
Paolo VI Omelie 1974 - Domenica, 28 aprile 1974
Cari e venerati Fratelli in Cristo Signore!
Eccoci ancora una volta uniti nella celebrazione dei santi misteri dell’ultima Cena di nostro Signore Gesù Cristo, cioè della nostra santa Messa, la quale attualizza fra noi la sempre viva, sempre identica, sempre autentica memoria di Lui; riporta come per noi pronunciate le sublimi ed inesauribili parole di quel suo transito rituale e drammatico; realizza mediante il nostro umile, ma prodigioso ministero sacerdotale la presenza reale, sacramentale, adorabile di Lui, Gesù Signore; rispecchia con misteriosa fedeltà, che ignora ogni distanza di tempo, di luogo, di circostanze, la tragica immolazione di Lui sulla croce, e fa di questo convito un sacrificio, il vero sacrificio redentore a noi disponibile, offrendo poi come nostro alimento santificante e vivificante, sotto le specie del pane e del vino la carne ed il sangue della Vittima divina; Cristo celebra così in noi, sue mistiche membra, la estensiva pienezza del nostro unico e sommo Capo, Cristo, che è appunto il Capo della Chiesa, che noi siamo; Egli ci fa gustare l’inebriante effusione del suo Spirito Paraclito; e rischiara in noi il vero senso della vita presente coll’irradiante promessa della sua futura gloriosa parusia. Tanta è la ricchezza del sacrificio eucaristico.
Ma un pensiero del Signore, un suo voto, sovrasta e conclude questo suo testamento; ne abbiamo raccolto la ripetuta espressione ascoltando l’annuncio del brano evangelico, scelto per questa celebrazione; ed un suo desiderio a noi rivolto, come ai successori degli Apostoli, come ai più diretti e qualificati eredi nella fede della loro testimonianza, oggetto noi pure di una intenzionale preghiera di Cristo al Padre celeste: «Io prego, disse Gesù in quel supremo anelito del suo cuore messianico, anche per quelli che mediante la loro parola (di Apostoli) crederanno in me, affinché» . . . e sono due gli scopi di così tesa e ardente preghiera di Cristo, «affinché siano tutti uno», primo scopo; «uno in noi, affinché», secondo scopo, «il mondo creda che Tu mi hai mandato . . .». E subito ripete, quasi rafforzando di lirico sentimento e di teologica profondità, il suo sovrano desiderio: «affinché siano perfetti nell’unità e il mondo riconosca che Tu mi hai mandato, e che Tu li hai amati, come hai amato me» (Io. 17, 20, 23).
L’unità, vertice del Vangelo per i seguaci di Cristo, per i suoi apostoli, per i suoi ministri specialmente; e unità, apologia del Vangelo e della fede di fronte al mondo, all’umanità.
A questo centro focale della nostra vita religiosa sempre ci chiama il divino Maestro, l’unità, in cui si immedesimano la fede e la carità; ci invita il recente Concilio, che ha riaperto all’ecumenismo i suoi convergenti sentieri; e ci conduce, quasi per provvidenziale maturazione storica, la teologia e la struttura canonica della Chiesa cattolica: l’unità.
Prendiamo coscienza di questo sacro momento, nel quale noi stiamo celebrando una forma di unità assai bella e significativa per la comunità ecclesiale italiana, quale, prima di questi nuovi piani organizzativi dell’assemblea nazionale dell’episcopato, non mai in questo Paese era stata celebrata. Segniamo nei nostri cuori quest’ora come storica; sì, un’ora preziosa e dinamica di unità, e riconosciamo a questa unità numerica, esteriore, occasionale il suo valore trascendente, spirituale e impegnativo. Essa è un fatto collegiale; non ci ha forse il Concilio fatto progredire nella conoscenza di questo aspetto costituzionale dell’ordine episcopale? Nessuno di noi dovrà sentirsi diminuito dalle esigenze di carità, di concordia, di collaborazione, a cui la collegialità educa i suoi membri; né dovrà credersi esonerato dall’esercitare in pienezza personale il proprio ufficio pastorale per il fatto che nuove strutture collettive, proprie delle conferenze episcopali, si assumono funzioni di servizio comune.
Questa unità inoltre è l’espressione più autentica e più autorevole d’una proprietà essenziale della Chiesa, quella d’essere comunione.
L’unità cattolica è comunione. Questa è titolo che compete globalmente a tutta la Chiesa; e noi dobbiamo essere i primi a riprodurne lo spirito e le forme in questa conferenza episcopale; non solo, ma altresì nella coscienza e nelle espressioni associative della Chiesa Italiana; una Chiesa tanto più corrisponde alla sua definizione di Chiesa autentica di Cristo quanto meglio riflette in se stessa, nella sua animazione e nelle sue concrete strutture il principio profondo e costituzionale dell’unità. Il pluralismo delle opinioni e dei raggruppamenti, che ora si diffonde anche nell’area cattolica, non ci lascia indifferenti e del tutto tranquilli, come quello che ci sembra spesso derivare non già da un proposito di un libero, ma organico e sostanzialmente unitario sviluppo del corpo ecclesiale, ma piuttosto da un inquieto, ed in fondo egoistico, istinto di autonomia dispersiva, di cui la storia della Chiesa riporta dopo secoli ancora il doloroso e inqualificabile strazio, nonostante che sovente si qualifichi con equivoci e spesso abusivi titoli comunitari, nell’atto stesso che alla vera ed unica comunione, ch’è la Chiesa, compaginata in un solo corpo dalle membra diverse nelle forme e nelle funzioni, ma insieme fedelmente cospiranti all’armonia d’unica vita, portano offesa (Cfr. 1 Cor. 1Co 12,12 ss.; Ep 4,25 Col 3,11 Rom. ss. ).
