
Paolo VI Udienze 1976 - Mercoledì, 25 agosto 1978
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Questa formula: «Io costruirò la mia Chiesa» (Mt 16,18), coniata dal Signore per indicare metaforicamente il programma della sua opera salvatrice nel mondo e nella storia, trattiene ancora la nostra riflessione per comprendere, come a noi è possibile, l’attualità di Cristo nel nostro tempo. Essa ci rivela innanzitutto la permanenza del Signore Gesù fra noi. S. Ambrogio scrisse: «Ubi Petrus, ibi Ecclesia», dov’è Pietro, ivi è la Chiesa; e questa celebre sentenza, piena di significato teologico e mistico, ne suppone un’altra, che avvalora il nostro studio su la parola evangelica, e cioè: dove è la Chiesa, mediante Pietro, ivi è Cristo (Cfr. Ibid. 28, 20), così che si delinea la trilogia dottrinale: Cristo, Pietro, la Chiesa, come sintesi del disegno divino redentore. E ci rivela l’associazione che Cristo ha voluto stabilire con colui ch’Egli volle scegliere come suo Vicario, Simone figlio di Giovanni, imponendogli il nome di Pietro; un’associazione che porterà ad un’estrema conseguenza, quella del martirio con cui l’Apostolo avrebbe un giorno «glorificato Dio» (Io. 21, 19). Questa era una profezia tragica e gloriosa, che consumava il destino di Pietro nel riflettere nella persona di lui il sacrificio di Cristo crocifisso. Questa è la storia del Vangelo in costruzione: non basta offrire al divino architetto la propria collaborazione (Cfr. 1 Cor. 1Co 3,10 ss.); bisogna offrirgli la propria vita. S. Paolo ce lo ricorda per quanto lo riguarda: «... io sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi - scriveva ai Colossesi -, e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo, che è la Chiesa» (Col 1,24). Parola ben nota, il cui senso non vuol dire che manchi qualche cosa all’efficacia redentrice della passione di Cristo, ma che essa comporta delle condizioni affinché la sua virtù salutare sia applicata alla Chiesa, condizioni che consistono nell’onorare, nell’imitare, nel condividere le sofferenze di Gesù crocifisso, e che ci lasciano intravedere qualche cosa del mistero del dolore cristiano, integrato con quello della pazienza del Signore.
Questa estensione della sofferenza redentrice e vivificante di Cristo ai suoi seguaci era già stata preannunciata dal Signore stesso. Ad esempio, nel discorso testamentario di Gesù all’ultima cena, Egli li avverte: «In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, mentre il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia» (Io. 16, 20). Il dolore, o diciamo la parola che lo riassume e lo trasfigura, la croce, si compenetra con l’ufficio apostolico; cioè con la costruzione della Chiesa. Non si può essere apostoli senza portare la croce. E se oggi il dovere e l’onore dell’apostolato sono offerti a tutti i cristiani indistintamente, perché oggi la vita cristiana si rivela con nuova chiarezza quale essa è e dev’essere, effusiva del tesoro di verità e di grazia di cui essa è portatrice, segno è che l’ora della croce è incombente sul Popolo di Dio: tutti dobbiamo essere apostoli, tutti dobbiamo portare la croce (Cfr. Ibid. 12. 14 ss.). Per costruire la Chiesa bisogna faticare, bisogna soffrire.
Questa conclusione sconvolge certe concezioni errate della vita cristiana, quando essa è presentata sotto l’aspetto della facilità, anzi della comodità e dell’interesse temporale e personale, mentre deve sempre portare impresso sul proprio volto il segno della croce. Il segno del sacrificio tollerato, anzi compiuto per amore; per amore di Cristo e di Dio, e per amore del prossimo, vicino o lontano che sia. Non è questa una visione pessimista del cristianesimo; e una visione realista, specialmente in ordine alla sua edificazione, alla sua affermazione come Chiesa. La Chiesa dev’essere un Popolo di forti, un popolo di testimoni coraggiosi, un popolo che sa soffrire per la propria fede e per la sua diffusione nel mondo. In silenzio, gratuitamente, e sempre per amore.
Qui noi potremmo documentare come ancor oggi esista questo Popolo eletto, costruttore della Chiesa viva e vera, teso nello sforzo evangelico dell’amore crocifisso. Sì, esistono popolazioni intere che fanno della loro eroica, silenziosa e insidiata fedeltà a Cristo Signore il principio costruttore della santa Chiesa di Dio di oggi e di domani. Sì, esistono famiglie esemplari di Religiosi e di Religiose che, nella ricerca della perfezione cristiana, tutto lasciano e tutto dànno «allo scopo di edificare il corpo di Cristo» (Ep 4,12): siano benedette! E così benedetti quanti infondono nella loro umana esperienza lo Spirito vivificante delle beatitudini evangeliche: voi, poveri; voi, miti; voi, piangenti; voi, misericordiosi; voi, puri di cuore; voi, affamati e assetati di giustizia; voi, operatori di pace; voi, perseguitati per causa della giustizia! Voi siete i costruttori, voi i cittadini del Regno di Cristo, qui durante questi giorni effimeri della vita terrena, per essere poi i figli del Regno eterno di Dio.
