
Udienze generali 1988 - Castel Gandolfo - Mercoledì, 3 agosto 1988
1. Cristo è il salvatore, è venuto infatti nel mondo per liberare, a prezzo del suo sacrificio pasquale, l’uomo dalla schiavitù del peccato. Lo abbiamo visto nella catechesi precedente. Se il concetto di “liberazione” fa riferimento da un lato al male, liberati dal quale troviamo “la salvezza”, dall’altro lato fa riferimento al bene, per il cui conseguimento siamo stati liberati da Cristo, redentore dell’uomo e del mondo con l’uomo e nell’uomo. “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Jn 8,32). Queste parole di Gesù precisano in modo molto conciso il bene, per il quale l’uomo è stato liberato ad opera del Vangelo nell’ambito della redenzione di Cristo. È la libertà nella verità. Essa costituisce il bene essenziale della salvezza, operata da Cristo. Attraverso questo bene il regno di Dio realmente “è vicino” all’uomo e alla sua storia terrena.
2. La liberazione salvifica che Cristo opera nei riguardi dell’uomo contiene in sé, in un certo senso, le due dimensioni: liberazione “dal” (male) e liberazione “per il” (bene), che sono intimamente unite, si condizionano e si integrano reciprocamente.
Tornando ancora al male dal quale Cristo libera l’uomo - cioè al male del peccato - bisogna aggiungere che mediante i “segni” straordinari della sua potenza salvifica (cioè: i miracoli), da lui operati guarendo i malati dalle varie infermità, egli indicava sempre, almeno indirettamente, questa essenziale liberazione, che è la liberazione dal peccato, la sua remissione. Ciò appare chiaramente nella guarigione del paralitico, al quale Gesù, prima disse: “Ti sono rimessi i tuoi peccati”, e solo dopo: “Alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua” (Mc 2,5 Mc 2,11). Compiendo questo miracolo Gesù si rivolse a coloro che lo circondavano (specialmente a coloro che lo tacciavano di bestemmia, poiché solamente Dio può rimettere i peccati): “Perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati” (Mc 2,10).
3. Negli Atti degli Apostoli leggiamo che Gesù “passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” (Ac 10,38). Infatti appare dai Vangeli che Gesù sanava i malati da molte infermità (come per esempio quella donna curva che “non poteva drizzarsi in nessun modo” [cf. Lc Lc 13, 10-16]). Quando gli accadeva di “scacciare gli spiriti cattivi”, se lo accusavano di far questo con l’aiuto del maligno, egli rispondeva dimostrando il non senso di una tale insinuazione e diceva: “Ma se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio” (Mt 12,28 cf. Lc Lc 11,20). Col liberare gli uomini dal male del peccato, Gesù smaschera colui che è il “padre del peccato”. Proprio da lui, dallo spirito maligno, ha inizio “la schiavitù del peccato” nella quale si trovano gli uomini. “In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero” (Jn 8,34-36).
4. Di fronte all’opposizione dei suoi ascoltatori, Gesù aggiungeva: “. . . Da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna” (Jn 8,42-44). È difficile trovare un testo in cui il male del peccato sia mostrato in modo così forte nella sua radice di falsità diabolica.
5. Sentiamo ancora una volta le parole di Gesù: “Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero” (Jn 8,36). “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli: conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Jn 8,31-32). Gesù Cristo venne per liberare l’uomo dal male del peccato. Questo male fondamentale ha il suo inizio nel “padre della menzogna” (come si vede già nel libro della Genesi) (cf. Gen Gn 3,4). Per questo la liberazione dal male del peccato, operata sino alle sue stesse radici, deve essere la liberazione verso la verità e per mezzo della verità. Gesù Cristo rivela questa verità. Egli stesso è “la verità” (Jn 14,6). Questa verità porta con sé la vera libertà. È la libertà dal peccato e dalla menzogna. Coloro che erano “schiavi del peccato” perché si trovavano sotto l’influsso del “padre della menzogna”, vengono liberati mediante la partecipazione alla verità, che è il Cristo - e nella libertà del Figlio di Dio essi stessi raggiungono “la libertà dei figli di Dio” (cf. Rm Rm 8,21). San Paolo può assicurare; “La legge dello Spirito che dà la vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (Rm 8,2).
