GPII 1983 Insegnamenti - A pellegrini di Seregno - Città del Vaticano (Roma)

A pellegrini di Seregno - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Sforzatevi di entrare in comunione sempre più intima con Cristo

Carissimi fratelli e sorelle di Seregno.

La vostra visita suscita nel mio spirito grande letizia! Vi saluto tutti con viva cordialità, rivolgendo uno speciale pensiero al vostro zelante Prevosto, Monsignor Luigi Gandini.

Quando, il 21 maggio scorso, fui tra voi a Seregno, vi diedi due consegne. La prima riguardava l'Anno Santo: vi dissi di vivere questo periodo di grazia con intensità, per dare un orientamento sempre più cristiano alla vostra vita, tenendo nella loro giusta prospettiva quei valori assoluti che possono, essi soli, dare un significato profondo e uno scopo meritorio alla vostra vita. La seconda consegna riguardava la famiglia: vi chiesi di viverla come luogo dove i valori cristiani vengono promossi e dove il Vangelo e i Sacramenti vengono vissuti e approfonditi.

Carissimi seregnesi! Oggi nel compiacermi per questo vostro numeroso pellegrinaggio, vi rinnovo la medesima esortazione, confidando nel vostro generoso impegno di entrare profondamente in quel grande flusso di grazia che è l'Anno Giubilare per l'intera Chiesa, soprattutto mediante il Sacramento della Penitenza e quello dell'Eucaristia.

Sforzatevi di entrare in comunione sempre più intima con Cristo, passando per mezzo suo all'intimità di vita e di grazia con il Padre: Gesù infatti è la porta. "Io sono la porta - egli ha detto -; se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo... Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Jn 10,7-10). Questo significa il Giubileo. Questo significa l'acquisto dell'Indulgenza. Con essa ciascuno fa propria, in forma straordinaria, quell'ordinaria ricchezza della Redenzione, di cui vive la Chiesa.

L'Anno Santo deve lasciare un'impronta incancellabile nel vostro cuore, portandovi ad un sincero rinnovamento di vita. La mia benedizione apostolica vi accompagni sempre e vi renda capaci di fare della vostra famiglia e della vostra parrocchia il luogo della carità autentica e di crescita cristiana.

Data: 1983-10-29 Data estesa: Sabato 29 Ottobre 1983

All'arcidiocesi di Chieti a Vasto - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Siate sempre più fermento di riconciliazione e di concordia

Venerato Arcivescovo di Chieti e Vasto, carissimi fratelli e sorelle.


1. Pochi mesi fa, mi trovavo in visita pastorale alla bella terra dell'Abruzzo, accolto dalla vostra cordiale ospitalità, per celebrare tra i lavoratori il loro patrono, san Giuseppe. Ed ecco che in voi, quale eletta rappresentanza di quella cara terra, mi vedo restituita la visita: in voi che - come ha detto il vostro Arcivescovo - siete venuti presso la tomba del Principe degli Apostoli per implorare perdono e riconciliazione in questo Anno Santo della Redenzione.

Vi saluto tutti di gran cuore, compiacendomi per tale vostro gesto di devota adesione all'appello dell'Anno Santo, che mi induce a meditare brevemente con voi sul significato di questo grande evento dell'Anno Giubilare della Redenzione, nella certezza di venire così incontro alle vostre filiali attese.


2. Prendendo spunto dalla prova di comunione ecclesiale che voi oggi date, desidero esortarvi a proseguire con coraggio e speranza nel cammino intrapreso.

Tornando alle vostre terre, il vostro impegno cristiano possa essere sempre più - come dicevo nella mia "Preghiera per l'Anno Santo" del 25 marzo scorso - "un appello al mondo contemporaneo, che vede la giustizia e la pace sull'orizzonte dei suoi desideri, e tuttavia, concedendo sempre maggiore spazio al peccato, vive, giorno per giorno, in mezzo a crescenti tensioni e minacce, e sembra avviarsi verso una direzione pericolosa per tutti".

