GPII 1990 Insegnamenti - Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)


1. Oggi vogliamo cominciare la catechesi ripetendo un'asserzione già fatta in precedenza sul tema dell'unico Dio, che la fede cristiana ci insegna a riconoscere e adorare come Trinità. "Il reciproco amore del Padre e del Figlio procede in loro e da loro come Persona: il Padre e il Figlio "spirano" lo Spirito d'Amore a loro consostanziale". Nella Chiesa è presente già dagli inizi la convinzione che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio come Amore.

Le radici della tradizione dei Padri e Dottori della Chiesa sono nel Nuovo Testamento e particolarmente nelle parole di san Giovanni nella sua prima Lettera: "Dio è Amore" (1Jn 4,8).


2. Queste parole riguardano l'essenza stessa di Dio, nella quale le tre Persone sono una sola sostanza, e tutte sono egualmente Amore, cioè Volontà del bene, propensione interna verso l'oggetto dell'amore, entro e fuori della vita trinitaria.

Ma è giunto il momento di far osservare, con san Tommaso d'Aquino, che il nostro linguaggio è povero di termini espressivi dell'atto di volontà che porta l'amante nell'amato. Ciò dipende dall'interiorità dell'amore, che procedendo dalla volontà - o dal cuore - non è così lucido e autoconsapevole come lo è il processo dell'idea della mente. Da qui dipende che, mentre nella sfera dell'intelletto disponiamo di parole diverse per esprimere, da una parte, il rapporto tra il conoscente e l'oggetto conosciuto ("intendere", "intelligere") e, dall'altra, l'emanazione dell'idea dalla mente nell'atto della conoscenza (dire la Parola, o Verbo, procedere come Parola dalla mente), non avviene lo stesso nella sfera della volontà e del cuore. E' certo che, "per il fatto che uno ama qualcosa, risulta in lui, nel suo affetto, un'impressione, per così dire, dell'oggetto amato, in forza della quale l'amato è nell'amante come la cosa conosciuta è in chi la conosce.

perciò, quando uno conosce e ama se medesimo, è in se stesso, non solo perché è identico a se medesimo, ma anche perché è oggetto della propria conoscenza e del proprio amore". Ma, nel linguaggio umano, "non furono coniate altre parole per esprimere il rapporto esistente tra l'affezione, o impressione suscitata dall'oggetto amato, e il principio (interiore) da cui essa emana, o viceversa.

Quindi, per la povertà di vocaboli ("propter vocabulorum inopiam"), tali rapporti vengono anch'essi indicati con i termini "amore", "dilezione"; ed è come se uno desse al Verbo i nomi di intellezione concepita, o di sapienza generata".

Di qui la conclusione dell'Angelico Dottore: "Se nei termini amore e amare ("diligere") si intende indicare solo il rapporto tra l'amante e la cosa amata, essi (nella Trinità) si riferiscono all'essenza divina, come gli altri termini "intellezione" e "intendere". Se invece usiamo quegli stessi termini per indicare i rapporti esistenti tra ciò che deriva o procede come atto e oggetto dell'amore, e il principio correlativo, in modo che "Amor" sia l'equivalente di "Amore che procede", e "Amare" ("diligere") l'equivalente di "spirare l'amore procedente", allora Amore è nome di persona...", ed è proprio dello Spirito Santo (I 37,1).


3. L'analisi terminologica condotta da san Tommaso è molto utile per raggiungere una nozione relativamente chiara dello Spirito Santo come Amore-Persona, in seno alla Trinità che tutta "è Amore". Ma va detto che l'attribuzione dell'Amore allo Spirito Santo, come suo nome proprio, si trova nell'insegnamento dei Padri della Chiesa, dei quali lo stesso Dottore Angelico si nutre. A loro volta i Padri sono gli eredi della rivelazione di Gesù e della predicazione degli apostoli, che conosciamo anche da altri testi del Nuovo Testamento. così nella preghiera sacerdotale, rivolta al Padre nell'ultima cena, Gesù dice: "E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo faro conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro". Si tratta dell'amore con il quale il Padre ha amato il Figlio "prima della creazione del mondo" (Jn 17,26 Jn 17,24). Secondo alcuni esegeti recenti le parole di Gesù indicano qui, almeno indirettamente, lo Spirito Santo, l'Amore con il quale il Padre ama eternamente il Figlio, eternamente amato da lui. Ma già san Tommaso aveva esaminato accuratamente un testo di sant'Agostino su questo reciproco amore del Padre e del Figlio nello Spirito Santo, discusso da altri scolastici a causa dell'ablativo con cui era passato nella teologia medievale: "Utrum Pater et Filius diligant se Spiritu Sancto", e aveva concluso la sua analisi letteraria e dottrinale con questa bella spiegazione: "A quel modo che diciamo che l'albero fiorisce nei fiori, così diciamo che il Padre dice se stesso e il creato nel Verbo, o Figlio, e che il Padre e il Figlio amano se stessi e noi nello Spirito Santo, cioè nell'Amore procedente" (I 37,2).

