Agostino - Commento Gv 57

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OMELIA 57

La voce della sposa del Cantico dei Cantici.

Quando noi, Chiesa, annunciamo il Vangelo, o Cristo, camminiamo sulla terra e ci sporchiamo i piedi per venire ad aprire la porta a te.

(La paura di sporcarsi i piedi.)

1. 1. Memore del mio debito, credo sia venuto il momento di pagarlo. Mi conceda di pagarlo colui che mi ha concesso di contrarlo. Chi mi ha donato la carità della quale sta scritto: Non abbiate debiti verso nessuno, se non quello dell'amore scambievole (Rm 13,8), mi conceda altresi il dono della parola di cui mi riconosco debitore verso quelli che amo. Si, ho tenuto sospesa la vostra aspettativa per spiegarvi, come mi è possibile, in che modo si possa andare a Cristo camminando per terra, mentre ci vien comandato di cercare le cose che stanno in alto, non quelle della terra (Col 3,1-2). Cristo infatti è in alto, assiso alla destra del Padre; ma è certo che egli è anche qui in terra, per cui disse a Saulo, che in terra infieriva: Perché mi perseguiti? (Ac 9,4). Ci siamo posti questo problema osservando che il Signore lavo i piedi ai discepoli, benché i discepoli fossero puliti e non avessero bisogno che di lavarsi i piedi. In quel fatto ci sembrava di dover capire che mediante il battesimo viene lavato, si, l'uomo tutto intero; ma, siccome poi deve vivere in questo mondo calcando quasi la terra con gli affetti umani, quasi fossero piedi, - e ciò avviene in ogni momento della sua vita - ne contrae quei debiti per cui deve supplicare: Rimetti a noi i nostri debiti (Mt 6,12). E così viene purificato da colui che lavo i piedi ai suoi discepoli (Jn 13,5), e che mai cessa di intercedere per noi (Rm 8,34). A questo punto ci sono venute in mente le parole che dice la Chiesa nel Cantico dei Cantici: Mi son lavati i piedi; come potro ancora sporcarmeli? (Ct 5,3): parole che essa dice quando vuole andare ad aprire al più bello tra i figli degli uomini, che è venuto da lei e bussa chiedendo che gli si apra la porta (Ps 44,3). Di qui è nata la questione che non abbiamo voluto sciupare trattandola con troppa fretta e che perciò noi abbiamo differita; la questione cioè come la Chiesa possa temere, camminando per raggiungere Cristo, di sporcarsi i piedi che ha lavato col battesimo di Cristo.

2. 2. Dice la sposa: Io dormo, ma il mio cuore veglia. Sento il mio diletto che bussa alla porta. Si sente la voce dello sposo, che dice: Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, mia perfetta; ho la testa pregna di rugiada, i riccioli zuppi di gocce notturne. E lei risponde: Ho svestito la tunica; come indossarla ancora? mi son lavati i piedi; come sporcarmeli di nuovo? (Ct 5,2-3). Mirabile arcano, sublime mistero! Dunque essa teme di sporcarsi i piedi, andando ad aprire a colui che ha lavato i piedi ai suoi discepoli? Si, ha paura, perché deve camminare sulla terra per andare a lui, che ancora sta in terra non avendo abbandonato i suoi che qui sono rimasti. Non ha detto egli stesso: Ecco, io sono con voi sino alla fine dei secoli (Mt 28,20)? E non ha detto anche: Vedrete i cieli aperti, e gli angeli di Dio salire e discendere sopra il Figlio dell'uomo (Jn 1,51)? Se salgono verso di lui perché è su in alto, come potrebbero poi a lui discendere se non fosse anche qui in terra? Dice perciò la Chiesa: Mi son lavati i piedi; dovro ancora sporcarmeli? Ella parla così in coloro che, purificati d'ogni macchia, possono dire: Desidero di essere sciolto da questo corpo ed essere con Cristo; d'altra parte rimanere nella carne è più necessario per voi (Ph 1,23-27). Parla così in coloro che predicano Cristo e gli aprono la porta, affinché, per mezzo della fede, egli abiti nel cuore degli uomini (cf. Ep 3,17). Parla così in quanti esitano a lungo prima di assumere un ministero che non si reputano sufficientemente idonei a svolgere senza pericolo di colpa, nel timore che, dopo aver predicato agli altri, vengano riprovati essi stessi (1Co 9,27). E' infatti più sicuro ascoltare la verità che predicarla; perché, quando si ascolta si custodisce l'umiltà, mentre quando si predica è difficile che non si insinui in chiunque quel tanto di vanagloria che basta a sporcare i piedi.