Vi è oggi chi parla con enfasi di comunione ecclesiale, e si appella ad essa come alla sua propria anagrafe soprannaturale; ma spesso, pur troppo, più avido d’affermare propri particolari carismi, o di difendere suoi personali diritti, contestando insieme aspetti storici e canonici della Chiesa vivente e visibile, che di mantenersi nella docile, filiale ed esemplare obbedienza alla legittima potestà ecclesiale; praticamente, se non sempre con aperto dissenso, egli si svincola da tale perfetta comunione, non badando che con tale suo ostile contegno egli recide da sé il tralcio, che lo sostiene e lo unisce alla mistica pianta dell’unità, ch’è lo stesso Cristo nostro benedetto Signore, un solo mistico Essere con la sua Chiesa.
Abbiamo bisogno di unità, noi Vescovi per primi, che abbiamo la missione di promuoverla, di tutelarla, testimoniarla, di servirla, di viverla, nel circuito della fede e della carità (Cfr. Eph. Ep 4,15-16).
Questo tema ci obbliga ad accennare, anche in questa sede tanto spirituale e serena, al risultato del recente Referendum, il quale ha procurato a noi la dolorosa conferma di vedere documentato quanti cittadini di codesto sempre dilettissimo Paese non siano stati solidali in un esperimento relativo a tema, l’indissolubilità del matrimonio, che avrebbe dovuto, per indiscutibili ragioni civili e religiose, trovarli assai più concordi e più comprensivi.
Noi non ne faremo per questo un argomento di ormai superate polemiche.
Faremo piuttosto un paterno appello agli ecclesiastici e religiosi, agli uomini di cultura e di azione, e a tanti carissimi fedeli e laici di educazione cattolica, i quali non hanno tenuto conto, in tale occasione, della fedeltà dovuta ad un esplicito comandamento evangelico, ad un chiaro principio di diritto naturale, ad un rispettoso richiamo di disciplina e comunione ecclesiale, tanto saggiamente enunciato da codesta Conferenza Episcopale e da noi stessi convalidato: li esorteremo tutti a dare testimonianza del loro dichiarato amore alla Chiesa e del loro ritorno alla piena comunione ecclesiale, impegnandosi con tutti i fratelli nella fede al vero servizio dell’uomo e delle sue istituzioni, affinché queste siano internamente sempre più animate da autentico spirito cristiano.
Noi esprimeremo l’augurio che un vigilante senso di personale e comunitaria responsabilità si alimenti negli animi di tutti, specialmente dei coniugi, di coloro cioè che hanno scelto lo stato coniugale per dare felicità e valore alle loro esistenze, e poi particolarmente di quanti hanno missione pastorale, educativa, o sociale nel popolo, e pregheremo Iddio che tale senso vitale rimanga inviolabile presidio e umanissimo vanto della famiglia italiana. Ed esortiamo perciò tutti coloro che hanno dovere e possibilità ad intensificare la loro opera per dare ai valori ed ai bisogni familiari sempre più sollecita ed adeguata assistenza.
Venerati fratelli!
Riprendiamo la celebrazione della Santa Messa
Con questo invito all’unità, è in noi la riconoscenza per la testimonianza che la stessa vostra presenza ci dà; è in noi la compiacenza per il lavoro compiuto dalla vostra assemblea, specialmente in ordine all’Evangelizzazione circa i Sacramenti della Penitenza e dell’unzione agli Infermi; lodiamo e incoraggiamo le vostre iniziative per l’Anno Santo; e vi preghiamo di portare alle vostre diocesi, e specialmente ai sacerdoti, la benedizione che a voi diamo con tutto il cuore.
Figli e Fratelli carissimi!
State a sentire. Noi vi diremo d’un dubbio che ci è sorto nell’animo, quando ci siamo proposti di venire fra voi per celebrare insieme la festa del «Corpus Domini». E il dubbio è questo: se la nostra presenza fra voi avrebbe davvero giovato alla celebrazione d’una solennità religiosa come questa, tutta concentrata sul culto quanto mai ardente, esteriore ed interiore, personale e comunitario, della santissima Eucaristia, sul mistero della presenza sacramentale e sacrificale di nostro Signor Gesù Cristo, ovvero se questa mia venuta in questo quartiere, in questa parrocchia, sarebbe stato motivo, sì, di giubilo e di affollamento, ma piuttosto di distrazione, che di attrazione al vero oggetto della vostra devozione.
Cioè, ci siamo nel cuore domandati se la nostra presenza avrebbe interessato maggiormente la vostra attenzione che non la presenza, sola degna della vostra letizia e della vostra adorazione, di Gesù nascosto e palese nel sacramento eucaristico. Due presenze: la nostra straordinaria, visibile, umana, rappresentativa, sì, del Signore, ma infinitamente inferiore, trascurabile anzi al confronto della presenza consueta, è vero, ma prodigiosa, sacra, divina, incomparabile di Cristo Signore.
