
Udienze generali 1979 - Mercoledì, 16 maggio 1979
In quest’ufficio egli trovò il suo martirio, per la difesa dei diritti e della legittima libertà della Chiesa di fronte ai voleri del Re Venceslao IV. Questi partecipò personalmente alla sua tortura, poi lo fece gettare dal ponte nel fiume Moldava.
Qualche decennio dopo la morte dell’uomo di Dio, si diffuse la voce che il Re l’avesse fatto uccidere per non aver voluto violare il segreto della confessione. E così il martire della libertà ecclesiastica fu venerato anche come testimone del sigillo sacramentale.
Poiché egli fu sacerdote, sembra naturale che per primi i sacerdoti debbano bere alla sua fontana, debbano rivestirsi delle sue virtù ed essere degli eccellenti pastori. Il buon pastore conosce le sue pecore, le loro esigenze, le loro necessità. Le aiuta a districarsi dal peccato, a vincere gli ostacoli e le difficoltà che incontrano. A differenza del mercenario, egli va in cerca di esse, le aiuta a portare il loro peso e sa sempre incoraggiarle. Medica le loro ferite e le cura con la grazia, soprattutto attraverso il sacramento della Riconciliazione.
Infatti, il Papa, il Vescovo e il Sacerdote non vivono per se stessi ma per i fedeli, così come i genitori vivono per i figli e come Cristo si diede al servizio dei suoi Apostoli: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28).
4. Cristo Signore nella sua allegoria del Buon Pastore pronuncia ancora queste parole: “E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore” (Jn 10,16).
Si può facilmente indovinare che Gesù Cristo, parlando direttamente ai figli d’Israele, denotava la necessità della diffusione del Vangelo e della Chiesa e, grazie a ciò, l’estensione della sollecitudine del Buon Pastore oltre i limiti del Popolo dell’antica alleanza.
Sappiamo che questo processo ha incominciato a realizzarsi già nei tempi apostolici; che costantemente si è realizzato più tardi e continua a realizzarsi. Abbiamo la coscienza dell’universale portata del mistero della redenzione e anche dell’universale portata della missione della Chiesa.
Perciò, terminando questa nostra odierna meditazione sul Buon Pastore, preghiamo con ardore particolare per tutte quelle “altre pecore” che Cristo deve ancora condurre all’unità dell’ovile (cfr Jn 10,16). Forse sono coloro che non conoscono ancora il Vangelo. O forse coloro che, per qualsiasi motivo, l’hanno abbandonato; anzi, forse, anche coloro che sono diventati i suoi accaniti avversari, i persecutori.
Che Cristo prenda sulle sue spalle e stringa a sé coloro che da soli non sono capaci di ritornare.
Il Buon Pastore offre la vita per le pecore. Per tutte.
Ad alcuni pellegrinaggi diocesani
Una particolare parola di saluto rivolgo ora ben volentieri ai folti gruppi di pellegrini provenienti dalle diocesi di Bari, di Todi, di Bergamo, di Vercelli: guidati dai loro rispettivi Vescovi, essi sono venuti a questa udienza per testimoniare il loro affetto al Papa e per trarre dall’incontro gioioso con tanti fedeli, di ogni parte d’Italia e del mondo, incitamento e sprone ad una sempre più generosa adesione a Cristo. Figli carissimi, nell’esprimervi il mio apprezzamento e la mia gratitudine per i sentimenti che la vostra presenza e il vostro entusiasmo manifestano, desidero esortarvi alla perseveranza nei buoni propositi, fatti in occasione della Pasqua: continui ad essere, la vostra, una vita da risorti con Cristo. “Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio” (1P 2,16). Acompagno questi voti con la mia paterna Benedizione Apostolica, che volentieri estendo a tutti i vostri familiari.
Ai Dirigenti dei Convegni “Venerabile Maria Cristina”
Un cordiale benvenuto, poi, alle Dirigenti dei Convegni “Venerabile Maria Cristina”, qui presenti per porgere al Papa il loro filiale omaggio e il dono di arredi sacri, raccolti in tutte le regioni d’Italia, per le chiese povere di Roma. Grazie di cuore, carissime figlie, per questo attestato di fede e di pietà cristiana, mentre esprimo l’augurio di sempre felici incrementi per la vostra benemerita Istituzione.
