Udienze generali 1980 - L’innocenza originaria e lo stato storico dell’uomo


Mercoledì, 20 febbraio 1980

Prima della catechesi il Santo Padre rivolge un saluto ai gruppi giovanili nell'Aula delle Benedizioni.

Con “il sacramento del corpo” l’uomo si sente soggetto di santità


1. Il libro della Genesi rileva che l’uomo e la donna sono stati creati per il matrimonio: "... L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne" (Gn 2,24).

In questo modo si apre la grande prospettiva creatrice dell’esistenza umana, che sempre si rinnova mediante la "procreazione" che è "autoriproduzione". Tale prospettiva è radicata nella coscienza dell’umanità e anche nella particolare comprensione del significato sponsale del corpo, con la sua mascolinità e femminilità. Uomo e donna, nel mistero della creazione, sono un reciproco dono. L’innocenza originaria manifesta e insieme determina l’ethos perfetto del dono.

Di ciò abbiamo parlato durante il precedente incontro. Attraverso l’ethos del dono viene delineato in parte il problema della "soggettività" dell’uomo, il quale è un soggetto fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Nel racconto della creazione (cf. Gen Gn 2,23-25) "la donna" certamente non è soltanto "un oggetto" per l’uomo, pur rimanendo ambedue l’uno di fronte all’altra in tutta la pienezza della loro oggettività di creature come "osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne", come maschio e femmina, entrambi nudi. Solo la nudità che rende "oggetto" la donna per l’uomo, o viceversa, è fonte di vergogna. Il fatto che "non provavano vergogna" vuol dire che la donna non era per l’uomo un "oggetto" né lui per lei. L’innocenza interiore come "purezza di cuore", in certo modo, rendeva impossibile che l’uno venisse comunque ridotto dall’altro al livello di mero oggetto. Se "non provavano vergogna", vuol dire che erano uniti dalla coscienza del dono, avevano reciproca consapevolezza del significato sponsale dei loro corpi, in cui si esprime la libertà del dono e si manifesta tutta l’interiore ricchezza della persona come soggetto. Tale reciproca compenetrazione dell’"io" delle persone umane, dell’uomo e della donna, sembra escludere soggettivamente qualsiasi "riduzione ad oggetto". Si rivela in ciò il profilo soggettivo di quell’amore, di cui peraltro si può dire che "è oggettivo" fino in fondo, in quanto si nutre della stessa reciproca "oggettività del dono".

2. L’uomo e la donna, dopo il peccato originale, perderanno la grazia dell’innocenza originaria. La scoperta del significato sponsale del corpo cesserà di essere per loro una semplice realtà della rivelazione e della grazia. Tuttavia, tale significato resterà come impegno dato all’uomo dall’ethos del dono, iscritto nel profondo del cuore umano, quasi lontana eco dell’innocenza originaria. Da quel significato sponsale si formerà l’amore umano nella sua interiore verità e nella sua soggettiva autenticità. E l’uomo - anche attraverso il velo della vergogna - vi riscoprirà continuamente se stesso come custode del mistero del soggetto, cioè della libertà del dono, così da difenderla da qualsiasi riduzione a posizioni di puro oggetto.

3. Per ora, tuttavia, ci troviamo dinanzi alla soglia della storia terrena dell’uomo. L’uomo e la donna non l’hanno ancora varcata verso la conoscenza del bene e del male. Sono immersi nel mistero stesso della creazione, e la profondità di questo mistero nascosto nel loro cuore è l’innocenza, la grazia, l’amore e la giustizia: "E Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona" (Gn 1,31). L’uomo appare nel mondo visibile come la più alta espressione del dono divino, perché porta in sé l’interiore dimensione del dono. E con essa porta nel mondo la sua particolare somiglianza con Dio, con la quale egli trascende e domina anche la sua "visibilità" nel mondo, la sua corporeità, la sua mascolinità o femminilità, la sua nudità. Un riflesso di questa somiglianza è anche la consapevolezza primordiale del significato sponsale del corpo, pervasa dal mistero dell’innocenza originaria.

4. Così, in questa dimensione, si costituisce un primordiale sacramento, inteso quale segno che trasmette efficacemente nel mondo visibile il mistero invisibile nascosto in Dio dall’eternità. E questo è il mistero della Verità e dell’Amore, il mistero della vita divina, alla quale l’uomo partecipa realmente. Nella storia dell’uomo, è l’innocenza originaria che inizia questa partecipazione ed è anche sorgente della originaria felicità. Il sacramento, come segno visibile, si costituisce con l’uomo, in quanto "corpo", mediante la sua "visibile" mascolinità e femminilità. Il corpo, infatti, e soltanto esso, è capace di rendere visibile ciò che è invisibile: lo spirituale e il divino. Esso è stato creato per trasferire nella realtà visibile del mondo il mistero nascosto dall’eternità in Dio, e così esserne segno.