Perciò, noi ci siamo proposti, quando abbiamo deliberato di venire oggi, qua, al Quadraro, alla ancora giovane Parrocchia dell’Assunzione di Maria Santissima, di dirvi questa breve parola, che stiamo pronunciando, non tanto sulla nostra personale presenza, la presenza del Papa (ne diremo, se mai, un cenno dopo, alla fine della cerimonia), ma sulla presenza reale, misteriosa, ma vera, di Lui, di Gesù, qui al Quadraro, in questa nascente comunità; la presenza divina del Signore, che merita tutto il nostro interesse e che è il motivo principalissimo di questa festività del «Corpus Domini».
E questo invito a fare convergere la vostra attenzione su Gesù, sul Gesù del Vangelo, sul Gesù dell’ultima cena, sul Gesù della Croce, sul Gesù risorto, sul Gesù ora nella gloria del cielo, «assiso alla destra del Padre» (come cantiamo nel Credo), ha un primo motivo semplicissimo, ma decisivo, che la nostra persona non meriterebbe alcuna speciale considerazione, se non fosse quella d’un Vescovo, d’un Papa, cioè d’uno che fa le veci, d’un Vicario, d’un rappresentante, quella d’un ministro, che vuol dire d’un servitore, che trae tutta la sua dignità e la sua autorità da Colui che lo ha eletto a fungere in suo nome. Perciò quanto più voi guardate a noi, con filiale affezione e con compiacenza per la nostra visita, tanto più guardate a Lui, a Cristo, presente nel nostro ministero.
E fissate il vostro pensiero, oggi più che mai, affinché diventi abituale e sempre ispiratore, sul fatto misterioso e centrale di tutta la nostra fede, quello appunto della Presenza del Figlio di Dio, fatto uomo, fra noi; mistero dell’Incarnazione, che ci autorizza a ripetere il vero nome di Gesù, nato da Maria e abitante a Nazareth, il nome di «Dio con noi» (Cfr. Is. Is 7,14 Mt 1,23). Nobiscum Deus! E allora noi vediamo raccogliersi sotto questo appellativo, proprio di Gesù, il disegno, il senso della venuta in questo mondo, l’intenzione direttiva della sua apparizione fra noi uomini, nella storia dell’umanità: questa intenzione si risolve in un nome, tanto comune e spesso profanato, che qui assurge alla vetta della divinità; questo nome è amore. «Così Dio ha amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito» per la sua salvezza (Io. 3, 16; cfr. Eph. Ep 2,4 Ep 5,2 etc. ). Tutta la nostra religione è una rivelazione della bontà, della misericordia, dell’amore di Dio per noi. «Dio è carità» (1 Io. 4, 16), cioè amore che si effonde e si prodiga; e tutto si riassume in questa somma verità, che tutto spiega e tutto illumina. La storia di Gesù bisogna vederla in questa luce: «Egli mi ha amato», scrive San Paolo, e ciascuno di noi può e deve ripeterlo per sé: Egli ha amato me, «e ha sacrificato se stesso per me» (Ga 2,20).
E allora noi comprendiamo qualche cosa anche dell’Eucaristia, che oggi noi pubblicamente celebriamo. L’Eucaristia è un mistero di presenza, dovuta all’amore. «Non vi lascerò orfani, Io verrò a voi», disse Gesù lasciando capire che la sua vita temporale era alla fine.
Promessa dolcissima, che dopo la risurrezione diventa solenne, e segna il destino e la realtà della nostra storia religiosa ed umana: «Ecco, Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
Dio con noi; Cristo con noi! Tutto il cristianesimo è un fatto, un mistero, di Presenza.
E se noi, questa sera, siamo qui, è proprio per questo scopo: per ridestare in noi, in voi, in quanti ascolteranno l’eco della nostra voce, l’avvertenza di questa realtà, vera e soprannaturale: qui è Gesù. Dove si celebra l’Eucaristia si svela e si proclama questo «mistero della fede»: qui è Gesù, il Cristo, il Salvatore nostro, vivo e vero. Presente!
Quando lasciamo che questa soave e tremenda verità entri nelle nostre coscienze, noi non possiamo più rimanere indifferenti, impassibili e tranquilli: è qui! il primo nostro sentimento è di adorazione e di esultanza; e quasi di confusione: che cosa dobbiamo fare? che cosa dobbiamo dire? cantare? piangere? pregare? o forse tacere e contemplare, come la Maria, sorella di Marta tutta agitata e sollecita di servire il Signore, mentre ella, Maria, «seduta ai piedi di Gesù, lo ascoltava parlare»? (Lc 10,39) Di qui nasce il culto eucaristico.
Ma un secondo sentimento c’invade, quello d’una legittima curiosità. La dottrina cattolica, espressione della nostra fede, ci assicura: Cristo, vivo, vero, reale, è presente. E allora una serie di questioni sorgono nel nostro spirito: è presente? ma come? dove? e perché? E si lascia Egli forse vedere, avvicinare, toccare, come faceva la gente nel Vangelo? (Cfr. 1 Io. 1, 1) È nascosto; ma è identificabile? e perché nascosto? e come simultaneamente può Egli essere in tanti luoghi? è forse questa una nuova e ripetuta miracolosa moltiplicazione dei pani? e come può Egli essere cibo, di cui nutrirsi? pane e vino si trasformano in carne e in sangue, com’era Gesù sulla croce? «è difficile questo discorso»! (Io. 6, 60) Di qui nasce la teologia sull’Eucaristia. Sì, è difficile. Ma sapete che Gesù fu inflessibile nell’esigere che il suo grande discorso sul mistero eucaristico fosse testualmente accettato (Cfr. Io. 6, 61 ss.).