Con la virtù, con la fortezza, col dolore, con la pazienza, col sacrificio, con la croce si costruisce, con Lui e per Lui, la Chiesa di Cristo. E con la nostra Benedizione Apostolica, quella appunto di Pietro!
Ai chierichetti dell’arcidiocesi di Malta che hanno prestato servizio liturgico nella Basilica Vaticana durante il periodo estivo
Ed ora il nostro affettuoso saluto si rivolge al gruppo dei chierichetti di Malta, i quali, come ormai avviene da dodici anni, nei mesi estivi sostituiscono gli alunni del Preseminario «S. Pio X» nel servizio liturgico della Basilica Vaticana. E salutiamo con essi il loro nuovo Direttore, il Rev.do Don Luigi Deguara, succeduto al caro e zelante Monsignor Giuseppe Delia, ultimamente passato a miglior vita.
Benvenuti, adunque, figli carissimi! Siamo molto lieti di accogliervi anche quest’anno, di rivedervi sempre tosi fervorosi, di benedirvi. E vogliamo anche esprimervi il nostro sincero ringraziamento, ben sapendo quanto voi con la pietà, la serietà e la compostezza che vi distinguono, contribuite al decoro della nostra Basilica e all’ordinato svolgimento delle sacre Funzioni che ivi si celebrano. Ma se è motivo di gioia per noi il sapervi così bravi e diligenti, è anche grande onore per voi poter prestare i vostri servizi nel tempio massimo della cattolicità. Sappiate apprezzare il privilegio che vi è concesso. E sappiate corrispondere a questa grazia con una vita del tutto degna, mostrandovi sempre e ovunque modelli di bontà, di docilità, di assiduità alla preghiera e ai Sacramenti, di amore vivo a Gesù, alla Vergine Santissima e al Papa. È questo l’augurio che formuliamo, avvalorato dalla Benedizione Apostolica, che di cuore impartiamo a ciascuno di voi, ai vostri Superiori e a tutti i vostri cari.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Noi diremo ancora una parola sul tema che ultimamente ha occupato la nostra attenzione in questi incontri settimanali, il tema della costruzione della Chiesa, cioè dell’efficienza operativa, che deve essere impressa a quella parte di umanità, la quale si pone al seguito di Cristo: che cosa è? una semplice corrente di pensiero, senza struttura sociale? una Chiesa invisibile? (Cfr. H. DE LUBAC, Méditations sur l’Eglise, III) Questa opinione ha sedotto molti aberranti dall’autentico pensiero di Cristo, che ha voluto la Chiesa come suo Corpo, mistico sì, per l’animazione dello Spirito Santo (Cfr. 1 Cor 1Co 12,3), che lo fa vivere, ma umano, visibile, sociale, organizzato altresì, che si colloca nella compagine dell’umanità e nella storia effettiva del mondo. E questo secondo aspetto, quello di «società perfetta», se modellata solo secondo le strutture temporali, possiede anch’esso un suo quadro di verità, ma può portare però ad una concezione inesatta e incompleta della Chiesa, e quindi fallace, e costituire perciò una tentazione anche per molti, che abituati dalla mentalità razionalista del nostro tempo, vorrebbero trovare nella Chiesa una capacità d’azione determinante anche sul piano orizzontale, come oggi si dice, della vita sociale.
È vero, certamente, e lo ripeteremo, che la Chiesa ha bisogno e dovere di azione, oggi più che mai; è vero che nell’elevazione stessa dell’uomo al livello della vita cristiana si include una vocazione all’apostolato; è vero che la costruzione della Chiesa si compie nella realtà fenomenica della storia mediante l’operosità sapiente e paziente, devota e tenace fino al sacrificio, di ministri fedeli; è vero che la carità di Cristo deve effondersi e dilatarsi nel mondo moderno nell’iniziativa sociale secondo pianificazioni ampie ed organiche, sollecite specialmente di rimediare alle deficienze delle categorie umane meno abbienti; ed è vero che la stimolante domanda evangelica: «Perché ve ne state qui, tutta la giornata, inoperosi?» si rivolge anche a tanti cristiani, abituati a godere, o a soffrire di situazioni statiche della comunità sociale, senza accordarsi per promuovere condizioni più giuste e più umane di convivenza. È vero.
Ma basta questa operosità esteriore a fare l’umanità più buona e più felice? E, per quanto ci riguarda, basta la ricerca, pur doverosa, dei mezzi temporali a costruire la Chiesa? cioè quell’umanità elevata ad una forma di vita partecipe della stessa vita divina, nel tempo e per l’eternità? basta per la Chiesa la causalità umana, da sola, a garantire il raggiungimento dei veri, dei necessari, dei superiori destini della vita umana?