5. Dunque, nell’uomo creato ad immagine di Dio è stata rivelata, in certo senso, la sacramentalità stessa della creazione, la sacramentalità del mondo. L’uomo, infatti, mediante la sua corporeità, la sua mascolinità e femminilità, diventa segno visibile dell’economia della Verità e dell’Amore, che ha la sorgente in Dio stesso e che fu rivelata già nel mistero della creazione. Su questo vasto sfondo comprendiamo pienamente le parole costitutive del sacramento del matrimonio, presenti in Genesi 2,24 ("l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne"). Su questo vasto sfondo, comprendiamo inoltre, che le parole di Genesi 2,25 ("tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna"), attraverso tutta la profondità del loro significato antropologico, esprimono il fatto che insieme con l’uomo è entrata la santità nel mondo visibile, creato per lui. Il sacramento del mondo, e il sacramento dell’uomo nel mondo, proviene dalla sorgente divina della santità, e contemporaneamente è istituito per la santità. L’innocenza originaria, collegata all’esperienza del significato sponsale del corpo, è la stessa santità che permette all’uomo di esprimersi profondamente col proprio corpo, e ciò, appunto, mediante il ff dono sincero" di se stesso. La coscienza del dono condiziona, in questo caso, "il sacramento del corpo": l’uomo si sente, nel suo corpo di maschio o di femmina, soggetto di santità.

6. Con tale coscienza del significato del proprio corpo, l’uomo, quale maschio e femmina, entra nel mondo come soggetto di verità e di amore. Si può dire che Genesi 2, 23-25 narra quasi la prima festa dell’umanità in tutta la pienezza originaria dell’esperienza del significato sponsale del corpo: ed è una festa dell’umanità, che trae origine dalle fonti divine della Verità e dell’Amore nel mistero stesso della creazione. E sebbene, ben presto, su quella festa originaria si estenda l’orizzonte del peccato e della morte (Gn 3), tuttavia già fin dal mistero della creazione attingiamo una prima speranza: che, cioè, il frutto della economia divina della verità e dell’amore, che si è rivelata "al principio", sia non la Morte, ma la Vita, e non tanto la distruzione del corpo di Dio", quanto piuttosto la "chiamata alla gloria" (cf. Rm Rm 8,30).

Saluti:

Al "Coro Fischer"


Ad un gruppo giovanile di Innsbruck


Ai volontari del Movimento di Focolari

UN SALUTO SPECIALE intendo riservare al gruppo dei volontari italiani ed europei del "Movimento dei Focolari", venuti in Udienza dal Centro Mariapoli di Rocca di Papa, dove si sono riuniti per il loro Convegno annuale, durante il quale hanno meditato sul tema "La carità come ideale".

Carissimi, sono lieto di vedervi così numerosi e così entusiasti, e vi auguro di portare dovunque, con santa e serena letizia, il fuoco e l’ideale della carità. Gesù stesso fece della carità l’imperativo categorico per ogni cristiano: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri".

La carità deve essere davvero l’ideale del cristiano, sempre, ma specialmente nella nostra società moderna, così bisognosa di bontà, di comprensione, di misericordia, di pazienza, di perdono, di donazione. Vivete dunque con grande gioia l’ideale della carità! Vi aiuti anche la mia particolare Benedizione.

Ai partecipanti al corso-base per coppie animatrici della pastorale familiare

RIVOLGO ORA il mio benvenuto ai partecipanti al Corso-Base per coppie animatrici della "Pastorale Familiare", organizzato dall’Azione Cattolica Italiana sul tema: "Fidanzati e Sposi nella Comunità".

Carissimi, mi compiaccio vivamente del vostro impegno per approfondire che solo Gesù Cristo, autenticamente conosciuto, amato, seguito e testimoniato è la salvezza anche della famiglia e specialmente dei giovani che si preparano al matrimonio. E vi esorto a collaborare generosamente con i vostri Vescovi e con i vostri Parroci per l’attuazione delle loro direttive e dei programmi di attività nei vari campi dell’apostolato. E vi accompagni sempre la mia riconoscente e affettuosa Benedizione!

Ai malati

AI MALATI qui presenti voglio rivolgere un saluto tutto particolare. Carissimi, sappiate che il Papa vi è vicino. Siate forti nella fede e abbiate sempre davanti agli occhi Gesù crocifisso, conformandovi a lui non solo nel portare pazientemente la sofferenza, ma anche per capire quanto feconda questa possa essere per voi e per gli altri. Vi auguro di poter ripetere anche voi con San Paolo: "Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa".