Possa questo appello, per effetto della grazia del Redentore operante nei vostri cuori, dare anch'esso un valido contributo nel "cambiare la direzione delle crescenti minacce e sventure nel mondo contemporaneo!". Possiate anche voi, come tante comunità cristiane sparse nel mondo, essere sempre più fermento evangelico di riconciliazione e di concordia, anche per gli uomini lontani dalla Chiesa! Il messaggio dell'amore cristiano, lanciato da una sia pur piccola comunità, possiede una straordinaria forza effusiva, grazie alla potenza dello Spirito Santo che la anima: una forza capace di estendersi fino agli estremi confini della terra. così è sempre avvenuto e così deve avvenire anche oggi.

La testimonianza dell'amore evangelico e crocifisso è il mezzo più efficace per l'affermazione della vera pace, che è innanzitutto quella delle coscienze liberate dal peccato, e fondata sull'ordine stabilito da Dio: quella pace interiore, della quale la giustizia e la tranquillità sociale non sono che le conseguenze e i segni esterni.


3. Per questi motivi, il mio caldo invito, fratelli carissimi, vuol essere quello di proseguire nella vostra testimonianza cristiana con questo preciso senso di responsabilità: l'esiguità del vostro numero di fronte all'immensità di quanti non conoscono Cristo o lo hanno abbandonato, non deve ritrarvi dal pensare che voi possiate, per questa umanità, essere un segno di speranza, purché proseguiate, con decisione, nell'impegno cristiano che giorno per giorno vi attende. Il resto lo farà il Signore che, come sappiamo, è onnipotente e "vuole che tutti gli uomini siano salvi e arrivino alla conoscenza della verità" (1Tm 2,4).

Con questo intento e questo auspicio, la mia affettuosa benedizione vuol andare a tutte le categorie del popolo di Dio qui presenti: ai sacerdoti, affinché più che mai si dedichino al loro insostituibile ufficio di ministri della riconciliazione e del perdono. Ai cari seminaristi, perché a ciò si preparino con coscienza e impegno. Ai religiosi e religiose, perché con la loro testimonianza di vita siano viva immagine del Signore crocifisso e risorto, annunciatori del perdono e della penitenza; perché essi per primi perdonati e penitenti. Agli operai, ai lavoratori tutti, perché non abbandonino la speranza, fondata in Cristo, nella costruzione di un mondo più giusto e rispettoso della dignità umana.

Agli amministratori, a coloro che sono rivestiti di pubbliche responsabilità, perché non desistano dalla ricerca di tutto ciò che può concorrere alla pace fondata su quella giustizia della quale solo il Vangelo possiede il segreto e i veri principi. Ai fanciulli e ai ragazzi, perché imparino nella scuola stessa della famiglia il valore inestimabile della fede cristiana. Ai giovani, perché sappiano prendere in mano la propria vita illuminati dalla luce di Cristo e con quei fermi e incrollabili propositi di generosità e di amore fraterno che solo il Vangelo sa ispirare. Ai malati, perché non dimentichino mai l'importanza decisiva che ha l'offerta al Padre, in Cristo, della loro sofferenza per la remissione dei peccati del mondo, l'allontanamento dei castighi e il conseguimento della divina misericordia.


4. Voglio benedire, infine, l'intera comunità diocesana di Chieti e Vasto, con a capo il suo zelante Pastore; voglio benedire le sue iniziative tese a una crescita cristiana nella concorde partecipazione di tutte le sue componenti, in special modo le iniziative che si riferiscono ad una fruttuosa accoglienza della grazia del presente Anno Santo, nonché il programmato Congresso eucaristico diocesano e la celebrazione del XXV anniversario dell'affidamento dell'Italia al Cuore Immacolato di Maria. Tutto possa essere sostenuto e vivificato dall'afflato dello Spirito Santo, così da essere, oltre che motivo di ulteriore santificazione per i credenti, anche un segno efficace di credibilità per i dubbiosi, per i lontani, per i non-credenti.

La Vergine santissima, misticamente presente in modo speciale nei vostri santuari mariani, accompagni maternamente il vostro cammino penitenziale e di conversione, sostenendo e illuminando la vostra buona volontà, così che il vostro esempio possa attrarre molti altri fratelli a compiere il cammino che voi già compite. La Madre del Signore, per la sua potente intercessione, vi sostenga nell'adempimento dei vostri propositi, per il bene della vostra diocesi e per la salvezza del mondo.