Eccoci davanti ad una prospettiva, che sembra contraddittoria: deludente ed esaltante. Deludente, perché l’attivismo procedente dalle sole forze umane non raggiunge, anche nella sfera temporale, in misura felice i suoi pieni e veramente umani risultati; anzi i risultati stessi ch’esso raggiunge, ottimi e provvidi sotto tanti aspetti, non fanno che acuire, sotto altri aspetti, la fame e l’infelicità dell’uomo, ed in proporzioni spesso maggiori delle sventure a cui l’attivismo voleva portare rimedio (si pensi, ad esempio, allo sviluppo dei mezzi bellici nucleari). È la tragedia eterna di Sisifo, che sfocia alla fine a conclusioni autolesive, e poi in pessimismo disperato. Esaltante, perché è venuto Uno, è venuto Cristo ad assorbire in Sé tutto il fallimento umano, con la sua croce, e a ridare all’uomo una vera speranza, una risurrezione, una vita migliore; è venuto Lui a costruire un ordine nuovo, soprannaturale, pieno e reale più di quello che l’uomo può godere nel tempo; è venuto a fondare questa nuova costruzione, la Chiesa, facendo della Chiesa stessa il grande «sacramento», cioè, come si esprime il Concilio, «il segno e lo strumento» (Cfr.
Lumen Gentium LG 1 et 48) della salvezza umana; è venuto Lui, Figlio del Dio vivente e Figlio dell’uomo, a noi fratello e maestro, Lui, Gesù il Cristo, a dire: «Io costruirò la mia Chiesa» (Mt 16,18 et cfr. H. DE LUBAC, Méditations sur l’Eglise, p. Mt 161). Egli si pone come il vero, il solo costruttore effettivo, necessario, l’Alfa e l’omega universale. Così che nell’operazione «Chiesa» la causalità di Cristo soverchia, anzi alimenta nella Chiesa ogni altra umana causalità: «senza di me voi non potete far nulla» (Io. 15, 5), Egli ci ricorda. «Né colui che pianta, né colui che irriga è qualche cosa, ma Colui che fa crescere», dirà a sua volta S. Paolo, riferendosi egli pure all’efficienza dell’azione apostolica sempre in ordine alla Chiesa in via di formazione e di azione.
Questa realtà teologica è di estrema importanza per noi chiamati tutti a collaborare all’edificazione della Chiesa nel nostro tempo. Essa ci ricorda che non siamo soli nell’impresa immensa e tanto sproporzionata alle nostre forze. Tutta la dottrina della grazia, cioè dell’intervento misterioso, ma positivo dell’influsso divino nel circuito della nostra attività, sempre debole e fragile, ed in ogni caso sproporzionata agli effetti di salvezza che essa vorrebbe conseguire, ci si profila davanti: ricordi chi può la polemica agostiniana con i Pelagiani circa l’insufficienza delle virtù naturali; e così, ai nostri giorni la discussione circa le virtù passive e le virtù attive, quasi fosse valida questa distinzione per screditare le prime e esaltare le seconde (Cfr. DENZ-SCHÖN., 3344). E ciò con due basilari conclusioni per il tema che ora ci interessa circa la costruzione della Chiesa.
E son queste: la prima riguarda la necessità e l’utilità della preghiera, intesa come coefficiente indispensabile dell’azione apostolica. Talvolta, nell’ansia operativa della nostra mentalità moderna noi siamo inclinati a considerare che l’una, la preghiera, sia ostacolo all’altra, l’azione, quasi che si contendano il tempo reso scarso e le forze rese più preziose dall’accelerazione della nostra polivalente attività, mentre sono e devono essere complementari, secondo l’antica sapienza benedettina: ora et labora, prega e lavora; e soprattutto secondo il mandato evangelico : «bisogna sempre pregare e non stancarsi mai» (Lc 18,1).
E la seconda è la fiducia; la fiducia nella nostra umile, inadeguata attività, quando appunto essa è sostenuta dalla preghiera e rivolta all’edificazione di quella Chiesa che Cristo Signore amò, fondò e redense, e Lui stesso con noi vuole edificare.
Costruire la Chiesa: disegno di Cristo, programma nostro. Ognuno lo ricordi, con la nostra Benedizione Apostolica.
Alle religiose partecipanti all’VIII Settimana Biblica Nazionale
Un pensiero di compiacimento e un voto augurale rivolgiamo in particolare al gruppo di Religiose convenute in questi giorni a Roma per la loro VIII Settimana Biblica Nazionale, indetta con lodevole impegno dall’Associazione Biblica Italiana, tanto benemerita della diffusione dell’amore e dello studio delle Sacre Scritture tra il Clero, i Religiosi e i Laici.
Siate le benvenute, figlie carissime in Cristo! Abbiamo rilevato con soddisfazione il tema della Settimana: la missione profetica e la missione apostolica nelle pagine ispirate dell’Antico Testamento e nel Vangelo di San Matteo, con particolare riguardo ai testi relativi all’apostolo San Pietro, che Gesù pose a fondamento della sua Chiesa e al quale affidò il suo gregge per guidarlo e proteggerlo sui pascoli della salvezza. Affrontate lo studio di un tema che costituisce uno dei momenti culminanti della rivelazione divina e della storia della salvezza. Nell’Antico Testamento, la missione acquista il massimo rilievo nella sublime avventura dei profeti, che il Signore suscitò e inviò come la sua viva voce al popolo dell’Alleanza per illuminarlo nella fede, rafforzarlo nella fedeltà alle divine esigenze del Patto e ravvivarlo nella speranza concentrata sul Redentore venturo. Quando venne la pienezza dei tempi, il Padre celeste inviò sulla terra il suo stesso Figlio in carne umana perché realizzasse finalmente il misericordioso disegno salvifico, e Cristo Signore prolungò nel tempo la sua missione con l’invio degli apostoli al mondo intero perché, con la potenza dello Spirito Santo, annunziassero la Buona Novella e comunicassero a tutti i doni divini della redenzione.
