
Paolo VI Omelie 1974 - Mercoledì delle Ceneri, 27 febbraio 1974
Uno stile di vita profondamente rispondente al Vangelo e uno sforzo generoso per costruire una vera comunità ecclesiale: questo Paolo VI ha raccomandato a quanti hanno preso parte alla Stazione Quaresimale di ieri, domenica 17 marzo, nella parrocchia di S. Maria Ausiliatrice al Tuscolano. Parlando ai fedeli dopo il Vangelo, il Santo Padre anzitutto rivolge il suo saluto al Cardinale Vicario Poletti, al Vescovo Ausiliare Mons. Terrinoni, a tutto il clero e in modo particolare al parroco Don Giovanni Sansoé, nonché ai superiori salesiani, al piccolo clero, alle comunità religiose della parrocchia («le brave, le buone suore che danno la loro vita e il loro esempio alla comunità, e assistono tanta gioventù»), a tutti i presenti.
S. Maria Ausiliatrice al Tuscolano è una parrocchia «importante», anche per il grande numero dei fedeli che la compongono.
Il Papa vi si è recato come Vescovo di Roma per portare a tutti la testimonianza del suo affetto e la sua benedizione. «Sono vostro Vescovo, sono Vescovo di Roma, e cioè ciascuno di voi ha diritto di chiedere a me tutto quello che io posso dare del mio ministero, della mia vita stessa, poiché io appartengo alla vostra comunità e a ciascuna delle vostre anime. E voi siete miei, io vi posso chiamare tutti fratelli e figli. E per questa parentela saluto tutti e vorrei che nessuno si sentisse dimenticato, perché siete tutti nel mio cuore».
Commentando gli episodi evangelici letti poco prima, Paolo VI sottolinea un concetto: quello della penitenza. «Preme alla Chiesa e preme a Cristo - egli spiega - che facciamo penitenza. È una parola difficile, che può risultare antipatica, che spaventa e provoca quasi soggezione e diffidenza. Che cosa voleva dire il Signore quando, andando per le strade della Galilea e di Gerusalemme, raccomandava e predicava ai suoi uditori la penitenza? Due cose, principalmente. Anzitutto, l’orientamento della nostra vita. Dobbiamo scegliere la nostra strada. La maggior parte degli uomini non si pone nemmeno questo problema. A che serve la mia esistenza? Dove sono incamminato? Dove devo dirigermi? Se un uomo vuol compiere qualcosa nella vita, deve fare la sua scelta. Invece andiamo avanti ad occhi chiusi, a caso, e non ci poniamo questo problema fondamentale. E il Signore ci dice: mettetevi sulla strada buona. Il Vangelo ci dice: convertitevi, cioè prendete la direzione giusta, guardate di scegliere la strada che conduce alla meta. Non vivete a caso, abbiate il senso della vita, abbiate la sapienza che deve dirigere i vostri passi. Come uno che cammina nella notte non può andare se non ha una lampada, se non ha un lume che gli rischiari il sentiero, così dobbiamo essere noi. E Gesù ci dice questa cosa semplicissima, ma fondamentale e tante volte dimenticata: scegliete la strada. E in altra pagina del Vangelo dirà: Sono io la via, sono io la strada, dovete scegliere me, perché io sono la strada che conduce alla vera esistenza: io posseggo il senso della vostra vita, io vi posso dire perché e come si deve vivere. È un problema centrale, che la Chiesa ritorna anno per anno a proporci e ci dice: convertitevi, cioè rettificate il vostro cammino».
In secondo luogo, penitenza significa una disciplina, una regola, un ordine, uno stile di vita che deve dirigere i passi. Non si può camminare disordinatamente. Bisogna essere padroni del proprio cammino e del proprio modo di comportarsi sulla strada che si è scelta. «Questo vuol dire fare penitenza. So che specialmente questo secondo precetto adesso non è ascoltato volentieri, non è colto bene dall’opinione pubblica e dal modo di pensare moderno. Non si vogliono maestri, non si vogliono superiori, non si vogliono guide. Si vuole sostituire ad essi il proprio istinto, il proprio capriccio, la propria passione. Questo è sbagliato. Bisogna dare alla propria vita lo stile che il Signore vuole. L’uomo è un essere complesso, con i suoi capricci, con i suoi sensi, con la sua impressionabilità; si sente attratto di qua e di là e disperde il suo tempo, passano gli anni e consuma le sue forze per niente, e tante volte contro di sé, perché ha voluto scegliere ciò che più gli piaceva. Ma è la verità, dice il Vangelo, che vi farà liberi. Dobbiamo scegliere la verità, cioè quello che il Signore ci ha insegnato, per dare alla nostra vita la sua guida».
«Sappiamo di essere - prosegue Sua Santità - degli esseri infermi, che hanno subito, senza volerlo, ereditandolo, il malanno del peccato originale. Siamo degli esseri indisciplinati. Dobbiamo imprimere alla nostra vita una disciplina, un ordine. Dobbiamo far presiedere alla nostra esistenza un pensiero, una sapienza. Dobbiamo essere padroni di noi. E per conseguire questa padronanza occorre la penitenza. Dobbiamo privarci di ciò che ci porta al male e al peccato, moderare certe passioni che ci portano a perdere di vista i fini maggiori e minori. Dobbiamo dare alla nostra vita quello stile superiore che al grado sublime si chiama santità. Una volta i cristiani si qualificavano proprio con questo nome: i santi, coloro che vivevano in grazia di Dio e secondo la parola di Dio. Questa è la nostra strada, la nostra legge. Cerchiamo di essere autentici cristiani, di farci dirigere, dalla parola e dalla sapienza di Dio, ad accettare le imposizioni, le mortificazioni, la croce se è necessario, per essere fedeli alla scelta che deve presiedere alla nostra vita».