3. Teniamo conto, dunque, dell'esortazione dell'apostolo Giacomo: Sia ognuno pronto ad ascoltare, tardo a parlare (Jc 1,19). A sua volta, un altro uomo di Dio dice: Fammi udire la tua lieta e gioconda parola, ed esulteranno le ossa da te fiaccate (Ps 50,10). E' quanto vi dicevo prima: Quando si ascolta la verità, si custodisce l'umiltà. E un altro ancora dice: L'amico dello sposo, che gli sta vicino e lo ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo (Jn 3,29). Gustiamo il piacere che proviamo nell'ascoltare la Verità che parla dentro di noi senza strepito alcuno. E cosi, quando la Verità risuona esteriormente attraverso la voce del lettore o del predicatore, di chi la proclama o la spiega, attraverso l'insegnamento, l'incoraggiamento e l'esortazione di chi ne ha l'incarico, come anche attraverso i canti ed i salmi, tutti coloro che attendono a queste diverse mansioni stiano attenti a non sporcarsi i piedi con il desiderio della lode umana, cercando di piacere agli uomini. Chi, invece, volentieri e religiosamente li ascolta, non è tentato di vantarsi delle fatiche altrui, e, lungi dal gonfiarsi d'orgoglio, gode di ascoltare la voce della verità del Signore con una gioia che è propria solo all'umiltà. E' nella persona di quanti volentieri e umilmente amano ascoltare, e conducono una vita tranquilla dedita a dolci e salutari occupazioni, che la santa Chiesa trova le sue delizie e dice: Io dormo, ma il mio cuore veglia. Che vuol dire: io dormo, ma il mio cuore veglia, se non, mi riposo per ascoltare? il mio tempo libero non è destinato a coltivare la pigrizia, ma a raggiungere la sapienza. Io dormo, ma il mio cuore veglia: mi tengo libero da ogni preoccupazione per contemplarti come mio Signore (Ps 45,1). La sapienza dello scriba si deve al suo tempo libero; e chi non si disperde nell'azione diventa saggio (Si 38,24). Io dormo, ma il mio cuore veglia, cioè sospendo le occupazioni ordinarie e la mia anima s'immerge nell'amore divino.

(La voce di Cristo bussa alla porta.)

2. 4. Se non che, mentre nella persona di quanti così soavemente e umilmente riposano la Chiesa gusta le sue delizie, ecco che bussa colui che dice: ciò che io vi dico nelle tenebre, voi ditelo in piena luce; e ciò che ascoltate all'orecchio, predicatelo sopra i tetti (Mt 10,27). La sua voce bussa alla porta gridando: Aprimi, sorella mia, mia amata, colomba mia, perfetta mia; ho la testa piena di rugiada, i miei riccioli di gocce notturne. Come a dire: Tu riposi e la porta è chiusa dinanzi a me, tu godi nella quiete riservata a pochi mentre, per il moltiplicarsi dell'iniquità, la carità di molti si raffredda (Mt 24,12). La notte è immagine dell'iniquità; la rugiada e le gocce notturne sono coloro che si raffreddano e cadono, facendo raffreddare il capo del Cristo, cioè impediscono che Dio sia amato: Dio, infatti, è il capo di Cristo (1Co 11,3). Costoro vengono portati sui capelli, cioè sostenuti solo con i sacramenti visibili senza giungere ad una partecipazione profonda e piena. Egli bussa per scuotere dalla loro quiete gli uomini santi dediti alla meditazione, e grida: Aprimi, tu che, in virtù del sangue che ho versato per te, sei mia sorella, in forza dell'unione che ho realizzato con te sei la mia amata, grazie al dono dello Spirito Santo sei la mia colomba, in virtù della mia parola che con maggior pienezza hai ascoltato nella tua meditazione sei la mia perfetta: aprimi e predicami. Come potro entrare in coloro che mi hanno chiuso la porta, se non c'è chi mi apre? E come potranno udire, se non c'è chi predica? (Rm 10,14).