La caratteristica degli inviati di Dio è sempre stata una strenua fedeltà al loro mandato, nella perfetta adesione ai pensieri e alla volontà di Colui che li inviava; oggi è, in concreto, la fedeltà alla Chiesa «universale sacramento della salvezza» (Lumen Gentium LG 48), come Cristo l’ha voluta nel suo mistero e nella sua visibile struttura. A questa fedeltà vogliamo, con accorata e paterna premura, esortare in particolar modo voi, figlie carissime, come pure tutte le altre religiose che con grande gioia insieme a voi vediamo qui presenti. Avete accolto generosamente l’invito a voi rivolto dal Signore di consacrarvi a Lui nella vita religiosa. Vivete ogni giorno con sempre maggior fedeltà le sublimi esigenze di questa vostra consacrazione. È così che vi renderete causa di gioia, di onore, di consolazione e di autentico progresso per la comunità ecclesiale. A tanto vi conforti la nostra Apostolica Benedizione.
Ai nuovi studenti americani giunti a Roma al «North American College» per continuare gli studi
We welcome to Rome the new students of the North American College. Rome is the meeting piace for members of the Church from al1 countries: it will show you the Church as catholic. It is to Rome that those diverse peoples and cultures look for their unity in the Christian faith, for Rome is the divinely constituted centre of the Church as one. We pray that you will be imbued with the spirit of catholicity and unity, as you study here the teaching that comes to us from the apostles and prepare by the sanctity of your lives to be worthy ministers of the holy Church of Christ.
Ai bambini della «Operación Plus Ultra»
Nuestro saludo, cordial y paterno, se dirige ahora a los componentes de la «Operación Plus Ultra», que están presentes en esta Audiencia.
Una vez más venís a visitar al Papa, queridos niños, mensajeros de la bondad, ejecutores de actos de generosidad, testimonio vivo de unos genuinos valores humanos de altruismo, de solidaridad, de amor a la familia y al prójimo; Nos diríamos simplemente, testigos de la caridad de Cristo.
Valoramos profundamente vuestro ejemplo y os recibimos con particular y gran afecto. ¡Quiera Dios que vuestra conducta inspire a muchos a lanzarse por los senderos del bien, enriqueciendo así a la sociedad actual -que tanto lo necesita- con ideales crecientes de amor, de generosidad, de ayuda al necesitado, de entrega a una mayor justicia!
Continuad siempre por el buen camino y recibid nuestra especial Bendición, en la que incluimos también a vuestras familias y a cuantos os ayudan.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Fratelli e Figli carissimi,
La vostra presenza, così numerosa, così amorosa, ci ricorda una ricorrente parola del Vangelo (Mt 5,1 Mt 9,36 Mt 14,14), che ci lascia intravedere il cuore di Cristo dinanzi alle turbe; dinanzi alla folla, alla moltitudine, alla gente anonima e sconosciuta, dinanzi al popolo: Gesù è preso da un sentimento di simpatia, di compassione; ed è questo sentimento che si traduce in Lui nel desiderio di beneficare tutti, anzi di arrivare con una strepitosa effusione della sua bontà ai singoli componenti la massa del gregge umano; fu allora che Egli moltiplicò il pane per tutti e per ciascuno, preludendo così con simile gesto profetico all’istituzione del mistero eucaristico, simbolo e sorgente del mistero dell’«omnes unum» (Cfr. Io. 17, 21; 1 Cor 1Co 10,17), nel quale l’umanità eletta fa un corpo solo, in Lui, capo di questa universale assemblea, che si chiama la Chiesa (Ep 1,22).
Sì, questa è la Chiesa, edificata da Cristo, nella quale ogni singolo essere umano è persona in certa misura divinizzata, cioè esaltata ad un livello di partecipazione ineffabile alla pienezza della Vita divina (Cfr. 2 Petr. 1, 4), ed insieme compaginata nell’unità del Corpo mistico e sociale mediante l’animazione dello Spirito di Cristo (Cfr. 1 Cor 1Co 12,3). Questo è meraviglioso, Fratelli e Figli, perché non ha più parole nostre per essere adeguatamente espresso; è quella realtà religiosa che dobbiamo qualificare come soprannaturale per assegnare al nostro linguaggio la dimensione trascendente ch’esso intende raggiungere. Ed è meraviglioso, perché non si riferisce ad una condizione eccezionale del cristiano, ma riguarda il cristiano nel suo livello comune, quello che S. Pietro chiama il « sacerdozio regale » (Cfr. 1 Petr. 2, 9), e che il recente Concilio illustra come una prerogativa d’ogni cittadino del regno di Cristo; bellissime pagine, che tutti faremo bene a meditare ma voi laici specialmente, che vi siete in esse particolarmente considerati, per arricchire la nostra anima di due concezioni decisive per una autentica mentalità cristiana, e cioè la concezione della superlativa dignità umana, elevata alla vocazione cristiana, e la concezione della connaturale e cogente espansività della propria fede, cioè della logica necessità per tutti di fare dell’apostolato (Cfr. Lumen Gentium, IV, 30 ss.). Scrive San Paolo: «Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù . . . . non vi è più giudeo, né greco, non c’è più schiavo, né libero; non c’è più uomo, né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Ga 3,26 Ga 3,28).