Data: 1983-10-29 Data estesa: Sabato 29 Ottobre 1983

All'arcidiocesi di Bologna - Città del Vaticano (Roma)

Titolo: La riconciliazione con Dio via per la pace tra gli uomini

Carissimi fratelli e sorelle.


1. Sono lieto di dare il benvenuto a voi, pellegrini dell'arcidiocesi di Bologna, accorsi così numerosi qui a Roma a celebrare, accanto al sepolcro del Principe degli Apostoli, l'Anno Santo della Redenzione, per attingere alle fonti purificatrici della grazia e tornare alle vostre famiglie, nel campo del vostro lavoro quotidiano interiormente rinnovati.

So che qui vi ha portati anche il desiderio di restituire, con affetto sincero, la visita che io ho compiuto nella vostra città il 18 aprile dell'anno scorso. E di questo premuroso pensiero vi ringrazio di cuore. Saluto con particolare affetto Monsignor Enrico Manfredini, che da pochi mesi ha assunto la guida della vostra importante arcidiocesi, e, mentre lo ringrazio sentitamente per le parole a me rivolte, gli porgo l'augurio di un governo pastorale ricco di frutti evangelici e di spirituali consolazioni.

Intendo salutare con viva cordialità tutti voi qui presenti e ciascuno in particolare: sacerdoti, religiosi, religiose, laici, bambini, ammalati. Portate il mio saluto a quanti, pur vivamente desiderandolo, non hanno potuto associarsi alla gioia del vostro pellegrinaggio romano.


2. Siete qui, come tanti gruppi provenienti da ogni parte del mondo, a celebrare l'Anno Santo della Redenzione, per raggiungere quegli scopi che la Chiesa, prendendone l'iniziativa, ha chiaramente e per tempo indicato alla comunità cristiana.

Auguro anche a voi che questo Giubileo straordinario, proclamato in occasione del 1950° anniversario della Redenzione, sia, come ho scritto nella Bolla d'indizione, "un Anno veramente santo", "un tempo di grazia e di salvezza" ("Aperite portas Redemptori", 2). Lo sarà se ciascuno di voi, riscoprendo tutte le ricchezze insite nella salvezza comunicata dal Battesimo, farà si che la grazia della Redenzione diventi vita quotidianamente vissuta.

Il Giubileo, che chiamiamo straordinario per la peculiarità della celebrazione, deve diventare esperienza esistenziale del vivere ordinario del cristiano, inserito nella vita e nell'attività della Chiesa dispensatrice della grazia divina. Questo Anno Santo intende essere un momento significante nel processo di costruzione della comunità ecclesiale e insieme un efficace impulso per l'animazione cristiana della società.


3. Esso si pone anche come l'Anno della Riconciliazione, non solo perché senza di questa non è pensabile il dono della santità, ma anche perché il mondo contemporaneo ha più che mai bisogno di riconciliazione.

Voi sapete che la sesta assemblea generale del Sinodo dei Vescovi, appena conclusa, ha trattato, dopo tre anni d'intensa preparazione, il tema specifico della "riconciliazione e della missione della Chiesa". Giubileo e Sinodo vengono, così, ad intrecciarsi e a integrarsi a vicenda, in prospettiva di futuro.

La riconciliazione con Dio, mentre restituisce all'uomo l'intima unità rotta col gran male del peccato, elimina nello stesso tempo le barriere erette in mezzo alla comunità degli uomini. In tal modo, le finalità eminentemente spirituali del Giubileo e del Sinodo episcopale, in questo periodo particolarmente drammatico dell'umanità, pieno di divisioni ideologiche, di tensioni, di guerre locali, tra oscure prospettive di un non ipotetico pericolo di distruzione totale, diventano contributo concreto alla pace e fondamento di una più vera e più larga fraternità.

L'orizzonte della società internazionale sarà ancora caratterizzato dai bagliori rossi del sangue, e gli uomini si sentiranno sempre avversari, se non arriveranno a riconoscere e a vivere il dono immenso e ineffabile dell'amore del Padre comune.

La riconciliazione con Dio si rivela come il cemento più solido per la riconciliazione tra gli uomini.


