
GPII 1992 Insegnamenti - Agli studenti delle università di Roma durante la celebrazione eucaristica in preparazione del Natale - Città del Vaticano (Roma)
Titolo: Dai Balcani alla Somalia le sofferenza del mondo chiamano i giovani ad un nuovo Avvento di speranza
1. Ancora una volta, in questa sera di Avvento, ci troviamo riuniti, come ormai da diversi anni, per partecipare alla liturgia della Parola e dell'Eucaristia. E' una bella consuetudine, che risale all'inizio del mio servizio nella sede di Roma, e ad essa sono particolarmente affezionato. Saluto tutti cordialmente. Ringrazio di cuore coloro che qui rappresentano i vari ambienti accademici di Roma e, in modo indiretto, il mondo universitario dell'intera Nazione. Saluto e ringrazio i Rettori, i Professori, gli Studenti. Quest'oggi la Chiesa ci invita ad essere presenti, vigili ed oranti insieme ai Profeti ed al popolo dell'Antica Alleanza, per aspettare il compimento della promessa messianica, le cui origini risalgono ai primi capitoli della Genesi. La notte di Natale porterà con sé l'attuazione della promessa fatta all'intera umanità nell'Antica Alleanza. Noi, gli uomini della Nuova Alleanza, abbiamo ogni giorno dinanzi la promessa già realizzata. Allo stesso tempo, pero, stiamo vivendo un vero avvento: Colui che "è" rimane sempre Colui "che deve venire" (cfr. Ap 1,8).
2. "Figlio, va' oggi a lavorare nella vigna" (Mt 21,28). così dice, nella parabola evangelica, il padre di famiglia ai suoi due figli. così dice Dio: queste parole contengono una dimensione tipica dell'Avvento. Avvento di Dio è l'intero universo, che nella sua vastità sfugge al controllo dell'uomo. Avvento è anche, ed in modo più pieno, questo mondo che l'uomo può controllare e che sin dall'inizio gli è stato affidato dal Signore con un preciso compito: "Riempite la terra e soggiogatela" (cfr. Gn 1,28). Questo mondo costituisce, allora, la vigna evangelica dei disegni del Creatore. L'uomo deve conoscerlo e, in modo creativo, coltivarlo, mai distruggerlo. Questo mondo è la sua eredità, il suo ambiente naturale. Se lo distrugge, condanna se stesso ad una morte inevitabile. Penso in questo momento a tutti gli ambienti di lavoro che sono le vostre Università: le Facoltà, le Scuole di Specializzazione, gli Istituti. Ecco "la vigna del divino Logos", dell'eterna Sapienza, iscritta per sempre nel creato ed in tutte le sue dimensioni, dalle macroscopiche alle microscopiche. Voi tutti, che costituite l'ambiente umano di tali Centri di studio e di ricerca, in certo modo state portando a compimento la chiamata del padre di famiglia: "Va' a lavorare nella vigna". La compite forse come il primo dei due fratelli di cui ci parla il Vangelo; o forse come il secondo. L'uno disse: "Si, Signore; ma non ando"; l'altro: "Non ne ho voglia, ma poi, pentitosi, ci ando" (Mt 21,29 Mt 21,30).
3. "La vigna" è fuori dell'uomo - ma, in maniera più piena, si trova dentro di lui. Questo dato viene dato dal di dentro, dal cuore. Possiamo, quindi, dire che la persona umana rappresenta lo spazio specifico dell'avvento di Dio. L'uomo può entrare in comunione di vita con Dio, come "io", con l'ineffabile mistero che è per lui il Divino "Tu": il Dio creatore diventa per l'uomo il Dio dell'Alleanza.
All'essere umano è stata offerta la promessa messianica nell'Antica Alleanza ed il suo pieno compimento nella Nuova Alleanza. Questa realtà messianica è Cristo, Dio-Uomo-Figlio, che rivela fino in fondo all'uomo chi egli è e quale è il suo definitivo destino, come pure quale è il senso della sua esistenza nel mondo visibile. Carissimi Professori, carissimi giovani! Vi ringrazio per la vostra presenza. Vi ringrazio per l'opportunità che mi offrite di rileggere insieme la verità evangelica di questa vigna che è ciascuno di noi nella sua umanità, nella sua unica ed irripetibile personalità. Alla luce di tale rilettura le parole del padre di famiglia: "va' a lavorare nella vigna" si rivestono di particolare eloquenza. L'"io", ciascuno di noi, è la vigna che il Padre desidera coltivare nel suo Unigenito Figlio, in Cristo che è la vite. Cristo è la vite, noi siamo i tralci. Ecco, in un certo modo, il senso più profondo della realtà messianica. Dio si offre - lo Spirito santificante ci rende partecipi della natura divina e l'uomo può rispondere come il secondo dei figli: "Non ne ho voglia"; oppure come il primo: "Vado". L'Avvento di Dio si ferma, per così dire, sulla soglia della volontà umana.
