with us today our Apostolic Blessing.

Ufficiali e marinai inglesi

We offer a word of welcome to a group of visitors from Great Britain, officers and men of the Royal Navy. We express the hope that your visit to Rome will be a happy one, and also an experience that will be for your spiritual benefit.

We assure you of our good wishes, and ask you to convey our greetings to your families and friends at home.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 13 marzo 1974

Fratelli e Figli carissimi!

Vogliamo fare insieme un passo sul grande cammino verso il rinnovamento cristiano, al quale siamo invitati da tre grandi impulsi, nascenti dalla Chiesa vivente, vogliamo dire dal recente Concilio, dall’Anno Santo già in atto nelle Chiese locali, e dal periodo quaresimale, che ci impegna ad una seria preparazione alla Pasqua?

Un passo solo, per oggi; ma tanto può bastare per introdurci in una grande corrente, potremmo dire in un travolgente torrente di questioni d’ogni genere, filosofiche, morali e religiose, la quale basterebbe a invadere e sconvolgere il nostro spirito, se appena vi volessimo indugiare, senza porre a noi stessi dei limiti ben precisi. Il passo ha il carattere d’un ritorno. Un ritorno verso quale direzione? verso noi stessi, ciascuno verso la propria coscienza. Della coscienza s’è già tanto parlato, e ancora si parla fino a fare di questa parola un luogo comune, dove confluiscono i più vari significati. Un neologismo, non certo accetto ai cultori della buona lingua parlata, si va divulgando col termine eteroclito di «coscientizzare», volendo dire cioè di rendere cosciente, consapevole, riflesso, responsabile. E sta bene.

Ma distinguiamo subito fra i diversi significati della parola «coscienza», quello che ora a noi preme, pur tributando il dovuto onore a tali significati, che hanno avuto nella storia del pensiero una risonanza, spesso ancora non spenta, che cosa è la coscienza? per esempio: un atto riflesso sul contenuto d’una conoscenza; conosci te stesso, ancora Socrate c’insegna; saper di sapere (Platone); specchio di sé (Plotino); e fra i moderni: riflessione introspettiva, analisi sulla interiorità vissuta; sentimento dell’io pensante; esperienza interiore; ecc. Ma noi non possiamo soffermarci su questo fertilissimo campo della coscienza psicologica per restringere il nostro interesse ad una zona particolare della coscienza in generale, una zona centrale, importantissima per la nostra vita religiosa, ed è la coscienza morale; a quell’atto cioè del nostro spirito mediante il quale applichiamo il nostro pensiero alla nostra azione (Cfr. S. TH. 1, 79). Consideriamo ora la coscienza quale giudizio sulla moralità del nostro agire, quale intuizione etica superiore e per ciò stesso in riferimento al criterio assoluto del bene e del male, riferimento che si polarizza nel suo centro inevitabile, quasi come un luogo geometrico postulato da un dato disegno, che è Dio.

La coscienza morale, condotta nel suo spontaneo e logico svolgimento, postula come termine logico e quindi come principio ontologico, Dio. Non per nulla anch’essa, la coscienza morale, è nella discussione moderna considerata un campo di battaglia, dal quale tuttavia, vulnerata e travisata, appena è rimessa nel suo normale funzionamento, riesce tuttora vittoriosa. Lasciamo ogni controversia, e apriamo il Vangelo in una delle pagine più note e più tipiche, quella della storia (parabola si chiama, ma si potrebbe chiamare il paradigma della vita umana nell’analisi della coscienza morale) del figliol prodigo. Dice il Vangelo, cioè Gesù, il Maestro, narrando la storia del figliol prodigo, nella sua fase più infelice e al tempo stesso più salutare, che il povero protagonista della triste avventura, ritornò in se stesso, in se autem reversus (Lc 15,17). Ricordiamo questa semplicissima frase; essa è come l’ago di scambio per la traiettoria d’un convoglio fuori strada, Ritornò in se stesso: ma aveva bisogno di ritornare in se stesso un giovane pieno di vita, che non aveva altro cercato che se stesso, cioè di godersi la propria vita, mediante le esperienze della libertà e del piacere, le quali sembrano rivelare a un cercatore della vita la sua pienezza, la sua autenticità, la sua felicità?

