
Udienze generali 1990 - Mercoledì, 4 luglio 1990
1. Una manifestazione della grazia e della sapienza di Gesù adolescente si ha nell’episodio della disputa di Gesù con i dottori nel tempio, che Luca inserisce tra i due testi sulla crescita di Gesù “davanti a Dio e agli uomini”. Neanche in questo passo viene nominato lo Spirito Santo, ma la sua azione sembra trasparire da quanto accadde in quella circostanza. Dice infatti l’evangelista che “tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte” (Lc 2,47). È lo stupore davanti a una sapienza che si percepisce provenire dall’alto, cioè dallo Spirito Santo.
2. Significativa è anche la domanda, rivolta da Gesù ai genitori che, dopo averlo cercato per tre giorni, lo avevano trovato nel tempio in mezzo a quei dottori. Maria si era affettuosamente lamentata con lui: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Gesù rispose con un’altra serena domanda: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo stare nella casa del Padre mio?” (Lc 2,48-49). In quel “non sapevate” si può forse intravedere un riferimento a quanto Simeone aveva predetto a Maria durante la presentazione di Gesù bambino al tempio, e che era la spiegazione di quell’anticipo del futuro distacco, di quel primo colpo di spada per un cuore di madre. Si può dire che le parole del santo vecchio Simeone, ispirato dallo Spirito Santo, riecheggiavano in quel momento sul gruppo riunito nel tempio, dove erano state pronunciate dodici anni prima.
Ma nella risposta di Gesù vi era anche la manifestazione della sua coscienza di essere “il Figlio di Dio” (Lc 1,35) e di dovere perciò stare “nella casa di suo Padre”, il tempio, per “occuparsi delle cose del Padre suo” (secondo un’altra possibile traduzione dell’espressione evangelica). Così Gesù dichiarava pubblicamente, forse per la prima volta, la sua messianicità e la sua identità divina. Ciò avveniva in forza della scienza e della sapienza, che, sotto l’influsso dello Spirito Santo, si riversavano nella sua anima, unita al Verbo di Dio. In quel momento egli parlava in quanto “pieno di Spirito Santo”.
3. Luca fa notare che Maria e Giuseppe “non compresero le sue parole” (Lc 2,50). Lo stupore per ciò che avevano visto e sentito aveva la sua parte in quella condizione di oscurità, in cui rimasero i genitori. Ma bisogna tener conto, ancor più, che essi, anche Maria, si trovavano davanti al mistero dell’incarnazione e della redenzione, che pur coinvolgendoli, non per questo diventava a loro comprensibile. Anch’essi si trovavano nel chiaroscuro della fede. Maria era la prima nel pellegrinaggio della fede, era la più illuminata, ma anche la più sottoposta alla prova nell’accettazione del mistero. A lei spettava aderire al disegno divino, adorato e meditato nel silenzio del suo cuore. Difatti Luca (2, 51) aggiunge: “Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore”. Egli ribadisce così ciò che aveva già scritto a proposito delle parole dei pastori dopo la nascita di Gesù: “Tutti . . . si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,18-19). Qui si sente l’eco delle confidenze di Maria: possiamo dire della sua “rivelazione” a Luca e alla Chiesa primitiva da cui ci è provenuto il “vangelo dell’infanzia e della fanciullezza di Gesù”, che Maria aveva conservato nella sua memoria, cercato di capire, ma soprattutto creduto e meditato nel suo cuore. La partecipazione al mistero per Maria non consisteva soltanto in una accettazione e conservazione passiva. Essa compiva uno sforzo personale: “meditava”, verbo che nell’originale greco (symbállein)letteralmente significa mettere insieme, confrontare. Maria tentava di cogliere le connessioni degli avvenimenti e delle parole, per afferrarne quanto più poteva il significato.
4. Quella meditazione, quell’approfondimento interiore, avveniva sotto l’influsso dello Spirito Santo. Maria era la prima a beneficiare della luce che un giorno il suo Gesù avrebbe promesso ai discepoli: “Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà tutto e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto” (Jn 14,26). Lo Spirito Santo, che fa capire ai credenti e alla Chiesa il significato e il valore delle parole di Cristo, già operava in Maria, che come madre del Verbo incarnato era la “Sedes Sapientiae”, la Sposa dello Spirito Santo, la portatrice e la prima mediatrice del Vangelo sull’origine di Gesù.
5. Anche nei successivi anni di Nazaret, Maria raccoglieva tutto quello che riguardava la persona e il destino di suo figlio, vi rifletteva silenziosamente nel suo cuore. Forse non poteva confidarsi con nessuno, forse le era concesso solo di afferrare in qualche momento il significato di certe parole, di certi sguardi di suo figlio. Ma lo Spirito Santo non cessava di “ricordarle” nell’intimo dell’anima le cose viste e sentite. La memoria di Maria era rischiarata dalla luce che veniva dall’alto. Quella luce sta all’origine della narrazione di Luca, come questi sembra di volerci far capire insistendo sul fatto che Maria conservava e meditava: ella sotto l’azione dello Spirito Santo poteva scoprire il significato superiore delle parole e degli avvenimenti, mediante una riflessione che si applicava a “mettere tutto insieme”.