Sempre in quel discorso d'addio Gesù annunzia che il Padre manderà agli apostoli (e alla Chiesa) il "Consolatore... lo Spirito di verità", e che anche lui, il Figlio, lo manderà perché "rimanga con voi e in voi per sempre" (Jn 14,16-17).

Gli apostoli riceveranno dunque lo Spirito Santo come Amore che unisce il Padre e il Figlio. Per opera di quest'Amore il Padre e il Figlio "prenderanno dimora presso di loro" (Jn 14,23).


4. In questa stessa prospettiva va considerato l'altro brano della preghiera sacerdotale, quando Gesù prega il Padre per l'unità dei suoi discepoli: "Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Jn 17,21). Se i discepoli devono costituire "in noi una cosa sola" - cioè nel Padre e nel Figlio - questo può avvenire soltanto per opera dello Spirito Santo, la cui venuta e permanenza nei discepoli è contemporaneamente annunziata da Cristo: Egli "dimora presso di voi e sarà in voi" (Jn 14,17).


5. Questo annuncio è stato recepito e capito nella Chiesa delle origini, come provano, oltre allo stesso Vangelo giovanneo, l'accenno di san Paolo sull'amore di Dio che "è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rm 5,5). E lo provano pure le parole di san Giovanni nella sua prima Lettera: "Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi. Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito" (1Jn 4,12-13).


6. Da queste radici si è sviluppata la tradizione sullo Spirito Santo come Persona-Amore.

L'economia trinitaria della santificazione salvifica ha permesso ai Padri e Dottori della Chiesa di "penetrare con lo sguardo" nel mistero intimo di Dio-Trinità.

Così ha fatto sant'Agostino, specialmente nell'opera "De Trinitate", contribuendo in modo decisivo all'affermazione e diffusione di questa dottrina in Occidente. Dalle sue riflessioni emergeva la concezione dello Spirito Santo come reciproco Amore e legame d'unità tra il Padre e il Figlio nella comunione della Trinità. Egli scriveva: "Come chiamiamo propriamente il Verbo unico di Dio col nome di Sapienza, benché generalmente lo Spirito Santo e il Padre stesso siano Sapienza, anche lo Spirito riceve in proprio il nome di Carità, benché il Padre e il Figlio siano, in senso generale, Carità" (S. Augustini "De Trinitate", XV, 17,31: CC 50, 505).

"Lo Spirito Santo è qualcosa di comune al Padre e al Figlio... la stessa comunione consostanziale e coeterna... Essi non sono più di tre: uno che ama colui che è da lui; uno che ama colui dal quale riceve la sua origine; e l'amore stesso" (Ivi, VI, 5,7: CC 50, 295.236).


7. La stessa dottrina si trova in Oriente, dove i Padri parlano dello Spirito Santo come di Colui che è l'unità del Padre e del Figlio e il legame della Trinità. così Cirillo d'Alessandria (+ 444) ed Epifanio di Salamina (+ 403).

Su questa linea sono rimasti i teologi orientali delle epoche successive. Tra essi il monaco Gregorio Palamas, arcivescovo di Tessalonica (sec.

XIV), che scrive: "Lo Spirito del Verbo supremo è come un certo amore del Padre verso il Verbo misteriosamente generato; ed è lo stesso amore che l'amatissimo Verbo e Figlio del Padre ha per colui che lo ha generato". Tra gli autori più recenti piace citare Bulgakov: "Se Dio, che è nella santissima Trinità, è amore, lo Spirito Santo è Amore dell'amore" ("Il Paraclito", Bologna 1972, p. 121).