3. 5. E così coloro che prediligono la calma meditazione delle cose divine e rifuggono dalla fatica e dalle difficoltà dell'azione, non ritenendosi capaci di esercitare il ministero attivo in modo irreprensibile, vorrebbero, se fosse possibile, che i santi Apostoli e gli antichi predicatori della verità risuscitassero per affrontare ancora l'iniquità dilagante, a causa della quale si è raffreddato il fervore della carità. Ma, a nome di coloro che già sono usciti dal corpo e si sono spogliati della tunica della carne (benché da essa non siano separati per sempre), la Chiesa risponde: Ho deposto la tunica, come posso rimettermela? Un giorno essa riprenderà questa tunica, e, in coloro che ne sono stati spogliati, la Chiesa si rivestirà della carne; non pero adesso, adesso che occorre riscaldare coloro che sono freddi; ciò accadrà soltanto quando risorgeranno i morti. Trovandosi perciò in difficoltà per mancanza di predicatori, e ricordando quei suoi membri, sani nella dottrina e santi nei costumi ma ormai spogli del loro corpo, la Chiesa geme e dice: Ho deposto la tunica, come posso rimettermela? Come possono, ora, rivestirsi della carne di cui sono state spogliate quelle mie membra che, annunciando fervidamente il Vangelo, riuscirono ad aprire la porta a Cristo?

(La sposa si alza e gli apre.)

6. Poi, rivolgendosi a quelli che in qualche modo potrebbero annunziare il Vangelo, che potrebbero guadagnare e guidare il popolo e così aprire la porta a Cristo, ma che temono di cadere esponendosi ai pericoli dell'azione, dice: Mi sono lavati i piedi, dovro sporcarmeli di nuovo? Se uno infatti non pecca nel parlare, è un uomo perfetto. Ma chi è perfetto? chi è che in qualche modo non vien meno in questo dilagare di iniquità e raffreddarsi di carità? Mi sono lavati i piedi, dovro sporcarmeli di nuovo? Inoltre, leggo ed ascolto: Fratelli miei, non vogliate essere in molti a far da maestri, sapendo che vi toccherà un più severo giudizio; tutti infatti manchiamo in molte maniere (Jc 3,1-2). Mi son lavati i piedi, dovro sporcarmeli di nuovo? Ma ecco, mi alzo e apro. O Cristo, lavami i piedi, rimetti a noi i nostri debiti, poiché non si è spenta del tutto la nostra carità, poiché anche noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12). Quando ti ascoltiamo, esultano con te in cielo le ossa umiliate (Ps 50,10). Ma quando ti predichiamo, camminiamo con i piedi in terra per venire ad aprirti la porta. E perciò, se ci rimproverano ci turbiamo, se ci lodano ci gonfiamo d'orgoglio. Lava i nostri piedi che prima erano puliti, ma che si sono sporcati camminando sulla terra per venire ad aprirti. Per oggi basta, o carissimi. Se siamo stati meno felici nel parlare, o troppo preoccupati delle vostre lodi, impetrate da Dio, con le vostre orazioni a lui gradite, la purificazione dei nostri piedi.

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OMELIA 58

(Jn 13,10-15)

Jn 13,10-15


L'esempio da imitare.

Lavare i piedi, su l'esempio di Cristo, è un esercizio di umiltà che, mentre costringe il corpo a piegarsi, coltiva nell'animo sentimenti di rispetto e di amore fraterno.

1. 1. Già abbiamo spiegato alla vostra Carità, come il Signore ci ha concesso, le parole che egli rivolse ai suoi discepoli nell'atto di lavar loro i piedi: Chi si è lavato, non ha bisogno che di lavarsi i piedi, perché è tutto mondo (Jn 13,10). Vediamo ora quello che segue: E voi siete mondi, ma non tutti. Di questa frase non dobbiamo cercare il significato perché l'evangelista stesso ce lo ha spiegato, aggiungendo: Sapeva, infatti, chi lo tradiva, perciò disse: Non tutti siete mondi (Jn 13,11). Niente di più chiaro; perciò andiamo avanti.

2. Quando, dunque, ebbe lavato i loro piedi e riprese le sue vesti e si fu adagiato di nuovo a mensa, disse loro: Comprendete ciò che vi ho fatto? (Jn 13,12). E' giunto il momento di mantenere la promessa che aveva fatto a san Pietro e che aveva differita quando, a lui che si era spaventato e gli aveva detto: Non mi laverai i piedi in eterno, il Signore aveva risposto: Quello che io faccio tu adesso non lo comprendi: lo comprenderai, pero, dopo (Jn 13,7). Questo momento è giunto: è tempo che gli dica ciò che prima ha differito. Il Signore, dunque, si è ricordato che aveva promesso di rivelare il significato del suo gesto così inatteso, così straordinario, così sconvolgente, che se egli non li avesse spaventati tanto, non avrebbero mai permesso che il loro maestro e maestro degli angeli, il loro Signore e Signore dell'universo, lavasse i piedi dei suoi discepoli e servi. Ora, per l'appunto, comincia a spiegare il significato del suo gesto, come aveva promesso dicendo: Lo capirai dopo.

(Giova a noi servire alla verità.)