6. Perciò Maria ci appare come il modello di coloro che, lasciandosi guidare dallo Spirito Santo, accolgono e conservano in cuore - come una buona semente - le parole della rivelazione, sforzandosi di comprenderle quanto più possibile per penetrare nelle profondità del mistero di Cristo.
Ai pellegrini di espressione francese
Ai fedeli di lingua inglese
Ai gruppi di lingua tedesca
Ai pellegrini di lingua spagnola
Ai fedeli di espressione portoghese
Ai fedeli di espressione polacca
Ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli
Saluto tutti i gruppi di lingua italiana, che ringrazio per la loro partecipazione. Saluto, in particolare, i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Carissimi: ieri abbiamo celebrato la festa di San Tommaso, l’Apostolo che nel Cenacolo espresse la prima professione di fede nel Cristo risorto con le parole: “Signore mio, Dio mio”, che la Chiesa ripete in atto di adorazione del Maestro divino. L’Apostolo Tommaso vi ottenga di rafforzare la vostra fede, specialmente quando tutto potrebbe apparire oscuro ed incomprensibile. Venga in aiuto al vostro itinerario spirituale, cari giovani, così spesso al confronto con difficoltà e dubbi; vi renda generosi nel dedicare le vostre energie al servizio del Signore. Tra voi ci sono i ragazzi e le ragazze partecipanti al “Meeting europeo di cultura e sport - Eli ‘90”, promosso dalla prematura dell’“Opus Dei”. Vi auguro che in questi giorni di attività sportive e formative possiate crescere nella reciproca conoscenza e sperimentare la gioia di approfondire il senso della vita e il valore della vocazione cristiana.
A voi, cari ammalati, auspico di non smarrire la serenità del cuore, pur in mezzo alle prove fisiche e spirituali che la vostra infermità vi riserva. Guardate anche voi, come Tommaso, al Risorto e confidate in Lui, che ha vinto il dolore.
E voi, sposi novelli, chiamati con il sacramento del matrimonio a vivere per tutta la vostra esistenza nell’autentico amore coniugale, sforzatevi di rendere credibile questa vostra testimonianza, realizzando con gioia la missione affidatavi dalla divina provvidenza. A tutti auguro un sereno periodo di riposo che vi serva a ritemprare il vostro spirito. Vi accompagni la mia Benedizione Apostolica.
1. Nella vita di Gesù-Messia - cioè di colui che venne consacrato con l’unzione dello Spirito Santo (cf. Lc Lc 4,18) - ci sono momenti salienti, nei quali la persona dello Spirito Santo si manifesta come intimamente unita all’umanità e alla missione di Cristo. Abbiamo visto che il primo di questi momenti è quello dell’incarnazione, che avviene mediante il concepimento e la nascita di Gesù da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo: “Conceptus de Spiritu Sancto, natus ex Maria Virgine”, come proclama il Simbolo della fede.
Un altro momento nel quale la presenza e l’azione dello Spirito Santo prendono un particolare risalto è quello del battesimo di Gesù nel Giordano. Lo vedremo nell’odierna catechesi.
2. Tutti gli evangelisti ci hanno tramandato l’evento (Mt 3,13-17 Mc 1,9-11 Lc 3,21-22 Jn 1,29-34). Leggiamo il testo di Marco (1, 9-10): “In quei giorni (Gesù) venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi il cielo e lo Spirito Santo discendere su di lui come una colomba”. Gesù era venuto al Giordano da Nazaret, dove aveva trascorso gli anni della sua vita “nascosta” (ritorneremo ancora su questo tema nella prossima catechesi). Prima della sua venuta, egli era stato annunziato da Giovanni, che al Giordano esortava al “battesimo di penitenza”. “E predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo»” (Mc 1,7-8).
Si era ormai sulla soglia dell’era messianica. Con la predicazione di Giovanni si conchiudeva la lunga preparazione, che si era svolta sul filo di tutta l’antica alleanza, e si può dire di tutta la storia umana, narrata dalle sacre Scritture. Giovanni sentiva la grandezza di quel momento decisivo, che interpretava come l’inizio di una nuova creazione, nella quale scopriva la presenza dello Spirito che aleggiava sulla prima creazione (Gn 1,2). Egli sapeva e confessava di essere un semplice annunciatore, precursore e ministro di colui che sarebbe venuto a “battezzare con lo Spirito Santo”.
3. Da parte sua, Gesù si preparava in preghiera a quel momento di immensa portata nella storia della salvezza, in cui si doveva manifestare - sia pure sotto segni rappresentativi - lo Spirito Santo procedente dal Padre e dal Figlio nel mistero trinitario, presente nella sua umanità come principio di vita divina. Leggiamo infatti in Luca: “Mentre Gesù . . . stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo” (Lc 3,21-22). Lo stesso evangelista narrerà in seguito che un giorno Gesù, insegnando a pregare a coloro che lo seguivano sulle vie della Palestina, disse che “il Padre celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono” (Lc 11,13). Egli stesso per primo chiedeva questo Dono altissimo in ordine all’adempimento della propria missione messianica: e durante il battesimo nel Giordano ne aveva ricevuto una manifestazione particolarmente visibile. Essa segnava davanti a Giovanni e ai suoi ascoltatori l’“investitura” messianica di Gesù di Nazaret. Il Battista gli rendeva testimonianza “agli occhi di Israele come Messia, cioè “Unto” con lo Spirito Santo” (Dominum et vivificantem DEV 19).