Infine Paolo VI, nel sottolineare la bellezza e la vastità della chiesa parrocchiale, così maestosa, solenne e solida, suggerisce ai presenti un ultimo spunto di meditazione. «Avete costruito il tempio materiale; costruite la Chiesa viva. La Chiesa siete voi; questo tempio è soltanto l’ambiente che la raccoglie. Dovete costruire la vostra comunità come una unità che ha al suo centro il parroco e coloro che presiedono al vostro bene spirituale. Dovete lasciarvi penetrare da questo senso di unità, di comunione, che in linguaggio evangelico si chiama essere fratelli, che vuol dire volersi bene, aiutarsi, avere il senso della giustizia e dell’armonia fra quanti compongono una data società. Non siete una società anonima e dispersa, siete una famiglia, un corpus, un’unità».
«Avete sentito il mese scorso - aggiunge Paolo VI – che Roma è stata tutta interessata dalla Settimana promossa dal Cardinale Vicario per la giustizia e per il bene comune della comunità ecclesiale. Voi siete una porzione di questa comunità e dovete sentire questo senso di solidarietà, di amicizia, di fraternità, di volersi bene, di perdonarsi, di aiutarsi, di essere felici, di essere in tanti, di essere insieme, di celebrare insieme, di cantare insieme, di vivere cristianamente insieme. Questo senso della “ecclesia”, della Chiesa, che vuol dire Assemblea, deve essere profondamente trasfuso nei vostri spiriti, specialmente nella gioventù, nei ragazzi, nella generazione che cresce. Che senta la fortuna di avere questa casa spirituale come ha una casa per la propria famiglia naturale. Qui sono le anime che si fondono insieme, sono i cuori che cantano insieme, sono le labbra che pregano insieme. È l’unità di Cristo che viene a trasfondersi e a fare di noi una cosa sola, un corpo solo. Noi diventiamo il Corpo Mistico di Cristo se costruiamo nella fede e nella carità questo senso di unità e di collaborazione di amore che deve distinguere la Chiesa cattolica proprio come una religione di Dio e dell’uomo».
Un martire, un nuovo martire è riconosciuto oggi dalla Chiesa, e proposto alla venerazione dei fedeli. Il suo nome è quello del sacerdote Liborio Wagner, della diocesi di Würzburg, ucciso a trentotto anni di età, per causa della sua confessione cattolica, il 9 dicembre 1631. Varie cause hanno ritardato il riconoscimento ufficiale del suo martirio, ma ora finalmente esso risulta storicamente e canonicamente provato. E se davvero, come dicono i fatti e la fama di questo servo di Dio, egli è un martire, dunque egli è un cittadino del cielo, egli è «beato».
La prima e più forte impressione, che una tale notizia produce negli animi nostri è la meraviglia; sentimento questo che non nasce soltanto da questo momento di generale consenso della Chiesa, né dall’improvviso e ineffabile splendore di questa nuova stella che si accende al nostro sguardo nel firmamento escatologico della celeste città, ma dalla considerazione obiettiva di chi sia un martire.
Questo termine acquista in questo momento il suo pieno e stupendo significato.
Chi è un martire, nel linguaggio autentico che la Chiesa attribuisce a questa troppo spesso enfatica e abusata parola? Martire è un seguace di Cristo, che dà a Lui testimonianza col proprio sangue. Egli confessa Cristo col sacrificio cruento della propria vita.
Annuncia la propria fede morendo per essa. Dimostra con la prova più forte di cui l’uomo sia capace la fermezza della propria convinzione; non solo, il martire attesta in modo originale la verità religiosa di tale convinzione, perché egli non avrebbe da se stesso la forza sufficiente per soffrire volontariamente, senza opporre violenza a violenza, l’atrocità del martirio se l’energia dello Spirito Santo non subentrasse nella sua debolezza per trasformarla in eroismo puro (Cfr. Matth. Mt 10,19). Egli proclama, con una evidenza che stupisce, l’esistenza d’un valore, la fede, che vale più della vita, fino a dimostrare che la fede è essa stessa la vera vita.
Noi siamo abituati alle notizie di scene di sangue e di storie in cui la violenza e la malizia si manifestano in forme drammatiche e impressionanti e ci lasciano profondamente turbati; ma quando questi avvenimenti riguardano una persona, che chiamiamo martire, non possiamo non rilevare due note salienti, le quali, senza attenuare l’orrore per la crudeltà del fatto, vi aggiungono uno stupore, che confina con l’ammirazione e con la pietà; e sono queste due note, una quella della non resistenza da parte del paziente, il quale piuttosto oppone alla fierezza dell’aggressione una singolare mitezza; l’altra quella d’un’intenzionale affermazione spirituale da parte della vittima, affermazione espressa nel sangue e nella morte, che conferisce al tragico episodio il significato ed il valore d’un sacrificio. La figura della vittima assume l’aspetto dell’agnello; ed il simbolo dell’«Agnus Dei», che subito si affaccia allo spirito, richiama il ricordo di Cristo e quasi l’identificazione del martire col divino Crocifisso; e, come avviene alla memoria della straziante morte di Liborio Wagner, sopra il dolore e lo sdegno per la sua spietata condanna prevale la visione della sua fortezza e della sua umiliata bontà. Per questo, noi dicevamo, un senso di meraviglia ci invade, e ci ritornano alla memoria le parole di Sant’Agostino: «nei martiri Cristo stesso diventa testimonio»; ed il martire tale è non tanto per la pena a lui inflitta, quanto per la causa per cui essa 6 sofferta: Martyrem non facit paena, sed causa.
Lasciamo dunque che l’ammirazione invada ora i nostri animi e con l’ammirazione il gaudio che la vittoria del martirio reca con sé. «Questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede» (1 Io. 5, 4).