4. La riconciliazione suppone, pero, sincera conversione e penitenza, cambiamento di mente e di cuore, senso del peccato, accettazione della verità di Dio, adozione dei parametri evangelici nella valutazione delle cose, della società, dell'uomo.

Come non ricordare l'affermazione del mio venerato predecessore Pio XII, secondo cui il peccato più grande della società di oggi consiste nella perdita del senso del peccato? La caduta del senso del peccato è strettamente connessa con la caduta del senso di Dio. E con la caduta del senso di Dio perde terreno il rispetto per la dignità dell'uomo.

La finalità di questo Anno Santo, la riscoperta cioè di tutte le ricchezze insite nella salvezza comunicata dal Vangelo, per vivere quotidianamente la grazia della Redenzione, raggiunge alle loro radici i mali del mondo contemporaneo, mettendo in condizione di superarne con gioia le negative sollecitazioni.

E io mi auguro che ciascuno di voi, rientrando nella propria casa e nel proprio ambiente, porti con sé l'invito della Chiesa ad essere testimone del Dio vivente, che è anche il Dio della salvezza e dell'Amore. Nella luce di questa speranza vi imparto con affetto la mia benedizione apostolica, che volentieri estendo a tutti i vostri cari.

Data: 1983-10-29 Data estesa: Sabato 29 Ottobre 1983

A conclusione del Sinodo dei Vescovi- Città del Vaticano (Roma)

Titolo: Giustizia e pace nel richiamo evangelico alla conversione

Venerati fratelli.


1. "Misericordias Domini in aeternum cantabo" (Ps 89,2).

Al termine di questo Sinodo che ci ha visti raccolti a riflettere su "riconciliazione e penitenza nella missione della Chiesa", il sentimento che sale spontaneamente dai nostri cuori non può essere che di lode e di riconoscenza alla infinità bontà del Signore "che rivela la sua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono" (cfr. Colletta della domenica XXVI per annum).

E' un sentimento che esprimiamo con animo profondamente consapevole delle nostre personali debolezze, oltre che di quelle dei fedeli affidati alle nostre cure pastorali. Forse non andiamo lontano dal vero se vediamo nelle stesse difficoltà e tensioni emerse nel corso delle discussioni, la manifestazione di ciò che deve essere riconciliato e guarito nel Corpo ecclesiale, mediante la penitenza per i propri peccati e per quelli di tutti gli uomini. Perché i Pastori portano le sofferenze e le ferite del loro gregge, anche senza rendersene conto: la grazia del Sinodo è di poter dare un nome a queste sofferenze e ferite, per riceverne guarigione e salvezza, per farne penitenza mediante la grazia della riconciliazione. Nelle loro discussioni, i Padri sinodali hanno vissuto quel che deve costituire oggetto di penitenza, ciò di cui è necessario ottenere da Dio il perdono.

Motivata da tale consapevolezza, più di una volta durante le sessioni del Sinodo, è ritornata l'idea di manifestare esternamente mediante un atto comunitario di penitenza, ciò che ha costituito il tema dei nostri lavori nel corso delle settimane passate. Un tale atto penitenziale si è avuto nella Via Crucis alla conclusione del Sinodo. Mediante la meditazione della Passione di Cristo ci siamo inseriti nella corrente dell'Anno della Redenzione, che si va manifestando nelle singole Chiese. In Roma ci incontriamo con essa nelle parrocchie, nelle singole Basiliche della città, e in particolare in San Pietro.

Ringrazio tutti i fratelli nell'Episcopato che, insieme con me, hanno aperto il Giubileo della Redenzione del 25 marzo e che nelle loro diocesi presiedono alla sua realizzazione. Ringrazio pure coloro che vengono in questo Anno a Roma. Il numero dei pellegrini, in particolare nel corso degli ultimi mesi, è notevolmente aumentato. E' consolante pure il fatto che molte persone si accostano al sacramento della Penitenza. Ci adoperiamo anche perché il numero dei confessori sia sufficiente.

L'idea del Giubileo straordinario in relazione con il 1950° anniversario della Redenzione è nata relativamente tardi. Il primo annunzio è stato pubblicato solo nel novembre dell'anno scorso, durante la riunione plenaria dei Cardinali.