La preghiera di Gesù, il quale nel suo Io divino era il Figlio eterno di Dio, ma operante e orante nella natura umana, veniva esaudita dal Padre. Lui stesso un giorno avrebbe detto al Padre: “Io sapevo che sempre mi dai ascolto” (Jn 11,42). Questa coscienza vibrò particolarmente in lui in quel momento del Battesimo, che dava pubblico inizio alla sua missione redentrice, come Giovanni intuì e proclamò. Infatti egli presentò colui che veniva a “battezzare in Spirito Santo” (Mt 3,11) come “l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Jn 1,29).
4. Luca ci dice che durante il battesimo di Gesù nel Giordano “il cielo si aprì” (Lc 3,21). Un tempo il profeta Isaia aveva rivolto a Dio l’invocazione: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,19). Ora Dio sembrava rispondere a questo grido, esaudire questa preghiera, proprio nel momento del Battesimo. Quell’“aprirsi” del cielo è connesso con la discesa sul Cristo dello Spirito Santo, in forma di colomba. È un segno visibile che la preghiera del profeta era esaudita, e che la sua profezia si adempiva; tale segno fu accompagnato da una voce: “E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto»” (Mc 1,11 Lc 3,22). Il segno tocca dunque la vista (con la colomba) e l’udito (con la voce) dei privilegiati beneficiari di quella straordinaria esperienza soprannaturale. Anzitutto nell’anima umana di Cristo, ma anche nelle persone presenti al Giordano, prende forma la manifestazione dell’eterno “compiacimento” del Padre nel Figlio. Così nel Battesimo al Giordano avviene una teofania il cui carattere trinitario viene messo in rilievo ancora maggiore che non nella narrazione dell’annunciazione. L’“aprirsi del cielo” significa, in quel momento, una particolare iniziativa di comunicazione con la terra del Padre e dello Spirito Santo per l’inaugurazione religiosa e quasi “rituale” della missione messianica del Verbo incarnato.
5. Nel testo di Giovanni, il fatto avvenuto nel Battesimo di Gesù viene descritto dallo stesso Battista: “Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio»” (Jn 1,32-34). Ciò significa che, secondo l’evangelista, il Battista partecipò a quella esperienza della teofania trinitaria e si rese conto - almeno oscuramente, con la fede messianica - del significato di quelle parole, che il Padre aveva pronunciato: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto”. Del resto anche negli altri evangelisti è significativo che il termine “Figlio” sia usato in sostituzione del termine “servo”, che si trova nel primo canto di Isaia sul servo del Signore: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui . . .” (Is 42,1).
Nella loro fede ispirata da Dio, e in quella della comunità cristiana primitiva, il “servo” si identificava col Figlio di Dio e lo “spirito” a lui concesso veniva riconosciuto nella sua personalità divina quale Spirito Santo. Gesù un giorno, alla vigilia della sua passione, dirà agli apostoli che quello stesso Spirito, sceso su di lui nel Battesimo, avrebbe operato con lui nell’attuazione della redenzione: “Egli (lo Spirito di verità) mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Jn 16,14).
6. È interessante, al riguardo, un testo di sant’Ireneo di Lione (morto nel 203, Adversus haereses, III, 17, 1), il quale, commentando il Battesimo nel Giordano, afferma: “Lo Spirito Santo aveva promesso per mezzo dei profeti che negli ultimi giorni si sarebbe effuso sopra i suoi servi e le sue serve, perché essi profetizzassero. Per questo egli è disceso sul Figlio di Dio, che si è fatto figlio dell’uomo, abituandosi insieme a lui a soggiornare tra il genere umano, a “riposare” in mezzo agli uomini e a dimorare tra coloro che sono creati da Dio, esercitando in loro la volontà del Padre e rinnovandoli in modo da trasformarli da “uomo vecchio” alla “novità” di Cristo”. Il testo conferma che, fin dai primi secoli, la Chiesa è stata consapevole dell’associazione tra Cristo e lo Spirito Santo nell’attuazione della “nuova creazione”.
7. Un accenno, prima di concludere, al simbolo della colomba che, in occasione del Battesimo nel Giordano, appare come segno dello Spirito Santo. Essa, nel simbolismo battesimale, è congiunta all’acqua e, secondo alcuni Padri della Chiesa, richiama ciò che avvenne alla fine del diluvio, interpretato anch’esso come figura del battesimo cristiano. Leggiamo nella Genesi che quando Noè “fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò . . . essa aveva nel becco un ramoscello d’ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra” (Gn 8,10-11). Il simbolo della colomba indica il perdono dei peccati, la riconciliazione con Dio e il rinnovamento dell’alleanza. Ed è ciò che trova piena attuazione nell’era messianica, ad opera di Cristo redentore e dello Spirito Santo.
A numerosi pellegrini polacchi
Ai fedeli di espressione francese
Ai fedeli di lingua inglese
Ai pellegrini tedeschi
Ai fedeli giunti dalla Spagna e da alcuni Paesi dell’America Latina
Ai pellegrini di lingua portoghese
Ad alcuni gruppi italiani
Desidero ora rivolgere un cordiale benvenuto ai gruppi di lingua italiana: abbiamo tra noi i pellegrini della Parrocchia di Santa Maria delle Vergini, di Scafati, in diocesi di Nola, ed un gruppo di Suore Adoratrici del Sangue di Cristo.