2. 3. Voi mi chiamate - egli dice -Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono (Jn 13,13). Dite bene perché dite la verità; sono infatti ciò che dite. All'uomo è stato rivolto l'ammonimento: Non ti lodi la tua bocca, ma ti lodi la bocca del tuo prossimo (Prv 27,2). E' infatti pericoloso compiacersi, per chi deve stare attento alla superbia. Ma chi sta al di sopra di tutte le cose, per quanto si lodi non può innalzarsi più di quello che è: non si può certo accusare Dio di presunzione. E' a noi, non a lui, che giova conoscere Dio; e nessuno può conoscerlo, se lui, che si conosce, non si rivela. Se, per non apparire presuntuoso, avesse taciuto la sua lode, ci avrebbe privato della sua conoscenza. Nessuno, certo, può rimproverargli di essersi chiamato maestro, neppure chi lo considera soltanto un uomo; perché ognuno che sia esperto in una qualsiasi materia, si fa chiamare professore, senza che per questo venga considerato presuntuoso. Il fatto pero che egli si chiami il Signore dei suoi discepoli, che anche di fronte al mondo sono uomini liberi, come si può tollerare? Ma qui è Dio che parla. Non corre nessun pericolo di elevarsi in superbia una tale altezza, non corre nessun pericolo di mentire la Verità. E' per noi salutare sottometterci a così eccelsa grandezza ed è utile servire alla Verità. Il fatto che egli si chiami Signore non costituisce una colpa per lui, ma è un vantaggio per noi. Si lodano le parole di quell'autore profano, che dice: Ogni arroganza è sempre odiosa, ma l'arroganza dell'ingegno e dell'eloquenza è insopportabile (Cicerone, in Q. Caecilium); e tuttavia lo stesso autore profano così parla della sua eloquenza: Se la giudicassi cosi, direi che è perfetta; senza timore di presunzione, perché è la verità (Cicerone, in Oratore). Se dunque quel maestro di eloquenza non doveva temere di essere arrogante nel dire la verità, come potrebbe avere questo timore la stessa Verità? Dica il Signore di essere il Signore, dica la Verità di essere la verità: se egli non dicesse ciò che è, io non potrei apprendere quanto mi è utile sapere. Il beatissimo Paolo che non era certo il Figlio unigenito di Dio, ma il servo e l'apostolo del Figlio unigenito di Dio, e che non era la verità ma solamente partecipe di essa, con franchezza e sicurezza dice: Se volessi vantarmi, non sarei insensato perché direi solo la verità (2Co 12,6). Perché non è in se stesso, ma nella verità, a lui superiore, che umilmente e sinceramente si vanta, secondo quanto egli stesso raccomanda: Chi si vanta, si vanti nel Signore (1Co 1,31). Ora, se un uomo che ama la sapienza, non teme di essere insensato gloriandosi in essa, dovrà forse temere di essere insensata la Sapienza stessa nel manifestare la sua gloria? Se non ebbe timore di essere arrogante colui che disse: Nel Signore si vanterà l'anima mia (Ps 33,3), dovrà temere di esserlo la potenza del Signore, in cui l'anima del servo si vanta? Voi mi chiamate - dice -Signore e Maestro; e dite bene, perché lo sono. Appunto dite bene, perché lo sono; infatti se io non fossi ciò che voi dite, direste male anche lodandomi. Come puo la Verità negare ciò che affermano i discepoli della Verità? Come può negare ciò che hanno appreso proprio da essa? Come può la fonte smentire ciò che proclama chi ad essa beve? Come può la luce nascondere quanto viene manifestando a chi vede?

(Serviamoci vicendevolmente.)

1. 4. Se dunque - egli aggiunge -io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi a vicenda. Vi ho dato, infatti, un esempio, affinché anche voi facciate come ho fatto io (Jn 13,14-15). Questo, o beato Pietro, è ciò che tu non comprendevi, quando non volevi lasciarti lavare i piedi. Egli ti promise che l'avresti compreso dopo, allorché il tuo Signore e Maestro ti spavento affinché tu gli lasciassi lavare i tuoi piedi. Abbiamo appreso, fratelli, l'umiltà dall'Altissimo; rendiamoci reciprocamente, e con umiltà, il servizio che umilmente ha compiuto l'Altissimo. E' un grande esempio di umiltà, il suo. A questo esempio si ispirano i fratelli che rinnovano anche esternamente questo gesto, quando vicendevolmente si ospitano; è molto diffuso questo esercizio di umiltà che così efficacemente viene espressa in questo gesto. E' per questo che l'Apostolo, presentandoci la vedova ideale, sottolinea questa benemerenza: essa pratica l'ospitalità, lava i piedi ai santi (1Tm 5,10). E i fedeli, presso i quali non esiste la consuetudine di lavare i piedi materialmente con le mani, lo fanno spiritualmente, se sono del numero di coloro ai quali nel canto dei tre giovani vien detto: Benedite il Signore, santi e umili di cuore (Da 3,87). Pero è meglio, e più conforme alla verità, se si segua anche materialmente l'esempio del Signore. Non disdegni il cristiano di fare quanto fece Cristo. Poiché quando il corpo si piega fino ai piedi del fratello, anche nel cuore si accende, o, se già c'era, si alimenta il sentimento di umiltà.