6. Nella stessa lettera ai Romani l’Apostolo presenta in modo eloquente la decadenza umana, che il peccato porta con sé. Guardando il male morale dei suoi tempi, scrive che gli uomini, avendo dimenticato Dio, “hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa” (Rm 1,21). “Hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del Creatore” (Rm 1,25). “E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balia d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno” (Rm 1,28).
7. In altri passi della sua lettera l’Apostolo passa dalla descrizione esterna all’analisi dell’interno umano, dove si combattono tra loro il bene e il male. “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me” (Rm 7,15-17). “Nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato . . .”. “Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Rm 7,23-25). Da questa analisi paolina risulta che il peccato costituisce una profonda alienazione; in un certo senso “rende estraneo” l’uomo a se stesso nel suo intimo “io”. La liberazione viene con la “grazia e la verità” (cf. Gv Jn 1,17) portata da Cristo.
8. Si vede chiaro in che cosa consiste la liberazione operata da Cristo: verso quale libertà egli ci ha resi liberi. La liberazione operata da Cristo si distingue da quella attesa dai suoi contemporanei in Israele. Infatti ancora prima di andare definitivamente al Padre, Cristo veniva interrogato da coloro che erano i suoi più intimi: “Signore è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele?” (Ac 1,6). E dunque ancora allora - dopo l’esperienza degli eventi pasquali - essi continuavano a pensare alla liberazione in senso politico: sotto questo aspetto veniva atteso il Messia, discendente di Davide.
9. Ma la liberazione operata da Cristo a prezzo della sua passione e morte in croce, ha un significato essenzialmente diverso: è la liberazione da ciò che nel più profondo dell’uomo ostacola il suo rapporto con Dio. A quel livello il peccato significa schiavitù; e Cristo ha vinto il peccato per innestare nuovamente nell’uomo la grazia della divina figliolanza, la grazia liberatrice. “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!»” (Rm 8,15).
Tale liberazione spirituale, cioè “la libertà nello Spirito Santo”, è dunque il frutto della missione salvifica di Cristo: “Dove c’è lo Spirito del Signore ivi è la libertà” (2Co 3,17). In questo senso siamo “stati chiamati alla libertà” (Ga 5,13) in Cristo e per mezzo di Cristo. “La fede che opera per mezzo della carità” (Ga 5,6) è l’espressione di questa libertà.
10. Si tratta della liberazione dell’uomo interiore, della “libertà del cuore”. La liberazione in senso sociale e politico non è la vera opera messianica di Cristo. D’altra parte bisogna constatare che senza la liberazione da lui operata, senza la liberazione dell’uomo dal peccato, e quindi da ogni specie di egoismo, non si può compiere neppure alcuna reale liberazione in senso socio-politico. Nessun cambiamento puramente esteriore delle strutture porta a una vera liberazione della società, sino a quando l’uomo è sottomesso al peccato e alla menzogna, fino a quando dominano le passioni, e con esse lo sfruttamento e le varie forme di oppressione.
11. Anche quella che si potrebbe chiamare liberazione in senso psicologico non si può compiere pienamente, se non con le forze liberatrici che provengono da Cristo. Essa fa parte della sua opera di redenzione. Solamente il Cristo è “la nostra pace” (Ep 2,14). La sua grazia e il suo amore liberano l’uomo dalla paura esistenziale davanti alla mancanza di senso della vita e da quel tormento della coscienza che è il retaggio dell’uomo caduto nella schiavitù del peccato.
12. La liberazione operata da Cristo con la verità del suo Vangelo, e definitivamente con il vangelo della sua croce e risurrezione, conservando il suo carattere soprattutto spirituale ed “interiore”, può estendersi su di un raggio d’azione universale, ed è destinata a tutti gli uomini. Le parole “per grazia infatti siete stati salvati” (Ep 2,5) riguardano tutti. Nello stesso tempo, però, questa liberazione, che è “una grazia”, cioè un dono, non può compiersi senza la partecipazione dell’uomo. L’uomo deve accoglierla con fede, speranza e carità. Deve “attendere alla sua salvezza con timore e tremore” (cf. Fil Ph 2,12). “È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni” (Ph 2,13). Consapevoli di questo dono soprannaturale, noi stessi dobbiamo collaborare con la potenza liberatrice di Dio, che col sacrificio redentore di Cristo è entrata nel mondo come fonte eterna di salvezza.