I pellegrini di Scafati desiderano far benedire una preziosa statua della Madonna, protettrice della loro Parrocchia. Cari fratelli e sorelle, vi auguro che questo pellegrinaggio vi sia di stimolo per una vita cristiana sempre fervorosa ed intensa, sotto la protezione di Maria, che e la guida sicura verso il Cristo.
Al gruppo delle Religiose, provenienti da varie parti del mondo, ed attualmente impegnate in un corso di spiritualità, auguro che questi incontri di studio servano ad approfondire il Mistero del Sangue di Cristo, che ci lava dai nostri peccati. La devozione al Sangue Preziosissimo, a cui è dedicato il mese di luglio, vi aiuti a progredire sempre più nell’amore verso il Redentore.
Ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli
La festa di San Benedetto, Patrono d’Europa, che oggi celebriamo, mi dà lo spunto per esprimere il mio saluto ai giovani, agli ammalati e ai novelli sposi, presenti a questa Udienza.
Voi, giovani, siate costruttori di una nuova mentalità di comunione in questo Continente che, pur diversificandosi nelle sue lingue e culture, si fonda su un comune patrimonio cristiano, al quale San Benedetto e i suoi monaci diedero un grande incremento.
Chiedo a voi, malati, di pregare perché l’Europa diventi effettivamente la casa comune delle diverse comunità nazionali e viva nella pace, nel rispetto e nella solidarietà spirituale e materiale.
Voi, sposi novelli, alimentate nella vostra famiglia e nella società un modo di vedere e di pensare che si ispiri al vero amore cristiano e alla reciproca stima e simpatia. A tutti la mia Benedizione Apostolica.
1. All’“inizio” della missione messianica di Gesù appartiene un altro fatto - per noi così interessante e suggestivo - narrato dagli evangelisti, che lo fanno dipendere dall’azione dello Spirito Santo: si tratta dell’“esperienza del deserto”. Leggiamo nel Vangelo secondo Marco: “Subito dopo (il battesimo) lo Spirito lo sospinse nel deserto” (Mc 1,12). Inoltre, Matteo (Mt 4,1) e Luca (Lc 4,1) dicono che Gesù “fu condotto dallo Spirito nel deserto”. Questi testi ci offrono vari spunti che ci stimolano a un’ulteriore indagine sul mistero dell’intima unione di Gesù-Messia con lo Spirito Santo, fin dall’esordio dell’opera della redenzione.
Innanzitutto un’osservazione di ordine linguistico: i verbi usati dagli evangelisti (“fu condotto” per Luca, “lo sospinse” per Marco) esprimono un’iniziativa particolarmente energica da parte dello Spirito Santo. Essa s’innesta pienamente nella logica della vita spirituale e nella stessa psicologia di Gesù: egli ha ricevuto da Giovanni un “battesimo di penitenza”, e sente quindi il bisogno di un periodo di riflessione e di austerità (anche se personalmente non ha bisogno di penitenza, essendo “pieno di grazia” e “santo” fin dal momento del suo concepimento, in preparazione al suo ministero messianico.
La sua missione esige anche che egli viva in mezzo agli uomini peccatori, che è mandato a evangelizzare e a salvare, in lotta con la potenza del demonio. Di qui l’opportunità di questa sosta nel deserto “per essere tentato dal diavolo”. Gesù pertanto asseconda la spinta interiore e si reca dove vuole lo Spirito Santo.
2. Il deserto, oltre che essere luogo dell’incontro con Dio, è anche il luogo della tentazione e della lotta spirituale. Durante la peregrinazione attraverso il deserto, protrattasi per quarant’anni, il popolo d’Israele aveva sperimentato molte tentazioni e vi aveva anche ceduto. Gesù va nel deserto quasi ricollegandosi all’esperienza storica del suo popolo. Ma, a differenza del comportamento di Israele, egli, al momento di inaugurare l’attività messianica, è soprattutto docile all’azione dello Spirito Santo, che gli chiede dall’intimo quella definitiva preparazione al compimento della sua missione. È un periodo di solitudine e di prova spirituale, che egli supera con l’aiuto della parola di Dio e con la preghiera.
Nello spirito della tradizione biblica, e in linea con la psicologia israelitica, quel numero di “quaranta giorni” poteva essere facilmente collegato con altri avvenimenti antichi, carichi di significato per la storia della salvezza: i quaranta giorni del diluvio (Gn 7,4 Gn 7,17); i quaranta giorni di permanenza di Mosè sul monte (Ex 24,18); i quaranta giorni di cammino di Elia, rifocillato dal pane prodigioso che gli aveva dato nuova forza (1R 19,8). Secondo gli evangelisti, Gesù, sotto la mozione dello Spirito Santo, si adegua, quanto alla permanenza nel deserto, a questo numero tradizionale e quasi sacro. Altrettanto farà anche per il periodo in cui apparirà agli apostoli tra la risurrezione e l’ascensione al Cielo (cf. At Ac 1,3).
