
Paolo VI Omelie 1975 - 25 gennaio 1975
Venerati Fratelli e Sorelle in Cristo,
Figli tutti carissimi,
Una festa antica, che ha nel Vangelo ora ascoltato la sua lontana e sempre viva radice, una festa in cui Cristo figura protagonista nell'offerta che di Lui è fatta, Figlio dell'uomo al Padre celeste, ed in cui la Madonna, velata e splendente nel manto d'un rito biblico, quello della purificazione superflua alla sua divina maternità, ma irradiante la sua sublime verginità, appare per la prima volta nella storia ufficiale della liturgia romana (Cfr. DUCHESNE, Liber Pont. 1, 376), ci riunisce quest'oggi, in questo tempio grandioso e misterioso che, custode delle spoglie mortali dell'apostolo Pietro, glorifica il volto della Chiesa immortale: una, santa, cattolica ed apostolica, da Gesù Signore fondata sull'umile e debole discepolo, ma divenuto solida roccia, posto a fondamento centrale del nuovo Popolo di Dio (Cfr. Lumen Gentium, LG 18 et 22), una festa antica, diciamo, si fa attuale in questa nostra celebrazione, che raccogliendo i vari motivi della sua preghiera, ne ricava, con le tradizionali espressioni, questa nuovissima, che aggiunge al fervore spirituale dell'Anno Santo un suo originale colore, e tramuta in vento pentecostale la tempesta stessa del tempo nostro non poco minacciante d'intorno a noi.
Mettiamo ordine nei nostri pensieri. La scena evangelica si ricomponga davanti al nostro spirito. Gesù bambino è portato al Tempio, anzi offerto a Dio, con un atto esplicito di riconoscimento del diritto divino sulla vita dell'uomo. La vita dell'uomo, del primogenito (Cfr. Ex. Ex 13,12 ss.), come suo simbolo, appartiene a Dio. La gerarchia religiosa delle cause e dei valori è nella natura delle cose; la religione è una esigenza ontologica, che nessun ateismo, nessun secolarismo può annullare; negare, dimenticare, trascurare l'uomo potrà, a suo torto e a suo danno; confutare essenzialmente, razionalmente, senza violenza al suo pensiero e al suo essere non gli è alla fine possibile; riconoscerla, la religione, al principio d'una concezione autentica, esistenziale delle cose e della vita, è necessità, è sapienza; il cristianesimo, senza farne una teocrazia politica, lo conferma. Dice ad esempio, San Paolo: «Nessuno inganni se stesso: . . . sì, tutte le cose sono vostre, ma voi siete di Cristo, e Cristo di Dio» (1 Cor. 1Co 3, 18, 22-23). Non è forse così che voi, Religiosi e Religiose, voi tutti Fedeli, concepite la vita? Dio è il primo, Dio è tutto; l'atto primario, costituzionale della nostra esistenza è l'atto religioso, l'adorazione, l'ossequio, e noi beati che siamo invitati a fare della nostra religione una professione d'amore.
Gesù ci appare, fin dalla sua origine nel tempo, come l'interprete e l'esecutore della volontà del Padre. «Entrando nel mondo, leggiamo nella lettera agli Ebrei, . . . Io dissi: ecco, Io vengo, . . . per compiere, o Dio, la tua volontà!» (He 10,7); «mio cibo, Egli dirà nel Vangelo, consiste nel compiere la volontà di Colui che mi ha mandato» (Jn 6, 38); tutta la vita di Cristo è dominata infatti da questo collegamento con la volontà divina, fino al Gethsemani, dove l'uomo Gesù tre volte dirà: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice (dell'imminente passione), ma però non ciò che voglio Io, ma come vuoi Tu» (Mt 26,39); così che l'epigrafe della sua esistenza temporale sarà riassunta da S. Paolo così: «Umiliò Se stesso, fattosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce» (Ph 2,8). Dalla semplice scena, quasi puramente episodica, della presentazione di Gesù bambino al Tempio, noi intravediamo per iscorcio il tragico dramma messianico che incombe su di Lui.
Noi riviviamo in questo momento non soltanto la memoria del fatto evangelico, ma il suo mistero redentore che si proietta sopra di noi, e da noi reclama la celebre adesione dell'Apostolo: anch'io «compio nella mia carne quello che manca alle sofferenze di Cristo» (Col 1,24). Difatti, Fratelli e Sorelle votate a Cristo, per voi questo rito propone una domanda, la cui risposta qualifica e impegna la vostra vita; la domanda della rinnovazione dei vostri voti religiosi. E da codesta risposta, a cui fa eco certamente quella che in cuor loro ripeteranno i Fedeli presenti, memori delle loro promesse battesimali, noi confidiamo che scaturisca, integra e nuova, totale e felice, la vostra offerta, unita a quella di Gesù: «Eccomi, manda me»! (Is 6,8) Grandeggia così con quello di Cristo il vostro destino. Volete? Osservate ancora. Maria è presente, nella memoria del rito a cui Ella, la purissima, l'immacolata, umilmente si uniformò, quello della purificazione prescritta dalla Legge mosaica (Lv 12,6), silenziosa custode del suo segreto prodigio: la divina maternità aveva lasciato intatta la sua verginità, dando a questa il privilegio d'essere di quella l'angelico santuario. Qui il fatto si fa mistero, e il mistero poesia, e la poesia amore, ineffabile amore. Non già un risultato sterile e vacuo; non sorte inumana, ma sovrumana quando la carne sia sacrificata allo spirito, e lo spirito sia inebriato d'amore più vivo, più forte, più assorbente di Dio, «contento ne' pensier contemplativi» (DANTE, La Divina Commedia, III, 21, 127).
