Paolo VI Omelie 1975 - 6 giugno 1975



FESTIVITÀ DEI SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO

29 giugno 1975

Fratelli e Figli!

La cerimonia della grande ordinazione, che stiamo celebrando, non ci consente il tempo necessario per un'adeguata omelia, che nella cerimonia stessa avrebbe tante cose da commentare e da offrire alla vostra meditazione, come la composizione pentecostale di questa assemblea di Diaconi, finora non mai eguagliata, la festa odierna dei santi apostoli Pietro e Paolo; l'occasione, cioè la presente straordinaria celebrazione giubilare; i testi liturgici, il luogo, sacro alla storia, all'arte, al culto; le persone, i sentimenti, i propositi, che animano questo memorabile rito, sono tutte cose queste, noi crediamo, che parlano da sé, e che impresse nella vostra memoria saranno ispiratrici di alti e inesauribili pensieri. Ma non possiamo tacere tre parole, che condensano in sé l'intrinseca verità del mistero dell'ordinazione sacerdotale, e che noi semplicemente proponiamo alla vostra memoria come capitoli, che voi stessi, lungo il cammino della vostra vita, dovrete continuamente ricordare ed esplorare.

La prima parola, voi lo sapete, suona «vocazione». Voi siete stati chiamati. Chiamati da Dio, chiamati da Cristo, chiamati dalla Chiesa. Qualunque sia il modo mediante il quale la vocazione ha risuonato nella profondità interiore della vostra coscienza e nella realtà esteriore della vostra esperienza, ciascuno di voi dovrà sempre ricordare questo fatto, che qualifica la vostra esistenza: la elezione divina rivolta alla vostra persona. Parola di Gesù, che dal vangelo è discesa fino alla vostra umana esistenza: «Io ho scelto voi» (1); ad ognuno di voi è stato detto da Cristo: «vieni, seguimi» (2); e per tutti voi la stessa voce è risuonata dolce, liberatrice e imperativa: «venite e seguitemi; Io vi farò diventare pescatori di uomini» (3). Oh! beati voi, figli e fratelli carissimi! beati voi, che avete avuto la grazia, la sapienza, il coraggio di ascoltare e di accogliere questo invito determinante!

Esso ha sconvolto i progetti normali e seducenti della vostra vita; esso vi ha strappati dal consorzio dei vostri cari (4); esso vi ha chiesto perfino la rinuncia all'amore coniugale per esaltare in voi una pienezza eccezionale d'amore per il regno dei cieli; per la fede cioè, e per la carità verso i fratelli (5); ha fatto di voi degli esseri singolari, più simili - in virtù del carattere sacerdotale - agli angeli che agli uomini di questo mondo (6); vi ha infuso, ed anche imposto una spiritualità esclusiva (7), che però tutto sa comprendere e valutare (8); e accogliendo la vostra oblazione, vi ha inserito nella drammatica avventura della sequela di Cristo (9). Oh! beati voi! riflettete sempre alla sopraelevante fortuna dell'a vostra vocazione, e non dubitate mai d'avere sbagliato la vostra scelta ispirata da un superlativo carisma di sapienza e di carità (10). E non voltatevi più indietro! ve lo insegna Gesù stesso: «Chiunque, dopo aver messo mano all'aratro volge indietro lo sguardo, non è idoneo al regno di Dio» (11).Questa è la legge d'ella vocazione: un sì totale e definitivo.

Poi vi è una seconda parola, tutta divina questa. Come chiamarla? il diritto canonico la chiama ordinazione sacerdotale. Ma che cosa significa, che cosa comporta l'ordinazione sacerdotale? qual è l'efficacia dell'azione sacramentale, che costituire l'essenza, la verità, la novità soprannaturale del rito presente? Facciamo attenzione! qui è il punto focale, non solo di questa cerimonia, ma del mistero della Chiesa. Si tratta niente meno che della trasmissione di potestà spirituali, che lo Spirito Santo stesso infonde nel discepolo eletto, sollevato al grado di ministro di Dio, per Cristo, nella Chiesa. Ricordate Cristo risorto parlante ai discepoli e soffiante sopra di loro: «ricevete lo Spirito Santo!» (12). Un contatto, un'impressione, un carattere modellava allora. e modella tuttora chi riceve il sacramento dell'ordine; egli diviene capace di «dispensare i misteri di Dio» (13). Non dimentichiamo mai, fratelli e figli, questo rapporto specialissimo che l'ordinazione sacerdotale instaura fra noi e Dio: noi diventiamo veicolo dell'azione divina. «L'ordine, dice S. Tommaso, comporta principalmente il conferimento di una potestà» (14), che per sé è trascendente l'umana possibilità, e che solo da Dio può derivare ed essere affidata al ministero dell'uomo. Pensate alla potestà di consacrare, di offrire, di amministrare il Corpo e il Sangue di Lui, il nostro Salvatore, e di rimettere o di ritenere i peccati! (15)

