
Paolo VI Omelie 1975 - 22 febbraio 1975
Noi vi salutiamo!
Noi vi accogliamo col cuore aperto!
con grande gioia!
siate i benvenuti, in nome di Cristo!
come figli!
come fratelli!
come amici!
Noi siamo ora sulla tomba dell'Apostolo Pietro: l'Apostolo scelto dal Signore Gesù come base per costruirvi sopra la sua Chiesa, l'assemblea unica e universale dell'umanità nuova.
Per Gen questa è una tappa di arrivo; è una tappa di partenza! ascoltate la nostra voce amica per brevi momenti!
Ecco: Giovani Gen, membri e rappresentanti d'una generazione nuova, orientati verso una forma nuova per interpretare la vita:
- che cosa significa cotesto atteggiamento, cotesto movimento? Oh! voi già lo sapete bene!
- Ma facciamo insieme uno sforzo nuovo per comprendere; e diciamo: voi siete in cammino per una ricerca. Cercare è proprio della gioventù. Appena l'occhio della coscienza si apre sulla scena del mondo circostante, una inquietudine si sveglia nell'animo della gioventù: essa vuole conoscere, essa vuole soprattutto provare; essa vuole tentare.
Cercare, che cosa? Cercare, cercare!
Questa è una questione decisiva: cercare, che cosa?
Questa è una scelta fatale, che può decidere del vostro destino.
Cercare, che cosa? Voi, giovani di questo tempo, avete già una risposta negativa, e quasi ribelle nel vostro cuore: non vogliamo, voi dite, il mondo come esso ci si presenta davanti! fenomeno strano: un mondo, che vi offre i frutti più belli, più perfezionati, più godibili della civiltà contemporanea, non vi soddisfa, non vi piace, anche se con indifferente disinvoltura, voi profittate delle conquiste, delle comodità, delle meraviglie, che il progresso moderno mette a vostra disposizione. Un senso però di critica, di contestazione e perfino di nausea arresta la vostra ricerca in questa direzione. È una direzione che vi porta fuori da voi stessi, un'alienazione, perché in fondo, è una direzione materialista, edonista, egoista. Non soddisfa veramente l'anima, non risolve veramente i problemi essenziali e personali della vita. Sopra questa concezione della nostra esistenza, concezione oggi spesso dominante, filosofia dell'opinione pubblica, grava una domanda terribile, come una spada di Damocle: «Che cosa giova mai all'uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde l'anima sua» (Mt 16,26). È la domanda di Cristo, che non vanifica i beni di questa terra tanto bella, ricca e feconda, ma ne classifica il valore, un valore inferiore a quello della vera vita, verso il quale si rivolge la vostra scelta. Quale e dove?
Voi avete fatto un'altra scelta. Per questo vi chiamate Gen, Generazione nuova. Una scelta, innanzi tutto, liberatrice. Liberatrice dal conformismo passivo, che guida tanta parte della gioventù del nostro tempo; conformismo alla dominazione del pensiero altrui, alle correnti di moda della cultura e del costume, al mimetismo di massa. Quanti giovani credono d'essere liberi perché si sono affrancati dalle abitudini e dall'autorità della vita familiare, senza accorgersi di cadere nella catena della soggezione dell'arbitrio d'un gruppo, d'una corrente sociale, d'una ribellione collettiva! Al fondo della vostra psicologia sta un atto personale e sovrano di libera determinazione. Questo è la prima ragione della vostra novità, della vostra forza, della vostra gioia. Quale determinazione? La scelta di Cristo. Come mai avete potuto scegliere Cristo, come ispiratore della vostra esistenza? Oh! questo è il vostro segreto, questa è la vostra storia individuale, questo è certamente il risultato d'un incontro, nel quale la vostra volontà, il vostro istinto vitale si è incontrato con Uno, non solo più forte di voi, ma con Uno che si è subito svelato con un fascino segreto di bellezza, di bontà, di vicinanza, di colloquio, al quale era supremamente ragionevole arrendersi, come ad incantesimo di irresistibile verità e d'incomparabile felicità.
Come fu? come fu? oh! ciascuno custodisca il suo segreto, e ciascuno lo ripensi dentro di sé, come una vocazione originale. Noi ora accenniamo appena ad alcune forme tipiche di questa rivelazione interiore di Cristo, che ci ha vinto facendo noi stessi vincitori. Vi fu, noi pensiamo, chi ripensò al Gesù della propria infanzia, abbandonato come ogni altra cosa apprezzata nella prima età; lo si credeva dimenticato, superato, lontano; e come mai, in un dato momento, la sua presenza, come quella d'un compagno di viaggio, fu avvertita vicina e parlante? «Chi segue me, non cammina nelle tenebre» (Jn 8,12), Egli diceva, proprio quando le tenebre crescevano sul cammino della vita. Vi fu chi mantenne nella sua memoria, o meglio nella sua cultura, il ricordo sbiadito di Cristo, come uno dei tanti uomini celebri dell'antichità e della storia; pensava a Lui come ad una statua, immobile e pietrificata del tempo passato; poi, - come fu? - guardando con qualche attenzione quella statua-fantasma, vide, con grande stupore e timore, che era viva, e si muoveva, e veniva verso di lui, e mormorava una semplice parola affascinante: «Sono Io, non abbiate paura!» (Mc 6,50).