2. 5. Ma, a parte questa applicazione morale, ricordiamo di aver particolarmente sottolineato la sublimità di questo gesto del Signore, che, lavando i piedi dei discepoli, i quali già erano puliti e mondi, volle farci riflettere che noi, a causa dei nostri legami e contatti terreni, nonostante tutti i nostri progressi sulla via della giustizia, non siamo esenti dal peccato; dal quale peraltro egli ci purifica intercedendo per noi, quando preghiamo il Padre che è nei cieli che rimetta a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12). Vediamo come si concilia questo significato con le parole che egli aggiunge per motivare il suo gesto: Se, dunque, io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi a vicenda. Vi ho dato, infatti, un esempio, affinché anche voi facciate come ho fatto io. Dobbiamo forse dire che anche il fratello può purificare il fratello dal contagio del peccato? Certamente; questo sublime gesto del Signore costituisce per noi un grande impegno: quello di confessarci a vicenda le nostre colpe e di pregare gli uni per gli altri, così come Cristo per tutti noi intercede (Rm 8,34). Ascoltiamo l'apostolo Giacomo, che ci indica questo impegno con molta chiarezza: Confessatevi gli uni agli altri i peccati e pregate gli uni per gli altri (Jc 5,16). E' questo l'esempio che ci ha dato il Signore. Ora, se colui che non ha, che non ha avuto e non avrà mai alcun peccato, prega per i nostri peccati, non dobbiamo tanto più noi pregare gli uni per gli altri? E se ci rimette i peccati colui che non ha niente da farsi perdonare da noi, non dovremo a maggior ragione rimetterci a vicenda i nostri peccati, noi che non riusciamo a vivere quaggiù senza peccato? Che altro vuol farci intendere il Signore, con un gesto così significativo, quando dice: Vi ho dato un esempio affinché anche voi facciate come ho fatto io, se non quanto l'Apostolo dice in modo esplicito: Perdonatevi a vicenda qualora qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi dell'altro; come il Signore ha perdonato a voi, fate voi pure (Col 3,13)? Perdoniamoci a vicenda i nostri torti, e preghiamo a vicenda per le nostre colpe, e cosi, in qualche modo, ci laveremo i piedi a vicenda. E' nostro dovere adempiere, con l'aiuto della sua grazia, questo ministero di carità e di umiltà; sta a lui esaudirci, purificarci da ogni contaminazione di peccato per Cristo e in Cristo, e di sciogliere in cielo ciò che noi sciogliamo in terra, cioè i debiti che noi avremo rimesso ai nostri debitori.

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OMELIA 59

(Jn 13,16-20)

Jn 13,16-20


Chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato.

Per raggiungete il Padre bisogna accogliere il Figlio da lui inviato.

(Maestro di umiltà con la parola e con l'esempio.)