E nell'incontro odierno con Maria, la Vergine Madre di Cristo, s'illumina nella nostra coscienza la scelta, libera e sovrana, del nostro celibato, della nostra verginità; anch'essa, nella sua ispiratrice origine, più carisma che virtù; possiamo dire con Cristo: «Non tutti comprendono questa parola, ma solo coloro a cui è concesso» (Mt 19,11). «Vi sono nell'uomo, insegna S. Tommaso, delle attitudini superiori, per le quali egli è mosso da un influsso divino», sono i «doni», i carismi, che lo guidano mediante un interiore istinto di ispirazione divina (Cfr. S. THOMAE Summa theologiae, I-II, 68, 1). È la vocazione! la vocazione alla verginità consacrata al celibato sacro, la quale vocazione, una volta compresa ed accolta, così alimenta d'amore lo spirito, che questo tanto ne è sovrabbondante da essere, con sacrificio, si ma un sacrificio facile e felice, affrancato dall'amore naturale, dalla passione sensibile e da fare della sua verginità una «inesauribile contemplazione» (Cfr. Ibid. I-II, 152, 1), una religiosa sazietà, sempre superiormente tesa e affamata, e capace, come nessun altro amore, di effondersi nel dono, nel servizio, nel sacrificio di sé per fratelli ignoti, e bisognosi appunto d'un ministero di carità che imiti, e, per quanto possibile, eguagli, quello di Cristo per gli uomini.
Questo più si vive, che non si esprima. Voi, Fratelli e Sorelle, a Cristo immolati, ben lo sapete. E se oggi qui siete convenuti per esprimere in preghiera ed in simboli questo superlativo programma di vita in Cristo, con l'espressione incisiva di San Paolo: «mihi vivere Christus est» la mia vita è Cristo (Ph 1,21), noi, noi stessi, invece che riceverlo, come di solito in questa occasione, dalle vostre mani, lo daremo a voi il cero benedetto, simbolo d'un'immolazione che consumandosi effonde luce d'intorno a sé. Lo daremo appunto per Onorare la vostra oblazione al Signore e alla sua Chiesa, per confermare la vostra gioiosa promessa, per accendere in voi quella carità, che nemmeno la morte può spegnere (Cfr. 1 Cor. 1Co 13,13).
Con la nostra Apostolica Benedizione.
Salute a Voi, Venerati Fratelli, diletti Figli e Figlie, che assiepate festanti questa Basilica in occasione della beatificazione di Madre Marie-Eugénie Milleret, Fondatrice delle Religiose dell'Assunzione. Prima di fissare lo sguardo in lei, nella sua figura e nel suo messaggio di palpitante attualità - come faremo subito, rivolgendoci in lingua francese a quanti oggi ci ascoltano - ci piace rilevare il valore tutto particolare di questo avvenimento. Abbiamo già celebrato, fin dal solenne inizio dell'Anno Santo, indimenticabili momenti di pienezza di vita ecclesiale; ma questa è la prima beatificazione del Giubileo, che non solo impreziosisce il coro felice delle sue celebrazioni esterne, quanto illumina il suo stesso significato essenziale, sostanziale, programmatico, quale l'abbiamo delineato a tutta la Chiesa: la riconciliazione, il rinnovamento, il primato dello spirituale, il fervore della carità, il dilatarsi dell'apostolato: «a tutti gli uomini di buona volontà - abbiamo scritto nella Bolla d'indizione - la Chiesa vuole indicare, col messaggio dell'Anno Santo, la dimensione verticale della vita che assicura il riferimento di tutte le aspirazioni ed esperienze ad un valore assoluto e veramente universale, senza del quale è vano sperare che l'umanità ritrovi un punto di unificazione, una garanzia di vera libertà» (Apostolorum Limina, I; AAS 66, 1974, p. 293). Ebbene, la figura che oggi proponiamo all'attenzione del mondo e alla venerazione della Chiesa è, come le altre che seguiranno, l'esemplificazione vivente di questo programma, arduo nelle sue esigenze severe ma eloquente nella sua efficacia, nella irradiazione dei suoi risultati sul piano sociale e umano. È l'immagine suadente che la santità - a cui tanto fortemente richiama l'Anno per antonomasia Santo - è non solo possibile a umane forze, ma reale, ma vera, ma presente in mezzo al mondo, nascosta, forte e benefica. Questa la grande, introduttiva lezione del rito che stiamo celebrando.
Il Santo Padre prosegue poi in francese.