Ai pellegrini di lingua francese
Ai fedeli di espressione inglese
Ai fedeli di lingua tedesca
Ai pellegrini di lingua spagnola
Ai fedeli di lingua portoghese
Ad un gruppo di pellegrini provenienti dal Giappone
Sia lodato Gesù Cristo!
SALUTO CORDIALMENTE Sua Eccellenza Monsignor Hamao con il gruppo dei fedeli di Yokohama, giunti a Roma in pellegrinaggio per celebrare il 50° di fondazione della loro Diocesi.
Vi auguro che la vostra vita di fede e quella degli altri fedeli di Yokohama sia un’autentica testimonianza per tutti i cittadini della vostra amata nazione.
Saluto pure gli altri due gruppi di pellegrini provenienti dal Giappone e imparto volentieri a tutti la mia Benedizione Apostolica.
Sia lodato Gesù Cristo!
Ai pellegrini provenienti dalla Polonia
Ai pellegrini italiani
SALUTO ORA i pellegrini di lingua italiana ed in particolare il gruppo dei giovani atleti tedofori di Forino di Montoro, in provincia di Avellino, e dei loro accompagnatori. Ben volentieri accenderò la “fiaccola” che essi hanno qui recato per portarla poi, secondo la tradizione, presso la statua di San Nicola di Bari, loro Protettore, in occasione degli annuali festeggiamenti. Mentre li invito ad essere testimoni coerenti della fede tra i fratelli, con generoso impegno e grande amore per Cristo, luce delle genti, imparto a tutti loro la mia Benedizione.
Ai giovani
Rivolgo ora, come di consueto, il mio cordiale saluto ai giovani, ai ragazzi ed alle ragazze, qui presenti.
CARISSIMI, in questo tempo delle vacanze estive, in cui siete liberi dagli impegni della scuola o dalle occupazioni del vostro lavoro, profittate per approfondire la vostra cultura religiosa mediante la lettura di buoni libri. Siate assidui nella esplorazione delle zone più riposte del vostro mondo interiore. Affinate la vostra spiritualità e vivete la vostra giovinezza secondo lo stile cristiano: così costruirete il vostro futuro con i tesori della tradizione bimillenario della Chiesa, e imparerete ad amare sempre di più Gesù che è vostro contemporaneo, come lo è stato di ogni epoca, e di ogni generazione essendo egli il Vivente, il compagno di viaggio e l’amico di ogni uomo. Siate autentici amici di Gesù e fate conoscere la sua vita, la sua speranza e il suo Regno.
A tutti imparto la mia Benedizione.
Agli ammalati
UN PENSIERO PARTICOLARE a tutti voi, fratelli e sorelle ammalati, che partecipate a questa Udienza, e a quanti soffrono nelle corsie degli ospedali o nella solitudine delle proprie case.
Vi invito ad offrire le vostre infermità e le prove, al Crocifisso, perché possiate, in unione con lui, portare il vostro contributo alla redenzione del mondo. Il dolore infatti, se accettato con fede, non cade invano, ma edifica la Chiesa.
Vi sia di sostegno la mia particolare Benedizione.
Agli sposi novelli
UNA PAROLA di felicitazione e di augurio voglio esprimere pure a voi, sposi novelli, che avete voluto prendere parte a questo incontro per suggellare la vostra Unione matrimoniale con la Benedizione del Successore di Pietro. Vi auguro di essere sempre fedeli alla grazia del sacramento e di far sì che la vostra fede cristiana sia il fondamento stabile della vostra nascente famiglia. Vi benedico e vi assicuro la mia preghiera.
Prima di concludere l’udienza generale di oggi, il Santo Padre esprime ai fedeli presenti all’incontro la sua partecipazione alla gioia della famiglia di Marco Fiora, il ragazzo torinese liberato ieri mattina, 2 agosto, in Calabria. Giovanni Paolo II rivolge un appello in favore della liberazione delle altre persone tuttora in mano ai loro sequestratori.
Queste le parole del Santo Padre.
Desidero esprimere a voi qui presenti la mia partecipazione alla gioia della famiglia di Marco Fiora, il ragazzo liberato proprio ieri dopo un sequestro durato lungo tempo. Già nel febbraio scorso anch’io avevo implorato la sua liberazione.