Ai giovani
Un saluto particolarmente sentito rivolgo a voi, bambini, fanciulli e giovani, che avete desiderato di incontrarmi. Vi vedo sempre volentieri perché voi siete, nella società, il fiorire del cuore e della mente; il vostro terreno è sempre fertile. Guardate attorno a voi questo maggio, così bello e così ricco: è la vostra immagine. Conservate a lungo questo luminoso sorriso, con la grazia e la gioia. Ancor più teneramente saluto e quasi abbraccio voi, bambini e bimbe della Prima Comunione, che ancora recate il profumo del primo incontro con Cristo. Nessuna Chiesa al mondo è bella e santa come voi, che siete diventati i tabernacoli viventi di Dio. Vi auguro che nessun vento possa rapirvi i doni, portati nel vostro cuore da Gesù.
Agli ammalati
In mezzo a questa cara assemblea, non mancano ammalati e sofferenti: desidero ricordarli e salutarli tutti con particolare affetto, perché essi meritano sempre speciale attenzione, perché hanno bisogno di conforto, perché sono una singolare e preziosa presenza di Dio nel nostro mondo. La mia preghiera non dimentica quanti, nella intera famiglia umana, portano croci pesanti, nel corpo e nello spirito: tutti siano aiutati e rasserenati dalla grazia del nostro divin Salvatore, di cui vuole essere pegno la mia benedizione.
Ai giovani sposi
La mia preghiera, il mio saluto, il mio augurio vanno anche agli sposi novelli, presenti a questo incontro. Questa loro presenza è senza dubbio un gentile atto di filiale affetto verso il Papa; ma è anche un atto di fede: dal Vicario di Gesù Cristo essi attendono un incoraggiante e corroborante auspicio per il loro viaggio nella vita. Siate sempre, tra voi, generosi e sereni, cari sposi, sempre ancorati alla potenza della grazia divina e all’aiuto della Madre di Dio Maria Santissima, che onoriamo con tanta gioia nel mese di maggio. Vi accompagni la mia benedizione.
Ai “Christian Brothers”
Tra le molte persone che vorrei salutare personalmente c’è un gruppo di “Christian Brothers” che sono a Roma per un corso di rinnovamento spirituale. Desidero far sapere a voi e a tutti i vostri confratelli la mia profonda stima per la vostra vocazione in favore dell’educazione cristiana e dell’istruzione dei giovani. Ma ancor più importante di quanto fate è ciò che siete: uomini che hanno accolto generosamente la chiamata, fratelli che sono completamente consacrati al Signore Gesù, e dedicati alla sua Chiesa e al suo Vangelo. La prima misura del vostro successo è la vostra capacità di amare: di amare Gesù Cristo, suo Padre e i suoi fratelli. La vostra realizzazione più profonda è la santità della vita. Il Papa è con voi, e Cristo è con voi, oggi e sempre.
1. Domani termina il periodo di quaranta giorni, che separano il momento della risurrezione del Signore nostro Gesù Cristo dalla sua Ascensione. Questo è anche il momento del definitivo distacco del Maestro dagli Apostoli e dai discepoli. In un momento così importante, Cristo affida loro la missione che egli stesso ha ricevuto dal Padre e ha iniziato in terra: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Jn 20,21), disse loro durante il primo incontro dopo la risurrezione. In questo momento si trovano in Galilea secondo quanto scrive Matteo: “Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”” (Mt 28,16-20).
Le parole sopracitate contengono il cosiddetto mandato missionario. I doveri che Cristo tramanda agli Apostoli definiscono contemporaneamente la natura missionaria della Chiesa. Questa verità ha trovato la sua espressione particolarmente piena nell’insegnamento del Concilio Vaticano II. “La Chiesa che vive nel tempo è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine” (Ad Gentes AGD 2). La Chiesa, nata da questa salvifica missione, si trova sempre “in statu missionis” (in stato di missione), ed è sempre in via. Tale condizione rispecchia le forze interiori della fede e della speranza che animano gli apostoli, i discepoli e i confessori di Cristo Signore durante tutti i secoli. “In questi luoghi, parecchi non diventano cristiani solo perché mancano quelli che li facciano cristiani. Spesso mi viene in mente di correre e di gridare qua e là per le accademie d’Europa... e di rivolgermi a coloro che dimostrano più dottrina che carità con queste parole: “Oh, quanto grande è il numero delle anime escluse dal cielo per colpa vostra!”... Molti di questi invece dovrebbero esercitarsi ad ascoltare ciò che il Signore dice loro. Allora esclamerebbero di cuore: “Eccomi, Signore; che vuoi che io faccia? mandami dovunque desideri”” (S. Francesco Saverio, Lettera 5 a S. Ignazio di Loyola del 1544: H. Tursellini, Vita Francisci Xaverii, Roma 1956, lib. 4; cit. secondo Breviario Romano, “Officium Lectionis” per il 3 dicembre).