4. Il tempo liturgico che stiamo vivendo ci è dato affinché diventiamo sempre più consapevoli della presenza di Colui che continuamente viene, che sta alla porta e bussa (cfr. Ap 3,20). Quanto meraviglioso è Dio - questo Dio, la cui venuta nel Cristo appartiene contemporaneamente alla storia dell'intera umanità ed a quella di ciascun uomo, di ognuno di noi. L'Avvento, pertanto, ci è dato perché ci chiediamo, nell'intimo della nostra coscienza, quale è la nostra risposta: sono come il primo figlio che dice "vado" e poi non mantiene la parola; oppure come il secondo, che prima nega e poi va: "pentitosi, vi ando" (Mt 21,30)?
5. Se l'Avvento è un tempo liturgico della Chiesa, esso è ancor più una dimensione costante della sua esistenza e della sua missione. "La Chiesa, infatti, - insegna il Concilio - è in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell'intima unione con Dio" (LG 1). Questa Chiesa è il Popolo della Nuova Alleanza, è la comunità degli uomini chiamati a vivere nel compimento della promessa messianica ed invitati, al tempo stesso, a costituire l'incarnazione della realtà messianica della salvezza e della trasfigurazione, la partecipazione della natura divina all'uomo e al mondo. La Chiesa è la vigna in cui si realizza questa vocazione in Gesù Cristo, che è diventata ormai eredità della famiglia umana. Essa è il sacramento fondamentale in cui, mediante i sacramenti della fede, si va compiendo il processo di rigenerazione e di santificazione nello Spirito Santo di tutti i credenti.
Carissimi! Questo Avvento diventi per noi il tempo della rigenerazione e santificazione sacramentale! La penitenza sacramentale, a cui ci invita la liturgia, prepari la venuta eucaristica di Cristo nella nostra vita. Colui che bussa alla porta della dimora interiore di ciascuno di noi possa ricevere l'invito ad entrare. Rendiamoci bene conto che la realtà messianica non è solo la comunione di vita con il Dio dell'Alleanza, ma l'abitare di Dio stesso nell'intimo dell'uomo: "Noi verremo a Lui e prenderemo dimora presso di Lui" (Jn 14,23).
Vorrei ancora rispondere alle vostre parole rivoltemi attraverso i due rappresentanti della vostra comunità universitaria all'inizio della Messa.
Soprattutto vorrei ringraziare il Signore per tutti questi incontri. Già sono passati quattordici anni del mio servizio nella Sede di Pietro e una delle prime intuizioni, dei primi desideri è stato appunto quello di incontrarci con i giovani, di incontrarci con gli studenti, con l'ambiente universitario di Roma.
E questo ha cominciato ad andare avanti, specialmente durante l'Avvento.
Ma questo ha portato anche ad un grande allargamento degli incontri, dopo parecchi anni: specialmente dall'"Anno della Gioventù", si è trovata l'iniziativa della Giornata Mondiale. Ora quello che era il primo incontro con i giovani di Roma è diventato l'incontro con i giovani del mondo. Noi viviamo un po' fra un incontro e l'altro: adesso fra Czestochowa-Jasna Gora e Denver. E potrei dire che tutto questo lo devo ai primi incontri, alla prima Messa universitaria in San Pietro celebrata non potrei dire con voi, ma con i vostri "predecessori", con i vostri colleghi un po' più anziani, ma ancora sempre giovani. Voglio ringraziarvi per questa vostra grande sensibilità umana e cristiana. Sempre in questi incontri si sono toccati problemi dolenti: le sofferenze di Roma, del vostro Paese, dell'Italia, le sofferenze del mondo. Anche questa sera ho avvertito questa vostra sensibilità per le sofferenze dei Paesi Balcanici, così vicini a noi, della Somalia, in Africa, e di tanti altri ambienti del mondo. Le sofferenze sono di ordine fisico ma soprattutto spirituale.