3. Gesù viene dunque condotto nel deserto, perché affronti le tentazioni di Satana e perché possa avere un contatto più libero e più intimo col Padre. Qui occorre anche tener presente che nei Vangeli il deserto è presentato più volte come il luogo dove soggiorna Satana: basti ricordare il passo di Luca sullo “spirito immondo”, che “quando esce dall’uomo, si aggira per luoghi aridi in cerca di riposo . . .”; e l’altro sull’indemoniato geraseno, che “veniva spinto dal demonio in luoghi deserti” (Lc 11,24 Lc 8,29).
Nel caso delle tentazioni di Gesù, la spinta nel deserto viene dallo Spirito Santo e prima di tutto significa l’inizio di una dimostrazione - si può dire anche di una nuova presa di coscienza - della lotta che dovrà condurre sino alla fine contro Satana, artefice del peccato. Sconfiggendo le sue tentazioni, egli manifesta così la propria potenza salvifica sul peccato e l’avvento del regno di Dio, come dirà un giorno: “Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio” (Mt 12,28).
Anche in questa potenza di Cristo sul male e su Satana, anche in questo “avvento del regno di Dio” per opera di Cristo, vi è la rivelazione dello Spirito Santo.
4. A ben osservare, nelle tentazioni subite e superate da Gesù durante l’“esperienza del deserto”, si nota l’opposizione di Satana contro l’avvento del regno di Dio nel mondo umano, direttamente o indirettamente espressa nei testi degli evangelisti. Le risposte date da Gesù al tentatore smascherano gli intenti essenziali del “padre della menzogna” (Jn 8,44), il quale tenta in modo perverso di servirsi delle parole della Scrittura per raggiungere i suoi scopi. Ma Gesù lo confuta sulla base della stessa parola di Dio, applicata correttamente.
La narrazione degli evangelisti include forse qualche reminiscenza e stabilisce un parallelismo sia con le analoghe tentazioni del popolo d’Israele nei quarant’anni di peregrinazione nel deserto (la ricerca di nutrimento; la pretesa della protezione divina per soddisfare se stessi; l’idolatria), sia con vari momenti della vita di Mosè. Ma l’episodio rientra specificamente nella storia di Gesù, si può dire, per una sua logica biografica e teologica. Pur essendo esente da peccato, Gesù ha potuto conoscere le seduzioni esterne del male: ed era bene che fosse tentato per divenire nuovo Adamo, nostro capo, nostro redentore clemente.
Al fondo di tutte le tentazioni vi era la prospettiva di un messianismo politico e glorioso, quale si era diffuso ed era penetrato nell’anima del popolo d’Israele. Il diavolo cerca di indurre Gesù ad accogliere questa falsa prospettiva, perché è l’avversario del disegno di Dio, della sua legge, della sua economia di salvezza, e quindi di Cristo, come risulta dal Vangelo e dagli altri scritti del Nuovo Testamento. Se anche Cristo cadesse, l’impero di Satana, il quale si vanta di essere il padrone del mondo (cf. Lc Lc 4,5-6), avrebbe la vittoria definitiva nella storia. Quel momento della lotta nel deserto è dunque decisivo.
5. Gesù sa di essere stato mandato dal Padre per introdurre il regno di Dio nel mondo degli uomini. A questo scopo egli, da una parte, accetta di essere tentato, per prendere il proprio posto tra i peccatori, come aveva già fatto sul Giordano, così da essere a tutti di esempio. Ma, dall’altra, in virtù dell’“unzione” dello Spirito Santo, raggiunge le radici stesse del peccato e sconfigge colui che è il “padre della menzogna” (Jn 8,44). Perciò va volontariamente incontro alla tentazione fin dall’inizio del suo ministero, assecondando la spinta dello Spirito Santo (cf. S. Agostino, De Trinitate, 4, 13; 13, 13).
Un giorno, col compimento della sua opera, potrà proclamare: “Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori”. E alla vigilia della sua passione ripeterà ancora una volta: “Viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me”; anzi, “Il principe di questo mondo è stato (già) giudicato”; “Abbiate fiducia: io ho vinto il mondo”. La lotta contro il “padre della menzogna”, che è il “principe di questo mondo” (Jn 12,31 Jn 14,30 Jn 16,11 Jn 16,33), iniziata nel deserto, raggiungerà il suo culmine sul Golgota: la vittoria avverrà per mezzo della croce del Redentore.
6. Siamo dunque richiamati al valore integrale del deserto come luogo di una particolare esperienza di Dio, quale era stato per Mosè e per Elia, e quale è soprattutto per Gesù, che, “condotto” dallo Spirito Santo, accetta di compiere la stessa esperienza: il contatto con Dio Padre in contrasto con le potenze opposte a Dio. La sua esperienza è esemplare, e ci può servire anche come lezione sulla necessità della penitenza, non per Gesù che era senza peccato, ma per noi tutti. Gesù stesso un giorno ammonirà i suoi discepoli sulla necessità della preghiera e del digiuno per cacciare gli “spiriti immondi” (cf. Mc Mc 9,29) e nella tensione della solitaria orazione nel Getsemani raccomanderà agli apostoli presenti: “Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto ma la carne è debole” (Mc 14,38). Conformandoci a Cristo vittorioso nell’esperienza del deserto sappiamo che avremo anche noi un divino confortatore: lo Spirito Santo Paraclito, poiché Gesù ha promesso che “prenderà del suo” e ce lo darà (cf. Gv Jn 16,14): prenderà della vittoria di Cristo sul peccato e su Satana, suo primo artefice, per farne parte a chiunque viene tentato, egli che condusse il Messia nel deserto non solo “per essere tentato”, ma anche perché desse la prima prova della sua potenza vittoriosa sul diavolo e sul suo regno.