Nella nostra epoca queste forze chiamate dal Concilio per nome, debbono risuonare di nuovo. La Chiesa deve rinnovare la sua coscienza missionaria, il che nella pratica apostolica e pastorale dei nostri tempi esige certamente molte nuove applicazioni; tra di esse, una rinnovata attività missionaria della Chiesa motiva ancora più profondamente e postula ancora più fortemente questa attività.
2. Coloro che manda il Signore Gesù – sia quelli che, dopo i dieci giorni successivi all’Ascensione, usciranno dal cenacolo della Pentecoste, sia tutti gli altri: generazione dopo generazione fino ai nostri tempi – portano con sé una testimonianza che è la prima sorgente e il fondamentale contenuto dell’evangelizzazione: “Avrete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (Ac 1,8). Sono incaricati di insegnare testimoniando. “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (Paolo VI, Allocutio ad Membra “Consilii de Laicis”, 2 ottobre 1974: AAS 66 [1974] 568; cf. Paolo VI, Evangelii Nuntiandi EN 41, AAS 68 [1976] 31).
Quando rileggiamo sia negli Atti degli Apostoli sia nelle Lettere la registrazione della catechesi apostolica, constatiamo quanto esattamente i primi esecutori del mandato apostolico di Cristo hanno incarnato nella vita questo incarico. Dice San Giovanni Crisostomo: “Se il lievito, mescolato alla farina, non trasformerà tutta la massa in una stessa qualità, sarà stato davvero un fermento? Non dire che non puoi trascinare gli altri; infatti, se sarai un vero cristiano, è impossibile che ciò non avvenga” (S. Giovanni Crisostomo, In Acta Apostolorum, Homilia XX, 4: ).
Chi svolge l’opera dell’evangelizzazione non è soprattutto un professore. È un messaggero. Si comporta come un uomo a cui è stato affidato un grande mistero. E nello stesso tempo come colui che ha scoperto personalmente il tesoro più grande, come quello “nascosto in un campo” della parabola di Matteo (cfr Mt 13,44). Lo stato della sua anima allora è contrassegnato anche dalla prontezza a condividerlo con gli altri. Più ancora che la prontezza sente un imperativo interiore, sulla linea di quel magnifico “urget” di Paolo (cfr 2Co 5,14).
Tutti noi scopriamo questa fisionomia interiore leggendo e rileggendo le opere di Pietro, di Paolo, di Giovanni e di altri, per conoscere dalle loro opere, dalle parole pronunciate, dalle lettere scritte chi erano veramente i Dodici. La Chiesa è nata “in statu missionis” negli uomini vivi.
E questo carattere missionario della Chiesa si è rinnovato in seguito in altri uomini concreti, di generazione in generazione. Bisogna camminare sulle orme di questi uomini ai quali, nelle diverse epoche, è stato affidato il Vangelo come opera della salvezza del mondo. Bisogna vederli come erano dentro. Come li ha plasmati lo Spirito Santo. Come li ha trasformati l’amore di Cristo. Solo allora vediamo da vicino quale realtà nasconde in sé la vocazione missionaria.
3. Nella Chiesa, ove ogni fedele è un evangelizzatore, Cristo continua a scegliere gli uomini che vuole “per averli con sé e per inviarli a predicare alle genti (Ad Gentes AGD 23): in tal modo il racconto dell’invio degli Apostoli si fa storia della Chiesa dalla prima all’ultima ora.
La qualità e il numero di queste vocazioni sono il segno della presenza dello Spirito Santo perché è lo Spirito “che distribuisce come vuole i suoi carismi per il bene delle anime”: per questo supremo bene egli “ispira nel cuore dei singoli la vocazione missionaria” (Ad Gentes AGD 23). È certo lo Spirito che ispira e muove gli uomini prescelti, perché la Chiesa possa assumersi la sua responsabilità evangelizzatrice. Essendo infatti la Chiesa la missione incarnata, rivela questa sua incarnazione prima di tutto negli uomini della missione: “Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi” (Jn 20,21).
Nella Chiesa, la presenza di Cristo che chiama e invia come durante la sua vita mortale, e dello Spirito Pentecostale che infiamma, è la certezza che le vocazioni missionarie non mancheranno mai.