Frères bien aimés et chers Fils,
En ce jour si attendu de tous, Notre cceur vibre à l'unisson du votre, alors que Nous célébrons les mérites de Mère Marie- Eugénie Milleret. Nous vous saluons d'abord, chères religieuses de l'Assomption, chères élèves et anciennes élèves de leurs Maisons d'éducation, et tous leurs amis venus de France et du monde entier. Nous voulons également saluer à un titre particulier le Cardinal Archevêque de Paris, Cité où la Bienheureuse mûrit son projet de vocation et implanta ses premières fondations. Il a lui-même contribué à faire connaître sa personnalité. Nous sommes heureux de lui confier ce matin la présidence de cette célébration eucharistique, au coeur même de l'Eglise du Christ que Mère Milleret a passionnément aimée. Mais d'abord, faut-il rappeler ce qu'est une béatification? C'est une déclaration officielle du Saint-Siège, qui vient après un long examen et permet à une Eglise donnée ou à une famille religieuse particulière, de rendre un culte à un Serviteur ou à une Servante de Dieu, jugé digne d'un si grand honneur.
Notez-le bien: il s'agit d'un culte sacré, en étroite dépendance du Culte que nous rendons à Dieu le Père, par le Christ, dans l'Esprit- Saint. Lui seul est Saint: «Tu solus Sanctus!». C'est en Lui que le culte des bienheureux trouve sa seule source. «Mirabilis Deus in sanctis suis». C'est ce qui fait d'ailleurs l'intérêt sans commune mesure de l'histoire des Saints. Si la biographie des grands hommes, des personnalités singulières, sont pour nous l'objet d'une étude profitable ou même d'admiration, combien plus la connaissance des vies humaines dans lesquelles transparaissent l'image même de Dieu et son action, autrement dit cette beauté et cette perfection que nous appelons la sainteté. Mais quelle est donc cette figure que l'Eglise présente aujourd'hui à notre vénération? En refermant la biographie de Mère Marie- Eugénie, Nous avons éprouvé l'érmeveillement qui naît de la certitude que Dieu agissait puissamment dans son âme, et de manière inattendue. En effet, à la différence d'une sainte Thérèse de Lisieux portée très tôt vers le don total par la foi remarquable de ses parents et l'exemple de ses soeurs déjà rentrées au monastère, la petite Anne-Eugénie Milleret, née à Metz en mil-huit-cent-dix-sept est fille d'un père acquis aux idées de Voltaire et d'une mère sans grande conviction religieuse. C'est en recevant l'Eucharistie pour la première fois, le 25 décembre mil-huit-cent-vingt-neuf, qu'elle fera cependant une expérience intime, rapide, inexplicable, inoubliable de «l'infinie grandeur de Dieu et de la petitesse humaine». Quelle lumière pour ceux qui douteraient de l'opportunité de la Pastorale de l'Enfance!
Anne-Eugénie va commencer une route qu'elle identifiera progressivement et vivra de plus en plus profondément, jusqu'à sa mort, en mil-huit-cent-quatre-vingt-dix-huit. Des épreuves particulièrement nombreuses l'associeront à la Passion et à la Résurrection du Christ: la disparition précoce de son frère Charles et de sa soeur Elisabeth, l'écroulement complet de la fortune familiale, la séparation de ses parents, la mort de sa mère très chère, victime du choléra. Cette adolescente de quinze ans, privée du soutien maternel, placée dans une famille mondaine de Châlons et ensuite chez des cousins habitant Paris, traverse des crises de solitude et de tristesse. Ces souffrances écrasantes amplifient ses interrogations angoissées sur le sens de la vie et de la mort, et la prédisposent aussi à écouter la voix du Seigneur. Les conférences de carême du Père Lacordaire résonnent alors dans le coeur d'Anne-Eugénie. Plus tard, elle l'écrira elle-même au célèbre dominicain: «Votre parole répondait à toutes mes pensées . . . me donnait une générosité nouvelle, une foi que rien ne devait plus faire vaciller . . . J'étais réellement convertie, et j'avais conçu le désir de donner toutes mes forces, ou plutôt toute ma faiblesse à cette Eglise qui seule désormais avait à mes yeux le secret et la puissance du bien» (Cfr. M.-D. POINSENET, Feu vert . au bout d'un siècle, éd. Saint-Paul, Paris-Fribourg 1971, p. 20). Et très souvent elle répétera: «Ma vocation date de Notre-Dame» (Ibid.).3
Mais comment la réaliser? Cette jeune fille mûrie plus que d'autres par la vie, énergique, extrêmement ouverte aux besoins sociaux de son temps, admire vivement les catholiques qui ont pris conscience des mutations de leur époque: La Mennais, Montalembert, Ozanam, Cazalès, Veuillot. Dans ses notes intimes, elle avoue: «je rêvais d'être un homme pour être comme eux profondément utile». Certes, l'égoïsme et la médiocrité de son propre milieu social la consternent, et pourtant elle voudrait contribuer à poser des structures nouvelIes de liberté, de justice, de fraternité. Elle rejoint en cela I'effort du catholicisme social du dix-neuvième siècle, après la tourmente révolutionnaire et dans une Eglise demeurée, dans son ensemble, très nostalgique du passé. Or voici que se précise le plan mystérieux du Seigneur. Un autre prêtre, débordant de zèle, l'Abbé Combalot, repère les qualités exceptionnelles de sa pénitente et ne tarde pas à lui dévoiler son projet de fondation d'une Congrégation dédiée à Notre-Dame de l'Assomption, dont les membres allieraient la contemplation et l'éducation. Elle aura pourtant à souffrir de l'autoritarisme de son conseiller, au point de devoir s'en affranchir. Mais la Providence lui ménagea le soutien éclairé du célèbre Abbé d'Alzon, qui devait bientôt fonder lui-même les Pères de l'Assomption. Autre épreuve: l'autorité ecclésiastique manifeste des inquiétudes pour un projet qui ne semble pas réaliste. Mère Marie-Eugénie demande un délai de réflexion.