Nonostante i preparativi abbastanza modesti l'iniziativa ha trovato - come sembra - una viva risonanza. Sembra che essa corrisponda ad un bisogno, ampiamente sentito. Questo bisogno si concreta attorno al Mistero della Redenzione come sorgente della riconciliazione e della penitenza nella Chiesa e nel mondo contemporaneo. E certamente si rispecchia in essa l'inquietudine che accompagna l'uomo del secondo millennio che sta per terminare.


2. L'idea dell'Anno della Redenzione è posteriore alla decisione di convocare il Sinodo sul tema: "Riconciliazione e penitenza nella missione della Chiesa". In pari tempo è difficile non osservare che queste due iniziative si completano vicendevolmente in modo particolare. L'incontro di esse deve essere riconosciuto come una circostanza provvidenziale. In questo modo il Sinodo scaturisce in un certo senso da ciò di cui, nell'Anno della Redenzione, cerca di vivere la Chiesa, e al tempo stesso il Giubileo straordinario trova nei lavori del Sinodo un particolare approfondimento teologico e pastorale.

Desidero ringraziare per questo, in modo particolare, la Provvidenza divina. Nello stesso tempo voglio ringraziare voi, cari fratelli e tutto l'Episcopato della Chiesa. L'ho fatto già nel giorno dell'inaugurazione del Sinodo; oggi ancora una volta lo ripeto, al momento della sua chiusura. Ringrazio perché i nostri pensieri e le nostre sollecitudini si sono concentrati attorno ad una grande causa: "riconciliazione e penitenza". Da parte mia ho sentito un bisogno profondo di affrontare questo problema, del tutto vitale per la stessa esistenza cristiana. Ciò ho pure manifestato in particolare nell'enciclica "Dives in Misericordia", i cui brani salienti sono dedicati al problema della "metanoia", cioè della penitenza come conversione, anzi conversione continua a Dio. La riconciliazione è frutto di questa conversione: sia la riconciliazione con Dio che la riconciliazione con gli uomini in quanto fratelli.

In questo modo la penitenza ("metanoia") e la riconciliazione si rivelano come una dimensione - anzi la dimensione fondamentale - dell'intera esistenza cristiana. Il Sinodo su "riconciliazione e penitenza" ha quindi un'importanza, prima di tutto, esistenziale. In esso tocchiamo, in un certo senso, le radici dell'essere cristiano nel mondo contemporaneo. Da questo punto di vista deve essere motivo di inquietudine la crisi della penitenza nelle diverse sue forme. Si tratta qui anche della penitenza come determinato complesso di comportamenti sintomatici in tutta la tradizione del Popolo di Dio, sia nell'antica sia nella nuova alleanza.

Il trinomio "digiuno-elemosina-preghiera" - assieme ad altre forme quotidiane di penitenza, imposte dalla vita o scelte volontariamente - questo trinomio esprime non solo alcune azioni (opere di penitenza), ma testimonia anche un vitale riferimento a Dio nel modo stesso dell'esistenza dell'uomo credente. Un riferimento imbevuto di "metanoia". La conversione a Dio, il rivolgersi a lui, si manifesta non solo mediante la preghiera, ma anche mediante il "distogliersi" e lo "staccarsi" dalle creature (digiuno), specie in quanto esse impediscono l'unione con Dio. E parallelamente a ciò segue l'apertura dell'uomo verso gli altri (elemosina).

La nostra inquietudine pastorale riguarda gli stessi atteggiamenti interiori che si notano tra i cristiani, specie in alcune cerchie, ambienti e società. Manca in essi la dimensione della penitenza. La prassi del sacramento della Penitenza non è un problema staccato. Esso trova le sue radici - oppure non le trova - proprio in questo modo fondamentale dell'esistenza dell'uomo, quando giunge a lui la chiamata di Cristo echeggiante fin dalle prime parole del Vangelo: "Convertitevi-poenitemini".

Vi è la preoccupazione che, cedendo alla corrente dei cambiamenti, ci si abbia a staccare da quell'atteggiamento di penitenza, e anche da quella prassi "penitenziale" della vita cristiana, un tempo dettagliatamente definiti, senza riuscire ad introdurre al suo posto una prassi nuova più rispondente ai bisogni e alle possibilità della nostra epoca, e insieme abbastanza espressiva ed energica.