Questi “segnati e designati dallo Spirito” (Ac 13,2) “sono insigniti di una vocazione speciale fra le genti e sono inviati dalla legittima autorità: uomini e donne, autoctoni e stranieri: sacerdoti, religiosi laici” (Ad Gentes AGD 23). Il sorgere e il moltiplicarsi dei consacrati a vita alla missione è anche l’indice dello spirito missionario della Chiesa: dalla generale vocazione missionaria della comunità cristiana germoglia la speciale e specifica vocazione del missionario: la vocazione infatti non è mai al singolare, ma tocca l’uomo attraverso la comunità.
Lo Spirito Santo, che ispira la vocazione del singolo, è lo stesso che “suscita in seno alla Chiesa quelle Istituzioni che si assumono come dovere specifico il compito dell’evangelizzazione spettante a tutta la Chiesa” (Ad Gentes AGD 23). Ordini, Congregazioni e Istituti missionari hanno rappresentato e vissuto per secoli l’impegno missionario della Chiesa e lo vivono tutt’oggi con pienezza.
A queste Istituzioni, dunque, la Chiesa conferma la sua fiducia e il suo mandato, e saluta con gioia e speranza quelle nuove che sorgono nelle Comunità del mondo missionario. Ma esse, a loro volta, essendo l’espressione della missionarietà anche delle Chiese locali, dalle quali sono sorte, nelle quali vivono e per le quali operano, intendono dedicarsi alla formazione dei missionari che sono i veri operatori dell’evangelizzazione sulla linea degli Apostoli di Cristo. Il loro numero non deve diminuire, anzi deve adeguarsi alle immense necessità dei tempi non lontani nei quali i popoli si apriranno a Cristo e al suo Vangelo di vita.
Inoltre, non sfugge a nessuno un segno della nuova epoca missionaria che la Chiesa attende e prepara: le Chiese locali, antiche e nuove, sono vivificate e scosse da un’ansia nuova, quella di trovare forme d’azione specificatamente missionarie con l’invio dei propri membri alle genti, o in proprio o affiancandosi alle Istituzioni missionarie. La missione evangelizzatrice “spettante (appunto) a tutta quanta la Chiesa” è sempre più sentita come impegno diretto delle Chiese locali che perciò donano ai campi di missione i loro sacerdoti, religiosi, religiose e laici. Bene Papa Paolo VI ha visto e descritto: “Evangelizzatrice, la Chiesa comincia con l’evangelizzare se stessa... Ciò vuol dire, in una parola, che essa ha sempre bisogno di essere evangelizzata se vuol conservare freschezza, slancio e forza per annunziare il Vangelo”.
Come conseguenza, ogni Chiesa dovrà porsi nella prospettiva di quella vocazione apostolica, che Paolo si riconosceva presso le genti e per la quale gemeva: “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1Co 9,16).
4. La prima domenica di maggio era consacrata in modo particolare alla preghiera per le vocazioni.
Abbiamo prolungato questa preghiera per tutto il mese, raccomando questo problema tanto importante alla Madre di Cristo e della Chiesa, a Maria.
Adesso nel periodo dell’Ascensione del Signore, preparandoci alla solennità della Pentecoste, desideriamo esprimere in questa preghiera il carattere missionario della Chiesa. Perciò chiediamo pure che la grazia della vocazione missionaria, concessa alla Chiesa sin dai tempi apostolici attraverso tanti secoli e tante generazioni, risuoni nella generazione contemporanea dei cristiani con una nuova forza di fede e di speranza: “Andate... e ammaestrate tutte le nazioni” (Mt 28,19).
Ai numerosi pellegrinaggi di diocesi italiane
Un cordialissimo benvenuto rivolgo ai numerosi pellegrinaggi italiani, tanto bene organizzati dalle rispettive Comunità diocesane e guidati dai loro Pastori: in particolare saluto i fedeli delle diocesi di Monopoli e Conversano, di Matera e Irsina, di Tursi-Lagonegro, di Lanciano e Ortona, ed estendo il mio pensiero altrettanto affettuoso al pellegrinaggio condotto dai Padri Passionisti per ricordare il centenario della nascita di Santa Gemma Galgani. Carissimi Fratelli e Sorelle, siamo nel clima spiritualmente stimolante della stagione liturgica pasquale che culmina con le feste dell’Ascensione di Gesù e quella della Pentecoste, le quali segnano il trionfo finale della missione salvifica di Cristo e la coronano con l’invio dello Spirito Santo per la sua azione illuminante e protettrice della Chiesa: ciascuno si impegni a rivivere questi misteri dandone testimonianza con fede viva e ardente carità, seguendo l’esempio di Santa Gemma, fiore gentile di questa diletta Italia.