Wir müssen der verehrungswürdigen Kirche von Würzburg unsere herzliche Mitfreude zum Ausdruck bringen. Denn ihre jahrhundertealte religiöse Überlieferung wird durch die Seligsprechung dieses ihres Sohnes Liborius Wagner geehrt, der ihr als Märtyrer des katholischen Glaubens zur Verehrung und Nachahmung vorgestellt wird. Wir selbst sind von Freude über diese Verherrlichung erfüllt und haben den Wunsch, daß sie sich fruchtbar auswirken möge für die Erneuerung des christlichen Glaubens, und zwar nicht nur für die Diözese, aus der Liborius hervorgegangen ist, sondern ebenso für die gesamte heilige katholische Kirche.
Der Verlauf seines kurzen Lebens, das auf dieser Erde erlosch, um sich durch seinen schmerzvollen und glorreichen Tod im Rimmel fortzusetzen, ist in jedem Abschnitt sehr bedeutungsvoll und verdient es, jetzt im Lichte der heutigen Verherrlichung unter seinen verschiedenen Gesichtspunkten betrachtet zu werden für eine neue Erwägung des geschichtlichen und geistlichen Rahmens, in dem es sich abspielte.
Viele bedeutungsvolle Umstände im Leben des seligen Liborius legen uns ernste und fruchtbare Überlegungen nahe. Ist seine Herkunft aus einer guten und vorbidlichen protestantischen Familie nicht schon für uns ein Grund achtungsvoller Wertschätzung des religiösen und christlichen Erbes, das sich bei der deutschen Bevölkerung trotz aller aufwühlenden Veränderungen dieser stürmischen Zeit erhalten hat? Und die Hinwendung von Liborius zum katholischen Glauben, dem diese Gebiete durch so viele Jahrhunderte mit so hochbedeutsamer und reicher Blüte christlichen Lebens und menschlicher Kultur angehörten, ist dies für uns alle nicht ein Grund zu geschichtlicher Oberlegung und zur Hoffnung für die Wiederherstellung der vollkommenen Einheit der Kirche, die immer ersehnt ist? Und muß diese Einheit, die sich von Christus ableitet und auf Christus ausgerichtet ist, nicht leiden unter der jetzt bestehenden Trennung, und darf man nicht hoffen, daß diese Trennung ihre glückliche Wiedervereinigung finde in dem einen und einzigen Glauben sowie einer neuen lebendigen Liebe?
Es möge uns gestattet sein, bei dieser Gelegenheit an die christlichen Brüder, die noch nicht in voller Gemeinschaft mit dem Apostolischen Stuhl leben, ein ehrerbietiges und herzliches Grußwort zu richten, und zwar im Namen des seligen Liborius, der uns allen den Wunsch nach einem Ukumenismus im Herzen zu bekräftigen scheint, der die Eintracht und den Frieden erneuert. Er, der selige Liborius, ist ein Beispiel, ist ein Märtyrer, den wir freilich nicht feiern wollen als eine «gezielte Glaubenskundgebung», nämlich um aus seinem Martyrium einen Grund zur Polemik und zur Anklage zu machen, wohl aber als ein Zeugnis des Beispiels für alle und der Einladung zur Versöhnung und zum Geiste der Brüderlichkeit.
Die Tatsache, daß Liborius Schüler einer hochangesehenen Schule war und dann sein junges Leben dem Priestertum und der Seelsorge weihte, wieviel Anregungen konnten wir hieraus schöpfen, um der ganzen Kulturwelt unsere Wertschätzung und unsere über-Zeugung zum Ausdruck zu bringen, daß eine Übereinstimmung zwischen wissenschaftlichem Denken und christlichem Glauben nicht nur möglich, sondern immer auch notwendig ist! Und wie gern möchten wir hier in diesem Augenblick ein wenig länger verweilen, um einen väterlichen und mitbrüderlichen Gruß an die Priester und Ordensleute zu richten, die auch heute noch ihr Leben Christus und der Kirche vollständig und für immer weihen! In besonderer Weise möchten wir sie nicht nur auf das leuchtende Beispiel des seligen Liborius Wagner hinweisen, sondern auf sie ebenso die geheimnisvolle und stärkende Kraft seines Schutzes herabrufen!
Und im Vertrauen, daß wir alle den neuen Seligen als Beispiel christlicher Stärke und Schützer unseres christlichen Glaubens in steter Treue zur Kirche Christi haben dürfen, segnen wir den Oberhirten der Diözese Würzburg und alle anderen anwesenden deutschen Bischöfe sowie die Vertreter der staatlichen Behörden und alle Gläubigen, die dieser erhebenden liturgischen Feier beiwohnen.
Fratelli e Figli! e voi Giovani amici, che oggi, con intenzione speciale, Abbiamo invitati a questa celebrazione!
Voi sapete che due letture evangeliche sono oggi offerte alla nostra attenzione. La prima riguarda la solenne entrata di Gesù a Gerusalemme, alcuni giorni prima della sua passione; l’altra, durante la Messa, ci presenta la lunga narrazione di San Luca evangelista della passione stessa del Signore, che noi rileggeremo nel venerdì santo successivo, nella narrazione dell’evangelista Giovanni; perciò noi oggi fermiamo l’attenzione sulla prima lettura, quella così detta delle palme, la quale caratterizza in modo speciale questa domenica.
È molto importante conoscere il significato di questa scena evangelica. Voi la ricordate; ne avete ascoltato poco fa la lettura.
Gesù, come re mansueto (Mt 21,5), cavalcando un asinello, sale dalla parte orientale della città, dopo Bethania, da Bethfage verso una delle porte orientali, a Gerusalemme. Ciò ch’è da notare è la folla, una folla immensa, colà addensata, anche per l’enorme afflusso di gente, che confluiva a Gerusalemme, venendo da ogni parte della Palestina, in occasione della Pasqua ebraica, che si celebrava proprio in quei giorni. Ed è da notare che Gesù, sulla sua modesta cavalcatura, diventa il centro d’una straordinaria manifestazione. Tutti si stringono d’intorno a lui, il Maestro che per i suoi miracoli e i suoi discorsi faceva tanto parlare di sé, dopo la risurrezione di Lazzaro, specialmente per una questione che turbava assai l’opinione pubblica, e che i capi ebrei di Gerusalemme non volevano nemmeno che si prospettasse. La questione era questa: chi è questo Gesù di Nazareth? chi è questo giovane maestro, che fa tanto parlare di sé? chi è? un profeta? un seduttore del popolo? chi è? Il Messia? Ecco una parola importante per capire il significato e la passione di quell’avvenimento.