Se così è, ed è così, la meraviglia non dovrà più venir meno nei nostri spiriti; noi dovremo essere assorbiti dalla contemplazione del mistero della nostra ordinazione, come non mai abbastanza coscienti di ciò che il Signore ha operato in noi. Tutta la nostra vita non sarà sufficiente per esaurire la meditazione dell'inesauribile ricchezza delle cose grandi compiute dalla potenza e dalla bontà di Dio. Con la Madonna diremo sempre : Fecit mihi magna qui potens est, il Signore ha operato in me cose grandi! (16) Vocazione, ordinazione! ed ecco la terza parola, in cui si riassume la celebrazione che noi stiamo compiendo; questa parola è: missione! Lo sappiamo bene, ma ora ci lasciamo penetrare completamente dal significato, dall'esigenza del sacerdozio cattolico. Il sacerdozio non è per colui che ne è insignito, non è una dignità solo personale; non è fine a se stesso. Il sacerdozio è ministero, è servizio, è mediazione fra Dio e il popolo. Il sacerdozio è destinato alla Chiesa, alla comunità, ai fratelli; è destinato al mondo.

Anche a questo riguardo la parola di Cristo ha valore costituzionale: «Pace a voi! Egli dice agli apostoli, la sera stessa della sua risurrezione. Come il Padre ha mandato me, così Io mando voi» (17). Il sacerdozio è apostolico. Il sacerdozio è missionario. Il sacerdozio è esercizio di mediazione. Il sacerdozio è essenzialmente sociale. Ed ecco allora che, quasi per scuoterci dall'ebbrezza, che il mistero sacramentale ha ora in noi generato, sopraggiunge questo ordine programmatico e travolgente: «Andate e portate il Vangelo a tutte le genti» (18). Anche a questo riguardo un permanente e progressivo atto di coscienza dovrà fare parte della spiritualità sacerdotale. Ognuno di voi dovrà ripetere a se stesso: io sono destinato al servizio della Chiesa, al servizio del popolo. Il sacerdozio è carità. Guai la chi coltivasse l'opinione di poterne fare un utile egoismo. Il dono totale della propria vita apre davanti al Sacerdote generoso una nuova meraviglia: il panorama dell'umanità.

Forse egli, ad un dato momento, quando avvertì d'essere segregato, per causa della sua vocazione, dal suo proprio contesto sociale (19), e destinato ad un'attività, assai specializzata, qual è l'attività del ministero religioso, dubitò di poter mai più avere contatti diretti ed operanti con la società contemporanea, o con i singoli suoi componenti; ora deve ricredersi. Se vi è servizio che esige l'immersione di chi lo esercita nella esperienza multiforme e tumultuante della società, ancor più di quello del maestro, del medico, o dell'uomo politico, questo è il servizio del ministero sacerdotale. «Voi siete, vi dice il Signore, il sale della terra, voi siete la luce del mondo» (20). Un'affinità, una simpatia, una necessità, congenita alla coscienza del suo proprio essere di sacerdote, costringe il ministero della Parola, della Grazia, della Carità, non solo a rendersi disponibile ad ogni dialogo, ad ogni invito che gli sia onestamente rivolto, ma altresì a prendere lui stesso l'iniziativa pastorale della ricerca di chi, volente o no, abbia bisogno di lui.

Questo atteggiamento attivo ed apostolico (21) deve oggi più che mai emergere nella figura del Sacerdote: una carità manifestamente soprannaturale, sensibile e premurosa, deve caratterizzare il suo ministero, specialmente per la promozione efficace della giustizia sociale, secondo lo spirito e le forme della sociologia cristiana, che dal Vangelo e dalla scuola del Magistero della Chiesa, e non da altre fonti aliene dai principii cristiani, deve attingere la sua ispirazione e la sua energia: «la carità di Cristo ci spinge» (22) e nessuno altro stimolo la può sostituire e superare. «Levate il vostro sguardo, noi vi diremo dunque con le parole stesse di Cristo, e mirate i campi che già biondeggiano per la messe» (23). Oseremo indicare con accento profetico il panorama apostolico che sta davanti a ciascuno di voi: il mondo ha bisogno di voi! il mondo vi attende! anche nel grido ostile ch'esso lancia talora verso di voi, il mondo denuncia una sua fame di verità, di giustizia, di rinnovamento, che solo il vostro ministero potrà soddisfare.