Ai giovani
Desidero ora riservare un particolare saluto ai giovani qui presenti: sono studenti provenienti da varie parti d’Italia e sono ragazzi e ragazze, che recentemente hanno ricevuto la Prima Comunione o il Sacramento della Cresima e che qui sono convenuti per esprimere al Papa i loro sentimenti di fede. Siate i benvenuti, carissimi. Auspico di cuore che gli anni, fiorenti e promettenti, della vostra giovinezza non passino invano per voi, e di cuore prego affinché nella fede ardente e nell’amicizia con Cristo sappiate trovare la forza per essere sempre all’altezza delle responsabilità che vi attendono nella vita. Vi accompagni la mia benedizione.
Agli ammalati
Nel porgere il mio saluto particolarmente affettuoso agli ammalati, vorrei invitarli a riflettere un istante su Gesù condannato a morte. Chi era Gesù? Era l’innocente per natura; era il Verbo di Dio Incarnato; era il Messia, il supremo benefattore dell’umanità! Eppure, venne condannato morte, e a una morte terribile, perché dal suo sacrificio redentore dovesse sorgere la nostra vita. Prendete anche voi la vostra sofferenza, non come una condanna, ma come un atto di amore redentore. Per mezzo dell’“Apostolato della sofferenza”, anche voi siete in prima linea nell’opera della conversione e della salvezza delle anime. Vi sostenga la mia benedizione, che di cuore estendo a quanti vi assistono.
Alle coppie di giovani sposi
A voi, sposi novelli, va ora il mio saluto e il mio augurio. Grazie della vostra presenza e della vostra cordialità! Vi ricordo, come pensiero per le vostre nozze, la prima delle Beatitudini: “Beati i poveri in spirito”. Che cosa significa essere “poveri in spirito”? Significa essere umili di fronte alla Maestà suprema di Dio; significa accettare la sua volontà e, quindi, la sua legge morale, come mistero di amore e di salvezza, a cui bisogna abbandonarsi con totale fiducia e con coraggio; significa saper trovare la gioia nelle piccole cose ben fatte con pazienza e senza pretese. Cercate di vivere con generosità questa Beatitudine, e gusterete un poco nella vostra casa la felicità del Regno dei Cieli!
1. Già nelle prime frasi degli Atti degli Apostoli leggiamo che Gesù, dopo la sua passione e risurrezione, “si mostrò ad essi vivo... con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio” (Ac 1,3). Allora preannunziò che fra non molto sarebbero stati “battezzati in Spirito Santo” (Ac 1,5). E prima del definitivo distacco, come nota l’autore degli Atti degli Apostoli, San Luca, in questo caso nel suo Vangelo, ordinò loro: “...restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49). Perciò gli Apostoli, dopo che egli li ebbe lasciati salendo in cielo, “tornarono a Gerusalemme” (Lc 24,52), ove come di nuovo informano gli Atti “erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù” (Ac 1,14). Certamente il luogo di questa comune preghiera, raccomandata esplicitamente dal Maestro, era il tempio di Gerusalemme come leggiamo alla conclusione del Vangelo di San Luca (Lc 24,53). Ma lo era anche il cenacolo, come si desume dagli Atti degli Apostoli. Il Signore Gesù aveva detto loro: “Ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (Ac 1,8).
Anno dopo anno, la Chiesa nella sua liturgia festeggia l’Ascensione del Signore il quarantesimo giorno dopo la Pasqua. Anno dopo anno, anche quel periodo di dieci giorni che passa dall’Ascensione alla Pentecoste, trascorre in preghiera allo Spirito Santo. In un certo senso la Chiesa, anno dopo anno, si prepara all’anniversario del suo genetliaco. Essa – come insegnano i Padri – è nata sulla Croce il Venerdì Santo; ha rivelato questa sua nascita davanti al mondo nel giorno della Pentecoste, quando gli Apostoli furono “rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49); quando furono “battezzati in Spirito Santo” (Ac 1,5). “Ubi enim Ecclesia, ibi et Spiritus Dei; et ubi Spiritus Dei, illic Ecclesia et omnis gratia: Spiritus autem veritas” (Dove è la Chiesa, ivi è anche lo Spirito di Dio; e dove è lo Spirito di Dio, ivi è la Chiesa ed ogni grazia: lo Spirito è verità) (S. Ireneo, Adversus haereses, III, 24,1: ).