Et sa réponse sera d'ouvrir à Paris le premier pensionnat de la Congrégation au printemps de mil-huit-cent-quarante-deux. Le petit arbre qui avait failli mourir pousse bientôt des racines au-delà de la France, jusqu'en Afrique du Sud, en Angleterre, en Espagne, en Italie, en Océanie, aux Philippines. N'est-il pas remarquable de voir la Congrégation trouver dès son départ une dimension internationale? Aujourd'hui, mille-huit-cents religieuses travaillent activement au règne du Christ, stimulées par l'exemple de leur Mère. Il est temps maintenant de regarder en face l'originalité de cette famille religieuse. Mère Marie-Eugénie tient souverainement à ce qu'elle maintienne deux axes essentiels: l'adoration et l'éducation. Ce qu'elle résumera plus tard en deux devises: «Laus Deo», et «Adveniat regnum tuum». Elle s'en explique: «Des religieuses vouées par vocation à l'éducation ont plus que d'autres besoin de se retremper dans la prière» (Cfr. M.-D. POINSENET, Feu vert . . . au bout d'un siècle, éd. Saint-Paul, Paris-Fribourg 1971, p. 90). Elle rejoint ici Thérèse d'Avila: «ne serait-ce pas une vaine prétention de vouloir arroser un jardin en cessant de capter les eaux du puits ou de la rivière?».
«En cherchant quelle doit être la marque la plus caractéristique de notre Institut, poursuit notre bienheureuse, je me trouve toujours arrêtée à cette pensée qu'en tout et de toutes manières, nous devons être adoratrices et zélatrices des droits de Dieu. Vous êtes filles de l'Assomption. Ce mystère, qui est plus du ciel que de la terre, est 'un mystère d'adoration . . . S'il y a jamais eu une adoratrice en esprit et vérité, c'est bien la Sainte Vierge» (Cfr. M.-D. POINSENEJ, Feu vert . . . au boat d'un siècle, éd. Saint-Paul, Paris-Fribourg 1971, p. 191). Foi, silence, oraison, union, sont des mots qui reviennent spontanément dans ses confidences et ses directives. Et à sa suite un véritable peuple d'adoratrices atteste que Dieu est plus que tout, et cherche dans la prière prolongée la signification et la fécondité de son action. En somme, Mère Milleret, qui a laissé converger vers elle et vers ses filles la spiritualité de saint Benoît, de saint Jean de la Croix et de saint Ignace, veut 'une famille religieuse passionnée de continuer le mystère du Christ priant et enseignant. L'Evangile ne nous montre-t-il pas le Christ s'imposant des temps de solitude et de prière prolongées, pour converser avec Dieu, son Père, et rentrer dans son projet de salut du monde? Aujourd'hui où tant d'hommes ne prient plus, où tant d'autres, jeunes et moins jeunes, ont faim et soif de silence et de prière, les religieuses de l'Assomption peuvent beaucoup contribuer à faire découvrir ou retrouver les chemins de la prière, qui sont aussi des chemins de libération pour l'homme moderne écrasé par une civilisation réductrice.
Pour Mère Marie-Eugénie en effet, cette dimension verticale est inséparable d'un engagement au service des hommes. En fait d'engagement, il s'agit principalement de l'éducation des jeunes filles: ce sera le trait caractéristique des religieuses de l'Assomption. En un temps où beaucoup de femmes demeuraient sans instruction ou n'avaient accès qu'à une culture superficielle, Mère Milleret veut une éducation harmonieuse et complète de l'esprit et du coeur. L'oeuvre qu'elle conçoit est tout le contraire d'une formation compartimentée, où il y aurait d'un côté les sciences profanes, d'un autre les bonnes manières du monde, d'un autre encore quelques pratiques chrétiennes. Elle vise une éducation de tout l'être dont Jésus-Christ soit le principe d'unité. Cette formation intègre évidemment une culture profonde, digne de son temps, avec des éducatrices très compétentes. Elle insiste non moins sur l'épanouissement des vertus naturelles : simplicité, humilité, droiture, courage, esprit de sacrifice, honneur, bonté, zêle. Elle a l'ambition de former des âmes fortes, qui ne se laisseront pas emporter au vent des moeurs du temps, au gré d'une sensibilité romantique, des instincts, des passions, comme risquerait de la faire une non-directivité comprise selon Rousseau (Cfr. ROUSSEAU, L'esprit de l'Assomption dans I'éducation et l'enseignement, Desdée, Tournai 1910, pp. 120-138). Elle veut éduquer la volonté au vrai sens de la liberté: «Faire connaître le Christ, libérateur et roi du monde, c'est là pour moi le commencement et la fin de l'enseignement chrétien», écrivait- elle à Lacordaire (Cfr. M.-D. POINSENET, o.c., p. 152).