Era così uscito da se stesso, dalla propria coscienza, dalla propria vera personalità, e giunto al fondo d’una disperata e ignobile miseria ritornò là donde era fuggito: ritornò in se stesso.

È drammatico, è stupendo. È sommamente istruttivo. Questo atto di riflessione solitaria, coraggiosa, personale sta alla radice soggettiva (non senza certamente un imponderabile, ma decisivo aiuto divino) del ricupero della vera e nuova vita dell’uomo. L’esame di coscienza, la verità su se stessi, la classifica secondo giustizia della propria condotta, il coraggio di piangere senza disperazione, eccetera, potrebbero condurci alle magnifiche analisi del male voluto e vissuto, e già sotto il peso d’un’auto-condanna, piena di straordinaria ricchezza, non solo passionale e letteraria, ma sapiente ed umana, bisognosa, diremmo quasi fin d’ora, meritevole di compassione e di riabilitazione.

Basti quest’unico pensiero: in se autem reversus. Quante lezioni ne potremmo ricavare! sul silenzio, sulla vita interiore, sulla capacità di autometamorfosi, sulla fortuna di ritrovare il proprio vero io, e con esso, domani, Dio, il Padre!

Il quadro clinico spirituale vale per tutti. Pensiamoci. Con la nostra benedizione spirituale.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 20 marzo 1974

Noi parliamo ancora della penitenza, via della salvezza, ch’è il tema di stagione, sia perché siamo in quaresima, sia perché questo tema fa riferimento all’Anno Santo con il suo proposito di rinnovamento e di riconciliazione, che non potremmo conseguire senza la penitenza, e sia perché la nuova liturgia relativa a questa disciplina conferisce al tema una particolare attualità.

Per amore di brevità e di semplicità fissiamo la nostra attenzione su due punti fondamentali, nei quali ci sembra convergere la topografia dottrinale del tema stesso; due punti diversamente riassuntivi della complessa e immensa materia, in perfetta e corrispondente opposizione l’uno all’altro, quasi in bilanciata simmetria; due punti, che, ahimé !, la mentalità irreligiosa moderna tenta di espungere dal campo delle sue riflessioni; ma che non possono assolutamente essere trascurati dalla nostra spiritualità, se cristiani siamo e ci sentiamo.

Questi due punti stanno alla base dell’annuncio evangelico, del «cherigma» cristiano, cioè del nostro catechismo, e sembra a noi che racchiudano in sé la sintesi drammatica della nostra salvezza.

Quali sono? Ancora una volta S. Agostino ci fornisce la formula, che non è solo verbale, ma reale, umana e teologica, e che si restringe nelle due formidabili parole: miseria e misericordia (Cfr. En. in Ps 32 PL Ps 36,31 De Civ. Dei; PL Ps 41,124).

Dicendo miseria intendiamo parlare del peccato, tragedia umana che si svolge nella storia del male, abisso oscuro che precipita verso una paurosa rovina. Il peccato: se ne è parlato altre volte; e sempre ritorna la sua conturbante presenza in ogni nostro discorso religioso ed umano; ora è il caso di mettere sotto la lente d’una più chiara visione questa nozione, la quale tiene posto di cardine inferiore e negativo di tutta la concezione cristiana dell’umana esistenza; e ciò è tanto più opportuno in quanto le ideologie teoriche e pratiche del mondo contemporaneo tentano di espungere il nome e la realtà del peccato dal discorso moderno. Dove non è religione, il peccato non ha più senso d’essere. Perché esso consiste nella violazione dell’ordinato rapporto, che congiunge l’uomo a Dio. Anche qui è sempre valida la definizione classica del peccato, data da S. Agostino e dopo di lui dai maestri del pensiero cristiano: esso è un atto, un fatto, una parola e anche solo un cattivo desiderio contrario alla legge eterna di Dio, cioè a quella divina ragione che stabilisce l’ordine essenziale insito nella natura delle cose (Cfr. S. AUG., Contra Faustum, 22, 27; PL 42, 418; e S. TH. I-IIae, 71, 6). Non parliamo qui del peccato originale, che costituisce un fondamentale capitolo della nostra teologia e dell’antropologia cattolica; ma il solo ricordo di questa triste e fatale eredità ci dice come nella nostra concezione della vita non possiamo prescindere da un inestinguibile bisogno di salvezza, e dall’impossibilità di conseguirla con le nostre sole forze: a nulla ci gioverebbe l’essere nati, se non ci fosse data la fortuna d i rinascere (Cfr. l’Exsultet della notte pasquale).