La compassione, la solidarietà, tutto questo viene direttamente dal Vangelo, tutto questo ci dice sempre che il Signore è vicino, che il Signore si fa conoscere attraverso quelli che soffrono. Questa è una verità centrale su di Lui.
Certamente la verità continua, è verità escatologica. "Ho avuto fame, ho avuto sete, ero in prigione": tutto questo è la realtà di ogni anno, di tutta l'umanità, di tanti popoli formati da nostri fratelli e sorelle. Noi cerchiamo di aprirci a tutti loro, almeno con i nostri cuori, con i nostri aiuti, con il nostro volontariato, per andare incontro a tutte queste sofferenze. Voglio anche ringraziarvi perché i nostri incontri di San Pietro sono diventati sempre più maturi e anche sempre più belli liturgicamente: lo si vede, è frutto di una sempre migliore organizzazione, preparazione, ma anche frutto di una maturazione spirituale.
Questo volevo dirvi prima di concludere la mia omelia. Ma ancora vorrei farvi un augurio che corrisponde alle feste natalizie così vicine all'inizio del nuovo anno. Questo augurio è l'augurio della speranza. Voi giovani siete la speranza! Questo ho detto quasi il primo giorno del mio servizio a Roma: siete la speranza! Lo siete perché siete giovani, perché l'avvenire è davanti a voi: non solamente il vostro avvenire personale, ma l'avvenire di tutto il mondo, delle diverse comunità, di questa vostra Patria italiana, di questa vostra Chiesa di Roma o Chiesa universale, delle diverse Chiese particolari. La speranza, possiamo dire, è lo spirito dell'Avvento. L'Avvento è un periodo "forte", come si dice nel linguaggio liturgico. Ma è forte soprattutto come tempo di speranza. Si guarda verso il futuro, verso quel giorno quando il canto "Marana-Tha" potrà ricevere una attuazione liturgica, ma anche una sempre più nuova attuazione del Mistero divino-umano, attuazione di questo Mistero del Natale, del Dio-uomo elevato, di questo Dio fattosi uomo.
Vorrei allora esprimere a tutti voi, a tutte le Università romane, a tutte le comunità accademiche e, insieme a voi, ai vostri professori e Rettori, questo augurio di speranza: speranza evangelica, speranza di cui ci parla ogni anno l'"Adventus Dominum", l'Avvento del Signore.
6. La Chiesa è comunità: per questa ragione gli uomini che cercano la via del compimento della promessa messianica di Dio si incontrano in essa. Vorrei riferirmi, dicendo questo, al Sinodo della nostra Diocesi di Roma. Esso si sta svolgendo già da alcuni anni ed è entrato adesso nella fase finale dei suoi lavori. All'Assemblea Sinodale prendono parte solo i rappresentanti della comunità romana, che conta vari milioni di membri, ma essa è idealmente aperta a tutti.
Il Sinodo appare simile all'Avvento. L'Avvento, infatti, non è solo attesa, ma anche preparazione: "Preparate le strade del Signore, raddrizzate i suoi sentieri" (Mc 1,3 cfr. Is 40,3).
"Synodos" è l'incontro, la comunione delle vie. Preghiamo perché nell'esperienza sinodale della Chiesa, che è in Roma, ciascuno di noi ritrovi la propria via sulla quale non cammina da solo. E' la via su cui egli procede insieme agli altri. Soprattutto, pero, è la via su cui lo invita Cristo per camminare insieme.
"Rabbi... dove abiti?".
"Venite e vedrete".
"Andarono, dunque, e... si fermarono presso di lui" (Jn 1,38-39).