Qui ne le pressent: notre société, comme la sienne, a besoin de ces caractères bien trempés qui permettront aux femmes d'accéder à toutes les responsabilités qui leur reviennent dans la famille et dans la société. Mère Milleret demeurait très soucieuse d'orienter vers l'action caritative et sociale: s'adressant à des jeunes filles d'un milieu aisé, elle ne veut pas qu'elles s'enferment dans un monde frivole et insouciant, quand tant de gens manquent du nécessaire. Elle provoque, chez elles et chez leurs parents, ce qu'on appellerait maintenant une révision de vie. Toute cette éducation, faut-il le redire, veut être imprégnée de foi, axée sur la recherche passionnée de la vérité qui est en Jésus-Christ. La Vierge y est présentée comme le modèle d'une vie toute sanctifiée par l'amour de Dieu. Quelle lumière pour nous chrétiens, qui serions parfois tentés, dans un monde sécularisé, de séparer l'éducation humaine de la foi! Au terme de cet entretien, ne pensez-vous pas que Mère Marie- Eugénie est notre contemporaine, par les problèmes qu'elle a vécus et les solutions qu'elle a tenté d'y apporter? Les saints, parce qu'ils sont les intimes de Dieu, ne vieillissent pas!
Eclatez de joie, chères Soeurs de l'Assomption, et suivez avec une ardeur juvénile les traces de votre Mère! Et vous toutes qui constituez le monde féminin, soyez fières et rendez grâces au Seigneur: la sainteté, cherchée dans tous les états de vie, est la promotion la plus originale et la plus retentissante à laquelle les femmes peuvent aspirer et accéder! Quant à vous, Maîtresses foncièrement dévoués à l'Enseignement Catholique, renouvelez encore votre confiance dans les possibilités étonnantes des communautés éducatives authentiquement chrétiennes ! Et nous nous tournons avec prédilection vers les jeunes si nombreux en cette assemblée: vous êtes en recherche du sens de votre vie, en recherche d'une alliance personnelle avec le Dieu de Jésus-Christ. Pourquoi ne pas prêter une oreille attentive au Seigneur qui appelle des ouvriers radicalement consacrés aux immenses besoins de l'Evangélisation?
Cette cérémonie sera-t-elle sans lendemain? Non! Tous, nous retournerons à nos tâches exigeantes, en emportant la nostalgie à la fois très humble et très ardente de la sainteté! Nous aimerons davantage contempler les merveilles de la grâce divine dans la vie des saints, à la manière dont nos chers Fils de France peuvent admirer le flamboiement du soleil dans les célèbres vitraux de Bourges, de Chartres et de Paris! Avec Notre Bénédiction Apostolique.
Eccoci Fratelli, ancora una volta, ed in circostanze speciali, quali sono quelle dell'Anno Santo, che stiamo celebrando, al principio della quaresima; in capite jeiunii, come dicevano i nostri antichi maestri di spirito. Nulla di nuovo; ma procuriamo di capire, e poi anche di fare. La pedagogia della Chiesa attribuisce grande importanza a questo periodo dell'anno liturgico. Quaresima è, si può dire, sinonimo di penitenza. La prima questione, che sorge negli animi, anche in quelli fedeli alla Chiesa, al suo spirito, ai suoi riti, si domanda se sia oggi giustificata la penitenza. Non è castigo la penitenza? non è tristezza, non è mortificazione, non è rinuncia, non è frustrazione? perché la religione cristiana deve presentarsi con questo aspetto, punto simpatico? come predicare all'uomo moderno, ch'è tutto teso alla conquista e al godimento della vita, una prassi penitenziale, che esula da ogni sua concezione, da ogni sua aspirazione, e, possiamo aggiungere, dalla sua pratica possibilità? chi può oggi digiunare, come la Chiesa fino a ieri prescriveva severamente di fare, e come, parzialmente almeno, ancora adesso, prescrive? Ai giovani specialmente, perché non presentare, fin da principio, la vita cristiana come una pienezza, una gioia, una felicità? Il cristianesimo, nella sua essenza, non è felicità? Non ha forse detto Gesù, proprio Gesù: «Io sono venuto affinché (gli uomini) abbiano la vita, e l'abbiano più abbondantemente»? (Jn 10,10)
Un missionario, venuto in questi giorni a visitarci, ci diceva dei felici risultati d'una sua iniziativa, intitolata «l'apostolato della gioia»; non è questa un'autentica e sapiente interpretazione del Vangelo, il messaggio della buona novella? Così pure, e con altra voce, un autorevole Uomo di Chiesa si domandava recentemente se non sia oggi un errore, almeno di metodo, quello della tradizione ecclesiale di presentare l'adesione alla fede, e allo stile di vita ch'essa comporta, sotto condizione di pratiche ascetiche restrittive, di osservanze di norme di pensiero e di costume molto esigenti: perché non rendere facile e gradevole l'appartenenza alla Chiesa, allargando e spianando la via, che ne qualifica il cammino e ne assicura la mèta? Non saremmo noi colpevoli di rendere difficile e complicato l'incontro degli uomini del nostro tempo con la religione? Non sarebbe venuta l'ora di rendere dunque «permissiva», come oggi si dice, l'alleanza del mondo con la professione cristiana? il Concilio non ci ha elargito questa nuova concezione del cristianesimo contemporaneo? un cristianesimo facile, senza precetti esigenti e molesti, un cristianesimo moderno? e se questo vuole sopravvivere alle condizioni della vita contemporanea, non deve forse abolire i freni della sua vecchia concezione penitenziale?