Ai fedeli di lingua francese
Ad un gruppo di fedeli provenienti da Quezon City
Ad un gruppo di pellegrini giapponesi
Sia lodato Gesù Cristo!
Dilettissimi pellegrini venuti da Tokyo e da Kyoto: auspico che il frutto del vostro pellegrinaggio alle tombe degli Apostoli sia come l’evangelico “granello di senape” che porti frutti di grazia per la Chiesa in Giappone, sotto la guida della Madonna. Con questo augurio vi imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica. Sia lodato Gesù Cristo!
Ai fedeli di espressione tedesca
Ai pellegrini della Spagna e dell’America Latina
Ai fedeli di espressione portoghese
Ai connazionali polacchi
Ai partecipanti al corso estivo di lingua latina in svolgimento a Roma
Ad alcuni gruppi italiani
Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai membri della “Federazione Lasalliana d’Italia” riuniti in congresso nazionale e impegnati nelle varie Associazioni di carattere spirituale, culturale, caritativo, sportivo, che operano nell’ambito della grande Famiglia Lasalliana. Auguro a voi tutti di crescere sempre più nella vostra generosa testimonianza di fede e di vita cristiana.
Sentite felicitazioni intendo esprimere al gruppo di Missionari Comboniani, che celebrano quest’anno il 50° anniversario di ordinazione presbiterale. Mi unisco, carissimi Fratelli, alla vostra gioia, al vostro “grazie” a Cristo per avervi resi partecipi del suo sacerdozio. Vi auguro un ancor lungo e fecondo ministero di evangelizzazione per le strade del mondo.
Un cordiale saluto anche ai Componenti del “Corpo Musicale Arcisate”, accompagnati dal Sindaco, dalla Giunta Comunale, da parenti ed amici. Vi esorto ad essere sempre lieti nel Signore e di trasmettere agli altri, con la vostra vita e con la vostra musica, tanta gioia spirituale.
Un pensiero di saluto di augurio anche ai giovani provenienti dal raduno del “Campo Chianti” di Castellina in Chianti, nell’ambito degli scambi giovanili dei “Lions Clubs International”.
Ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli
Saluto ora i giovani, i malati e le coppie degli sposi novelli. Su ciascuno di voi, carissimi, invoco la ricchezza di grazia e di luce, che irradia dal Salvatore, affinché siate sempre più in grado di conoscere l suo volere, e la vostra vita sia orientata al bene vero e definitivo: Dio. Fate vostra la preghiera della Vergine Maria: “Accada di me secondo la tua parola”, e certamente vi saranno concesse quelle energie spirituali, che consentono alle vostre persone di essere pienamente disponibili al disegno salvifico divino, sia che vi prepariate alla vita secondo verità e giustizia, sia che portiate il dolore in umile e devota offerta, sia che testimoniate l’infinito e paterno amore di Dio, che ha santificato la reciproca donazione sponsale nel gesto di fede del sacramento nuziale. La mia Benedizione Apostolica vi accompagni sempre.
1. Dopo l’“esperienza del deserto”, Gesù dà inizio alla sua attività messianica tra gli uomini. Luca scrive che “folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire” (Lc 5,15). Si trattava di insegnare e di evangelizzare il regno di Dio, di scegliere e dare la prima formazione agli apostoli, di guarire i malati, e di predicare nelle sinagoghe spostandosi di città in città: un’attività intensa, accompagnata da “prodigi e segni” (Ac 2,22), che scaturiva, nel suo insieme, da quella “unzione” dello Spirito Santo di cui l’evangelista parla sin dall’inizio della vita pubblica. La presenza dello Spirito Santo - come pienezza del Dono - è costante, benché i Vangeli ne facciano menzione soltanto in alcuni punti.
Dovendo evangelizzare gli uomini per disporli alla redenzione, Gesù era stato mandato per vivere in mezzo a loro, e non in un deserto o in altri luoghi solitari. Il suo posto era in mezzo alla gente, come annota Remigio di Auxerre (morto nel 908), citato da san Tommaso. Ma lo stesso Dottore Angelico osserva: “Che Cristo, dopo il digiuno nel deserto, sia ritornato alla vita normale, non è senza motivo. È quanto conviene alla vita di chi si impegna a comunicare agli altri il frutto della sua contemplazione, impegno che Cristo si era assunto: cioè dedicarsi prima all’orazione e poi discendere sul piano pubblico dell’azione vivendo in mezzo agli altri” (Summa theologiae, III, q. 40, a. 2, ad 2).