Sappiate accogliere come un invito il rimprovero stesso che forse, e spesso ingiustamente, il mondo lancia contro il messaggero del Vangelo! Sappiate ascoltare il gemito del Povero, la voce candida del bambino, il grido pensoso della gioventù, il lamento del lavoratore affaticato, il sospiro del sofferente e la critica, del pensatore! Non abbiate mai paura! nolite timere! ha ripetuto il Signore (24). Il Signore è con voi (25). E la Chiesa, madre e maestra, vi assiste e vi ama, e attende, mediante la vostra fedeltà e la vostra attività, che Cristo continui la sua edificatrice opera di salvezza. E concludiamo rendendo onore all'Apostolo Pietro, del quale oggi celebriamo la festa, qui, accanto alla sua tomba gloriosa, facendo nostra la sua esortazione sacerdotale, «Esorto dunque voi, Presbiteri, Io parimente compresbitero e testimone dei patimenti di Cristo, e chiamato a parte di quella gloria che sarà un giorno manifestata; siate pastori del gregge di Dio, che da voi dipende, governandolo non forzatamente, ma con bontà, come vuole Iddio; non per amore di vile guadagno, ma con animo volenteroso, e non come dominatori dell'eredità del Signore, ma diventati sinceramente modelli del gregge. E quando il Principe dei Pastori apparirà, riceverete l'incorruttibile corona di gloria» (26). Amen.

Chers fils, rendez toujours grâces au Seigneur qui vous a appelés; le sacrement de l'Ordre vous fait les dispensateurs des mystères de Dieu; ouvrez votre coeur à tous les besoins spirituels du monde. Forts de l'amour du Seigneur, ne craignez pas. Et vous, amis de ces nouveaux prêtres ou pélerins de l'A,nnée Sainte, priez pour qu'ils soient de saints prêtres, que par eux l'Eglise progresse jusqu'aux extrémités de la terre.

With immense joy let us unite ourselves with the act of Peter's faith, in order to proclaim the divinity of Jesus Christ before the Church, before the World, before the angels and before the Eternal Father: Lord Jesus, «You are the Christ, the Son of the living God». And as we give you thanks for the gift of new priests for your holy Church, we ask you, by the power of your grate, to keep them faithful-to preserve them in your love, for ever.

Die priesterweihe so vieler Diakone am heutigen Fest Peter und Paul erfüllt uns alle mit großer Freude. Der geweihte Priester ist Mittler zwischen Gott und den Menschen. Betet darum um Priesterberufe und um heilige Priester! Allen Anwesenden von Herzen Unser Gruß und Segen! (26).

En este día inolvidable para vosotros, recibid, amadísimos hijos, nuestra cordial felicitación. Os deseamos de veras que el gozo y la ilusión de haberos entregado sin reserva al Señor y a la Iglesia, perduren siempre en vuestra vida.

Um saudar cordial, um voto: Pedro, Roma, renovamento jubilar! Vós -chamados, ordenados e enviados- sois esperanca, e já certeza, para a Igreja, de um mundo reconciliado com Deus, pelo amor e fraternidade em Cristo.

(1) Jn 15,16
(2) Mt 19,21
(3) Ibid. 4, 19
(4) Ibid. 19, 27-29
(5) Ibid. 19, 12
(6) Cfr. Ibid. 22, 30; 1 Cor. 7, 8
(7) Cfr. Gal. 5, 16
(8) Cfr. 1 Cor. 2, 14 ss.; Jn 14,17
(9) Cfr. Mt 8,19 Lc 22,35
(10) Cfr. Mt 19,11 1Co 12,4 ss.
(11) Luc. 9, 62
(12) Jn 20,22
(13) 1 Cor. 4, 1; 1 Petr. 4, 10
(14) S. THOMAE Suppl. 34, 2, ad 2
(15) DENZ.-SCHÖN. 176
(16) Luc. 1, 49
(17) Jn 20,21
(18) Cfr. Mt 28,19
(19) Cfr. Act. 13, 2
(20) Cfr. Mt 5,13-15
(21) Cfr. Mt 18,12
(22) 2 Cor. 5, 14
(23) Jn 4,35
(24) Cfr. Mt 10,23 Lc 12,32
(25) Cfr. Mt 28,20
(26) 1 Petr. 5, l-4








SOLENNE RITO DI BEATIFICAZIONE DEL SERVO DI DIO CARLO STEEB

6 luglio 1975

Noi siamo lieti che l'arcana Provvidenza divina, dalla quale la Chiesa di Dio è assistita, ci conceda di proporre alla venerazione del Popolo di Dio, di quello della insigne Diocesi di Verona in modo particolare, la figura eletta del Sacerdote Carlo Steeb, di cui voi avete ora ascoltato l'elogio e che noi abbiamo dichiarato Beato, cioè accolto dal Signore nel suo regno glorioso d'oltretomba e degno del culto che tributano ad un membro di Cristo quei fedeli di una Chiesa locale, i quali, auspice il giudizio di questa Sede Apostolica, hanno potuto osservare nella vita e nelle opere del nuovo Beato rispecchiata l'immagine di quel Cristo, al Quale noi dobbiamo la nostra salvezza, e che, con intuizione apocalittica, noi dobbiamo riconoscere «degno, quale Agnello immacolato, di ricevere la potenza e la ricchezza e la sapienza e la forza e l'onore e la gloria e la benedizione» (Ap 5,12): Cristo risplende e trionfa nel suo discepolo. È questa assunzione del servo buono e fedele . . . nel gaudio del suo Signore (Cfr. Mt 25,21), che noi oggi celebriamo, e che si riflette nei nostri animi esultanti: Carlo Steeb è in Cristo, in cielo, beato; e questa sua celeste beatitudine in qualche modo, in qualche misura, a noi, alla Chiesa di Verona, alla Chiesa di Germania e a tutta la Chiesa ancora pellegrina sulla terra, si comunica.