E la mia Benedizione cordiale sia pegno della corroborante grazia divina su di voi e sui vostri cari.

Alle coppie di giovani sposi

UN SALUTO AFFETTUOSO rivolgo infine agli sposi novelli. Miei cari, il matrimonio che avete contratto è cosa talmente grande che, come sapete, gli antichi Profeti e poi San Paolo vi hanno addirittura visto un segno dell’unione tra Dio ed il suo popolo. Vi auguro e prego il Signore che siate sempre all’altezza di questa nobiltà, mediante un amore indefettibile, che si esprima come un costante dono reciproco in una totale comunione di persone e sia fecondo di vita. Solo in questa luce potrete anche affrontare e superare le immancabili difficoltà, le quali, lungi dall’attenuare la vostra mutua dedizione, la rinsalderanno sempre più, conformemente al testo del Cantico dei Cantici: "Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo".

Così sia con l’aiuto della grazia di Dio, che invoco abbondante su di voi, mentre vi concedo la mia Benedizione.


Ai gruppi giovanili nell'Aula delle Benedizioni

1. Il mio incontro con voi, carissimi ragazzi e giovani, sempre particolarmente desiderato, avviene in un giorno di grande raccoglimento, con un preciso richiamo alla necessità di convertirci, di migliorare, e di ascendere in alto.

Con l’austero rito dell’imposizione delle ceneri sul nostro capo di uomini mortali, la Chiesa, oggi, pronuncia parole che destano nell’animo intime risonanze. La sua voce maestosa ed ammonitrice è la voce di Dio stesso: "Uomo, sei polvere ed in polvere ritornerai". Quella cenere è, infatti, il simbolo del valore relativo di ogni cosa terrena, dell’estrema precarietà e fragilità della vita presente per i suoi limiti, i suoi condizionamenti, le sue contraddizioni, difficoltà. Di qui la materna esortazione della Chiesa a liberare lo spirito da qualsiasi forma di attaccamento disordinato alle realtà della terra per poter guardare con fiducia alla risurrezione.

Voi, carissimi ragazzi e giovani, sapete bene, tuttavia, che l’incontro con Cristo risorto deve esser preparato mediante un impegno di crescita personale nel corso di questa nostra esistenza nel tempo, ed ancora mediante la dedizione ad un’opera costruttiva di elevazione umana e di animazione cristiana dell’ambiente che ci circonda. Questa visione coraggiosa ed "impegnata" della vita, che tanto si addice ai vostri generosi ardimenti, include dunque il concetto della penitenza, della mortificazione, della rinuncia, che scaturiscono da un forte desiderio di giustizia e da un intenso amore di Dio.

2. La penitenza è sinonimo di conversione e conversione vuol dire superamento di tutto ciò che contrasta con la dignità dei figli di Dio, specialmente delle selvagge passioni che l’apostolo ed evangelista san Giovanni chiama "concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita" (1Jn 2,16), forze del male sempre insidiose e sempre cospiranti, pur sotto forme a volte lusinghiere. Contro di esse è necessaria la lotta permanente, alla quale ci invita, in modo particolare, il periodo della Quaresima che oggi s’inizia e che ha per scopo il ritorno sincero al Padre celeste, infinitamente buono e misericordioso.

3. Questo ritorno, frutto di un atto d’amore, sarà tanto più espressivo ed a lui gradito, quanto più accompagnato dal sacrificio di qualche cosa necessaria e soprattutto delle cose superflue. Si presenta alla vostra libera iniziativa una vastissima gamma di azioni, che vanno dalla pratica assidua e generosa del vostro dovere quotidiano, all’accettazione umile e gioiosa dei contrattempi fastidiosi, che possono insorgere nel corso della giornata, fino alla rinuncia a qualcosa di molto piacevole per aver modo di soccorrere chi si trovi in situazione di bisogno; ma soprattutto è graditissima al Signore la carità del buon esempio, richiesto dal fatto che apparteniamo ad una famiglia di fede i cui membri sono interdipendenti; e ciascuno è bisognoso di aiuto e di sostegno da parte di tutti gli altri. Il buon esempio non agisce solo all’esterno, ma va in profondità e costruisce sull’altro il bene più prezioso e più attivo, qual è quello dell’adesione della propria vocazione cristiana.