Data: 1992-12-15 Data estesa: Martedi 15 Dicembre 1992
Titolo: L'autorità di Pietro agli inizi della Chiesa
1. I testi che ho esposto e spiegato nelle precedenti catechesi riguardano direttamente la missione di Pietro di confermare nella fede i fratelli e di pascere il gregge dei seguaci di Cristo. Sono i testi fondamentali sul ministero petrino. Essi, pero, devono essere considerati nel quadro più completo di tutto il discorso neotestamentario su Pietro, a cominciare dalla collocazione della sua missione nell'insieme del Nuovo Testamento. Nell'epistolario paolino, egli è ricordato come primo testimone della risurrezione (cfr. 1Co 15,3ss), e Paolo dice di essere andato a Gerusalemme "per consultare Cefa" (cfr. Ga 1,18). La tradizione giovannea registra una forte presenza di Pietro, ed anche nei Sinottici sono numerosi gli accenni a lui. Il discorso neotestamentario riguarda anche la posizione di Pietro nel gruppo dei Dodici. In esso emerge il trio Pietro, Giacomo e Giovanni: si pensi, ad esempio, agli episodi della trasfigurazione, della risurrezione della figlia di Giairo, del Getsemani. Pietro è sempre al primo posto in tutte le liste degli Apostoli (in Mt 10,2 addirittura col qualificativo di "primo"). A lui viene dato da Gesù un nuovo nome, Kefa, che viene tradotto in greco (era dunque considerato significativo), a designare l'ufficio e il posto che Simone avrà nella Chiesa di Cristo. Sono elementi che ci servono per meglio acquisire il significato storico ed ecclesiologico della promessa di Gesù, contenuta nel testo di Matteo (16,18-19), ed il conferimento della missione pastorale descritto da Giovanni (21,15-19): il primato di autorità nel collegio apostolico e nella Chiesa.
2. Si tratta di un dato di fatto, narrato dagli evangelisti come registratori della vita e della dottrina di Cristo, ma anche come testimoni della credenza e della prassi della prima comunità cristiana. Dai loro scritti risulta che, nei primi tempi della Chiesa, Pietro esercitava l'autorità in modo decisivo al livello più alto. Questo esercizio, accettato e riconosciuto dalla comunità, fa da riscontro storico alle parole pronunciate da Cristo circa la missione e il potere di Pietro. E' facile ammettere che le qualità personali di Pietro non sarebbero state di per sé sufficienti ad ottenere il riconoscimento di una suprema autorità nella Chiesa. Anche se aveva un temperamento da capo, dimostrato già in quella sorta di cooperativa per la pesca sul lago da lui composta con i "soci" Giovanni e Andrea (cfr. Lc 5,10), non avrebbe potuto imporsi da solo, dati anche i suoi limiti e difetti altrettanto noti. E, d'altra parte, si sa che durante la vita terrena di Gesù gli Apostoli avevano discusso su chi, tra loro, avrebbe avuto il primo posto nel regno. Il fatto, dunque, che l'autorità di Pietro fosse poi pacificamente riconosciuta nella Chiesa, è dovuto esclusivamente alla volontà di Cristo, e mostra che le parole, con le quali Gesù aveva attribuito all'Apostolo la sua singolare autorità pastorale, erano state intese e accolte senza difficoltà nella comunità cristiana.
3. Passiamo brevemente in rassegna i fatti. Subito dopo l'Ascensione, riferisce il Libro degli Atti, gli Apostoli si riuniscono: nella loro lista Pietro è nominato per primo (cfr. Ac 1,13), come d'altronde nelle liste dei Dodici che ci vengono fornite dai Vangeli e nell'enumerazione dei tre privilegiati (cfr. Mc 5,37 Mc 9,2 Mc 13,3 par. ). E' lui, Pietro, che d'autorità prende la parola: "In quei giorni Pietro si alzo in mezzo ai fratelli" (Ac 1,15). Non è l'assemblea che lo designa. Egli si comporta come uno che possiede l'autorità. In quella riunione Pietro espone il problema creato dal tradimento e dalla morte di Giuda, che riduce a undici il numero degli Apostoli. Per fedeltà alla volontà di Gesù, carica di simbolismo circa il passaggio dall'Antico al Nuovo Israele (dodici tribù costitutive-dodici Apostoli), Pietro indica la soluzione che s'impone: designare un sostituto che sia, con gli undici, "testimone della risurrezione" di Cristo (cfr. Ac 1,21-22). L'assemblea accetta e mette in pratica questa soluzione, tirando a sorte, affinché la designazione venga dall'alto: così "la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici Apostoli" (Ac 1,26). Conviene sottolineare che tra i testimoni della risurrezione, in virtù della volontà di Cristo, Pietro aveva il primo posto. L'Angelo che aveva annunciato alle donne la risurrezione di Gesù aveva detto loro: "Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro..." (Mc 16,7). Giovanni lascia entrare Pietro per primo nel sepolcro (cfr. Jn 20,1-10). Ai discepoli che ritornano da Emmaus gli altri dicono: "Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone" (Lc 24,34). E' una tradizione primitiva, raccolta dalla Chiesa e riferita da San Paolo, che il Cristo risorto apparve prima a Pietro: "Apparve a Cefa e quindi ai Dodici" (1Co 15,5). Questa priorità corrisponde alla missione assegnata a Pietro di confermare i suoi fratelli nella fede, come primo testimone della risurrezione.