Ora ringraziamo il Signore perché nella sua provvidenza e bontà ha disposto gli eventi nel senso buono e desiderato, mentre porgo al piccolo Marco ed ai suoi cari l’augurio di ogni bene.
Rimane ancora, tuttavia, l’ansia e il desiderio per la liberazione di tante altre persone, tutt’ora misteriosamente sequestrate, e per queste chiedo ancora ai responsabili la liberazione.
Prevalga il sentimento della giustizia e della fraternità sulla suggestione del ricatto.
1. È bene ribadire ciò che abbiamo detto nelle ultime catechesi considerando la missione salvifica di Cristo come liberazione, e Gesù come liberatore. Si tratta della liberazione dal peccato come male fondamentale, che “imprigiona” l’uomo dal di dentro, sottoponendolo alla schiavitù di colui che da Cristo viene chiamato il “padre della menzogna” (Jn 8,44). Si tratta, nello stesso tempo, della liberazione verso la verità, che ci dà la partecipazione alla “libertà dei figli di Dio” (cf. Rm Rm 8,21). Gesù dice: “Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero” (Jn 8,36). La “libertà dei figli di Dio” proviene dal dono di Cristo, che porta all’uomo la partecipazione alla figliolanza divina, cioè la partecipazione alla vita di Dio.
Dunque l’uomo liberato da Cristo, non solo riceve la remissione dei peccati, ma viene elevato a “una nuova vita”. Cristo, come autore della liberazione dell’uomo, è il creatore della “nuova umanità”. In lui diventiamo “una creatura nuova” (cf. 2Co 5,17).
2. Nella presente catechesi chiariamo ulteriormente questo aspetto della liberazione salvifica, che è opera di Cristo. Essa appartiene all’essenza stessa della sua missione messianica.
Gesù stesso ne parlava, per esempio, nella parabola del Buon Pastore, quando diceva: “Io sono venuto perché (le pecore) abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Jn 10,10). Si tratta di quella abbondanza di vita nuova, che è la partecipazione alla vita stessa di Dio.
Anche in questo modo si realizza nell’uomo “la novità” dell’umanità di Cristo: l’essere “una creatura nuova”.
3. È ciò che con un parlare figurato e molto suggestivo, Gesù dice nel suo colloquio con la Samaritana presso il pozzo di Sicar: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva. Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva?» . . . Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna»” (Jn 4,10-14).
4. Anche alla folla Gesù ripeté questa verità con parole molto simili, insegnando durante la festa delle Tende: “Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Jn 7,37-38). I “fiumi di acqua viva” sono l’immagine della nuova vita a cui partecipano gli uomini in virtù della morte in croce di Cristo. In questa visuale la Tradizione patristica e la liturgia leggono anche il testo di Giovanni, secondo il quale dal costato (dal cuore) di Cristo, dopo la sua morte in croce, “uscì sangue e acqua”, quando un soldato romano “gli colpì il costato” (Jn 19,34).
5. Ma, secondo un’interpretazione cara a gran parte dei padri orientali e tuttora seguita da vari esegeti, fiumi di acqua viva sgorgheranno anche “dal seno” dell’uomo che beve l’“acqua” della verità e della grazia di Cristo. “Dal seno” significa: dal cuore. Viene infatti creato “un cuore nuovo” nell’uomo, come annunziavano - in modo molto chiaro - i profeti, e in particolare Geremia ed Ezechiele.
Leggiamo in Geremia: “Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo” (Jr 31,33). In Ezechiele, ancora più esplicitamente: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei precetti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ez 36,26-27).
Si tratta dunque di una profonda trasformazione spirituale, che Dio stesso realizza dentro l’uomo mediante “il soffio del suo Spirito” (cf. Ez Ez 36,26). I “fiumi di acqua viva” di cui parla Gesù significano la fonte di una vita nuova che è la vita “in Spirito e verità”, vita degna dei “veri adoratori del Padre” (cf. Gv Jn 4,23-24).