1. 1. Abbiamo ascoltato nel santo Vangelo le parole del Signore: In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è superiore a chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, beati sarete se le mettete in pratica (Jn 13,16-17). Disse questo perché, avendo lavato i piedi dei discepoli, si era dimostrato maestro di umiltà con la parola e con l'esempio. Potremo ora, con il suo aiuto, esaminare meglio le cose che presentano qualche difficoltà, se non ci soffermeremo in quelle che sono chiare. Dopo aver detto dunque queste parole, il Signore aggiunse: Non parlo di tutti voi: io conosco quelli che ho eletti; ma si deve adempiere la Scrittura: Uno che mangia il pane con me, leverà il calcagno contro di me (Jn 13,18). Cioè: mi calpesterà. L'allusione era evidente: si riferiva a Giuda il traditore. Il Signore dunque non lo aveva eletto, dato che con questa dichiarazione lo distingue da quelli che aveva eletti. Dicendo: Beati voi se mettete in pratica queste cose; non parlo di tutti voi, implicitamente dice che c'è tra loro chi non è beato e che non metterà in pratica queste cose. Io conosco quelli che ho eletti. E chi sono costoro se non quelli che saranno beati col mettere in pratica quanto ha ordinato e confermato con l'esempio colui che può rendere gli uomini beati? Giuda il traditore, egli dice, non è stato eletto. Come si spiega allora l'affermazione altrove riportata: Non vi ho io scelto tutti e dodici, eppure uno di voi è un diavolo (Jn 6,71)? Oppure anch'egli è stato scelto per un compito per il quale era necessario, ma non per la beatitudine della quale egli dice: Beati voi se metterete in pratica queste cose? Questo non lo dice di tutti; egli infatti conosce quelli che ha eletti a partecipare a questa beatitudine. Di essi non fa parte colui che mangiando il pane del Signore, ha levato contro di lui il suo calcagno. Gli altri mangiavano il pane nutrendosi del Signore, Giuda mangiava il pane del Signore contro il Signore: quelli mangiavano la vita, questi la sua condanna. Chi mangia indegnamente - dice l'Apostolo -mangia la propria condanna (1Co 11,29). Ve lo dico fin d'ora, prima che accada - continua il Signore -affinché, quando sarà accaduto, crediate che io sono (Jn 13,19); che, cioè, io sono colui del quale profetizzo la Scrittura, laddove dice: Uno che mangia il pane con me, leverà il calcagno contro di me.

2. 2. E prosegue: In verità, in verità vi dico: Chi accoglie colui che io mandero accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato (Jn 13,20). Egli vuole forse farci intendere con queste parole che tra lui e quello che egli manda, c'è la medesima distanza che esiste tra lui e Dio Padre? Se così intendiamo le sue parole, non so quanti gradini dovremo ammettere seguendo, Dio non voglia, gli ariani. Essi infatti, ascoltando o leggendo queste parole del Vangelo, immediatamente si affrettano a fare quei gradini della loro dottrina, che certo non li conducono alla vita ma li precipitano nella morte. Subito dicono: Benché il Figlio abbia detto: Chi accoglie colui che io mandero, accoglie me, tra l'apostolo del Figlio e il Figlio esiste la stessa distanza che c'è tra il Figlio e il Padre, quantunque egli abbia detto: Chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Ma se dici cosi, o eretico, hai dimenticato i tuoi gradini. Se infatti, basandoti su queste parole del Signore, tra il Figlio e il Padre poni la medesima distanza che poni tra l'apostolo e il Figlio, dove metterai lo Spirito Santo? Hai dimenticato che siete soliti metterlo dopo il Figlio? Si verrà dunque a trovare tra l'apostolo e il Figlio; e allora il Figlio finirà col distare dall'apostolo molto più di quanto non dista dal Padre. O forse, per mantenere la medesima distanza tra il Figlio e l'apostolo, e tra il Padre e il Figlio, dirai che lo Spirito Santo è uguale al Figlio? Ma questo non volete ammetterlo. E allora, dove lo metterete, se tra il Figlio e il Padre voi ponete la medesima distanza che c'è tra l'apostolo e il Figlio? Vogliate dunque reprimere questa vostra temeraria audacia, e smettetela di appoggiarvi su queste parole per sostenere che tra il Figlio e l'apostolo c'è la medesima distanza che esiste tra il Padre e il Figlio. Ascoltate piuttosto quanto dice lo stesso Figlio: Io e il Padre siamo una cosa sola (Jn 10,30). Con questa affermazione la Verità non vi lascia alcuna possibilità di pensare che ci sia distanza tra il Padre e l'Unigenito. Con questa affermazione Cristo elimina tutti i vostri gradini, la Pietra manda in frantumi le vostre scale gerarchiche.

(Il Padre e il Figlio sono della medesima natura.)