8. E' la dottrina d'Oriente e d'Occidente, che il Papa Leone XIII coglieva dalla tradizione e sintetizzava nella sua enciclica sullo Spirito Santo, dove si legge che lo Spirito Santo "è la divina Bontà e il reciproco Amore del Padre e del Figlio" (DS 3326). Ma, per conchiudere, torniamo ancora una volta a sant'Agostino: "L'Amore è da Dio ed è Dio: è dunque propriamente lo Spirito Santo, per il quale si espande la carità di Dio nei nostri cuori, facendo dimorare in noi la Trinità... Lo Spirito Santo è chiamato propriamente Dono a motivo dell'Amore" ("De Trinitate", XV,18,32: PL 42,1082-1083). Perché è Amore, lo Spirito Santo è Dono. Sarà questo il tema della prossima catechesi.

(Omissis: saluto a gruppi di pellegrini)

Data: 1990-11-14

Mercoledi 14 Novembre 1990

All'inaugurazione dell'Anno Accademico - Pontificia Università Lateranense (Roma)

Titolo: Oggi più che mai gli uomini sono pellegrini della parola di Dio




1. La circostanza del rinnovamento strutturale di alcuni locali della Pontificia Università Lateranense, dopo 50 anni dalla costruzione di questa sede, mi offre l'occasione di compiere questa visita e di esprimere il mio ringraziamento a quanti hanno contribuito per la realizzazione dei lavori con larghezza di mezzi, generosamente offerti al fine di sviluppare questo Centro di Studi e di creare un ambiente più idoneo alla formazione intellettuale e spirituale di sacerdoti e laici, provenienti da tutto il mondo.

Saluto voi tutti: docenti, alunni, amministratori e quanti altri prestano la loro opera, a vario titolo, per il buon andamento di questa Istituzione. Saluto, in particolare, il card. gran cancelliere, Ugo Poletti, e il rettore magnifico, mons. Pietro Rossano, che si sono adoperati con grande impegno per la promozione dei lavori di ristrutturazione.

E devo confessare che ci sentiamo tutti molto onorati della presenza di vostra eminenza il card. Segretario di Stato, come anche del pro-prefetto della Congregazione per l'educazione cattolica e di tutti gli arcivescovi e vescovi oggi qui presenti.

Il rinnovamento dell'"edificio materiale" è certamente in funzione dell'"Università spirituale", come si espresse il Papa Pio XI nell'inaugurare questa sede, mezzo secolo fa. Questa felice espressione del mio predecessore richiama alla mente l'esortazione di Paolo agli abitanti di Efeso: "Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l'uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità" (Ep 4,23). Ogni parola di questo testo: "rinnovarsi", "spirito", "mente", "uomo nuovo", "giustizia", "santità", "verità" contiene un programma di studio e di formazione. Prese insieme queste parole additano la meta verso cui tendono il vostro itinerario spirituale e il vostro impegno formativo.


2. Al fine di assicurare le principali linee direttive dell'attività culturale che si ispira alla fede cristiana, ho voluto dare recentemente, con la costituzione "Ex Corde Ecclesiae", una specie di magna charta riguardante il tirocinio delle Università Cattoliche. "La nostra epoca - ho affermato in quel documento - ha urgente bisogno di questa forma di servizio disinteressato, che è quello di proclamare il senso della verità, valore fondamentale senza il quale si estinguono la libertà, la giustizia, la dignità dell'uomo. Per una sorta di universale umanesimo, l'Università Cattolica si dedica completamente alla ricerca di tutti gli aspetti della verità nel loro legame essenziale con la verità suprema che è Dio" ("Ex Corde Ecclesiae", 4).

Nel vasto quadro delle Università Cattoliche, le Università ecclesiastiche, e in particolare quelle Pontificie di Roma, si distinguono per un ruolo particolare che è precisamente quello di dedicarsi allo studio della parola di Dio per comprenderla in tutte le sue valenze, riproporla nelle sue dinamiche operative e facilitarne l'incarnazione nella cultura e nella vita di ciascun uomo, perché sia come "lucerna ai nostri piedi e guida nei nostri sentieri" (Ps 118,105).

Se tutta la Chiesa, come afferma il Concilio Vaticano II nella costituzione "Dei Verbum", sta "in religioso ascolto della Parola di Dio e la proclama con fiducia" (DV 1), ciò deve verificarsi specialmente nelle Università della Chiesa. Il primo luogo teologico da cui si attinge la sapienza è la rivelazione, ma, in modo analogo, un luogo teologico è anche la storia della Chiesa e lo sono, a loro modo, anche le esperienze degli uomini e del mondo che ci circonda.