Messia, che vuol dire il consacrato da Dio, era un personaggio profetico, il cui nome prestigioso attraversa, da Davide in poi (Cfr. 2 Sam. 2S 7) la storia avventurosa e infelice del popolo ebraico, come un segno di speranza, di liberazione, di grandezza. Questa idea della venuta del Messia s’era impadronita dell’opinione pubblica, sotto la dominazione dei Romani, proprio al tempo di Gesù. La predicazione di Giovanni, questo gagliardo e selvatico profeta, con la sua fiera parola e con il suo battesimo penitenziale, verso le foci del Giordano, aveva riacceso l’attesa, come imminente, del Messia; la predicazione incantevole e la figura sorprendente di Gesù avevano animato questo presentimento, ma nello stesso tempo avevano sollevato, nell’elemento dominante farisaico, una sorda opposizione alla ipotesi che Gesù, un operaio di Nazareth, privo d’ogni segno di potenza politica e di regalità gloriosa, ma forte di parola polemica e di miracoli conturbanti, fosse riconosciuto come Messia; era un personaggio equivoco e pericoloso; bisognava sopprimerlo (Cfr. Io. 7, 25 ss.). Ed ecco invece che Gesù, contrariamente al suo solito, quel giorno si faceva conoscere, semplice e umile, ma per quello che era: il Figlio di Davide, cioè il Messia.
Qui si innesta una circostanza decisiva, ch’è quella per noi ora interessante: l’acclamazione della folla. Infatti la folla, che doveva essere immensa e invasa da un unico sentimento, riconobbe e proclamò Gesù di Nazareth, l’umile profeta, che saliva verso Gerusalemme su quella popolare cavalcatura, senza vittorie militari e politiche, per quello ch’Egli veramente era, quale «Figlio di David», cioè come mandato da Dio, come erede delle secolari speranze del Popolo ebraico, come Colui che veniva a liberare e a salvare la sua gente ed a instaurarne i nuovi destini. Autentica l’identificazione della Persona, illusoria tuttavia l’interpretazione del regno: non si trattava più del regno terrestre di David, ma del «regno dei cieli» (Ev. Matth.), del «regno di Dio», predicato da Cristo nel Vangelo. Sulla croce di Gesù però lo scritto di Pilato, in tre lingue, che enunciava il motivo della condanna del Signore a quel supplizio spietato, dirà ancora l’accusa che lo qualificava: «Re dei Giudei»: come tale fu crocifisso.
Ma ciò che a noi preme notare è che la proclamazione messianica di Gesù fu, sì, da lui predisposta, ma avvenne per voce di popolo; e nel popolo chi più fece risuonare quella profetica, storica e religiosa acclamazione fu il grido dei giovani, fu la voce squillante dei fanciulli. E questo per noi ha valore simbolico e permanente.
Ed ancora oggi, giovani e ragazzi che qui ci ascoltate, noi possiamo ripetere: tocca a voi, tocca a voi proclamare la gloria, svelare la missione, affermare l’identità di Gesù Cristo: Egli è il Messia, Egli è il centro dei destini dell’umanità, Egli è il liberatore, Egli è il Salvatore; e ne comprenderemo poi le ragioni profonde: perché Egli è ad un tempo Figlio dell’uomo, cioè l’uomo per eccellenza, e Figlio di Dio, cioè il Verbo di Dio che si è fatto uomo; è il Maestro, il Pane celeste del mondo; è colui di cui nessuno può fare senza; è colui di cui tutti dobbiamo e possiamo essere amici; Egli ci conosce, Egli ci ama, Egli ci salva; Lui è la Luce dell’umanità, Lui la via, la verità e la vita. L’entusiasmo per Cristo, quando si è capito qualche cosa di Lui, non ha limite; Egli è la gioia del mondo, la nostra gioia!
Giovani e ragazzi che ci ascoltate! Voi specialmente dovete comprendere questo messaggio messianico. Voi dovete capire Cristo, con un intuito speciale, sì, che possiamo dire carismatico: è il vostro dono, la vostra sapienza; capire Cristo! (Cfr. Matth. Mt 11,25)
Con questo primo risultato: deve nascere in voi la persuasione di dovere dare, in qualche modo, testimonianza a Cristo.
Dare nuova e vittoriosa testimonianza a Cristo, nel nostro tempo, tocca alla nuova generazione, tocca ai fanciulli, tocca all’adolescenza, tocca alla gioventù! oggi tocca, se domani dovrà essere compito degli adulti.
Il discorso diventa complicato e delicato: come possono i ragazzi ed i giovani essere testimoni di Cristo? e ciò che diciamo per l’elemento maschile vale senz’altro per quello femminile; le ragazze lo sanno. Dunque: come essere testimoni di Cristo? Noi potremmo restringere l’immensa e difficile estensione di questo dovere in una sola parola : siate cristiani, davvero. Siete stati battezzati: vi pensate? pregate, cioè parlate a Cristo e a Dio, il nostro amatissimo Padre celeste? siete sinceri e bravi, alla sua presenza? volete bene alle vostre Famiglie e alle vostre Scuole? fate qualche atto di bontà per chi soffre? eccetera. Voi tutte queste cose le conoscete e certamente le fate: ebbene, voi date testimonianza a Cristo, se e perché vivete da cristiani.
Ma v’è qualche cosa di più da fare: la testimonianza comporta qualche atto positivo di adesione a Cristo. Ebbene, ascoltate. Vi indichiamo una breve scala, che sale verso la testimonianza a Cristo.