Ragionamenti che contengono certamente una parte di verità; ma isolati dal disegno organico e completo della concezione cristiana sono incompleti, sono capziosi, e possono generare gravi errori; possono deformare e vanificare il Vangelo; il più grande di tutti gli errori di questo genere sarebbe quello di togliere la croce dal centro della fede e della vita cristiana. Ricordate la parola di S. Paolo: «che non sia resa vana la Croce di Cristo»! (1 Cor. 1Co 1,17) vana nel suo mistero redentore, e vana nel suo insegnamento morale; infatti ricordiamo sempre: non solo Gesù porta la croce, ma anche i suoi seguaci con lui devono portarla: «se qualcuno vuol venire dietro a me, Egli disse, rinunzi a se stesso, prenda la sua croce, e mi segua» (Mt 16,24). E questo, perché?
S. Agostino, in un suo sermone circa l'utilità di fare penitenza, diceva: «quanto sia utile e necessaria la medicina della penitenza, assai facilmente lo comprendono gli uomini, che si ricordano d'essere uomini» (S. AUGUSTINI Serm. 351, 1; PL 39, 1535; et Serm. 352; ibid. 1539 ss). Ripetiamo: perché questo? perché l'uomo è un essere spiritualmente e moralmente malato; ha bisogno della medicina della penitenza, cioè ha bisogno di riparazione; lo sviluppo e il funzionamento delle sue facoltà naturali non sono regolari e ordinati; il suo comportamento, in seguito al peccato originale, è facilmente sbagliato; lasciato a se stesso, produce atti contrari al dovere e genera stati d'animo disordinati; occorrerà per l'uomo sano, per l'uomo «nuovo» secondo la concezione cristiana, una «conversione», cioè un cambiamento di spirito che chiamiamo penitenza, la quale predispone alla fede e alla grazia (Cfr. DENZ.-SCHÖN. 1525-1530), e esige da noi volontà, contrizione, sforzo, perseveranza; esige cioè una penitenza duplice, sacramentale e morale (Cfr. S. THOMAE Summa Theologiae, III, 84.90).
Oggi la liturgia parla principalmente di quest'ultima, la penitenza morale, e la drammatizza con un rito assai espressivo, con la imposizione delle ceneri sul capo del cristiano, quasi per disilluderlo del valore unico e supremo della vita presente, in cui noi facilmente poniamo le nostre cure e le nostre speranze. È un errore fatale di calcolo il nostro, se noi poniamo la nostra fiducia nei beni propri dell'ordine temporale, la durata della nostra esistenza presente, il benessere economico e edonistico, la fiducia nella ricchezza più che nella virtù, il materialismo ideologico e pratico, che sembra comprendere e risolvere tutti i problemi personali, sociali e politici, verso i quali si vorrebbe da molti rivolgere con priorità prevalente la mentalità e l'attività dell'uomo finalmente edotto circa la vera, ma inesatta e incompleta, filosofia della vita. Non udiamo noi forse in questo momento la severa, ma sapiente parola di Cristo rivolta all'homo oeconomicus, che aveva posto tutti i suoi progetti e tutta la sua fortuna nell'«abbondanza dei beni posseduti», senza riflettere all'inanità dei suoi preventivi: «Stolto, questa notte stessa l'anima tua (cioè la tua esistenza temporale), ti sarà ridomandata (cioè dalla morte imprevista e improvvisa); e quanto hai preparato di chi sarà? così, aggiunge il Signore, è chi tesoreggia per sé, e non arricchisce presso Dio» (Lc 12,20-21).
Così che questa radicale svalutazione dei beni propri della concezione materialista della vita, propria della visione penitenziale della sapienza cristiana, non si risolve in un disperato pessimismo, ma in un orientamento finalistico superiore e migliore della nostra esistenza, il possesso finale, desiderato e meritato, della pienezza della nostra vita immortale nel Dio della suprema beatitudine. La mèta escatologica, cioè ultima ed ultra terrena, deve governare le mète temporali, nelle quali siamo impegnati; e ciò non solo a riguardo dei beni economici, ma d'ogni altro bene di questo nostro pellegrinaggio nel tempo. Siamo pellegrini, siamo di passaggio nella vicenda faticosa o fortunata che sia nel secolo del tempo; questa è la coscienza della penitenza, che non ci deprime nella ricerca della giustizia e dell'ordine del nostro mondo sperimentale, ma piuttosto ci stimola a compiervi la missione che gli è propria: «così conviene, dice il Signore, che noi adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15), ma con lo spirito libero e teso verso quel «regno di Dio», che solo vale la pena d'essere sopra ogni cosa desiderato e conquistato, e che i «Poveri di spirito» sanno a loro primi destinato. In quest'atmosfera di pensieri e di propositi c'introduce la quaresima, con la sua metánoia, cioè con la sua conversione. Accettiamola con fiducia e con coraggio; sappiamo dove ci guida: al mistero pasquale. Sia così, con la nostra Benedizione Apostolica.