4. Tutte queste cose sono difficili ad attuarsi; per le nostre deboli forze è necessario un supplemento di energie. Dove possiamo trovarlo? Ricordiamo le parole del divin Salvatore: "Senza di me nulla potete fare!" (Jn 15,5). È a lui che dobbiamo ricorrere: peraltro voi sapete che Cristo si trova nel dialogo personale della preghiera ed, in modo particolare, nella realtà dei sacramenti. La Quaresima è il tempo più propizio per accedere a queste divine sorgenti della vita soprannaturale: col sacramento della penitenza ci riconciliamo con Dio e con i fratelli; con l’eucaristia riceviamo il Cristo, che sostiene le nostre volontà fiacche e titubanti.

Nell’incoraggiarvi a questo impegno di purificazione e di rinnovamento, invoco sui vostri propositi l’assistenza del divino Spirito e di gran cuore imparto su di voi e sulle vostre rispettive famiglie la benedizione apostolica.





                                                                                         Marzo 1980   
Aula Paolo VI

Mercoledì, 5 marzo 1980

Prima della catechesi il Santo Padre rivolge un saluto ai ragazzi presenti nella Basilica Vaticana.

Il significato biblico della conoscenza nella convivenza matrimoniale


1. All’insieme delle nostre analisi, dedicate al "principio" biblico, desideriamo aggiungere ancora un breve passo, tratto dal capitolo IV del libro della Genesi. A tal fine, tuttavia, prima bisogna sempre rifarsi alle parole pronunciate da Gesù Cristo nel colloquio con i farisei (cf. Mt Mt 19 et Mc 10). Bisogna tener conto del fatto che, nel colloquio con i farisei [Mt 19,7-9 Mc 10,4-6], Cristo prende posizione riguardo alla prassi della legge mosaica circa il cosiddetto "libello di ripudio". Le parole "per la durezza del vostro cuore", pronunziate da Cristo rispecchiano non soltanto "la storia dei cuori", ma anche tutta la complessità della legge positiva dell’Antico Testamento, che sempre cercava il "compromesso umano" in questo campo tanto delicato), nell’ambito delle quali si svolgono le nostre riflessioni; esse riguardano il contesto dell’esistenza umana, secondo cui la morte e la connessa distruzione del corpo (stando a quel: "in polvere tornerai", di Gn 3,19) sono diventate sorte comune dell’uomo. Cristo si riferisce al "principio", alla dimensione originaria del mistero della creazione, allorquando questa dimensione già era stata infranta dal mysterium iniquitatis, cioè dal peccato e, insieme ad esso, anche dalla morte: mysterium mortis. Il peccato e la morte sono entrati nella storia dell’uomo, in certo modo attraverso il cuore stesso di quell’unità, che dal "principio" era formata dall’uomo e dalla donna, creati e chiamati a diventare "una sola carne" (Gn 2,24). Già all’inizio delle nostre meditazioni abbiamo costatato che Cristo, richiamandosi al "principio", ci conduce, in un certo senso, oltre il limite della peccaminosità ereditaria dell’uomo fino alla sua innocenza originaria; egli ci permette, così, di trovare la continuità ed il legame esistente tra queste due situazioni, mediante le quali si è prodotto il dramma delle origini e anche la rivelazione del mistero dell’uomo all’uomo storico.

Questo, per così dire, ci autorizza a passare, dopo le analisi riguardanti lo stato dell’innocenza originaria, all’ultima di esse, cioè all’analisi della "conoscenza e della generazione". Tematicamente, essa è strettamente legata alla benedizione della fecondità, inserita nel primo racconto della creazione dell’uomo come maschio e femmina (Gn 1,27-28). Storicamente, invece, è già inserita in quell’orizzonte di peccato e di morte che, come insegna il libro della Genesi (Gn 3), ha gravato sulla coscienza del significato del corpo umano, insieme all’infrazione della prima alleanza col Creatore.

2. In Genesi 4, e quindi ancora nell’ambito del testo jahvista, leggiamo: "Adamo si unì a Eva, sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: "Ho acquistato un uomo dal Signore". Poi partorì ancora suo fratello Abele" (Gn 4,1-2). Se connettiamo alla "conoscenza" quel primo fatto della nascita di un uomo sulla terra, lo facciamo in base alla traduzione letterale del testo, secondo cui l’"unione" coniugale viene definita appunto come "conoscenza". Difatti, la traduzione citata suona così: "Adamo si unì a Eva sua moglie", mentre alla lettera si dovrebbe tradurre: "conobbe sua moglie", il che sembra corrispondere più adeguatamente al termine semitico jadac (1). Si può vedere in ciò un segno di povertà della lingua arcaica, alla quale mancavano varie espressioni per definire fatti differenziati. Nondimeno, resta significativo che la situazione, in cui marito e moglie si uniscono così intimamente tra loro da formare "una sola carne", sia stata definita una "conoscenza". In questo modo, infatti, dalla stessa povertà del linguaggio sembra emergere una specifica profondità di significato, derivante appunto da tutti i significati finora analizzati.