E qualche altro, attratto dal dolore e dal bisogno umano, si curvò sul fratello povero e sofferente, o sul popolo oppresso e umiliato, e, ascoltandone il gemito, capì ch'esso saliva dalle profondità umane in cui Cristo si era sprofondato, e che la voce languente di Lui lo interpellava: «Dammi da bere» (Jn 4,7 Jn 19,28). Anche in questa umana sensibilità fraterna, - non è vero? -, una sovrumana vocazione ad essere Generazione nuova spesso s'è pronunciata. E quanti altri di voi per via di esempio, per armonia arcana fra parola e vita, per gioia nuova, quella della carità, la gioia gaudente nella verità (1 Cor. 1Co 13,6), ha compreso l'invito, ha compiuto la scelta, ha sentito, nella testimonianza dello Spirito, la certezza interiore della propria vita nuova, soprannaturale (Rm 8,16). È così ch'è avvenuto l'incontro: Gesù Cristo ha incrociato i vostri passi; e per ciò oggi voi siete qui. Sì, l'incontro con Lui, Cristo Gesù. Ma chi è Cristo Gesù? Quale sconfinata domanda! Noi potremmo pensare che voi vi avete già dato risposta. Sì, certamente; se voi siete discepoli, anzi figli della Chiesa, voi sapete chi è il Signore, Gesù Cristo. Ma che cosa sapete di Lui? come sapete? Ma ascoltate ora questa nostra parola, che fa propria quella di San Paolo: «A me, che sono l'infimo fra tutti i santi è stata data questa grazia di recare ai popoli la buona novella della imperscrutabile ricchezza di Cristo . . . » (Ep 3,8).
Ebbene: primo, in Sé, Cristo è il verbo di Dio fatto uomo; Cristo, per noi, è il Salvatore dell'umanità. Due oceani: la divinità di Gesù Cristo, e la missione di Gesù Cristo nel mondo. Provate a risolvere in qualche adeguata espressione questo primo essenziale aspetto della sua Persona divina, vivente nell'infinita e trascendente natura del Verbo eterno di Dio, e vivente nell'uomo Gesù, nato da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo; e poi questo secondo aspetto, la sua inserzione nel nostro cosmo, nella nostra storia, nel nostro destino, nella nostra vita, nella nostra intima conversazione (Cfr. Bar. Ba 3,38), . . . e sentirete scoppiare la capacità comprensiva della vostra mente in una estasi di sapienza, di verità e di mistero, che proverà ad allargarsi, senza pienamente saziarsi in tutte le dimensioni possibili, per effondersi poi nell'amore che sorpassa ogni scienza (Cfr. Eph. Ep 3,18-19). A noi pare che voi, Focolarini, avete affrontato questo duplice problema: Chi è Lui, Cristo? e Chi è Lui, Cristo, per noi? Ed ecco che il fuoco della luce, dell'entusiasmo, dell'azione, dell'amore, del dono di sé e della gioia si è acceso dentro di voi, e in una interiore pienezza nuova voi avete tutto compreso, Dio, voi stessi, la vostra vita, gli uomini, il nostro tempo, la direzione centrale da imprimere a tutta la vostra esistenza. Sì, questa è la soluzione, questa è la chiave, questa è la formula, antica ed eterna, e quando è scoperta, nuova. Voi l'avete intuita, e avete, a buon diritto, dato al vostro movimento la definizione di «Generazione nuova», Gen!
Dunque, carissima Gioventù Gen! Incontrare, conoscere, amare, seguire Cristo Gesù! Questo il vostro programma. Questa la sintesi della vostra spiritualità, che voi, celebrando il Giubileo dell'Anno Santo, volete riaffermare nelle vostre coscienze e tradurre nella vostra vita. Con due conclusioni. La prima: per condensare in un pensiero centrale e fecondo il segreto del vostro Movimento cercate d'avere sempre Gesù come Maestro. «Unico» ha detto Gesù stesso di Sé ai suoi discepoli, «unico è il vostro Maestro», Cristo (Mt 23,8). Abbiate il carisma di capire questa verità ! È la luce del pensiero e la lampada della vita. Gesù Maestro! E poi la seconda conclusione, che ascoltiamo parimente dalle labbra del Maestro Gesù: «Voi tutti siete fratelli» (Ibid.). Abbiate la saggezza e il coraggio di arrivare a questa conclusione, ch'è la radice della socialità cristiana. È spesso sconcertante osservare come molti, che si dicono seguaci del Vangelo, siano incapaci di dedurre dal Vangelo stesso una socialità fondata sull'amore. Temono forse, armati solo del Vangelo, d'essere deboli, astratti, inetti nella grande missione di rendere fratelli gli uomini; e pensano di trovare principii e forze supplementari andando a cercarne l'efficacia a scuole materialiste ed atee, che traggono dalla lotta di uomini contro uomini la loro logica e la loro energia. Sono codesti dei surrogati contraddittori per educare il mondo moderno ad una socialità giusta e fraterna.