In altre parole: vi e la preoccupazione che in questo campo, così fondamentale per l'intera esistenza cristiana, la "metanoia-penitenza", non si rischi di arrivare a un vuoto "sui generis", a una mancanza. Questa mancanza, se dovesse veramente imporsi, riguarderebbe l'integrale "mistero" della vita cristiana e in seguito si manifesterebbe nel modo di trattare la vita sacramentale, in particolare i sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia. Già nell'enciclica "Redemptor Hominis" ho cercato di richiamare l'attenzione su questo punto.


3. Questa è precisamente la sollecitudine - ritengo la nostra comune sollecitudine - che ha trovato la sua manifestazione nel Sinodo dei Vescovi 1983. Di pari passo con questa, appare la seconda sollecitudine legata al molteplice significato dell'espressione "riconciliazione" non solo nel linguaggio religioso della Bibbia, ma anche nella terminologia laica.

Ci siamo trovati qui nell'ambito di quei cerchi di dialogo, dei quali già durante il Concilio scriveva Paolo VI ("Ecclesiam suam"): dialogo nell'ambito del cristianesimo (ecumenismo); dialogo nell'ambito delle religioni non-cristiane; dialogo con "il mondo". Paolo VI ha abbracciato tutti questi cerchi del dialogo col suo concetto di "dialogo della salvezza", e lo ha iscritto nell'ambito della missione della Chiesa e dell'evangelizzazione ("Evangelii Nuntiandi"). Ponendosi il problema della riconciliazione e della penitenza, il Sinodo l'ha affrontato sul terreno della missione propriamente detta della Chiesa e dell'evangelizzazione propriamente detta. Sia l'ecumenismo come pure la ricerca delle vie dell'avvicinamento alle religioni noncristiane si sono trovati nell'ambito del tema sulla riconciliazione e sulla penitenza.

Per quanto riguarda il mondo contemporaneo, siamo testimoni dei contrasti in esso crescenti e dei conflitti minacciosi su diversa scala. Essi gridano a gran voce in favore della riconciliazione - a grande voce perché sempre più limpida diventa l'eloquenza dei disastri e dei cataclismi con i quali questi contrasti crescenti minacciano l'umanità.

Nei vostri interventi avete espresso una viva preoccupazione per la pace nel mondo. La situazione internazionale è molto tesa e io pure sono profondamente preoccupato. La Chiesa deve adoperarsi con ogni mezzo a sua disposizione per scongiurare i pericoli che minacciano la sicurezza del mondo e sollecitare i responsabili delle Nazioni a indirizzarsi risolutamente nelle direzioni che portano ad una pace garantita e stabile.

Giovedi scorso ho diretto un messaggio personale ai Presidenti degli Stati Uniti e del Soviet Supremo dell'Unione Sovietica, chiedendo loro di non voler desistere dal negoziato, come unico mezzo per comporre le differenze o i conflitti d'interesse e porre fine alla corsa agli armamenti, che tiene tanto in apprensione l'umanità contemporanea. La Chiesa ha in questo campo la coscienza acuta e non cessa di annunziare il messaggio della giustizia e della pace a misura dei bisogni e della minaccia del mondo contemporaneo.Lo fanno sia il Vescovo di Roma sia i singoli Vescovi, la Sede Apostolica come pure i singoli Episcopati riconoscendo questo capitolo della loro predicazione e attività come parte dell'evangelizzazione.

Dinanzi al Sinodo questo problema si è presentato ancora in una nuova luce: esso costituisce parte integrante della "riconciliazione e della penitenza", di quel "metanoeite" che è, in un certo senso, la prima parola del Vangelo. Se si può e si deve parlare in senso analogico di peccato sociale, e anche di "peccato strutturale" - giacché il peccato è propriamente un atto della persona - per noi, in quanto Pastori e teologi, nasce il problema seguente: quale penitenza e quale riconciliazione sociale debbano corrispondere a questo peccato "analogico".

Il Sinodo ha solo intrapreso e delineato questo problema in relazione alla chiamata evangelica. Infatti la via per un radicale superamento del peccato - in ogni sua specie, in ogni misura - è quella evangelica, chiamata "metanoia": la via della riconciliazione mediante la penitenza, cioe la conversione.