3. Evidentemente, ciò è pure importante quanto all’"archetipo" del nostro modo di pensare l’uomo corporeo, la sua mascolinità e la sua femminilità, e quindi il suo sesso. Così, infatti, attraverso il termine "conoscenza" usato in Genesi 4,1-2 e spesso nella Bibbia, il rapporto coniugale dell’uomo e della donna, cioè il fatto che essi diventano, attraverso la dualità del sesso, una "sola carne", è stato elevato e introdotto nella dimensione specifica delle persone. Genesi 4,1-2 parla soltanto della "conoscenza" della donna da parte dell’uomo, quasi per sottolineare soprattutto l’attività di quest’ultimo. Si può, però, anche parlare della reciprocità di questa "conoscenza", a cui uomo e donna partecipano mediante il loro corpo e il loro sesso. Aggiungiamo che una serie di successivi testi biblici, come, del resto, lo stesso capitolo della Genesi (cf. ex. gr. Gen Gn 4,17 Gen Gn 4,25), parlano con lo stesso linguaggio. E ciò fino alle parole pronunziate da Maria di Nazaret nell’annunciazione: "Come è possibile? Non conosco uomo" (Lc 1,34).

4. Così, con quel biblico "conobbe", che per la prima volta appare in Genesi 4,1-2, da una parte ci troviamo di fronte alla diretta espressione dell’intenzionalità umana (perché essa è propria della conoscenza) e, dall’altra, a tutta la realtà della convivenza e dell’unione coniugale, in cui uomo e donna diventano "una sola carne".

Parlando qui di "conoscenza", sia pur a causa della povertà della lingua, la Bibbia indica l’essenza più profonda della realtà della convivenza matrimoniale. Questa essenza appare come una componente ed insieme un risultato di quei significati, la cui traccia cerchiamo di seguire fin dall’inizio del nostro studio; essa infatti fa parte della coscienza del significato del proprio corpo. In Genesi 4,1, diventando "una sola carne", l’uomo e la donna sperimentano in modo particolare il significato del proprio corpo. Insieme, essi diventano, così, quasi l’unico soggetto di quell’atto e di quell’esperienza, pur rimanendo, in quest’unità, due soggetti realmente diversi. Il che ci autorizza, in certo senso, ad affermare che "il marito conosce la moglie" oppure che entrambi "si conoscono" reciprocamente. Allora essi si rivelano l’uno all’altra, con quella specifica profondità del proprio "io" umano, che appunto si rivela anche mediante il loro sesso, la loro mascolinità e femminilità. Ed allora, in maniera singolare, la donna "è data" in modo conoscitivo all’uomo, e lui a lei.

5. Se dobbiamo mantenere la continuità rispetto alle analisi finora fatte (particolarmente riguardo alle ultime, che interpretano l’uomo nella dimensione di dono), bisogna osservare che, secondo il libro della Genesi, datum e donum si equivalgono.

Tuttavia, Genesi 4,1-2 accentua soprattutto il datum.Nella "conoscenza" coniugale, la donna "è data" all’uomo e lui a lei, poiché il corpo e il sesso entrano direttamente nella struttura e nel contenuto stesso di questa "conoscenza". Così, dunque, la realtà dell’unione coniugale, in cui l’uomo e la donna diventano "una sola carne", contiene in sé una scoperta nuova e, in certo senso, definitiva del significato del corpo umano nella sua mascolinità e femminilità. Ma, a proposito di tale scoperta, è giusto parlare soltanto di "convivenza sessuale"? Bisogna tener conto che ciascuno di loro, uomo e donna, non è soltanto un oggetto passivo, definito dal proprio corpo e sesso, e in questo modo determinato "dalla natura". Al contrario, proprio per il fatto di essere uomo e donna, ognuno di essi è "dato" all’altro come soggetto unico e irripetibile, come "io", come persona. Il sesso decide non soltanto della individualità somatica dell’uomo, ma definisce nello stesso tempo la sua personale identità e concretezza. E proprio in questa personale identità e concretezza, come irripetibile "io" femminile-maschile, l’uomo viene "conosciuto" quando si verificano le parole di Genesi 2,24: "l’uomo... si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne". La "conoscenza", di cui parlano Genesi 4,1-2 e tutti i successivi testi biblici, arriva alle più intime radici di questa identità e concretezza, che l’uomo e la donna debbono al loro sesso. Tale concretezza significa tanto l’unicità quanto l’irripetibilità della persona.