Voi, Generazione nuova, siate fedeli e coerenti. Se avete scelto Cristo per vostro Maestro, fidatevi di lui e della Chiesa, che a voi lo conduce e lo presenta. Dimostrate con i fatti la forza realizzatrice della carità, dell'amore sociale, instaurato dal Maestro. Sarà un'esperienza, sì, nuova e generatrice d'un mondo più giusto e più buono. Sarà un'esperienza forte; domanderà resistenza, sacrificio, eroismo forse; domanderà che anche voi siate i robusti e volonterosi Cirenei, che offrono le proprie spalle per sostenere la Croce di Gesù. Sì, dovrete anche soffrire con Lui, come Lui, per Lui! Ma non temete, Gen! siate sicuri! avrete operato la vostra salvezza e quella del nostro mondo moderno. E sempre, come oggi, sarete buoni e felici!
Fedeltà alla propria vocazione cristiana e coerente testimonianza dell'appartenenza alla Chiesa: questi i punti che il Santo Padre ha indicato come frutti spirituali fondamentali del Giubileo, parlando nel pomeriggio di ieri, dopo il Vangelo, ai dipendenti del Vaticano, convenuti insieme con i familiari nella Basilica di San Pietro per celebrare solennemente, in forma comunitaria, l'Anno Santo. Paolo VI manifesta anzitutto la sua gioia per lo speciale incontro, che ha dato la dimostrazione anche fisica dell'unione delle menti e dei cuori di quanti operano quotidianamente a contatto così stretto con la Sede Apostolica.
«Se la celebrazione del Giubileo non ci avesse procurato che la singolarità di questo incontro, noi dovremmo dircene felici e benedirne la memoria. Ecco: siamo insieme, come non mai. Noi lavoriamo insieme; noi apparteniamo a questo organismo, che nel linguaggio comune chiamiamo Vaticano; e quasi non ci conosciamo; ognuno compie l'opera che gli è affidata, senza che vi sia fra noi altro rapporto che quello professionale; abbiamo la vaga idea d'essere parte d'un tutto, ma questo, per lo più ci resta estraneo, ci resta ignoto; siamo come singoli artisti di un'orchestra; ciascuno esegue la propria parte, ma il senso del concerto sembra spesso che non ci riguardi; siamo singoli esecutori d'una nostra piccola nota, ma il risultato dell'armonia totale, a cui diamo il nostro concorso, spesso ci sfugge, spesso non ci interessa. In questo momento no; noi ci vediamo insieme, e, quasi sconosciuti gli uni agli altri, noi ci sentiamo insieme; una profonda unità ci unisce, un solo spirito ci dà il senso dell'animazione originale propria del nostro complesso sociale: noi preghiamo insieme! noi non siamo un semplice corpo di gente legata da rapporti esteriori; noi siamo, in questo momento, "un cuore solo e un'anima sola"(Cfr. Act. 4. 32)».
Sulla tomba di San Pietro e vicini al Papa - prosegue Paolo VI - sentiamo di essere fratelli, di avere uno spirito comune, sentimenti uguali e tutti concorrenti verso uno scopo, quello di celebrare bene il Santo Giubileo che la Chiesa ha annunciato per quest'anno al mondo. Il Santo Padre si sofferma poi ad illustrare il significato dell'Anno Santo, di una celebrazione così impegnativa. Ci chiama tutti e tutti ci vuole presenti non solo con un atto di ossequio esteriore, ma con un atto di adesione interiore. Ci vuole col cuore, ci vuole con lo spirito, ci vuole con l'anima. Perché il Giubileo? La risposta non avrebbe fine, perché tocca tanti lati di questa manifestazione che ci farebbero rincorrere le memorie del passato, ci farebbero studiare il momento presente della nostra vita religiosa, ci farebbero segnare il confronto fra noi e quelli che da noi sono distinti: non soltanto separati perché non appartengono a questa comunità, ma separati col cuore, con l'anima. Non siamo in una società che ci favorisce, che ci aiuta, che facilita l'adesione alla nostra professione religiosa. Siamo piuttosto invitati ad essere ciascuno un'anima, ciascuno un cuore, ciascuno un professionista della propria convinzione spirituale e religiosa, ciascuno un aderente convinto, volontario, disposto anche a combattere spiritualmente per la difesa di questa sua appartenenza.