Il primo gradino è quello del coraggio per il nome cristiano (Cfr. 1 Petr. 4, 16): vi vergognate d’essere cristiani? d’andare in Chiesa? Questa è una prima viltà da superare; non bisogna avere vergogna e fuggire quando l’apparire religiosi e cattolici provoca gli scherni altrui, o crea qualche pericolo per il nostro nome, o il nostro interesse (Cfr. Marc. Mc 14,51).
Secondo gradino da superare: è quello della critica malevola e spesso ingiusta verso la Chiesa, le sue istituzioni, i suoi uomini; è diventata una moda, la contestazione, che mette l’amarezza e la superbia nel cuore, e inaridisce la carità, anche se assume forme puritane, che pur troppo scivolano spesso nella simpatia ed anche nella solidarietà con i nemici della Chiesa. Siate fedeli ed umili, e sarete forti, e potrete dare buone e positive testimonianze alla vostra professione cristiana e cattolica. E terzo gradino: siate desiderosi e fieri di dare il vostro nome e la vostra attiva adesione a qualche istituzione militante nel campo dell’azione, o della pietà, o della carità. Oggi, lo sappiamo, non si vuole più militare per qualche causa, o qualche idea, che sappia di religioso, o di cattolico, o di cristiano, o anche di puramente e nobilmente civile; si preferisce rimanere liberi ed esonerati da obblighi organizzativi. Questo non è sempre bene; la testimonianza viene più facile e più forte dall’unione, dall’impegno comunitario, e dalla fedeltà collettiva. Per di più noi non dobbiamo dare nei nostri animi la preferenza per le vie facili dell’indifferenza ideale, spirituale e sociale. L’individualismo, l’isolamento, la noncuranza per le cause buone non sono conformi allo stile cristiano, specialmente in ordine a ciò che ora ci interessa, la testimonianza a Cristo Signore.
Ebbene sappiate, giovani e ragazzi carissimi, che la Chiesa, e forse la storia, attende proprio da voi in questo tempo una professione cristiana, non smentita, non simulata, non indifferente, ma franca, coerente, gioiosa, ed anche, per il nostro mondo moderno, esemplare e convincente.
Ci ascoltate? siete disposti a levare in alto le vostre palme, i vostri rami d’ulivo, e ad acclamare Cristo con noi: Evviva, evviva Cristo Signore?
Tutti insieme, agitando i rami della gioia e della pace, ripetiamo: evviva Cristo Gesù!
Fratelli miei e Figli carissimi!
Dove siamo? perché siamo qui riuniti? che cosa stiamo facendo? La celebrazione di questo rito esige da noi un momento d’intensa concentrazione.
È pur vero: essa non è in sostanza che una Santa Messa, quale noi celebriamo ogni giorno e moltiplichiamo in tanti luoghi diversi. Ma oggi questo rito vuole assumere il suo pieno e originario significato. Esso vuole ricordare, anzi rinnovare le sue ragioni costitutive, e acquista per noi, in ogni suo aspetto, un rilievo particolare; noi vogliamo onorare la sua misteriosa e complessa realtà; la sua origine, ch’è l’ultima Cena del Signore; la sua natura, ch’è il sacrificio eucaristico; i suoi rapporti con la Pasqua giudaica, memoriale della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù e poi segno della promessa messianica circa i futuri destini di quel popolo; il suo aspetto innovatore, ch’è l’inaugurazione d’un nuovo Testamento, d’una nuova alleanza, cioè d’un nuovo piano religioso, eminentemente più elevato e più perfetto, fra Dio e l’umanità, mediante il sacrificio d’una vittima unica e nuova, Gesù Cristo stesso . . . Noi siamo collocati all’incrocio delle grandi linee traiettorie dei destini storici, profetici e spirituali dell’umanità: qui si conclude l’Antico Testamento; qui si inaugura il Nuovo; qui l’incontro con Cristo, da evangelico e particolare, si fa sacramentale e universalmente accessibile, qui la intenzione fondamentale della sua presenza nel mondo, con la celebrazione dei due misteri essenziali della sua vita nel tempo e sulla terra, l’Incarnazione e la Redenzione, si svela in gesti ed in parole indimenticabili: «sapendo Gesù, dice infatti il Vangelo, che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Io. 13, 1), cioè fino all’estremo limite, fino al dono supremo di Sé.
Questo è il tema sul quale ora dobbiamo fissare la nostra attenzione. Non ne saremo veramente capaci, come non sono capaci i nostri occhi di sostenere lo sguardo diretto della luce del sole. Ma non dovranno questi nostri occhi umani e fedeli stancarsi di contemplare ciò che il misterioso fulgore dell’ultima Cena fa risplendere davanti a noi: i gesti dell’amore che si offre e si dà, e che assumono l’aspetto e la dimensione d’un amore assoluto, divino; l’amore che si esprime nel sacrificio.
L’amore, nell’esperienza umana, è un termine terribilmente equivoco, a seconda dei beni a cui si rivolge; può significare le passioni più abbiette e più sordide, può camuffarsi nell’egoismo più esigente e maligno, può bilanciarsi in legittime reciprocità trovandosi pago di ciò che riceve per ciò che ha dato, e può concedersi con calcoli di quasi inavvertito interesse; e può finalmente darsi gratuitamente, realizzandosi nella sua essenziale definizione, per amore, senza considerare il merito di chi lo riceve, né il compenso che gli sarebbe dovuto.
Puro, totale, gratuito, salvifico amore; tale fu l’amore di Cristo per noi: e quest’ultima sera della vita terrena di Lui ce ne offre le prove commoventi e profonde.