6. Gli scritti degli apostoli, e in particolare le lettere di san Paolo, abbondano di testi su questo tema: “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove” (2Co 5,17). Il frutto della redenzione compiuta da Cristo è proprio questa “novità di vita”: “Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza (di Dio), ad immagine del suo Creatore” (Col 3,9-10). “L’uomo vecchio” è “l’uomo del peccato”. “L’uomo nuovo” è colui che grazie a Cristo ritrova in sé l’originale “immagine e somiglianza” del suo Creatore. Di qui anche quella energica esortazione dell’Apostolo a superare tutto ciò che in ciascuno di noi è peccato e retaggio del peccato: “Deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze, e parole oscene dalla vostra bocca. Non mentitevi gli uni gli altri . . .” (Col 3,8-9).
7. Una simile esortazione si trova nella lettera agli Efesini: “Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici. Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ep 4,22-24). “Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo” (Ep 2,10).
8. La redenzione è dunque la nuova creazione in Cristo. Essa è il dono di Dio - la grazia - e nello stesso tempo porta in sé una chiamata rivolta all’uomo. L’uomo deve cooperare all’opera di liberazione spirituale, compiuta in lui da Dio per mezzo di Cristo. È vero che “per questa grazia siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene” (Ep 2,8). Certo l’uomo non può attribuire a se stesso la salvezza, la liberazione salvifica, che è dono di Dio in Cristo, ma nello stesso tempo deve vedere in questo dono anche la fonte di una incessante esortazione a compiere opere degne di un tale dono. Il quadro completo della liberazione salvifica dell’uomo comporta una profonda consapevolezza del dono di Dio nella croce di Cristo e nella risurrezione redentrice, e, nello stesso tempo, la consapevolezza della propria responsabilità per questo dono: consapevolezza degli impegni di natura morale e spirituale, che quel dono e quella chiamata impongono. Tocchiamo qui le radici di quello che possiamo chiamare l’“ethos della redenzione”.
9. La redenzione compiuta da Cristo, che opera con la potenza del suo Spirito di verità (Spirito del Padre e del Figlio, Spirito di verità), ha una dimensione personale, che riguarda ogni uomo, e nello stesso tempo una dimensione inter-umana e sociale, comunitaria e universale.
È un tema che vediamo svolto nella lettera agli Efesini, dove è descritta la riconciliazione delle due “parti” dell’umanità in Cristo: cioè di Israele, popolo eletto dell’antica alleanza, e di tutti gli altri popoli della terra: “Egli infatti (Cristo) è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due (generi di uomini) un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia” (Ep 2,14-16).
10. Ecco la definitiva dimensione della “creatura nuova” e della “novità di vita” in Cristo: la liberazione dalla divisione, l’“abbattimento del muro” che separa Israele dagli altri. In Cristo tutti sono il “popolo eletto”, perché in Cristo l’uomo è eletto. Ogni uomo, senza eccezione e differenza, viene riconciliato con Dio e - per ciò stesso - chiamato a partecipare all’eterna promessa di salvezza e di vita. L’umanità intera è nuovamente creata come “l’uomo nuovo . . . secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ep 4,24). La riconciliazione di tutti con Dio per mezzo di Cristo deve diventare la riconciliazione di tutti tra di loro; una dimensione comunitaria e universale della redenzione, piena espressione dell’“ethos della redenzione”.
Ai fedeli di lingua francese
Ai pellegrini di lingua inglese
Ai numerosi pellegrini di lingua tedesca
Ai numerosi fedeli di espressione spagnola
Ai fedeli polacchi
Ad un gruppo di pellegrini giapponesi
Sia lodato Gesù Cristo!
CARISSIMI TERZIARI francescani e voi tutti giovani pieni di vitalità, vi saluto cordialmente.
In questi giorni voi sicuramente avete goduto della esperienza del pellegrinaggio, e avete approfondito la conoscenza nel campo delle vostre attività.
Ora desidero che il frutto di questi giorni giovi ancor più a voi stessi e ai vostri connazionali.
Con questo augurio vi benedico volentieri.
Sia lodato Gesù Cristo!
Ai giovani
ED ORA RIVOLGO una parola di saluto e di augurio a voi, giovani, che siete qui presenti per manifestare la vostra testimonianza di fede cristiana e per essere incoraggiati a crescere in essa.
Carissimi, vi accolgo con gioia e, mentre assicuro il mio particolare ricordo nella preghiera, perché ciascuno di voi sappia scorgere i segni della Provvidenza in ogni circostanza della vita quotidiana, vi invito ad essere testimoni convinti della lieta e buona verità evangelica, nutrendovi della Parola di Dio e del Cibo Eucaristico, che dona la vita divina e la forza di portare agli altri la novità e la pienezza di un’esistenza redenta.