Questo elemento non favorevole della società presente, che ci isola quasi, che ci distingue e ci rimprovera di essere collegati con una tradizione che l'opinione pubblica a volte dice superstite e in via di spegnersi, ci induce invece a una maggiore energia, a una maggiore convinzione, a un maggiore proposito. Il Giubileo deve essere per noi una revisione generale, religiosa della nostra adesione alla fede di Cristo e alla sua Chiesa. Se noi confrontiamo la nostra adesione con quella che dovrebbe essere, troviamo delle differenze. Abbiamo assorbito anche noi l'atmosfera del nostro tempo, e anche nel suo aspetto positivo, della ricchezza immensa delle sue manifestazioni: non c'è lato della vita, non c'è aspetto dell'attività dell'uomo che non abbia avuto nel mondo moderno un'espansione enorme, interessantissima. Il fascino di questa ricchezza della nostra civilizzazione ci incanta, ci attrae, ci suggerisce di fermarci senza cercare ancora, di limitarci alla vocazione che chiamiamo temporale, esteriore.
Siamo tentati di ritenere, osserva Paolo VI, che non ci sia bisogno di andare oltre questa realtà. Così, quello che è il lato più bello della vita moderna, costituisce nello stesso tempo il pericolo, la tentazione. Sembra che non ci sia il bisogno di cercare altre cose, specialmente quelle che superano la scena che abbiamo davanti, che non ci sia il bisogno di religione, cioè di cercare al di là nella trascendenza, che è poi misteriosa e inafferrabile. Nessuno, dice la stessa Scrittura, ha mai visto Iddio. Siamo tutti attratti dalla tentazione di una fermata nella peregrinazione del nostro cammino. Vorremmo che la vita presente fosse ferma e perenne; nessuno vorrebbe morire. La chiamata cristiana, la nostra vocazione religiosa resta quasi vanificata, da alcuni trascurata, da altri addirittura impugnata con una sottigliezza di ragionamenti che sembrano speciosamente validi e che ci tradiscono.
Fermiamoci: è questa la parola incantatrice, la parola che può essere traditrice - esclama il Papa -. Ma noi non cediamo a questa seduzione, a questa attrattiva immobilizzante e mortificante. Guarderemo di gustare la scena del mondo e di ammirarne le espansioni, le nuove espressioni, di usare bene delle sue conquiste e delle sue invenzioni, ma avremo un'anima così grande, così esigente, così prepotente che dirà: non basta. Sopra la manifestazione temporale c'è un'esigenza che vuole andare al di là. Siamo fatti non soltanto per tutto quello che è misurato, che è materiale, che si svolge sotto i nostri occhi, ma per qualcosa che trascende. Citando la frase di Sant'Agostino Fecisti nos Domine ad te inquietum est cor nostrum donec requiescat in te, il Papa aggiunge: non avremo mai pace nel nostro spirito finché non avremo fatto almeno lo sforzo, il tentativo ansioso, come un volo che va verso il cielo, di conquistare l'infinito. Dio è il mistero che riposa sopra i nostri destini. Il Signore ci ha così compaginati, ci ha dato l'intelligenza, il cuore, ci ha dato bisogni, dolori e speranze per stimolarci a camminare verso di lui. Tutto può essere scala che sale se noi non ci fermiamo; altrimenti siamo dei mancanti, dei disertori della nostra vera finalità.
Il Giubileo ci ricorda che dobbiamo orientare decisamente la nostra vita verso quello che abbiamo accettato e che non ci dobbiamo limitare a soddisfare con un'osservanza consuetudinaria. Se il navigante getta via la bussola, sembra che possa continuare a navigare ugualmente, anzi può sembrare che la nave vada anche più veloce, abbandonandosi ai venti che tirano. Sembra di essere liberi mentre si è obbligati proprio dalle tempeste che infuriano attorno. Così, nella nostra vita, è indispensabile la parola che orienta, il principio superiore che governa il nostro operare e dà un senso, una ragione, uno scopo, un valore, una trascendenza al nostro esistere. Dobbiamo avere una bussola che ci orienta verso quel porto che si chiama Dio. Nel Giubileo dobbiamo vedere una chiamata a un controllo, ad un'inchiesta su noi stessi, sulla nostra fedeltà, sulla nostra coerenza, sulla rispondenza della nostra vita alla nostra fede. Ciascuno di noi è manchevole. Ciascuno di noi deve confrontarsi con quello che proclama il Vangelo: Amerai Dio con tutte le tue forze, con tutto il tuo cuore, con tutto il tuo slancio, sarai in una tensione che deve superare le attrazioni anche buone, anche belle, anche legittime della vita presente. Siamo consapevoli delle nostre manchevolezze. Chi ha la coscienza più sensibile, e sono i santi, piange di più, si accusa di più, sente quasi un bisogno incontenibile di rimediare, di far penitenza, di riparare.