3. Compito davvero impegnativo è il vostro nella formazione umana, cristiana e sacerdotale degli alunni. Come ho detto recentemente nella Messa per l'inaugurazione del nuovo anno accademico degli Atenei Pontifici: "La formazione è una partecipazione creativa all'agire redentore di Dio. E' un entrare con l'anima e con il cuore nella scuola di Gesù Cristo".

Se guardiamo alla nostra vita passata, tutti conserviamo il ricordo di qualche figura di docente che ha influito fortemente sul nostro sviluppo intellettuale e spirituale. La formazione avviene nel contatto personale con maestri, la cui parola è avvalorata dalla sapienza e dal modello di vita che conducono. Essi contribuiscono grandemente alla crescita e alla maturazione spirituale degli alunni. Se questo vale in tutte le Scuole e Università del mondo, a più forte ragione varrà nelle Università della Chiesa, dove l'oggetto dell'insegnamento e della ricerca è principalmente la "parola della salvezza mandata agli uomini" (cfr. Ac 13,26).

Infatti lo scopo della teologia è quello di introdurre progressivamente all'intelligenza della parola di Dio perché diventi sapienza di vita e possa dispiegare "la sua energia ("energeîtai") in voi che credete", secondo la bella espressione di san Paolo (cfr. 1Th 2,13). In questa luce la funzione del docente appare di primaria importanza nella trasmissione delle verità di fede. Se nelle altre Università l'istruzione tende anzitutto a preparare ricercatori e professionisti, qui, nell'ambito teologico, tutto è ordinato "perché la parola di Dio si diffonda e venga glorificata" tra gli uomini (2Th 3,1). Ne deriva che il vostro impegno mira principalmente a preparare sacerdoti e laici che siano in grado di portare e testimoniare il Vangelo tra gli uomini e le culture.

Come già ebbi a dire nella mia visita qui compiuta tre anni or sono, i vostri studi tendono a farvi mediatori e artefici dell'incontro nella verità tra la "via Dei ad homines" e la "via hominis ad Deum". Oggi più che mai gli uomini sono pellegrini della parola di Dio e la cercano continuamente, talvolta come a tastoni, secondo l'espressione di san Paolo nel discorso sull'Areopago (cfr. Ac 17,27). Sono fatti per l'incontro con la verità e il bene, traguardi ultimi della mente e del cuore dell'uomo.

I vostri studi vi chiamano a questo altissimo compito. Dovete prepararvi a celebrare questo incontro degli uomini con la verità e il bene. Sarà, questa, la missione esaltante della vostra vita. Ricordate pero che voi, alunni, sarete domani buoni maestri se siete oggi ottimi studenti. Ma per questo si richiede da tutte e due le parti, docenti e discenti, una collaborazione responsabile. La formazione universitaria non si realizza meccanicamente, con la semplice frequenza della scuola e la lettura dei libri. E' necessario ridestare ogni giorno in voi, docenti, la gioiosa volontà di insegnare, e in voi, alunni, la volontà alacre di apprendere.

E' un esercizio di intelligente, diuturno impegno, nel quale si inserisce creativamente l'azione dello Spirito di Dio invocato giorno dopo giorno.

Lo Spirito Santo che presiedeva alla creazione del mondo, che ha ispirato le Scritture, che ha dato origine alla Chiesa e ne guida la missione nel mondo per condurla "alla verità tutta intera" (Jn 16,13). E' lo stesso che apre negli uomini le menti e i cuori all'intelligenza delle cose spirituali: "Nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio", così come nessuno "conosce le cose dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui" (1Co 2,11).


4. Per questo abbiamo iniziato il nostro incontro con il canto e con l'invocazione allo Spirito Santo. Nel suo nome dichiaro aperto questo anno accademico e vi imparto la mia benedizione.

Data: 1990-11-15

Giovedi 15 Novembre 1990

Al comitato per il IV centenario della morte di san Giovanni della Croce - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Porre la verità di Dio al di sopra di ogni compromesso umano




1. Mi è profondamente grato porgere il più cordiale benvenuto ai componenti del Comitato, nominato dalla Giunta di Castiglia e Leon in occasione del IV Centenario della morte di San Giovanni della Croce. Ringrazio vivamente i presenti a questa visita che mi ricorda con gioia gli indimenticabili momenti del mio viaggio nelle terre della vostra Comunità Autonoma, in particolare, ad Avila, Segovia e Salamanca, nel 1982.