Valeva, dunque, la pena di riflettere sull’eloquenza del testo biblico citato e della parola "conobbe"; nonostante l’apparente mancanza di precisione terminologica, essa ci permette di soffermarci sulla profondità e sulla dimensione di un concetto, di cui il nostro linguaggio contemporaneo, pur molto preciso, spesso ci priva.

(1) "Conoscere" [jadac], nel linguaggio biblico, non significa soltanto una conoscenza meramente intellettuale, ma anche esperienza concreta, come ad esempio l’esperienza della sofferenza [cf. Is 53,3], del peccato [Sap 3,13], della guerra e della pace [Gdc 3,1; Is 59,8]. Da questa esperienza scaturisce anche il giudizio morale: "conoscenza del bene e del male" [Gen 2,9-17]. La "conoscenza" entra nel campo dei rapporti interpersonali, quando riguarda la solidarietà di famiglia [Dt 33,9] e specialmente i rapporti coniugali. Proprio in riferimento all’atto coniugale, il termine sottolinea la paternità di illustri personaggi e l’origine della loro prole [cf. Gen 4,1.25.17; 1Sam 1,19], come dati validi per la genealogia, a cui la tradizione dei sacerdoti [ereditari in Israele] dava grande importanza. La "conoscenza" poteva però significare anche tutti gli altri rapporti sessuali, persino quelli illeciti [cf. Nm 31,17; Gen 19,5; Gdc 19,22]. Nella forma negativa, il verbo denota l’astensione dai rapporti sessuali, specialmente se si tratta di vergini [cf. ad es Re 2,4; Gdc 11,39]. In questo campo, il Nuovo Testamento usa due ebraismi, parlando di Giuseppe [Mt 1,25] e di Maria [Lc 1,34]. Un significato particolare acquista l’aspetto della relazione esistenziale della "conoscenza", quando suo soggetto o oggetto è Dio stesso [ad es Sal 139; Ger 31,34; Os 2,22; e anche Gv 14,7-9; 17,3].

Saluti:

Ad un gruppo di Sacerdoti e di Seminaristi della diocesi di Paderborn


A gruppi di sacerdoti italiani

DESIDERO ORA rivolgere un saluto particolarmente cordiale ad alcuni gruppi di Sacerdoti qui presenti.

Innanzitutto ai Missionari Verbiti, che seguono a Nemi un corso di aggiornamento, insieme ad alcuni Padri di altre Famiglie religiose; a loro va il mio plauso ed il mio incoraggiamento per la preziosa attività evangelizzatrice svolta in vari Paesi in nome di Cristo e della sua Chiesa.

Poi i partecipanti ad un Seminario di studio, promosso dal Movimento Lavoratori dell’Azione Cattolica Italiana sul tema "Evangelizzare il mondo del lavoro": siate certi che la Chiesa conta molto su di voi per testimoniare il Vangelo in un settore di vitale importanza per la nostra società.

Infine, un gruppo della Diocesi di Piacenza, che festeggia il Venticinquesimo anniversario di Ordinazione Presbiterale: insieme ai miei auguri, esprimo la fiducia che prendiate sempre più coscienza della grandezza e delle esigenze del vostro sacerdozio ministeriale, destinato a rendere un insostituibile servizio al Popolo di Dio.

Tutti di gran cuore vi benedico.

Ad alcuni pellegrinaggi

VI ACCOLGO con cordiale e beneaugurante saluto, carissimi pellegrini della Diocesi di Comacchio, che, fedeli alle vostre nobili tradizioni religiose, avete voluto concedervi una sosta nel vostro faticoso lavoro per recare al Papa, anche a nome dei conterranei, l’omaggio del vostro affetto. Nel manifestarvi riconoscenza per questa tanto gradita visita, vi esorto ad accogliere con generosità l’invito della Chiesa, a riflettere con fede profonda ed operante al mistero di Cristo morto e risorto per noi, ed a prendervi parte con l’umile accettazione dei sacrifici quotidiani. Con tale augurio imparto a voi e alle vostre rispettive famiglie la mia Benedizione Apostolica.
* * *


RIVOLGO ORA un particolare pensiero al folto gruppo delle "Volontarie" del Movimento dei Focolari, convenute da varie regioni d’Italia e da alcuni paesi d’Europa, per celebrare il loro congresso annuale al Centro Mariapoli di Rocca di Papa, sul tema "La carità come ideale".