La Vergine Santa, che nulla antepose all’amore del Signore e divenne la Madre della Vita, sostenga la vostra fedeltà ai propositi di bene, da cui siete animati, ed ottenga per voi la grazia di aderire con tutto il cuore a Cristo, servendolo nei fratelli.
Vi sono spiritualmente vicino con la Benedizione Apostolica.
Agli ammalati
SALUTO VOI, cari ammalati, a cui ricordo che il Redentore è vostro conforto e vostra consolazione; in ogni circostanza Egli è il Dio vicino, che santifica il soffrire, e che lenisce le vostre ferite fisiche e morali, rendendole luminose come le stigmate della sua Risurrezione.
La Vergine Maria, “Salute degli infermi”, vi assista con la sua materna sollecitudine, vi sia di sostegno la mia Apostolica Benedizione che imparto a voi ed a quanti vi sono cari.
Agli sposi novelli
GIUNGA INFINE la mia parola di saluto e di benvenuto a voi, sposi novelli. Carissimi, all’augurio di una vita familiare gioiosa e serena unisco l’esortazione a vivere il vostro reciproco amore, reso santo dal sacramento del matrimonio, per una costante crescita nella carità di Cristo e per contribuire all’edificazione della Chiesa.
Mediante Maria, che non delude quanti a Lei si affidano, ponete quotidianamente la vostra esistenza nelle mani provvide di Dio.
Vi accompagno con la mia Benedizione.
1. Nel graduale sviluppo della catechesi sul tema della missione di Gesù Cristo, abbiamo visto che egli è colui che opera la liberazione dell’uomo per mezzo della verità del suo Vangelo, la cui ultima e definitiva parola è la croce e la risurrezione. Cristo libera l’uomo dalla schiavitù del peccato e gli dona una nuova vita mediante il suo sacrificio pasquale. La redenzione è divenuta una nuova creazione. Dal sacrificio redentore e dalla risurrezione del Redentore prende inizio una “umanità nuova”. Dio accogliendo il sacrificio di Cristo, “crea” l’uomo nuovo “nella giustizia e nella santità vera” (Ep 4,24): l’uomo che diventa adoratore di Dio “in spirito e verità” (Jn 4,23).
Nella sua figura storica Gesù Cristo ha per questo “uomo nuovo” il significato di un perfetto modello - cioè dell’ideale. Colui, che nella sua propria umanità era la perfetta “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), diventa per mezzo della sua vita terrena - per mezzo di tutto ciò che “fece e insegnò” (Ac 1,1) - e soprattutto mediante il sacrificio - un modello visibile per gli uomini. Il modello più perfetto.
2. Entriamo qui nell’ambito del tema della “imitazione di Cristo” che è chiaramente presente nei testi evangelici e in altri scritti apostolici, anche se la parola “imitazione” non appare nei vangeli. Gesù esorta i suoi discepoli a “seguirlo (greco [termine greco]) (cf. Mt Mt 16,24), “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (cf. anche Jn 12,26).
Solo in Paolo troviamo questa parola, quando l’Apostolo scrive: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (greco [termine greco]) (1Co 11,1). E altrove: “E voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione” (1Th 1,6).
3. Ma bisogna osservare che la parola “imitazione” non è la cosa più importante qui. Importantissimo è il fatto, ad essa soggiacente: cioè, che l’intera vita e opera di Cristo, coronata dal sacrificio della croce, compiuto per amore, “per i fratelli”, rimane un duraturo modello e ideale. Induce dunque ed esorta non solo a conoscere ma anche e soprattutto ad imitare. Gesù stesso, del resto, dice nel cenacolo, dopo aver lavato i piedi agli apostoli: “Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Jn 13,15).
La parola di Gesù non si riferisce solo al gesto di lavare i piedi, ma, mediante tale gesto, a tutta la sua vita, considerata un umile servizio. Ciascun discepolo viene invitato a seguire le orme del “Figlio dell’uomo”, il quale “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per la moltitudine” (Mt 20,28). È proprio alla luce di questa vita, di quest’amore, di questa povertà, infine di questo sacrificio, che l’“imitazione” di Cristo diventa un’esigenza per tutti i suoi discepoli e seguaci. Diventa in un certo senso la “struttura portante” dell’“ethos” evangelico, cristiano.