In quell'occasione ho potuto rendere omaggio alle figure di Santa Teresa di Gesù e di San Giovanni della Croce, due castigliani universali, Dottori della Chiesa, che con la propria santità e dottrina illuminano il Popolo di Dio e con la trasmissione del loro messaggio spirituale e dei loro valori umani e letterari, nobilitano in tutto il mondo, la lingua e la storia della terra che li ha visti nascere.

A pochi anni dal IV Centenario della morte di Santa Teresa di Gesù, la Provvidenza mi ha concesso di poter celebrare anche il IV Centenario della morte di San Giovanni della Croce, al quale mi sento particolarmente legato, per il suo influsso spirituale, che ho sperimentato sin dalla gioventù, e per gli studi che ho compiuto su di lui nel mio periodo universitario.

In questa celebrazione giubilare mi unisco spiritualmente agli amati figli ed alle amate figlie della Spagna, che si recano in pellegrinaggio a Fonterivos, suo paese natale, a Ubeda, luogo della sua morte, e a Segovia, che custodisce il suo sepolcro. Consapevole dell'importanza che queste celebrazioni rivestono per la Chiesa spagnola, per Castiglia e Leon. E per il Carmelo Teresiano, ho voluto nominare, quale Inviato Speciale, Sua Eminenza il Cardinale Angel Suquia Goicoechea, Arcivescovo di Madrid e Presidente della Conferenza Episcopale Spagnola, affinché mi rappresenti all'apertura ufficiale del IV Centenario a Segovia.


2. I propositi racchiusi nel programma di queste celebrazioni esprimono in modo molto appropriato il senso di una rinnovata presenza di San Giovanni della Croce nel mondo di oggi, quale messaggero di perenni valori per l'uomo e il cristiano.

"Seguendo le tue orme", come canta lo stesso poeta mistico, egli ha percorso il cammino della propria vita alla ricerca di Dio, scoprendo la sua presenza nella creazione e nel creato. Ora "seguendo le sue orme" - quelle che Giovanni della Croce ha lasciato nei suoi scritti - la Chiesa di Spagna e, in particolare, gli abitanti di Castiglia e Leon vogliono intraprendere un cammino che costituisca una via luminosa nella vita individuale e familiare, per la cultura e per la testimonianza dei cristiani all'interno della società.

Giovanni della Croce, maestro nella fede, è anche una guida nei sentieri della vita. La sua parola, calma e profonda, ispira all'uomo tutta la pienezza della sua dignità nel difficile compito di avvicinarsi al mistero dell'esistenza nell'umana fatica di credere superando le tenebre, nella sintesi dell'amore verso Dio e verso il prossimo, poiché, come dice leggiadramente il Santo: "Infine, siamo stati creati per questo fine di amore" (Cantico Espiritual, B,29,3).

Sarebbe impossibile comprendere San Giovanni della Croce al di fuori della sua fede viva in cui ha condensato la profonda religiosità della sua terra, lo sguardo contemplativo della sua gente, la proverbiale nobiltà castigliana che cerca sempre la verità e la professa con la semplicità del suo sobrio linguaggio.

Per questo anche oggi, in un'epoca di frequenti ambiguità, Giovanni della Croce invita ad essere cercatori di verità e pellegrini della fede; esorta ad essere uomini e donne che pongano la verità di Dio al di sopra di qualsiasi compromesso umano.


3. La ricerca della verità di Dio e dell'uomo non impedisce al cristiano di aprirsi al mondo che lo circonda. A tale proposito, possiamo affermare che Giovanni della Croce è un modello di cristiano dialogante, un uomo dalla grandezza culturale che ben esprime quella apertura caratteristica degli uomini e delle donne della sua terra castigliana, dell'epoca in cui visse, il Secolo d'Oro Spagnolo. Per questo il Santo di Fontiveros ha una dimensione universale, come testimonia la diffusione dei suoi scritti, tradotti nelle principali lingue ed oggetto di studio e di ricerca nei più svariati campi del sapere umano e della cultura religiosa e umanistica.

Ed è proprio il mondo della cultura il destinatario di uno dei messaggi di San Giovanni della Croce, specialmente per la sua Patria. Ai nostri giorni c'è il rischio di dissociare la fede dalla cultura, rendendo quasi impenetrabile il campo della cultura moderna ai valori e al linguaggio della fede, come se esistesse fra di esse una lacuna incolmabile. D'altro canto, oggi c'è il pericolo - avvertito da molti anche nella società spagnola - di far passare per genuini valori culturali, tutta una serie di comportamenti che non sono in sintonia con la dignità della persona e che cercano di imporre atteggiamenti che, allontanandosi dalla concezione cristiana della vita, non potranno mai essere realmente umani.