Quante volte capiterà a ciascuno di voi, e forse più volte al giorno, d’essere in mezzo alla folla umana, d’abitare nello stesso grattacielo, d’essere inserito negli ambienti del lavoro umano, stabilimenti, uffici, caserme, ospedali, eccetera, e di sentirvi soli, isolati, circondati, sì, da una fascia di collettività nel comune linguaggio, nella medesima nazionalità, e professione, e organizzazione, . . . ma estranei, interiormente diversi e quasi forestieri fra gli altri; la socialità, oggi tanto articolata, certo rimane, ma la propria individualità dell’uomo singolo si annega nella moltitudine della gente, non sempre comunicante in una identità di pensiero, di educazione, di interessi, di gusti, eccetera; il proprio io rimane come orfano e solo fra tanta gente, ignaro del destino e dell’essere stesso della propria vita.
Pensate ora al disegno cristiano, tutto luce, tutto comunione, il quale si sovrappone al labirinto della vita naturale. La linea di questo disegno proviamo a tracciarla. Essa parte da un mistero, vasto più di un oceano; ma mistero vivente d’infinita Bontà. Donde viene la nostra esistenza? Viene da Dio, viene dal Padre, viene da un Pensiero creatore, che ci precede, metafisicamente, realmente, e ci ama, ci predestina «ad essere conformi all’immagine del Figlio suo» (Rom. 8, 29). E poi? Ecco la prima stazione: il battesimo, rigenerazione della nostra vita, che deriva dalla macchiata stirpe di Adamo, e inserimento nel disegno della redenzione: Cristo, la Chiesa. Il disegno procede sul piano umano: Svegliate, genitori, la coscienza dei piccoli, alla ricerca di ciò che è Primo nella nostra vita, e date loro subito il segreto per interpretarla e per farla felice; anche il bambino è un «fedele», un membro vivo della Chiesa, ch’è la super-famiglia della società domestica e sociale. E che subito il ragazzo che cresce sappia allora la qualifica della sua nobiltà: tu sei cristiano, lo sai? è la tua fortuna, è la tua sorte; non mai devi arrossire di ciò che tu sei nel regno di Cristo; un sacramento nuovo, la confermazione, deve fortificare te, cristiano, a questa sincerità dinanzi a te stesso e agli altri, che ormai circondano e premono sulla tua inesperienza; « conosci, o cristiano, la tua dignità » (S. Leonis); sii forte, sii sicuro, sii buono non solo per te, ma per gli altri; il senso sociale assurge nella giovane esistenza al concetto di Popolo civile e religioso, quello temporale, la città, la nazione, il mondo; e quello spirituale, la Chiesa. Oh! educatori, suscitate nell’uomo crescente la convinzione della fratellanza umana, della convivenza concorde, della civiltà dell’amore . . . E tu, vita nuova, uomo o donna che tu sia, che farai? qual è la tua scelta? Qualunque essa sia da te preferita, un errore devi evitare: ch’essa sia egoista, e solo egoista; e non veda, primo, quanto tu sia in grado di dare, di prodigarti, di dilatare la sfera del tuo spirito alla casa, alla società, al mondo circostante per servirlo, per farlo buono e felice; e, secondo, quante mani vuote e febbricitanti per troppi bisogni siano tese verso di te; passerai indifferente e forse crudele?
V’è un mondo temporale migliore da costruire.
V’è un mondo spirituale, quello ottimo e necessario per la vita presente e futura, che, sotto tante forme, chiede pure costruttori. Voi giovani specialmente, avvertite l’esaltante richiamo?
Noi, vecchi operai, lanciamo il grido e attendiamo: è tempo di costruire! anzi, di costruire i costruttori, gli apostoli della città di Dio!
Con la Nostra Apostolica Benedizione.
Ai partecipanti al IV Convegno Nazionale promosso dall’Ufficio Centrale Emigrazione Italiana
Sono presenti a questa Udienza i partecipanti al IV Convegno Nazionale UCEI per Delegati diocesani e Missionari di Emigrazione. Il tema, che vi siete proposti di approfondire in questo vostro Convegno, diletti figli, è di notevole impegno: «Chiesa locale e partecipazione nelle migrazioni». Il fenomeno migratorio ha conosciuto in questi anni un crescente incremento, le cui cause e conseguenze costituiscono oggetto di attento studio da parte dei sociologi e dei politici.