Fratelli e Figli carissimi, come si comunica? È questa la domanda che subentra nei nostri animi, se davvero hanno esultato per la proclamazione della beatitudine raggiunta da Carlo Steeb. Dapprima nella fede, in qualche sua viva convinzione interiore, del mistero della comunione dei Santi: è questa la via mistico-teologica, che ci rende fin d'ora partecipi, potenzialmente almeno, del regno che verrà. E poi quella comunicazione avviene nell'osservanza dei doveri che a tale atto di fede conseguono; doveri di culto, di venerazione, d'invocazione, di fiducia, e specialmente di imitazione. È a questo punto che principalmente e più facilmente si ferma fra l'interesse della nostra devozione e della nostra memoria. L'agiografia assume qui grande importanza; ma ricordiamo: essa per noi non è solo una scienza storica e biografica di quei personaggi distinti nella sfera religiosa, che chiamiamo Santi o Beati; è una scuola di perfezione evangelica; è un ripensamento della loro vita vissuta, per (scoprirvi la fenomenologia della grazia di Dio e dell'esercizio delle virtù nelle doro anime privilegiate; è uno studio di modelli eccellenti nella gara della sequela di Cristo, per cui San Paolo poteva dire e ripeteva senza ombra di vanità: «siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1 Cor. 1Co 4,16 1Co 11,1). Sono essi, questi Eletti, i gradini della scala che sale verso Cristo e verso Dio; e che al loro livello umano non disperiamo di potere noi stessi in qualche misura percorrere.

Allora il nostro sguardo si abbassa, e, non più abbagliato dalla «luce inaccessibile» (1 Tim. 1Tm 6,16) della gloria celeste, si fa attento al sentiero terreno percorso dai fratelli più valorosi, specialmente se qualche titolo di umana conversazione a noi li avvicina: non sono i Santi e i Beati i nostri protettori, i nostri intercessori? i nostri amici? La nostra curiosità si fa doverosa. Chi era Carlo Steeb, che ora la Chiesa esalta come personalità singolare e luminosa, degna non solo che ne proclamiamo l'eccezionale virtù, ma che ne facciamo altresì lampada a guida dei nostri passi verso Cristo in questa e nella vita avvenire? Noi non faremo in questo momento il ritratto, né tanto meno il panegirico, del nostro nuovo Beato. Egli è già documentato da una serie di scritti biografici meritevoli di lettura, che noi ci limitiamo qui a raccomandare. Carlo Steeb è una figura che merita d'essere conosciuta, sia negli aspetti singolari della sua vita, sia in quelli comuni della sua professione ecclesiastica. Basti ora per dare valore di preghiera a questa rievocazione della sua beata memoria accennare ad alcuni aspetti salienti di questo esemplare servo di Dio.

Il primo aspetto saliente ed originale è la sua provenienza; voi la conoscete e ne indagate i provvidenziali segreti. Il nuovo beato Carlo Steeb viene dalla Germania, e precisamente da Tubinga, nel Württenberg, celebre centro rappresentativo di studi superiori universitari, cattolici in origine, protestanti poi al tempo della Riforma, rinomato anzi per le sue dissolventi correnti filosofiche, teologiche e bibliche variamente liberali, valorosamente originate in parte almeno da affermazioni di alto pensiero cattolico. Lo Steeb non frequentò l'università di Tubinga, ma non poté non respirarne l'atmosfera spiccatamente protestante, di cui l'ambiente familiare era saldamente convinto e profondamente imbevuto. Si sa come egli, venuto a Verona per integrare la sua formazione professionale, a malgrado delle domestiche raccomandazioni, in buona fede certamente, ma fortemente contrarie, si fece cattolico. Questo è il primo e notevole episodio della sua vita spirituale, che dovremo tutti studiare e comprendere; esso segna l'orientamento religioso della vita dello Steeb, orientamento libero, meditato, decisivo, non polemico a riguardo della religiosità, assorbita durante la prima educazione fieramente luterana, ma logico, quasi un ritorno, un ricupero, un inserimento naturale nella fede autentica e tradizionale.