Beati noi, se, avidi come siamo di cose grandi e singolari, sapremo soffermarci sullo studio, sulla contemplazione inesauribile di questo amore di Cristo, in certo modo come ci si lascia incantare dalla visione sensibile delle cose sconfinate, del cielo profondo, del mare senza rive, del panorama dai limiti inaccessibili! E ciò tanto più che noi sappiamo come l’Eucaristia, che ora ci abbaglia, è la figurazione, trasparente alla fede, della Croce: quel Gesù, ch’è ora glorioso in cielo alla destra del Padre, vuole essere da noi rilevato nell’atto perenne del suo sacrificio; tale infatti è il significato cruento del Corpo e del Sangue, immolati sulla Croce, a noi apparenti nei simboli incruenti delle specie del pane e del vino. Il Crocifisso è davanti a noi. Dolore ed amore ci inondano. La scena del Calvario sembra delinearsi intorno a noi. La mensa è diventata un altare: «Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo; prendete e bevete, questo è il mio Sangue».
Il prodigio continua e si dilata. «Fate questo in memoria di me»: il sacerdozio cattolico nasce da questo amore e per questo amore: ogni fedele cristiano sarà così invitato a questa mensa ineffabile, a questa incomparabile comunione: «Noi, dirà l’Apostolo, siamo un solo corpo, pur essendo molti, poiché tutti partecipiamo dell’unico pane» (1 Cor. 1Co 10,17).
Qui lo spirito, fisso nello studio del mistero eucaristico, scopre il profilo del «Cristo totale»: Gesù, il capo e le sue membra formanti un unico mistico corpo, la sua Chiesa, vivente in Lui animata dallo Spirito Santo: ecco i mille e mille eletti alla partecipazione del sacerdozio di Cristo, «stirpe che il Signore ha benedetto» , isti sunt semen cui benedixit Dominus come abbiamo letto nella Missa chrismalis (Is 61,9) di questa mattina; sono i nostri confratelli, sono i nostri collaboratori, ai quali è stato conferito il sacerdozio ministeriale, questa specie di potestà prodigiosa, che ci identifica, sotto certi aspetti, a Cristo medesimo, abilitandoci ad attualizzare la sua sacramentale presenza, e a risuscitare le anime morte per il peccato in virtù della sua operante misericordia. Vada in questo momento a voi, sacerdoti, che qui ci assistete, ed a tutti e ai singoli sacerdoti della santa Chiesa, sparsi sulla faccia della terra, il gioioso .e fremente saluto, - in osculo pacis -, della nostra comunione in Cristo, unico e sommo Sacerdote della nuova Alleanza, da Lui sancita nella Cena sacrificale e memoriale del Giovedì Santo.
E così subito rifulga l’altro prodigio della moltiplicazione sacramentale dell’Eucaristia, resa accessibile, mediante il nostro umile e sublime ministero sacerdotale, nella sua immediata pienezza di comunione con Cristo a tutti e ai singoli fedeli, disposti all’ineffabile incontro: a tutti, ad ognuno di questi fratelli oggi il saluto gioioso della nostra pace.
Che cosa stiamo dicendo? che cosa anzi celebrando? tutta la Chiesa alimentata dall’unico Cristo, vittima immolata per la nostra salvezza, una salvezza consumata nella trasfusione in noi della sua vita divino-umana, mediante la comunione con Lui, fattosi nostro sacramentale alimento? «chi mangia di me, vivrà per me» (Io. 6, 56-57), proclama Cristo Gesù. È davvero così? Noi lo ascoltiamo con fede, trasognati, estatici, quasi in un sogno surreale; beati!
Ma il mondo, il nostro mondo, come può accogliere questo messaggio? Non crea esso una distanza invalicabile fra la Chiesa vivente e il mondo moderno, secolarizzato e profano? Oh! è vero! Durus est hic sermo, è difficile questo discorso (Jn 6,60). È difficile, sì; ma è il discorso dell’unità, dell’amore, della gioia, della salvezza, della verità; non è forse discorso anche per l’uomo moderno, per l’uomo autentico, per l’uomo in perenne ricerca di novità e di vita? Noi auguriamo che anch’esso, l’uomo moderno, lo possa, per sua fortuna, comprendere.
Unser gruss gilt heute zunächst der Stadt Aachen, dieser geschichtsreichen Stadt in Westdeutschland, und ihrer Diözese, in der unsere neue Selige, Franziska Schervier, die wir in dieser heutigen Feier ehren, geboren ist. Mit überaus grosser Freude sehen wir, wie diese grosse Ordensfrau ihrer berühmten und gesegneten Heimat zur Ehre gereicht, wo die kaiserliche und bürgerliche Geschichte Europas des Mittelalters und der Folgezeit sich mit der Tradition der katholischen Kirche verbindet, und wo im erhabenen Symbol der herrlichen zweifachen Kathedrale sich zwei ursprüngliche stilistische Ausdrucksformen, zwei Arten der Kunst und der Spiritualität, das Romanische und das Gotische nämlich, oder vielmehr zwei Volksarten, die lateinische und die germanische, in zwei berühmten und grossartigen Monumenten, die beide geschichtsreich und für dieselbe christhche Zivilisation äusserst bezeichnend sind, in einer unzertrennlichen brüderlichen Einheit begegnen.
Wir grüssen damit den verehrten Bischof von Aachen, unseren frommen und eifrigen Mitbruder, Monsignore Johannes Pohlschneider, und mit ihm zusammen den Klerus und die Gläubigen seiner Diözese; ferner auch all diejenigen, die aus der angrenzenden und ehrwürdigen Metropolitankirche von Köln und aus dem ganzen Katholischen Deutschland hier persönlich oder im Geiste zugegen sind. Und wie wir glauben, sind es recht viele, die uns alle teuer sind und in Frieden und Eintracht mit uns leben. Sodann gilt unser ehrerbietiger Gruss den Vertretern der deutschen staatlichen Behörden, die zu diesem festlichen Anlass erschienen sind.
Und schliesslich grüssen wir auch die Töchter der Seligen, die Armen Schwestern vom heiligen Franziskus, die heute mit uns und der ganzen Kirche die Freude teilen, von ihrer Gründerirr, der neuen Seligen, Franziska Schervier, die Tugenden offiziell anerkannt, ihre Verdienste gepriesen und ihre lokale Verehrung genehmigt zu sehen.