Bisogna credere. Credere alla Parola e sulla Parola di Cristo. Noi ora dicevamo: è mistero di fede. Ma non del tutto incomprensibile, anche al timido nostro cervello: come un’unica immagine può riflettersi identica in quanti specchi la riprendono; come una stessa voce può essere raccolta da quanti orecchi la ascoltano; come una stessa parola può farsi pensiero in quanti la comprendono, così un unico Gesù può essere presente nei molti, innumerevoli segni sacramentali che lo rappresentano; ma ciò non senza un divino prodigio, e il prodigio consiste nel fatto che non si tratta qui, per divina virtù, d’una semplice rappresentazione, d’un semplice segno significativo, d’una figura sacramentale; si tratta che in questa stessa figura, cioè sotto le specie del pane e del vino una Realtà si nasconde, che si sostituisce alla sostanza del pane e del vino, e questa Realtà è Gesù stesso, la sostanza del suo corpo e del suo sangue, Lui stesso in una parola, rivestito da quelle umili apparenze (Cfr. S. TH. III, 73, 6).
Ma ascoltate un istante. Proprio a questo punto, ch’è per noi superiore alla nostra esperienza e alla nostra intelligenza, noi cominciamo a capire molte cose meravigliose, che ci lasciano intendere, se non il come, il perché Gesù ha voluto farsi sacramento eucaristico. Perché? per essere di tutti. Si è moltiplicato in questo straordinario modo per essere disponibile a ciascuno di noi. E quindi per fare di noi tutti una cosa sola, il suo Corpo mistico, la Chiesa una (1 Cor. 1Co 10,17). Ma la domanda insiste: ma perché disponibile come alimento? non è strano, impensabile che Cristo si sia voluto fare cibo per noi?
Ecco una nuova meraviglia: Cristo si è fatto cibo spirituale per dimostrarci ch’Egli è a noi necessario: senza cibo non si vive, e poi ch’Egli è il vero nutrimento, interiore e personale, di vita eterna, di cui noi tutti abbiamo bisogno e di cui tutti, se vogliamo, abbiamo la fortuna di nutrirci, di compenetrarci in «comunione» con Lui, per il sostegno attuale e la pienezza immortale della nostra esistenza.
Incalza un’altra domanda: e perché Gesù ha voluto distinguere questo sacramento in due specie diverse, pane e vino, involucri sensibili di ben altro sostanziale contenuto? solo per dare sotto queste figure cibo e bevanda alla fame delle nostre anime? (Cfr. S. TH. III 73,2) Sì; ma la risposta sarebbe più lunga e più complessa. Del resto voi, fedeli cristiani, già la conoscete così: Gesù ha voluto dare a questo sacramento un duplice significato di sacrificio: sostitutivo l’uno di quello della Pasqua ebraica, facendosi Lui stesso l’agnello della liberazione; figurativo l’altro di quello della sua crocifissione, che dalla carne martoriata fece sgorgare il sangue della redenzione. Gesù nell’Eucaristia è la vittima, che rispecchia in sé l’unico e valido sacrificio redentore, quello della Croce, partecipando al quale, mediante la comunione, noi siamo associati ai frutti della immolazione salvatrice di Cristo.
Quante cose! quanti misteri confluenti in questo centrale mistero della fede nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia! Come ricordarli tutti? come riviverli nella nostra vita, individuale e ecclesiale?
Ebbene: ricordate almeno una parola di Gesù; ascoltate una sua voce. È quella del suo invito evangelico: «Venite a me!».
Sì: «Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi, ed Io vi consolerò» (Mt 11,28).
Sì, l’Eucaristia è una presenza che invita. Invita come un amico, avvicinandosi tacitamente, aspettando senza tregua, pronto a ricevere tutti. Invita ad una mensa, ch’è tutta una celebrazione dolcissima, di unione, di dolore, di amore. È una chiamata rivolta di preferenza a chi più soffre e fatica; a chi è povero e piange; a chi è solo e senza aiuto; a chi è piccolo e innocente. Gesù chiama e invita.
La sua voce arriva anche ai lontani, agli illusi, ai fuggiaschi fuori strada. Venite, l’ingresso è libero, ai pentiti ed ai credenti.
Venite, Egli dice: «Io sono la via, la verità e la vita» (Io. 14, 6).
È questa la sua voce, che oggi si effonde da questo silenzioso sacramento, presente in mezzo a noi. Sollevato in questa sua festa davanti a tutto il popolo, Egli, con il suo accento divino ed umano, esclama, come già camminando sulle onde apparve ai suoi discepoli, nella burrasca notturna del Vangelo: «Abbiate fiducia; sono Io, non abbiate timore» (Mt 13,27). Venite!
Così sia!
Diletti Figli,
Venerati Fratelli,
e, fra tutti, Voi, Candidati alla dignità e all’ufficio episcopale nella Chiesa di Dio!
Il sacro rito, che noi stiamo compiendo, esige a questo punto una pausa; una pausa di riflessione.