Certo fu questa scelta un atto eroico, che dovette costare un sacrificio enorme, potremmo dire totale, come quello della parabola evangelica circa l'uomo ricercatore di pietre preziose, che ne trova una di grande valore e per procurarsela vende tutto il suo avere. Così Carlo Steeb. Non sarà forse mai abbastanza valutato il dramma giovanile della sua conversione al cattolicismo, che gli costò la perdita dei rapporti familiari, affetti e vantaggi, e lo lasciò povero e solo, orfano quasi, sopra un nuovo ed impervio sentiero della vita. Qui egli certamente fu un eroe dello spirito. Bisogna comprenderlo. Non si inasprì, ma si fortificò. Il suo carattere si temprò di quella energia, di quella serietà, di quella umiltà, che poi sempre trasparirono dal suo volto virile e spirituale. Non fu uomo di molte parole, ma di molte opere e di profonda e contenuta sensibilità, e di fermissimi propositi. La sua forte psicologia nordica trovò umana e cristiana accoglienza nell'amabile temperamento locale; non ebbe ostacoli alla maturazione della vocazione sacerdotale, implicita nel primo e radicale dono di sé alla verità, al Vangelo, a Cristo Maestro, alla Chiesa famiglia dei fedeli credenti: subito si fece prete.

Questo processo spirituale è un paradigma, su cui noi dovremo riflettere in questo nostro periodo di ecumenismo, per penetrare quale forza di animo, quale spirito di rinuncia e di sacrificio siano a noi necessari per preferire ad ogni cosa la verità della divina chiamata (Cfr. Mt 19,27), e per saper attendere e preparare cos umile, paziente bontà, con non mai d'elusa fiducia, l'ora ignota della mutua ricomposizione della perfetta unità cristiana con i fratelli tuttora da noi separati (Cfr. Unitatis Redintegratio, UR 7 et 9; Ep 4, l-3). Il nostro Beato Carlo Steeb non ebbe la gioia di vedere spuntare lungo il corso della sua lunga vita terrena quell'ora benedetta, ma certamente, e forse per noi, la preparò. Così che il profilo biografico del prete solitario Carlo Steeb, durante il periodo centrale della sua vita ecclesiastica, risultò quello di un Sacerdote senza altra qualifica all'infuori di quella di Cappellano provvisorio in via di stabilità, destinato all'assistenza, empiricamente concepita ed eroicamente esercitata; assistenza religiosa e morale delle comuni umane miserie e delle improvvise calamità.

Per sulla fortuna egli si trovò in una città, Verona, dove le tradizioni della carità del prossimo, avevano ancora salde e fiorenti radici (pensate all'opera del Vescovo Gian Matteo Giberti, † 1543), ed hanno luminose testimonianze di attualità tuttora prosperose (pensate a Don Gaspare Bertoni, fondatore degli Stimmatini, nel 1816; alle Figlie della Carità Canossiane, fondate nel 1808 e approvate nel 1818; alle istituzioni di Don Nicola Mazza, nel 1828 e 1833; eccetera). Verona è stata in quel tempo feconda e geniale nel dare vita a nuove istituzioni benefiche; siamo negli anni delle guerre napoleoniche e dei bisogni incolmabili che esse produssero e da esse derivarono. Un'opera, che precede e suscita iniziative benefiche, è quella denominata dell'evangelica Fratellanza, promossa da Don Pietro Leonardi, la quale introdusse Don Carlo Steeb nel campo della carità assistenziale: il Ricovero, il Lazzaretto, l'ospedale, le Scuole trovano per anni questo prete austero, assiduo, premuroso, infaticabile, curvo su ogni umana infermità; alle malattie del corpo il suo programma pastorale aggiunge i bisogni delle anime; diviene un confessore paziente e sapiente.

La sua storia, che sembra uniforme e monotona, è come quella di un medico, sempre tesa, sempre nuova; bisogna averne una visione esatta per applicarla al nostro tempo, per convincersi di quanto sia ingiustificata la problematica, oggi purtroppo diffusa, circa la cosiddetta «identità» del Sacerdote, quasi che l'instabilità sociologica che talvolta crea la solitudine intorno al Prete arriva fino a insinuare nel suo animo il dubbio circa la propria ragion d'essere; basta infatti ch'egli conservi il genio del suo ministero ed abbia occhio e cuore per l'umanità, che, volere o no, lo circonda, per accorgersi della premente e privilegiata necessità dell'opera sua, oggi tanto più reclamata quanto minore è il numero dei ministri di Cristo «dispensatori dei misteri di Dio» (1 Cor. 1Co 4,1), e quanto più varia e refrattaria è la psicologia delle folle lontane dal Vangelo. Il Beato Carlo Steeb insegna ed assiste. E poi il Beato è, come tutti sapete, il fondatore dell'Istituto delle Sorelle della Misericordia, le quali, qui tutte presenti di persona o di spirito, esultano di vedere elevato agli onori degli altari, il vecchio, piissimo loro maestro e promotore.

Qui d'Istituto stesso fa l'apologia di Don Carlo Steeb, e lasceremo alla schiera di queste ottime e dilettissime Sorelle, iniziata dalla candida e coraggiosa confondatrice Luigia Poloni, premorta allo Steeb, documentare nel numero e nella qualità il servizio di Carità, ch'essa promuove e diffonde a Verona, in Italia, nel mondo. Noi ci limitiamo a richiamare, una volta di più, l'attenzione del nostro tempo, sopra un fenomeno non unico, ma sempre originale come contesto, dove la fede religiosa si trasfonde mirabilmente in amore ed in servizio al prossimo, ed esorteremo tutti a ravvisare in tale fenomeno una nuova e stupenda prova della vitalità perenne e dell'autenticità indiscutibile del Vangelo nella Chiesa di Dio. Coraggio, coraggio, Figlie in Cristo carissime!