Sua Santità pone l'accento sull'importanza della contrizione, della revisione di vita, di una rettifica del proprio modo di pensare, di vivere. Dite io sono cristiano, provate a lasciar echeggiare nella vostra anima - Egli esorta - questa parola e sentirete grandeggiare il vostro spirito. Cristiano vuol dire che sono stato elevato al livello di figlio di Dio, sono diventato l'erede di un patrimonio infinito. Dio mi ha amato, per il fatto che mi ha dato la vita, il Battesimo, che mi ha messo nella Chiesa, mi ha circondato da tante circostanze che mi obbligavano a rispondere al suo amore. Siamo disposti a rispondere così? Questo è il Giubileo. Dobbiamo rettificare i nostri pensieri, la concezione della nostra vita. E ciò non per disprezzare o per svalutare quella che viviamo nel tempo e nelle nostre professioni profane. Anzi vogliamo infondere in esse un senso che le nobilita e le rende oneste. Vogliamo che siano illuminate e dirette dalla luce superiore che si chiama la fede. «Iustus ex fide vivit»: l'uomo perfetto, l'uomo buono vive di fede. Non soltanto «cum fide», ma «ex fide»: trae dalla fede vita, e non perché pratica qualcosa cui la sua appartenenza alla Chiesa lo obbliga, ma perché sente fluire dalla fede non soltanto un giogo che pesa, comandamenti difficili, i «no» dei dieci comandamenti, ma quello che è sostanziale nella vita religiosa, il torrente della bontà di Dio, l'amore che viene e l'energia di corrispondere ad esso, sente un'anticipata felicità di essere cristiano.
Siate fedeli, e non soltanto a parole, ma perché amate il Signore, perché volete vivere questa fede che anticipa nel tempo le promesse e i godimenti della vita eterna. Siate fedeli soprattutto nel vostro cuore, nella vostra convinzione. Rifate il focolare interiore dei vostri sentimenti religiosi. Abbiate il senso di Dio che accompagna le vostre azioni. Sentite che le esigenze della fede sono doni, sono inviti a un'espansione, a una pienezza di bontà che ci rende per quanto possibile in questa vita felici interiormente. Ed esteriormente date testimonianza. Non vergognatevi mai di essere figli della Chiesa al suo servizio, di dirvi cristiani. In famiglia portate amore, portate pazienza, portate gioia, fate vivere nella gioia, dite ai vostri figli che è bello essere cristiani, essere in pace con Dio, fare del bene agli altri. Abbiate preferenza per le opere buone. Che non passi giorno senza che abbiate fatto un'opera buona. Date l'esempio. L'esempio sia la vostra testimonianza che siete cristiani. Documentate con onestà, con rettitudine la vostra vita, con la semplicità dei vostri costumi, con la gentilezza dei vostri rapporti che cosa vuol dire avere un'educazione realmente cristiana. E traete questa ispirazione che diventa poesia, gioia, bellezza, pace, nella vita vissuta in questa terra così piena di travagli e di dolori. Siate cristiani anche nella vita esteriore e date testimonianza con la vostra esistenza che siete a Cristo, alla Chiesa fedeli.
Onoriamo San Giuseppe, «lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo» (Mt 1,16). Noi oggi lo onoreremo come colui che Iddio scelse per dare al Verbo di Dio, che si fa uomo, il nido, la genealogia storica, la casa, l'ambiente sociale, la professione, il custode, la parentela, in una parola, la famiglia, questa cellula primaria della società, comunità d'amore, liberamente costituita, indivisibile, esclusiva, perpetua, mediante la quale l'uomo e la donna si rivelano reciprocamente complementari, e destinati a trasmettere il dono naturale e divino della vita ad altri esseri umani, i loro figli. Gesù, Figlio di Dio, ha avuto una sua famiglia umana, per cui apparve e fu insieme Figlio dell'uomo; e con questa sua scelta ratificò, canonizzò, santificò questo nostro comune istituto generatore dell'esistenza umana, sopra il quale la nostra preghiera e la nostra meditazione antepone oggi la pia, la silenziosa, la esemplare figura di San Giuseppe.
Veramente noi dobbiamo fare subito un'osservazione fondamentale sopra questo Santo personaggio, destinato a fungere da padre legale, non naturale, di Gesù, la cui generazione umana avvenne in modo singolarissimo, prodigioso, per opera dello Spirito Santo, nel seno di Maria, la Vergine Madre di Dio, Gesù suo vero figlio, e solo ufficialmente, com'era creduto (Lc 3,33 Mc 6,3 Mt 13,55), «figlio del fabbro», Giuseppe. Qui si aprirebbe alla nostra considerazione la storia personale di lui, il suo dramma sentimentale, il suo «romanzo», che rasentò il crollo del suo amore, che con intuito privilegiato aveva scelto Maria, la «piena di grazia», cioè la più bella, la più amabile fra tutte le donne, come sua futura sposa, quando seppe ch'ella non era più sua; ella stava per diventare madre; ed egli ch'era uomo buono, «giusto» lo dice il Vangelo, capace cioè di sacrificare il suo amore all'ignoto destino della fidanzata, pensava di lasciarla senza fare clamore, sacrificando ciò che aveva di più caro nella vita, il suo amore per l'incomparabile Fanciulla.