2. Pur immerso tra la folla, Gesù resta profondamente dedito alla preghiera. Luca ci informa che egli “si ritirava in luoghi solitari a pregare” (Lc 5,16). Era la traduzione in atti eminentemente religiosi della condizione di permanente dialogo col Padre in cui egli viveva. I suoi “tempi di orazione” duravano a volte tutta la notte (Lc 6,12). Alcuni di questi momenti sono messi in particolare rilievo dagli evangelisti: così la preghiera che ha preceduto la trasfigurazione sul Tabor (Lc 9,29); e quella durante l’agonia del Getsemani, dove l’avvicinamento e l’unione filiale al Padre nello Spirito Santo raggiungono un’espressione sublime in quelle parole: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36).
3. Vi è un caso in cui l’evangelista attribuisce esplicitamente allo Spirito Santo la preghiera di Gesù, non senza lasciar trapelare lo stato abituale di contemplazione da cui essa sgorgava. È quando nel viaggio verso Gerusalemme si intrattiene con i discepoli, tra i quali ne ha scelto 72 per mandarli a evangelizzare la gente dei luoghi dove sta per recarsi (cf. Lc Lc 10), dopo averli opportunamente istruiti. Al ritorno da quella missione, i 72 narrano a Gesù ciò che hanno compiuto, compresa la “sottomissione” dei demoni nel suo nome. E Gesù, dopo aver loro notificato di aver visto “Satana cadere dal cielo come la folgore”, esultò nello Spirito Santo e disse: “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto”.
“Gesù - ho annotato nell’enciclica Dominum et vivificantem - esulta per la paternità divina; esulta perché gli è dato di rivelare questa paternità; esulta, infine, quasi per una speciale irradiazione di questa paternità divina sui “piccoli”. E l’evangelista qualifica tutto questo come “esultanza nello Spirito Santo” . . . Ciò che durante la teofania del Giordano è venuto, per così dire, “dall’esterno”, dall’alto, qui proviene “dall’interno”, cioè dal profondo di ciò che è Gesù. È un’altra rivelazione del Padre e del Figlio, uniti nello Spirito Santo. Gesù parla solo della paternità di Dio e della propria figliolanza; non parla direttamente dello Spirito che è amore e, per questo, unione del Padre e del Figlio. Nondimeno, quello che dice del Padre e di sé-Figlio scaturisce da quella pienezza dello Spirito che è in lui e che si rivela nel suo cuore, pervade il suo stesso “io”, ispira e vivifica dal profondo la sua azione. Di qui quell’“esultare nello Spirito Santo”” (Dominum et vivificantem DEV 20-21).
4. Questo testo di Luca, accanto a quello di Giovanni che riporta il discorso d’addio nel cenacolo (cf. Gv Jn 13-141), è particolarmente significativo ed eloquente circa la rivelazione dello Spirito Santo nella missione messianica di Cristo.
Nella sinagoga di Nazaret Gesù aveva applicato a se stesso la profezia isaiana che inizia con le parole: “Lo Spirito del Signore è sopra di me” (Lc 4,18). Quell’“essere su di lui dello Spirito” si estendeva a tutto ciò che egli “faceva e insegnava” (Ac 1,1). Infatti, scrive Luca, egli “tornò (dal deserto) in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi”. Quell’insegnamento destava interesse e stupore: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca” (Lc 4,14-15 Lc 4,22). Lo stesso viene detto dei miracoli e del singolare potere di attrazione della sua personalità: tutta la folla di coloro “che erano venuti (da ogni dove) per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie . . . cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti” (Lc 6,17-19). Come non riconoscere in ciò anche una manifestazione della forza dello Spirito Santo, donato in pienezza a lui come uomo, per animarne parole e gesti?
E il dono dello Spirito Gesù insegna a chiedere al Padre nella preghiera, con la fiducia di poterlo ottenere: “Se voi . . . sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono” (Lc 11,13). E quando predice ai suoi discepoli che li attende la persecuzione, con imprigionamenti e interrogatori, aggiunge: “Non preoccupatevi di ciò che dovrete dire, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: poiché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo” (Mc 13,11). “Lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire” (Lc 12,12).
5. I Vangeli sinottici riportano un’altra affermazione di Gesù nelle sue istruzioni ai discepoli, che non può non impressionare. Riguarda la “bestemmia contro lo Spirito Santo”. Egli dice: “Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo gli sarà perdonato, ma chi bestemmierà lo Spirito Santo non gli sarà perdonato” (Lc 12,10 cf. Mt Mt 12,32 Mc 3,29). Queste parole creano un problema di vastità teologica ed etica maggiore di quanto si possa pensare, stando alla superficie del testo. “La “bestemmia” (di cui si tratta) non consiste propriamente nell’offendere con le parole lo Spirito Santo; consiste, invece, nel rifiuto di accettare la salvezza che Dio offre all’uomo mediante lo Spirito Santo, e che opera in virtù del sacrificio della croce . . . Se la bestemmia contro lo Spirito Santo non può essere rimessa né in questa vita né in quella futura, è perché questa “non-remissione” è legata, come a sua causa, alla “non-penitenza”, cioè al radicale rifiuto di convertirsi . . . Ora la bestemmia contro lo Spirito Santo è il peccato commesso dall’uomo, che rivendica un suo presunto “diritto” di perseverare nel male - in qualsiasi peccato - e rifiuta così la redenzione . . . (Esso) non permette all’uomo di uscire dalla sua autoprigionia e di aprirsi alle fonti divine della purificazione delle coscienze e della remissione dei peccati” (Dominum et vivificantem DEV 46). È l’esatto rovesciamento della condizione di docilità e di comunione col Padre, in cui vive Gesù orante e operante, e che egli insegna e raccomanda all’uomo come atteggiamento interiore e come principio di azione.