Noi siamo subito obbligati ad offrire alla medesima nuova Beata il tributo della nostra venerazione, quale da noi esige la narrazione storica della vita di Francesca Schervier; ma noi non oseremo in questo momento tracciare il profilo biografico della Beata, perché esso esigerebbe troppo lungo discorso, e perché pensiamo che la sua figura sia già ben nota agli uditori e alle uditrici presenti a questa cerimonia conclusiva dei lunghi studi analitici e agiografici sempre richiesti per una solenne ed ufficiale beatificazione.
Noi ricorderemo soltanto che il quadro storico nel quale si svolge la vita di Francesca Schervier è quello tanto ricco e complesso dell’ottocento; e precisamente il periodo che va dall’anno di nascita 1819 di Francesca all’anno della sua morte 1876; cinquantasette anni, pochi rispetto all’attività che li ha colmati e alle opere che vi hanno trovato l’origine; periodo storico di intensa trasformazione politica e spirituale, che si svolge dalla nuova configurazione dell’Europa dopo l’epopea napoleonica, e arriva all’affermazione dei due Imperi allora rivali, quello Francese e quello Germanico, dei quali tutti ricordiamo le avventurose vicende. Il quadro geografico invece è quello, dicevamo, della Germania occidentale, nella zona confinante con il Belgio e con la Francia, alla quale la diocesi di Aquisgrana, dal 1797 al 1815, era stata incorporata. Vi sarebbe molto da dire circa l’influsso che le condizioni sociali del tempo e del luogo esercitarono sulla famiglia, impegnata negli uffici civili della città, e sulla formazione della nostra Beata, e quindi circa la sua educazione spirituale e la sua sensibilità sociale. Il nuovo sviluppo civile e industriale era ai suoi inizi, ma in pieno svolgimento; grande attività, ma grandi bisogni; e questi tanto più avvertiti quanto maggiore il primo progresso economico e sociale segnava penosi, trascurati e intollerabili dislivelli nella compagine della popolazione.
Cattolico l’ambiente; donde l’avvertenza più urgente e più dolorosa della presenza dei poveri nella società in evoluzione ed in via di prendere quella coscienza di sé che troverà, alla metà del secolo, le sue più amare e caratteristiche espressioni, sia dottrinali che operative, di cui il nostro tempo sente tuttora le pesanti e colossali conseguenze.
Abbiamo nominato i poveri; e subito ci ricordiamo che la nuova Beata prende da essi la sua qualifica caratteristica: ella è stata chiamata «Madre dei poveri», promotrice audace e vigorosa; fondatrice col genio organizzativo proprio del suo popolo di istituzioni che hanno per oggetto l’assistenza, allora mancante, nelle sue prestazioni più umili e più generose ai poveri, ai bisognosi cioè d’ogni categoria, agli sprovvisti d’ogni aiuto materiale e spirituale. Siamo in pieno Vangelo. Ci piace vedere emergere questa giovane e inerme figura di donna fra altre irradianti somiglianti virtù che il secolo scorso diede alla Chiesa (o meglio: la Chiesa al secolo!); e sarebbe molto interessante e molto edificante studiare l’insieme di questa numerosa e luminosa costellazione, apparsa nel cielo buio dell’ottocento, di anime sante, così consacrate alla carità da immolare non solo se stesse all’amore del prossimo, ma da generare schiere innumerevoli di silenziose ed eroiche seguaci allo stesso amore, allo stesso sacrificio.
E a questo punto la nostra riflessione si dirige spontaneamente sopra un tema immenso, che non possiamo certo esaurire in queste semplici e brevi parole: la santità, cioè la perfezione cristiana, che ammirata in una vita come quella di Francesca Schervier, ci sembra diventare attraente e ammirabile, e svelare anche ad uno sguardo fugace come il nostro la ricchezza dei suoi segreti. Ma anche considerata la santità nel suo aspetto a noi più accessibile, quello della carità, cioè della sua umanità, subito ci accorgiamo ch’essa ha dimensioni sconfinate: la santità della carità, chi la può misurare?
chi la può fino in fondo esplorare? e proprio perché essa, la santità, assume qui il profilo della carità, chi oserà presumere di poterla definire, tenendo conto della sua duplice misteriosa fonte componente? quella della carità divina, carisma soprannaturale per eccellenza, che si fa umana, come ci avverte San Paolo: «la carità di Dio è stata riversata nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo, che ci è stato dato» (Rom. 5, 5); e quella della carità umana, che, sempre secondo San Paolo, è descritta in termini senza misura: «la carità (voi ricordate) è longanime, è benigna, . . . soffre ogni cosa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, e non verrà mai meno»; e così via (Cfr. 1 Cor. 1Co 13,4 ss.).
E allora la nostra curiosità, guidata ora dalla nostra pietà, si domanda se la santità, così umanizzata dalla carità, ci offra ancora i segni religiosi, che sembrano più evidenti in altri tipi di santità. La santità della penitenza, ad esempio, ovvero quella dell’orazione e della contemplazione, quella della sofferenza e del martirio, non sono forse più trasparenti nella rivelazione della presenza divina dimorante, ovvero operante nella santità? È un confronto difficile, che solo nei fatti può trovare risposta. Ma nel caso nostro i fatti parlano.
E qui noi vorremmo invitare gli osservatori e ancor più i devoti della Beata Francesca a rilevare sia la frequenza di momenti e di episodi soprannaturali, divini certamente nella loro causa, che la sua biografia chiaramente registra, sia la continua conversazione con Dio sempre ardente nella esperienza spirituale della Beata, non distratta, ma piuttosto francescanamente attratta al divino colloquio della stessa attività caritativa esteriore, come Cristo ci insegnò: Egli si fa presente nell’uomo povero e disgraziato (Cfr. Matth. Mt 25,35 ss.).
Leggete la storia della Beata Francesca Schervier. Noi qui ci limitiamo alla citazione d’una sola, tipica testimonianza: «Tutto il suo fare era come se Dio fosse stato sempre in lei» (Test. Ap. Ap 34). Sia lezione memorabile per noi.