La Chiesa, la cui sollecitudine pastorale abbraccia «l’uomo integrale, nell’unità di corpo ed anima» (Gaudium et Spes GS 3 et 2), non può restare indifferente di fronte alla gravità di questi problemi. Giustamente perciò voi vi preoccupate di approfondire le conseguenze, che scaturiscono dal riconoscimento dei supremi e fondamentali diritti della persona umana, per favorire una sempre più chiara presa di coscienza degli imprescindibili doveri, che si impongono sia alle comunità di provenienza, che a quelle di arrivo, che agli emigranti medesimi.
Gli aspetti religiosi del problema della emigrazione presentano esigenze gravi ed urgenti, cui ogni Pastore coscienzioso non potrebbe responsabilmente soprassedere. È necessario che le Chiese locali come tali, voi lo avete opportunamente sottolineato, con una visione più organica delle necessità pastorali di questo settore, si impegnino ad ulteriormente sviluppare una adeguata azione, onde evitare che l’emigrante si senta spiritualmente abbandonato a se stesso. A questo scopo debbono ritenersi ancora pienamente valide le direttive emanate dalla S. Congregazione per i Vescovi con una apposita Istruzione, in data 22 agosto 1969, a voi ben nota (Cfr. De Pastorali Migratorum Cura). Esse possono offrire un ottimo piano d’azione, secondo il quale orientare le iniziative pastorali.
Figli carissimi, Ci rendiamo conto delle difficoltà grandi, con le quali deve misurarsi ogni giorno il vostro zelo sacerdotale, al cui ardore infaticabile Ci è caro rendere in questa occasione pubblica testimonianza. Ci sembrerebbe tuttavia di mancare alla stima, che ben vi merita l’intensa attività di questi anni, se non esprimessimo la Nostra fiducia nella vostra intelligenza pastorale, la quale saprà suggerirvi, con l’aiuto della grazia di Dio, le iniziative opportune per il prossimo futuro. Vi illuminino ed assistano la Madonna e San Giuseppe, ai quali pure toccò di fare la dura esperienza, vissuta da ogni emigrante (Cfr. Luc Lc 2,4 ss.; Mt 2,13 ss.).
Anche Noi vi siamo vicini con la preghiera e la Nostra Apostolica Benedizione.
Ad un gruppo giapponese e a pellegrini americani
A special word for two groups: the Japanese Volunteer Probation Officers, and the pilgrims of the American Apostolate of the Holy House of Loreto.
You who belong to the Japanese group endeavour to assist the young who are in a position of particular difficulty. We hope that your journey will open up new ways for you to help repair broken lives, and we ask God to bless your important service to the community. No less important is the task set aside for you who come with the American pilgrimage. The patience and cheerfulness and the prayers of the sick are extremely valuable in promoting the general welfare. May you and those who assist you experience the favour of the Lord.
With Our Apostolic Blessing.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Si parla tra noi d’un prossimo convegno, a carattere nazionale italiano, ma d’interesse generale per la Chiesa, sul tema, ormai tanto discusso, di «Evangelizzazione e promozione umana». Di che cosa si tratta? Si tratta del confronto di due parti fondamentali: dell’attività della Chiesa da una parte; del miglioramento delle condizioni nella società contemporanea dall’altra. È il confronto, che il Concilio, nella sua ampia Costituzione pastorale, nota ormai dalle parole con cui si apre «Gaudium et Spes», ha presentato, fra l’annuncio del messaggio evangelico nel mondo odierno; ed è un confronto così radicale (esso rivela subito, dalla sua enunciazione, un dualismo oggi accentuato: Chiesa e mondo), così esteso, così grave ed incalzante, da mettere subito in evidenza un’enorme quantità di problemi, che coinvolgono tutta la vita della Chiesa, di cui noi ora soltanto ci occupiamo, anche se essa non è considerata direttamente in se stessa, ma nel modo col quale si rivolge all’umanità, in mezzo alla quale e per la quale essa, segno e strumento di salvezza, si trova a vivere. Fra le quattro note, che caratterizzano la Chiesa e ne lasciano intravedere le proprietà essenziali: unità, santità, cattolicità, apostolicità, quest’ultima nota è presa particolarmente in esame, l’apostolicità; ed anche questa considerata più che nella struttura, nella sua funzione operativa e dinamica, quella di annunciare e diffondere il vangelo, calato dal cielo, e introdotto nella storia umana da Gesù Cristo, quella cioè della «evangelizzazione»; possiamo dire con significazione generica, quella della diffusione della fede.
La fede, cioè intesa come la religione cattolica, in quale modo si comunica all’umanità? E imbevuti come siamo di «antropocentrismo», cioè di tendenza a dare all’uomo il primo posto, e per molti l’unico posto nella scala dei nostri interessi, subito ci domandiamo: a che cosa serve la fede? la religione? giova all’uomo, e in quale misura? l’uomo ha ancora immensi bisogni, immensi diritti: la fede, la religione gli è utile, o no? la «promozione umana», come oggi si dice, trae vantaggio dall’evangelizzazione? e quale? e come? Legittimo, doveroso anzi questo utilitarismo, che domina praticamente la filosofia e la politica contemporanea; l’uomo è al centro dei nostri pensieri; ma come considerato? nelle sue necessità della vita temporale soltanto, ovvero nella visione globale e superiore delle sue profonde e specifiche aspirazioni? qual è la vera salvezza dell’uomo? la sua vera felicità? il suo predominante destino? La scienza circa l’uomo, la vera scienza su la nostra vita così si affianca al messaggio del Vangelo, e lo interpella: che cosa mi dài? L’economia, la scienza del benessere ch’è come protagonista nella casa umana, nella cucina specialmente, domanda: dammi del pane; io ho fame!