Fratelli! e Membri e Collaboratori della Curia Romana!
Ciascuno lo vede ciascuno lo sente: questo è un momento singolare, un momento bello. È ben raro che noi ci troviamo così riuniti, anche se sempre siamo uniti per un comune servizio. Oggi in una comune preghiera, in un comune atto penitenziale, in un'unica celebrazione eucaristica. Merita questo momento d'essere fissato nella memoria di ciascuno di noi. Merita che noi tutti gli riconosciamo il suo pieno significato, anche se questo oltrepassa la capacità espressiva della nostra parola. Pensiamo al luogo. Qui ora tutto ci parla, ed oggi con una voce che, anche se a noi ben nota, non può lasciarci indifferenti, o solo attenti alla maestà dell'incomparabile edificio. Qui è la tomba dell'apostolo Pietro, colui che il Signore volle fondamento e centro della sua Chiesa. Qui la successione del ministero universale e pastorale di lui attrae e fissa il nostro pensiero per la sua realtà storica, qualunque sia la fisionomia umana in cui essa si rispecchia; umile e misera, oggi, essa è vivente. Qui l'unità della fede e della comunione ecclesiale hanno un loro privilegiato domicilio sensibile, e sembrano in esso riposare ed esprimersi nello spazio architettonico aperto alla moltitudine dei fedeli, invitandoli ad una corale professione d'unanimità e di fratellanza. Qui finalmente la mole e la bellezza del monumentale trofeo, edificato sul sepolcro del primo Vescovo e Martire di questa Chiesa romana, sembrano innalzarsi perennemente in uno sforzo temerario di sfida ai secoli, mentre, a ben comprendere, altro non vogliono che lanciare nella storia un ponte dall'avvento primo di Cristo sulla terra verso l'altro suo avvento alla fine del mondo.
Ma noi, anche in questo quadro sacro e stupendo, in cui si respira il mistero del tempo, restiamo ora raccolti sopra noi stessi, e interroghiamo le nostre coscienze: chi siamo noi? e perché siamo qui? Noi siamo la Curia Romana, l'organo centrale e complesso dei dicasteri, dei tribunali e degli uffici, che coadiuvano il pastorale governo generale della Chiesa cattolica; e tanto basta per generare in noi tutti non già un senso di superiorità e di orgoglio nei confronti del Collegio Episcopale e della grande famiglia del Popolo di Dio, al quale noi pure apparteniamo, quanto piuttosto la coscienza duna assai grave e delicata funzione, che comporta responsabilità e fatiche tanto maggiori quanto più prossima è la sua derivazione dalle esigenze costituzionali del ministero apostolico, e quanto più fraterno e rivolto al bene totale della Chiesa ne vuole essere il suo provvido esercizio. Questo siamo. Ma la definizione di Curia Romana, in virtù della nostra personale ed associata presenza, assurge ora a quella di Sede Apostolica (Cfr. cann. 7 et 242), e conferisce a questa cerimonia giubilare un carattere di particolare importanza.
Ora questa nostra coscienza, che vogliamo chiarissima non soltanto nella sua definizione canonica, ma anche nel suo contenuto morale e spirituale, impone a ciascuno di noi un atto penitenziale conforme alla disciplina propria del giubileo, atto che possiamo chiamare di autocritica per verificare, nel segreto dei nostri cuori, se il nostro comportamento corrisponde all'ufficio che ci è affidato. Ci stimola a questo interiore confronto innanzi tutto la coerenza della nostra vita ecclesiale, e poi l'analisi, che tanto la Chiesa, quanto la società fanno sul nostro conto, con esigenza spesso non obiettiva e tanto più severa quanto più rappresentativa è questa nostra posizione, dalla quale dovrebbe sempre irradiare un'esemplarità ideale. Da chi porta il nome cristiano oggi più che mai molto si pretende, e tanto più se a tal nome si aggiunge l'appartenenza ad un ambiente di Chiesa, qual è la Sede Apostolica; e quanto ancora maggiore è l'esigenza dell'occhio altrui di riscontrare armonia, specialmente a Roma, fra il carattere sacerdotale o episcopale, di cui noi fossimo insigniti, e lo stile, sotto ogni aspetto, della nostra vita, la fedeltà ai nostri doveri religiosi, lo zelo del nostro ministero. Non è meraviglia: fu dapprima così, - e in quale misura! -, per nostro Signore, che fin dagli albori della sua infanzia fu definito dalla profezia di Simeone «segno di contraddizione» (Lc 2,34); e quanto ciò si spiega per noi, che uomini quali siamo, eredi, sì, d'una lunga e gloriosa storia, ma in molti punti censurabile, e per di più imperfetti e peccatori noi stessi, non possiamo certo crederci invulnerabili alle contestazioni e alle polemiche della cronaca e della storia.