Ma Giuseppe, anche lui, sebbene umile artigiano, era un privilegiato; aveva il carisma dei sogni rivelatori; ed uno, il primo registrato nel Vangelo, fu questo: «Giuseppe figlio di David, non abbi timore ad accogliere Maria come tua consorte, poiché quello che è nato in lei è opera dello Spirito Santo. Darà alla luce un figlio, e tu gli metterai nome Gesù; poiché Egli salverà il suo popolo dai loro peccati» (Mt 1,20-21); cioè sarà il Salvatore, sarà il Messia, «l'Emmanuele, che vuol dire il Dio con noi» (Ibid. 23). Giuseppe obbedì: felice, ed insieme generoso nel sacrificio umano che gli era chiesto. Egli sarà padre del nascituro non carne, sed caritate, scrive Sant'Agostino (S. AUGUSTINI Serm. 52, 20; PL 38, 351); marito, custode, testimonio, della immacolata verginità e insieme della divina maternità di Maria (Cfr. IDEM Serm. 225; PL 38, 1096). Situazione unica, miracolosa, che mette in evidenza la santità personale non solo della Madonna, ma insieme quella del modesto, ma sublime suo sposo, Giuseppe, il Santo che la Chiesa presenta, pur durante il tirocinio quaresimale, alla nostra festosa venerazione. Ed eccoci allora davanti alla «sacra Famiglia»!
Sì, care, carissime Famiglie cristiane, da noi oggi convocate a questa celebrazione, lieti di vedere che molti Pellegrini e Fedeli vi fanno corona. Sì, noi dobbiamo esprimere con fervore nuovo, con coscienza nuova il nostro culto a questo quadro, che il Vangelo ci pone davanti: Giuseppe, con Maria, e Gesù, bimbo, fanciullo, giovane con loro. Il quadro è tipico. Ogni Famiglia vi può essere rispecchiata. L'amore domestico, il più completo, il più bello secondo natura, irradia dall'umile scena evangelica, e subito si effonde in una luce nuova ed abbagliante: l'amore acquista splendore soprannaturale. La scena si trasforma: Cristo vi ha il sopravvento; le figure umane che gli sono vicine assumono la rappresentanza dell'umanità nuova, la Chiesa; Cristo è lo Sposo; Sposa è la Chiesa; il quadro del tempo si apre sul mistero dell'oltre-tempo; la storia del mondo si fa apocalittica, escatologica; beato chi ne sa fin d'ora intravedere la luce vivificante; la vita presente si trasfigura in quella futura ed eterna: la nostra casa, la nostra famiglia si farà paradiso.
Figli carissimi, ascoltateci. Accogliere come programma la vita cristiana diventa oggi un esercizio forte. L'abitudine tradizionale delle nostre case, ordinate, semplici ed austere, buone e felici, non regge più da se stessa. Il costume pubblico presidio delle virtù domestiche e sociali, è in via di mutamento, e, sotto certi aspetti, in via di dissoluzione. La legalità sembra, e non sempre è sufficiente alle esigenze della moralità. La famiglia è messa in discussione nelle sue leggi fondamentali: l'unità, l'esclusività, la perennità. Tocca a voi, Sposi cristiani; a voi, Famiglie benedette dal carisma sacramentale; a voi, fedeli d'una religione che ha nell'amore, nel vero amore evangelico la sua espressione più alta e più sacra, più generosa e più felice, a voi riscoprire la vostra vocazione e la vostra fortuna; a voi preservare il carattere incomparabilmente umano e spontaneamente religioso della famiglia cristiana; a voi rigenerare nei vostri figli e nella società il senso dello spirito che solleva al suo livello la carne. San Giuseppe vi insegni come. Noi oggi a tal fine insieme lo invocheremo.
Aux foyers ici présents, et à tous ceux qu'ils représentent, Nous adressons nos encouragements et nos voeux affectueux. Prenez courage, vivez dans l'espérance! Malgré toutes les difficultés que nous connaissons, l'amour fidèle, chaste et généreux que vous vous donnez entre époux, et le climat d'amour dont vous faites bénéficier vos enfants, ne sauraient demeurer stériles: ils viennent de l'amour de Dieu et vous y conduisent. L'Eglise et la société comptent sur le rayonnement de votre foyer. Priez le Seigneur, invoquez Marie et Joseph, pour que la force de Dieu et sa joie vous accompagnent toujours!
On this solemnity of Saint Joseph, patron of the universal Church, our thoughts go out to all Catholic families throughout the World. As you endeavour with God's grate to fulfil your destiny and live fully your lofty vocation as Christian husbands and wives and fathers and mothers, we send you the expression of our own paterna1 love and deep affection in the Lord. We pray that, in the realization ad acceptance of your dignity and of your sacramenta1 charism, you will find great strength, deep joy and unending love.