Tali atteggiamenti non rispondono alla vostra tradizione culturale più autentica, che ha altri valori perenni ed altre ricchezze umane. Lo dimostra il programma culturale che in Castiglia e Leon ha trovato un'encomiabile espressione nella esposizione "Le Età dell' uomo", che sta avendo tanta risonanza. Età dell'uomo che portano il segno di Dio e che hanno lasciato un'impronta indelebile nella cultura della vostra terra e della vostra gente.


4. L'opportunità che la celebrazione del IV Centenario della morte di San Giovanni della Croce vi offre, deve contribuire a rafforzare le vostre radici cristiane e a rinvigorire la vostra coscienza e testimonianza di credenti, affinché lo spirito castigliano che egli incarna penetri profondamente nella vita individuale e sociale, nell'educazione e nella cultura.

Giovanni della Croce, cantore della bellezza divina, testimone di un Dio che esalta l'uomo rendendolo partecipe della sua stessa vita, vi precede e vi stimola con il suo esempio. La sua figura è patrimonio di tutta l'umanità, specialmente nel campo della spiritualità e della cultura. Seguite il cammino,"seguendo le sue orme...", affinché si rivitalizzi ed incarni questo patrimonio di fede e di sapere che costituisce l'eredità e l'impegno della gente di Castiglia e Leon.

Mentre vi incoraggio nei vostri compiti, per fare di questo Centenario un'occasione di crescita spirituale che rafforzi fra tutti gli spagnoli i vincoli di amore, quell'amore su cui saremo interrogati nella sera della nostra vita, vi imparto con affetto la mia Benedizione Apostolica.

(Traduzione dallo spagnolo)

Data: 1990-11-16

Venerdi 16 Novembre 1990

Al IV Congresso mondiale della Pastorale del Turismo - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Gli eccessi di certe forme privano l'uomo della propria dignità

Cari fratelli nell'episcopato, Signore e signori, cari amici.


1. Sono felice di accogliervi in occasione del IV Congresso Mondiale della Pastorale del Turismo. Saluto con piacere i vescovi promotori, i preti e i laici impegnati in questa pastorale, insieme ai professionisti che hanno voluto far beneficiare della loro competenza le vostre riflessioni. E indirizzo un particolare saluto agli osservatori appartenenti alle altre comunità cristiane, presenti con voi, poiché, in diversi ambiti, le iniziative ecumeniche contribuiscono alla testimonianza evangelica vicina all'uomo nel suo lavoro.

Che la Santa Sede si interessi alle realtà dei divertimenti e del turismo, l'attesta l'esistenza stessa del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti. In effetti, la costituzione apostolica "Pastor Bonus" dà ad esso, come particolare missione, di adoperarsi "affinché i viaggi intrapresi per motivi di pietà o di studio o di svago favoriscano la formazione morale e religiosa dei fedeli" (art. 151)


2. La Chiesa non può ignorare questo nuovo aspetto della vita degli uomini che si sviluppa soprattutto nei Paesi industrializzati, cioè il "tempo libero", di cui una parte importante è dedicata al turismo. Giustamente, voi avete voluto far dirigere i vostri impegni su questo "tempo liberato", spesso qualificato come "tempo per vivere". La consistenza del tempo viene dall'uso che ne fa l'uomo. Per molti ormai il tempo libero prende soggettivamente un'importanza maggiore del tempo consacrato al lavoro. Bisogna anche essere attenti all'uso di questo tempo. Molto velocemente, attività divenute quasi necessarie, quasi dei conformismi, come la tentazione di "seguire le passioni ingannatrici" (Ep 4,22), possono creare nuove schiavitù e impedire la completezza delle persone. Inoltre, l'oggetto di una pastorale del tempo libero consiste precisamente nell'aiutare gli uomini a fare un buon uso di questa libertà. Ci si ricorda del riposo del Creatore, il settimo giorno, al termine dell'opera che era buona. Si deve trovare, nel ritmo di vita, la portata di questo riposo, la scoperta gratuita delle meraviglie della creazione, e la relazione personale con il Creatore che si rivela a noi e ci unisce.