4. Proprio in questo consiste quella “liberazione” per la vita nuova, di cui abbiamo parlato nelle precedenti catechesi. Cristo non ha trasmesso all’umanità solamente una magnifica “teoria”, ma ha rivelato in che senso e in quale direzione deve compiersi la trasformazione salvifica dell’uomo “vecchio” - l’uomo del peccato - nell’uomo “nuovo”. Questa trasformazione esistenziale, e in conseguenza morale, deve arrivare a conformare l’uomo a quel “modello” originalissimo, secondo il quale egli è stato creato. Solamente ad un essere creato “ad immagine e somiglianza di Dio” possono essere rivolte le parole che leggiamo nella lettera agli Efesini: “Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio” (Ep 5,1-2).
5. Cristo dunque è il modello sulla via di questa “imitazione di Dio”. Nello stesso tempo è lui solo che rende realizzabile questa imitazione, quando, mediante la redenzione, ci offre la partecipazione alla vita di Dio. A questo punto Cristo diventa non solo il modello perfetto, ma il modello efficace. Il dono, cioè la grazia della vita divina, per opera del mistero pasquale della redenzione diventa la radice stessa della nuova somiglianza con Dio in Cristo, e dunque è anche la radice dell’imitazione di Cristo come modello perfetto.
6. Da questo fatto attingono la loro forza ed efficacia esortazioni come quella di san Paolo (ai Filippesi): “Se c’è . . . qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ognuno di voi con tutta l’umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Ph 2,1-4).
7. Dove fa riferimento una tale “parenesi”? Dove fanno riferimento tali esortazioni e tali esigenze poste ai Filippesi? Tutta la risposta è contenuta nei successivi versetti della lettera: “Tali sentimenti . . . erano in Gesù Cristo . . . e abbiate in voi gli stessi sentimenti” (cf. Fil Ph 2,5). Cristo, infatti, “assumendo la condizione di servo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Ph 2,7-8).
L’Apostolo tocca ciò che costituisce il punto centrale e nevralgico di tutta l’opera della redenzione, compiuta da Cristo. Qui si trova anche la pienezza del modello salvifico per ognuno dei redenti. Qui c’è il punto culminante dell’imitazione del Maestro. Lo stesso principio di imitazione troviamo enunciato anche nella lettera di san Pietro: “Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo pati per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme” (1P 2,20-21).
8. Nella vita umana la sofferenza ha il significato di una prova morale. Ciò significa soprattutto una prova delle forze dello spirito umano. Una tale prova ha un significato “liberatorio”: essa libera le forze nascoste dello spirito, permette loro di manifestarsi, e contemporaneamente diventa occasione di purificazione interiore. Qui si applicano le parole della parabola della vite e dei tralci proposta da Gesù, quando presenta il Padre come colui che coltiva la vigna: “Ogni tralcio che in me non porta frutto lo pota perché porti più frutto” (Jn 15,2). Quel frutto infatti, dipende dal rimanere (come i tralci) in Cristo, la vite, nel suo sacrificio redentore, poiché “senza di lui non possiamo far nulla” (cf. Jn 15,5). Invece, come afferma l’apostolo Paolo: “Tutto posso in colui che mi dà la forza” (Ph 4,13). E Gesù stesso dice: “Chi crede in me, compirà le opere che io compio” (Jn 14,12).
9. La fede in questa potenza trasformatrice di Cristo nei riguardi dell’uomo ha le sue più profonde radici nell’eterno disegno di Dio circa la salvezza umana: “Quelli che egli (Dio) da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). In questa direzione il Padre “pota” ogni tralcio, come leggiamo nella parabola (Jn 15,2). E per questa via si compie la graduale trasformazione del cristiano secondo il modello di Cristo, fino al punto che in lui, “riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore”. Così l’Apostolo nella seconda lettera ai Corinzi (2Co 3,18).
10. Si tratta di un processo spirituale, da cui scaturisce la vita: e, in tale processo, è la morte generosa di Cristo che porta frutti, introducendo nella dimensione pasquale della sua risurrezione. Esso viene iniziato in ciascuno di noi dal Battesimo, sacramento della morte e risurrezione di Cristo, come leggiamo nella lettera ai Romani: “Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Da quel momento, il processo di questa trasformazione salvifica in Cristo si sviluppa in noi “finché arriviamo tutti . . . allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ep 4,13).