4. Sembra che tutti e due i problemi delineati costituiscano gli elementi della contemporanea catechesi penitenziale della Chiesa. La catechesi penitenziale è al tempo stesso una preparazione al sacramento della Penitenza. Bisogna che noi, nella Chiesa contemporanea, ci prepariamo al sacramento della penitenza in base alla catechesi della penitenza adeguatamente integrata. Contemporaneamente dobbiamo sempre avere davanti agli occhi il carattere profondamente personale di questo Sacramento, che non esclude in alcun modo la dimensione sociale del peccato e della penitenza.

Dobbiamo pure avere davanti agli occhi la sua posizione centrale nell'intera economia dell'opera di salvezza, il suo particolare legame con il mistero pasquale di Cristo e della Chiesa. Infatti - immediatamente dopo la sua passione e morte, nel giorno stesso della sua risurrezione - in occasione della prima visita agli Apostoli riuniti nel cenacolo, Gesù Cristo pronuncia queste parole: "Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi" (Jn 20,22-23). L'importanza di queste parole e di questo avvenimento è tale da meritare di essere collocata accanto all'importanza della stessa Eucaristia.

Durante il Sinodo abbiamo parlato molto del sacramento della Penitenza nella Chiesa del periodo post-conciliare, alla luce delle disposizioni contenute nell'"Ordo Poenitentiae". Tutte queste voci erano segnate dalla consapevolezza che tocchiamo una questione molto profonda. Non c'è in noi alcun altro desiderio, se non quello di compiere la volontà di nostro Signore, che ci ha trasmesso e affidato in modo particolare questo Sacramento per il bene della Chiesa e per la salvezza dell'uomo. Questo desiderio si è manifestato in tutte le tappe della discussione e infine si è espresso nelle "proposte" del Sinodo.

Il breve tempo a disposizione non consente di soffermarci ulteriormente sulle varie questioni affrontate nell'assemblea sinodale circa "la penitenza e la riconciliazione", sia nell'aspetto dottrinale che nelle applicazioni alle situazioni concrete. Esse troveranno adeguato approfondimento nel documento in cui, con l'aiuto di Dio, sarà accolta la ricchezza di elementi emersi nel Sinodo.


5. L'avvenimento ecclesiale che oggi giunge alla sua fine è stato preparato con una particolare cura per quanto concerne la sua importante tematica. A tutti coloro che vi hanno partecipato in maniera particolarmente attiva desidero esprimere il mio caloroso ringraziamento. Mi è caro, a questo proposito, ricordare esplicitamente i tre Cardinali Presidenti delegati: il Relatore Cardinal Carlo Maria Martini, il Segretario generale Monsignor Jozef Tomko e il Segretario speciale, padre José Saraiva Martins. Il pensiero si allarga ad abbracciare altresi gli Auditores et Auditrices e le varie commissioni, comitati e servizi.

Tutti hanno lavorato con grande impegno, meritandosi plauso e riconoscenza. E riconoscenza va altresi a quanti con la preghiera hanno sostenuto la fatica e l'impegno dei Padri sinodali.

Nella preparazione si è anche accentuata una riflessione sullo stesso Sinodo dei Vescovi come tale, sul modo giusto e possibilmente più pieno del suo funzionamento, sulle possibilità di cambiamenti e di miglioramenti nella sua procedura. Tutti questi problemi sono stati presentati dal Segretario generale del Sinodo nella sua relazione introduttiva. Un passo nuovo fu anche la relazione del Vescovo Javier Lozano Barragan, che ci ha permesso di vedere, nella dimensione dei singoli Paesi nelle varie parti del mondo, ciò che si potrebbe chiamare l'"attuazione" data alla precedente sessione del Sinodo dell'anno 1980 sul tema del matrimonio e della famiglia nella missione della Chiesa.

Da parte mia desidero ringraziare particolarmente per tutte queste iniziative. Il Sinodo dei Vescovi, che la Chiesa ha ereditato dal Concilio Vaticano II, è veramente un grande bene. Ne siamo sempre più convinti. Ogni sessione ci conferma in questo convincimento. Ritengo di esprimere in queste parole il pensiero comune, ma soprattutto desidero manifestare il mio proprio.