Nel porgervi un sincero ringraziamento per questo rinnovato attestato di devozione, vi esprimo carissime figlie, l’interesse e il compiacimento con cui seguo la vostra attività, e vi incoraggio, in questo incontro, nelle scelte che, ne sono certo avrete tratto dal vostro studio: l’accresciuto amore di Dio, fonte di soprannaturale energia, sia il motivo ispiratore di tutte le vostre intenzioni ed il segreto della vostra solidarietà umana universale che, oggi più che mai, è richiesta ai membri della Chiesa in forma di donazione senza riserve. Vi accompagni nella vostra missione la mia Benedizione Apostolica.

Agli ammalati

UNA PAROLA di incoraggiamento e di consolazione vada ora a tutti voi ammalati, che con la vostra dolorosa, ma quanto mai preziosa sofferenza arricchite la Chiesa di meriti e di grazie speciali. Infatti, la malattia sofferta per il Signore ed a Lui offerta diventa non solo per voi, ma anche per l’intero corpo mistico una occasione privilegiata di espiazione, di purificazione, di propiziazione e di elevazione spirituale.

In questo tempo di Quaresima, voi che siete più vicini all’"Uomo dei dolori che ben conosce il patire", come è stato descritto il Cristo dal Profeta Isaia, sappiate dare questa finalità al vostro dolore, per saperlo affrontare con fortezza, e anche con gioia, come esclama l’Apostolo Paolo: "Sovrabbondo di gioia in mezzo alle tribolazioni".

A conferma di questi voti scenda abbondante su di voi e su quanti amorevolmente vi assistono la mia speciale Benedizione.

Alle coppie di sposi

ANCHE A VOI, Sposi Novelli, presenti a questa Udienza all’inizio della vostra vita matrimoniale, desidero esprimere il mio augurio benedicente e il mio saluto affettuoso. Date sempre al vostro amore una unità granitica e una fede incrollabile. Sappiate sempre conservare quel senso di gioia e di felicità, che oggi riempie il vostro animo. Abbiate sempre il senso religioso della famiglia, guardate all’amore infinito con cui Cristo ama la Chiesa e lasciatevi modellare da tale esempio nel vostro amore vicendevole, ed Egli non vi deluderà, ma vi farà crescere ogni giorno nella gioiosa testimonianza di una vita coniugale vissuta autenticamente.

A questo fine prego il Signore che vi aiuti e vi benedica sempre.

APPELLO PER GLI OSTAGGI DI BOGOTÀ


Desidero ora manifestare tutta la mia ansia e preoccupazione per le notizie che giungono in questi giorni da Bogotà, capitale della Colombia.

Come sapete, numerose persone si trovano, ormai da una settimana, trattenute in ostaggio dentro l’ambasciata della Repubblica Dominicana, in quella città. Esse erano di più, ma un prevalere di sentimenti umanitari, in un frangente tanto drammatico, ha fatto sì che alcune di esse - donne o feriti - venissero restituite a libertà.

Tuttavia ne rimangono ancora, e molte: tra di esse vi è il nunzio apostolico, il caro monsignor Angelo Acerbi, che in questi giorni è particolarmente presente nelle mie preghiere, e vari ambasciatori, rappresentanti legittimi dei rispettivi paesi in quella nazione. In virtù del diritto delle genti, che regola i rapporti internazionali, la loro persona e la loro libertà sono dichiarate inviolabili. Ma sacri sono anche i diritti di ogni uomo.

Nel deplorare vivamente quanto sta accadendo, il mio pensiero accorato va a tutte le persone che, in qualunque modo e per qualunque motivo, soffrono in un momento così doloroso.

Ed esprimo dal profondo del cuore l’augurio e la speranza che si possa avere presto una soluzione, che ridoni serenità e conforto. Sono infatti a conoscenza che le varie ambasciate stanno a questo fine in continuo contatto col governo colombiano. Diverse nazioni, che hanno il loro ambasciatore in ostaggio, hanno inviato un loro speciale rappresentante per seguire da vicino la situazione, che giustamente preoccupa i governi e l’opinione pubblica, e che tanto mi addolora. Anche la santa Sede ha voluto che non mancasse un proprio speciale inviato a Bogotà in quest’ora così grave, nella persona di monsignor Pio Laghi, nunzio apostolico in Argentina.

Intanto, elevo la mia preghiera al Signore, affinché egli, che ha in mano il cuore degli uomini e può far sorgere in essi retti pensieri e buoni propositi, guidi gli sforzi che si stanno compiendo per risolvere il caso presente, e quelli diretti all’edificazione di una società sostenuta non dalla violenza, ma dalla giustizia, dalla fraternità e dalla pace.

A tale scopo chiedo anche a voi di pregare tanto con me in questi giorni di ansietà e di attesa.