Parliamo del peccato così detto attuale, quello cioè che mette in gioco la nostra libertà, la nostra responsabilità, e che trova tanto spesso incentivo nelle circostanze ambientali, sfavorevoli alla rettitudine del nostro operare. Ora sta il fatto che proprio perché noi siamo intelligenti, liberi e responsabili, le nostre azioni hanno una ripercussione trascendente il cerchio della nostra personale esperienza e, volere o no, assumono un’importanza positiva o negativa, a seconda della loro conformità o della loro difformità alle esigenze del volere di Dio, nel quale, come pesci nell’acqua, noi siamo immersi. L’immanenza della legge morale drammatizza la nostra esistenza, con questa conseguenza che l’infrazione grave alla medesima legge, mentre oggettivamente comporta un’offesa intollerabile a Dio, diventa soggettivamente mortale, per chi la commette, cioè si traduce in un’autolesione, in una « macchia », che indarno le opinioni naturaliste, col tentativo di ridurre il peccato alla dimensione di semplice fatto d’ignoranza o di debolezza, o d’incoercibile istinto, riescono a redimere. «La conseguenza del peccato è la morte», afferma S. Paolo (Rom. 6, 23).

Questa è la verità; questa è la sorte dell’uomo, che si è staccato scientemente e volontariamente dalla sorgente unica e somma della vita, che è Dio.

Ma un’altra verità succede; un’altra sorte è riservata all’uomo per il sopraggiungere d’un gratuito, onnipotente e ineffabile disegno di Dio: la misericordia. Alla miseria dell’uomo viene in soccorso la misericordia divina.

E voi sapete con quale provvidenza: «dove abbondò il delitto, sovrabbondò la grazia» (Rom. 5, 20). E, sapete, con imprevedibile amore: Cristo, il Verbo di Dio fatto uomo ha assunto su se stesso la missione redentrice. «Lui, che non conosceva il peccato, si è fatto peccato per noi, affinché noi diventassimo in lui giustizia di Dio» (Cfr. 2 Cor 2Co 5,21). Cioè si è offerto vittima espiatrice in nostra sostituzione, meritando per noi una restituzione allo stato di grazia, cioè alla partecipazione soprannaturale alla vita di Dio.

Non avremo mai abbastanza esplorato questo piano redentore nel quale si rivela l’infinita bontà di Dio, l’amore incomparabile di Cristo per noi, la fortuna senza confini offerta al nostro eterno destino.

Entrare in questo piano significa per noi fare penitenza, cioè sapere, accettare, rivivere questa economia di salvezza. Che cosa v’è di più grande, di più necessario, e, in fondo, di più bello e di più facile e di più felice?

Con la nostra Apostolica Benedizione.

A studenti del Canada

We are glad to have with us today a group of nearly two thousand students from various parts of Canada, and we wish you to know how pleased we are that you have come to see us. We take the occasion to offer you a word of encouragement.

Since you make up the coming generation, your country and the world look to you with hope. You have the energy of youth, and you are filled with ideals for building a better world. Live up to these ideals. Do not give in to the uncertainty of the present time, but work and use your talents with courage, strong hope and confidence. May this visit be a help to you in many ways: in your studies, your understanding of the world and especially in strengthening your faith in God. We invoke upon you and upon your families and friends God’s abundant graces.

La stampa cattolica in Australia e Nuova Zelanda

We are happy to extend a special word of greeting to the members of the Australasian Catholic Press Pilgrimage, who have come from both Australia and New Zealand.

We appreciate your visit and it is our prayer that your pilgrimage to Rome will be for you a happy experience and one that will serve to confirm your faith and help you to live an ever fuller Christian life. We ask you to take our cordial greetings to your families and friends at home.