Il tempo libero è contemporaneamente un tempo di salvezza e un tempo da salvare affinché sia disponibile per la piena completezza della vita personale e familiare, libero anche per il servizio alla comunità umana attraverso gli impegni che permette di prendere nella vita associativa, caritativa, politica, per il servizio multiforme ai fratelli e alla Chiesa. Tempo di gioiosa contemplazione dell'opera di Dio, di azione di ringraziamento per i frutti della terra e per quelli del lavoro dell'uomo, tempo di comunione e di pace tra fratelli uniti nella loro comune vocazione di figli di Dio Creatore e Salvatore.


3. Nel quadro dell'animazione del tempo libero, "tempo per vivere", non possiamo trascurare la vasta importanza del turismo sul quale voi riflettete durante il vostro Congresso. Ogni anno vede aumentare il flusso di coloro che vanno a raggiungere un altrove da cui attendono un riposo, un rinnovamento, un arricchimento. E si contano a milioni quelli che lavorano al servizio degli svaghi dei turisti. Gli uni e gli altri hanno diritto all'attenzione pastorale della Chiesa.

Diverse volte la Santa Sede ha riconosciuto il vivo interesse del turismo per l'incontro tra gli uomini, l'arricchimento culturale, lo sviluppo di una reciproca conoscenza, che ne fanno un fattore di pace tra popoli sempre meno "stranieri" l'uno all'altro. Anche gli eccessi insopportabili di certe forme di viaggio, giustamente denunciati, non condannano il turismo.

Non si può non salutare gli sforzi delle organizzazioni internazionali per soffocare gli effetti negativi di uno sviluppo mal controllato di questa industria in espansione. In effetti, non si può sottoporre il creato al saccheggio; non si possono disprezzare le tradizioni e le culture dei popoli; l'uomo, la donna e anche il bambino non possono essere utilizzati come degli oggetti a prezzo della loro inalienabile dignità.

L'insieme dei pastori coinvolti, quelli dei Paesi da dove partono i viaggiatori così come quelli dei Paesi che li accolgono, hanno la responsabilità di illuminare i cristiani sui complessi processi dell'industria del turismo e sulle loro ripercussioni ecologiche, economiche, sociologiche e morali.

Il gusto per i viaggi, quando è ben indirizzato, può essere un elemento significativo di cooperazione e di solidarietà con dei popoli che ne traggano utili profitti di diversa natura. I viaggi attenti e rispettosi degli uni e l'aperta ospitalità degli altri possono trasformare delle semplici visite turistiche in autentiche "visitazioni".


4. Bisogna inoltre che chi viaggia abbia uno sguardo sveglio o meglio benevolo, uno sguardo educato che sappia vedere il bene, che afferri il vero sia nelle più alte opere d'arte che nella vita quotidiana delle popolazioni incontrate. Come dice il vostro Direttorio (n. 21) di pastorale, "ordinariamente, il turismo traduce la formazione spirituale di colui che lo pratica". Si potrebbe aggiungere che esso aiuta alla formazione spirituale di chi lo pratica.

E' bene ciò che voi cercate di realizzare attraverso l'accoglienza organizzata nei santuari che sono le "pietre della memoria" della Chiesa. Voi cooperate alla formazione dello sguardo che è un risveglio dell'anima alle realtà dello spirito, aiutando i visitatori a risalire fino alle sorgenti della fede che ha fatto sorgere questi edifici, e rendendo visibile la Chiesa di pietre viventi che formano le comunità cristiane.


5. Per i cristiani c'è anche una forma particolare del viaggio e del turismo che consiste nel prendere la via dei pellegrinaggi, dei cammini percorsi per andare verso Dio. E' bello che il popolo cristiano provi in qualche modo fisicamente che è "nomade" su questa terra, che può partire, rendersi libero per cercare "le cose di lassù" (Col 3,1).

So che è in preparazione il primo Congresso Mondiale della pastorale dei santuari e dei pellegrinaggi; manifesterà il valore che la Chiesa attribuisce a queste strade verso Dio e a questi alti luoghi dell'esperienza spirituale.


6. Terminato questo Congresso, il vostro lavoro pastorale sta per riprendere.

Fissate gli occhi sul diacono Filippo (vedi Ac 8,26-40). Lo Spirito gli ordina di andare su una strada deserta a incontrare un alto funzionario dell'Etiopia. Egli parla con quest'uomo, ascolta le sue domande, spiega, commenta a lungo. Gli annuncia "la buona novella di Gesù", lo conduce fino al Battesimo prima che lo Spirito lo porti su un altro cammino.

Filippo può essere un modello per la vostra pastorale per la sua attenzione che sveglia i fedeli alla vita fraterna, alla possibilità dell'annuncio del Vangelo anche nella fugacità di incontri imprevisti.