2. Cerchiamo di perseverare in questo ritmo della Chiesa. Nel corso di questi giorni essa ci invita a partecipare alla novena allo Spirito Santo. Si può dire che, tra le diverse novene, questa è la più antica; che prende origine, in un certo senso, dall’istituzione di Cristo Signore. È chiaro che Gesù non ha designato le preghiere che dobbiamo recitare durante questi giorni. Ma, indubbiamente, ha raccomandato agli Apostoli di trascorrere questi giorni in preghiera nell’attesa della discesa dello Spirito Santo. Questa raccomandazione era valida non solo allora. È valida sempre. È il periodo di dieci giorni dopo l’Ascensione del Signore porta in sé, ogni anno, la stessa chiamata del Maestro, nasconde anche in sé lo stesso mistero della Grazia, collegata col ritmo del tempo liturgico. Bisogna trar profitto da questo tempo. Anche in questo cerchiamo di raccoglierci, in modo particolare, e, in un certo modo di entrare nel cenacolo insieme con Maria e con gli Apostoli, preparando l’anima ad accettare lo Spirito Santo e la sua azione in noi. Tutto ciò ha una grande importanza per l’interna maturità della nostra fede, della nostra vocazione cristiana. Ed ha anche una grande importanza per la Chiesa come comunità: ogni comunità nella Chiesa e la Chiesa intera, come comunità di tutte le comunità, maturino anno dopo anno mediante il Dono della Pentecoste. “Il soffio ossigenante dello Spirito è venuto a svegliare nella Chiesa energie sopite, a suscitare carismi dormienti, a infondere quel senso di vitalità e di letizia, che ad ogni epoca della storia definisce giovane e attuale la Chiesa stessa, pronta e felice di riannunciare ai tempi nuovi il suo eterno messaggio” (Paolo VI, Allocutio ad Patres Cardinales, 21 dicembre 1973: AAS 66 [1974] 18).
Anche quest’anno bisogna prepararsi all’accettazione di questo Dono. Cerchiamo di partecipare alla preghiera della Chiesa “...Il est impossible d’entendre l’Esprit sans écouter ce qu’il dit à l’Eglise” (... è impossibile intendere lo Spirito senza ascoltare ciò che egli dice alla Chiesa: H. de Lubac, Meditazioni sulla Chiesa, Parigi 1973).
Preghiamo anche da soli. C’è una preghiera particolare che risuonerà con la dovuta forza nella liturgia della Pentecoste; possiamo però ripeterla spesso, soprattutto nell’attuale periodo di attesa: “Vieni, Santo Spirito, / manda a noi dal cielo / un raggio della tua luce. // Vieni, padre dei poveri, / vieni, datore dei doni, / vieni, luce dei cuori, // ...ospite dolce dell’anima, / dolcissimo sollievo. // Nella fatica, riposo, / nella calura riparo, / nel pianto, conforto // Lava ciò che è sordido, / bagna ciò che è arido, / sana ciò che sanguina. // Piega ciò che è rigido, / scalda ciò che è gelido, / drizza ciò che è sviato.
Forse un giorno ritorneremo ancora su questa magnifica Sequenza e cercheremo di commentarla. Oggi basti soltanto un breve richiamo della memoria su alcune parole e su alcune frasi.
Rivolgiamo quindi le nostre preghiere in questo periodo allo Spirito Santo. Preghiamo per i suoi doni. Preghiamo per la trasformazione delle nostre anime. Preghiamo per la fortezza nella confessione, per la coerenza della vita con la fede. Preghiamo per la Chiesa, affinché adempia la sua missione nello Spirito Santo; affinché la accompagni il consiglio e lo Spirito dello Sposo e del suo Dio (cf. S. Bernardo, In vigilia Nativitatis Domini Sermo 3, 1: PL 183,941). Preghiamo per l’unione di tutti i cristiani. Per l’unione nell’eseguire la stessa missione.
3. La descrizione di questo momento in cui gli Apostoli, radunati nel cenacolo gerosolimitano, hanno ricevuto lo Spirito Santo, è in modo particolare legata con la rivelazione delle lingue. Leggiamo: “Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi” (Ac 2,2-4).