3. Ma ora che abbiamo respinto l'insinuazione degli eretici, in che senso dobbiamo intendere queste parole del Signore: Chi accoglie colui che io mandero, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato? Se noi intendiamo le parole: Chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato nel senso che il Padre e il Figlio sono della medesima natura, logicamente, dato il parallelismo delle due frasi, dovremo intendere anche le altre parole: chi accoglie colui che io mandero, accoglie me nel senso che anche l'apostolo ha la stessa natura del Figlio. E' possibile anche questa interpretazione, e non è sconveniente, considerando che il campione lieto di percorrere la sua via (Ps 18,6) è in possesso dell'una e dell'altra natura, dato che il Verbo si è fatto carne (Jn 1,14), cioè Dio si è fatto uomo. Si potrebbe quindi supporre che il Signore abbia detto: Chi accoglie colui che io mandero, accoglie me in quanto era uomo; e abbia detto: Chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato in quanto era Dio. Con queste parole non voleva richiamarsi all'unità di natura, ma piuttosto affermare l'autorità di colui che manda in colui che è mandato; di modo che ciascuno accolga colui che è stato mandato, considerando in lui chi lo ha mandato. Cosi, se tu consideri Cristo in Pietro, vi troverai il maestro del discepolo; se invece consideri il Padre nel Figlio, troverai il Genitore dell'Unigenito, e accoglierai, senza timore di sbagliare, colui che manda in colui che è mandato. Le parole del Vangelo che vengono dopo, non possono essere coartate nella ristrettezza del tempo che ci rimane. perciò, o carissimi, se quanto avete ascoltato lo ritenete un sufficiente nutrimento per le anime fedeli, cercate di gustarlo e di trarne profitto; se lo trovate scarso, ruminatelo col desiderio di un nutrimento più abbondante.

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OMELIA 60

(Jn 13,21)

Jn 13,21


Gesù si turbo nello spirito.

Colui che è morto per noi, ha voluto anche turbarsi per noi. E' la nostra debolezza che si esprime nel suo turbamento.

1. Non è un piccolo problema, o fratelli, quello che ci presenta il Vangelo di san Giovanni, quando dice: Dette queste cose, Gesù si conturbo nello spirito e dichiaro solennemente: In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà (Jn 13,21). Il turbamento di Gesù, non nella carne ma nello spirito, era provocato da ciò che stava per dire: uno di voi mi tradirà? E' forse questa la prima volta che gli si affaccia alla mente il pensiero del tradimento, o soltanto ora ne ha la rivelazione, e perciò resta turbato dalla improvvisa scoperta di un male così grave? Non alludeva forse al tradimento quando poco prima diceva: Uno che mangia il pane con me, leverà il calcagno contro di me (Jn 13,18)? E ancor prima non aveva detto: Voi siete mondi, ma non tutti? Allora l'evangelista aveva fatto notare: Egli sapeva infatti chi lo tradiva (Jn 13,10-11). Del resto, molto prima aveva già segnalato il traditore, dicendo: Vi ho scelto io tutti e dodici; eppure uno di voi è un diavolo (Jn 6,74). Perché dunque ora si conturbo nello spirito, alludendo scopertamente al traditore col dire: In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà? Forse si turbo nello spirito perché ormai stava per rivelare il traditore, che non sarebbe più rimasto nascosto a nessuno e tutti lo avrebbero identificato? Oppure, dato che il traditore era ormai sul punto di uscire, e tornare poi conducendo con sé i Giudei ai quali il Signore doveva essere consegnato, fu turbato per l'approssimarsi della passione, per il pericolo ormai imminente, per l'incombente mano del traditore di cui già conosceva l'animo? Il motivo per cui Gesù si turbo nello spirito, è quello stesso per cui egli precedentemente disse: Ora l'anima mia è turbata. E che devo dire: Padre, salvami da quest'ora? Ma proprio per quest'ora sono venuto (Jn 12,27). Come dunque la sua anima si era turbata per l'approssimarsi della passione, così anche ora, nel momento in cui Giuda sta per uscire per poi tornare con i Giudei, al pensiero dell'imminenza di un si nefando delitto del suo traditore, si turbo nello spirito.

(E' la nostra debolezza che si turba in lui.)

2. 2. Si turba dunque colui che ha il potere di dare la sua vita e il potere di riprenderla (Jn 10,18). Si turba una tale potestà, si turba la rupe solidissima, o non piuttosto è turbata in lui la nostra debolezza? E' proprio cosi. Non veda il servo nulla di indecoroso nel suo Signore, ma il membro riconosca se stesso nel suo Capo. Colui che per noi è morto, per noi altresi si è turbato; colui che è morto per una decisione della sua potenza, in virtù di questa medesima potenza si è turbato; colui che trasfiguro il nostro umile corpo configurandolo al corpo della sua gloria (Ph 3,21), ha anche trasfigurato in sé le emozioni della nostra debolezza partecipando alla nostra sofferenza mediante la commozione della sua anima. perciò quando colui che è grande, forte, sicuro, invitto, ci appare turbato, non dobbiamo temere per lui, come se potesse venir meno: egli non perde se stesso ma cerca noi. Si, dico, è proprio noi che egli cerca in questo modo. Nel suo turbamento dobbiamo vedere noi stessi, per non disperarci quando a nostra volta siamo turbati. Il turbamento di colui, che se non volesse non si turberebbe, è una consolazione per noi che ci turbiamo anche se non vogliamo.