Le Missionarie Serve di San Giuseppe

Un saludo especial a las Religiosas Misioneras Siervas de San Jose, que celebrais este afio el primer Centenario de la fundacion de vuestro Instituto.

A vosotras, queridas hijas, que, fieles a la inspiration de vuestra Fundadora la Madre Bonifacia Rodríguez Castro, seguís el lema de trabajar en la promoción humana y religiosa de la niñez y la juventud, de las familias obreras y trabajadoras económicamente necesitadas, os expresamos nuestra complacencia, unida a nuestro agradecimiento, por el bien que hacéis a la Iglesia en tantas partes del mundo por donde vuestras comunidades se encuentran diseminadas.

Deseamos exhortaros a mantener siempre el espíritu de Nazaret, en el que se conjugan admirablemente la acción con la oración, la actividad externa con la contemplación interior, procurando que el contacto frecuente con Dios santifique vuestra vida y actividades todas, y renueve íntimamente vuestras almas, según las exigencias e intenciones del Año Santo.

Sobre vosotras, vuestro Instituto y obras a las que os consagráis, así como sobre los familiares que os acompañan en esta circunstancia, imploramos abundantes gracias del cielo, en prenda de las cuales os impartimos nuestra paterna Bendición Apostólica.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 27 marzo 1974

Avevamo intenzione di ricevere stamane i vostri numerosi gruppi, ma purtroppo, nonostante il nostro desiderio, una indisposizione ce lo impedisce. Ce ne dispiace specialmente per voi, venuti a portarci il dono della vostra presenza, che tanto ci conforta.

Vi auguriamo ogni bene, nell’adempimento generoso dei vostri quotidiani doveri; vi seguiamo con la preghiera, che invoca su di voi dal Signore ogni dono di fortezza, di grazia, di pace; e di cuore vi impartiamo la nostra benedizione, ch’è rivolta anche a tutti i vostri Cari lontani.

Chers Fils et chères Filles de langue française,

Sans pouvoir vous parler plus longuement, Nous vous saluons cordialement. Nous souhaitons que ce séjour romain fortifie votre sens chrétien et votre amour de l’Eglise. A vous-memes, et à tous ceux qui vous sont chers, Nous donnons la Bénédiction Apostolique.

We are happy to extend to all of you-our sons and daughters and our friends-the expression of our affection in Christ the Lord. We invoke his graces upon you, and in his name give you our Apostolic Blessing.

Von Herzen erteilen Wir den vielen Pilgern aus den Ländern deutscher Sprache Unseren Apostolischen Segen. Es sind auch alle Andachtsgegenstande geweiht, die Sie bei sich haben. Unas palabras de saludo y bienvenida para todos nuestros oyentes de lengua española y portuguesa.

Lamentando no poder recibiros hoy corno habríamos deseado, os impartimos la Bendición Apostólica, que extendemos a vuestros familiares.

Al termine dei saluti, il Papa imparte a tutti la Benedizione Apostolica. Prima di ritirarsi, si è infine intrattenuto brevemente alla finestra, per rispondere al rinnovato saluto della moltitudine. Ed ecco il testo dei successivi saluti che il Santo Padre si proponeva di pronunciare, se gli fosse stato possibile dar corso alla consueta udienza generale.

Centri d’istruzione professionale

Diamo ora un saluto particolare al gruppo proveniente dai Centri di istruzione e di addestramento professionale, curati dall’apposita Federazione Italiana (F.I.C.I.A.P.). La vostra presenza è, anche quest’anno, molto numerosa; come siamo informati, si tratta prevalentemente di allieve di benemerite scuole, venute soprattutto dal meridione d’Italia: e quindi ci offrite quest’anno e un nuovo aspetto della molteplice attività dei Centri, e una diversa rappresentanza di quei trentamila giovani e signorine che, sotto la guida di esperti maestri, si preparano ad una qualificazione professionale che sarà loro utile, anzi indispensabile, per inserirsi con piena maturità e responsabilità nel mondo del lavoro.