4. Il giorno di Pentecoste Pietro agisce da capo dei testimoni della risurrezione.
E' lui che prende la parola, per un impulso spontaneo: "Pietro, levatosi in piedi con gli altri undici, parlo a voce alta così..." (Ac 2,14). Commentando l'avvenimento, egli dichiara: "Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato, e noi ne siamo testimoni" (Ac 2,32). Tutti i Dodici ne sono testimoni: Pietro lo proclama a nome di tutti loro. Egli è il portavoce istituzionale, possiamo dire, della prima comunità e del gruppo degli Apostoli. Sarà lui ad indicare agli ascoltatori che cosa devono fare: "Pentitevi, e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo..." (Ac 2,38). E' ancora Pietro che opera il primo miracolo, provocando l'entusiasmo della folla. Secondo la narrazione degli Atti, egli si trova in compagnia di Giovanni quando si volge verso lo storpio che chiede l'elemosina. E' lui che parla. "Pietro fisso lo sguardo su di lui insieme a Giovanni e disse: "Guarda verso di noi!". Ed egli (lo storpio) si volse verso di loro, aspettandosi di ricevere qualcosa. Ma Pietro gli disse: "Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!". E presolo per la mano destra, lo sollevo. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono, e, balzato in piedi, camminava..." (Ac 3,3-8). Dunque Pietro, con le sue parole e i suoi gesti, si fa strumento del miracolo, convinto di disporre del potere derivato a lui da Cristo anche in questo campo. Proprio in questo senso egli spiega al popolo il miracolo, mostrando che la guarigione manifesta la potenza del Cristo risorto: "Dio l'ha risuscitato dai morti, e di questo ne siamo testimoni" (Ac 3,15). In conseguenza, egli esorta gli ascoltatori: "Pentitevi, e cambiate vita!" (Ac 3,19). Nell'interrogatorio del Sinedrio è Pietro, "pieno di Spirito Santo", che parla, per proclamare la salvezza portata da Gesù Cristo (cfr. Ac 4,8s), crocifisso e risorto (cfr. Ac 7,10). Successivamente è Pietro che, "insieme agli Apostoli", risponde al divieto di insegnare a nome di Gesù: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini..." (Ac 5,29).
5. Anche nel caso penoso di Anania e Saffira, Pietro manifesta la sua autorità come responsabile della comunità. Rimproverando a quella coppia cristiana la menzogna circa il ricavato della vendita di un podere, egli accusa i due colpevoli di aver mentito allo Spirito Santo (cfr. Ac 5,1-11). Parimenti lo stesso Pietro risponde a Simon mago, che aveva offerto del denaro agli Apostoli per ottenere lo Spirito Santo con l'imposizione delle mani: "Il tuo denaro vada in perdizione con te, perché hai osato pensare di acquistare col denaro il dono di Dio... Pentiti dunque di questa iniquità, e prega il Signore che ti sia perdonato questo pensiero!" (Ac 8,20 Ac 8,22). Gli Atti, inoltre, ci dicono che Pietro è considerato dalla folla come colui che, più ancora degli altri Apostoli, opera delle meraviglie. Certo, egli non è il solo a compiere miracoli: "Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli Apostoli" (Ac 5,12). Ma è soprattutto da Lui che si aspettano delle guarigioni: "Portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro" (Ac 5,15). Una cosa dunque risalta chiaramente in questi primi momenti di avvio della Chiesa: sotto la forza dello Spirito e in coerenza con il mandato di Gesù, Pietro agisce in comunione con gli Apostoli, ma prende l'iniziativa e decide personalmente come capo.