(L'animo di un cristiano non può non turbarsi.)

1. 3. Cadano tutti quegli argomenti dei filosofi, volti a dimostrare l'imperturbabilità del saggio. Dio ha reso stolta la sapienza di questo mondo (1Co 1,20), e il Signore sa che i pensieri degli uomini sono pieni di vanità (Ps 93,11). Si turbi pure l'animo del cristiano, non per miseria ma per misericordia; abbia timore che gli uomini si perdano allontanandosi da Cristo, si rattristi quando vede uno perdersi perché si allontana da Cristo; senta il desiderio che gli uomini vengano guadagnati a Cristo, goda quando gli uomini vengono guadagnati a Cristo; tema anche per sé di perdere Cristo; si rattristi per essere lontano da lui; senta il desiderio di regnare con Cristo, e questa speranza lo riempia di letizia. Sono queste le quattro passioni che turbano l'anima: il timore, la tristezza, l'amore e la letizia. Un cristiano non deve temere di sentire, per giusti motivi, queste passioni, evitando di cadere nell'errore dei filosofi stoici e dei loro seguaci; i quali, come scambiano la vanità per verità così considerano l'insensibilità come fortezza d'animo, ignorando che l'animo dell'uomo, come qualsiasi membro del corpo, è tanto più malato quanto più è diventato insensibile al dolore.

2. 4. Ma qualcuno dirà: E' ammissibile, anche di fronte alla morte, che l'animo del cristiano si turbi? Dov'è allora il desiderio di cui parla l'Apostolo, di dissolversi per essere con Cristo (cf. Ph 1,23), se quando ciò avviene reca turbamento? A chi considera la stessa letizia un turbamento dell'anima, è facile rispondere. Che dire se il turbamento di fronte alla morte non è altro che letizia per l'approssimarsi della morte stessa? Ma questo è gaudio - essi osservano - e non si può chiamare letizia. Ma questo è affermare le stesse cose e allo stesso tempo voler loro cambiare il nome. Prestiamo piuttosto attenzione alla sacra Scrittura, e, basandoci su di essa, cerchiamo, con l'aiuto del Signore, di risolvere questo problema. Quando leggiamo: così dicendo, Gesù si conturbo nello spirito, non possiamo dire che egli sia stato turbato dalla letizia, se non vogliamo essere smentiti da lui stesso, che altrove dice: L'anima mia è triste fino a morirne (Mt 26,38). Altrettanto si deve intendere qui, quando il suo traditore è ormai sul punto di uscire solo per poi tornare subito con i complici: Gesù si conturbo nello spirito.

3. 5. Si, sono molto forti quei cristiani, se ve ne sono, che neppure di fronte alla morte si turbano; ma forse che sono più forti di Cristo? Chi sarebbe così stolto da affermarlo? Per qual motivo, dunque, egli si è turbato, se non per consolare le membra più deboli del suo corpo, cioè della sua Chiesa, con la volontaria partecipazione della sua debolezza, così che quanti dei suoi si sentono turbati nello spirito di fronte alla morte, guardando a lui, non debbano per questo considerarsi reprobi e non debbano lasciarsi prendere dalla disperazione, che è ben peggiore della morte? Quale bene dobbiamo dunque aspettarci e sperare dalla partecipazione alla sua divinità, se il suo turbamento ci tranquillizza e la sua debolezza ci sostiene? Qualunque sia il motivo del suo turbamento, o la compassione nel vedere Giuda perdersi o l'approssimarsi della sua morte, è comunque fuori dubbio che egli si è turbato non per debolezza d'animo ma volontariamente, affinché non dovesse sorgere in noi la tentazione della disperazione, quando non volontariamente ma per debolezza proviamo turbamento. Veramente egli aveva preso su di sé la debolezza della carne, quella debolezza che sarebbe stata consumata dalla risurrezione. Ma lui, che non era solamente uomo ma anche vero Dio, superava di gran lunga, quanto a fortezza d'animo, l'intero genere umano. Niente perciò lo costrinse a turbarsi, ma da se medesimo si turbo; cosa che l'evangelista dichiaro in modo esplicito in occasione della risurrezione di Lazzaro. Allora l'evangelista scrisse che egli si turbo da se stesso (Jn 11,33), affinché questo valesse anche là dove non è scritto esplicitamente cosi, e tuttavia si legge che egli si turbo. Si, colui che liberamente aveva assunto l'uomo nella sua totalità, provo in se stesso, quando lo ritenne opportuno, la commozione propria della sensibilità umana.


Agostino - Commento Gv 57