Unas palabras de saluto para todos vosotros, los componentes de los grupos familiares de lengua española, que participais en este atto liturgico. Que la espiritualidad del Año Santo os enseñe a cultivar con esmero las virtudes específicas que caracterizan a las familias cristianas. Defended el núcleo familiar contra toda insidia de disgregación y haced reinar en él la paz y el amor de Cristo.
Heute am Hochfest des heiligen Joseph ein Wort herzlicher Begrüssung an alle anwesenden Pilger aus den Ländern deutscher Sprache. Der heilige Joseph ist das erhabene Worbild für alle christlichen Familien durch seine tiefe, gesunde Frömmigkeit, durch seine Treue gegenüber dem ihm anvertrauten Gotteskind und zur allerseligsten Jungfrau Maria, durch sein unersch5tterliches Gottvertrauen in allen Prüfungen des Lebens. Liebe Sohne und Tochter! Habet allezeit ein grosses Vertrauen auf die mächtige Fürsprache des heiligen Joseph!
A voi giovani, invitati a questo rito, tanto significativo, il nostro saluto particolare! A tutti i Fedeli, che con voi vi partecipano, esprimiamo la nostra spirituale e cordiale accoglienza. È un momento importante questo, non solo nel disegno celebrativo della Settimana Santa, che oggi iniziamo, ma altresì nella ripercussione ideale e religiosa, che esso deve assumere nei vostri, nei nostri animi, per la decisione del giorno d'oggi. Ancora una volta noi commemoriamo, noi riviviamo il mistero pasquale. Il grande dramma, tragico e trionfante, della passione, della morte e quindi della vittoriosa risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, si riflette nel mondo, nella storia, e proprio in questo Anno, che chiamiamo santo, per le ragioni speciali da noi enunciate, che vi rendono presente Colui che costituisce il centro del tempo (Cfr. Gal. Ga 4,4): come il sole lontano, egli è qui, con la sua luce, con la sua azione, con la sua perenne assistenza (Cfr. Mt 28,20).
Ascoltateci adesso, voi Giovani specialmente. Si tratta, innanzitutto di avere coscienza, primo, di quello che voi siete, della vostra identità, come oggi si dice. Voi siete qui proprio come giovani, perché giovani. Siete qui come tipici rappresentanti del nostro tempo, come protagonisti della vostra generazione; non tanto come spettatori, invitati e assistenti passivi, ma come attori e fattori del fenomeno caratteristico della vostra gioventù, il fenomeno della novità. Secondo: persuasi della ragione, che giustifica la vostra presenza a questa liturgia rievocatrice, cioè della vostra gioventù, voi assumete un aspetto rappresentativo della vostra generazione; voi rappresentate, nelle vostre persone, la categoria umana a cui appartenete; rappresentate la gioventù del nostro tempo, qualunque ne sia la patria, la classe, la formazione d'origine. Siete qui, perché siete giovani; e come tali noi vi abbiamo invitati, perché vogliamo vedere in voi la età giovanile, nelle sue tipiche espressioni, prescindendo dalle distinzioni differenziali che pure esistono fra di voi e fra le file dei vostri coetanei, di cui tuttavia questa cerimonia affida a voi la funzione qualificante.
Perché noi vi abbiamo qua invitati? Per due motivi: uno riguarda il rito religioso, il quale vuole riprodurre in modo simbolico e sacro la scena evangelica, che voi conoscete, quella cioè dell'ingresso, modesto nella forma, ma clamoroso nelle intenzioni (Cfr. Luc. Lc 19,40), di Gesù in Gerusalemme, ch'era in quei giorni gremita di popolo per la Pasqua imminente, affinché Egli, Gesù, fosse finalmente e pubblicamente riconosciuto ed acclamato come il Cristo, come il Messia, come il prodigioso Salvatore, atteso da secoli, inviato da Dio, e finalmente arrivato e presente. Momento storico, momento solenne, momento misterioso, di cui, fra tutti, i ragazzi ed i giovani di quella folla, delirante di gioia, meglio intuirono il significato rinnovatore e festivo; e non sapendo come dare all'improvvisata manifestazione lo splendore che meritava, essi principalmente proruppero in acclamazioni bibliche e popolari: «Hosanna, benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d'Israele» (Jn 12,13); e strappati dei rami dalle palme e dagli olivi del luogo, era quello il monte Oliveto, si dettero ad agitarli festosamente, gridando: «Pace in cielo e gloria nell'alto» (Lc 19,38).