Vi auguro di proseguire il vostro cammino nella gioia. Raccomando al Signore il vostro lavoro, vi benedico con tutto il cuore, voi e i vostri collaboratori.

Data: 1990-11-17

Sabato 17 Novembre 1990

A operatori sanitari e volontari - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Aver occhi e cuore attenti alla grande lezione della sofferenza




1. Il mio cordiale benvenuto a tutti voi, rappresentanti della Federazione delle Associazioni dei volontari ospedalieri (Federavo), e a voi, aderenti all'Associazione degli operatori sanitari cattolici (Acos). Rivolgo un particolare saluto all'arcivescovo mons. Fiorenzo Angelini, e ai responsabili dei due gruppi, esprimendo vivo compiacimento per la generosa attività delle vostre organizzazioni nel servizio agli infermi.


2. Esprimo anzitutto il mio apprezzamento ai volontari ospedalieri e rinnovo loro l'espressione del mio grato animo per la nobiltà dei loro intenti, che confermano l'importanza, l'opportunità e l'urgenza del volontariato ospedaliero.

Cari fratelli, ancor oggi la vostra presenza nei luoghi di ricovero e di cura garantisce un'assistenza amichevole, offrendo ai malati durante la loro degenza maggior calore umano, dialogo fraterno, aiuti concreti per lottare contro il dolore e soprattutto contro la sofferenza morale dell'abbandono o dell'isolamento.

Di conseguenza, la caratteristica del vostro servizio vuole essere la gratuità della prestazione, unita all'autonomia, all'indipendenza da interessi o ideologie di parte. Gratuità che si accompagna pero con la professionalità e la continuità. Ciò è ben richiesto ai vostri soci insieme con altre virtù: discrezione, fedeltà, attenzione, prontezza ed efficacia nell'intervento, capacità di intuire anche i problemi inespressi del malato, umiltà, serietà, determinazione, puntualità, perseveranza e capacità di rispettare l'infermo in ogni sua esigenza. Voi desiderate, infatti, qualificare il volontario che aderisce alle vostre Associazioni come un amico, ispirandovi, in tal modo, a un'espressione evangelica: "Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando" (Jn 15,14).

Ciò va ribadito anche nel contesto delle tecniche moderne di assistenza, che fanno appello si a strutture sempre più perfette e sorprendenti, ma che non per questo possono dispensare dalla presenza e dall'attività di persone generose, che vengono a confortare, sostenere, con un rapporto personale, aperto, sensibile e cristianamente ispirato, coloro che sono afflitti da gravi infermità.


3. Auspico, poi, per voi dell'Associazione operatori sanitari cattolici, che state studiando a Roma il tema: "Servizio sanitario e civiltà della salute", che questo Convegno vi prepari alla collaborazione generosa con tutti coloro che operano in favore degli infermi nei luoghi di cura e in modo particolare vi faciliti il superamento delle possibili difficoltà relazionali.

Abbiate occhi e cuore attenti alla grande lezione della sofferenza. Dai luoghi di cura e di dolore viene un messaggio per la vita di tutti, quale nessun'altra cattedra può impartire. L'uomo che soffre comprende di più il bisogno e il valore del dono divino della redenzione e della fede. 'impegno di aiutare a capire il significato più profondo del dolore e di donare forza morale e cristiana a chi è malato, trasformi il vostro servizio in un altissimo apostolato.

Ravvivate la consapevolezza che nell'infermo è presente Cristo, il Figlio di Dio, venuto per sanare e guarire, assumendo su di sé la condizione dei più deboli e dei più sofferenti. Cooperate con i sacerdoti, con i religiosi, con le religiose e con tutte le organizzazioni del volontariato che si ispirano ai valori della fede cristiana.


4. A voi tutti, responsabili della Federavo e dell'Acos, dico: siate testimoni del mistero della passione di Cristo, come dell'annuncio della speranza nella risurrezione. Tale consapevole missione sostenga ogni vostro servizio e vi conforti nei sacrifici che esso comporta.

Ai vostri familiari e amici, a quanti vi sono vicini, il mio più vivo incoraggiamento, mentre, invocando la protezione della Vergine santissima, "Salus infirmorum", imparto la mia benedizione apostolica.

Data: 1990-11-17

Sabato 17 Novembre 1990


GPII 1990 Insegnamenti - Udienza generale - Città del Vaticano (Roma)