6. Nell’insieme della predicazione e dell’azione di Gesù Cristo, che scaturisce dalla sua unione con lo Spirito Santo-Amore, è contenuta un’immensa ricchezza del cuore: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore - egli esorta - e troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11,29), ma è presente, nello stesso tempo, tutta la fermezza della verità sul regno di Dio, e quindi l’insistente invito ad aprire il cuore, sotto l’azione dello Spirito Santo, per esservi ammessi e non esserne esclusi.
In tutto ciò si rivela la “potenza dello Spirito Santo” e anzi si manifesta lo Spirito Santo stesso con la sua presenza e la sua azione di Paraclito, confortatore dell’uomo, confermatore della verità divina, debellatore del “padrone di questo mondo”.
Ai fedeli polacchi
Ai fedeli di lingua francese
Ai pellegrini di espressione inglese
Ad alcuni visitatori provenienti dal Giappone
Sia lodato Gesù Cristo!
Carissimi pellegrini guidati da Sua Eccellenza Monsignor Ishigami, gruppo di Rissho-koseikai (buddista) e gruppo Konko (buddista), desidero profondamente che il vostro viaggio in Europa contribuisca al dialogo ecumenico e così diventi un contributo al vostro paese e al mondo intero. Con questo auspicio vi benedico di cuore. Sia lodato Gesù Cristo.
Ai fedeli di espressione tedesca
Ai pellegrini giunti dall’America Latina e dalla Spagna
Ai numerosi pellegrini giunti dal Brasile
Ad alcuni gruppi italiani
Saluto cordialmente i pellegrini e i gruppi di lingua italiana e in special modo i partecipanti al Corso di Pastorale Vocazionale, organizzato dal “Centro di Spiritualità Rogate”, sul tema: “Catechesi e vocazioni nella nuova evangelizzazione”. Vi auguro di vivere questi giorni in maniera intensa la fraterna comunione ecclesiale e di confermarvi sempre più nell’impegno delle vostre energie per la promozione delle vocazioni sacerdotali e religiose.
Un pensiero augurale anche ai partecipanti al “Festival della Collina” - promosso dall’Ente Provinciale per il Turismo e dall’Amministrazione Provinciale di Latina -, che raccoglie numerosi gruppi provenienti da varie nazioni: formo voti che tale incontro di diverse culture e tradizioni unisca e rafforzi la comprensione e la solidarietà reciproca, che sono alla base della giustizia e della pace fra i popoli.
Ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli
Saluto ora i Giovani, gli Ammalati e gli Sposi Novelli, presenti a questa Udienza. Rivolgo a tutti un invito a considerare la memoria che la Chiesa farà domani dei Santi Gioacchino ed Anna, genitori della Vergine Maria. Questa ricorrenza ci presenta quell’esemplare famiglia, in cui Dio ha preparato la nascita della Madre del Verbo incarnato. Sia questo argomento per voi giovani spunto di propositi importanti circa il progetto di vita che volete realizzare, specialmente quando pensate alla famiglia che dovrete formare. Invito, altresì, gli ammalati alla preghiera ed alla fiducia, nella consapevolezza che anche la sofferenza suscita valori forti in seno alle comunità che si amano. Rivolgo a tutti gli sposi novelli l’augurio che la loro famiglia sia luogo di santificazione, di preghiera, di intensa fede, così come lo fu la famiglia in cui nacque la Madre del Redentore. A tutti la mia Benedizione Apostolica.
Appello in favore della popolazione della Liberia
Durante l’udienza generale il Santo Padre rivolge un appello in favore delle popolazioni della Liberia, provate dal lungo e sanguinoso conflitto che ha ora il suo epicentro nella capitale Monrovia. Queste sono le parole pronunciate da Giovanni Paolo II.
Domani, 26 luglio, ricorre il giorno della Festa Nazionale della Liberia. Purtroppo non potranno certamente esservi celebrazioni per tale ricorrenza. Come saprete, un’aspra guerra civile è scoppiata fin dal dicembre dell’anno scorso, portando lutti e distruzioni al Paese. La capitale Monrovia, che era stretta d’assedio dall’inizio di questo mese, è ora centro di sanguinosi scontri; possiamo immaginare le sofferenze della popolazione, sotto il terrore dei combattimenti e bisognosa del necessario per sopravvivere.
Vorrei chiedervi di unirvi alla mia preghiera per implorare dal Signore che ritorni la pace in questa cara Nazione africana e vengano alleviate le tribolazioni dei suoi cittadini. Chiediamo a Dio di illuminare le menti di coloro che hanno in mano le sorti del Paese perché, unicamente solleciti del vero bene dei loro connazionali, facciano prevalere la forza del dialogo su quella delle armi.
Che il Signore sostenga i validi sforzi di quella Chiesa locale, delle Organizzazioni internazionali e di quanti si adoperano per aiutare a risolvere il conflitto e assistere la popolazione tanto provata! Che la Vergine Santa avvalori con la sua intercessione la nostra preghiera!
Agosto 1990
Udienze generali 1990 - Mercoledì, 4 luglio 1990