L’evento, che ebbe luogo nel cenacolo, non passò senza attenzione al di fuori, presso la gente, che allora si trovava a Gerusalemme, ed erano – come leggiamo – Giudei di diverse nazioni. “...La folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua” (Ac 2,6). E quelli che si meravigliavano così, sentendo parlare la propria lingua, sono in seguito enumerati nella descrizione degli Atti degli Apostoli: “Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma. Ebrei e proseliti Cretesi e Arabi” (Ac 2,9-11). Tutti costoro sentivano nel giorno della Pentecoste gli Apostoli, che erano Galilei, parlare nelle loro proprie lingue ed annunziare le grandi opere di Dio (cfr Ac 2,11).
Così dunque il giorno della Pentecoste porta in sé il visibile e percettibile annunzio della realizzazione del mandato di Cristo: “Andate... e ammaestrate tutte le nazioni...” (Mt 28,19). Mediante la rivelazione delle lingue vediamo già, in un certo modo, e sentiamo la Chiesa che, adempiendo a questo mandato, nasce e vive tra le varie nazioni della terra.
Fra qualche giorno, nella ricorrenza del giubileo di San Stanislao avrò la fortuna di recarmi in Polonia, nella mia patria. Proprio là celebrerò la Pentecoste, la festa della discesa dello Spirito Santo. Per questa occasione ho già più di una volta espresso il mio ringraziamento all’Episcopato e alle autorità statali polacche per tale invito. Oggi lo rinnovo ancora una volta.
In questa prospettiva, desidero esprimere la mia particolare gioia perché a quella rivelazione delle lingue nel giorno della Pentecoste si sono aggiunte, durante la storia, anche le singole lingue slave, dalla Macedonia attraverso la Bulgaria, la Croazia, la Slovenia, la Boemia, la Slovacchia, la Lusazia, in occidente. E dall’oriente: Rus (oggi chiamata l’Ucraina), Russia e Bielorussia. Desidero esprimere la gioia particolarissima perché alla rivelazione delle lingue nel cenacolo di Gerusalemme nel giorno della Pentecoste si è aggiunta anche la mia nazione e la sua lingua: la lingua polacca. Giacché mi si offre l’opportunità di visitare, nella solennità della Pentecoste, la mia Patria, desidero esprimere il mio ringraziamento perché il Vangelo è annunziato da tanti secoli in tutte queste lingue e particolarmente nella mia lingua nazionale. E nello stesso tempo desidero servire questa importante causa dei nostri tempi: perché “le grandi opere di Dio” continuino ad essere annunziate con la fede e con il coraggio come semente della speranza e dell’amore che, mediante il Dono della Pentecoste, ha innestato in noi Cristo.
La mia visita in Polonia, dal 2 al 10 giugno prossimi, avrà luogo mentre in Italia e in alcuni altri Paesi d’Europa si svolgeranno avvenimenti di grande portata: in Italia, il 3 e il 4 giugno, le elezioni per il Parlamento nazionale; il 10 giugno, nei Nove Paesi della Comunità Europea, l’elezione del primo Parlamento, designato a base popolare, della Comunità stessa.
Lontano fisicamente, mi sentirò vicino col cuore alle decine e decine di milioni di uomini e di donne che si appresteranno ad adempiere un dovere che è, allo stesso tempo, un atto di servizio al bene comune. Pregherò il Signore, e sono sicuro che voi lo pregherete con me, affinché tutti sappiano compiere tale loro dovere con senso di responsabilità e di maturità, ispirato al dettame profondo della propria coscienza.
Ai Membri del “Comité des Organisations familiales auprès des Communautés Européennes”
Desidero salutare in modo particolare i membri del “Comité des Organisations familiales auprès des Communautés Européennes”: nei grandi mutamenti in corso, vi incoraggio di cuore nella vostra azione, per salvaguardare e promuovere gli interessi della famiglia, e per studiare i problemi secondo una prospettiva educativa e sociale.
Ai partecipanti dell’Assemblea plenaria del “Comité Euro-International du Béton”
Saluto i partecipanti dell’Assemblea plenaria del Comité Euro-International du Béton. Noi valutiamo giustamente le vostre responsabilità: la tecnica del cemento regna ormai in quasi tutte le grandi costruzioni in tutto il mondo, sia che si tratti di immobili, di lavori pubblici e anche di opere d’arte. Questo progresso tecnico impressionante deve offrire tutte le garanzie e armonizzarsi con le nostre città e i nostri paesaggi. È compito vostro vegliare su ciò. Vi auguro di giungere ad unire sempre di più la solidità con la praticità e la bellezza, in modo da potere, anche voi, contribuire a dare al mondo un volto più umano.