E concluderemo questo sommario discorso rivolgendo un particolare benedicente saluto al Pastore di Verona, qui presente, Monsignore Giuseppe Carraro, e a tutta la Chiesa di San Zeno da lui guidata con tanto zelo pastorale. Passano in questo momento davanti al nostro spirito figure degnissime di Sacerdoti, anche da noi personalmente conosciute e venerate, educate appunto alla scuola della santità Veronese, e tanti volti rivediamo di persone amiche, piene di ingegno, di brio, e di fedeltà cattolica, tutta la famiglia fedele e religiosa della felice Diocesi, la cui si associa certamente la Germania credente; e spontaneamente pensiamo codesta eletta porzione della Chiesa di Dio festante d'intorno al nuovo Beato, da lui attirata sulle orme dei suoi esempi e confortata dalla sua protezione.

Ein wort besonderer Begrüssung gilt den Pilgern aus der Heimatdiözese Rottenburg des neuen Seligen, die mit ihren Bischöfen zur feierlichen Selingsprechung ihres Landsmannes nach Rom gepilgert sind. Aber auch den vielen anderen Pilgern aus Österreich und der Schweiz gilt Unser herzlicher Gruss! Liebe Söhne und Töchter! Don Carlo Steeb, unser neuer Seliger, ist Konvertit, Priester und Ordensstifter. Welch bewegtes, aber auch reicherfülltes Leben deuten diese drei Worte an. Er sei uns lallen lauchtendes Vorbild und mächtiger Fürsprecher, so wie er, Gott zu suchen, Gott zu finden, Gott zu dienen in unseren Mitmenschen durch Werke der geistlichen und leiblichen Barmherzigkeit. Dann wird auch unser Pilgerweg auf Erden einmal einmünden in das unermessliche Licht der ewigen Seligkeit.

Merci à vous tous de vous associer à notre joie, à la joie de toute l'Eglise. Nous célébrons les mérites du bienheureux Charles Steeb, ou plutôt ce que Dieu a réalisé en cet admirable prêtre, qui s'est laisse attirer par sa Vérité, par sa MisériCorde. Plus de cent ans après, son initiative de charité est toujours féconde, a travers les Soeurs de la Miséricorde de Vérone. Voila comment s'opère le renouveau de l'Eglise dont nous avons aujourd'hui besoin: par la sainteté. Vous aussi, vous avez cette grâce en vous: puisse-t-elle déployer toute sa forte.

Today the Church of God proposes a new model of holiness to the world. With Christ the Lord we bless the Father, who continues to reveal the mysteries of the kingdom of heaven. We bless the Lord Jesus himself in the triumph of his grate. We bless the Holy Spirit, who lives in us and gives us the hope of eternal glory.

El solemne rito que estamos celebrando, nos propone un interrogante decisivo para nosotros: el de la presencia divina en nuestra vida. El Beato Carlo Steeb nos ofrece un admirable ejemplo a imitar. Su dedicación heroica al Señor y a los demas constituyen una urgente Illamada a vivir nuestra fe en esa plenitud ejemplar y sin claudicaciones, que el momento actual exige.








SOLENNITÀ DELL'ASSUNTA

15 agosto 1975

Il giorno 1° novembre 1950, festa di tutti i Santi, durante l'Anno Santo, che allora si stava celebrando, sulla Piazza antistante questa Basilica di San Pietro, assistenti i Cardinali presenti a Roma con alcune centinaia di Vescovi provenienti dall'Italia e da varie parti del mondo, insieme al Clero e al Popolo dell'Urbe, circondato da numerosi Capi di Stato e da autorevoli Rappresentanti di diversi Paesi del mondo, davanti ad un'assemblea innumerevole di Fedeli pellegrini provenienti da tutta la terra, il nostro venerato Predecessore il Servo di Dio Papa Pio XII proclamava essere dogma di fede il fatto, il mistero, della Assunzione corporea in cielo della Beata Vergine Maria, Madre di Cristo, Madre del Verbo di Dio incarnato e quindi Madre di Dio, e per noi Madre della Chiesa, Madre nostra e Madre, come novella Eva, di tutta l'umanità in ordine alla sua salvezza. Noi celebrando oggi la festa dell'Assunzione ripensiamo a quel solenne avvenimento per farne nostri i sentimenti ed i propositi, e giova a questo intento l'opportunità dell'odierna liturgia.