6. Si spiega così anche il fatto che, al momento dell'imprigionamento di Pietro da parte di Erode, si sia innalzata nella Chiesa una preghiera più ardente per lui: "Pietro era tenuto in prigione, mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui" (Ac 12,5). Anche questa preghiera deriva dalla convinzione comune della importanza unica di Pietro: con essa ha inizio la ininterrotta catena di suppliche che nella Chiesa si eleveranno in ogni tempo per i successori di Pietro. L'intervento dell'Angelo e la liberazione miracolosa (cfr. Ac 12,6-17), peraltro, manifestano la speciale protezione di cui gode Pietro: protezione che gli permette di compiere tutta la missione pastorale che gli è stata assegnata.
Questa protezione e assistenza chiederanno i fedeli per i Successori di Pietro nelle pene e nelle persecuzioni che incontreranno sempre nel loro ministero di "servi dei servi di Dio".
7. Possiamo concludere col riconoscere che veramente nei primi tempi della Chiesa Pietro agisce come colui che possiede la prima autorità nell'ambito del collegio degli Apostoli, e che per questo parla a nome dei Dodici come testimone della risurrezione.
Per questo compie miracoli che assomigliano a quelli di Cristo e li opera in suo nome. Per questo assume la responsabilità del comportamento morale dei membri della prima comunità e del suo futuro sviluppo. Per questo egli è al centro dell'interesse del nuovo popolo di Dio e della preghiera rivolta al Cielo per ottenere a lui protezione e liberazione.
Data: 1992-12-16 Data estesa: Mercoledi 16 Dicembre 1992
Titolo: Il Catechismo della Chiesa Cattolica è uno dei fondamenti del rinnovamento ecclesiale iniziato dal Concilio Vaticano II
Cari fratelli Vescovi, Sono lieto di porgere il benvenuto a voi, Pastori della Chiesa del Principato del Galles, in occasione della vostra visita ad Limina. Attraverso di voi posso raggiungere gli amati sacerdoti, religiosi e laici dell'Arcidiocesi di Cardiff e le Diocesi di Menevia e Wrexham al fine di assicurare la mia vicinanza spirituale e il mio affetto: "E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo" (Rm 15,5-6). Mi è di grande conforto sapere che, sebbene le vostre comunità Cattoliche siano in molti casi piccole e molto lontane fra loro, voi nutrite un forte sentimento di unità e di comunione con la Chiesa universale e con la Sede di Pietro.
Di recente ho avuto la gioia di presentare il Catechismo della Chiesa Cattolica, un ulteriore importante risultato del Concilio Vaticano II e un dono di immenso valore dal "Padre della luce, nel quale non c'è variazione né ombra di cambiamento" (Jc 1,17).
Insieme alla Riforma della Liturgia e al Nuovo Codice di Diritto Canonico, il nuovo Catechismo costituisce il solido fondamento del rinnovamento ecclesiale intrapreso dal Concilio. I Vescovi hanno la particolare responsabilità di garantire che il bene della dottrina e della disciplina contenuto in queste fonti raggiunga i fedeli in maniera completa ed efficace affinché i disegni di Dio per la Chiesa, all'alba del nuovo Millennio Cristiano, vengano compiuti nella più grande fedeltà alla sua parola rivelata e attraverso varie ed efficaci opere di fede e di amore.
Il catechismo offre all'intera Chiesa una dichiarazione e una spiegazione della fede secondo la verità biblica e l'autentica Tradizione Cattolica, in un linguaggio che soddisfa meglio le esigenze del mondo di oggi.
Come ho affermato quando ho presentato il catechismo: "La consapevole adesione alla genuina e completa dottrina rivelata, che il Catechismo sinteticamente presenta, non mancherà di favorire il progressivo compiersi del disegno di Dio, il quale vuole che "tutti gli uomini siano salvi e giungano alla cognizione della verità" (1Tm 2,4)... Tracciando le linee della identità dottrinale cattolica, il catechismo può costituire un amoroso appello anche per quanti non fanno parte della comunità cattolica" (Presentazione del "Catechismo della Chiesa Cattolica", 7 dicembre 1992, nn. 7-8).
In esso sono racchiusi i due orientamenti del vostro ministero pastorale: insegnare la fede e rafforzare la vita cristiana dei membri della Chiesa, e allo stesso tempo, creare una comprensione sempre più profonda e una collaborazione sempre più stretta con gli altri Cristiani. Vi incoraggio a proseguire nello svolgimento di questi compiti in armonia l'uno con l'altro e in stretto contatto con tutta la comunità cattolica attraverso la Conferenza Episcopale dell'Inghilterra e del Galles.