Ai pellegrini di lingua francese
Ad un folto gruppo di visitatori provenienti da Hong Kong, da Taiwan, da Singapore e dalla Malaysia
Ad un gruppo di insegnanti ed alunni del Collegio femminile di Kyoto
Sia lodato Gesù Cristo!
VI SALUTO CORDIALMENTE, carissimi Insegnanti del Collegio femminile di Kyoto. Siate i benvenuti a questo incontro.
Kyoto richiama subito l’antica e nobile capitale e il centro delle migliori tradizioni giapponesi. Sta a voi, ora, carissimi, trasmettere nell’insegnamento tali tradizioni alle nuove generazioni, adattandole alle esigenze della odierna società giapponese.
Vi auguro di cuore di poter adempiere questo ufficio trovando la migliore cooperazione delle vostre alunne.
A Voi e a Loro ogni augurio di bene.
A gruppi di lingua tedesca
Ai fedeli di lingua spagnola
Ai numerosi fedeli di espressione portoghese
Ai pellegrini polacchi
Ad alcuni gruppi di pellegrini italiani
Rivolgo ora un particolare saluto ai pellegrini italiani.
ANZITUTTO A VOI della diocesi di Acireale, venuti dalla Sicilia a Roma sotto la guida del vostro Pastore, Sua Eccellenza Monsignor Giuseppe Malandrino.
Saluto anche le religiose presenti:
- le Suore Domenicane del SS.mo Sacramento, guidate dalla nuova Madre Generale, Suor Tarcisia Ippolito;
- e il gruppo di Ancelle dell’Amore Misericordioso, che ha partecipato a Collevalenza ad una intensa esperienza di preghiera e di rinnovamento.
A tutti auguro di proseguire il cammino di fede illuminati dallo Spirito Santo, sostenuti da Maria e rafforzati dalla testimonianza degli Apostoli Pietro e Paolo.
Ai giovani
RIVOLGO ORA un affettuoso saluto ai giovani qui presenti. Voi sapete che il Papa vi vuole bene, vi vuole buoni, vi vuole lieti sempre. Mi è perciò gradito rivolgere a voi l’invito dell’Apostolo ai Filippesi: “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora: rallegratevi”. Affinché la vostra gioia sia piena e duratura bisogna che essa scaturisca da un cuore puro, da una coscienza retta e, in particolare, dall’amicizia sincera con Cristo Gesù. Da tale amicizia imparerete ad essere veramente buoni, lieti e generosi.
Concludo questa mia affettuosa esortazione benedicendovi di cuore.
Agli ammalati
UN SALUTO e un abbraccio a voi, cari ammalati qui presenti, che rappresentate i tanti fratelli che soffrono nelle loro case, negli ospedali, nelle case di cura.
Dal vangelo sappiamo quanto Gesù abbia prediletto gli infermi, riservando ad essi i palpiti più teneri del suo cuore, i miracoli più grandi della sua potenza ed assicurando loro “la consolazione” del suo Regno. Questo pensiero vi conforti nelle presenti tribolazioni, vi stimoli ad offrire le vostre pene al Signore e vi impegni a soffrire con Cristo, per purificare le vostre anime e, in pari tempo, contribuire al bene della Chiesa.
Con tali pensieri vi benedico di cuore.
Agli sposi novelli
CARI SPOSI NOVELLI vi rivolgo un grazie per la vostra presenza, insieme ad un cordiale saluto e ad un fervido augurio.
Il Signore benedica il vostro amore, suggellato dal Sacramento del Matrimonio, sostenga il vostro generoso proposito di dare testimonianza di vita cristiana esemplare, vi sia vicino, col suo aiuto, lungo il cammino che avete scelto di percorrere insieme sino alla fine.
La Vergine Santa vi protegga sempre e vi conceda di vivere secondo giustizia, cioè virtuosamente, nella fedeltà vicendevole e nel serio impegno di trasmettere la vita e di educare cristianamente i figli.
Confermo tali voti con la mia Benedizione.
Udienze generali 1988 - Castel Gandolfo - Mercoledì, 3 agosto 1988