Questa Liturgia doveva aver luogo nella Basilica veneratissima e a noi carissima di Santa Maria Maggiore, monumento unico e magnifico per l'ideale mariano, ch'esso cristallizza in immagini d'incomparabile pregio, per la pietà, per la storia, per l'arte; ma ragioni di spazio hanno consigliato di trasferire in questa più ampia Basilica di San Pietro questo rito solenne per renderlo accessibile a un maggior numero di Fedeli e di Pellegrini, e per onorare qui, dove più intensa è la loro affluenza alle sacre cerimonie del Giubileo, la sacra e benedetta immagine della Madonna, riconosciuta salus Populi Romani, immagine qua appunto accompagnata nel suo momentaneo trasferimento dal Signor Cardinale Carlo Confalonieri, degnissimo Arciprete della Patriarcale Basilica Liberiana, insieme con il venerato Capitolo della Basilica stessa. Siamo così lieti, non senza il valore simbolico e teologico dell'accoglienza di Maria nella casa di Pietro, di vedere qui riunito anche il Capitolo di San Pietro, con il suo egualmente degno Arciprete, il Cardinale Paolo Marella, che ha sempre accolto le nostre cerimonie dell'Anno Santo con grande e religiosa cortesia, e con tanta parte del Clero Romano, delle Famiglie Religiose, delle Delegazioni dei Santuari Mariani; e siamo parimente lieti di saperci circondati da molti Fedeli di Roma e da Pellegrini, di varia provenienza, così che questa celebrazione assuma un carattere rappresentativo e solenne, ed in unione di spirito con la Chiesa sparsa su tutta la terra sia reso a Maria Santissima un omaggio d'ammirazione e di fiducia, quale migliore non possa esserle tributato dall'umanità credente in occasione di questa sua festività.

Preferiremmo forse noi tutti di celebrarla in un assorto silenzio interiore questa straordinaria apoteosi della Madonna, piuttosto che enunciarla in concetti ed in parole, che subito si rivelano inferiori a esprimere un mistero superiore ad ogni nostra esperienza, che non vuole d'altronde essere malamente presentato da pura enfasi verbale. Ci conforta tuttavia a dire ora qualche breve parola sull'Assunzione di Maria il fatto che la sua recente definizione dottrinale fortifica di certezza la nostra fede, la nostra devozione, e autorizza perciò a studiare con fiducia gli aspetti molteplici e profondi di questa proclamata verità religiosa. Semplifichiamo perciò la nostra riflessione riducendola, come in un dittico, a due tavole, cioè a due aspetti distinti, se pure fra sé collegati: l'aspetto personale della Assunzione della Vergine, e l'aspetto umano, universale, sul quale la figura diventata celeste di Maria proietta la sua luce beata.

Quanto al primo aspetto ci sorprende subito il carattere di privilegio: Maria è la sola creatura umana, dopo il Signore suo Figlio Gesù, entrata in Paradiso, anima e corpo, all'epilogo della sua vita terrena. Questa sua eccezionale fortuna ci obbliga ad una fondamentale meditazione teologica, che dovrà sempre alimentare ed arricchire la nostra devozione alla Madonna, e cioè alla sua particolarissima relazione con Cristo, relazione che ha comportato una catena gloriosa di grazie singolarissime conferite all'umilissima ancella del Signore (Cfr. Luc. Lc 1,38 Lc 1,43), grazie disposte a scala ascendente, vogliamo dire dimostrative d'un'intenzione divina intenta a modellare in Maria il «tipo» d'un'umanità nuova predestinata ad una trascendente salvezza (Cfr. Lumen Gentium, LG 8), a cominciare dalle due miracolose concezioni, di cui Maria è variamente protagonista: la immacolata concezione di Lei, che già la distingue in tutto il genere umano che nasce triste erede della colpa di Adamo, dalla quale Maria è miracolosamente preservata; e la misteriosa e verginale concezione di Cristo nel seno di Maria, per opera dello Spirito Santo (Lc 1,35); e se il peccato è causa della morte (Rm 5,13), da cui l'uomo nella primigenia idea di Dio doveva essere esente, ecco l'innocenza, ristabilita nella benedetta fra tutte le donne, costituire un primo titolo all'immortalità anche fisica della Madonna.

Poi il grande mistero dell'Incarnazione, cioè della maternità ineffabile e umana per cui Maria diventa Madre di Gesù Cristo, ch'è Dio, e così a Lui connaturata da essere definita «figlia del suo Figlio» (Dante); nuovo, sommo titolo questo che tanto inserisce Maria nel piano della Redenzione, che noi La ritroveremo al Calvario (Cfr. Lc 2,35 Jn 19,26-27), e poi nel Cenacolo il giorno della Pentecoste. Non per nulla Maria, illuminata da Spirito profetico, nel canto del Magnificat, previde e proclamò: «beata mi diranno tutte le generazioni» (Lc 1,48). E al suo presagio risponde la Chiesa con i suoi Santi, con i suoi Pastori e Dottori, con il coro dei credenti, tutti cercando in quel misterioso stato di pienezza, di beatitudine e di gloria, che chiamiamo cielo, la Regina del cielo. Questo è il primo quadro della nostra contemplazione di Maria santissima assunta col suo virgineo corpo e con la sua purissima anima, accanto a Cristo nel regno eterno di Lui: la realtà, la certezza dell'apoteosi vitale e soprannaturale della perfetta ed integra sua umanità.