Al gruppo dei Dirigenti IRI
Desidero rivolgere un particolare saluto ai Dirigenti dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) e a quanti hanno concluso i corsi di perfezionamento promosso da tale Istituto e si accingono ora a ritornare alla propria patria.
Carissimi, so che provenite da vari Paesi e che avete atteso con impegno a dei corsi teorici e pratici, che vi permetteranno di essere più utili alle vostre rispettive nazioni. La Chiesa incoraggia ogni opportuna iniziativa diretta a favorire una fraterna collaborazione tra i vari Paesi del mondo, a vantaggio soprattutto di quelli che sono in via di sviluppo. Il Signore vi sostenga e benedica voi, i vostri familiari e i popoli che attendono la vostra collaborazione.
A vari gruppi
Il tempo non mi consente di avere una parola per ogni gruppo. Desidero tuttavia menzionare almeno i più numerosi e qualificati, fra i quali il pellegrinaggio dell’Istituto “Pio IX all’Aventino” dei fratelli delle Scuole Cristiane; le religiose e le laiche appartenenti al Pontificio Istituto Teologico Internazionale “Regina Mundi”, che celebra quest’anno il venticinquesimo anniversario di Fondazione; le Suore della Congregazione della Carità di Nevers, residenti a Roma, con gli alunni e i loro genitori e insegnanti, che ricordano il centenario della morte di Santa Bernardetta Soubirous; le Figlie della Divina Provvidenza; le signore del “Movimento di spiritualità vedovile Madonnina del Grappa”, che rappresentano le quindicimila associate di tutta Italia; gli alunni del Liceo Linguistico Tiraboschi di Modena; i gruppi giovanili della “Polisportiva Silenziosa Romana” e del Centro Sportivo del Coni con sede a Santa Maria delle Mole a Roma, che sono venuti a questa udienza con una numerosa “staffetta”, partendo dalla Chiesa parrocchiale; saluto poi i folti pellegrinaggi delle parrocchie romane. Grande è la varietà di età, di ambiente, di spiritualità di tutti voi! Ma unica è la fede, unico l’amore a Cristo e la venerazione per il Papa! Tutti ringrazio e tutti saluto e benedico nel Signore!
Ai giovani
Sono lieto ora di salutare, con affetto paterno, i fanciulli, i ragazzi e i giovani, i quali con il loro entusiasmo danno, come sempre, a questa udienza una nota vibrante di letizia e di freschezza. Vi ringrazio caldamente, carissimi figli, per il dono della vostra presenza, della vostra giovinezza e della vostra fede cristiana. Impegnatevi, senza mai stancarvi, nella crescita spirituale e culturale in modo da formare davvero l’onore della vostra famiglia e del Papa, che nutre per voi tanta fiducia perché sa che voi siete capaci di grandi cose, ben conoscendo la generosità dei vostri cuori e l’ardore dei vostri animi. Per tanti giovani bisognosi siate amici, guida e sostegno spirituale. Lo Spirito Santo vi illumini e vi conceda tanta fortezza.
Agli ammalati
E ora il mio pensiero si rivolge agli ammalati che, superando disagi e difficoltà, hanno voluto essere presenti a questa udienza e uniscono il loro entusiasmo a quello di tutti. Desidero sottolineare questo loro atto di fede e di coraggio e, nell’esortarli a sentirsi sempre parte viva della comunità a cui appartengono, esprimo il mio apprezzamento sincero per il contributo che essi recano alla Chiesa con l’offerta delle loro sofferenze e con la testimonianza del loro esempio. Ad essi e a quanti li assistono con amorevole dedizione, la mia confortatrice Benedizione Apostolica.
Alle coppie di sposi novelli
Sono certo di interpretare il pensiero di tutti i presenti, rivolgendo un cordiale augurio agli sposi novelli, che prendono parte a questa udienza. Possa il vostro amore, corroborato dalla grazia del Sacramento, crescere nel tempo, affinarsi nella consuetudine della convivenza quotidiana, temprarsi nell’inevitabile confronto con le prove e le avversità dell’esistenza. La Madonna della Visitazione, nel cui ricordo concluderemo domani il mese di maggio, sia accanto a voi ogni giorno, con la sua materna sollecitudine, per guidarne i passi, raccoglierne le invocazioni, colmare cuori di serena fiducia e di pace. Avvalori questi voti la propiziatrice Benedizione Apostolica.
: Giugno 1979
Udienze generali 1979 - Mercoledì, 16 maggio 1979