Ci fa piacere apprendere che questa preparazione, compiuta nel raggio capillare di innumerevoli scuole, si svolge appunto dando un sicuro e approfondito orientamento cristiano alle istanze fondamentali della vostra giovane vita. Sappiamo inoltre che intervenite liberamente a corsi di esercizi spirituali, organizzati per voi, e che siete aperti alle esigenze della collaborazione missionaria. Bravi, giovani carissimi! Così facendo voi dimostrate di aver compreso che solo nella luce del Vangelo l’uomo trova le indicazioni necessarie per vivere la propria esistenza secondo il piano di Dio, per dare al proprio lavoro il suo significato di collaborazione all’ordine creato, e di consacrazione delle realtà terrestri, di redenzione della fatica inerente al lavoro, rendendola fruttuosa nella comunione col Mistero della salvezza, operata mediante la Croce.

Vi auguriamo di dare sempre alla vostra vita il suo significato autentico di risposta generosa a Dio che ci chiama, e di amore concreto e operoso ai fratelli: e tutti vi benediciamo di cuore, unitamente ai vostri familiari e a quanti si occupano della vostra formazione spirituale e professionale.

Giovani liceali alsaziani

Chers fils de l’Alsace,

Vous êtes presque huit cents dans tette rencontre de famille!

Et nous savons qui vous etes: des jeunes lycéens, accompagnés de leurs aumoniers, de leurs parents et de leurs professeurs. Nous vous félicitons d’avoir pris ensemble le chemin de Rome pour vivre un temps fort de votre appartenance joyeuse et attive à l’Eglise du Christ.

Si l’ambiance contemporaine est trop souvent imprégnée d’intolérance et d’agressivité, vous refusez d’eri etre complices! C’est pourquoi vous avez choisi camme thème de votre pèlerinage: «L’Eglise, lieu de réconciliation». Les chrétiens ont en effet besoin de reprendre souvent conscicnce qu’ils sont disciples du Christ «doux et humble de coeur». Nous souhaitons vivement que vous emportiez dans les communautés humaines et spirituelles auxquelles vous appartenez tette flamme fragile et merveilleuse de la charité évangélique dont l’Apôtre Paul rappelait le primat à la communauté chrétienne de Corinthe, sans tesse tentée par les coteries et les divisions (1 Cor 1Co 13, l-8). C’est dans ces sentiments que nous vous accordons de tout coeur notre Bénédiction Apostolique.

Novelli sacerdoti di Propaganda Fide

We extend our congratulations and good wishes to the newlyordained priest from Propaganda College, whom we welcome here today with their families and with the superiors and staff of the College. Beloved sons, you are beginning a new chapter in your lives. It will be your great privilege to help evangelize your own countries. You will go forth in obedience to Christ’s command to teach all nations, baptizing them in the name of the Father and of the Son and of the Holy Spirit. Your zeal and generous selfsacrifice will help to spread the faith among some, and to deepen it in others. May Christ your divine Master always go with you.

Concertisti musicali d’America

We great also the students from America who belong to a number of musical bands. Welcome to Rome. We hope that your stay here help you to develop your talents in the service of your fellow men. We are always pleased to welcome young people, and we are grateful to you for coming to see us.

Pellegrini dell’Associazione cattolica della Thailandia

We give a special welcome to the pilgrims from the Catholic Association of Thailand. Thank you for coming to see us.

We send our greetings also to your families at home. May your stay in the Eternal City be an enjoyable one, and may you benefit from the cultural and spiritual riches to be found here. Pellegrini tedeschi convenuti a Roma per la beatificazione di Liborio Wagner Von herzen begrüßen Wir heute die vielen Pilger aus Deutschland.

Sie wohnten am vergangenen Sonntag der Seligsprechung Ihres Landsmannes bei, des Priesters und Martyrers Liborius Wagner. Wir freuen Uns mit Ihnen und beglückwünschen Sie, daß Deutschland, das der Kirche schon so viele heilige Männer und Frauen geschenkt hat, im Glanze eines neuen Seligen aufstrahlt.