Ausser diesem inneren Licht strahlt die Liebe der neuen Seligen, Franziska Schervier, noch ein anderes, ausseres Licht aus, das die Heiligkeit ihres Lebens bezeugt. Es ist ihr Beispiel. Es ist ihre christliche Vollkommenheit, die zur Nachahmung empfohlen wird, und zwar nicht nur den Personen, die sich dazu entschlossen haben, in ihrer Nachfolge zu leben, sondern auch den Christglaubigen, die ihr Taufversprechen treu verwirklichen wollen, obwohl sie ihre Berufung inmitten der Welt zu verwirklichen haben. Mitunter sind die Heiligen mehr zu bewundern als nachzuahmen; die selige Franziska hingegen bietet sich als ein Vorbild franziskanischer Heiligkeit in beispielhafter Weise zur Nachahmung an.
Wenn die Heiligkeit im Grunde darin besteht, dem Willen Gottes entsprechend zu leben, so können wir im ganzen Leben der seligen Franziska, ja schon von frühester Jugend an, die stete Absicht feststellen, in Übereinstimmung mit dem Willen Gottes zu handeln; eine Absicht, die in einigen Augenblicken fast ängstlich, aber doch immer fest und zuversichtlich gewesen ist. Dies ist, wie ein Biograph von ihr schreibt, der vorherrschende Charakterzug ihrer Heiligkeit.
Zeigt uns sodann nicht diese ihre franziskanische Berufung, die von ihr mit der Treue und dem entschlossenen Einsatz gelebt wurde, die der starken deutschen Geistesart zu eigen ist, und die schliesslich auch mit bewundernswerter Anpassung San die moderne amerikanische Pädagogik in die neue Welt übertragen wurde, - zeigt uns diese ihre Berufung nicht wiederum, wie ewig gültig und doch anpassungsfähig das evangelische Ideal ist, das in dem Heiligen von Assisi personifiziert und mit solch magischer Anziehungskraft dargestellt wird? Lehrt sie uns nicht, wie dieses mit seinen fast widersprüchlich erscheinenden, aber doch wirklich christlichen Forderungen von lauteren christlichen Seelen jeder Zeit und jedes Volkes immer wieder neu gelebt werden kann? Die Beispielhaftigkeit unserer Seligen wird insbesondere von euch bezeugt und verkündet, liebe Armen-Schwestern vom heiligen Franziskus, denen heute die ganze Kirche durch uns ihr Lob und ihre Ermutigung zum Ausdruck bringen will.
So möge man also von der Armut sprechen, die die selige Franziska mit mutiger Strenge hat üben wollen, um ihre ganze Liebestätigkeit gleichsam noch opfervoller, aber zugleich auch überzeugender in ihrem evangelischen Zeugnis zu machen. Ist nicht diese Armut eine beispielhafte Lehre für uns Katholiken und insbesondere für unsere Gesellschaft, die den Besitz und den Genuss der zeitlichen Güter in ihren Programmen und ihrer Weltanschauung an die erste Stelle setzt?
Und werden nicht auch wir, gerade an diesem Tag der kirchlichen Ehrung dieser «Mutter der Armen», ihr Beispiel, ihre Einladung und ihren Aufruf zur Liebe der Armen in der Kraft der Liebe und dem Gebot Christi uns zu Herzen nehmen? Erblicken nicht auch wir in dieser erneuten Verteidigung der Armen, die vor der Kirche und der Welt unserer Zeit geschieht, die iiberzeugendste Ermahnung, aus unserem christlichen Bekenntnis den Antrieb und den Geist ftir ein echtes und wirksames Sozialprogramm zugunsten so vieler armer oder notleidender Brtider zu schtipfen, die wir immer unter uns haben? (Vgl. Io. 12, 8) Dies lehre uns und dazu verhelfe uns die selige Franziska Schervier!
Hierzu erteilen wir euch allen von Herzen unseren Apostolischen Segen.
Diamo una nostra traduzione dei saluti rivolti dal Santo Padre agli intervenuti nella basilica, all’inizio dell’Omelia.
Salutiamo dapprima Aquisgrana, la storica città della Germania occidentale, la diocesi che ha dato i natali alla nuova Beata, che oggi festeggiamo, Francesca Schervier. Con immenso gaudio noi vediamo questa grande figura religiosa onorare quella sua patria gloriosa e benedetta, dove la storia imperiale e civile dell’Europa medioevale e successiva s’intreccia con la tradizione della Chiesa cattolica, e dove nel sublime simbolo della sua stupenda, duplice cattedrale sembrano incontrarsi in un inseparabile abbraccio fraterno due espressioni stilistiche originali di due forme d’arte e di spiritualità, il romanico e il gotico, anzi due forme etniche, quella latina e quella germanica, in due monumenti celebri e magnifici, entrambi storici, altamente significativi, d’una medesima civiltà cristiana, Salutiamo così il venerato Vescovo di Aquisgrana, il pio e zelante Fratello nostro Monsignor Giovanni Pohlschneider, e con lui il Clero ed i Fedeli della suddetta diocesi, con quelli della non lontana e degnissima Chiesa metropolitana di Colonia e di tutta la Germania cattolica, qui presenti di persona, ovvero in spirito, e pensiamo siano moltitudine, da noi amatissima e con noi in pace e concordia; come pure il nostro rispettoso saluto si rivolge alle Autorità civili tedesche che hanno voluto intervenire a questa solenne cerimonia.
Ma poi il nostro saluto va alle Figlie della Beata, le Religiose Suore Francescane dei Poveri, che oggi hanno con noi e con tutta la Chiesa la gioia di vedere ufficialmente riconosciute le virtù, esaltati i meriti, autorizzato il culto locale della loro fondatrice, la nuova Beata Francesca Schervier.
Paolo VI Omelie 1974 - Mercoledì delle Ceneri, 27 febbraio 1974