Ecco; ripensate bene la scena evangelica. I fanciulli, i giovani, riconoscono il Cristo e pur nell'ambiente infido ed ostile dei Farisei e degli scribi della Gerusalemme giudaica di quel tempo (Cfr. Jn 12,19), essi lo acclamano, essi lo glorificano. Così ora, con questo rito. Secondo motivo. Giovani, voi lo intuite. Noi vorremmo che la fede e la gioia della gioventù, che inneggiò a Gesù Signore, riconosciuto per il vero Cristo, centro della storia e della speranza di quel Popolo, fossero oggi e fossero per sempre le vostre: fede e gioia. Perché ciò sia, noi abbiamo dapprima in silenzio, personalmente pregato; poi vi abbiamo invitato. Ce ne rendiamo conto: il nostro invito è provocante! come un invito d'amore! L'invito a questa festiva cerimonia vuole entrare nei vostri cuori, con una incalzante domanda: Giovani del nostro tempo, volete riconoscere che Gesù è il Salvatore? È il Maestro? È il Pastore, è la guida, è l'amico della nostra vita?
È Lui, e solo Lui, che conosce in profondità il nostro essere, il nostro destino (Jn 3, 7; 4, 29; etc.); Lui, Lui solo, che autorizza con efficacia beatificante, ad aprire il dialogo trascendente col mistero religioso ed a rivolgere al Dio infinito e inaccessibile il confidente discorso di figli ad un dolcissimo e verissimo «Padre nostro», che stai nei cieli; Lui, Lui solo, diciamo, che sa tradurre il nostro rapporto religioso in rapporto sociale autentico, cioè a fare dell'amore a Dio il fondamento incomparabile e fecondo dell'amore al nostro prossimo, cioè agli uomini; e ciò tanto più, quanto più questo nostro interesse per il bene altrui è gratuito e universale, e quanto più gli uomini, ormai in Cristo qualificati fratelli, sono nel bisogno, nella sofferenza, e perfino nell'ostilità. Cioè il nostro invito a questa caratteristica cerimonia, nel cuore dell'Anno Santo, si risolve in una domanda decisiva: volete anche voi, Giovani di questo critico momento storico e spirituale, come quelli del giorno delle Palme a Gerusalemme, riconoscere Gesù come il Messia, come il Cristo Signore, centro e cardine della vostra vita? Lo volete davvero porre al vertice della vostra fede e della vostra gioia?
Si tratta di uscire da quello stato di dubbio, d'incertezza, di ambiguità, in cui si trova e si agita spesso tanta parte della gioventù contemporanea. Si tratta di superare la fase di crisi spirituale, caratteristica dell'adolescenza che passa alla giovinezza, e poi dalla giovinezza alla maturità; crisi di idee, crisi di fede, crisi di orientamento morale, crisi di sicurezza circa il significato e il valore della vita. Quanti giovani crescono con gli occhi chiusi, o miopi almeno, circa la direzione spirituale e sociale del loro cammino verso il futuro; la freschezza delle forze giovanili e gli stimoli degli istinti vitali imprimono, sì, una energia al loro libero movimento, una vivacità ai loro comportamenti; ma sanno essi dove vanno, dove valga la pena di impegnare la propria esistenza? L'inquietudine giovanile non supplisce spesso la mancanza di uno stile elegante ed energico d'una vita illuminata da coscienti e superiori ideali? E non scopriamo noi spesso in fondo all'anima giovanile oggi una strana tristezza, che accusa un suo vuoto interiore? E che cosa significa l'incantesimo di qualche barlume spirituale in tanti giovani insoddisfatti e quasi delusi di tutto quanto il mondo moderno loro apre davanti? Un richiamo alla coscienza interiore, alla preghiera, alla fede?
Non prolunghiamo ora questa diagnosi, e accogliamo la conclusione che quest'ora benedetta ci suggerisce. La conclusione è Cristo delle Palme. Un Cristo riscoperto. Un Cristo acclamato. Un Cristo umilmente e fermamente creduto, non nella perpetua e pigra penombra del dubbio, ma nella limpida luce della dottrina, che la Chiesa maestra di verità ci propone. Un Cristo incontrato nell'adesione esultante alla sua parola e alla sua misteriosa presenza ecclesiale e sacramentale. Un Cristo vissuto nella fedeltà semplice e lineare al suo vangelo, sì esigente fino al sacrificio, ma solo fonte di inesausta speranza e di vera beatitudine. Un Cristo, velato e trasparente in ogni volto umano del collega, del fratello bisognoso di giustizia, di aiuto, di amicizia e di amore. Un Cristo vivo. Il «sì» della nostra scelta; il «sì» della nostra esistenza. Giovani, sappiate così comprendere l'ora vostra. Il mondo contemporaneo vi apre nuovi sentieri, e vi chiama portatori di fede e di gioia. Portatori delle palme, che oggi avete nelle mani, simbolo d'una primavera nuova, di grazia, di bellezza, di poesia, di bontà e di pace. Non indarno, non indarno: è Cristo per voi; è Cristo con voi! Oggi e domani; Cristo per sempre.
Paolo VI Omelie 1975 - 22 febbraio 1975