Come, durante l’ascensione faticosa verso la vetta d’una montagna, l’alpinista arresta un istante il suo passo per riprendere lena e per rendersi conto del suo cammino e del panorama, che si apre davanti al suo sguardo, così noi sospendiamo per un breve momento preghiere, canti e cerimonie, e cerchiamo di renderci conto, per quanto è possibile, del nostro singolare itinerario spirituale, di riassumerne i temi religiosi, e di chiarire al nostro confuso pensiero il senso ed il valore dell’ordinazione episcopale, che noi, ministri di questo sacramento, stiamo conferendo, e che voi Fratelli, destinati alla pienezza del Sacerdozio, state ricevendo.
Quale immensa meditazione si offre al nostro spirito! Noi non osiamo certamente pretendere di contenerla nello stretto spazio di tempo e di studio di queste semplici parole, né di delinearla adeguatamente in una breve sintesi, che tuttavia un rito così grave, così solenne, così importante suggerirebbe alle nostre labbra. Noi diremo soltanto, per desiderio di brevità e di chiarezza, che a noi, in questo momento d’intensa attenzione interiore, è domandato un umile e fiducioso atto di coscienza.
Di coscienza, innanzi tutto, della personale elezione, che il conferimento di questo Sacramento mette in chiara evidenza. Noi, già insigniti di tanta grazia, e voi, Fratelli che state per esserlo, siamo qui, perché siamo stati chiamati. Nec quisquam sumit sibi honorem, sed qui vocatur a Deo, non vi è alcuno che assuma da sé questa dignità, se non è chiamato da Dio (Hebr. 5, 4). Chi oserebbe assumere di propria iniziativa questo ufficio (anche se le sue provvidenziali funzioni possono essere per se stesse desiderabili, come scrive San Paolo al fedele discepolo Timoteo) (1 Tim. 1Tm 3,1), se non fosse sicuro che la sua investitura gli viene conferita per divino volere? e chi potrebbe essere garantito della sua prodigiosa validità, se non sapesse ch’essa deriva, per via apostolica, dall’originaria, insostituibile istituzione di Cristo stesso? Non vos me elegistis, sed Ego elegi vos, non voi avete eletto me, dice il Signore, ma Io ho eletto voi (Io. 15, 16). Qualunque sia la nostra privata vicenda biografica, che qua ci conduce, purché canonicamente fondata, cioè secondo la legittima economia dello Spirito, noi scopriamo un’intenzione divina che ci riguarda ciascuno personalmente, una storia retrospettiva, analoga a quella per cui ci è stata regalata la vita, che ci rivela un pensiero, un’elezione, un amore di Cristo per ciascuno di noi. Nel chiarore di un’alba evangelica, narra il Vangelo, dopo aver passato la notte in preghiera (quale preghiera!) Gesù «chiamò i suoi discepoli, ne scelse dodici fra di essi, e conferì loro il nome di apostoli» (Lc 6,13).
Quella veglia, per il nostro tempo, quella preghiera, per la nostra sorte, non sono concluse; come fari irradianti dal cuore divino, nell’oscurità dei secoli, si riverberano segretamente e qui apertamente, su ognuno di voi Fratelli; l’eco delle parole estreme di Cristo ai discepoli arriva fino a questa scena presente, a questo momento benedetto: «Io prego, Egli disse, non solamente per essi (i discepoli di prima elezione, presenti all’addio del Signore alla vigilia della sua passione), ma anche per quelli che, mediante la loro parola, Egli soggiunse, crederanno in me, affinché siano tutti uno; come Tu, o Padre, sei in me e Io sono in Te, anch’essi siano uno in Noi, così che il mondo creda che Tu mi hai mandato» (Io. 17, 20-21). Quel sacerdotale messaggio di Cristo arriva ora fino a noi; un mistero di unità si compie; una missione apostolica ne deriva e si protende nel tempo e nell’umanità.
Diciamo questo, o Fratelli eletti all’Episcopato, affinché una nuova mentalità, una nuova psicologia, un nuovo spirito si formi in voi, ed anche in noi si riformi, quasi fossimo tutti insieme investiti e magnetizzati dal cono di luce e di virtù emanante dallo Spirito Santo, abilitandoci al ministero superiore di reggere, servendola, la Chiesa di Dio (Cfr. Act. 20, 28). Diciamo questo, Fratelli eletti, affinché invasi da questa sovrumana coscienza siate lieti, siate forti, siate fiduciosi sempre (Cfr. Phil. Ph 1,20), e possiate voi stessi essere sorgenti di consolazione per gli altri fedeli nelle loro tribolazioni (Cfr. 2 Cor. 2Co 1,4).
Ed ecco allora che la tensione di questa nuova coscienza ci apre una successiva interiore visione, quella d’essere noi portatori qualificati di un tesoro, fragile e prezioso (Cfr. 2 Cor. 2Co 4,7), messo nelle nostre mani, per dispensarlo, accrescerlo, custodirlo e difenderlo. Qual è questo tesoro? è il Vangelo vivo ed eterno di Cristo; è la sua Verità liberatrice e salvatrice; è il famoso e geloso «deposito» della fede da salvaguardare e da autenticare nella sua sempre viva integrità, mediante lo Spirito Santo (Cfr. 1 Tim. 1Tm 6,20 2 Tim. 2Tm 1,14).