Due sentimenti spirituali perciò daranno senso e valore alla nostra celebrazione giubilare: un sentimento di sincera umiltà, che vuol dire verità su noi stessi, dichiarandoci per primi bisognosi della misericordia di Dio e di quell'indulgenza, che la Chiesa, facendoci credito sui meriti di Cristo Salvatore e Mediatore, e colmando i nostri debiti col tesoro della comunione dei Santi, concede in questo provvidenziale Giubileo. Umiltà, che tanto più deve riempire la nostra umana coscienza, e quella che le si ,associa della Curia Romana, quanto più grandi, gelose e divine sono le potestà, che il Datore delle chiavi pone nelle nostre mani, umili e tremanti, di pastori, di ministri, di servi del suo Regno. Umiltà, che, mentre ci fa obbligo d'implorare perdono per noi stessi, ci fa solleciti a concederlo a quanti degnamente ne accolgano il dono felice; e umiltà, che, mentre ispira il dialogo con i nostri Fratelli tuttora da noi separati, sorregge la nostra speranza d'una piena comunione nell'unico ovile di Cristo.
E l'altro sentimento? oh! Fratelli, il sentimento adeguato ad una circostanza come questa non può essere che la sommità della nostra vita spirituale, non può essere che l'esultanza interiore per una celebrazione straordinaria, come questa lo è, dell'amore-carità di Dio verso di noi! Nessuno dica che questa è pietà consueta, è verità antica, sempre ripetuta e quindi punto originale, fino ad acquistare semplice sapore devozionale che ne diluisce la capacità di suscitare meraviglia ed entusiasmi, come oggi noi vorremmo sperimentare vigorosamente. No: l'amore-carità, la dilezione di Dio verso di noi è il punto focale della rivelazione, cioè del sistema ontologico e teologico della nostra religione; esso è il cuore della nostra fede: credidimus caritati, noi abbiamo conosciuto e creduto all'amore-carità che Dio ha per noi (1Jn 4,16); e questa è sempre una scoperta originale per il nostro pensiero in cerca del vertice della verità: Dio ci ha amato! è qui la sorgente inesauribile della nostra emotività spirituale, ed è qui l'esigenza più impegnativa della nostra risposta alla vocazione cristiana; è di qui che nasce l'impulso più forte e più diretto al compimento del sommo mandato evangelico dell'amore: amore al Dio che ci ha amati fino a darci come vittima e salvatore, come maestro e come fratello il Figlio suo (Jn 3,16), e amore nostro, scintilla al confronto del sole e dal sole accesa e riverberata, amore nostro, diciamo a Dio e di riflesso al prossimo, dichiarato degno d'esserne amato come Cristo lo amò (Ibid. 13, 34; 15, 12).
La nostra religione, il nostro rapporto con Dio è questo, l'amore; un amore in cui Dio ha preso per primo l'iniziativa; prior dilexit nos (1Jn 4 Jn 19 Rm 5,10). Noi dobbiamo ritrovare noi stessi nell'espressione di questi sentimenti fondamentali, oggi, mentre quanti hanno avuto la fortuna di partecipare al ritiro quaresimale di questi giorni ne concludono qui, con i componenti della Curia Romana, l'intensità spirituale compiendo tutti insieme la cerimonia prescritta per la celebrazione del Giubileo. Sì, noi diciamo a Gesù Cristo, nostro Signore, noi abbiamo voluto accedere a questa tomba apostolica varcando le soglie aperte della Porta Santa, simbolo di una misericordia di cui intimamente sentiamo bisogno. Successori ed eredi del Pescatore di Galilea, vorremmo ripetere le sue spontanee e impetuose parole davanti al prodigio della pesca miracolosa, segno profetico della fecondità della missione apostolica ed ecclesiale: «Allontanati da me, Signore, perché sono uomo peccatore!» (Lc 5,8)
Noi sentiamo fino alla confusione la sproporzione fra la nostra vocazione e la missione nostra, entrambe immeritate, sublimi, tremende, ineffabili, divine, e l'esiguità della nostra persona, sia singola, che collettiva. Anzi, dobbiamo forse dire, con il Centurione del Vangelo, l'indegnità: Signore, io non sono degno! ... (Mt 8,8), sentendo l'imputazione oggi tanto diffusa e talvolta perfino aggressiva, dei motivi dell'avversione antipapale ed antiromana. Signore, noi qui non vogliamo né giustificarci né difenderci; solo ne faremo argomento di riflessione; e conforteremo i fratelli fedeli e noi stessi con le parole ancora dell'Apostolo Pietro: «Signore, a chi andremo noi? Tu solo hai parole di vita eterna!» (Jn 6,69); e invocheremo sopra di noi la ricchezza della tua inesauribile misericordia con l'affermazione che Tu stesso, o Cristo, ci infondi nel fragile cuore, ma ora reso pietra indefettibile: «Signore, Tu sai ogni cosa; Tu sai che io Ti amo!» (Jn 21,17). E una sola ambizione noi avremo, quella di meritare alle nostre persone, al nostro ufficio apostolico, a questa Chiesa Romana, il titolo, l'elogio stupendo del celebre martire Ignazio Teoforo d'Antiochia, d'essere cioè digna Deo digna decentia, digna beatiudine, digna laude, digne ordinata, digne casta et praesidens in caritate, prokatheméne tès, ágápes, presidente della carità (Pref. Litt .ad Rom.).
Questo, o Signore.
Paolo VI Omelie 1975 - 25 gennaio 1975