Der selige Liborius lebte in einer Zeit der Glaubensnot, aber auch der Glaubensfreude und des Bekennermuttes. Er gehörte zu den vielen unbekannten Priestern der damaligen schweren Glaubenskrise, die auf das Lehramt der Kirche hörten und darum ihren Gläubigen die unveränderlichen Glaubenswahrheiten einheitlich lehrten.

So erfüllten sie die unsicher und schwankend gewordenen Christen mit neuer Zuversicht und begeisterten die Menschen für den heiligen katholischen Glauben.

Es steht ferner geschichtlich fest, daß der neue Selige wegen seiner Treue zur Kirche und zum Papst, dem Nachfolger des heiligen Petrus, des Märtyrertodes sterben mußte. Denn er war davon überzeugt: «Ubi Petrus, ibi Ecclesia, wo Petrus, der Papst, ist, dort ist die Kirche».

Möge der selige Liborius Wagner uns allen in drangvoller Gegenwart leuchtendes Vorbild und mächtiger Fürsprecher sein! Dazu erteilen Wir allen Anwesenden von Herzen Unseren Apostolischen Segen.




UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI


Mercoledì, 3 aprile 1974

Fratelli e Figli carissimi!

Noi non dobbiamo rimanere indifferenti, e tanto meno diffidenti, all’invito che la Chiesa ci rivolge a rinnovare la nostra mentalità, e poi anche la nostra pratica religiosa, in ordine al sacramento della penitenza, che ci abitueremo d’ora innanzi a meglio definire come sacramento della riconciliazione. Riconciliazione, intendiamo, con Dio; questo si sa, sebbene ciò rimanga sempre un motivo di meraviglia sconfinata e gioiosa; riconciliazione con la Chiesa, alla quale il sacramento della penitenza ci ricollega come membra sane e vive, da inferme o morte, che eravamo; e qui comincia la novità della riflessione, che la pubblicazione del nuovo Ordo paenitentiae, testè promulgato in seguito al rinnovamento liturgico voluto dal Concilio, offre alla nostra coscienza ecclesiale: come ogni nostra mancanza personale si riflette sul nostro rapporto essenziale e vitale con Dio, così si riflette su quello comunitario, ch’è pure analogicamente essenziale e vitale e ci collega col corpo mistico di Cristo, cioè con la Chiesa santa e viva di cui siamo membra; e anche qui, come sempre nel nostro mondo religioso, la meraviglia e la gioia, vibrazioni caratteristiche della vita, non mancano! Essere parte santa e viva della Chiesa di Dio, della umanità redenta! Fratelli e Figli! faremo bene a dedicare a questo tema della penitenza sacramentale rinnovata nello spirito e nel rito una particolare attenzione.

Si tratta precisamente d’un nostro supremo interesse, la nostra salvezza.

E si tratta di camminare sul crinale di quei due grandi abissi (di cui abbiamo altra volta fatto parola), che sono, da un lato, quello del peccato, su cui la mentalità moderna ci accieca e ci fa perdere la visione vertiginosa delle sue paurose e mortali profondità; dall’altro, dicevamo, quello dell’Amore, della bontà, della misericordia, della grazia, della risurrezione, che Dio nel piano della redenzione, e quindi dell’azione sacramentale della Chiesa, offre alla nostra libertà. Primo quadro. Secondo. Questa nostra libertà, che dovrebbe impetuosamente, ma più spesso gradualmente dirigersi verso l’oceano della salvezza, si chiama, in questa fase, ripetiamo, conversione, cioè scelta, orientamento, rivolgimento della nostra psicologia adagiata sulle proprie abitudini disordinate, incline alla facilità delle proprie istintive passioni egoiste ed inferiori, verso il Bene, verso la vera vita, il Dio che viene, come il buon Pastore evangelico, in cerca di noi. Questo è il momento, ben si sa, soggettivamente decisivo della metanoia, della penitenza; è quello del pentimento, della contrizione, la quale ha di proprio che immette nella cosciente deplorazione delle proprie mancanze i motivi più veri e più forti: quelli dell’offesa a Dio e dello strappo dato alla comunione ecclesiale, oltre a quello dell’indegnità con cui s’è profanata la propria personalità configurata sulla immagine divina.