Sì, Fratelli, una grande responsabilità sarà anche vostra, quella del ministero della parola, proclamante la divina verità, quella del magistero autorevole e fedele nella Chiesa di Dio, quella dell’annuncio missionario della dottrina cristiana, quella della tutela e della crescita del patrimonio della cultura cattolica. Sarà l’esercizio di tale responsabilità magisteriale uno dei doveri principali della funzione episcopale, reso oggi tanto più grave e salutare quanto maggiori sono la diffusione e lo smarrimento del pensiero speculativo moderno.
La cultura umanistica, abbandonata la sperimentata sapienza della tradizione, preferisce, oggi e spesso esclusivamente, compiacersi nella scienza del calcolo e della osservazione sperimentale, limitandosi alla conoscenza del mondo esteriore, empirica e sensibile, per cui è tanto difficile alla mente dell’uomo contemporaneo assurgere alla conoscenza razionale e metafisica, e tanto di più a quella, pur sempre ragionevole, della religione e della fede. L’arte del pensiero veramente umano e vitale esigerà dal vostro ministero uno sforzo pedagogico particolare e perseverante. Troverete anche voi, nella professione del vostro irrinunciabile ministero dottrinale, che una inquieta e talvolta ribelle ricerca è preferita al possesso sicuro e fecondo della verità conosciuta, un’opinione spesso servile e volubile è preferita alla coerenza positiva e dinamica della ragione, un’ipotesi gratuita e di moda è preferita alla esigenza sempre valida del senso comune, e così una critica aprioristica ed eversiva prevarrà facilmente alla analisi obiettiva della realtà, come pure uno stato di dubbio sistematico all’adesione equilibratrice e feconda della certezza.
Ben sappiamo che il possesso e lo studio della verità religiosa, quale la rivelazione cristiana offre al nostro spirito, si affermano e si sviluppano, oltre che nella sfera razionale, nel regno del mistero, di quel «pietatis sacramentum» di cui scrive San Paolo, e che contiene in sintesi il disegno trascendente della nostra salvezza (Cfr. 1 Tim. ); ma sappiamo altresì che tale mistero, lungi dal fiaccare la nostra nativa e divina facoltà di pensare «in spirito e verità» (Cfr. Io. 4, 24), la esige e la corrobora.
Grande responsabilità, dunque, è quella del Vescovo che avverte nell’urgenza della sua coscienza il dovere d’essere al tempo stesso discepolo, il più fedele, e maestro, il più zelante, della divina dottrina (1 Tim. ).
Ma non è tutto. Il processo dell’interiore consapevolezza di ciò che un Vescovo è, non finisce a questo per quanto amplissimo limite soggettivo, ma piuttosto si apre ad una nuova esigenza, che potremmo dire costitutiva, della personalità di lui. Il Vescovo, come il Sacerdote, ed in grado superiore, non è tale per se stesso, lo è per il Popolo di Dio. L’Episcopato non è una semplice dignità per colui che ne è investito; è una funzione, un ministero, un servizio per la Chiesa. «Devi sapere, scrive San Cipriano, fin dalla metà del terzo secolo, che il Vescovo è nella Chiesa, e la Chiesa è nel Vescovo» (Ep 66,8 cfr. Lumen Gentium, LG 23, nota LG 31); e ciò non soltanto per celebrare un mistero di unità, ma un dovere, una dedizione, un sacrificio di carità. Il Vescovo è pastore. Ora «il buon pastore, dice Cristo di se stesso, personificando ed esemplificando in sé chiunque sia chiamato ad assumere la sua figura e la sua funzione nella Chiesa di Dio, il buon pastore dà la propria vita per il suo gregge» (Io. 10, 11). Dono totale, dono supremo, dono gaudioso.
Deriva, come sappiamo, dall’amore: se mi ami, disse Gesù a Pietro, pasci il mio gregge (Cfr. Io. 21, 15 ss.); e certo tale consegna vale per ogni vero pastore.
Pensate, anzi sempre penserete, alle conseguenze d’un tale principio : lo svuotamento da ogni egoismo, da ogni proprio interesse, da ogni riserva di qualche cosa di proprio. La carità pastorale assurge al primato dell’amore: «Nessuno, insegna Gesù, ha un amore più grande di quello di uno che dia la vita per i suoi amici» (Io. 15, 13).
E ciò che Gesù disse per gli Apostoli, vale per i loro Successori, i Vescovi.
Chi sono gli amici d’un Vescovo? sono persone di due categorie; ben tutti lo sappiamo. La prima categoria è quella dei Vescovi stessi, dei membri cioè del collegio episcopale, ai quali, nelle persone degli Apostoli, è stato dato, per eccellenza, il comandamento nuovo, quello di amarsi gli uni e gli altri. «Come Io, dice ancora Gesù, ho amato voi, così voi amatevi a vicenda. Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete scambievolmente» (Io. 13, 34-35): unità, solidarietà, collaborazione, generosità faranno, sulla scorta di così esplicite e solenni parole del Signore, di tutti i Vescovi della Chiesa cattolica una comunione di fratelli (Cfr. Lumen Gentium, LG 23).