Un aspetto specifico della vita della Chiesa nelle vostre Diocesi è la crescente attenzione che viene dedicata all'uso della lingua Gallese nella Liturgia. Non è soltanto una questione di interesse storico, ma anche un importante elemento dell'intera questione dell'inculturazione della fede nella vita della vostra gente. Stabilito che "Siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili" (1P 3,8), dovreste gioire del fatto che la lode a Dio viene proclamata e cantata nella lingua originale del Galles. In quanto Pastori, saprete come bilanciare l'aspetto dell'esperienza delle vostre comunità con l'apertura completa a membri del gregge, che sono arrivati di recente, molti dei quali sono immigrati da diverse parti d'Europa e del mondo. Possa Cristo essere servito in tutte le cose attraverso l'amore evangelico per il prossimo.
Un'altra preoccupazione che affido in particolar modo alla vostra preghiera e alla vostra azione pastorale è costituita dalla vocazione e dal ministero dei vostri sacerdoti. Essi sono i vostri principali collaboratori, vostri fratelli e amici poiché condividono il vostro stesso sacerdozio (Cfr. PO 7). Nel costruire la Chiesa, dovrete dedicare i vostri maggiori sforzi a servire i vostri sacerdoti e a sostenerli nelle loro necessità. Spero che voi li andrete a trovare spesso nelle loro case e che essi vi troveranno pronti a riceverli quando busseranno alla vostra porta. Possa il presbiterato in ognuna delle vostre diocesi produrre opere di santificazione, di evangelizzazione e di servizio.
Cari fratelli Vescovi, vi assicuro le mie costanti preghiere per voi e per le chiese di cui vi occupate. Ho un vivo ricordo della mia visita in Galles che risale a più di dieci anni fa e in particolar modo del coinvolgente incontro con i giovani presso il Ninian Park. Sono lieto di sapere che il 28 Giugno di quest'anno avete commemorato quell'evento con una processione Eucaristica che ha regoistrato una forte partecipazione, a Cardiff. Prego affinché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo continuino a benedire i vostri sforzi con crescente vita cristiana e santità. Possano Maria, Madre del Redentore, e San David, vostro patrono, intercedere per coloro, tra di voi, che sono poveri e deboli, in particolar modo per i malati, i disoccupati, gli anziani e per tutti coloro che possono sentirsi soli e abbandonati. Agli amati Cattolici del Galles imparto la mia Benedizione Apostolica come voto di forza e di pace in nostro Signore Gesù Cristo.
Data: 1992-12-17 Data estesa: Giovedi 17 Dicembre 1992
Titolo: Vivere con fervore la spinta missionaria e caritativa per trasmettere fedelmente nell'apostolato il carisma del Fondatore
Carissime Piccole Sorelle della Sacra Famiglia!
1. Il 6 novembre di quest'anno il vostro Istituto ha compiuto cent'anni e voi, in rappresentanza delle 1300 vostre Consorelle sparse nel mondo, come pure di coloro che usufruiscono della vostra generosa opera, avete desiderato venire a far visita al Successore di Pietro per esprimere la vostra fede e la devozione al Vicario di Cristo, saldamente tramandatevi dal vostro beato Fondatore. Sono lieto di accogliervi; vi sono grato per così delicato gesto di ossequio e di affetto e tutte di cuore vi saluto. Saluto in particolare la Madre Generale, le Suore del Consiglio Generale, le Superiore Regionali e, attraverso di voi, ogni Piccola Suora della Sacra Famiglia. A tutte manifesto la viva riconoscenza della Chiesa per il grande lavoro compiuto dal vostro Istituto in questi cent'anni di vita.
2. E' trascorso un secolo da quando ebbe inizio la vostra Congregazione religiosa, da quando cioè Don Giuseppe Nascimbeni - che ho avuto la gioia di dichiarare "beato" durante la mia visita pastorale a Verona nell'aprile 1988 - la fondo nella sua Parrocchia di Castelletto di Brenzone. L'unica sua intenzione era di avere delle collaboratrici che l'"aiutassero a salvare anime", e si ponessero, in particolare, a servizio delle famiglie ispirandosi al modello offerto dalla Sacra Famiglia. Questa provvidenziale iniziativa nasceva in piena sintonia con l'ansia apostolica di Papa Leone XIII, il quale proprio in quell'anno aveva emanato la Lettera Apostolica "Neminem fugit" per porre la famiglia cristiana, già allora insidiata da tentazioni e pericoli, sotto la speciale protezione di Gesù, Maria e Giuseppe, "le tre grandi stelle" di ogni focolare cristiano.