Terzo. È quello della scena rituale. Quello del «come si fa», praticamente. Qui la riforma liturgica ha avuto notevoli sviluppi.

E cioè essa contempla tre possibili forme di riconciliazione. Vi accenniamo appena. La prima forma è quella individuale, sempre in uso, ma con accentuata esigenza delle disposizioni personali e del riferimento a quella Parola di Dio, dalla quale giunge a noi il beato messaggio della divina bontà e verso la quale dobbiamo polarizzare la nostra anima prima convertita e poi giustificata. È la forma consueta, ma arricchita di coscienza, di gravità, di ascoltazione oltre che di confessione, di delibazione, se così si può dire, dell’Amore divino e del gaudio ineffabile del sapersi risuscitati alla vita divina. Non avremo mai fatto abbastanza l’apologia del sacramento della riconciliazione, ch’è per noi peccatori un rinnovato battesimo di rinascita soprannaturale.

La seconda forma è quella della preparazione collettiva, seguita dalla confessione e dalla assoluzione individuale. Essa congiunge il duplice pregio dell’atto comunitario e dell’atto personale. È la forma migliore per il nostro Popolo, quando è possibile; ma suppone di solito la presenza simultanea di parecchi ministri del sacramento; e ciò, non è sempre facile. Ma noi ci auguriamo, specialmente per i gruppi omogenei: ragazzi, giovani, lavoratori, malati, pellegrini, eccetera, ch’essa diventi di più abituale celebrazione, perché consente una migliore preparazione e un più ordinato svolgimento.

Poi v’è la terza forma, con riconciliazione collettiva e assoluzione unica e generale. Ma questa forma ha carattere eccezionale, di necessità, in casi consentiti dal Vescovo e con l’obbligo residuo dell’accusa individuale, in un momento successivo, dei peccati gravi, cioè mortali.

Tutte queste cose le avete già sentite ripetere, e le sentirete ancora. Sentirete anche precisare e rettificare certe notizie inesatte, che sono state divulgate circa il nuovo rito del sacramento della penitenza, come quella dell’abolizione dei confessionali: il confessionale, in quanto diaframma protettivo fra il ministro ed il penitente, per garantire l’assoluto riserbo della conversazione loro imposta e loro riservata, è chiaro, deve rimanere. (Si può ricordare, ad esempio, ciò che scrive il Guitton circa un singolare sacerdote, maestro di spirito, pensatore finissimo, l’Abbé Guillaume Pouget, Lazzarista, al quale - Paris, rue de Sèvres, 85 - andava facilmente ogni genere di persone, spesso rinomate e altolocate; andava nella sua stanza e spesso finalmente si confessava, perché era cieco) (Cfr. J. GUITTON, Portrait de M. Pouget, Gallimard 1941; Dialogues avec M. Pouget, Grasset 1954).

Ma due cose, molto semplicemente, noi vorremmo raccomandare in ordine a questo tema, che crediamo molto importanti. La prima, a tutti: quella di dare e di restituire, se occorre, al sacramento della Penitenza la funzione capitale, ch’esso riveste nella vita cristiana; non v’è, in pratica, redenzione dalla fragilità umana, si può dire, e non v’è vocazione vera alla sequela di Cristo, e perfezione spirituale, che non derivi dalla frequenza severa e sapiente di questo sacramento; sacramento dell’umiltà e della gioia. L’altra ai Sacerdoti: quella di raccomandare loro la stima, la pratica, la pazienza e l’arte della cura d’anime, proprie di questo ministero.

Non si tratta di dare al proprio sacerdozio un indirizzo «integralista», come si dice, individualista, assente dai grandi problemi comunitari e sociali; si tratta d’essere fedeli alla propria vocazione di ministri della grazia e di specialisti nella medicina delle anime, quanto e più dei moderni psicologi e psicanalisti. Due raccomandazioni vivissime, con la nostra Apostolica Benedizione (Cfr. R, GUARDINI, La coscienza, Morcelliana, Brescia; Valore e attualità del Sacramento della Penitenza, Pianazzi e Triacca, Pas Verlag 1974).


Paolo VI Udienze 1974 - Mercoledì, 20 febbraio 1974