L’altra categoria è composta da tutti gli uomini. Sia perché la collegialità, come già insegnava il nostro venerato Predecessore Pio XII, rende ogni Vescovo corresponsabile « della missione apostolica della Chiesa, secondo le parole di Cristo ai suoi apostoli: “Come il Padre ha mandato me, così Io mando voi” (Io. 20, 21). Questa missione, che deve abbracciare tutte le nazioni e tutti i tempi non è cessata con la morte degli Apostoli; essa permane nella persona di tutti i Vescovi in comunione col Vicario di Cristo» (Fidei Donum, 1957). E sia perché ogni Vescovo è deputato al ministero pastorale d’una Chiesa determinata, realmente organizzata nelle sedi residenziali, simbolicamente e virtualmente rispetto alla Chiesa intera nelle sedi titolari. Non si concepisce un Vescovo che non sia votato al servizio e all’amore del Popolo di Dio in tutta la sua più larga accezione. Il Vescovo è un cuore, dove tutta l’umanità trova accoglienza. Non senza certamente l’osservanza di norme sapienti, di cui la Regula Pastoralis di San Gregorio Magno, sepolto esso pure in questa Basilica, ci detta, con tanti altri maestri, l’unica ispirazione nella carità e l’indefinito pluralismo psicologico e pedagogico della sua applicazione.
Povero cuore d’un Vescovo! Come farà ad assumere tanta ampiezza e come potrà esprimersi con tanta sapienza? No, povero, Fratelli! felice piuttosto il cuore d’un Vescovo che è destinato a plasmarsi sul cuore di Cristo e a perpetuare nel mondo e nel tempo il prodigio della carità di Cristo. Sì, felice così! e tale sia il cuore di ciascuno di voi, nuovi Vescovi della Chiesa di Cristo!
Il pensiero che Paolo VI intende lasciare ai fedeli convenuti a Castel Gandolfo per la Messa nel giorno dell’Assunzione è un invito a rinnovare la devozione a Maria, una devozione «semplice ma vigorosa, forte e seria, basata sulla dottrina vera». Questo invito vuol essere anche un richiamo alla purezza e all’innocenza in un tempo in cui appare carente il rispetto per la vita e sembra affermarsi un costume ben diverso da quello cristiano.
All’inizio dell’omelia, il benedicente saluto al Cardinale Segretario di Stato che con il Papa condivide, oltre alle fatiche dell’ufficio, anche questi momenti di silenzio e di tranquillità; al vescovo di Albano Monsignore Raffaele Macario e all’ausiliare Monsignore Dante Bernini, nonché a tutta la diocesi in fase di espansione; al parroco Don Fiore Angelo Pozzi e a tutta la comunità parrocchiale di Castel Gandolfo, ai villeggianti; poi alla famiglia civile: al sindaco, Mario Costa, a quanti condividono con lui le cure dell’amministrazione cittadina, alle autorità militari, al direttore delle Ville Pontificie Carlo Ponti.
Sua Santità desidera anche sottolineare il significato dell’altare nuovo sul quale si svolgeva la celebrazione, accennando al valore del rinnovamento liturgico in atto per una più viva partecipazione dei fedeli ai sacri riti.
«Così tonificati dalla carità comunitaria che ci unisce nella preghiera - egli prosegue - tentiamo di aprire gli occhi dell’anima sul tema della festa odierna, l’Assunzione della Madonna. Ai nomi, alle parole siamo abituati. Ma la realtà di questo fatto, il mistero che esso contiene ci lascia quasi intimiditi, quasi esterrefatti dall’essere invitati a una contemplazione trascendente, ben superiore alla nostra stessa comprensione. La Madonna in cielo, non solo, come speriamo che siano tutte le anime buone, nell’immortalità propria dell’anima umana, ma anche con la sua Risurrezione, perché la tradizione vuole che anche la Madonna abbia sentito il sonno della morte».
La Chiesa, la Chiesa greca in particolare, parla della Dormitio Virginis, anche se molti devoti peraltro preferiscono pensare che la Madonna sia passata dalla vita presente alla vita futura senza l’intervallo di questo sonno che pure Cristo ha tollerato nel suo sepolcro.
La Madonna è passata anima e corpo nell’al di là, nella Risurrezione della vita eterna, nella associazione a Cristo suo benedetto Figliolo che siede alla destra del Padre. Sono parole che sgomentano, se davvero cerchiamo di volerne esplorare il significato, perché si tratta di un nuovo stato, di una condizione di cui non abbiamo un’idea esatta, né possiamo formarcela. Bisognerebbe andare in cerca delle parole profetiche, delle espressioni degli artisti, dei poeti . . .
Paolo VI cita allora, in proposito, il Petrarca, che in un inno indica la Madonna con le parole «Vergine di sol vestita». «Immaginate come sia possibile - osserva - che la natura umana sia vestita di sole; ,vuol dire uno splendore, una irradiazione interna che si effonde in una bellezza accecante.
Noi dobbiamo limitarci ad usare il diaframma affumicato delle nostre povere parole per poter contemplare in qualche maniera questa visione ultraterrena».
La Madonna - aggiunge il Santo Padre - è in Paradiso, nello stato al di là di questa nostra esistenza nella sua realtà di anima e di corpo; ma nella trasfusione della sua esistenza in quella che il Signore riserva ai suoi eletti e che ha riservato certamente in grado superlativo e incommensurabile alla Madre Sua. «La Madonna in Paradiso! Una sorella nostra - cioè che ha vissuto su questa terra povera, umile, silenziosa, obbediente, sofferente, vicino a Cristo, nella Croce - trasfigurata nella gloria del Paradiso. Sono cose che superano la nostra comprensione, ma dobbiamo oggi sfidare le difficoltà e tentare di dare alla nostra mente questa immagine, questa visione, proprio per lasciare nella nostra anima un senso di stupore, di meraviglia, di entusiasmo, quasi nel tentativo di passare noi stessi almeno con l’immaginazione da questa nostra scena umana alla scena futura che sarà quella della vita eterna dove Maria già è».