Madre Maria Domenica Mantovani, confondatrice e prima vostra Superiora Generale, come pure le numerose Sorelle che in questi cento anni si sono susseguite, hanno sempre cercato di vivere e di trasmettere fedelmente nel loro apostolato il carisma del Fondatore. Generazioni di bambini e di giovani, di ammalati e di anziani, di nuclei familiari in difficoltà e di sacerdoti bisognosi di aiuto, hanno potuto così sperimentare la vostra dedizione apostolica in Italia ed in diverse Nazioni del mondo. La ricorrenza, che oggi commemoriamo, costituisce un significativo stimolo a ringraziare il Signore per l'aiuto concesso nel corso di questo secolo alla vostra Congregazione, che, pur tra le difficoltà della quotidiana esistenza, ha potuto crescere e dilatarsi, diffondendo il messaggio fecondo della carità e testimoniando con coraggio piena adesione al Vangelo.
Continuate, care Sorelle, su questa strada; vivete con fervore la "spinta missionaria e caritativa" sempre presenti nelle ansie e nel desiderio di Monsignor Nascimbeni, aderendo con sincera docilità alle indicazioni pastorali della Chiesa ed abbracciando con animo generoso l'intera umanità, con i suoi gravi e profondi bisogni spirituali e materiali.
Meritano apprezzamento, in questa linea, sia la progettata apertura di una missione in Angola sia il servizio di alcune vostre religiose in una casa di accoglienza e di assistenza per malati di AIDS. Siano sempre ben presenti al vostro animo le finalità proprie del vostro Istituto, sorto - come sottolineava il Fondatore - per promuovere il benessere materiale e morale del popolo, collaborando con i sacerdoti per aiutarli a popolare il Paradiso di santi.
3. Profonda, convinta, generosa fu la fede del vostro Fondatore.
Essa si espresse prima di tutto e soprattutto con la Preghiera: una preghiera intensa, continua, autentica, tanto che i parrocchiani lo definirono "una preghiera vivente", giacché sempre ed in ogni luogo l'orazione era il suo respiro. Egli aveva pienamente compreso che il Sacerdote è l'uomo della preghiera e particolarmente della preghiera eucaristica. Di qui egli traeva la forza per quel suo dinamismo apostolico, che lo portava ad affermare: "Sono disposto a dare il sangue, la vita, per la salute eterna anche di un'anima sola", e soggiungeva: "Crocifisso e orologio sono i miei padroni!".
Amava teneramente Dio, don Nascimbeni, e in unione con Dio, si chinava con pari tenerezza sulle persone a lui affidate: la parrocchia fu il suo cuore; il popolo l'unico suo amore, fino alla morte.
Care Sorelle, questa è la preziosa eredità spirituale che il Beato Nascimbeni vi ha lasciato. Conservatela inalterata ed accrescetela con il dono della vostra esistenza. Il Fondatore desiderava che ogni Piccola Suora della Sacra Famiglia fosse "al Presepio esinanita, sul Calvario crocifissa, al Tabernacolo ardente". Si tratta certamente di un programma eroico, ma meraviglioso e consolante, perché rende preziosa e sublime l'intera vita. Vi aiuti il Beato Fondatore, all'inizio del secondo centenario della vostra Istituzione, a vivere sempre con intenso fervore questa vostra missione nella Chiesa, coltivando, come dice la Regola, "uno spirito di famiglia, fatto di semplicità, umiltà, carità e letizia, vivendo un'esistenza nascosta, totalmente donata al Signore".
Gesù, Maria e Giuseppe siano le tre stelle luminose che vi guidano nel quotidiano lavoro. E vi accompagni anche la mia Benedizione, che ora di gran cuore imparto a voi ed estendo a tutte le Consorelle e ad ogni vostra opera.
Data: 1992-12-18 Data estesa: Venerdi 18 Dicembre 1992
GPII 1992 Insegnamenti - Agli studenti delle università di Roma durante la celebrazione eucaristica in preparazione del Natale - Città del Vaticano (Roma)