Quanta forza persuasiva in questa elementare e universale questione! Cristo l’ha ben compresa Lui stesso quando ha moltiplicato, due volte, il pane per la folla digiuna; Egli ha avuto l’intelligenza dei bisogni umani: «chi avrà dato, Egli disse, anche solo un bicchier d’acqua fresca ad uno dei miei piccoli, . . . in verità vi dico non perderà la sua ricompensa» (Mt 10,42). E il giudizio finale preannunciato da Lui non si svolgerà forse sulla risposta che noi avremo data alle esigenze delle miserie umane? (Ibid. 25, 21 ss.) Anche la Madonna non ha provocato a Cana il compimento del primo miracolo del suo divino Figliolo con una implorante osservazione di domestica necessità? «non hanno più vino» (Io. 2, 3).
Ma facciamo attenzione: per nostro Signore, che spalanca sopra l’orizzonte temporale il regno dei cieli, i bisogni dell’uomo non sono soltanto economici, né terrestri. Chi disconosce questa superiore destinazione dell’uomo ad un alimento trascendente, la Parola di Dio, ad un regno di Dio, disconosce la sua vera statura, la umilia al livello temporale e materiale e alla fine pregiudica la sua vera salvezza: «Non di solo pane vive l’uomo . . .» (Mt 4,4); «cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia . . .» (Ibid. 6, 33), ha detto il Signore.
E a questo punto le due finalità dell’uomo, quella spirituale e cristiana e quella secolare ed areligiosa sembrano attestarsi su contrastanti posizioni, che spesso nella storia hanno motivato gravi opposizioni, talora con espressioni oppressive e persecutrici da parte di quella armata di potere e di forza contro quella difesa soltanto da posizioni spirituali e da ragioni soprannaturali. Nella convivenza d’una stessa società (Cfr. Epistola ad Diognetum, V) due concezioni di vita si sono pronunciate, sotto certi aspetti irriducibili, ma provvidenzialmente distinte («date a Cesare . . . date a Dio») (Cfr. Matth Mt 22,21), ma difficilmente equanimi e concordi. Una discussione secolare è derivata da questo dualismo, per sé liberatore per ambedue le tesi (Cfr. FORNARI, Vita di Gesù Cristo, vol. II, c. X, PP 501 ss.), ma di non facile osservanza nei suoi debiti termini. Facendo la storia di questo instabile equilibrio fra Vangelo e mondo, fra Chiesa e Stato, se ne dovrà forse riparlare (Cfr. PAPAE GELASII Epistola Famuli nostrae pietatis ad Imperatorem Anasthasium, a. 494: DENZ.-SCHÖN., 347; S. AUGUSTINI De Civitate Dei, 19, c. 7; LEONIS XIII Immortale Dei: DENZ.- SCHÖN., 3168 ss.; etc.).
Quello che in questo fuggevole cenno importa notare è la tesi basilare della Costituzione Pastorale citata «Gaudium et Spes», in ordine al tema che ora ci interessa, e cioè il rapporto fra l’Evangelizzazione e la promozione umana; tale tesi riguarda non l’opposizione radicale, ma piuttosto la complementarità fra queste due forme fondamentali della nostra attività, e cioè la funzione civilizzatrice dell’evangelizzazione, la quale parimente può essere favorita dalla promozione civile, senza che né l’una né l’altra diventi strumento finalizzato a proprio prevalente vantaggio.
Questioni grandi, questioni vive. Prepariamoci a meglio conoscerle, per sapervi dedurre luce e risolverne la problematica nella nostra vita cristiana. Con la nostra Apostolica Benedizione.
Al gruppo di studiosi partecipanti alla XXIV Settimana Biblica Nazionale
Un saluto paterno e affettuoso a voi, Professori e studiosi di Sacra Scrittura d’Italia, che con fedele appuntamento siete ritornati a Roma a celebrare la vostra XXIV settimana biblica nazionale.
Quanto vorremmo intrattenerci con voi per dirvi tutto l’interesse e l’apprezzamento che nutriamo per il servizio che rendete con lo studio e con l’insegnamento alla Chiesa, e più ancora per meditare insieme sul tema della vostra settimana di studio: «Evangelizare pauperibus». Argomento ricco e stimolante che coinvolge aspetti essenziali della missione di Gesù e della Chiesa, dirigendo l’attenzione sia ai destinatari del Vangelo (i «poveri» con tutta la gamma di significati e di esigenze che tale parola contiene nelle Sacre Scritture), sia all’annuncio stesso che viene offerto «non in parole soltanto ma con potenza e Spirito Santo e pienezza grande» (1 Thess 1Th 1,5), sia al modo di trasmetterlo e comunicarlo in maniera «degna di Dio che ci chiama al suo regno e alla sua gloria» (Cfr. Ibid. 2, 12).