Il Sinodo dei Vescovi è una manifestazione particolarmente preziosa della collegialità episcopale della Chiesa, e un suo strumento particolarmente efficace. Forse questo strumento potrà essere ancora migliorato. Forse la collegiale responsabilità pastorale può esprimersi nel Sinodo ancor più pienamente. Nondimeno occorre constatare che, nella forma in cui esiste e opera attualmente (nell'anno del Signore 1983), esso rende alla Chiesa un enorme servizio. Questo servizio è importante dal punto di vista della Chiesa, della sua autorealizzazione. E' importante dal punto di vista del ministero pastorale, del ministero appunto collegiale.

La struttura del Sinodo permette a noi tutti di ottenere, in tempo relativamente breve, un'immagine sintetica e nello stesso tempo sufficientemente differenziata di un determinato problema ("voir"), e tirarne le conclusioni ("juger"), importanti per l'azione della Chiesa ("agir"). Il Sinodo è - si potrebbe dire - un mezzo umile, e al tempo stesso sufficientemente efficace. Se formalmente prevale il carattere consultivo dei suoi lavori, è difficile non scorgere in quale misura queste "consulenze" abbiano contemporaneamente un importante peso ecclesiale. E' quindi ancor più importante che i documenti, che appaiono dopo il Sinodo, riflettano il comune pensiero dell'assemblea sinodale e del Papa che presiede ad essa d'ufficio.

In questo spirito desidero oggi, venerabili e cari fratelli, dire a ciascuno di voi e insieme a tutti, quanto altamente apprezzo la comunione sinodale delle nostre ultime quattro settimane. L'amore della Chiesa esige che questa nostra Madre sia conosciuta sempre meglio, poiché su questa via possiamo servirla in modo sempre più efficace! Da questo punto di vista l'esperienza sinodale, la possibilità di incontro con i Vescovi di tutto il mondo, la possibilità di ascoltare tante enunciazioni competenti, è per me una circostanza particolarmente preziosa e importante. Grazie ad essa posso capire sempre più a fondo la Chiesa che Cristo Signore ha affidato a noi tutti, affidandola agli Apostoli e a Pietro.

L'esperienza lieta e fraterna vissuta in seno a questa comunità sinodale mi porta spontaneamente a un memore pensiero verso alcuni nostri fratelli nell'Episcopato che - malgrado il loro desiderio e l'interessamento della Sede Apostolica - non hanno avuto la possibilità di trovarsi fra noi. L'assenza dei loro rappresentanti ha impedito agli Episcopati di Lituania, di Lettonia e del Laos di avere partecipazione diretta a questo importante avvenimento della Chiesa cattolica. L'Episcopato di Cecoslovacchia, inoltre, ha potuto essere presente con uno soltanto dei due rappresentanti designati. Questa assemblea sinodale è stata così privata dei contributi che sarebbero potuti venire da questi fratelli circa la realtà pastorale dei loro Paesi.


6. La comunità sinodale ha sempre in sé qualche cosa di quella prima riunione degli Apostoli intorno alla Madre di Cristo in attesa della venuta dello Spirito Santo nel giorno della Pentecoste. Che anche questa nostra comunità sinodale, riunita intorno alla "riconciliazione e alla penitenza", segnata dalla canonizzazione di san Leopoldo Mandic, grande servo del confessionale, prepari la Chiesa, per opera della Madre di Cristo, a ricevere lo Spirito Santo: Spirito della conversione e Spirito della pace.

Come gli Apostoli nel cenacolo, così anche noi ci uniamo in fervida preghiera con la Madre di Cristo e Madre della Chiesa. Sentiamo un particolare bisogno della sua intercessione nei riguardi di questi problemi più profondi della dimensione delle coscienze umane e contemporaneamente dei problemi che pesano sull'orizzonte della vita dell'intera famiglia umana come un carico dolente dei nostri tempi.

Soltanto nella Chiesa di Cristo, per intercessione della sua Madre, questo carico può divenire "dolce e leggero". può posarsi sulle spalle dell'uomo, come il peso della salvezza e il segno della speranza.

Data: 1983-10-29 Data estesa: Sabato 29 Ottobre 1983


GPII 1983 Insegnamenti - A pellegrini di Seregno - Città del Vaticano (Roma)