Il secondo quadro? Oh! Questo è vasto quanto il mondo. Cioè vediamo il mondo sul quale si proietta il mistero dell'Assunzione. È la luce di Cristo che dalla sfera escatologica ci parla della vita futura, quella che attende pure noi dopo la morte. Ma quando? Ma come? Non si affonda nell'ignoto l'anima nostra immortale, dopo il distacco dal corpo; e non si dissolve in cenere questa parte essenziale della nostra vita? Non è un castigo definitivo la morte? Non è essa disperatamente vittoriosa sul nostro corpo, cioè su quello strumento indispensabile, componente della nostra umanità, nell'ambito del cui servizio si svolge la nostra temporale esistenza? La quale, man mano che l'uomo progredisce, ci si dimostra così ricca, anche se fugace, così bella, anche se afflitta da tante miserie, così felice, anche se tormentata dal dolore e sempre minacciata dalla sua fine. Negli uomini privi della nostra fede essa genera purtroppo l'inconsolabile illusione che l'esistenza corporale sia tutto per loro, condannati come sono a saziarsi d'una concezione materialista della vita presente, resa essa stessa tanto più amara e tanto più priva di senso, quanto più sazia d'un'effimera e perciò atroce esperienza di beni caduchi; mentre da tale esperienza dovrebbe essere stimolata al possesso di beni eterni: la verità, la perfezione, l'amore, la vita!

Una voce, a noi pare oggi di udirla nelle profondità del nostro cuore, risuona dal messaggio della rivelazione: «Dov'è, o morte, la tua vittoria?» (Cor. 15, 55). È la tromba della risurrezione: «Ecco io vi dico un mistero - è l'Apostolo che parla così -: noi risorgeremo veramente tutti!» (1 Cor. 1Co 15,51). Ma quando? Ma come? L'eco di queste grida ripetute non si perde nel vuoto. L'agile, trionfale, santissima figura di Maria viva, risorta ci appare, nello splendore della sua Assunzione; Ella è l'anticipata primizia della nostra futura risurrezione, speranza e garanzia del nostro vero e reale destino. La luce è così virginea, dolce e candida, così profumata di materna bontà, così penetrante nella nostra scena temporale ed umana, da accrescere il grado stesso di valore della vita presente, ricomposta nell'ordine che si risolve nel gaudio promesso della vita eterna, ma fin d'ora per noi felice d'un dono che proprio Maria assunta ci offre, dalle mani di Cristo: il dono della speranza. O Maria, nostra speranza, salve!

Chers Fils et chères Filles de langue française,

Avec Nous, réjouissez-vous; regardez Marie, célébrez-la, tette humble femme bénie entre toutes les femmes, dont la foi n'a jamais faibli et qui a mérité d'être aujourd'hui si près du Christ, dans la lumière de sa Résurrection. Voilà le salut auquel nous appelle notre Dieu, le salut que le peuple romain vénère en elle, que toute l'Eglise célèbre en elle. Par elle, nous demandons le secours de Dieu; avec elle, nous espérons; en elle, nous rendons grâces à Dieu.

On thi solemnity of the Assumption of Mary we proclaim the praises of the Lord. «Death is swallowed up in victory». We render thanks to God who has given us victory through Jesus Christ-and this victory is communicated to Mary and to the entire Church. Rejoice and be glad, People of God.

Vor dem gnadenbild der Gottesmutter »Salus Populi Romani« grüßer Wir an ihrem heutigen Festtag auch alle anwesenden deutschsprachigen Pilger. Maria, in den Himmel aufgenommen, ist der sichere Zufluchtsort und die Vermittlerin des Heiles für alle Völker. Durch sie nämlich gelangen wir sicher zu Christus, in dem allein uns allen die einstige Aufnahme in seine himmlische Herrlichkeit verheissen ist. Dazu verhelfe euch auch Unser Apostolischer Segen.

Amadísimos peregrinos de lengua española: 0s agradecemos vuestra presencia aquí, en torno a la mesa eucarística, con el Sucesor de Pedro. En comunión de fe y de amor tributamos hoy, Fiesta de la Asunción de María, un filial homenaje de devoción a la venerada como «Salus Populi Romani». Renovemos con Ella nuestra adhesión confiada a Cristo y vivamos con religioso entusiasmo nuestra pertenencia al Pueblo de salvación. Con nuestra Bendición Apostólica.

Desta Eucaristia, sob o olhar da Salus Populi Romani», o nosso pensamento, iluminado pela esperanca, vai para o Céu, ao celebrarmos, na fé, o mistério da Assunção de Maria. E no amor de Deus, que n'Ela e por Ela operou maravilhas, o nosso coracáo há-de inundar-se de amor filial e fraternal. Pela Mãe da Igreja, a todos, graça, paz e alegria!







Paolo VI Omelie 1975 - 6 giugno 1975