Questo non vuol dire distanza. Maria non è diventata più lontana. È maggiormente vicina, prossima, accessibile a noi che non fosse quando era nella scena evangelica, fra le tante persone che circolavano attorno a Cristo. La Madonna è in una condizione di accessibilità universale, è elevata al grado di regina, di madre della Chiesa, al grado di comunicabilità che è proprio quella di Cristo Redentore del mondo. « Dobbiamo abituarci a pensare a queste cose , di per sé impensabili, dobbiamo forzare il perimetro del nostro panorama terreno per arrivare al di là, in questa zona solare della vita eterna, almeno per desiderare, se non per conoscere, il nostro futuro».
Siamo troppo abituati a considerare la vita soltanto nel quadro a noi conoscibile, nel quadro sperimentale e terreno. «Non basta. Dovremo essere realisti nel conoscere questa scena presente, ma altrettanto realisti nel credere che al di là di questa maniera di vivere ce n’è un’altra: quella superiore, quella che sarà definitiva e che dà all’esistenza presente il suo valore di passaggio, di pellegrinaggio, di preparazione, di condizionamento di quella vita che ci è destinata per l’eternità, al di fuori di tutti gli orologi del tempo e di tutte le misure della storia. Siamo destinati all’eternità. Questo pensiero dovrebbe dare alla nostra vita cristiana una straordinaria ricchezza e la capacità di trascendere le realtà temporali sia nella speranza, sia nel desiderio, sia quasi nel pregustamento delle realtà superiori del Paradiso».
Tutto ciò, quindi, cambia la valutazione delle cose presenti. Paradossalmente, tanto più dobbiamo aver cura delle cose temporali, che costituiscono il programma della nostra permanenza quaggiù e l’impegno delle nostre fatiche, quanto più precario è il rapporto con esse. Dobbiamo approfittare del momento, perché è dal vivere bene le realtà presenti che si giudica la condizione di essere anche noi ammessi alle realtà future. Se siamo buoni nel tempo, saremo fortunati nell’eternità. Chi sarà stato giusto, caritatevole, puro, amabile in questo tempo preparatorio conquisterà quel Regno eterno a cui la Madonna è già arrivata e dal quale ci guarda.
Di qui, un altro pensiero immensamente fecondo. Il Papa cita la frase di San Paolo «Conversatio nostra in Coelis est» . «La Madonna - spiega - ci ascolta, ci vede, ci protegge, ci è vicina. È la madre di tutti i viventi, la madre della Chiesa, per cui siamo non solo autorizzati, ma invitati al colloquio con Lei». La festa dell’Assunzione, che esalta Maria nelle sue vette più alte e inaccessibili, ci esorta a rinnovare questo rapporto confidenziale con Lei, nella consapevolezza di essere tanto bisognosi di soccorso, di aiuto, di luce, di forza, di conforto. «Dobbiamo rinverdire quella che con il linguaggio della pietà cristiana chiamiamo la devozione alla Madonna. Siamo devoti di Maria? diciamo bene l’Ave Maria, che è la preghiera programmatica della nostra devozione? diciamo il Rosario?». Il Papa ricorda in proposito di aver emanato recentemente l’Esortazione Apostolica Marialis Cultus, invitando i fedeli a riaccendere il culto della Madonna, facendolo derivare direttamente da quello di Cristo.
«Come fanciulli - Egli spiega - come anime pie, come anime semplici, come anime alcune volte doloranti, disperate, dobbiamo ritornare alla pietà, alla misericordia, al soccorso della Madonna.
Madonna, aiutaci, sii vicina ai nostri casi, alle nostre sventure, ai nostri bisogni, alle nostre esperienze. Vedi in che mondo viviamo, specialmente laddove vediamo profanata la vita umana da sentimenti, azioni, costumi che non sono quelli cristiani. Non c’è rispetto per la vita, per la dignità delle persone, per l’innocenza dei nostri costumi. Dobbiamo, perciò, tornare ad essere capaci di discorrere in ogni momento con Maria Santissima. Non è difficile né per le anime grandi, né per le anime piccole. È il rapporto trascendente e sublime che la pietà cristiana concede a quelli che hanno la fede: poter colloquiare con quelli che stanno già in Paradiso, e specialmente con la Regina del Paradiso che è Maria Santissima».
«Questo vi raccomando - conclude Paolo VI -. Rinnovate nelle vostre anime la devozione semplice, ma stabile, forte, seria e fondata sulla dottrina vera, non sulla superstizione, sull’interesse, sulla fantasia, bensì su quello che il Vangelo ci insegna e che la Chiesa commenta con tanta provvidenziale frequenza e con tanta precisione: amare, pregare, venerare, imitare Maria Santissima. È l’augurio che faccio a tutti nel nome della Madonna stessa nel giorno della sua festa di gloria che è l’Assunzione».
Paolo VI Omelie 1974 - Domenica, 28 aprile 1974