Nella scelta di questo argomento avete guardato opportunamente alla coscienza odierna della Chiesa e, ubbidendo alle istanze dell’ora, unite la vostra voce qualificata a quelle che a tanti livelli oggi s’interrogano sul significato e sui contenuti dell’evangelizzazione e sui nessi che la uniscono con la promozione umana e con «la speranza di cieli nuovi e di terra nuova» (Cfr. 2 Petr. 3, 13; Ap 21,1).
Ebbene a voi studiosi ed esperti di Sacra Scrittura diciamo che il vostro contributo in questo campo è quanto mai importante: avete il compito di enunciare e spiegare con lucidità e rigore, sotto la guida del Magistero ecclesiastico, la parola dei testi sacri, tenendo lontano il verbo evangelico da storture ermeneutiche e da plessi ideologici estranei e fuorvianti, affinché il messaggio di Gesù sia presentato agli uomini in tutta purezza e fecondità. Siate servitori fedeli della Parola che vi è affidata, amministrandola «non quasi hominibus placentes sed Deo qui probat corda nostra» (Thess. 2. 4).
Queste brevi parole vi dicano con quale affetto e partecipazione guardiamo ai vostri lavori, o carissimi, mentre su voi e sul vostro lavoro con cuore paterno impartiamo l’Apostolica Benedizione.
Al pellegrinaggio della parrocchia romana di «S. Lino Papa» al Forte Braschi
Salutiamo ora la folta rappresentanza della Parrocchia romana intitolata a «San Lino Papa», al Forte Braschi. Diletti figli, ricorre domani il XIX Centenario della morte del santo Pontefice Lino, vostro Patrono. Questa fausta ricorrenza si collega con quella, ormai prossima, del ventennale di fondazione della vostra Parrocchia. Siamo certi che la duplice solenne ricorrenza offrirà al parroco, ai sacerdoti suoi collaboratori e a voi tutti, fedeli sensibili agli inviti dello Spirito, l’occasione propizia per opportune iniziative intese a stimolare un rinnovato fervore di operosa vita cristiana, in comunione di intenti col Papa, che è il fondamento perpetuo e visibile dell’unica Chiesa di Cristo. Conforti i vostri generosi propositi la Nostra paterna Benedizione.
Ai partecipanti al Congresso dell’Unione Internazionale dei Servizi Medici delle Ferrovie
Nous saluons avec joie les membres de l’«Union internationale des Services médicaux des Chemins de fer» réunis en Congrès à Rome. Le thème de vos réflexions, chers amis, «les handicapés et l’industrie ferroviaire», est un bon exemple du souci de l’humain qui devrait imprégner toutes les activités, même les plus techniques. Jamais, en effet, on ne peut sacrifier l’homme au rendement, à la productivité. Nous vous félicitons d’avoir le souci de ceux qui seraient facilement, laissés de côté, Nous souhaitons que vous trouviez dans cette ville de Rome qui abrite votre Congrès, en même temps une merveilleuse leçon de véritable humanisme, et aussi un approfondissement de votre foi, en réalisant mieux ce que les apôtres ont apporté au monde en lui donnant l’Evangile. De grand coeur, Nous vous encourageons, et Nous vous bénissons, vous et vos familles.
Ai pellegrini delle diocesi di Rouen e di Le Havre
Nous voulons adresser aussi un salut tout particulier aux pèlerins des diocèses de Rouen et du Havre, qui sont venus à l’occasion du cinquantième anniversaire de l’oeuvre diocésaine du «Blé Eucharistique». Rappelez-vous, chers Fils et Filles, que, selon la parole de l’Evangile, «l’homme ne vit pas seulement de pain». Lorsque le fruit de votre travail devient le Corps du Christ, présent dans l’Eucharistie, demandez au Seigneur de vous donner le pain de l’âme, celui qui nourrit en nous la vie éternelle. De grand coeur Nous vous donnons, ainsi qu’à vos familles la Bénédiction Apostolique.
A gruppi provenienti da Glasgow, da Boston e dal Giappone
To the priests from the archdiocese of Glasgow we bid a warm welcome. We hope that your month of study in Rome Will be of benefit both to yourselves and to those in your pastoral tare. One cari never know enough about Christ and his message. May he enlighten and assist you. Two of the American pilgrimages have in common a high proportion of members who suffer from physical handicaps: the Boston National Pilgrimage and the Pilgrimage of the Victim Missionaries. You are specially close to the heart of Jesus. The gospels show him devoting particular attention to all the sick. In his name we bless you with deep affection. Our Franciscan visitors from Japan are a demonstration of the universality of the message of Saint Francis of Assisi. His message is universal precisely because of its endeavour to be a true reflection of the message of Christ. Be faithful to your founder, and you will be faithful to the Lord.
Paolo VI Udienze 1976 - Mercoledì, 25 agosto 1978