Ai giovani nella Basilica Vaticana

È un piacere per me, cari figlioli, accogliervi quest’oggi, così lieti, così affettuosi. E siete tanto numerosi che, anche oggi, c’è voluta per voi un’udienza speciale all’interno di questa grande Basilica, la quale - come ben sapete - è costruita sopra la tomba di san Pietro, il principe degli apostoli, il primo dei Papi.

Dall’elenco dei diversi gruppi, che è stato letto or ora, ho potuto notare che venite da varie parti d’Italia, anche lontane, e che sono due soprattutto le forme che vi distinguono: voi fate parte sia di gruppi scolastici, sia di gruppi parrocchiali. Nessuno di voi è venuto da solo, individualmente, ma ciascuno si è unito ai coetanei ed ai condiscepoli, ai maestri della propria scuola o ai sacerdoti della propria parrocchia. Che cosa vuol dire questo? Io desidero porre a me e a voi questa domanda, per concentrare la nostra riflessione sull’importanza che la scuola e la parrocchia hanno nel campo dell’educazione e della formazione dell’adolescenza e della gioventù. Non è forse questa la vostra età? E non sentite ripetervi spesso che essa è il periodo in cui dovete istruirvi e prepararvi bene alla vita? Gran dono di Dio è la vita, come si legge nel primo libro della Bibbia: "Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò" (Gn 1,27). E della vita che è un dono divino, l’età, in cui vi trovate ora voi, è certamente la più bella, la più fresca, la più ricca di speranze, protesa com’è verso un avvenire lieto e sereno. Il crescere, che il Signore diede come ordine - accanto ad altri comandamenti - ad Adamo ed Eva, si può benissimo riferire a ciascuno di voi ed applicare alla vostra condizione di fanciulli e di giovani. Voi dovete crescere, cioè sviluppare giorno per giorno, e divenire uomini e donne maturi e completi; ma - badate - non soltanto in senso fisico, ma anche e soprattutto in senso spirituale. Troppo poco sarebbe il crescere solo nel corpo (ci pensa, del resto, la stessa natura); occorre crescere specialmente nello spirito, e questo si ottiene esercitando quelle facoltà che il Signore - sono altri suoi doni - ha messo dentro di voi: l’intelligenza, la volontà, l’inclinazione ad amare lui ed il prossimo. In questo lavoro nessuno di voi è solo: ognuno trova sulla sua strada, innanzitutto, i propri genitori, i quali con l’esempio, con l’affetto, con le costanti premure lo aiutano nel necessario processo di sviluppo. Poi trova anche la scuola e la parrocchia. L’una è diretta alla vostra formazione, comunicando alla mente ed al cuore le varie cognizioni che riusciranno preziose nella vita, e le norme del retto comportamento. L’altra, come viva porzione della Chiesa, è diretta anch’essa alla vostra formazione, per arricchire lo spirito di quei beni superiori che si chiamano - ricordate? - grazia divina e virtù della fede, della speranza e della carità. Ecco allora che, accanto alla famiglia, ci sono altre due sedi, quasi due "officine", nelle quali voi potete e dovete curare quella completa preparazione che, come corrisponde alla volontà di Dio creatore, così è vivamente attesa e auspicata da tutti coloro che vi sono vicini nell’età giovanile: i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti. Leggiamo nel Vangelo di san Luca che Gesù, nei lunghi anni dell’infanzia e della giovinezza trascorsi a Nazaret, "cresceva in età, sapienza e grazia dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini" (Lc 2,52). Pensate! Gesù, ch’era il figlio stesso di Dio, fattosi uomo per noi, ha voluto compiere il percorso di un graduale sviluppo: anch’egli ha voluto corrispondere a quell’ordine divino del crescere e ciò facendo ci ha lasciato un esempio meraviglioso, che è nostro dovere riconoscere, seguire, ricopiare. Anche voi, figli carissimi, dovete guardare a Gesù: sia nella parrocchia, che nella scuola, sappiate impegnare le vostre giovanili energie per raggiungere un’autentica e positiva maturazione, al tutto degna della vostra dignità di uomini e di cristiani. Siamo in Quaresima, che è il tempo di preparazione alla Pasqua, e la nostra Pasqua - come insegna san Paolo - è Gesù Cristo (cf. 1Cor 1Co 5,7).

Per preparare nel modo migliore il vostro incontro con lui, vogliate riflettere alle parole, che, nel suo nome, vi ho ora rivolto, e rafforzate il proposito di "crescere in età, sapienza e grazia" nell’ambito parrocchiale e scolastico, perfezionando quel che già avete ricevuto in seno alle vostre famiglie.





Udienze generali 1980 - L’innocenza originaria e lo stato storico dell’uomo